Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv
Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv
Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Di Lujayn, The Nation
Lujayn è una giovane scrittrice palestinese che del febbraio 2024 racconta la vita a Gaza tramite il sito americano The Nation. Questo è il suo resoconto più recente
Abbiamo vissuto mesi insopportabili. Ma dimenticate il passato: questa è la pesante realtà del presente. Bombardamenti, sfollamenti e malattie ci tormentano, senza medicine per combatterle. La fame attanaglia ogni singolo corpo.
Io e mia madre siamo uscite in cerca di generi di prima necessità. Abbiamo trovato ben poco. E quel poco che c’era aveva prezzi folli. 100 dollari per un chilo di farina. Più di 140 dollari per un chilo di zucchero. Ci vorrebbe la caverna magica di Alì Babà per potersi permettere queste cose!
Una settimana fa, mio padre è riuscito in qualche modo a procurarsi cinque chili di farina. Mia madre li ha divisi, una parte per noi, il resto per i vicini. Perché nessuno ha abbastanza da mangiare.
Per strada? La prima cosa che colpisce è la stanchezza scolpita su ogni volto. Il pallore malaticcio. La terrificante perdita di peso che sta devastando tutti. Sì, me compresa.
I bambini siedono sul ciglio della strada. Non chiedono soldi. Chiedono un pezzo di pane.
E l’occupazione? Hanno il coraggio di vantarsi di aver aperto la cosiddetta “Fondazione umanitaria di Gaza” (Gaza Humanitarian Foundation)? Non fatevi ingannare. Non è altro che una trappola mortale. Un nuovo modo per umiliarci e sterminarci.
Volete sapere come si fa a ottenere una scatola di cibo o della farina da loro?
Semplice, la gente corre. Una maratona disperata e mostruosa. Il traguardo? Forse un proiettile in testa o nel corpo. O forse si viene semplicemente schiacciati a morte, soffocati nella calca di migliaia di persone che cercano di accaparrarsi una delle poche scatole che offrono. O forse si muore di fame sulla via del ritorno, trasportati a casa nel sacco di farina vuoto che speravi di riempire per i tuoi figli affamati, trasportati a casa morti.
Passando, ho visto persone che vendevano i propri vestiti. I propri telefoni. Ma la cosa peggiore? L’uomo che vendeva i propri apparecchi acustici. Non gli importava se non avrebbe più sentito. Doveva solo sfamare i bambini che lo aspettavano a casa, era l’unica cosa che contava.
Non abbiamo trovato nulla. Nulla, nemmeno le medicine di cui mia madre aveva bisogno quando siamo andati in quello che restava dell’ospedale. All’interno? Solo file di persone. Medici che cercavano di riempirli di liquidi per via endovenosa, lottando contro il collasso e le vertigini causati dalla fame.
Se guardate i telegiornali o scorrete i social media, quello che vedete è solo una goccia nell’oceano di sofferenza che si sta verificando proprio ora, proprio qui, sul campo.
Cosa significa per un essere umano morire di fame? È una domanda a cui ho visto rispondere molte volte.
Milioni di persone guardano. Si parla solo di speranza, di negoziati. Vediamo quella speranza come la mitica fenice, un uccello magico che ci salverà dalle fauci della bestia. Sappiamo che sono tutte bugie, bugie tanto quanto la fenice stessa.
La morte di un’anima palestinese per mano di una bomba o per fame è diventata solo un rumore di fondo in un secolo che predica l’umanità e i diritti umani?
Sentiamo delle voci. Tante voci in tutto il mondo che cantano per noi. Dio, come ci solleva il cuore quel suono! E cambierà, l’inferno in cui viviamo, ma ci vorrà molto tempo. E questo tempo non l’abbiamo.
Se le parti volessero una soluzione? La soluzione è molto chiara: cessate il fuoco, liberate tutti gli ostaggi, aprite i valichi, fate passare i camion con gli aiuti. Pace duratura, uno Stato libero, confini definiti, sovranità, un governo unificato. Allora perché questo flusso infinito di parole vuote? Questo avanti e indietro? Questo patetico rimbalzarsi le responsabilità?
Leader del mondo, non fatelo. Non osate dare lezioni di diritti umani al mio popolo mentre muore ogni singolo giorno, bombardato o affamato.
Leader del mondo, non fatelo. Non osate predicare la “protezione dei bambini” ai nostri figli mentre vengono bombardati e affamati davanti al mondo intero.
Amici miei in tutto il mondo, vi amo tantissimo. Perdonate la mia rabbia e la mia tristezza, ma vi giuro che non c’è dolore più grande che vedere un neonato che non ha nemmeno la forza di piangere esalare il suo ultimo respiro davanti agli occhi del mondo… perché a quanto pare il latte è diventato un’arma proibita agli occhi dell’occupante.
