Grounding: di Svizzera, Voltaire e Trump

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 

In economia le narrazioni contano nella formazione delle aspettative e delle reazioni politiche. Lo spiega bene Robert Shiller, premio Nobel per l’economia, in un suo libro del 2020 in cui dimostra come il diffondersi virale di alcune idee sotto forma di narrazioni può modificare interi mercati, che si tratti della convinzione che i titoli delle società tecnologiche non possano far altro che salire, che i prezzi delle case non scenderanno mai o che certe aziende siano troppo grandi per fallire. La Svizzera è innegabilmente una narrazione in sé. A partire da Voltaire, il quale diceva “se vedi un banchiere svizzero saltare dalla finestra vagli dietro. Sicuramente c’è da guadagnare”.

Un’immagine, una narrazione, resa ancora più pregnante da una serie di fatti più recenti, se si pensa alla vicenda non proprio nobile dei Fondi ebraici in giacenza, all’attaccamento ostinato al segreto bancario, agli scandali bancari oggetto di sanzioni multimilionarie da parte degli USA, alle accuse di manipolazione valutaria (la lista non è esaustiva). Tutti fatti che volenti o nolenti hanno rafforzato quella narrazione che lo scorso febbraio Steve Bannon, l’anima nera della svolta trumpiana, in un’intervista a Massimiliano Herber, corrispondente della RSI negli USA, ha rilanciato definendo l’élite finanziaria svizzera (non il popolo, non sia mai) una “banda di corrotti e corruttori, di cui tutti noi dovremmo vergognarci”. Un’immagine populista, certamente compatibile con il modo di argomentare di Trump sulle barriere doganali, così infarcito di risentimento e intenzioni punitive, di toni ricattatori e sentimenti vendicativi. 

Non si creda però che basti blandire il narcisista Trump su un campo da golf per mitigare la narrazione e fargli cambiare idea. Per quanto il personaggio sia certamente padrone del gioco, la situazione in cui siamo giunti oggi ha una spiegazione sistemica, si iscrive in una dinamica di fattori strutturali che rimandano alla crisi delle regole della globalizzazione e della sua matrice neoliberista, crisi che è alla base del declino dell’impero americano, crisi che si invera in squilibri commerciali crescenti e in perdita di egemonia del dollaro. 

In questi squilibri la Svizzera primeggia con le sue esportazioni pari al 60% del PIL, ben al di sopra del 33,7% dell’Italia, del 34,2% della Francia, del 43,4% della Germania e di quella Cina, “fabbrica del mondo”, le cui esportazioni rappresentano un mero 19% del PIL. La globalizzazione degli ultimi quarant’anni ha indubbiamente rafforzato questa tendenza, favorendo uno sviluppo industriale che porta la Svizzera ai vertici della classifica mondiale per valore aggiunto manifatturiero pro capite. Senza gli sbocchi sui mercati esteri, per un Paese piccolo come la Svizzera, questo sviluppo non si sarebbe potuto realizzare. 

In altre parole, la Svizzera è il Paese più globalizzato del mondo, ma è anche il Paese più isolato geopoliticamente, una discrasia che in buona parte spiega la fragilità negoziale a fronte di un Paese, gli USA, che vuole ristabilire la propria egemonia sul piano industriale, commerciale e monetario, un’egemonia che è fortemente insidiata dalla Cina. 

La violenza e l’arroganza trumpiana nei confronti della Svizzera, un tempo considerata l’El Dorado della borghesia, rientra, oltretutto, nella strategia perseguita dall’Amministrazione statunitense di svalutare il dollaro per favorire il riequilibrio della bilancia commerciale e l’alleggerimento del debito federale, conservando comunque la predominanza del dollaro come moneta internazionale. Il che comporta, nella logica trumpiana, un attacco alla piazza economica e finanziaria elvetica per indebolirne l’attrattività. In particolare, in questo periodo in cui, secondo la rivista americana Fortune, si assiste a una corsa all’acquisto di oro da parte di ricchi americani nonché al deflusso di capitali sui nostri conti correnti per proteggersi dall’instabilità politica interna. 

