Continua il dibattito sulla necessità di chiarire o ridefinire concetti e prospettive della sinistra
Ringrazio i miei interlocutori, Pino Sergi (Naufraghi/e del 23 agosto) e Martino Rossi (Naufraghi/e del 25 agosto), per aver ripreso alcune osservazioni che avevo formulato (“Sinistra, un vocabolario da rivedere“) a margine del documento del MpS «Per un fronte di opposizione sociale e politica».
A qualcuno questa discussione parrà anacronistica, uno scampolo di antiche dispute dottrinarie, senza ricadute concrete nella pratica politica e sindacale. Non è questa l’intenzione. Sempre più infatti avvertiamo l’esigenza di ritrovare nel marasma attuale un bandolo, una luce sia pur fioca che possa illuminare la via ai partiti di sinistra, in un momento in cui non spira buon vento nella politica e nella società. Già nel 2010 uno storico serio come Tony Judt sosteneva che il mondo si era guastato. Anche Tzvetan Todorov aveva preannunciato, qualche anno prima, nel 2003, l’avvento di un nuovo disordine mondiale. Da quegli anni, tra guerre spacciate come «umanitarie» e tracolli finanziari, il disagio è aumentato, fino a toccare vertici inauditi, con una classe politica che sembra aver perso l’orientamento.
Così anche noi, nelle nostre piccole comunità, ci ritroviamo ad interrogarci sul “che fare?”, mentre tutt’intorno diluvia. Il documento del MpS invoca un «cambiamento di paradigma». In sostanza chiede ai socialisti di riflettere sul loro modo di stare in Consiglio di Stato, visto che nessuno nel PS pensa seriamente che il partito debba passare all’opposizione. Come nessuno chiede a Ghisletta di uscire dall’esecutivo di Lugano (e qui la posizione socialista è ancora più sfavorevole: uno su sette). Il confronto verte dunque sul «come», se limitarsi alla gestione del proprio dipartimento (la pubblica educazione) rispettando diligentemente le regole della collegialità, oppure se tirar fuori le unghie per almeno arginare, denunciandole pubblicamente, magari organizzando manifestazioni di piazza, le derive in corso. Qualcuno rammenterà la ribellione di Patrizia Pesenti nel 2003.
Se tutto questo sia interpretabile come un «cambiamento di paradigma» è dubbio. La Lega ad esempio vìola regolarmente il principio della collegialità a mezzo stampa. Ed è qui che entra in scena il passato, il retaggio del PS, una formazione nella quale la corrente radicale non ha mai avuto il sopravvento, nemmeno ai primi del Novecento, negli anni in cui il partito-guida, la socialdemocrazia tedesca, esercitava in tutto il continente europeo un’indiscussa egemonia, sia per numero di voti, sia per capacità organizzativa. Il programma che nel 1904 il giudice zurighese Otto Lang redasse ispirandosi al marxismo del vecchio Engels già indicava una strada che non poteva certo dirsi rivoluzionaria. E così furono i programmi successivi, di schietto indirizzo socialdemocratico, cioè fondati su riforme incentrate sui diritti politici e sociali, la posizione della donna, la giornata lavorativa, le assicurazioni sociali eccetera. L’integrazione definitiva nel sistema consociativo elvetico avvenne nel 1935, con l’approvazione dei crediti destinati all’esercito e poi ancora nel 1937 con la pace del lavoro nel settore metalmeccanico (su questo si rimanda al volume collettivo Solidarietà, dibattito, movimento, edito dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini nel 1988).
Sergi ricorda che Karl Kautsky, nel suo libello La via al potere [Der Weg zur Macht, 1909], assegnava alla socialdemocrazia una missione rivoluzionaria, «in quanto essa difende gli interessi di classe del proletariato». Lo stesso Kautsky scriveva però più avanti che «la socialdemocrazia è un partito rivoluzionario, non un partito che fa delle rivoluzioni. Noi sappiamo che il nostro fine può essere raggiunto soltanto per mezzo di una rivoluzione, ma sappiamo che è altrettanto poco in nostro potere fare questa rivoluzione, quanto è in potere dei nostri avversari di impedirla. Perciò noi non pensiamo affatto a provocare o a preparare una rivoluzione». A tagliare il nodo gordiano ci pensarono nel 1917 i bolscevichi, con l’assalto armato al Palazzo d’inverno e l’instaurazione del governo dei Soviet, con Lenin ad accusare il suo ex maestro di aver tradito la causa del movimento operaio («il rinnegato Kautsky»). Da quel momento il socialismo cessava di essere una meta ideale o un’aspirazione dei ceti subalterni per diventare un cantiere reale, il socialismo da costruire in un paese solo, modello e faro per tutti i partiti che si riconoscevano in quel grandioso laboratorio, e questo fino al crollo del muro di Berlino e al collasso dell’Unione Sovietica.
Tutto questo, lo sappiamo, ha alimentato un dibattito durato decenni, provocando drammi, delusioni, scissioni, espulsioni, abiure nei partiti fratelli. Ma dopo il 1989 si pensava che la morte del socialismo realmente esistente potesse rialzare le quotazioni della socialdemocrazia che non aveva mai ceduto alle lusinghe del Cremlino. Le cose sono andate diversamente: globalizzazione e rivoluzione tecnologica hanno rimescolato le carte, fino a renderle irriconoscibili attraverso le lenti della tradizione. Il vero «cambiamento di paradigma» l’hanno dunque realizzato i paladini del libero mercato, gli eredi della Thatcher e di Reagan, e i capifila delle nuove tecno-oligarchie slegate da ogni forma di controllo e partecipazione democratica. Basta sfogliare, per comprendere dove soffia l’attuale «Zeitgeist», il libro The Project, l’inchiesta di David A. Graham sul piano che sta ridisegnando l’America e il mondo (ed. Chiarelettere).
Conclusione: gli schemi e i riferimenti con cui sono cresciute intere generazioni di sinistra sono saltati. Resta il desiderio di conoscere, di studiare, di capire, quel «cercate ancora» che sorreggeva le ultime ricerche di un economista eterodosso come Claudio Napoleoni.