Al Bureij, Striscia di Gaza, agosto 2025
Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Dana el-Hacc, una bambina palestinese di 11 anni che vive nella città di Deyr Belah, a rischio di morte a causa della malnutrizione
Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Di Ezio Mauro, La Repubblica
Chi cercava la tregua in Alaska, con un cessate il fuoco per fermare le bombe e preparare un vero negoziato tra Russia e Ucraina verso la pace, ha trovato l’impero. Si è mostrato per la prima volta a viso scoperto nel summit di tre ore tra Donald Trump e Vladimir Putin, in questo tramonto politico di una lunga stagione che porta il nome di democrazia.L’impero americano che parla per sé, fa solo ciò che gli conviene, non riconosce i valori e gli ideali di una tradizione di libertà, punta sui diritti della forza piuttosto che sulla forza del diritto e si considera sciolto dai vincoli di ogni alleanza. E l’impero russo, che recupera dal passato zarista e bolscevico lo spirito di potenza, la grandeur perduta, la politica come dominio, il territorio come protezione, l’abuso come supremazia. I due imperatori si sono riconosciuti a vicenda, compiacendosi e intendendosi, e hanno gettato le basi per una relazione bilaterale che può dare risultati sul piano economico, commerciale e persino sul controllo degli armamenti. Ma questo patto a due appare incapace di controllare la guerra d’Ucraina, che era la vera posta in gioco sotto gli occhi di tutto il mondo, dopo che il marketing politico della Casa Bianca e del Cremlino aveva fatto crescere a dismisura le attese per un miracolo trumpiano. Trump torna dal vertice con le mani vuote. Putin è già ripartito per Mosca con il bottino pieno.
Poiché in diplomazia la forma è sostanza, la simbologia che ha avviluppato il vertice ha deciso fin dall’inizio il tono, il metodo e la portata dell’incontro. Putin, inseguito dal mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, non tornava in America da dieci anni e non incontrava un presidente americano dal 2021, cioè prima dell’aggressione russa all’Ucraina. L’invito di Trump per un dialogo a due senza terzi incomodi, l’applauso che gli ha rivolto il leader americano mentre lo attendeva, il passaggio cameratesco su The Beast, l’auto presidenziale, hanno immediatamente trasportato il summit fuori da ogni protocollo e soprattutto fuori dalla storia di questi ultimi anni, rigenerando la leadership internazionale di Putin, purificandolo da qualsiasi macchia davanti al diritto e assolvendolo da tutti i peccati politici. Il presidente della Russia era perfettamente consapevole di questa riconquista reputazionale che incassava senza pagare alcun dazio: mentre raggiungeva Trump, ogni suo passo sulla guida rossa d’onore sembrava liberarlo da un interdetto, da un giudizio, da una riprovazione, per arrivare davanti al suo interlocutore completamente amnistiato, redento e rilegittimato, come certifica la stretta di mano amichevole tra i due leader.
Uno a zero per Putin, dunque, prima ancora di incominciare. L’assenza di Zelensky, in un vertice che aveva al centro la crisi ucraina, è un altro punto per il capo del Cremlino. Nel nuovo ordine mondiale, solo gli imperatori hanno l’autorità, la perizia e dunque l’autorizzazione per sbrogliare i nodi del mondo, anche se li hanno costruiti con le loro mani e persino se riguardano la sovranità altrui. La sedia vuota di Zelensky è un’umiliazione storica e politica per l’Ucraina, ma è soprattutto la conferma che la neo-logica imperiale determina scelte imperialiste, elevando gli imperatori al ruolo di plenipotenziari del mondo e riducendo tutti gli altri soggetti al rango di sudditi e vassalli. Lo stesso trattamento riservato a Zelensky ha escluso dalla discussione con Putin l’Unione Europea e i leader dei principali Paesi del nostro continente. Anzi, per la prima volta un presidente americano ha parlato di noi come di una categoria anomala, sopravvissuta alla storia, ancora alle prese con gli ideologismi della democrazia e del diritto: «gli europei», un mondo a parte distinto da quell’identità congiunta nell’Occidente che faceva di Europa e America una comunità di destino all’insegna (spesso tradita, e tuttavia sempre riconfermata) della libertà e dei diritti.
Trump si è spogliato dei paramenti sacri del leader dell’Occidente che vestiva con impaccio, perché comportano dei vincoli, e ha cercato la sua maestà altrove, solitaria e autocratica. La riduzione della sovranità istituzionale e delle alleanze internazionali all’autorità di una sola persona fa sì che non ci siano più ideali di riferimento, valori guida, principi universali e irrinunciabili come modello e indirizzo, perché la realtà viene di volta in volta interpretata e risolta dall’istinto estemporaneo del leader, senza un canone riconosciuto. Così il presidente americano è arrivato in Alaska convinto di dover e poter ottenere un cessate il fuoco, ha abbandonato l’idea nel corso del vertice davanti alla suggestione degli argomenti di Putin ed è tornato alla Casa Bianca convertito alla proposta russa di lavorare direttamente ad un accordo di pace. Sembra un passo avanti verso la risoluzione del conflitto, ma è piuttosto la conferma del via libera per Mosca nella sua avanzata militare in Ucraina mentre si parla di negoziato: una mano tratta, l’altra mano spara, come ha illustrato con chiarezza l’ex presidente Dimitri Medvedev: «Il vertice d’Alaska ha dimostrato che un negoziato è possibile senza precondizioni e contemporaneamente alla continuazione dell’operazione speciale».