Se è vero che la crisi che si è venuta a creare è la conseguenza del cambio di paradigma economico e politico su scala globale, se è vero che la guerra dei dazi comporta l’insediamento dello Stato al centro dei rapporti economici globali, allora è bene non farsi troppe illusioni circa un cambiamento di comportamento di Trump tale da ristabilire una migliore condizione negoziale. Non ci sembra che misure quali la “sburocratizzazione”, la riduzione del costo del lavoro e la defiscalizzazione delle aziende siano misure tali da arginare e rilanciare un’economia fortemente orientata all’esportazione, ricreando in tal modo le stesse cause che ci hanno portato alla crisi attuale. Una crisi di paradigma, di modello economico, in cui, semmai, andrebbe rafforzata la domanda interna con politiche ridistributive, sociali e fiscali più incisive. E allo stesso tempo, ridefinendo le condizioni generali di una politica industriale calibrata sui bisogni della popolazione e dell’ambiente.

Nell’immagine: Steve Bannon nell’intervista alla RSI


Trump militarizza Washington: in arrivo la Guardia nazionale

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 

Di Marina Catucci, il manifesto

Durante una conferenza stampa annunciata meno di 24 ore prima, Donald Trump ha informato che 800 truppe della Guardia nazionale verranno assegnate a Washington DC. E che è solo l’inizio: la mossa sarà estesa ad altre città.

Il tycoon ha invocato una sezione del DC Home Rule Act, che consente al presidente di porre il dipartimento di polizia di Washington sotto il diretto controllo federale. La legge è fatta per situazioni di violenza estrema e per restare in vigore, in genere, per 48 ore. Ma Trump ha già anticipato che potrebbe durare più a lungo, aggiungendo senza dettagli che «farà le opportune notifiche al Congresso e al sindaco».

PROBABILMENTE si riferisce al requisito che prevede che i membri delle commissioni parlamentari competenti vengano informati, qualora questa disposizione sia prorogata oltre i due giorni. Secondo Trump il dipartimento di polizia di Washington è stato messo sotto il controllo federale e la Guardia nazionale è stata schierata per rendere più sicura una città dove la violenza e il crimine «sono fuori controllo» e per contrastare un’impennata della criminalità di cui, però, non si trova traccia nei dati ufficiali.

Subito dopo il procuratore capo del Distretto di Columbia, Brian Schwalb, ha definito la decisione «inutile e illegale», sottolineando che la criminalità a Washington non è a un livello di emergenza. Dopo un picco registrato nel 2023, lo scorso anno il livello di criminalità di Washington ha raggiunto il livello più basso degli ultimi decenni e nel 2025 ha continuato la china discendente: la mossa di Trump può essere contestata in tribunale. Schwalb ha comunicato che il suo ufficio sta «considerando tutte le opzioni». Tribunali inclusi.

PRIMA della conferenza stampa, Trump aveva scritto su Truth social che la capitale sarebbe stata «LIBERATA oggi!» e che i «giorni in cui si uccidono o si feriscono spietatamente persone innocenti» sono finiti. Nell’incontro con i giornalisti ha rincarato la dose e ha affermato che i dati diffusi da Schwalb sono falsi, dettati dai cospiratori di sinistra che vogliono occupare le città Usa, e che alcuni non ben identificati funzionari governativi si sarebbero dimessi dal loro incarico proprio per non essere costretti a divulgare dati falsi, sottraendosi alla dittatura di sinistra che attanaglia il paese.

Trump ha poi diffuso altri dati, secondo i quali il tasso Washington ha prestazioni disastrose in termini di sicurezza, anche rispetto alle capitali di Iraq, Brasile e Colombia. «Ci stiamo liberando anche delle baraccopoli», ha detto aggiungendo che i senzatetto spariranno, non si sa bene dove.

