Trump-Putin: tanti annunci e pochi risultati. Ma Zelensky tira un sospiro di sollievo

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Donald Trump mette al suo incontro con Vladimir Putin un voto «10 su 10», ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero. Nulla di fatto, nessun «deal» sulla tregua in Ucraina, nemmeno un accordo minore, parziale o laterale, nessuna road map da annunciare, e nemmeno una cena comune delle delegazioni dopo i colloqui allargati, anch’essi cancellati dall’agenda del summit.

Ma zero potrebbe essere un numero che comunque fa tirare un sospiro di sollievo a Volodymyr Zelensky: in questo summit in Alaska, definito «storico» dalla Casa Bianca ancora prima che iniziasse, l’Ucraina rischiava un risultato negativo, con un accordo su qualche «scambio di territori» che, per quanto impossibile da realizzare senza il consenso di Kyiv, avrebbe potuto portare a una crisi senza precedenti.

Invece, l’impressione è che il dittatore russo si fosse presentato all’appuntamento con il presidente americano senza nessun piano B, senza nessuna aspettativa di un qualche progresso verso l’accordo per finire la guerra. Il summit in Alaska è stato paragonato dal politologo russo Aleksandr Morozov a una «messa nera», un rituale che ribalta le regole della diplomazia: invece di lunghi preparativi e intense negoziazioni che precedono l’incontro tra i leader, si scommette sul fatto stesso del faccia a faccia, sperando che produca qualche risultato.

Anzi, l’incontro stesso diventa un risultato, e lo si è visto con la cura che Trump e Putin hanno dedicato alla scenografia, e ai rispettivi piccoli dispetti, come la felpa che inneggia all’Urss del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e i caccia americani che hanno volato sopra la testa dei presidenti proprio nel momento dello sbarco dell’ospite russo.

In assenza di altri contenuti, i commentatori internazionali si sono dedicati al linguaggio del corpo, misurando l’inclinazione con la quale Trump ha tirato verso di sé la mano di Putin, e la prepotenza con la quale lo ha caricato nella sua limousine, nonostante sotto la scaletta dell’aereo stesse aspettando l’Aurus portata appositamente da Mosca.

Per alcune ore, il presidente russo – che ha costruito la sua politica degli ultimi 15 anni su un antiamericanismo quasi ossessivo – è stato ospite di una base militare americana, con la sua sicurezza totalmente affidata in mano al nemico. Un rischio (anche a livello di immagine) che probabilmente ha ritenuto opportuno correre, pur di mostrarsi a fianco di Trump, e poter ripetere in sua presenza che è necessario «risolvere le cause alla radice del conflitto», cioè l’esistenza stessa dell’Ucraina indipendente da Mosca.

Putin non contava su un risultato pratico, il suo obiettivo era quello di instaurare un dialogo con Trump, e di proporsi come suo interlocutore. Per questo ha abbracciato la tesi del presidente repubblicano che con lui l’Ucraina non sarebbe mai stata invasa, e ha insistito sulla scelta dell’Alaska come simbolo del «buon vicinato» tra russi e americani, contrapposto subito alle «interferenze» ostili dell’Europa e dell’Ucraina.

Da questo punto di vista, la missione di Putin si potrebbe dire compiuta: ha rotto l’isolamento diplomatico in cui era stato confinato, e negli occhi di tutto il mondo rimane l’immagine del tappeto rosso che il presidente americano srotola sotto i piedi di un ricercato internazionale accusato di crimini di guerra. Una guerra che intanto continua senza pause.

Nell’immagine: una grande bandiera ucraina viene esibita da manifestanti ad Anchorage dopo che il presidente Trump ha detto di non essere riuscito a raggiungere un accordo con Putin


Alaska, cede un lago ghiacciato. La causa è l’aumento della temperatura

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

Di Luca Fraioli, La Stampa

L’allarme è rientrato da poche ore: è cessata la minaccia di un’inondazione nel Suicide Basin, in Alaska, e le acque si sono ritirate. Nella città di Juneau, attraversata dal fiume Mendenhall, le aree evacuate sono ora aperte, anche se accessibili solo ai residenti.

A generare l’allarme nei giorni scorsi il repentino rilascio di acqua di fusione da parte del ghiacciaio Mendenhall. Mercoledì scorso i corsi d’acqua alimentati dal ghiacciaio si sono gonfiati a livelli da record (più di 2 metri in 24 ore), preoccupando le autorità della capitale che conta poco più di 30mila abitanti.

Il fenomeno è ormai diventato periodico, ennesimo sintomo del riscaldamento globale. E il pericolo non è rappresentato solo dall’acqua prodotta dalla fusione del ghiaccio. Più acqua scorre sulla superficie, più l’erosione aumenta e ci vuole meno pioggia per innescare un’alluvione: in queste condizioni, una tempesta prevista una volta ogni dieci anni può causare il tipo di alluvione catastrofica che si prevede solo ogni 100-200 anni.

Le contromisure

Le prime inondazioni di questo tipo si sono verificate a Juneau a partire dal 2011, ma con il passare del tempo sono diventate sempre più distruttive e ormai rappresentano una minaccia “estiva” costante.

Tanto che la città ha imparato a prendere le contromisure: quest’anno, con l’aiuto del genio dell’esercito Usa, sono state costruite barriere fatte di sacchi piene di detriti o sabbia e rinforzato con strutture metalliche per arginare l’acqua e mettere al riparo soprattutto le zone abitate lungo il fiume. L’operazione ha avuto successo, perché ha evitato le distruzioni provocate dalle alluvioni verificatesi ad agosto sia nel 2024 che nel 2023. L’anno scorso l’acqua travolse un centinaio un centinaio di abitazioni, nonostante fosse stata installata una barriera anti-inondazione nelle aree a rischio, dove risiedono circa mille tra residenti e aziende.