Mosca aveva dunque un terzo obiettivo, dopo la riconsacrazione internazionale di Putin da parte del presidente Usa e l’esclusione di Zelensky: la continuazione della guerra. E l’ha ottenuta. La Russia ha mostrato a Trump un ventaglio molto ampio di negoziazioni possibili e di intese raggiungibili, riducendo l’Ucraina da piatto principale a ingrediente del menu. «Il mio traguardo è riportare Putin a un tavolo di trattativa – ha spiegato il Capo della Casa Bianca – non mediare un accordo per conto dell’Ucraina». Questo schema totale, ambizioso e vago (dall’economia al commercio, alle terre rare, all’industria, all’energia, al nucleare) è stato confermato sia da Putin che da Trump nella conferenza stampa congiunta senza domande, nella quale non si è parlato del cuore del problema, cioè la sovranità dei territori occupati, perché «gli europei» avevano spiegato al presidente americano che solo l’Ucraina può decidere sul destino delle sue terre: un principio fin troppo ovvio, ma che oggi è necessario ribadire, perché non c’è spazio di autonomia dentro l’impero. Dunque che sarà delle province ucraine del Donbass e della Crimea, circondate dal silenzio sospetto dei due leader?
È chiaro che Putin ha fatto ricorso alla scuola diplomatica di Gromyko e di Molotov, allargando il quadro per illustrare a Trump un percorso che può portare alla fine del conflitto, ma comporta sacrifici e obbligazioni per l’Ucraina, e dunque ha bisogno del concorso di Zelensky e della Ue. Una pace possibile, potremmo dire, ma con un costo interamente a carico di Kiev. Ecco perché i due presidenti non hanno rivelato i loro piani, limitandosi a citare le prossime tappe, prima l’incontro di domani tra Trump e Zelensky alla Casa Bianca, poi finalmente il vertice a tre, quindi la visita del leader Usa al Cremlino:Trump e Putin temono che il progetto definito in Alaska venga bocciato dall’Europa (che Dmitri Trenin, membro del Consiglio russo per gli affari internazionali, ha definito alla tv russa come «il nemico che vuole ostacolare il percorso di pace avviato da Mosca e Washington») e soprattutto da Kiev: ieri il Kiev Independent ha definito il summit «disgustoso, vergognoso e alla fine inutile».
Ora c’è il rischio che tutta la pressione non usata da Trump nei confronti di Putin venga scaricata su Zelensky, inibito alla trattativa ma considerato già fin d’ora il responsabile della continuazione della guerra, se non accetterà il piano d’Alaska. Il leader di Kiev deve muoversi con prudenza, per non spezzare il fragile filo che lo tiene collegato a Trump, ma lunedì alla Casa Bianca deve anche verificare fin dove arriva e quale solidità ha il concorso decisivo americano al piano di sicurezza dell’Ucraina, che Trump non vuole incardinare nella Nato, preferendo scaricare la responsabilità di guida sull’Europa. E si torna infine qui, agli “europei”, ciò che certamente noi siamo ma che non ci siamo mai accontentati di essere, perché alla dimensione continentale, geografica, abbiamo aggiunto quella occidentale, democratica. Oggi l’Europa è il principio di contraddizione di questa crisi, in quanto è l’ultima riserva che custodisce il principio occidentale di libertà. Bisogna essere all’altezza di questo compito e saper distinguere – anche l’Italia di Giorgia Meloni – quando sull’Ucraina si stringe una tenaglia chiamata pace.
Nell’immagine: Trump, stretta di mano con carezza finale
Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Di Andrea Malaguti, La Stampa
«Se non sei al tavolo, significa che sei nel menù»
Siamo soli. E quando dico “siamo” mi illudo che esista un’Europa unita che, con tutta evidenza, non c’è. Il raggelante spettacolo di Anchorage certifica la separazione, se non addirittura il divorzio, tra l’America Maga e il Vecchio Continente, Gran Bretagna inclusa. Chi è, oggi, nel pianeta, che si contrappone agli appetiti di Vladimir Putin, al terrificante sogno di una rediviva Unione Sovietica, così platealmente ostentato dal ministro degli esteri Sergej Lavrov, atterrato in Alaska con un’irridente scritta “Cccp” stampata sulla felpa? L’Impero è tornato. Per la riabilitazione definitiva, gli Stati Uniti offrono al dittatore russo il più spettacolare dei palcoscenici. La Russkiy Mir, una sorta di delirio di onnipotenza da ennesimo popolo eletto, che unisce la metafisica alla volontà di potenza, contrapposta alla Pax Americana, progetto cardinale del “fu Occidente” uscito dalla Seconda guerra mondiale. Il mondo ancora una volta diviso in sfere di influenza. La disgregazione di valori e istituzioni internazionali condivise, lascia il posto alla costruzione egoriferita e barbarica di Stati retti con la forza, nel nome di divinità ossessionate dalla superiorità di Mosca e di San Pietroburgo, ma anche di Washington e di Mar-a-Lago, in uno strano legame tra Chiesa Evangelica e Chiesa Ortodossa. La terra in cui nasci fa di te un eletto. E poi le armi, il sangue, il dominio che diventa sopraffazione, i confini da allargare o da difendere con i denti, lo straniero che va schiacciato, ridotto a più miti consigli, deportato. Il preistorico mondo del Mio.
