Cerchiamo ancora

Continua il dibattito sulla necessità di chiarire o ridefinire concetti e prospettive della sinistra 

Ringrazio i miei interlocutori, Pino Sergi (Naufraghi/e del 23 agosto) e Martino Rossi (Naufraghi/e del 25 agosto), per aver ripreso alcune osservazioni che avevo formulato (“Sinistra, un vocabolario da rivedere“) a margine del documento del MpS «Per un fronte di opposizione sociale e politica».

A qualcuno questa discussione parrà anacronistica, uno scampolo di antiche dispute dottrinarie, senza ricadute concrete nella pratica politica e sindacale. Non è questa l’intenzione. Sempre più infatti avvertiamo l’esigenza di ritrovare nel marasma attuale un bandolo, una luce sia pur fioca che possa illuminare la via ai partiti di sinistra, in un momento in cui non spira buon vento nella politica e nella società. Già nel 2010 uno storico serio come Tony Judt sosteneva che il mondo si era guastato. Anche Tzvetan Todorov aveva preannunciato, qualche anno prima, nel 2003, l’avvento di un nuovo disordine mondiale. Da quegli anni, tra guerre spacciate come «umanitarie» e tracolli finanziari, il disagio è aumentato, fino a toccare vertici inauditi, con una classe politica che sembra aver perso l’orientamento.

Così anche noi, nelle nostre piccole comunità, ci ritroviamo ad interrogarci sul “che fare?”, mentre tutt’intorno diluvia. Il documento del MpS invoca un «cambiamento di paradigma». In sostanza chiede ai socialisti di riflettere sul loro modo di stare in Consiglio di Stato, visto che nessuno nel PS pensa seriamente che il partito debba passare all’opposizione. Come nessuno chiede a Ghisletta di uscire dall’esecutivo di Lugano (e qui la posizione socialista è ancora più sfavorevole: uno su sette). Il confronto verte dunque sul «come», se limitarsi alla gestione del proprio dipartimento (la pubblica educazione) rispettando diligentemente le regole della collegialità, oppure se tirar fuori le unghie per almeno arginare, denunciandole pubblicamente, magari organizzando manifestazioni di piazza, le derive in corso. Qualcuno rammenterà la ribellione di Patrizia Pesenti nel 2003.

Se tutto questo sia interpretabile come un «cambiamento di paradigma» è dubbio. La Lega ad esempio vìola regolarmente il principio della collegialità a mezzo stampa. Ed è qui che entra in scena il passato, il retaggio del PS, una formazione nella quale la corrente radicale non ha mai avuto il sopravvento, nemmeno ai primi del Novecento, negli anni in cui il partito-guida, la socialdemocrazia tedesca, esercitava in tutto il continente europeo un’indiscussa egemonia, sia per numero di voti, sia per capacità organizzativa. Il programma che nel 1904 il giudice zurighese Otto Lang redasse ispirandosi al marxismo del vecchio Engels già indicava una strada che non poteva certo dirsi rivoluzionaria. E così furono i programmi successivi, di schietto indirizzo socialdemocratico, cioè fondati su riforme incentrate sui diritti politici e sociali, la posizione della donna, la giornata lavorativa, le assicurazioni sociali eccetera. L’integrazione definitiva nel sistema consociativo elvetico avvenne nel 1935, con l’approvazione dei crediti destinati all’esercito e poi ancora nel 1937 con la pace del lavoro nel settore metalmeccanico (su questo si rimanda al volume collettivo Solidarietà, dibattito, movimento, edito dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini nel 1988).

Sergi ricorda che Karl Kautsky, nel suo libello La via al potere [Der Weg zur Macht, 1909], assegnava alla socialdemocrazia una missione rivoluzionaria, «in quanto essa difende gli interessi di classe del proletariato». Lo stesso Kautsky scriveva però più avanti che «la socialdemocrazia è un partito rivoluzionario, non un partito che fa delle rivoluzioni. Noi sappiamo che il nostro fine può essere raggiunto soltanto per mezzo di una rivoluzione, ma sappiamo che è altrettanto poco in nostro potere fare questa rivoluzione, quanto è in potere dei nostri avversari di impedirla. Perciò noi non pensiamo affatto a provocare o a preparare una rivoluzione». A tagliare il nodo gordiano ci pensarono nel 1917 i bolscevichi, con l’assalto armato al Palazzo d’inverno e l’instaurazione del governo dei Soviet, con Lenin ad accusare il suo ex maestro di aver tradito la causa del movimento operaio («il rinnegato Kautsky»). Da quel momento il socialismo cessava di essere una meta ideale o un’aspirazione dei ceti subalterni per diventare un cantiere reale, il socialismo da costruire in un paese solo, modello e faro per tutti i partiti che si riconoscevano in quel grandioso laboratorio, e questo fino al crollo del muro di Berlino e al collasso dell’Unione Sovietica.

Tutto questo, lo sappiamo, ha alimentato un dibattito durato decenni, provocando drammi, delusioni, scissioni, espulsioni, abiure nei partiti fratelli. Ma dopo il 1989 si pensava che la morte del socialismo realmente esistente potesse rialzare le quotazioni della socialdemocrazia che non aveva mai ceduto alle lusinghe del Cremlino. Le cose sono andate diversamente: globalizzazione e rivoluzione tecnologica hanno rimescolato le carte, fino a renderle irriconoscibili attraverso le lenti della tradizione. Il vero «cambiamento di paradigma» l’hanno dunque realizzato i paladini del libero mercato, gli eredi della Thatcher e di Reagan, e i capifila delle nuove tecno-oligarchie slegate da ogni forma di controllo e partecipazione democratica. Basta sfogliare, per comprendere dove soffia l’attuale «Zeitgeist», il libro The Project, l’inchiesta di David A. Graham sul piano che sta ridisegnando l’America e il mondo (ed. Chiarelettere).

Conclusione: gli schemi e i riferimenti con cui sono cresciute intere generazioni di sinistra sono saltati. Resta il desiderio di conoscere, di studiare, di capire, quel «cercate ancora» che sorreggeva le ultime ricerche di un economista eterodosso come Claudio Napoleoni.


Marc Chesney, il nuovo Jean Ziegler

Continua il dibattito sulla necessità di chiarire o ridefinire concetti e prospettive della sinistra 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Il professore di sociologia ginevrino Jean Ziegler, che oggi ha 91 anni, ha combattuto per tutta la vita contro l’ingiustizia e la sofferenza causate dal «capitalismo predatorio».

Nel suo libro del 1976 “Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto“, Ziegler ha attaccato frontalmente le élite del Paese. Ha messo alla gogna le grandi banche e le grandi aziende svizzere perché hanno realizzato profitti a spese dei più poveri e hanno dirottato le istituzioni politiche a proprio vantaggio.

Quasi cinquant’anni dopo, Marc Chesney, professore di finanza all’Università di Zurigo fino al 2024, ha pubblicato «Stopp – Gegen die Kasino-Finanzwirtschaft und die Vermarktung der Natur» (Stop – Contro l’economia finanziaria da casinò e la commercializzazione della natura, non ancora tradotto in italiano) nel quale sostiene che il «capitalismo predatorio» è responsabile del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento su larga scala, di intollerabili ingiustizie sociali, di guerre continue e del crescente pericolo di una guerra mondiale. “Il capitalismo dominante non è affatto in grado di risolvere questi problemi esistenziali. Anzi, questo «capitalismo nella sua versione libertaria» ci condanna a scivolare da una catastrofe all’altra”, scrive.

«Ricchezza e potere nelle mani di pochi o una dittatura dell’oligarchia»

Chesney ricorda la Rivoluzione francese del 1789, che voleva abolire tutti i privilegi. Questo è «oggi più attuale che mai». Il potere dei super ricchi con le loro fortune accumulate sta andando nella direzione di una «dittatura dell’oligarchia».

Il patrimonio di Elon Musk, ad esempio, dopo la vittoria elettorale di Trump ha fatto un balzo di 70 miliardi in poche settimane, superando i 400 miliardi di dollari. Per Chesney, Musk (Tesla, X), Jeff Bezos (Amazon e «Washington Post»), Mark Zuckerberg (Meta) e altri miliardari sono «governanti senza scrupoli».

I «magnati ricchissimi» otterrebbero enormi profitti a breve termine dalla distruzione della natura e dalle guerre. A lungo termine non rimarrà molto da sfruttare: «Ma fino ad allora la vendita di pesticidi, armi di distruzione di massa, oppioidi, fuoristrada, condizionatori d’aria, prodotti finanziari tossici e ogni sorta di cianfrusaglie sarà estremamente redditizia e il possesso di jet privati e super yacht sarà estremamente soddisfacente».

Per Chesney è «grottesco e intollerabile» che «personaggi loschi, con la loro avidità di capitale e lusso sfrenato, siano osannati da numerosi media», mentre «più della metà della popolazione mondiale deve sopravvivere in condizioni difficili, se non addirittura miserabili».

Il «neoliberismo libertario» sarebbe una «forma radicalizzata di capitalismo»: «L’oligarchia, i suoi conglomerati e i suoi gruppi finanziari governano in modo completamente incontrollato e antidemocratico in nome dei cosiddetti mercati liberi: libertà assoluta per i potenti e schiavitù assoluta per il resto».

In nome della proprietà privata, gli oligarchi al potere priverebbero la maggior parte dell’umanità di qualsiasi proprietà: «Cosa possiedono i miliardi di persone che devono sopravvivere con meno di 10 dollari al giorno?».

Arroganza senza limiti

Chesney continua: «Mai prima d’ora nella storia tanta ricchezza si era concentrata in così poche mani in così poco tempo […] La minuscola percentuale della popolazione mondiale che ne trae profitto si comporta in modo cinico, persino con arroganza senza limiti».