Allerta caldo e inondazioni

Misure di adattamento ai cambiamenti climatici, che cercano di porre rimedio agli effetti della crisi climatica dovuta all’uso di combustibili fossili. L’Artico, compresa l’Alaska, si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del Pianeta, a causa dell’aumento delle temperature globali. In questa parte del Profondo Nord, l’aumento delle temperature ha ridotto drasticamente l’estensione del ghiacciaio Mendenhall e del suo bacino, creando il rischio annuale di inondazioni dei laghi glaciali, poiché il ghiaccio viene sostituito da acqua liquida e si avvicina sempre di più al bordo del bacino durante l’estate.

Tra i 10 e i 15 milioni le persone esposte alle alluvioni glaciali

A livello globale, sono tra i 10 e i 15 milioni le persone esposte agli effetti delle inondazioni dei laghi glaciali. E si prevede che l’aumento del numero e delle dimensioni dei laghi glaciali farà crescere la frequenza delle inondazioni in futuro. Ma non si vedono all’orizzonte politiche serie di mitigazione (taglio delle emissioni di gas climalteranti, nonostante il 2025 sia stato proclamato dall’Unesco Anno internazionale della Conservazione dei Ghiacciai.

Nell’immagine: il ghiacciaio di Mendenhall 


La sete di Kabul: a 4 anni dal ritorno al potere dei talebani, esplode l’emergenza acqua

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

Di Elian Peltier, immagini di Jim Huylebroek, La Repubblica

Mentre il tramonto avvolgeva Kabul in una recente sera d’estate, due vicini si scambiavano insulti per l’accesso a una risorsa sempre più scarsa: l’acqua. “Arrivi con quattro taniche e salti la fila,” sibilò Aman Karimi a una donna, strappandole di mano un tubo e riempiendo i suoi secchi da un rubinetto di una moschea.

“Tocca a me, è un mio diritto.” Kabul si sta prosciugando, inaridita da piogge e scioglimenti nevosi sempre più scarsi e svuotata da pozzi non regolamentati. È diventata così arida che i suoi sei milioni di abitanti potrebbero rimanere senza acqua entro il 2030 — e ora stanno litigando per questo. Le sue riserve d’acqua si stanno svuotando quasi due volte più velocemente di quanto vengano reintegrate. L’amministrazione talebana, a corto di fondi, finora non è riuscita a portare acqua dai bacini e fiumi vicini alla città soffocata.

Ora, Kabul, dove esattamente 4 anni fa (era il 15 agosto del 2021) sono tornati i talebani dopo il ritiro dei soldati Usa e di quelli Nato, rischia di diventare la prima capitale moderna a esaurire le riserve d’acqua sotterranee, ha avvertito un recente rapporto dell’organizzazione no-profit Mercy Corps. “Stiamo litigando sempre di più perché l’acqua per noi è come oro,” ha detto Karimi, spingendo una carriola piena di 150 litri d’acqua che la sua famiglia di cinque persone avrebbe usato per cucinare, lavarsi e bere. Karimi, un sarto, ha detto che si sono recentemente trasferiti in una nuova casa a causa dei prezzi delle abitazioni alle stelle, ma la nuova non ha acqua corrente.

Kabul, circondata da montagne innevate e attraversata da tre fiumi, non era mai stata così senza acqua. Ma mentre la sua popolazione è cresciuta di circa sei volte negli ultimi 25 anni,non è stato messo in atto alcun sistema decente di gestione dell’acqua per portare acqua da altre fonti o regolare l’estrazione sotterranea da serre, fabbriche e edifici residenziali che stanno spuntando in tutta la città. L’approvvigionamento idrico è un problema critico in tutto l’Afghanistan. Almeno 700.000 afghani vengono sfollati ogni anno a causa del cambiamento climatico, principalmente per le siccità, secondo le Nazioni Unite. Un terzo dei 42 milioni di abitanti dell’Afghanistan non ha accesso ad acqua potabile pulita.

I donatori internazionali hanno finanziato diversi progetti di dighe e iniziative per collegare le case di Kabul a un sistema di tubature affidabile, stanziando centinaia di milioni di dollari. La maggior parte non ha mai visto la luce o è stata bruscamente interrotta dopo il 2021, quando i talebani hanno preso il controllo e altre nazioni si sono rifiutate di riconoscere il nuovo governo dopo il ritiro degli Stati Uniti.

“Kabul lotta con problemi idrici da due decenni, ma non è mai stata una priorità,” ha detto Najibullah Sadid, un esperto di risorse idriche. “Ora i pozzi si stanno prosciugando ed è un’emergenza.” I residenti di Kabul hanno scavato sempre più pozzi nei cortili e nei seminterrati, perforando una città prosciugata dall’estrazione idrica non regolamentata. Solo un quinto dei residenti di Kabul ha accesso all’acqua attraverso tubature, secondo un rapporto del 2021 dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale.

Ma anche le tubature sono sempre più fuori servizio. Persino l’agenzia nazionale per l’ambiente dipende da un’autocisterna che consegna più di 10.000 litri al giorno, perché il suo pozzo si è prosciugato e le sue tubature sono fuori servizio. Kabul esiste come se fosse attaccata a una flebo, con migliaia di litri d’acqua forniti da centinaia di tricicli cinesi e camion dell’era sovietica che attraversano la città.

Chi non può permettersi di comprare acqua dalle compagnie di consegna dipende dai pozzi sempre più scarsi delle moschee o dalla carità dei residenti benestanti. Quando il sole tramonta, escono le carriole e le strade tortuose e le ripide colline scintillano di grandi taniche gialle per olio da cucina trasformate in contenitori per l’acqua.