Uomini anziani che guidano nazioni con la mentalità di un bambino di cinque anni. Non consola pensare che è stato sempre così.
Credevamo di correre a perdifiato nel complicato futuro del potere immateriale, delle tecnologie, della minaccia e delle opportunità invisibili, delle criptovalute, della cyberwar, dei chip e dei click che spostano capitali immensi dall’Asia all’Oceania, dall’Australia all’Africa, dall’Europa alla Nuova Zelanda, scopriamo invece che la visione medievale dei rapporti tra Paesi, fatta di dogane e di ponti levatoi, è ancora incardinata alla nostra Storia.
Cina, India, adesso anche gli Stati Uniti. Lo Zar da venerdì è certo che nel risiko della prepotenza la sua parola vale quanto quella di Trump, di Xi Jinping e di Narendra Modhi. E che nessuno dei suoi pari grado, per ora, lo vuole con le spalle al muro. Che cosa serve di più per certificare la sua schiacciante vittoria nel bilaterale con gli Stati Uniti?
Il patetico balletto di Anchorage cambia davvero il nostro destino. Forse aveva ragione Adorno: «Solo chi capisce che il nuovo è identico all’antico, opera al servizio di ciò che può essere diverso». Putin ne è consapevole. Trump apparentemente no. L’applauso, ancora una volta infantile e pieno di ridicolo entusiasmo, con cui il presidente della prima potenza mondiale accoglie il presidente russo, resterà tra le immagini simbolo di questo decennio. Cancellato in fretta e furia dai social della Casa Bianca, rilanciato enfaticamente dal Cremlino, è la testimonianza diretta, se non della sudditanza psicologica, per lo meno della simpatia istintiva e dell’ammirazione che il tycoon prova nei confronti dell’“amico Vladimir”, campione del mondo in carica dei dittatori, uomo abituato a muoversi in modo obliquo, con circospezione e segretezza.
«Se non ci sarà almeno il cessate il fuoco sarò molto arrabbiato e ci saranno conseguenze», aveva detto Donald Trump alla vigilia dell’incontro. Parole al vento. Ormai una costante per lui. La cui credibilità, agli occhi di Bruxelles e di Kiev, è prossima allo zero. Il rapporto coi vecchi alleati è lacerato. La fiducia ha lasciato da tempo il posto alla diffidenza. E Putin, non solo rifiuta la sospensione delle ostilità, ma ordina l’ennesimo bombardamento spietato a vertice in corso e prosegue con il piano di distruzione anche il giorno dopo, esattamente come avviene da oltre tre anni e mezzo. «La tregua no, voglio la pace definitiva», spiega con gli occhi vuoti. Trump gli dà ragione, dimentica rabbia e sanzioni, si accoda, balbetta, in questa surreale teatrocrazia in cui le performance valgono più degli argomenti.
Sono di fronte due uomini che fanno della disinformazione, massificata a livello industriale, un marchio distintivo. Ma il tiranno moscovita ha una visione tanto irricevibile quanto chiara: vuole i territori, vuole sicurezza, vuole la neutralità ucraina e l’addio di Zelensky. Vuole fare di Kiev un protettorato. Spiega persino di avere un accordo pronto su cui ha ragionato con gli Stati Uniti. «Spero che le capitali europee e Kiev non provino ad impedirne la realizzazione». Cosa c’è in quell’accordo? Mistero.
Trump dice solo che ne parlerà alla Nato e a Zelensky (domani, a Washington), che ci sono ancora problemi da risolvere, ma che – insomma – lui ha fatto il massimo, che più di così non poteva e dunque, dopo le ultime telefonate, farà un passo di lato, si defilerà, lascerà che siano gli incostanti e irrequieti europei a sbattere la testa contro il muro. Goodbye and good luck.
Ed è impossibile non notare in lui, stanco, distratto, in astinenza da golf, l’assenza di qualunque dignitoso rammarico, mentre l’amico Vladimir, che ha giocato come il gatto col topo, si limita a restituirgli un sorrisino epidermico e ad invitarlo addirittura a Mosca, dove, con tutta evidenza, Zelensky non andrà mai. Torna alla mente la riflessione cinica e indiscutibile della governatrice del Texas, Ann Richards: «Se non sei al tavolo, significa che sei nel menù».
D’altra parte, lo Zar è consapevole che gli Stati Uniti non sono ad Anchorage solo per parlare di Kiev o della Crimea. Sa bene che, se chiedesse a Trump di mettere il dito su una cartina per indicargli l’Oblast del Lugansk, avrebbe in risposta uno sguardo sconcertato. Quello che per l’Europa è il cuore dell’incontro – il cessate il fuoco e la fine del conflitto in Ucraina – per Russia e Stati Uniti è solo una pagina del libro. La Casa Bianca vuole allontanare Mosca da Pechino e per questo è pronta a fare affari con Putin. A riaprire i cieli. A scambiare terre rare e tecnologie. A decidere chi comanda e dove. Eccolo qui il micragnoso tornaconto del presidente degli Stati Uniti. Sposta il quadrante dei suoi interessi geopolitici ad Oriente (operazione cominciata peraltro molti anni prima da Obama con stile e modi diversi), ridimensiona l’Europa, ne dichiara la marginalità. Make America Great Again. Lo vuole la pancia del suo Paese. Lo chiede Jd Vance. C’è una logica orribile in tutto questo. Che non è la nostra.