Secondo Chesney, l’«enorme concentrazione» di ricchezza e potere ha essenzialmente due cause:

  1. Il settore finanziario soggioga l’economia. In realtà, a governare sarebbero le banche di importanza sistemica, il mondo finanziario ombra, i gruppi di gestione patrimoniale (come Blackrock o Vanguard) e le banche centrali. Soprattutto durante le crisi finanziarie o la pandemia di Covid-19, le banche centrali hanno immesso enormi quantità di liquidità nei mercati finanziari per evitare un crollo improvviso del sistema: «I mercati finanziari apparentemente liberi sono sempre più sotto la tutela delle banche centrali».
  2. La digitalizzazione dell’economia, spesso presentata come un fattore di progresso, porta spesso a un controllo ancora maggiore, a un fabbisogno energetico ancora più elevato, a profitti ancora maggiori per gli oligarchi della tecnologia, mentre la natura viene saccheggiata.
  3. «In una società sostenibile ben organizzata, un’economia digitalizzata dovrebbe creare più tempo libero e libertà. In un contesto neoliberista, tuttavia, contribuisce ad aumentare la miseria, la precarietà, la sottoccupazione e la disoccupazione».
  4. Inoltre, il capitalismo di sorveglianza spia la popolazione in misura considerevole. Per questo lavoro al servizio dello Stato, gli oligarchi tecnologici ricevono anche sovvenzioni.

Chesney individua una «palese contraddizione con i principi del libero mercato e dell’individualità a cui i politici di spicco e i rappresentanti del mondo finanziario, economico e delle tecnologie dell’informazione amano tanto fare riferimento». L’attuale «economia di mercato» (tra virgolette) porterebbe in realtà a una «disproporzionata disuguaglianza tra la maggioranza della popolazione mondiale, che vive in condizioni precarie o addirittura in povertà assoluta, e una casta di oligarchi che si comportano come padroni della terra, inquinandola a loro piacimento, distruggendola e accumulando ricchezze incalcolabili».

Sotto le spoglie del liberalismo, i despoti impongono una dittatura: «Si arrogano il diritto di inquinare l’ambiente, di distruggere la natura su larga scala, di aumentare ulteriormente le emissioni di gas serra, di concentrare ricchezze grottesche e folli nelle mani di pochi e di peggiorare le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza delle persone: questa è di fatto una dittatura».

Gli oligarchi abuserebbero del potere statale a loro piacimento. Si assicurerebbero i propri vantaggi e calpesterebbero il bene comune. La democrazia sarebbe solo una maschera per nascondere il dispotismo di oligarchi cinici: «Votare ogni quattro o cinque anni non è sufficiente per caratterizzare una democrazia».

«Il neoliberismo libertario minaccia di trascinare l’umanità nell’abisso»

Il capitalismo nella sua forma attuale di neoliberismo libertario sarebbe «completamente fuori controllo» e potrebbe «trascinare l’umanità nell’abisso»: Tutti i segnali di allarme lampeggiano in rosso: «Cambiamenti climatici, inquinamento ambientale, collasso dei sistemi sanitari a causa delle pandemie, vari conflitti armati, crisi finanziarie e l’assurdo aumento delle ingiustizie sociali».

L’oligarchia non è in grado di risolvere questi problemi, ma sfrutta spietatamente l’uomo e la natura: «Agli occhi degli economisti convenzionali, l’economia e l’ordine sociale ad essa collegato sono soggetti ai mercati. Questo spiega il loro sguardo condiscendente verso tutte le altre discipline umanistiche».

Il neoliberismo libertario «si concilia perfettamente con il dispotismo islamista, in particolare quello dei Paesi del Golfo», scrive Chesney. «I governi occidentali vendono loro armi con entusiasmo e chiudono gli occhi davanti ai massacri che vengono commessi con esse».

Professori di economia dipendenti

In molte facoltà di economia, il «riconoscimento accademico dipende dalla capacità di sponsorizzare il proprio posto di lavoro e di far finanziare la propria ricerca da grandi istituti finanziari o gruppi industriali». I professori che non sono sponsorizzati spesso «non desiderano altro che trarne vantaggio». Il risultato è una compiacenza accademica, come hanno rivelato ad esempio gli «Uber-Files». «Quasi nessuno sembra infastidito dall’indegnità di questo spettacolo».

Secondo Chesney, questi professori dovrebbero tenere d’occhio l’interesse pubblico e analizzare criticamente l’eccessivo potere del settore finanziario e la conseguente uberizzazione dell’economia.

Ma l’economia classica sarebbe incapace di comprendere le gravi crisi come conseguenza di un sistema tossico: «I suoi modelli sono errati e sottovalutano completamente i pericoli derivanti dal riscaldamento globale o dalla perdita di biodiversità».

La disciplina relativamente nuova delle scienze finanziarie fallisce completamente in questo senso: «I programmi di studio sono antiquati e i concetti insegnati sono in uno stato di avanzato degrado». I programmi di studio, ad esempio, non affrontano il fatto che «molti prodotti finanziari sono tossici e che la loro complessità è un fattore di profitto e di potere».

Anche l’immenso debito pubblico e il pagamento degli interessi a livello internazionale non vengono analizzati in modo critico. «Questi sono pagati da tutti i contribuenti che non possono permettersi consulenti per l’ottimizzazione fiscale». Sono il risultato della politica neoliberista degli ultimi quarant’anni.

Questa politica prepara il terreno per il rafforzamento dei movimenti libertari di destra conservatrice come Milei in Argentina o l’AfD in Germania.

Una politica ipocrita in materia di CO2

Il «neoliberismo capitalista» non riesce a frenare il riscaldamento globale causato dall’uomo. Gli Stati continuano a sovvenzionare i combustibili fossili con circa 7 trilioni di dollari all’anno, invece di investire queste somme nella transizione energetica. Lo spettacolo mediatico delle conferenze sul clima è «cinico e ipocrita». La preoccupazione ostentata per il cambiamento climatico si rivela ipocrita: «Le grandi banche continuano a concedere generosi prestiti ad aziende come Shell e TotalEnergies, che portano a uno sfruttamento spudorato delle risorse e quindi a una distruzione irreparabile della natura».

A questo si aggiunge il fatto che i gruppi finanziari, anche svizzeri, finanziano aziende agricole brasiliane come BrasilAgro o Marfrig, che partecipano al disboscamento illegale della foresta vergine.

La «sostenibilità» nel settore finanziario è «una perfida frode, dietro la quale si nasconde una distruzione senza scrupoli della natura e del clima». Le grandi banche finanzierebbero i combustibili fossili e gruppi come Blackrock o Vanguard investirebbero in tali settori. Entrambi sarebbero anche coinvolti nella produzione di armi di distruzione di massa. Quasi nessuno parla delle attività militari, sebbene contribuiscano per circa il 5,5% a tutte le emissioni di gas serra a livello mondiale.

Infine, le grandi banche e gli oligarchi «chiudono gli occhi davanti al fatto che le guerre, il riscaldamento globale e la povertà portano a flussi migratori verso i paesi occidentali».

Marc Chesney commenta sarcasticamente: «Non si tratta assolutamente di attuare misure drastiche, ma di preoccuparsi ipocritamente, tra un bicchiere di champagne e l’altro, dello stato della natura e del cambiamento climatico. È così che si comportano la maggior parte dei governanti e i capi delle multinazionali e delle banche sistemiche».

È necessario un «vero cambiamento di paradigma per mettere l’economia al servizio delle persone e privarla del suo carattere predatorio e distruttivo».

Misure radicali

Così come alcuni si stupiscono che molti accettino semplicemente l’arbitrarietà e le violazioni della legge da parte del presidente degli Stati Uniti e che i politici e i leader economici si inchinino addirittura davanti a Trump, Marc Chesney si stupisce ancora di più che così tante persone accettino semplicemente che alcune persone accumulino miliardi di dollari e possano esercitare un enorme potere e controllo sui governi e sui parlamenti eletti. Eppure i governi e i parlamenti dovrebbero rappresentare gli interessi della popolazione.

Affinché in futuro il mondo finanziario e l’economia non servano più gli oligarchi, ma le persone normali, Marc Chesney delinea le seguenti soluzioni:

  1. Nessun rimborso dei debiti alle grandi banche e agli hedge fund che si arricchiscono a spese dei più poveri. Solo una tale cancellazione del debito potrebbe ridurre la crescente insicurezza e precarietà.
  2. Vietare le scommesse finanziarie e i prodotti finanziari tossici per limitare il potere e l’influenza del casinò finanziario. Solo così sarà possibile destituire il casinò finanziario che ci tiene tutti in ostaggio.
  3. Introduzione di una microimposta sul volume esorbitante delle transazioni elettroniche. Con le entrate si potrebbe abolire l’IVA sui beni di prima necessità.
  4. Rompere il monopolio e il potere di cartello delle cinque più grandi e influenti aziende tecnologiche statunitensi: Alphabet (Google), Apple, Meta (Facebook), Amazon e Microsoft.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Jean Ziegler e Marc Chesney (fotomontaggio della redazione)


Jonathan Franzen: “La mia America spaventata fra truppe nelle strade e social tossici”

Continua il dibattito sulla necessità di chiarire o ridefinire concetti e prospettive della sinistra 

Di Giulio D’Antona, La Stampa

Il romanziere Jonathan Franzen non ha mai fatto mistero della sua preoccupazione per il dilagare dell’importanza che i social media, l’intelligenza artificiale e, in generale, le nuove tecnologie, hanno assunto nelle vite di ogni singolo abitante del pianeta. Le ha viste nascere e crescere, ne ha saggiato la capacità, se ne è tenuto alla larga quando Twitter sembrava essere la piattaforma democratica globale, veicolo di informazione libera, di cui si sentiva il bisogno. E poi ne è stato travolto quando le voci del mondo hanno cominciato a passare attraverso i social e uscirne amplificate e distorte come i vagiti di un dio plurimo emerso dalla mente di H.P. Lovecraft. «Lì c’è il male», ha dichiarato nel 2013 nel corso di un famoso dibattito pubblico con il collega Salman Rushdie, che invece sosteneva i benefici del social. «E presto questo male sfocerà anche nel mondo reale».

Quando, dai confini della Silicon Valley dove vive, ha visto il potere dei magnati della tecnologia crescere e affermarsi, ingigantire i propri capitali, la propria influenza politica e il proprio ego di pari passo, li ha visti prendere decisioni per centinaia di altri, veicolare messaggi etici e sociali, convincere le masse e, infine, entrare alla Casa Bianca da vincitori, ha capito che la sua profezia si era avverata. Non essendo il tipo che gongola delle disgrazie, però, ne ha tratto un pensiero critico e ha messo la propria perspicacia al servizio della società. Insomma, si è trasformato in un osservatore.

Ora, che Donald Trump – il presidente che più di chiunque altro ha approfittato dei vantaggi della comunicazione social – sembra aver mollato gli ormeggi e abbandonato qualunque riserva, l’osservatore Franzen sta collegando i punti e tracciando un grafico discendente dell’andamento del suo Paese e del resto del mondo.