A DARGLI MANFORTE i membri chiave del suo gabinetto, tra cui la procuratrice generale Pam Bondi, il segretario alla difesa Pete Hegseth, il direttore dell’Fbi Kash Patel, il segretario agli interni Doug Burgum e il neo-nominato procuratore degli Stati uniti per DC Jeanine Pirro. Trump ha annunciato che la polizia, sotto la direzione di Bondi, avvierà «immediatamente massicce operazioni di contrasto contro bande, spacciatori di droga e reti criminali». L’amministrazione ha anche intenzione di riassegnare temporaneamente 120 agenti dell’Fbi a compiti di pattugliamento notturno a Washington. La maggior parte degli agenti sarà sollevata dalle mansioni abituali, ma non è chiaro se i dirigenti dell’agenzia avranno bisogno di reclutare altro personale dalle città vicine.

Il giro di vite avviene nel giorno in cui la battaglia legale sull’invio di truppe della Guardia nazionale per sedare le proteste a Los Angeles è giunto in tribunale: un giudice determinerà se a giugno Trump ha abusato di una legge di 147 anni fa a cui si era appellato, che consente al presidente di federalizzare la Guardia nazionale in caso di ribellione, invasione e minaccia credibile o quando le forze dell’ordine non riescono far rispettare la legge.

GLI AVVOCATI del governatore della California Newsom affermano che Trump «ha compiuto illegalmente una presa di potere senza precedenti» e ha violato la Costituzione ignorando il consenso delle autorità locali. Per quelli di Trump la Guardia Nazionale è stata inviata solo per proteggere proprietà e personale federale.

Nell’immagine: la manifestazione di ieri davanti alla Casa bianca contro l’uso della guardia nazionale a Washington


Il giornalismo non è terrorismo: Anas Al Sharif sapeva di essere nel mirino d’Israele

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 

Di Rula Jebreal, La Stampa

Anas Al Sharif era nato nel 1996. Aveva 4 anni nel 2000, quando iniziò la Seconda intifada. Ne aveva 11 quando Israele impose l’assedio su Gaza, nel 2007. Ne aveva 12 durante l’operazione Piombo Fuso, nel 2008-2009. Ne aveva 18 durante l’assalto del 2014 su Gaza. Ne aveva 29 quando Israele lo ha assassinato, il 10 agosto 2025.

Ha vissuto tutta la sua vita in un territorio assediato e controllato da una potenza occupante. È diventato giornalista dopo essere cresciuto osservando il lavoro dei giornalisti palestinesi sul campo. In alcune foto del passato si vede lui bambino, radunato insieme con altri bambini accanto a dei giornalisti che stanno raccontando uno dei tanti eccidi subiti dalla popolazione di Gaza. È morto ucciso da una bomba, insieme a cinque altri suoi colleghi: Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Moamen Aliwa, Mohammed Noufal e Mohamed al-Khalidi. Una intera troupe di Al Jazeera colpita da un attacco mirato e annunciato.

Israele voleva Anas al Sharif morto perché era gli occhi e le orecchie di Gaza. Era uno di loro, un palestinese. Israele ha dichiarato che era un terrorista, sulla base di una logica ferrea, quella secondo la quale ogni palestinese è un terrorista perché tutti i palestinesi sono terroristi. Tutti gli abitanti di Gaza sono Hamas. Non servono prove, non servono arresti, non servono processi, non servono avvocati, giudici, istruttorie, gradi di giudizio, non serve più lo Stato di diritto. Se l’esercito israeliano ha deciso che sei un terrorista, lo diventi proprio perché sei stato dichiarato tale. E la tua condanna è già scritta: meriti la morte.

Le calunnie che Israele ha riversato sui giornalisti palestinesi negli ultimi 22 mesi sono un vero e proprio paradigma. Sono accuse infondate che non solo delegittimano l’individuo ma minano la fiducia nel giornalismo, colpiscono tutta la categoria e creano un precedente molto pericoloso che sarà usato per giustificare l’assassinio di giornalisti ovunque.