In qualche modo, per l’Europa, essere all’anno zero potrebbe persino rivelarsi un’opportunità. La libertà è introvabile allo stato puro. Va costruita. Difesa. Rivendicata. Incardinata a nuovi valori. L’Occidente, dopo Anchorage, sa bene di non essere più lo stesso. Bisognerebbe che avesse la forza di ammetterlo. Il socio americano si è sfilato. Tocca a noi, ancora prigionieri di nazionalismi e populismi suicidi. Siamo in grado di camminare da soli?
Nell’immagine: lo Zar riabilitato
Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Di Antonello Guerrera, La Repubblica
Europei e britannici sono nelle mani di Donald Trump sull’Ucraina, e il momento della verità si avvicina. Il cessate il fuoco è stato affondato, tanto che Regno Unito e Alleati continentali non lo citano più neanche nei loro comunicati, nonostante fosse una richiesta capitale fino a due giorni fa. Ma la sentenza del presidente americano è stata chiara, ieri mattina, in una telefonata a tratti spigolosa con Macron, Starmer, Merz, Meloni, il segretario Nato Rutte, Von der Leyen e Costa per la Ue, il presidente finlandese Stubb e quello polacco Nawrocki, al posto del premier europeista Tusk. Perché, a quanto pare, Trump non lo vuole più nelle conversazioni transatlantiche, preferendogli il capo dello Stato “Maga”, populista e amico suo.
Nelle cancellerie europee e della Nato inizia a serpeggiare il panico. Prima la convinzione che Trump “dia sempre ragione a chi gli parla per ultimo”, leggi Putin. Poi il New York Times scrive che il presidente Usa ha invitato anche i leader del Vecchio Continente con Zelensky a Washington lunedì. Fino a ieri sera, Starmer, Macron, Meloni e gli altri hanno soppesato il dilemma. Lasciare Zelensky da solo con Trump, in un potenziale remake dell’agguato allo Studio Ovale di febbraio, è un rischio madornale. Visto ciò che The Donald potrebbe imporre sulla testa del presidente ucraino, con richieste improponibili di Putin, vedi l’acquisizione di interi oblast come il Donetsk o il russo come lingua ufficiale.
Inoltre, i leader ormai sarebbero stati invitati da Trump, e non presentarsi sarebbe controproducente, visto che per loro «nessuna pace è possibile senza l’Ucraina» e che l’eventuale trilaterale Trump-Putin-Zelensky deve tenersi in Europa. Allo stesso tempo però, anche gli europei corrono lo stesso pericolo di Zelensky e a quel punto scoppierebbe uno scontro tra occidentali proprio alla Casa Bianca. Possibile, dunque, che vada solo uno degli europei a Washington in rappresentanza di tutti.
Ma c’è anche ottimismo. Difatti, un leader generalmente cauto come Starmer si sbilancia: «La fine della guerra in Ucraina non è mai stata così vicina». Anche gli altri europei, da Merz a Stubb fino alla stessa Meloni, confermano: Trump avrebbe dato il suo ok alle garanzie di sicurezza per Kiev. «Per qualsiasi tipo di intesa», aggiunge Starmer. Non solo in chiave espansione della Difesa e dell’esercito ucraini, ma anche in una sorta di “articolo 5” a protezione dell’Ucraina. Che rimarrebbe ufficialmente fuori dalla Nato, ma che sarebbe difesa dagli Alleati, con in testa la copertura militare americana, in caso di futuri attacchi di Mosca.
È uno snodo cruciale — anche per la cosiddetta Coalizione dei Volenterosi — cui Trump aveva già accennato nelle chiamate pre-vertice in Alaska, ma che ora sembra diventare realtà. Non solo. Ad Anchorage, secondo fonti ben informate a Londra, Putin avrebbe dato anche un suo ok di massima alla presenza di truppe occidentali in Ucraina. Se fosse davvero così, sarebbe una svolta epocale e un successo di Starmer, Macron, Merz e l’altra decina di Paesi “Volenterosi” per gestire il dopoguerra dell’Ucraina.
Non a caso, ieri i leader della Coalizione, in un comunicato congiunto, hanno reiterato la convinzione che Kiev debba poter entrare a far parte sia della Ue che della Nato. E oggi si risentiranno in videochiamata, per affinare gli ultimi dettagli di un piano pronto da settimane, prima di un eventuale coinvolgimento sul campo dei soldati occidentali a Kiev. Che probabilmente non saranno una vera e propria forza di peacekeeping o di stazionamento in città e infrastrutture, almeno in un primo momento. Più plausibile, una forza di “rassicurazione” a sostegno delle forze ucraine e soprattutto di copertura aerea dei cieli. Di certo, avrà un “ruolo attivo” come assicurano gli stessi Volenterosi e come sottoscrive anche Meloni. Perché uno degli obiettivi della Coalizione è quello di far ritornare il prima possibile alla normalità l’Ucraina, o quello che ne rimarrà dopo le brutali richieste e mutilazioni di Putin. Una pace che così non sarebbe “giusta”, come chiedono gli europei, ma “duratura” sì.
Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Di Stefano Stefanini, La Stampa
Si è visto subito. Dall’espressione vagamente corrucciata di Donald Trump all’inizio dei colloqui, dopo i sorrisi di pochi minuti prima accogliendo Vladimir Putin sul tarmac di Anchorage, in sincronizzata coreografia: il maestro dell’arte del “deal” si rendeva conto che il “deal” sarebbe stato difficile. Infatti, non c’è stato. Forse glielo aveva già detto Putin nel breve tragitto insieme sulla “Bestia”, limousine presidenziale americana, altra inusitata cortesia verso l’ospite russo. Tre ore di colloqui l’hanno confermato. Trump stesso l’ha candidamente ammesso: niente accordo. Ma “grandi progressi”. Quali? Nella breve conferenza stampa – niente domande, mi raccomando – né Trump né Putin l’hanno detto.
Il “deal” richiedeva una sola cosa: un accordo per il cessate il fuoco in Ucraina. Tutto il resto poteva accodarsi. Su questo punto Donald Trump sembra essere stato fermo. Magra consolazione per Kiev – e per gli europei che due giorni prima avevano, a tappeto, ripetuto al Presidente americano che la tregua sul campo era la condizione sine qua non per un accordo. Per il resto, ad Anchorage, Vladimir Putin ha fatto il pieno. Ha detto di essere interessato a far finire la guerra in Ucraina – sottinteso: alle sue condizioni. Non ha spostato di un millimetro la posizione sulle “cause di fondo” da risolvere prima del cessate il fuoco – non ha mai specificato quali siano, ma sono adombrate nella nozione degli ucraini come “popolo fratello” (sulla pelle di più di un milione di caduti in tre anni fra i due popoli), cioè sottomesso. Sergei Lavrov, signore della diplomazia, non è arrivato in Alaska esibendo tuta con la scritta URSS, in cirillico, per povertà di guardaroba. Messaggio chiarissimo.
Il Presidente russo ha ottenuto molto di più della continuazione della guerra, o “operazione speciale” come continua a chiamarla – certo, molto speciale per i caduti al fronte e i civili bombardati. Innanzitutto, la normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti, per la Russia da sempre l’unico interlocutore che conta, cui si aggiunge oggi Pechino, di sicuro non l’Europa. Putin ha invitato Trump a una visita di restituzione a Mosca. Il Presidente americano non ha detto di no ed è rimasto sul “ci rivedremo presto”. L’esclusione internazionale è rotta, con buona pace della Corte Penale Internazionale i cui mandati di cattura contro leader politici nell’esercizio delle loro funzioni sono comunque una pessima idea. Non sappiamo se e cos’altro i due Presidenti abbiano concordato sul piano bilaterale. Non l’hanno detto, salvo congratularsi a vicenda. Sembravano entrambi soddisfatti, anche se hanno rinunciato alla colazione di lavoro.
Il punto principale segnato da Vladimir Putin a suo favore sta tuttavia proprio nella guerra ucraina. Vero, non c’è stato accordo sul cessate il fuoco e Trump ha riconosciuto “no deal”, ma entrambi i leader hanno convenuto nel rilanciare la palla nel campo di Volodymir Zelensky e degli europei. «Che non mettano il bastone fra le ruote», ha detto Putin. Trump non è stato così duro ma molto esplicito “adesso tocca a Zelensky” negoziare e agli europei prendere le responsabilità. Di cosa? Di convincere il Presidente ucraino ad accettare un patto leonino con Mosca? L’esito del vertice più temuto da Kiev e dall’Europa era un accordo concordato ad Anchorage sulla pelle ucraina, poi imposto dagli Usa a Zelensky. Donald Trump l’ha abilmente evitato, gli avrebbe creato difficoltà anche con il pubblico americano e il Congresso. Ma non è molto diverso dire: adesso tocca a Zelensky mettersi d’accordo – con un Putin che continua a non concedere niente. Unico spiraglio: un “ci sarò anch’io” se mi volete, in un incontro trilaterale Putin-Zelensky-Trump. Quando e come lasciati nel vago. E soprattutto senza una parola in proposito del Presidente russo.
Rispetto chi vorrà dare una lettura positiva del vertice come inizio di un percorso diplomatico-negoziale. Può darsi, le vie della politica internazionale sono infinite. Spes ultima Dea. Ma dopo tre anni e mezzo di guerra, ci vorrebbe qualcosa in più di un percorso. Le parole conclusive di Donald Trump, e di Vladimir Putin, lasciano gli europei, oltre che Zelensky, nella pressoché totale incertezza sullo stato della guerra e sui passi che ci si aspettano da loro. Trump ne sta informando i leader europei. Stamattina gli ambasciatori Ue si riuniscono a Bruxelles – straordinario di Ferragosto – per un bilancio preliminare del vertice. Non c’è molto da invidiarli. Hanno sul tavolo un mezzo buco nell’acqua americano, un quasi en plein russo e un intricato pasticcio fra guerra oggi e, forse, pace domani o dopodomani. Ma, pur a Ferragosto, meglio un vertice enigmatico che una nuova guerra. Accontentiamoci.
Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu

Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Alla vigilia del sabato, gli attivisti israeliani hanno chiuso un’altra settimana dedicata prevalentemente alla sensibilizzazione allo sciopero previsto per questa domenica 17 agosto, nella speranza di raggiungere una massiccia adesione.
La normativa sullo sciopero in Israele è complessa soprattutto perché non contempla tra le motivazioni quelle politiche, tuttavia la recente decisione del gabinetto di guerra di procedere all’occupazione di Gaza ha causato un tale sgomento nella società allargata che anche voci sino ad ora più conservatrici stanno correndo ai ripari. Cosi’ lo scorso week end a Tel Aviv, durante la manifestazione a sostegno delle famiglie, i parenti degli ostaggi sono stati tra i primi ad invitare la popolazione a scioperare, seguiti dai partiti di opposizione e dalle organizzazioni per i diritti umani. Tra gli aderenti anche il personale sanitario e della salute mentale, accademici, membri dell’hi-tech e associazioni di ogni genere.
Sono in aumento anche le manifestazioni congiunte israelo- palestinesi promosse dalla sinistra radicale. Questo venerdì si sono svolte proteste nelle città israeliane di Tamra, Rahat, Acri, Ramla e Kfar Kassem sotto l’egida della lista di Hadash, mentre l’associazione Combattenti per la Pace gia’ da tre settimane conduce manifestazioni pacifiche congiunte in Cisgiordania, contro la fame forzata e il genocidio a Gaza, contro la pulizia etnica e l’escalation di violenza dei coloni. Il sit-in di oggi pomeriggio, tenutosi a Beit Jala alla presenza di attivisti provenienti da Israele e Palestina, era volto a chiedere giustizia sull’uccisione dei giornalisti. Riportiamo qui il testo della locandina.
Beit Jala, 15.8.2025 – 15:30
I giornalisti sono gli occhi e le orecchie del mondo. A Gaza, questi occhi vengono deliberatamente chiusi: più di duecento giornalisti sono stati uccisi dal 7 ottobre 2023. Questa non è solo una tragedia umana, è un attacco alla verità stessa. Uccidere giornalisti significa mettere a tacere le storie, nascondere le atrocità e privare il mondo della sua capacità di essere testimone. Una stampa libera è un pilastro della giustizia.
Combattenti per la Pace vi invita a unirvi a un gruppo di israeliani e palestinesi in una manifestazione non violenta contro la recente uccisione di sei giornalisti a Gaza e a chiedere che Israele ne risponda”.
Le proteste congiunte sono senza dubbio le più importanti per il futuro di Israeliani e Palestinesi eppure non ricevono la copertura mediatica che meritano.
Nel frattempo nell’estate israeliana del 2025 le lezioni di storia si trasformano in strumenti concreti per orientare la resistenza imparando dal passato. Lunedi nella sede di Hadash di Jaffa Ofer Cassif, unico parlamentare ebreo della lista che a suo tempo ha conseguito un PhD in filosofia politica alla London School of Economics, ha parlato di fascismi e leninismo in relazione alla situazione israeliana odierna, mentre nella sede di Tel Aviv giovedì è stata presentata l’edizione ebraica del libro della ricercatrice e giornalista Dana Mills su Rosa Luxemburg.
Tra le tematiche affrontate quella del rifiuto.
“Il rifiuto, per Luxemburg, è un atto che sta alla base della capacità di resistere a tutte le infrastrutture che plasmano le nostre vite, il colonialismo e il militarismo, e anche un modo per lanciare appelli a un altro mondo per una società il cui futuro oscuro e senza speranza sembra predeterminato. Il rifiuto, che si tratti di un rifiuto di arruolarsi in toto o di un grigio rifiuto e della riluttanza a prestare servizio nelle riserve, è il modo che permette a un soggetto di agire contro le infrastrutture oppressive che sono alla base della sua vita nel Paese. Slavoj Žižek e Frederick Jameson sostengono che “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.
Nello Stato di Israele del 2025, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del militarismo.
Tuttavia, il rifiuto è il modo per provocare una rottura con il militarismo e, attraverso questa azione, anche per iniziare a far crollare il colonialismo e il capitalismo. Il rifiuto si manifesta sempre insieme ad altri rifiutatori, in modi diversi.
E a diversi livelli, fin dalle prime fasi. di un’azione collettiva preparata dal potere di individui che guardano direttamente al militarismo e non chinano il capo di fronte ad esso. Il rifiuto è la condizione che rende possibile tessere una nuova immaginazione politica, formulare la speranza di salvare il Paese e il mondo, in un momento in cui il genocidio sta consumando sia l’umanità che l’umanità stessa.”
