Lettera all'istituto di fama mondiale: imposta una revisione di mostre, collezioni e iniziative. È la crociata anti-woke. I soldati a Washington seguono la stessa ideologia
Di Marina Catucci, il manifesto
La mannaia di revisionismo culturale di Donald Trump, usata per imporre la sua visione della società americana e della Storia, si è abbattuta sullo Smithsonian, complesso museale di fama mondiale ed entità indipendente che riceve fondi governativi per i suoi 21 musei, i 14 centri di ricerca e lo zoo nazionale.
IL TYCOON lo ha fatto con una lettera ai vertici dell’istituzione: ha comunicano lapidariamente una revisione approfondita delle mostre organizzate, delle collezioni e di tutte le iniziative in corso e in programma per la celebrazione dei 250 anni dello Smithsonian. La revisione è orientata dall’ordine esecutivo firmato il 27 marzo da Trump per «ristabilire verità e sanità nella storia americana».
«Questa iniziativa – si legge nella lettera inviata allo storico Lonnie Bunch, primo afroamericano alla guida dello Smithsonian – è tesa ad assicurare l’allineamento con la direttiva di celebrare l’eccezionalismo americano, rimuovere narrative divisive e di parte e ristabilire la fiducia nelle nostre condivise istituzioni culturali».
La lettera segue la prassi ormai consolidata di quelle alle università Ivy league accusate di antisemitismo: un ultimatum di 30 giorni per fornire le informazioni su mostre e iniziative; di 75 giorni ai musei per fornire un inventario delle loro collezioni permanenti, un elenco delle collaborazioni esterne e i risultati dei sondaggi con i visitatori; e di 120 giorni per applicare le correzioni, sostituire il linguaggio divisivo o ideologico con descrizioni «storicamente accurate e costruttive per didascalie, pareti didattiche, schede digitali e altro materiale destinato al pubblico».
LA NARRAZIONE della Storia secondo Trump è servita, senza paura di usare una manovra da caricatura del dittatore vecchio stampo, prendendosela con quella che la destra Usa chiama «ideologia woke», in particolare la critical race theory, che studia il razzismo sistemico nella società americana. Tra i primi otto musei che dovranno passare attraverso le revisioni Maga, ci sono il museo nazionale di storia americana, quello di storia e cultura afroamericana e quello dei nativi americani.
Che Trump abbia un vero problema di razzismo non è un mistero. Già negli anni ’70 il governo federale gli fece causa per discriminazione verso i neri che volevano affittare appartamenti. Negli anni ’80 dei pastori neri lo accusarono di aver fomentato odio razziale nel caso di stupro dei «Central Park Five».
Gruppi di nativi americani lo hanno criticato per commenti denigratori sulle tribù che cercavano di costruire casinò negli anni ’90. E nel nuovo millennio Trump è stato una delle voci principali della cospirazione dei birther, sostenendo che l’ex presidente Barack Obama non potesse essere eletto in quanto africano e non americano.
UN RETROGUSTO di razzismo c’è anche nella militarizzazione di Washington DC, città a maggioranza afroamericana, dipinta da Trump come pericolosa e fuori controllo nonostante crimini mai così bassi in 30 anni. Martedì sera i veicoli blindati per il trasporto truppe hanno parcheggiato accanto al Monumento a Washington, Border Patrol e Ice sono giunti a guardia della Union Station e le truppe della Guardia nazionale si sono appostate vicino al Mall, mentre gli agenti di Fbi e Dea pattugliavano le strade.
La sindaca Muriel Bowser, davanti alle telecamere, ha evitato lo scontro diretto: «Una maggiore presenza nei quartieri potrebbe essere positiva». Salvo poi, in una diretta con i residenti, chiamare l’intervento «una spinta autoritaria» e invitare la comunità a mobilitarsi per proteggere la sua indipendenza.
Nell’immagine: Washington, Smithsonian National Museum of American History