L’uccisione dei giornalisti da parte di Israele è sistematica, strategica, e ovviamente non ha niente a che fare con la loro presunta collaborazione a cellule terroristiche. Gli scopi principali, in questa fase del genocidio, sono tre: il primo è creare un blackout totale su quanto avverrà a Gaza, adesso che l’esercito si appresta a cercare di prendere il controllo di tutto il territorio. Israele non vuole mostrare né la barbarie dei soldati nei confronti della popolazione civile, né le difficoltà, le debolezze e i problemi del suo esercito. Non vuole che il mondo veda il male che fa ai palestinesi, ma non vuole che veda neanche tutti i modi in cui i bambini, le donne, gli anziani, gli adolescenti vanno avanti persino nelle condizioni più difficili. Non vuole che il mondo veda la forza dei palestinesi, oltre che la loro sofferenza.

Il secondo scopo è distruggere le prove: ogni volta che muore un giornalista, con lui si fermano storie, nomi, documenti, foto, video che è complicato raccogliere e recuperare. Anas al Sharif era un cronista instancabile: aveva raccolto, testimoniato e documentato migliaia di crimini. Migliaia di persone gli avevano affidato le loro storie dolorose e le prove dei crimini commessi dall’esercito. Era stato anche uno dei più importanti cronisti della fame e della carestia, colui che aveva mostrato al mondo le uccisioni sadiche dei bambini nei centri di distribuzione del cibo. Il suo ultimo servizio prima di essere assassinato documentava la morte per fame di un bambino, Saif Helles, mostrandone il corpicino scheletrico già defunto. Anas sarebbe stato senza dubbio uno dei più importanti testimoni contro Israele in qualsiasi tribunale internazionale.

Il terzo scopo che Israele porta avanti assassinando i giornalisti sul campo è di tipo mafioso: Israele vuole punire i palestinesi colpendo le personalità che, come Anas, ne rappresentano maggiormente la voce e l’orgoglio. Lo si fece anche in Italia. In Sicilia, con Peppino Impastato, con Giancarlo Siani, con Giovanni Spampinato e tanti altri. La mafia uccide i giornalisti per punirli della loro insolenza, del fatto di non avere paura e di continuare a dire la verità. Ma uccide i giornalisti anche per spaventare la comunità intera, per mandare il messaggio più chiaro e preciso: nessuno è al sicuro, tutti i testimoni sono nel nostro mirino, la vostra comunità è debole, vi abbiamo in pugno. Anas al Sharif, comeHossam Shabat, come Shireen Abu Akleh, erano persone del popolo, amatissime dalla loro gente. Nel corso degli ultimi due anni, Anas si era mostrato davanti allo schermo devastato dal dolore per la vista dei bambini esangui, esausto perché gli mancavano le forze, felice durante il breve, illusorio cessate il fuoco di inizio anno. Le sue erano le gambe di Gaza, la sua era la voce di Gaza, i suoi sorrisi, come quelli di Hossam, erano i sorrisi di Gaza. Lo hanno colpito per tagliare le gambe e strappare via la voce e ogni rimasuglio di sorriso al suo popolo. E lui lo sapeva. Sapeva di essere braccato. L’arroganza mafiosa cresce sempre quando si hanno le spalle coperte, e Israele ha le spalle coperte come mai nessuno Stato prima. Tutti i governi occidentali gli danno un continuo via libera. Non c’è stata nessuna conseguenza finora per aver assassinato Hossam Shabat, Hassan Islih, Ismael al Ghoul, Fatma Hassouna, Shireen Abu Akleh e altre centinaia di reporter… Non c’è stata nessuna conseguenza neanche per aver assassinato mille paramedici, il personale sanitario, i cuochi, gli insegnanti, tutte le persone cui era stato detto di evacuare in zone sicure per poi colpire con le bombe proprio quelle zone sicure. Non c’è stata nessuna conseguenza finora per aver ucciso di fame migliaia di persone. Nessuna sanzione, nessuna esclusione dalle competizioni internazionali, nessuna rescissione dei contratti di collaborazione con l’esercito israeliano, nessun arresto dei ricercati per crimini contro l’umanità.