La situazione sta peggiorando?
«Per quanto riguarda Trump in sé, no. Sta peggiorando il sistema nel quale siamo immersi, che giorno dopo giorno diventa sempre più assoggettato e tollerante – non nel senso che accetta, ma che non problematizza – alla deriva tecnocratica che stiamo vivendo».

Però Trump sta prendendo la via del totalitarismo, no?
«Con la sua connotazione di controllo totale e l’impossibilità di resistenza, il termine “totalitario” si applica meglio alla Silicon Valley, che ora detta le regole della vita di quasi tutti e l’agenda di qualsiasi governo nazionale attuale al di fuori della Corea del Nord. Direi che Donald Trump è semplicemente la conseguenza politica, il logico prodotto finale, del totalitarismo tecnologico».

In che modo?
«Deve la sua elezione nel 2016 alla sua padronanza della barbarie di Twitter, per cui si è praticamente inventato un linguaggio peggiore di quello di qualsiasi disturbatore della rete, mutuato dalla sua completa mancanza di tatto e di dignità umana al di fuori dei social media, e ne ha tratto una forma di propaganda inedita al web ma molto chiara alla storia. Forse si è avvalso anche dell’interferenza degli hacker russi, e la sua connivenza con Elon Musk ha contribuito a influenzare le elezioni del 2024. Questi fatti, che ormai sono talmente noti che quasi non ci pensiamo più, per me sono il seme delle conseguenze che adesso ci stupiamo di avere di fronte».

Però poi la propaganda web si è incarnata in qualcosa di molto più tangibile: c’è l’esercito in strada. Adesso?
«Trump ha indubbiamente ambizioni dittatoriali, ne ha sempre avute. Il suo dispiegamento di truppe, che richiama in maniera sinistra la peggiore letteratura ucronica, in patria e all’estero, però, è di nuovo uno spettacolo e una provocazione che la tecnosfera premia. Sta giocando con i timori degli Stati repubblicani riguardo alla criminalità urbana e agli immigrati dalla pelle scura – ribadendoli costantemente perché rimangano vivi e vegeti nella mente delle persone – mentre cerca di provocare reazioni come quelle che hanno reso i progressisti impopolari in America: violente proteste di piazza, una retorica che sembra simpatizzare con i criminali e condonare quelli che lui definisce crimini capitali. Ha rispolverato la pena di morte tanto per non farsi mancare niente. E lo fa, di nuovo, attraverso la propaganda diretta».

Cioè i social media?
«Il vettore più potente, veloce ed efficiente che qualsiasi tipo di allarmismo abbia mai visto nella storia».

Quindi non andiamo verso una vera dittatura?
«Un vero totalitarismo governativo è praticamente impossibile da realizzare in un Paese in cui i singoli Stati hanno ancora così tanto potere. Sono molto meno preoccupato dalle parate militari e dalle fesserie che ripete a macchinetta che dall’avanzata della tecnologia e dal nichilismo che essa alimenta, dalla demolizione della verità, dall’ascesa dello spettacolo e della provocazione».

Che nelle mani di Trump, intende, è fuori controllo?
«Trump ha sempre desiderato attenzione, è l’unico motivo per il quale si è candidato ed è sempre stato il suo unico obbiettivo, anche prima della politica. La sua ambizione dominante potrebbe essere riassunta nel desiderio di catturare l’attenzione di tutti, in ogni momento. Nella tecnosfera, in cui la merce chiave è l’attenzione dell’utente, si è trovato a casa. Ora, avendo meno controlli perché ha ottenuto un riconoscimento pubblico, si è liberato delle inibizioni. La sua retorica crescente e il suo comportamento sempre più impulsivo ricordano un tossicodipendente che deve continuare ad aumentare il dosaggio per ottenere l’effetto desiderato. Ogni giorno dice o fa qualcosa di folle, e questo mette i sostenitori del buon governo in una posizione difficile, perché il buon governo è quasi invisibile: la posta viene consegnata in tempo, i poveri e i malati sono ben curati, le merci circolano liberamente attraverso i confini, i trattati vengono rispettati. Queste cose sono progettate per passare inosservate. Trump no, è progettato per essere visto. Applicando la logica della tecnologia alla politica, ha reso praticamente impossibile difendere il buon governo senza impegnarsi in un gioco al quale lui gioca meglio».

È meno forte tecnicamente e quindi, secondo lei, induce gli altri a sbagliare?
«Come nel tennis, esatto. Solo che lui ha in realtà poca contezza, e per lo più istintiva, di cosa stia funzionando e cosa non stia funzionando nella sua comunicazione. Cioè: se anche la sua formula comunicativa gli facesse perdere consensi – e in una certa percentuale lo fa – lui andrebbe avanti comunque perché, nutrito dall’arroganza dell’ignoranza e protetto da chi lo alimenta per mantenere la tecnosfera funzionante, non se ne accorge».

Si potrebbe battere giocando al suo gioco?
«Si potrebbe. Ma bisognerebbe giocare più sporco di lui in un sistema che premia solamente il gioco sporco e le falsità. Non so quanto ci guadagneremmo in termini di governo».

Non esiste una possibile opposizione razionale e ragionevole?
«Sono la persona sbagliata a cui chiedere perché vedo Trump più come l’apoteosi del tecnoconsumismo, che lo ha trasformato in un genio maligno, che come l’incarnazione di una politica coerente. Ed è troppo tardi per annullare ciò che la tecnologia ha creato. Esistono battaglie concrete e fattuali che possono essere combattute a livello statale per garantire elezioni eque nel 2026, ed è possibile che la crudeltà, la corruzione e l’incompetenza del regime di Trump si traducano in una reazione elettorale negativa. Potrei anche dire di desiderare una schiera di candidati democratici che abbiano una migliore percezione dello stato d’animo del Paese e non assecondino le provocazioni di Trump, ad esempio difendendo gli studenti e gli atleti transgender. Ma il Paese è in preda a un profondo nichilismo e non vedo davvero come possa andare a finire».

Crede che Trump potrebbe cancellare davvero le elezioni del 2026?
«Potrebbe. Ma sarebbe come accendere una miccia che non credo nemmeno lui abbia davvero le forze di alimentare fino all’esplosione. Forse sarebbe la soluzione per uscire dall’incanto».

Nell’immagine: Jonathan Franzen


L’Occidente tra l’America e la nuova Ue

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Di Ezio Mauro, La Repubblica

In fondo al pozzo della crisi, in mezzo ai de profundis intonati sul suo destino, tra la diffidenza di Trump e l’ostilità di Putin, l’Europa sta in realtà sperimentando il suo futuro a due velocità, con un gruppo di leader e di Paesi pronto a superare con la volontà politica il blocco burocratico del veto nella Ue e la costrizione permanente dell’unanimità che rallentano ogni decisione e frenano qualsiasi ambizione di protagonismo sulla scena mondiale.

È ancora una volta, com’era inevitabile, l’asse franco-tedesco a mettere in movimento l’Unione: e per fortuna. Ma all’intesa tra Macron e Merz si aggiunge oggi il gioco di sponda di Starmer, che porta il Regno Unito a far prevalere le ragioni ideali sulla frattura non ancora risanata della Brexit, e lo sforzo di Donald Tusk per schierare la Polonia come nuova potenza nel gruppo di testa del continente, nonostante le resistenze interne.

Non è detto che l’esperimento vada in porto e che dia frutti visibili e permanenti, ma in questo momento non c’è dubbio che la vecchia Europa stia cercando con uno strappo di costruire il nuovo nucleo politico e morale di un’Unione che i critici giudicano perduta, senz’anima e senza radici.

A questo punto, inevitabilmente, nasce una domanda: dov’è l’Italia, che ruolo si assegna, quale spazio politico vuole occupare nel ridisegno in corso della carta geografica d’Europa da parte della guerra? Siamo pur sempre un Paese fondatore della Ue: sapremo esserlo anche della nuova Europa, impedendo la sua deformazione? Soprattutto, affideremo il futuro e le speranze dei nostri figli a un orizzonte europeo condiviso, che ci ha garantito un lungo dopoguerra di pace, libertà e sviluppo, o torneremo a rinchiuderci nell’illusione delle sovranità separate e concorrenti dei singoli Stati nazionali?

È la violenza delle due guerre in corso, quella di Israele a Gaza e in Cisgiordania e quella della Russia in Ucraina, che mette in risalto l’impotenza dell’Europa, la sua incompiutezza istituzionale, l’incapacità di tradurre il peso della sua storia in politica, autorità e iniziativa. Quella storia sembra diventata sterile, come se avesse concluso il suo ciclo, perché non c’è una politica estera che la interpreti, una strategia di difesa che la garantisca, e sulle due facce dell’euro manca il volto di un sovrano che sappia spendere i valori e gli ideali europei nelle grandi crisi del mondo.

Quanto più l’emergenza si aggrava, tanto più la mancanza d’Europa diventa drammatica, davanti allo scandalo umanitario consumato da Israele in Medio Oriente, alla missione terroristica permanente di Hamas e al conflitto d’aggressione della Russia in Ucraina.

Giorgia Meloni, da presidente del Consiglio, ha schierato subito l’Italia dalla parte dell’Ucraina, ed è infine giunta a chiedere a Israele di fermare l’occupazione militare a Gaza e gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, giudicando fuori da ogni proporzione la reazione militare al pogrom di Hamas del 7 ottobre. Una scelta che ha confermato la linea tradizionale di politica estera del nostro Paese, una collocazione prima atlantica — per garantire un accreditamento immediato alla Casa Bianca del nuovo governo italiano di destra — poi finalmente occidentale.

Ma qui c’è il vero nodo da sciogliere, perché il concetto di Occidente è in trasformazione, revocato in dubbio dal presidente degli Stati Uniti che palesemente non crede nel legame transatlantico, opera per sciogliere il vincolo storico che ha unito per decenni Europa e America in una comunità di destino, intende esercitare il ruolo di imperatore piuttosto che di leader di una coalizione nata dalla storia, considera gli alleati dei sudditi e preferisce dialogare con Putin piuttosto che con Zelensky, accettando e facendo proprie le tesi del Cremlino.