In una recente mattina, Haji Muhammad Zahir si precipitò al piano di sotto sentendo un messaggio registrato che pubblicizzava l’acqua risuonare nella sua strada alberata. Le compagnie di consegna dell’acqua sono spuntate in tutta Kabul, anche nei quartieri benestanti come il suo, dove i residenti di lunga data ora condividono le strade con ex combattenti talebani e funzionari. Ex capo del consiglio comunale e ingegnere meccanico in pensione, Zahir ha detto che il suo pozzo si era prosciugato anni fa e il tubo pubblico della sua casa a due piani forniva acqua solo ogni tre giorni. Ha esortato i talebani a tenere Kabul a galla, ma ha aggiunto: “Dove sono i soldi per questo?”

Un membro dei talebani sopra la diga di Shah e Aros nel distretto di Shakardara, provincia di Kabul 

Il governo sta cercando disperatamente fondi. In tutto il paese, quattro dighe sono state completate dal 2021, inclusa una a 32 chilometri da Kabul che, se collegata attraverso un acquedotto, potrebbe portare acqua a migliaia di famiglie. Un altro progetto di acquedotto dalla vicina valle di Panjshir non ha ancora ricevuto l’approvazione finale dalla leadership del paese. Entrambi mancano di finanziamenti: i donatori stranieri hanno chiuso i rubinetti e gli investimenti privati sono scarsi.

I livelli dell’acqua sono bassi nel fiume Kabul, nel centro della capitale afghana 

“I nostri progetti sono grandi e possiamo fornire solo la metà dei fondi,” ha detto Matiullah Abid, portavoce del ministero dell’acqua e dell’energia dell’Afghanistan, in un’intervista. Presso la moschea dove Karimi aveva rimproverato un vicino, la fila di persone in attesa di acqua si era lentamente diradata. Tra gli ultimi c’era Atefeh Kazimi, 26 anni, che riempiva alcune taniche in cambio di pochi afghani, la moneta nazionale, per la moschea. Poi spingeva la sua carriola per 30 minuti fino a casa. C’era una moschea più vicina a casa sua, ma il suo pozzo si era prosciugato.

Una stazione di rifornimento d’acqua a Dasht e Barchi, Kabul, dove i residenti caricano carriole con contenitori gialli 

 


I duellanti di Anchorage e il “convitato di pietra”

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

Dopo più di tre anni, bilancio terrificante. Di militi abbattuti lungo le trincee.
In maggioranza quelli russi, soprattutto giovani reclutati nelle zone più periferiche e povere dell’ex impero. E di civili. Quasi esclusivamente quelli ucraini, per lo più intrappolati in edifici bombardati, colpiti scientemente, secondo la legge guerresca russa della “terra bruciata”, esportata anche nella non vicina Siria. Più i rifugiati interni e quelli (milioni) fuggiti all’estero.

Eppure sembra non bastare. Non sarà sufficiente, è la previsione più diffusa, il “summit” d’Alaska, in quel pezzo di estremo nord che circa un secolo e mezzo fa uno degli zar padroni della gleba vendette per quattro soldi agli Stati Uniti per fare un po’ di cassa dopo una delle non infrequenti sconfitte militari dell’impero zarista.

 Trump, già convinto di meritarsi il Nobel per la Pace a meno di duecento giorni dal ritorno alla Casa Bianca nonostante un bilancio beffardamente negativo per il candidato che prometteva la fine del conflitto in sole 48 ore; e Putin, che, confortato dalle vittorie militari sul campo, lente ma inequivocabili, deve quantomeno fingere di voler porre fine al massacro di un paese che a suo parere  non è nazione, di un’Ucraina che “non esiste”, di un paese destinato a rientrare volente o nolente nella Madre Russia  per un illusorio distillato dell’ex impero collassato con la fine dell’Urss (“tragedia del secolo”, secondo la definizione di zar Vladimir). 

“Dopo due minuti, capirò se Putin vuole la pace”, ha garantito con tronfia sicurezza e facile genericità l’americano auto-candidato al Nobel. Che un po’ ha corretto la sua postura iniziale: meno polemico-disfattista con Zelensky dopo la sfuriata in mondovisione dal suo ufficio ovale alla Casa Bianca; e meno insultante nei confronti degli (ex) alleati europei della Nato, profondamente disprezzati e bastonati a dovere con la protezionistica politica dei dazi (con la Svizzera a pagare uno dei prezzi più cari dei miliardi necessari al tycoon per aggiustare il bilancio americano). Non Vladimir, che non si è ammorbidito nemmeno di un ‘oncia. Nessun cessate il fuoco prima di un “accordo generale” che preveda la resa del nemico ucraino, smilitarizzazione di Kiev, impegno a non ammetterla nella NATO ma nemmeno nell’UE (per via del suo ‘pericoloso’ riarmo, o della fragile ma contagiosa sua democrazia?), e vasto programma di denazificazione della nazione da umiliare, e concretamente annullare, grazie all’ascesa a Kiev di un governo amico – molto amico – di Mosca? 

Su quale di questi punti perentori può cedere Putin? Bel rompicapo per il tycoon americano e i suoi quattro consiglieri al seguito (immancabile il palazzinaro a cui ha finora affidato la trattativa, e che saluta il presidente russo portandosi la mano al cuore). Nelle circostanze date, più facile l‘immobilismo del leader russo, gelido scacchista a confronto col rozzo rugbista statunitense, che in campagna elettorale aveva accusato l’Ucraina di aver addirittura iniziato la guerra, e si era chiesto se l’Ucraina fosse vera nazione con diritto di sopravvivere.

Miele per le orecchie dell’interlocutore russo. Al quale potrebbe bastare far sentire il tintinnio dei proventi delle terre rare (ucraine, naturalmente) per sentirsi ripetere questo copia-e-incolla delle pretese e della narrazione russe. 