Israele vuole mostrare ai palestinesi di tenerli in pugno e di poterli punire a suo piacimento. I media occidentali continuano a trattare l’esercito israeliano come una fonte affidabile e a dare riverbero a tutto ciò che il governo dichiara, senza mai verificare le notizie che ricevono. Israele vuole avere il controllo di tutta l’informazione a livello mondiale: impedendo ai giornalisti stranieri di entrare a Gaza, vuole impedire che si possano smentire le sue bugie, e smontare la sua propaganda. Gli unici che sono rimasti a testimoniare la verità sono i giornalisti palestinesi. Ucciderli è uccidere la verità. La chiamano “terrorismo”, perché temono l’impatto della verità.

Anas al Sharif aveva dichiarato più e più volte di non essere affiliato ad alcuna organizzazione né fazione politica, aveva denunciato la sua uccisione imminente in anticipo, sapeva di essere come un condannato nel braccio della morte, condannato senza processo, giudicato colpevole senza sentenza. Nel mondo in cui vige la legge del più forte è così che funziona. Se accettiamo da lui un consiglio d’addio, che sia questo: «Vi esorto a non lasciare che le catene vi facciano tacere, né che i confini vi impediscano di agire. Siate ponti verso la liberazione della terra e del suo popolo, finché il sole della dignità e della libertà non risplenda sulla nostra patria usurpata».

La sua morte è un monito per tutti quei giornalisti occidentali che, pavidi nei confronti dei forti e ipocriti nei confronti della verità, non hanno il coraggio di denunciare. Ma è anche un incoraggiamento ad agire per tutti quei giornalisti occidentali che hanno a cuore i loro colleghi, il loro mestiere, e soprattutto la verità.

Nell’immagine: un giornalista siriano tiene in mano una foto del giornalista palestinese e corrispondente di Al Jazeera Anas al-Sharif


Libertà di stampa

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 


Cibo, allarme Unicef: “Dodicimila bimbi rischiano di morire a Gaza”

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Ormai la crisi di Gaza è arrivata a un punto che non si trovano le parole. Del resto, non servono: bastano le nude cifre. L’Unicef, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha reso noto ieri che i bambini palestinesi della Striscia a rischio di malnutrizione sono saliti a 12 mila: erano 2 mila in febbraio, a giugno il numero era triplicato a 6 mila, ora anche quello è raddoppiato. Si tratta della cifra di malnutrizione infantile più alta registrata dall’inizio della guerra e l’Unicef precisa che si riferisce a casi di malnutrizione “acuta”, più seria della malnutrizione “grave” e spesso associata a complicazioni fatali.

«Un aumento sconcertante della fame tra i più piccoli abitanti di Gaza», afferma un portavoce dell’organizzazione umanitaria dell’Onu. «Una chiara prova che la malnutrizione sta accelerando rapidamente, mettendo a rischio migliaia di giovani vite. Massicci aiuti alimentari devono raggiungere subito la popolazione della Striscia, e in primo luogo i bambini, prima che ci siano altre vittime per denutrizione. Sappiamo come prevenire e curare la malnutrizione. Gli strumenti e la competenza per farlo esistono. Ma c’è urgente bisogno di un accesso sicuro e continuativo agli aiuti».

Secondo gli ultimi dati del ministero della Sanità di Gaza, un organismo gestito da Hamas ma citato come termometro della situazione da tutti i maggiori media internazionali, negli scorsi due giorni ci sono stati altri 11 vittime per malnutrizione. «Da ottobre 2023 nella Striscia sono morti per fame oltre 100 bambini – lancia l’allarme Save the Children – è una cifra devastante che dovrebbe far vergognare il mondo. Serve un’azione urgente».