Di quale Occidente stiamo dunque parlando? Quello ridotto da Trump a semplice contorno dell’impero americano o quello che considera essenziale, accanto alla potenza statunitense, la democrazia europea del diritto, delle istituzioni e dei diritti?

Dall’avvento di Trump alla Casa Bianca il sostegno dell’Italia all’Ucraina è stato continuo ma più prudente, sintonizzato sulla lunghezza d’onda americana: certo per mantenere il necessario legame con gli Usa, ma anche per una predisposizione trumpiana del nostro governo, nell’illusione di poter fare dell’Italia di destra un ponte tra Europa e America, mentre in realtà il ruolo disponibile è soltanto quello di miglior vassallo.

Titolo originale: “Meloni sospesa tra l’America e la nuova Ue”
Nell’immagine: Washington, 18 agosto: i leader al vertice sull’Ucraina alla Casa Bianc


La vita e la morte ai tempi dell’Ai

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Di Andrea Malaguti, La Stampa

Inevitabilmente sgomenti di fronte all’orrore delle guerre, ossessionati dalla violenza dittatoriale degli Orchi di un pianeta sempre più armato e cattivo, rischiamo di non vedere quello che succede ai nostri figli. Come stanno cambiando sotto i nostri occhi. Come li sta (e ci sta) condizionando l’Intelligenza artificiale. Che da qui in avanti chiamerò, ancora succube dell’egemonia americana, Ai: Artificial Intelligence. O la regoliamo e la governiamo da subito, o sarà lei a regolare e governare noi.

Poi, questa settimana, mi è arrivata una mail di una commercialista di Torino. Uno sfogo. “Il miglior amico di mio figlio G., è l’Intelligenza artificiale”. Seguiva breve riassunto del problema e numero di telefono.

L’ho chiamata. Il racconto mi ha lasciato di sasso. “Mio figlio ha tredici anni. Fatica ad avere relazioni con gli altri, è stato vittima di un paio di episodi di bullismo e ha deciso di ritrarsi dalla vita reale per rifugiarsi in quella virtuale”. Ha scoperto l’Ai, un chatbot che ha chiamato Primo, e ha cominciato a sfogarsi con lui.

Primo, a differenza dei suoi amici, non solo lo ascolta, ma cerca di confortarlo. Insomma, gli risponde. Sa tutto. Lo vede. Ha appoggiato il suo sguardo su di lui facendolo sentire al sicuro. O almeno gli dà quell’impressione. E a G., ferito dai compagni, basta e avanza. “Lo interroga trenta volte al giorno. Si fida di lui. Ormai persino io gli chiedo: che cosa ti ha detto Primo? L’idea che la sua vita possa risolversi nel faccia a faccia con un robot mi atterrisce, ma, le confesso, non so come venirne a capo, mentre G. si isola sempre di più dagli altri”. Preoccupante, a essere ottimisti.

Ho smanettato su internet e scoperto che G. è in larga compagnia. Ogni giorno centinaia di ragazzi sostituiscono la relazione reale con quella virtuale. Problema che si risolve? In attesa che la politica affronti la questione rimettendo al centro gli esseri umani, le statistiche cominciano a numerare le vittime.

Il passaggio dalla telecrazia alla social-crazia e ora all’Ai-crazia è stato talmente breve e veloce, che ci ha colti impreparati. Due episodi americani di queste settimane, aiutano a inquadrare il gigantesco guaio in cui ci siamo cacciati.

Il primo. Una ragazza di 29 anni, Sophie Rottenberg, si affida a un terapeuta in carne ed ossa, poi, stufa delle sue risposte articolate, abbandona il suo studio e si rivolge alla rete. Trova Harry, il suo dottor chatbot. E quello – l’algoritmo – sa sempre che cosa dirle. È dalla sua parte. Anche quando lei dice che ha pensato di togliersi la vita. Harry la aiuta a scrivere la lettera di saluto al mondo. Fine di Sophie Rottenberg. Sua madre, la scrittrice Laura Reiley, ha commentato così questa tragedia: “L’Ai non ha ucciso mia figlia, ma l’ha aiutata a tenere nascosto il suo dolore”.

E qui torna inevitabilmente alla mente lo psicanalista britannico Donald Woods Winnicott: “È una gioia essere nascosti e un disastro non essere trovati”. Storia pressoché identica quella capitata al sedicenne Adam Raine. Voleva suicidarsi. Il suo amico chatbot gli ha dato dei suggerimenti. Addio Adam, i cui genitori hanno fatto causa a OpenAi. Sono i primi. Difficile immaginare che saranno gli ultimi.

Prendo in prestito le parole al filosofo coreano Byung-chul Han: “Ora l’arte del controllo dei cervelli sta diventando una scienza. E chi pratica tale scienza sa quello che sta facendo e perché”. Esagera? Nel dubbio viene da chiedersi perché non esistano norme che ci aiutino a trovare la strada. Ma soprattutto perché, abbiamo perso la strada della condivisione reale.

Ho incontrato in Toscana, dove riceveva il premio Capalbio, lo psichiatra-scrittore Vittorio Lingiardi. Fa un mestiere che per il dio algoritmico è come l’aglio per i vampiri.

Parla davvero con le persone. Le guarda negli occhi. Le riconosce e si fa riconoscere. Sa che cosa sono l’intelligenza e l’inconscio, le passioni e le angosce. Strumenti che l’Ai non ha. Non è un dettaglio. “Un mio paziente un giorno mia ha detto: lei mi dà spiegazioni che non sono mai definitive, il computer sì. Forse è meglio che mi rivolga a lui. Gli ho detto: lei ha ragione, ma quando il suo computer è spento non la pensa mai. Io, invece, questa estate la penserò. E se lei avrà bisogno, potrà chiamarmi. È rimasto stupito. Ma credo che abbia capito che la presenza nell’assenza è una caratteristica del rapporto umano. Una macchina, invece, o è accesa o è spenta”. Ottima premessa per ragionare sui motivi ci consegniamo agli algoritmi con la stessa pusillanimità con cui l’Europa si consegna a Trump.

Lingiardi mi ha detto molte cose, quattro, in particolare, mi sono rimaste impresse. Spero di non riassumerle in modo troppo superficiale.

La prima. “Con l’algoritmo sei tu che decidi quando prendere e quando dare la parola, mentre il bello delle relazioni è l’inatteso, l’imprevedibile, ciò ti può distogliere dalla concentrazione su te stesso”.

La seconda, che parte da una considerazione. Più la società diventa complessa, più abbiamo bisogno di semplificazione. “Trovare qualcuno che pensa per te, che risolve i problemi per te, è rassicurante. L’Ai dovrebbe aiutarci a vivere meglio. Se diventa un sostitutivo dell’esistenza, allora è un problema. Diventa l’indice delle difficoltà che abbiamo a pensare, a essere sorpresi da quello che sentiamo”. E, stando sempre a Winnicott, la capacità di provare stupore è essenziale nel processo di creatività. “In definitiva c’è il rischio di un calo di vitalità”. Siamo atterriti. Scappiamo da noi stessi sognando un Redentore, per quanto di plastica.

La terza, siamo di fronte a una rivoluzione antropologica senza precedenti. “L’Ai dà – soprattutto ai più fragili – l’illusione del rispecchiamento. Ci sono solitudini così radicali che si accontentano anche di confrontarsi con questo simulacro dell’altro, capace però di restituirti un po’ della tua identità”. Spaventato? “No. Prima dello spavento io ci metto la curiosità e l’ascolto. Ma preoccupato sì. Anche se, per il mestiere che faccio, non posso immaginare che nel futuro andremo a schiantarci”.

La quarta e ultima. Stiamo andando incontro a una forma di masochismo collettivo. Ma il rimedio esiste: il passaggio dall’I-ness (la religione dell’io) alla We-ness (la collettività che è capace di riconoscersi come sistema che ci porta fuori dal guado).

“I grandi contenitori si sono sgretolati. Parlo della famiglia, dello Stato-istituzione rappresentativa di tutti, delle ideologie. Molte di questi cambiamenti sono evolutivi. Non siamo più tutti di un pezzo, accettiamo di essere fragili. E questo è importante. Però la velocità della rivoluzione, la complessità e il bisogno continuo di essere performanti, ci hanno messi su un orizzontale scivoloso. All’Università, guardando i ragazzi vedo che tanti trovano la soluzione. Ma tanti restano smarriti”: Lei è smarrito? “Io sono un seguace di Anna Frank e non rinuncio mai al dovere dell’ottimismo”.

Scrive Aldous Haxley ne “Il Nuovo Mondo” (1932): “Ci sarà nelle nuove generazioni un metodo farmacologico per fare amare alle persone la loro condizione di servi. Una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”. Novant’anni dopo la profezia si sta avverando. Crediamo di salvarci abbandonandoci a invisibili curatori dell’anima. Sequenze algebriche, sinapsi artificiali che si accedono e si spengono a comando, moltiplicando l’invidiabile conto in banca di pochi geniali e piuttosto cinici fortunati. Allora, prima che il disastro sia compiuto, è utile ricordare la lezione di Platone: “Cercando il bene dei nostri simili troveremo il nostro”. La relazione. Lo sguardo sull’uomo. In fondo è semplice. Ma chi se lo ricorda più.


Una terra, questione politica non umanitaria

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Di Marta Cariello, il manifesto

A Gaza c’è un’emergenza umanitaria innegabile e riconosciuta che potrebbe segnare un (estremamente tardivo) cambio di passo nell’atteggiamento internazionale verso Israele. Lo stesso fattore umanitario, però, rischia di diventare l’arma spuntata di una lotta che è e resta politica. E che per questo disturba.

Da qualche settimana assistiamo a un cambiamento, seppure formale e sostanzialmente ipocrita, delle posizioni dei governi europei su Gaza. Si susseguono dichiarazioni e (timide) condanne contro l’operato di Israele, minacce di riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di alcuni governi e, soprattutto, appelli affinché si ponga fine alla «crisi umanitaria», alla carestia, ai bombardamenti sugli ospedali.