Si vedrà dunque stasera se le fresche temperature di Anchorage raffredderanno il ciuffo arancione del ‘Commander in chief’, evitandogli di sottomettersi allo scacco matto del suo interlocutore. Che alla vigilia del vertice ha ricevuto il ribadito endorsement del suo alleato e protettore cinese. Dov’è allora il sogno strategico americano di separare la Russia dalla Cina? Di isolare Pechino quale vero e vitale concorrente della potenza USA?

Xi Jinping è infatti il convitato di pietra al tavolo di Anchorage. Col suo enorme peso. Politico, economico e militare. Americani, europei ed ucraini lo sanno. Lo temono. Partita geopolitica mondiale giocata sugli antichi e nuovi cimiteri lungo il grande fiume Dnipro. 


Ma di questo vertice resterà solo la foto

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Oggi è, senza mezzi termini, un momento epocale. Ma solo potenzialmente: perché si riduce ad un attimo, a un guizzo di Storia che domani potrebbe già esser diventato un rimorso, una occasione perduta, niente. Già, ad Anchorage avrebbe potuto essere ma non fu… Il Tempo è l’essenza della politica internazionale, sapere quel è il momento opportuno; non c’è miglior definizione della abilità politica.

I due leader che si incontrano oggi sono all’altezza di saper afferrare quel momento per attenuare la sorda effervescenza che, su sfondi di macerie, ha invaso il formicaio umano? O lo useranno solo per una proiezione di immagine che consolidi le loro dirigenze per motivi diversi discusse e traballanti?

Quei diavoli dei greci e dei romani avevano già compreso tutto, distinguendo tra le guerre per la sopravvivenza, in cui in gioco sono il territorio e la comunità (la lingua, il sangue e il suolo così cari al micidiale nazionalismo ottocentesco), e quelle per il predominio, i conflitti “de imperio’’ di Cicerone e che oggi definiremmo guerre di status.

Contrariamente a una interpretazione semplicistica, ma legata a concreti interessi, soprattutto di alcuni leader europei da Macron ai polacchi alla Meloni, alla mediocrissima burocrazia dell’Unione sguattera di tutte le cucine politiche, e ovviamente ai voraci pescecani economici della Guerra Lunga, quella che si svolge in Ucraina non è un massacro per alcuni chilometri di territorio.

È una guerra per la egemonia, la “epikrateia’’ dei greci, che si può tradurre come “comando’’, “potere eminente’’. Lo è nei progetti di chi l’ha scatenata con la illegale invasione del territorio dell’Ucraina. Un pretesto non un scopo: scatenando un “conflitto impossibile’’ in quello che era “il cuore della terra’’, svenando con brutalità darwiniana l’ordine monocratico esistente, vuole il riconoscimento da parte degli Stati Uniti, unico avversario che ritiene alla sua altezza, di una posizione eminente. Una identità di potenza che va al di la del controllo diretto di alcuni territori.

La egemonia è fatta di sfere di influenza, di alleati apparentemente sovrani ma legati a limiti da non superare, a allineamenti automatici. La lettura della storia dell’impero americano e di quello sovietico restituisce una spettacolare identità di metodo. L’interlocutore-nemico è dunque non Zelensky e la sua Ucraina che paga la logica della prepotenza che è di tutti gli imperi, democratici o autocratici. In questa logica si possono anche scambiare o restituire territori, l’importante è che si rispettino le regole della rispettiva egemonia.

Per questo il Donbass o una sua parte avrebbe meno valore dell’obbligo per Kiev di entrare nell’alleanza atlantica. Oppure, terribile possibilità, la guerra può continuare come problema secondario rispetto ad esempio una spartizione consensuale dell’Artico. La guerra del Vietnam non compromise i rapporti tra Usa e Urss.

La definizione della nuova “eikrateia’’ russa è il vero tema di oggi ad Anchorage, con ogni probabilità già definita nelle trattative dietro le quinte tra il Cremlino e Washington.Zelenzky costretto ad accontentarsi, in attesa di scoprirlo, di viaggetti in capitali di potenze defunte, lo ha capito subito: «Il summit di oggi è una vittoria di Putin».

È così. Quello che Putin cerca da venticinque anni con virulenza prima verbale poi militare non sono i territori perduti dell’Urss. È una fotografia: dove compaiono lui, il restauratore della potenza russa a qualsiasi costo, e il bislacco comandante in capo della superpotenza fino ieri egemone solitaria, che spiegano, fianco a fianco, non i destini di Pokrovsk o di Kharkov ma delle rispettive ingerenze nel mondo.

Il termine summit fu coniato per il linguaggio diplomatico da Churchill nel 1950, nel periodo più buio della guerra fredda. Il termine arcaico che usò per incontro, “parley’’, è un dotto riferimento shakesperiano, ovvero un faccia a faccia pericoloso tra nemici. Da tentare «perché in ogni caso non potrebbe peggiorare le cose». Il rischio aleggia su ogni vertice.

Nel caso di oggi è legato alla personalità dei due protagonisti che appartengono entrambi all’età dei prepotenti, insofferenti all’alfabeto della diplomazia classica, che impone interlocutori alla pari, e pazienza astuzia attendismo. Ma entrambi appartengono all’età dei prepotenti. Restano in bilico molte domande: quali illusioni si è fatto ciascuno dei due sull’avversario? Come vuol giocare la propria mano? Restano le trappole dei pregiudizi, del capriccio, della carreggiata dell’abitudine, la supponenza poco intelligente.