(Dalla postfazione al libro ‘Rosa Luxemburg’ di Dana Mills)
Nell’immagine: 17 agosto 2025. Decine di migliaia di persone sono scese in strada a Tel Aviv fin dalle 6.30 del mattino (le 5.30 in Svizzera) per lo sciopero generale nazionale proclamato dal Forum delle famiglie degli ostaggi.
Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Anche i dettagli hanno la loro parte in un vertice politico, nello specifico il Trump-Putin ad Anchorage, che per quanto se ne può capire è stato meno che storico. Tre immagini: il “pollo all’Ucraina” servito sull’aereo presidenziale russo, che i commensali al servizio del neo-zar hanno trovato “delizioso” oltre che divertente; la maglia con la vistosa scritta “URSS” indossata sotto la giacca aperta dal solitamente elegante ministro degli esteri Sergey Lavrov, provocazione mica da poco e che coglie e sottolinea il momento di riabilitazione staliniana che sta attraversando la vicenda russo-putiniana; e il laghetto ghiacciato che s’è sfaldato in Alaska causa le temperature eccezionalmente calde per la stagione, a ricordare al “negazionista in capo” Trump che i cambiamenti climatici ci sono eccome, e si fanno sentire e vedere fin sotto la calotta artica.
Per il resto, cioè per l’essenziale, l’esito del vertice a cui la sfacciataggine affaticata del tycoon attribuisce un voto “10 su 10”, è presto detto: favorevole a Putin, per i suoi diversi aspetti simbolici, politici e tattici. “Inseguito” – si fa per dire – da un mandato di cattura della Corte penale internazionale (per il rapimento di migliaia di bambini ucraini che le famiglie russe possono ora adottare via Internet), Vladimir Putin torna di scena, anzi sulla scena, calcando il palco più vistoso e prestigioso, quello da condividere con un ‘comandante in capo’ statunitense. Ed è già molto. Secondo: per quanto se ne sappia, il capo del Cremlino per ora non ha concesso nulla, nemmeno quel “mezzo cessare il fuoco aereo” (cioè missili, bombardieri e droni), che avrebbe quantomeno segnalato un primo messaggio positivo, inutilmente invocato da Kiev ed Europa; anzi, mentre i due leader mondiali discutevano del suo futuro incerto, l’Ucraina subiva l’ennesimo massiccio attacco nemico.
Su questo apparente “nulla”, lo zar ha anche sbeffeggiato e ammonito il suo nuovo grande “nemico neo-nazista” (ripetono i suoi portavoce) cioè l’Europa: che non si permetta, ha detto in sostanza, di “rovinare tutto”. Quel misterioso “tutto”, cioè, che deve ora passare al vaglio del prossimo e ravvicinato vertice, stavolta “a tre”, Usa-Russia-Ucraina.
Zelensky, viene suggerito da più parti, lui che doveva essere ‘l’agnello sacrificale’ di un accordo lampo russo-americano, starebbe tirando un sospiro di sollievo. “L’ultima sigaretta”, ironizzano altri. Per un vertice, suggeriscono altri ancora, dimenticando l’importanza simbolica del cerimoniale, che poteva essere risolto “con uno scambio di mail” (dal capogruppo dei Dem alla Camera americana dei rappresentanti).
C’è “un solo grande problema irrisolto sul tavolo”, si pavoneggia il ‘commander in chief’ statunitense. Ma di più non spiega. Ipotesi: che siano le condizioni che dovrebbe sottoscrivere Mosca per garantire la sicura sopravvivenza di un’Ucraina che la Russia non riconosce, ritiene impensabile, considera storicamente illegittima, e che ha giurato di “riportare a casa”: cioè di riconsegnare prima o poi con la forza alla “grande madre Russia”, primo passo dell’illusorio sogno putiniano di cominciare la ricostruzione dell’ex area sovietica?
Ecco perché, senza garanzie solide, non possiamo non temere la Russia di Putin, o di un futuro putiniano, continuano a ripetere in coro Polonia, Baltici, i “nuovi” della Nato, Svezia e Finlandia, insieme a Kiev. Realpolitik pura. Il riarmo europeo è purtroppo conseguente. Fa sempre meno sorridere la battura di Stalin sui cosacchi ad abbeverare i loro cavalli in Piazza San Pietro.
Scontate le solite prevedibili contraddittorie esternazioni post-summit dalla Casa Bianca (non certo dal Cremlino), se qualcosa si intravvede dal supervertice delle incognite (di cui si dovrebbe presto conoscere il seguito, forse inaugurato da un Donald Trump in visita a Mosca) è che il colloquio russo-americano vorrebbe imboccare strade che non riguardano soltanto la tragedia ucraina.
Cioè quel tentativo di condominio globale (politico-strategico) che è nei piani sottaciuti di entrambi i ritrovati interlocutori. Cina permettendo. Non certo Europa consentendo.
Nell’immagine: il “pollo all’ucraina” servito ai giornalisti russi sul volo di Stato diretto ad Anchorage al seguito del presidente Vladimir Putin.
Circa un milione e mezzo di manifestanti hanno paralizzato il paese. "Aiutano Hamas", è stata la risposta di Netanyahu
Yurii Colombo è il nostro corrispondente da Mosca