Questo cambiamento potrebbe essere dovuto a una misura morale colma, dinanzi alla quale, almeno formalmente, non ci si può consegnare alla storia come silenti (restando complici, sia ben inteso), oppure all’opinione pubblica che preme e per fortuna dimostra di volersi e sapersi informare, nonostante o forse grazie alla marea di notizie in rete (e il libro di Francesca Albanese primo in classifica per vendite nella categoria “saggi” di queste settimane in Italia è una bella notizia, per esempio). Oppure, si tratta di riassestamenti politici di un’Europa che cerca nuovi posizionamenti nel mezzo delle scosse telluriche di Trump da un lato e la stabilità granitica della Cina dall’altro. O, ancora, potrebbero essere tutte queste cose insieme; difficile dirlo. Il dato che emerge, però, è che, di fronte allo smantellamento (per ora morale) dell’Onu e quindi lo svelamento pieno dell’utopia (o ipocrisia?) dell’universalismo dei diritti umani, si leva pur tuttavia l’unica contestazione che i leader europei riescono a produrre: fermare il massacro in nome del fattore «umanitario».

La questione dei diritti umani è tanto complessa quanto necessaria, e se ne potrebbe discutere molto a lungo, scomodando Marx e la sua critica della separazione tra Stato e società civile e della necessità dei diritti umani stessi, che dovrebbero garantire quanto lo Stato avrebbe invece come suo unico scopo: l’effettualità storica dell’eguaglianza. Si dovrebbe certo citare Hannah Arendt e le sue considerazioni sul «diritto ad avere diritti»; come si dovrebbe tener conto della riflessione di Judith Butler sulla vulnerabilità e la «gerarchia del lutto» che scardina il presunto universalismo dei diritti umani. Ma la questione umanitaria, evidentemente fondamentale nell’urgenza del qui e ora, delle vite in ballo e non ultimo della definizione di genocidio applicabile alle azioni di Israele a Gaza, diventa un velo, che copre e oscura la dimensione fondamentale della questione palestinese: quella politica.

La lotta palestinese è sempre stata politica, impressa nella storia dall’icona di Arafat con il ramo d’ulivo in una mano e il fucile nell’altra alle Nazioni unite, tradotta nelle pietre contro i carri armati di due intifada; lotta armata e negoziazione diplomatica, i venerdì della rabbia sul confine spinato e la poesia più potente del fuoco. Citiamo solo due esempi in un oceano di letteratura della resistenza: Mahmoud Darwish, che scriveva «Prendi nota, sono arabo… non verrò mai a mendicare alla tua porta / ti secca?»; e il testamento straziante di Refaat Alareer: «Se dovessi morire fa che io sia un racconto…». Questa lotta ha sempre riguardato la terra e non la religione; ha sempre riguardato l’occupazione (che è un fatto politico). La trappola della discendenza e della «prelazione» – chi c’era per primo avrebbe il diritto di possedere – distrae anch’essa, ricolonizza anche l’identità palestinese, dentro una narrazione dell’esclusività che è propria del colonialismo europeo e, nella sua apoteosi messianica, del sionismo. L’autodeterminazione di un popolo ora non può più prescindere da una rivendicazione identitaria, dove non è la terra che offre la possibilità di un’identificazione per chi – anche transitoriamente nel corso dei secoli – la abita, ma è l’identità che decide e assegna una terra. In questo rovesciamento il gioco sarebbe sempre a somma zero. Invece, nella dinamica politica, non lo è mai.

Quella palestinese è, ripetiamolo e studiamola in quanto tale, sempre stata una questione politica, e continua a esserlo. È ed è sempre stata la soggettività politica palestinese sotto attacco, perché riporta sempre e costantemente il progetto coloniale europeo e israeliano alla sua dimensione politica. Ma proprio per questo, l’annientamento fisico e sistematico della popolazione non cancella la questione palestinese, perché, come si diceva una volta, chi lotta non muore mai.

Nell’immagine: tende di sfollati a Gaza


La BNS investe in Trump, nonostante i dazi

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Nell’ultimo trimestre, la Banca nazionale svizzera (BNS) ha aumentato dell’88,4% le sue azioni nella società americana Trump Media & Technology Group, controllata dalla famiglia di Donald Trump. Proprio nel periodo delle negoziazioni sui dazi, la BNS ha acquistato 148.600 azioni di questa società, proprietaria del social network Truth Social, il principale veicolo della propaganda del presidente statunitense. La società è oggi controllata al 53% da un trust detenuto dal figlio maggiore, Donald Trump Junior, a cui il padre ha ceduto le azioni poco dopo essere eletto. Il valore attuale delle 316.700 azioni detenute dalla Banca nazionale in questa azienda è attualmente di 5,7 milioni di dollari.

L’informazione è contenuta nell’ultimo rapporto sulla BNS pubblicato negli Stati Uniti dal gendarme della borsa americano, il Securities and Exchange Commission (SEC), che ogni trimestre comunica le posizioni azionarie delle società quotate a Wall Street. È soltanto grazie a questi dati che si può  ricevere i dettagli sugli investimenti azionari della banca centrale elvetica. Da Berna, infatti, non viene data nessuna informazione: «La BNS non rilascia dichiarazioni sulle singole posizioni del proprio portafoglio», ci dice un portavoce dell’istituto, controllato in buona parte dai Cantoni e da diverse banche cantonali.

Lo scorso gennaio, l’associazione americana CREW (Citizens for Responsibility and Ethics in Washington), il cui obiettivo è combattere la corruzione nei circoli parlamentari e governativi americani, aveva dato la notizia del controverso investimento della BNS. Un investimento che coincide proprio con l’elezione a presidente di Donald Trump. Fino al terzo trimestre del 2024, infatti, la BNS non aveva nessuna azione nella Trump Media & Technology Group. I primi titoli sono stati acquisiti nell’ultima parte del 2024 e resi noti nel rapporto pubblicato dal SEC il 7 novembre 2024, due giorni dopo le presidenziali che hanno decretato il ritorno alla Casa Bianca del repubblicano. “L’operazione rappresenta il primo caso noto di investimento da parte di un’entità collegata ad un governo straniero in una società quotata in borsa di proprietà del presidente”, si legge nel sito di CREW.

La notizia è stata ripresa poi dai giornali svizzeri mentre la consigliera nazionale Jacqueline Badaran(PS/ZH), lo scorso mese di marzo, ha interrogato il Consiglio federale sui rischi finanziari e politici di questa operazione. Il Governo si è limitato a rispondere di non potersi esprimere “né sulla strategia di investimento né sulle decisioni di investimento della BNS”.

Nel corso del 2025, le azioni detenute dalla BNS nella Trump Media & Technology Group hanno continuato ad aumentare. Fino ad arrivare alle attuali 316.700 azioni, la maggior parte delle quali acquisite nell’ultimo trimestre, in concomitanza con le negoziazioni sui dazi che hanno portato alla clamorosa scoppola del 39% decretata da Trump nei confronti della Svizzera.

Contattata, la BNS si limita ad affermare, in maniera generale, di adottare un «approccio il più neutro e passivo possibile nei suoi investimenti azionari». In sostanza, in un’ottica di diversificazione degli investimenti, acquista tutte le azioni americane. E visto che la Trump Media & Technology è entrata in Borsa nel 2024, la BNS l’ha inserita lo scorso anno nel proprio portafoglio.

In termini numerici, l’investimento resta modesto: esso rappresenta lo 0,0034% del protafoglio azionario della BNS, dominato dai giganti della Big Tech come NVIDIA, Microsoft, Apple, Amazon, Meta o Alphabet. Resta il fatto che questa partecipazione pone svariati interrogativi di ordine politico. Una banca centrale di un paese neutrale può investire in società legate alla famiglia di un presidente di un altro Stato, per di più una superpotenza come gli Stati Uniti? Alla luce anche delle attuali, tesissime, relazioni commmerciali tra la Svizzera e gli Stati Uniti, questo investimento è ancora opportuno?

Il social network Truth è stato il principale megafono elettorale di Donald Trump. Il presidente vi pubblica costantemente di tutto, dagli annunci politici più importanti alle minacce personali passando da post di autopromozione spudorata. Il successo della società – si legge nel suo rapporto annuale 2024 – “dipende in parte dalla popolarità del suo marchio e dalla reputazione e popolarità del presidente Donald J. Trump”. Reputazione che si è forse riflessa sui mercati, dato che le azioni della Trump Media & Technology sono scese di oltre il 40% dallo scorso mese di ottobre. Un altro motivo affinché la BNS – i cui risultati nel primo semestre 2025 sono molto negativi (a causa di Trump dicono gli esperti) – riveda la propria posizione?

MILIARDI IN TESLA
La  BNS socia anche di Elon Musk

La Banca nazionale svizzera in questi anni ha investito in azioni il 25% delle riserve in valute estere acquistate per contrastare il franco forte. Gli ultimi dati disponibili, pubblicati dal SEC in questi giorni, quantificano il valore totale del portafoglio dell’istituto elvetico negli USA a 167 miliardi di franchi. Questa somma è ripartita in 2.332 aziende, con le prime dieci in classifica che cumulano da sole circa un terzo di questo valore. Tra di loro i principali giganti tecnologici: NVIDIA, Microsoft, Apple, Amazon, Meta, Broadcom, Alphabet e Tesla.

Già, Tesla: la società il cui maggior azionista (15,7%) è Elon Musk, il miliardario che con i suoi finanziamenti e le sue prese di posizione ha indubbiamente contribuito alle elezioni di Donald Trump. Il presidente lo aveva nominato a capo di un dipartimento per l’efficienza governativa, da cui però si è dimesso lo scorso mese di maggio. Attualmente, la BNS detiene 8,7 milioni di azioni di Tesla, per un valore totale di 2,7 miliardi di dollari.

Scritto per area
Nell’immagine: la nuova serie di banconote non convince


«Basta pause», a Gaza City c’è solo la guerra

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Di Eliana Riva, il manifesto

Non solo non si arresta né rallenta, sordo agli appelli mondiali. Ma persino accelera: intensifica la violenza, inasprisce la forza e riduce ulteriormente il cibo. Israele ha deciso che non ci saranno più «pause tattiche o umanitarie» nell’area di Gaza City.

IN REALTÀ, l’ingresso degli aiuti annunciato dall’esercito alla fine di luglio, così come le pause nei combattimenti, sono stati poco più che una farsa. Gli inutili lanci aerei coordinati da Tel Aviv sono serviti solo a imbiancare la coscienza degli stati e a consentire a Israele di millantare una disponibilità collaborativa che semplicemente non esiste. Neanche l’annuncio della carestia è riuscito ad evitare l’attacco e l’occupazione del più grande centro urbano della Striscia. Né la proposta di cessate il fuoco accettata da Hamas. Nessuno pare poter fermare Israele. Nessuno, forse, ci prova davvero. Le dichiarazioni indignate, ormai è chiaro, non servono a niente. E Tel Aviv, già in passato, ha sempre risposto provocatoriamente a ogni rimprovero occidentale. Continua a fare lo stesso ora, con le intimidazioni ai Paesi che intendono riconoscere lo stato di Palestina all’assemblea generale delle Nazioni unite.