Mentre Israele prepara una nuova controversa offensiva su Gaza City e l’area centrale della Striscia, è sempre più sotto accusa il sistema adottato dallo Stato ebraico, in collaborazione con gli Stati Uniti, per fornire cibo e altri generi di prima necessità a una popolazione di oltre 2 milioni di persone, nella quasi totalità sfollati per la distruzione delle proprie case sotto raid e demolizioni.

Il centinaio di centri smistamento degli aiuti gestito in precedenza dall’Onu e da Ong umanitarie è stato sostituito da soltanto quattro grosse strutture controllate dalla Gaza Health Foundation, una fondazione finanziata da Israele e Usa. Per raggiungerle, gli abitanti della Striscia devono percorrere chilometri in zone recintate, sotto il tiro delle guardie armate della fondazione. Nei frequenti incidenti scatenati dal caos, da provocazioni o per altre ragioni, 1373 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano di procurarsi razioni di cibo o sacchi di farina. Israele accusa Hamas di istigare gli incidenti, ma ci sono testimonianze, raccolte dalla Bbc e da altri media occidentali, di soldati che ammettono di avere aperto il fuoco sulla folla di civili affamati semplicemente per spavento o nella confusione generale.

I lanci di pacchi alimentari con il paracadute, organizzati dalla Giordania, da altri Paesi arabi e da alcuni Paesi occidentali tra cui l’Italia, vengono giudicati dagli esperti umanitari «una goccia nel mare» e spesso provocano a loro volta incidenti, spingendo la gente a rincorrerli facendo di tutto per metterci le mani sopra.

Con gli ospedali distrutti o funzionanti a singhiozzo e privi di medicine, la maggior parte della popolazione che vive accampata, l’acqua che scarseggia e le temperature più alte dell’estate, la malnutrizione infantile aggiunge una nuova piaga alle sofferenze di Gaza. Padri e madri lottano disperatamente per dare un tozzo di pane, un pugno di riso, ai propri figli. Molti passano giorni senza mangiare nulla. Così ora arriva l’allarme dell’Unicef: 12 mila bambini palestinesi rischiano di morire di fame.


Avraham Burg: «Ebrei, ribellatevi: trascinate Israele all’Aja»

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Un appello agli ebrei di tutto il mondo perché si uniscano e si rivolgano alla Corte internazionale di Giustizia contro Israele per l’uso dell’ebraismo come copertura di crimini di guerra. Lo ha promosso la scorsa settimana Avraham Burg, ex presidente della Knesset e tra i volti più noti del pacifismo israeliano e della lotta comune con i palestinesi.

L’appello si intitola «Ebrei, ribellatevi. Ora» e punta a raccogliere «un milione di ebrei, meno del dieci percento della popolazione ebraica globale»: «Non permetteremo allo Stato di Israele, che sistematicamente infligge violenza su una popolazione civile, di parlare in nostro nome», scrive Burg. Lo abbiamo raggiunto al telefono.

Perché un simile appello?

Sono un intellettuale, contribuisco con i miei pensieri. Sto vivendo un momento nella mia vita di totale collisione tra il comportamento del mio stato e i valori della mia cultura. Se sei una persona perbene e con integrità intellettuale, devi chiederti da che parte stai, se stare con i crimini del tuo paese o offrire un’alternativa. Visto che non posso sostenere né giustificare niente di ciò che Israele commette a Gaza, devo offrire un’alternativa. Io credo che «cultura giudaico-cristiana sia una definizione problematica», ma non ho dubbi che l’universalità del diritto internazionale sia il risultato di tale relazione. Appartengo al sistema di valori dell’universalismo e appartengo anche a Israele. Mi sono rivolto al mio lato universale e ho fatto appello.

Chiede di rivolgersi all’Aja perché Israele dice di agire in vostro nome. Israele è riuscito a far passare l’idea di una coincidenza tra stato e religione?