A Vienna nel 1961 Kruschev, un rivoluzionario sopravvissuto a Stalin, e Kennedy, il giovane miliardario americano, scoprirono di detestarsi: la conseguenza fu la crisi di Cuba e il più grande rischio corso dal mondo di precipitare nella apocalisse nucleare.


Così Mosca rischia la spallata economica

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Donald Trump non ha dubbi: Vladimir Putin avrebbe aperto a un summit con lui soltanto dopo la minaccia dei “dazi secondari” americani per i Paesi che comprano il petrolio russo. L’istinto da imprenditore del presidente americano rischia di fargli sottovalutare altre motivazioni meno materiali che spingono il dittatore russo, ma potrebbe anche fargli individuare correttamente le vulnerabilità del Cremlino.

Il vecchio adagio «It’s economy, stupid» non è sufficiente, ma è senz’altro necessario, e non è un caso che nella lista degli argomenti che Mosca vorrebbe portare in Alaska ci siano numerose voci economiche, dalla cancellazione delle sanzioni al commercio del gas russo. Ma ancora prima che invogliare Trump con nuovi affari, il compito di Putin è quello di capire per quanto ancora potrà permettersi di bruciare il 40% del bilancio russo in spese per la guerra e la repressione poliziesca.

Tutti i settori non legati all’industria bellica si stanno contraendo dall’inizio del 2025. Lo stesso Putin aveva già ammesso un paio di mesi fa un «raffreddamento dell’economia», con l’abbassamento drastico della crescita del Pil. Ma il vero numero cruciale per la capacità della Russia di finanziare la guerra in Ucraina – e Trump lo sa benissimo – è il prezzo del petrolio.

Il rubinetto del gas russo in Europa è stato praticamente chiuso, con il risultato che Gazprom è collassata in Borsa, con una capitalizzazione scesa sotto quella del produttore cinese dei pupazzetti Labubu. Da primo contribuente russo, il gigante del metano ora richiede aiuti, che verranno pagati dai consumatori russi, che si sono visti aumentare di un quarto il prezzo del gas. La minaccia delle sanzioni “secondarie” di Trump ha già spinto le maggiori raffinerie indiane a respingere le petroliere provenienti dalla Russia (e a loro volta sanzionate dall’Ue). E il pronostico appena rilasciato dall’Agenzia internazionale dell’energia promette un’offerta record di petrolio nel 2026, quindi un ulteriore abbassamento del prezzo del barile.

Situazione di cui il governo russo è perfettamente consapevole, come si è visto dagli allarmi più che espliciti lanciati da ministri e oligarchi al Forum economico di San Pietroburgo, mentre nella sala accanto Putin raccontava della splendida tenuta dell’economia nazionale.

Come tante altre volte, il dittatore russo si trova a dover scegliere tra i “moderati”, i tecnici pragmatici che gli hanno costruito il “tesoretto” che ora sta bruciando in guerra, e che vorrebbero una distensione con l’Occidente per tornare ai commerci globali, e i “falchi” che patrocinano un’industria bellica in perenne espansione (e che sta generando anche un considerevole aumento dei salari dei russi).

La guerra è ormai il motore dell’economia russa, che però va spento prima che esploda, come era già successo a quell’Unione Sovietica che Putin vorrebbe tanto resuscitare.

Nell’immagine: Russia, industria bellica


Nuovi insediamenti in Cisgiordania: “Seppelliamo lo Stato palestinese”

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

Di Rossella Tercatin, La Repubblica

Oltre tremila case per cancellare il sogno dello Stato palestinese. Cartina alla mano e incurante delle temperature roventi che in Israele hanno segnato una delle settimane più calde da decenni, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ieri ha annunciato nuovi piani per costruire nella cosiddetta zona E1 tra Gerusalemme e Maale Adumin, nell’insediamento dove vivono circa 37mila persone.

«L’approvazione dei piani di costruzione di case per i coloni nell’E1 seppellisce l’idea di uno Stato palestinese e rafforza i numerosi passi per estendere la nostra sovranità», ha dichiarato Smotrich, facendo riferimento al suo progetto di arrivare all’annessione della Cisgiordania. Per decenni, la pressione internazionale ha evitato che Israele procedesse con il piano di costruire sull’E1, dove attualmente vivono soprattutto comunità seminomadi di beduini. Se completato, il progetto, nella forma di un nuovo quartiere per Maale Adumim, taglierà la Cisgiordania in due, segnando il tramonto della possibilità di sviluppare un’area metropolitana palestinese che colleghi Gerusalemme Est a Betlemme e Ramallah.

Smotrich ha sottolineato che la mossa arriva anche in risposta alle dichiarazioni di numerosi Paesi occidentali che nelle ultime settimane hanno annunciato il riconoscimento dello Stato palestinese. «Queste nazioni riceveranno la nostra risposta sul campo», le parole del ministro dell’ultradestra, che ha assicurato che il premier Netanyahu «mi appoggia».

L’annuncio è stato condannato da Onu, Egitto, Qatar, e Unione Europea, ma non dagli Usa. Anche se il presidente Trump si è detto «favorevole all’ingresso dei giornalisti a Gaza». «La decisione delle autorità israeliane di portare avanti il piano di insediamento indebolisce ulteriormente la soluzione dei due Stati e viola il diritto internazionale», ha affermato l’alta rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, esortando il governo a desistere.

A Doha intanto, i mediatori, e in particolare Egitto e Qatar, proseguono nello sforzo di riallacciare le trattative per un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi rapiti il 7 ottobre. Il canale televisivo saudita Al Arabiya ha riferito la proposta di una pausa umanitaria di 48 ore, che sarebbe stata respinta da Israele, mentre Hamas continuerebbe a richiedere che lo Stato ebraico accetti per iscritto di mettere fine alla guerra in modo permanente e rinunci ad ogni piano di occupazione di Gaza.