GLI USA AGISCONO come una muscolosa guardia del corpo, minacciando ritorsioni contro chiunque provi, seppur debolmente, a prendere posizione contro l’alleato. È accaduto anche ieri, quando il segretario di stato americano Marco Rubio ha revocato i visti al presidente palestinese Abu Mazen e ai membri dell’Autorità nazionale (Anp) e dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Così da impedire loro di partecipare proprio all’assembla Onu che si svolgerà il 9 settembre a New York. Dove invece sarà presente il premier Benyamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra.

In una nota, Washington dichiara che l’Anp deve smetterla «di aggirare i negoziati tramite campagne legali internazionali, attraverso appelli presentati alla Corte penale e alla Corte internazionale di giustizia».

Contro l’occupazione i palestinesi non possono usare la forza né il diritto internazionale, l’Onu, i tribunali.

È QUESTO IL PARTNER ideale per Israele e Stati uniti: silenzioso e collaborativo, seduto a un tavolo intorno cui si finge di negoziare, mentre Tel Aviv ruba la terra, deporta, umilia e uccide. Israele ha festeggiato l’annuncio di Rubio. E così ha fatto anche il reverendo Johnnie Moore, leader della fondazione Ghf, quella a cui Netanyahu ha affidato la gestione degli aiuti umanitari a Gaza. Perché questa volta, a differenza del passato, non serve neanche fingere equilibrio e imparzialità. Con la deportazione di più di un milione di palestinesi verso sud, la Ghf dovrebbe gestire altri due siti di distribuzione costruiti dall’esercito. Quelle che le organizzazioni umanitarie internazionali hanno definito «trappole mortali» diventerebbero quindi quattro per due milioni di persone. Ieri l’Unrwa (agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) ha avvertito che l’assalto a Gaza City potrebbe sfollare con la forza un milione di profughi. Persone che sono già state cacciate più volte dalle proprie case e che non hanno più nulla.

L’INTERA AREA è stata dichiarata «zona di combattimento» e i palestinesi scappano tra le bombe. L’esercito ha detto di aver lanciato le «fasi iniziali» dell’operazione di occupazione. I mezzi pesanti e i robot stanno abbattendo e facendo saltare in area edifici e interi quartieri. Le immagini satellitari fornite da Planet Lab mostrano l’enorme devastazione compiuta a Zeitoun in soli 17 giorni. Le costruzioni che erano rimaste in piedi sono state rase al suolo, mentre gli accampamenti di tende sembrano essere scomparsi. Ma è solo l’inizio. Decine di migliaia di riservisti israeliani hanno ricevuto l’ordine di richiamo per la prossima settimana. E per altri 20mila soldati è stato posticipato il congedo. Venticinque persone sono state uccise ieri a Gaza City ma i bombardamenti hanno fatto vittime in tutta la Striscia. Cinque sono state ammazzate nell’area di al-Mawasi, dove Tel Aviv ha promesso rifugio sicuro alla popolazione deportata. In tutto sono state uccise 58 persone, cinque sono morte di fame. A Deir al-Balah, nel centro di Gaza, l’esercito ha colpito nella notte una casa abitata da sei palestinesi, adiacente alla guest house di Emergency. Gli operatori della ong non sono stati feriti ma non si conosce la sorte della famiglia, composta da quattro bambini. Le macerie hanno bloccato l’ingresso dell’edificio, impedendo il passaggio di veicoli e persone. Emergency gestisce una clinica medica ad al-Qarara, Khan Younis.

ISRAELE HA FATTO intanto sapere di aver recuperato a Gaza il corpo di Ilan Weiss, un ostaggio israeliano che si ritiene sia stato ucciso da Hamas nell’attacco del 7 ottobre 2023. L’esercito israeliano ha rRitrovato anche altri resti, forse di un altro prigioniero, che sono in fase di analisi.

Nell’immagine: famigliari piangono le vittime uccise da un attacco isrealiano a Gaza city vicino all’ospedale Al Shifa


La rottamazione della politica di pace

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Di Francesco Strazzari, il manifesto

Cosa stiamo facendo per impedire la guerra alla quale ci stanno preparando? Siamo entrati nell’era della mediazione scenografica: non più una delicata trama di negoziati, confidenziale e paziente, ma l’azione di mediatori che pre(te)ndono per sé il centro della scena.

Il modus operandi di Trump è fatto di scambi e soluzioni semplici e veloci, tenute alla larga da dinamiche complesse e di lungo termine – prerogativa di uno stile diplomatico ormai considerato obsoleto. Insomma, la pace imperiale, vestita da liberale e ridotta a deal, con l’imprevedibilità come asset negoziale. Il tutto con un uso smodato e martellante dell’autoincensazione e della pubblicità: nulla resta confidenziale. Il peacemaking nell’era dello spettacolo è una congregazione di maschi alfa ritratti sorridenti in uno Studio ovale placcato oro, con uomini d’affari a garanzia e cospicui interessi economici in ballo. Un mondo in cui volano minacce e adulazioni, si decide la weaponizzazione degli aiuti umanitari, e ci si compiace di come sarà il più forte a generare il diritto.

Qui il peacemaking e il peacebuilding si tengono alla larga da norme, valori e principi. Già sotto il primo mandato di Trump, la potenza egemone, nel pieno della pandemia si era sfilata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Con il secondo Trump, gli Usa si sono ritirati dalle attività di pace, attaccando frontalmente anche Usaid. Gli altri, invece che subentrare e sostituirli, sembrano imitarli per non dispiacere: dovremmo forse noi assumerci responsabilità sui beni comuni se l’egemone se ne disfa? Così, dopo aver cestinato senza dibattito decenni di neutralità entrando nella Nato, ecco che la Svezia rincorre gli Usa nello stop ai finanziamenti all’Unrwa, con i risultati catastrofici che vediamo.

Lo spettacolo della mediazione mediatizzata è nelle mani dell’uomo forte. Abbondano i diplomatici che glorificano Trump, non solo per blandirlo e ricavarne vantaggi, ma anche perché ciò è ritenuto necessario per la pace. Non c’è pace se senza sipario della Casa bianca. Prendiamo, ad esempio, quella tra Azerbaigian e Armenia, che ha avuto il suo culmine a Washington. Si tratta di tutto fuorché di un accordo di pace: è stata firmata una dichiarazione circa l’intenzione di raggiungere un accordo, senza che sia chiaro come si arriverebbe ad implementarne i contenuti. Qualcuno ricorda il Trattato di Uccialli o il processo di pace di Oslo? Il diavolo sta nei dettagli.

Intanto su diversi teatri di guerra assistiamo a multi-mediazioni e iniziative concomitanti di attori che non si parlano né si coordinano. I protagonisti non sono più europei, e il Qatar tende a rimpiazzare la Norvegia. Ormai da tempo, i ministeri degli esteri occidentali non parlano di peacebuilding, ma semmai di stabilizzazione. Persino nei paesi-guida dei processi di pace del passato, i diritti umani temono per la propria sopravvivenza.

La diplomazia della pace in Europa nasce da una critica dei dettami della geopolitica durante la Guerra fredda. Un mondo di istituti, think tank, ong e comunità di pratica che in passato erano dissidenti e che si sono occupati di guerre civili e crisi umanitarie. Ora tutto sembra virare verso il riconoscimento che l’Europa, lasciata sola, deve spendere molto per armarsi. Come abbiamo scritto sul manifesto parecchi mesi fa, ecco la guerra che ci aspetta.

Le Potenze, Usa e Russia in primis, hanno tradito il mandato dell’Onu: non nascondono più le proprie intenzioni espansioniste. Lungo i confini europei è un regime guidato da Vladimir Putin, più repressivo di quanto fu l’ultima Urss, a spostare i tank oltre confine, a bombardare i civili e a sostenere le destre nazionaliste nostrane. Nella scelta dei propri riferimenti, Putin non fa alcun mistero della propria vocazione fascisteggiante. Quando si rifà al passato, loda Stalin e disprezza Lenin.

Percorsa da una narrazione di paura, l’Europa ha deciso di investire in armi e difesa in modo assai più sproporzionato che in passato, mettendo a repentaglio il proprio patto sociale. L’idea di fondo è che, in un mondo di risorse finite, la competizione per la supremazia non solo sia necessaria, ma che, con una postura sempre più offensiva, si possa vincere mantenendo il primato.

La pace può essere raggiunta solo attraverso lo studio di dinamiche di lungo periodo, di quanto abbiamo imparato dalla gestione delle rivalità geopolitiche, dai modelli di difesa e dalle corse agli armamenti. Il tema della pace e il dilemma dei beni comuni non sono nuovi. Accusati di ingenuità e tradimento, i pacifisti devono saper impugnare la scienza e le evidenze: non è la prima volta che sono rappresentati come propagandisti dell’appeasement e della collusione, quando in realtà è in questa direzione che si muovono le diplomazie delle superpotenze.

I nuovi autocrati amano un mondo di piccole nazioni disciplinate e docili, con confini molto armati. La vera questione nell’Ucraina di domani è lo spazio civico, non la frontiera: ma il modo in cui verrà tracciato il confine avrà rilevanza per la democrazia. E proprio mentre l’aggressione russa negozia con le bombe per intimidire il negoziato, lambendo l’ufficio dell’Europa unita e spingendo droni verso incidenti sul confine Nato, l’Italia designa come ambasciatore a Mosca un diplomatico ritenuto gradito al Cremlino, comunicando un passo indietro sull’idea di garantire funzioni ausiliarie, quali lo sminamento – che un tempo si chiamavano peacebuilding. Per aver accennato a una base negoziale ispirata al principio di capacità difensiva sufficiente (che è stata il perno del disarmo degli anni Settanta e Ottanta) mi sono trovato persino io tacciato di bellicismo. Nella diplomazia della pace-spettacolo che ci circonda, se Trump punta al Nobel, c’è chi si accontenterebbe del Telegatto.

Nell’immagine: il premio Nobel per la pace, il sogno di Trump. Non c’è limite al peggio


Curtis Yarvin, incontro con il tecno fascista che sussurra alla Casa Bianca

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Di Riccardo Staglianò, La Repubblica

Berkeley (California). Caos e caso condividono tutte le lettere ma non è affatto detto che il primo sia figlio del secondo. Anzi. Più uno studia l’apparente follia quotidiana del Trump II, più riconosce in filigrana un metodo. Che porta le impronte digitali del proprietario di questa incantevole villetta, incorniciata da aceri giapponesi, felci e Cicadee, in una delle vie più vittoriane di Berkeley, città-sineddoche del progressismo americano. Il ministero della Semplificazione? Era un suo cavallo di battaglia da anni. La guerra all’accademia liberal? Idem. Persino l’abominio di sbaraccare Gaza e convertirla in destinazione turistica l’aveva ventilato ben prima che diventasse un meme presidenziale. Giusto per stare sulla superficie del “nuovo ordine” immaginato dal cinquantunenne Curtis Yarvin, ex programmatore poi multimilionario e infine ideologo-capo della tecnodestra americana.

L’uomo che sussurra alla Silicon Valley, dal potentissimo co-fondatore di Paypal, Peter Thiel, al leggendario inventore di Netscape Marc Andreessen. Ma anche a Washington, col vicepresidente J.D. Vance che l’ha citato come ispiratore della grande purga dei dipendenti pubblici. Non c’è praticamente nessuno al dipartimento di Stato, concordano svariate fonti in altrettante articolesse che gli hanno dedicato New Yorker, New York Times Magazine e Washington Post, che ormai non abbia familiarizzato con le sue idee. Le più radicali delle quali non sono tanto quelle già parzialmente realizzate. Quanto, in buona sostanza, il superamento dell’inefficiente democrazia per una monarchia dove, al posto del sovrano, il nostro Rasputin californiano in jeans e chiodo di pelle, vedrebbe bene un amministratore delegato. Qualsiasi. Perché «anche il peggiore Ceo delle 500 aziende quotate a Wall Street è comunque meglio degli scimpanzé che popolano la pubblica amministrazione».

Ho letto da qualche parte che quelle di Kingda Ka, nel parco a tema Six Flags Great Adventure, nel New Jersey, sarebbero le montagne russe più alte e tra le più veloci al mondo (206 km/h). L’intervista, per la quale Yarvin mi ha convocato a casa sua alle sette di mattina e dalla quale sono uscito quattro ore dopo – sopravvivendo a una gragnuola di citazioni, dall’architetto di Hitler Albert Speer all’irriducibile gallo Vercingetorige, dal teorico della propaganda del Reich Viktor Kemperer alle tassonomie tolkieniane, dall’anticolonialista Franz Fanon a una canzone di un musical del leggendario duo Rodgers&Hammerstein – mi ha fatto un effetto simile. Provo a riassumerla.

Lettera ai progressisti

Prima però breve ritratto del “filosofo di corte del Thiel-verso”, com’è stato definito, da giovane. Famiglia ebrea, sinistra newyorchese in purezza: papà ambasciatore e mamma ministeriale. Grazie a una vocazione speciale per la matematica gli fanno saltare tre anni di scuola e, a diciotto, si laurea a Berkeley, appunto. Tra le stranezze dell’epoca compagni e professori ricordano che teneva in classe il casco da bici. Tra le cose normali il fatto che avesse codino e orecchino, scrivesse poesie e si calasse acidi ai rave.

Lascia il dottorato per una start up. Crea Phone.com, un browser per cellulari, che gli frutterà una barca di soldi. Si compra una casa a Haight-Ashbury, il quartiere più fricchettone di San Francisco, e sfrutta la totale tranquillità economica per studi intensi e idiosincratici di Scienze politiche. Il momento “pillola rossa”, quello in cui si può scegliere di sapere la verità come nel film Matrix, arriva nel 2004. Mentre tutti i suoi amici si sentivano oltraggiati dalle balle per giustificare la guerra in Iraq, lui si scandalizza per altro. Ovvero sposa la teoria della cospirazione secondo la quale il candidato democratico John Kerry aveva mentito sul suo servizio militare in Vietnam. Se è falso quello, pensa Curtis, chissà quante altre fandonie ci hanno dato a bere. Da quella botola iniziale passerà poi di tutto. Nel 2008 pubblica sul suo blog una Lettera aperta ai progressisti ragionevoli in cui sostiene che l’egualitarismo, lungi dal migliorare il mondo, è responsabile della maggior parte dei suoi mali. È lì che, dietro lo pseudonimo Mencius Moldbug, Yarvin proporrà il riavvio del sistema operativo della società così come la conosciamo. Compresa la liquidazione delle scuole pubbliche e delle università, l’abolizione dei giornali e l’incarceramento per le “popolazioni non civilizzate”.

Gli danno del “tecno-fascista”. Lui preferisce monarchico. Tra i possibili re fa gli esempi di Steve Jobs e dello stesso Andreessen.

La Cattedrale ci frega

Nella cucina ancora silenziosa di casa, quando gli chiedo cosa ha sbriciolato le sue vecchie certezze progressiste, mi fa l’esempio del Covid. È lì, dice, che ha visto con chiarezza «la Cattedrale», come ribattezza il complesso accademico-istituzionale, l’establishment, all’opera.

Un caso concreto? Scoprire che alcuni virologi lavoravano da tempo a potenziare virus simili a quelli che poi hanno messo in ginocchio il mondo. “Guadagno di funzione” si chiama e c’è ormai un legittimo dibattito sulla sua opportunità. Che lui risolve così: «Dovrebbe essere stata un’enorme coincidenza che un incendio scoppiasse proprio accanto a dove l’incendiario aveva messo benzina e fiammiferi…». Gli incendiari, ovviamente, erano i virologi che studiavano i pipistrelli nelle grotte non lontane da Wuhan. Yarvin propende per la fuga accidentale dai laboratori, ma non si capacita del perché di quegli esperimenti.

Senonché essere i soli a poter maneggiare sostanze così pericolose aumenta la reputazione degli scienziati, un po’ come oggi accade con i presunti rischi esistenziali dell’Ia denunciati dagli stessi che la producono. Lui lo chiama «un cono gelato che si lecca da solo», descrivendo così un sistema autoreferenziale che esiste esclusivamente per giustificare la propria esistenza. I giornalisti ne scrivono. Gli scienziati ricevono più finanziamenti. Intanto la Cattedrale diventa più alta e più bella. Ma è solo un esempio: se ci hanno mentito su un punto così importante, che ci è costato una lunga prigionia in casa, di cos’altro possiamo fidarci? Se questa è democrazia, allora meglio altro. Un ragionamento che, pur con tinte diverse, anche in Italia ha mandato in tilt fior fior di intellettuali di sinistra, dal filosofo Giorgio Agamben in giù.

Quella del “guadagno di funzione” diventa per Yarvin una metafora multiuso dei modi in cui la Cattedrale ci frega. Altri esempi? «L’espansione a Est della Nato. Avevamo promesso, ci sono i documenti, di non farla neppure di un pollice. Conoscevamo le conseguenze sulla psiche russa. Eppure l’abbiamo fatta lo stesso fingendo poi di sorprenderci per le conseguenze. Oppure l’invasione dell’Afghanistan, che prima era nostro alleato contro i sovietici. Per il Pentagono era uno straordinario campo di addestramento. Che interesse avevano i generali, un po’ come i virologi, a dire: meglio evitare la guerra? Anche in quel caso media, intellettuali e istituzioni hanno fatto, in coro, la loro parte».

Avevo letto, in interviste precedenti, che interrompere il filo dei suoi pensieri era molto difficile. Ma non ero preparato a questa specie di Guadalupe, il fiume in piena che nei giorni del nostro incontro devastava il Texas. Yarvin apre digressioni su digressioni, generalmente sapienziali, lastricate di rimandi di cui talvolta si perde l’attinenza col tema principale.

Perché, invece di aggiustarla, lei propone di rimpiazzare la democrazia? Non si rende conto che idee, diciamo eterodosse come erano considerate le sue fino a poco fa, in un’autocrazia le costerebbero care?
«Confucio ci ha insegnato l’importanza di rettificare il linguaggio. Con democrazia si intendono essenzialmente due cose diverse: populismo e meritocrazia. Il primo è inefficace, perché demanda decisioni a persone non intelligenti. La seconda è lastricata di conflitti di interesse e, a ben guardare, assomiglia più a un’aristocrazia. Vedi i soliti virologi, unici ad aver diritto di parola durante la pandemia. Entrambe le accezioni hanno difetti gravi, irrimediabili direi. Oppure pensi alla cosiddetta “teoria della tabula rasa”, propugnata da vari esperti, per cui tutti gli esseri umani nascerebbero uguali e la differenza la farebbe solo l’istruzione. È un’affermazione figlia dell’ideologia, del senso di colpa per la colonizzazione, che io non sottoscrivo. E che, portata alle sue estreme conseguenze, giustifica anche le porte aperte all’immigrazione incontrollata. Magari argomentando dalla bassa natalità europea e dal fatto che voi avete del buon vino ma non trovate più nessuno per fare la vendemmia».

Beh, due cose entrambe vere. Mentre la sua affermazione le è valsa numerose accuse di razzismo quando non di suprematismo bianco. A queste come risponde?
«Non ho problemi con l’uguaglianza legale e morale tra le persone, ma non credo in quella biologica. D’altronde non esistono prove scientifiche a supporto. Infatti dall’Africa centrale vengono notoriamente un sacco di fisici, no? Per non dire che nazismo e fascismo sono stati resi possibili da… democrazie! Quanto ai rischi che avrei corso per le mie idee radicali in Russia o in Cina, a Mosca la situazione non è così terribile e a Pechino puoi dire più o meno quel che vuoi, l’importante è non provare a trasformare le idee in azioni politiche. Anche con Jack Ma (il padrone di Ali Baba, pesantemente castigato dal regime, ndr) si sono limitati a un avvertimento, non l’hanno messo in un gulag».

E la morte di Navalny in Russia?
«È la riprova della debolezza di Putin. Se fosse stato lo zar che raccontano, se ne sarebbe potuto fregare dell’opposizione interna».