Proprio nella capitale emiratina si è recato ieri anche il capo del Mossad David Barnea, che però, secondo i media israeliani, avrebbe semplicemente ribadito al primo ministro al-Thani che «Gerusalemme non sta bluffando riguardo all’escalation per prendere il controllo di Gaza City» e che «la possibilità di un accordo parziale è tramontata». Mentre «Israele — ha concluso — prenderà in considerazione solo un’intesa che finalizzi il disarmo definitivo di Hamas».

Secondo il ministero della Sanità di Gaza controllato da Hamas, sono state 50 le vittime dell’ultima giornata di guerra, di cui due per malnutrizione, mentre circa 100 Ong hanno denunciato come le condizioni imposte dall’esercito israeliano per distribuire aiuti umanitari nella Striscia abbiano reso eccessivamente gravoso il procedimento e impedito a molti gruppi di operare. Israele non ci sta e accusa le Ong che rifiutano la procedura di registrazione di voler nascondere legami con Hamas. Mentre l’ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha comunicato che nel mese di luglio sono stati 13mila i bambini ricoverati a Gaza a causa di malnutrizione acuta.

Nell’immagine: un insediamento dei coloni in Cisgiordania


F-35, il buco nero di Martin Pfister

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

CVD – come volevasi dimostrare: i caccia F-35 costeranno dagli 800 milioni a 1, 3 miliardi di franchi più del previsto, i sei miliardi votati dal popolo a strettissima maggioranza (50, 1% a favore). In seguito, nel 2022, Viola Amherd, ha sabotato l’iniziativa che chiedeva di votare sull’acquisto del jet americano. A proposito dei principi democratici elvetici.

Ultima ciliegina sulla torta indigesta dell’ex sindaca di Briga è la notizia (fonte Tamedia) che la signora ha fatto spendere alla Confederazione (ovvero ai cittadini) 2, 5 milioni di franchi in consulenze giuridiche allo studio Homburger di Zurigo. Anche per valutare il contratto farsa degli F-35! Ma i giuristi di Palazzo che garbugli azzeccano?

Ripetiamo da anni che Amherd, se fosse stata una dirigente d’azienda, sarebbe stata licenziata per manifesta incompetenza. Se n’è andata a gambe levate, ma il suo partito l’ha ancora osannata all’ultimo congresso.

Dilettanti allo sbaraglio: questo è il dipartimento della difesa svizzero (DDPS). Il successore della Amherd, Martin Pfister, annuncia che “Gli Stati Uniti sono irremovibili, ma non rinunciamo all’acquisto degli F-35”. Pfister è un colonnello dell’esercito, non garanzia di mente lucida a proposito di armamenti. Poco prima aveva dichiarato che, per ingraziarci gli USA (“Tutti mi chiamano per baciarmi il culo…” Trump dixit), dovremmo acquistare più armi negli Stati Uniti.

Se va avanti così, il nuovo ministro grigioverde rischia di fare la fine di Chaudet, Gnägi e Amherd: andarsene prima che scoppi la serie di scandali che sono sul tavolo del suo dipartimento. Gli F-35 non solo costeranno di più, ma hanno anche un mucchio di difetti e non è ancora chiaro quando potranno venir consegnati. Poi ci sono i droni israeliani (una enorme vergogna acquistare oggi da Israele!), che non volano senza essere accompagnati da un elicottero; ritardi nella consegna dei missili Patriot e altri scandaletti in sospeso.

Martin Pfister annuncia che per rimediare alla nuova batosta ricevuta da Washington ci sono tre opzioni: ridurre il numero degli aerei (non facile da far digerire, immaginiamo, a Trump), rinunciare alle compensazioni (che sarebbero l’unico aspetto positivo dell’acquisto, perché si prevede che le aziende svizzere ricevano commesse pari al 60% del prezzo) e chiedere un maggior finanziamento al Parlamento, specificando che i crediti militari non sottostanno al diritto di referendum. Dunque questo colonnello zugano promosso consigliere federale pensa di risolvere la questione inginocchiandosi a Trump, penalizzando le aziende svizzere e abrogando la democrazia elvetica. Potrebbero già essere buoni motivi per rimandarlo a casa. È ora di avviare una Commissione parlamentare d’inchiesta sul DDPS. Il deputato socialista Pierr-Alain Fridez parla di “scandalo di Stato”.

La Svizzera è in cattive mani. Il Consiglio federale è incapace, lo ripetono in molti. La sinistra ha già dichiarato che l’acquisto degli F-35 va bloccato. Hans Peter Portmann, deputato del PLR, ha inoltrato una mozione che chiede di recedere dall’acquisto. Una misura che andava presa subito dopo la decisione di imporre il 39% di dazi alla Svizzera.

Il nostro Paese, che a proposito di questioni militari era stato definito “repubblica delle banane” dalla NZZ, non reagisce e si adegua alle pressioni dei potenti. Servo degli USA, inchinato all’Unione europea del riarmo con 18 pacchetti di sanzioni contro la Russia e zero contro Israele! Forse ha ragione Nick Hayek, CEO di Swatch: per rispondere agli USA bisognerebbe tassare l’oro al 39%. “Sì, Trump si arrabbierebbe, ma non importa”.

Nell’immagine: Martin Pfister (al centro) con Beat Jans e il Cancelliere federale Viktor Rossi. “E poi al Trump gli facciamo così!”


Senza limiti né confini, Gaza non è che l’inizio

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Ora Israele fa davvero paura. Ai palestinesi naturalmente, oggetto, dopo la strage, di disegni sempre più cinici e spietati. Ai paesi vicini, tanto a quelli su cui Tel Aviv esercita direttamente un implacabile controllo omicida, quanto a quelli che tiene a bada con la minaccia della sua potenza militare.