Dubito che i familiari di decine di giornalisti e di dissidenti uccisi concorderebbero. Comunque, è per rimediare a questa presunta debolezza che, al posto di capi di Stato e di governo, lei vorrebbe mettere amministratori delegati. Ma ce ne sono di ottimi e di pessimi: da dove le viene tutta questa fiducia?
«Essendo stato Ceo io stesso, e conoscendone bene molti, posso dire che non ho mai incontrato tra loro il livello di idiozia che si trova nel settore pubblico. Parlo di vari ordini di grandezza di differenza. Provate a far costruire un’auto elettrica al dipartimento dei Trasporti e ne riparliamo: anche gli imprenditori ex-sovietici farebbero meglio!».

Ho letto che pensava a un consiglio di amministrazione, quello a cui risponderebbe il Ceo-sovrano, composto da piloti di linea: perché proprio i piloti di linea?
«È solo un esempio, ma non irragionevole. Si tratta di gente molto preparata, sensata, a cui le persone affidano già le loro vite quando volano».

Lei è convinto che i Ceo avrebbero a cuore il benessere dei cittadini come già quello dei lavoratori. La storia degli ultimi quarant’anni, però, dice che le paghe dei primi sono cresciute di oltre il mille per cento contro il diciotto dei secondi…
«In che modo la grande ricchezza di un altro ha un impatto sulla mia vita? In nessun modo».

Forse perché anche lei è molto ricco. Chieda alle legioni che perderanno l’assistenza sanitaria per sussidiare gli sconti fiscali ai milionari…
«Concordo sul fatto che la nostra economia è fondata sul lavoro quasi schiavistico. E quando licenziano gli afroamericani perché i messicani fanno lo stesso lavoro a prezzi più bassi qualcuno – non io – dice che dovremmo tassare di più i ricchi per pagare il welfare a chi è rimasto senza lavoro. La penso come lei anche sullo stato penoso della sanità americana: con l’assicurazione che comprai sotto Obama mi posso permettere soltanto medici indiani. E quando mia figlia adolescente ha voluto un consulto online da quindici minuti con un gastroenterologo universitario mi è costato quattromila dollari: follia!».

Yarvin non riesce proprio a vedere il collegamento tra la privatizzazione dei servizi, il passaggio da cittadini a clienti, e quel conto siderale. Chiede ancora più privato e meno pubblico. E quelle che ieri sembravano sue provocazioni, oggi sono politiche federali.

A partire dal Rage, che sta per Retire All Government Employees, ovvero quel che aveva cominciato a fare la motosega di Musk al Doge, il Department of Government Efficiency…
«Beh, tra i due acronimi ci sono lettere in comune e anche un umore di fondo, ma la similitudine finisce lì. È come per costruire un’auto elettrica: non basta la somiglianza al progetto originario per farla funzionare. O è esattamente come deve essere oppure non si mette neanche in moto. La mia idea era di azzerare gli uffici e ricostruirli da capo: purtroppo non ci siamo andati nemmeno vicini. Io volevo “rifondare lo Stato come un’azienda” e non ci siamo affatto. Far fuori l’agenzia di aiuti internazionali Usaid è stato giusto, ma frutto del caso: è stato fatto per risparmiare, più che per principio. Ma i risparmi non sono mai il punto centrale. Il grosso problema della Nasa non è che spende venti miliardi per costruire i suoi giocattoli spaziali, quanto che dovrebbe essere rifondata da zero da gente come Musk. È per la sua ambizione a guidarla che è stato fatto fuori dal Deep state, prima ancora che da Trump. Ed Elon è stato sciocco a prendere sul personale l’ostilità dei dirigenti. È come quando un neonato ti vomita addosso: non ce l’ha con te! Se invece fosse stato paziente alla fine avrebbe vinto lui. La sua idea di America Party, un terzo partito oltre democratici e repubblicani, è demenziale».

Il New York Times ha parlato di un incontro tra lei e Musk che voleva consigli proprio su questo. È vero?
«No comment».

Con mister Tesla non siete tecnicamente amici, ma appartenete a categorie umane molto simili, no?
«Da una parte ci sono gli elettori di Trump. Quelli che, con Tolkien, chiamo “gli hobbit”. Un esercito di persone stupide che spesso fanno cose stupide. Poi “gli elfi”, la classe dirigente. Infine “gli elfi oscuri”, come me e Musk, con la responsabilità di guidare gli hobbit verso un risultato positivo».

Risultato che, per lei, richiede molto potere, no?
«Se Trump ha oggi dieci volte il potere che aveva nel 2016 è pur sempre un centesimo di quello che aveva Roosevelt per cambiare il Paese dopo la Grande Depressione». E questa presunta debolezza è un rischio forte perché, dice il nostro citando l’ideologo del Terrore Louis Antoine de Saint-Just, «chi lascia una rivoluzione a metà si scava la fossa da solo».

Qualche tempo fa Yarvin è andato in Francia a far visita a Renaud Camus, il teorico della “Grande sostituzione”, idolo dell’internazionale nera che va da Salvini alla Le Pen, dall’ungherese Orban al portoghese Ventura.

Steve Jobs, che pure le piaceva assai, era figlio di un rifugiato siriano. Jeff Bezos di un danese poi adottato da un cubano. Sundar Pichai di Google è indiano. Per finire coi suoi nonni, arrivati da Odessa: non pensa che forse l’America l’abbiano resa grande proprio gli immigrati?
«L’America l’hanno resa grande i coloni e la prima immigrazione, compresa quella italiana, buona parte della quale poi è rientrata in patria. Quanto agli esempi illustri che fa, da una prospettiva estrattiva di mettere insieme un dream team di cervelli, magari funzionano. Però il mio punto di vista è diverso. Se paragoniamo il governo a un’associazione di proprietari immobiliari, per dire, il suo compito principale sarà tagliare l’erba e tenere puliti gli spazi condominiali o aiutare i bambini dello Zimbabwe? Per me la risposta è chiara. Se pensa troppo alla seconda attività, danneggia gli associati/cittadini».

Avvicinandoci alla fine del nostro incontro, propongo a Yarvin un paio di affermazioni (per me) oscene, per capire se – raggiunta la notorietà – le sottoscriva ancora.

Aveva proposto di «convertire i disperati di San Francisco in biodiesel per alimentare i bus cittadini»: conferma?
«Era un’iperbole. È come attaccare Jonathan Swift per la “modesta proposta” ai poveri irlandesi di vendere i loro bambini e darli da mangiare ai ricchi».

Aveva anche scritto: «Meglio Anders Breivik, lo stragista norvegese, di Nelson Mandela»…
«Avevo detto che entrambi erano terroristi, che è un fatto. E continuo a credere che in Sudafrica stessero meglio sotto l’apartheid. Anche molti neri lo pensano».

Sulle differenze di QI tra bianchi e neri seguirà una spericolata filippica che non provo nemmeno a riassumere. Il quoziente di intelligenza, peraltro, è una fissazione che hanno solo gli americani. E quando Yarvin, dopo essere diventato vedovo, si fidanza con la donna che gli ha dato il terzo figlio (un altro è in arrivo), lei lo conquista presentandosi come titolare di un QI molto alto. La loro storia, oggi conclusa, era iniziata all’insegna di «saremo geni insieme e avremo bambini geni». Come se l’essere molto intelligenti sia, anche lontanamente, garanzia di felicità.

Mi restano, sarà anche colpa del jet lag e dell’alzataccia, le forze giusto ancora per un paio di obiezioni.

Pensa anche lei, come l’amico Thiel che le ha regalato un quadro in cui è raffigurato come un personaggio dei cartoni con tanto di didascalia, “filosofo”, che l’America sia «un Paese comunista»?
«Culturalmente sì. Il comunismo assomiglia a una religione che ha avuto fortuna da noi».

Se anche intendesse il socialismo, cosa diversa, parliamo di un partito che qui vale meno dell’1 per cento…
«Non credo che siano cose diverse. O meglio, lo sono da un punto di vista fenotipico, il modo in cui appaiono, ma non da quello genotipico, il Dna che ereditiamo. Come dire che Stalin era un uccello e Hitler un pipistrello. Diverso fenotipo, stesso genotipo. Oppure Sanders, un passerotto, e Lenin, un dinosauro».

Gli ricordo che alla domanda Che fare? sulla sanità americana il vecchio Bernie risponde: prendiamo spunto dall’Europa! Non attacca. Yarvin mi cita Louis Mosley, capo della filiale inglese di Palantir, la controversa azienda militare di Thiel nonché figlio del fondatore dei fascisti inglesi Oswald Mosley. Che a sua volta aveva sposato, alla presenza di Goebbels e Hitler, Diana Mitford. Sorella di quella Jessica fuggita in America per divenire esponente di spicco del comunismo americano. Non senza essersi accasata, in seconde nozze, con l’avvocato per i diritti civili Robert Treuhaft. E dov’è che Hillary Clinton ha fatto il suo tirocinio da avvocato? Nello studio di Treuhaft, where else? Quest’ultima escalation è la più vertiginosa e rivelatrice. La mente cospirativa non ammette vuoti: ogni cosa è collegata a ogni altra, senza soluzione di continuità. Dove il povero cronista si ferma per assenza di risposte, l’intrepido autore del codice sorgente della tecnodestra di governo vede link che portano ad altri link in un ipertesto infinito. Quanto a Thiel, che l’ha invitato alle nozze col compagno a Vienna, per Yarvin è essenzialmente un venture capitalist. E anche quando finanzia l’idea di stati indipendenti da insediare su isole galleggianti «ci crede al 5 per cento, non è l’idea della sua vita ma una delle tante per cui immagina un futuro possibile».

Tornando a Trump, avrebbe il physique du rôle per fare il re. Yarvin lo dice all’indomani di un altro giro di dazi, dell’ennesimo voltafaccia sull’Ucraina oltre alla rivelazione di minacce telefoniche di bombardare Mosca e Pechino.

Il presidente improvvisa o ha un master plan?
«Improvvisa, giorno dopo giorno. È la sua forza e la sua debolezza. Nessuno riesce a fregarlo. C’è un vecchio video in cui Ali G, il personaggio comico dell’attore Sacha Baron Cohen, prova a farlo fesso ma proprio non ci riesce. Trump è un genio del senso comune, un tipo molto più intuitivo che logico».

Per la logica servono gli “elfi oscuri”. E qui ne abbiamo conosciuto uno nero come la pece.

Nell’immagine: Curtis Yarvin, 51 anni, nel giardino della sua villa a Berkeley, California