Agli alleati europei, che gli sono stati storicamente a fianco e si sono prodigati in questi due anni nel reprimere le manifestazioni in favore della Palestina. Ma che solo ora, con ritardo colpevole e intenzionale, hanno cominciato a capire che a governare Israele è una politica caparbiamente aggressiva fuori controllo e fuori discussione, che si nutre della guerra permanente e asseconda un’esplicita volontà di conquista. Gaza non è che l’inizio e non era difficile rendersene conto. Israele fa paura alla parte più democratica e raziocinante dei suoi cittadini e della diaspora ebraica, che non faticano a immaginare quale società oscurantista e quale stato autoritario possano scaturire dall’ideologia dell’attuale governo e dalla sua politica fondata essenzialmente sulla forza delle armi, sul primato etnico e sui sentimenti antiarabi. Fa paura per gli enormi costi umani ed economici della guerra a oltranza e per l’isolamento internazionale che può derivarne.

Eppure sarebbe bastato, agli opportunisti delle capitali europee, oltre che assistere alla strage dei gazawi, prendere sul serio quello che gli esponenti della leadership israeliana ripetevano in ogni occasione nei modi più espliciti e diretti. Questo avrebbe costretto a guardare i fatti e le parole non dal solo punto di vista dei diritti umani con i relativi appelli rivolti a Tel Aviv di far passare gli aiuti umanitari ed evitare di sparare sulla Croce rossa. Avrebbe piuttosto reso chiaro perché i diritti umani non occupavano e non occupano alcun posto nella conduzione israeliana della guerra e nella politica espansionista che la orienta e la ispira.

Col passare dei mesi, anche le sfacciate autocelebrazioni dell’Idf come esercito più etico e umano del pianeta hanno finito per affievolirsi. Il giudizio del mondo contava sempre meno. Il ministro delle finanze Smotrich, esponente di un partito di estrema destra religiosa che sostiene il governo di Netanyahu, non appena furono evidenti i primi segni della carestia imposta a Gaza dall’assedio dell’Idf, dichiarò che lasciar morire di fame migliaia di persone sarebbe stato, in questo caso, legittimo e perfino «etico». Solo la pressione internazionale avrebbe impedito a Israele di seguire questa strada. Si sbagliava, la pressione internazionale, gli ammonimenti, i toni indignati non glielo impedirono affatto.

Intanto in Cisgiordania la «reconquista» delle terre palestinesi procede a ritmi sostenuti e con un crescente esercizio di violenza da parte dei coloni armati guidati dal ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir, altro esponente di spicco dell’etnofascismo religioso, nonché sponsor della ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, distrutto nel 70 d.C. dall’imperatore Tito, sulla Spianata delle Moschee.

Il quadro dell’«ideologia sionista» oggi dominante si completa degnamente con l’intervista rilasciata da Benjamin Netanyahu: afferma di sentirsi chiamato a una missione storica e spirituale in nome delle generazioni che furono nell’attesa della terra promessa e di quelle che verranno per continuare a popolarla. Nonché di sentirsi legato, in questa missione, all’idea della Grande Israele. Quella descritta dalle fonti antiche e che comprende, oltre alle terre palestinesi, non pochi pezzi degli odierni stati confinanti. Difficile dire quanto queste idee arcaiche e intrise di fanatismo etno-religioso possano avere presa o con quanta energia la società israeliana contemporanea riuscirà a scrollarsele di dosso riallacciandosi alle sue tradizioni ed esperienze migliori.

Ma certo è che questa politica è oggi al comando in Israele. E quando in ballo c’è il diritto divino, quello internazionale, che non dispone di forza, nemmeno di quella del fanatismo, naviga in pessime acque. Per non parlare della diplomazia. Non ha dunque del tutto torto il segretario di stato americano Marco Rubio quando sottolinea l’inefficacia dei formali riconoscimenti europei dello stato palestinese non accompagnati da alcuna energica misura dissuasiva. Seppure conservano il senso di una condanna della politica espansionista di Netanyahu, restano impotenti di fronte alla sua indisponibilità a ogni compromesso. E al perentorio: «Se gli altri non ci vogliono più appoggiare, andremo avanti da soli».

Proprio «soli» non sono e non sono mai stati. Gli Stati uniti garantiscono un appoggio quasi incondizionato per oggettive convergenze di interessi che, dalla Guerra fredda in poi, non sono mai venute meno. Tuttavia per assecondare davvero fino in fondo il corso etnocentrico e stragista dell’attuale governo di Netanyahu ci volevano il cinismo di Trump, i razzisti antislamici e i fanatici evangelici che lo circondano in attesa del compiersi delle profezie bibliche.


Orwell, la Fattoria e i nuovi tiranni

Donald mette al suo incontro un voto “10 su 10”, ma ad ascoltare le dichiarazioni dei due presidenti dopo le tre ore di colloquio, si direbbe che il risultato pratico è più prossimo allo zero 

Di Giovanni De Luna, La Stampa

Nei primi anni ’50, insieme alla cotognata e a altri generi alimentari, mi capitò tra le mani un’edizione a fumetti della Fattoria degli animali, il romanzo di George Orwell, pubblicato per la prima volta il 17 agosto 1945. Se non ricordo male l’opuscolo era distribuito da una delle organizzazioni che coordinava gli aiuti americani – l’Erp o l’Unrra – e rientrava a pieno titolo nella forsennata propaganda con cui allora si combattevano gli Usa e l’Urss, capitalismo e comunismo, Washington e Mosca.

Era il mondo bipolare della Guerra fredda, quello della deterrenza e dell’equilibrio atomico come assi concettuali intorno a cui organizzare i due sistemi contrapposti, la Nato e il Patto di Varsavia, il mercato da un lato, la pianificazione statale dall’altro.

L’appassionata invettiva che Orwell aveva scagliato contro il totalitarismo sovietico si era rivelata un’arma polemica di straordinaria efficacia e sembrava scritta apposta per fomentare la polemica contro l’Urss che gli Usa (erano allora quelli del maccartismo e della persecuzione dei comunisti) stavano diffondendo in tutta quella parte di Occidente della quale erano i padroni.

Non era quello, però, il contesto nel quale Orwell aveva scritto la sua opera più famosa. Tra il 1943 e il 1944, nei febbrili mesi in cui egli vi aveva lavorato, americani e sovietici erano saldamente alleati contro il nazismo; c’era una guerra mondiale da vincere, in uno scontro in cui veramente era come se tutto il bene fosse da una parte e tutto il male dall’altra. Non c’era nessun distinguo possibile: si trattava anzitutto di battere Hitler. Per il resto, si sarebbe visto dopo.

Lo stesso Orwell, nello scrivere, non aveva nessuna intenzione di anticipare i temi della Guerra fredda. Più che al futuro il suo sguardo era rivolto al passato, alla sua recente esperienza della Guerra civile spagnola, alla quale aveva preso parte combattendo nelle file repubblicane contro i franchisti. Trozkista, aveva vissuto sulla propria pelle i guasti dello stalinismo, vedendo i suoi compagni cadere sotto il piombo non dei fascisti ma di quelli che avrebbero dovuto essere dalla loro parte.

E a quelli non ammazzati direttamente aveva visto aggiungersi gli altri, mandati a morire nei settori più caldi del fronte e lasciati senza armi e senza rifornimenti per ordine dei comandi staliniani. Ne era scaturito un suo libro straordinario, Omaggio alla Catalogna (1938), e soprattutto un odio implacabile, un bisogno di vendicarsi di Stalin e delle sue malefatte usando l’arma che più faceva imbestialire il dittatore, quella della satira e dello sberleffo.

Così nel romanzo, Stalin è Napoleone, il capo dei maiali, gli animali che hanno preso il potere, immorali e corrotti, bestie schifose che avevano ingannato gli altri animali guidandoli in una rivoluzione che era in realtà solo la sostituzione di un sistema di potere all’altro, anzi peggiorando la situazione. Il regime imposto dai maiali era infatti ancora più dispotico di quello di mister Jones, il vecchio proprietario della fattoria. L’unico maiale che aveva cercato almeno di mitigare la ferocia staliniana, Palla di neve, era anche l’unico che aveva indicato un’alternativa economica alla statalizzazione enfatizzata dai maiali e da Stalin; ma Palla di neve-Trotzky era stato brutalmente eliminato e con lui si erano affossate tutte le alternative possibili alla deriva staliniana della rivoluzione bolscevica.

Chi era il personaggio rappresentato dal cavallo che, dopo aver dato le sue migliori energie per la causa rivoluzionaria, finisce i suoi giorni al macello venduto proprio da Napoleone e dagli altri maiali, chi erano quelli rappresentati dalle pecore e dalle galline, furono alcuni degli enigmi che vivacizzarono allora, 80 anni fa, la polemica che si accese quando il libro fu pubblicato.

Oggi, quando i protagonisti della Fattoria degli animali sono tutti morti da un pezzo e molti non proprio benissimo, il libro di Orwell mantiene ancora però la sua caratteristica principale di una dura requisitoria contro il totalitarismo. Coerentemente con la sua impostazione trotzkysta, egli sembra infatti esaltare lo stato nascente di una rivoluzione, consapevole del fatto che sia lì che si annidano i germi della parabola involutiva che porta all’orrore del gulag, ma anche quelli di una possibile evoluzione in senso positivo delle stesse, identiche premesse rivoluzionarie.

La presa del Palazzo d’inverno di Stalin contro la rivoluzione permanente di Trotzky: da un lato un evento concentrato nel tempo e nello spazio, con il nuovo potere bolscevico che si sostituisce al vecchio potere zarista assorbendone però strutture e istituzioni, in una rigorosa continuità che è quella che porterà alle purghe e agli altri eccessi di un regime dittatoriale che, nel nome della “Santa Madre Russia” e del nazionalismo, partono dallo zarismo e, attraverso Stalin, arrivano fino al Putin di oggi; dall’altro una conquista del potere di lunga durata, una lotta continua, alimentata da una inesausta passione rivoluzionaria che obbliga a mettere in discussione tutti gli stati di equilibrio una volta che vengono raggiunti, a impegnarsi anche contro le stesse burocrazie createsi all’interno del processo rivoluzionario. Sono fallite entrambe e il mondo si riaffaccia sulla soglia dell’incubo atomico, sospeso tra i capricci altalenanti di Trump e la sete di dominio di Putin.

Ma c’è di più. La Fattoria degli animali, che allora fu letto come una grottesca satira contro il totalitarismo e la dittatura, oggi, con le democrazie in affanno in tutte le parti del mondo, assume le vesti di un poderoso atto di accusa alla politica tout court.

La grande malattia dei nostri tempi, sembra ammonirci Orwell, è la corruzione diffusa sia nei sistemi democratici sia in quelli totalitari.Chi entra nella grande arena della politica, sia da destra sia da sinistra, lo fa per interessi personali e la corruzione non è solo quella delle tangenti o delle “mazzette” ma una cosa più profonda che rende gli uomini e le donne che fanno politica inclini a coltivare più i propri interessi personali che non il bene comune.

I maiali che cambiano il motto rivoluzionario «tutti gli animali sono uguali» in quello, più adatto a rappresentare il loro potere, «tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri», sono purtroppo l’esempio di una storia che ha travalicato i confini del tempo per diventare terribilmente attuale.