Niente di quello che Israele ha fatto ai palestinesi in cento anni giustifica i crimini di Hamas del 7 ottobre. E nessuna delle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre giustifica quel che Israele commette a Gaza. Se ci aspettiamo che i palestinesi, e i musulmani perché Hamas si definisce tale, dicano che quella non è la via dell’islam, io da parte mia dico che questa non è la via del popolo ebraico. Quello che Israele fa è un tradimento dei valori ebraici, non rappresenta né l’antica etica ebraica né quel che sta scritto sulla dichiarazione di indipendenza di Israele. Non credo a una parola di quello che il mio governo dice, è guidato da un bugiardo, Benyamin Netanyahu, il peggior leader politico che gli ebrei abbiano mai avuto, ed è composto da ministri imbarazzanti nel migliore dei casi, primitivi nel peggiore. Credo a quello che ho davanti agli occhi, ovvero una linea ideologica volta a completare la Nakba del 1948. Lo hanno detto apertamente e si stanno muovendo in quella direzione.

Pezzi della società israeliana, a partire dall’esercito, sono contrari al nuovo piano per Gaza. Tali differenze possono aprire delle crepe nell’establishment politico e militare?

È vero che negli anni l’esercito è stato l’elemento più moderato nell’equazione politica, ha cercato di trovare soluzioni che non fossero la guerra. Allo stesso tempo è lo stesso esercito che da quasi due anni uccide così tanti innocenti. Non importa quello che dicono a porte chiuse o ai media. Importa quello che fanno.

Qual è l’obiettivo reale di Netanyahu? Restare al potere? Completare, come diceva prima, la Nakba del 1948?

Ci sono tre spiegazioni per le sue politiche. La prima: non ha perso la testa ma la sua coscienza e il risultato è una politica assassina. La seconda: è prigioniero degli estremisti nel suo governo e della sua stessa brama di restare al potere. Le persone innocenti sono il costo della sopravvivenza politica di Netanyahu. La terza: è lo specchio dell’ultranazionalismo israeliano il cui obiettivo dichiarato è impedire la creazione di uno stato palestinese nei Territori palestinesi, in particolare in Cisgiordania. La guerra a Gaza è una guerra contro lo stato palestinese. Un primo ministro burattino dell’estremismo, senza coscienza e ideologicamente contrario a qualsiasi statualità palestinese: la combinazione di questi tre elementi spiega l’oggi.

Nella società israeliana si muovono proteste, spesso per ragioni diverse, contro il governo ma allo stesso tempo i sondaggi parlano di un’ampia maggioranza a favore dell’espulsione dei palestinesi. Qual è la sua impressione?

L’opinione pubblica israeliana è cambiata molto, lo choc del 7 ottobre vibra ancora. La maggior parte degli israeliani non sa cosa sta succedendo a Gaza, è ancora preda dei venti di choc e vendetta. Lo vedono ancora come una reazione legittima a quanto successo due anni fa, senza capire davvero a che punto stiamo. È anche una società molto divisa e in conflitto con se stessa: da una parte il 70% ritiene che la priorità sia riportare a casa i rapiti, dall’altra un numero quasi identico vuole continuare la guerra.

Nell’immagine: Avraham Burg


Hail Caesar!

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 

“Hail Caesars!” è un libro recente (ed. Scripta Manent 2025) di Philippe Fabry (storico francese del diritto, saggista) Già significativo e intrigante sin dal frontespizio (con il sottotitolo: “Du césarisme en Amérique”) poi nell’introduzione, quasi categorica: ci si può legittimamente chiedere “se stiamo parlando della stessa cosa o, per dirla ancora più chiaramente, se è pertinente sistemare nella stessa categoria ‘democrazia’ il regime pressoché universale in Europa e il curioso modello americano”. E quindi una domanda: i confronti storici possono aiutarci a comprendere la traiettoria assunta dagli Stati Uniti, quali i motivi e le conseguenze?

Gli Stati Uniti entrano in una fase assolutista come avvenne ai tempi in cui la Francia di Luigi XIV prelevò i diritti di dogana, su istigazione dell’allora controllore delle finanze Colbert (1667). Finì poi per avventurarsi in una guerra. Qualcosa di analogo avvenne però storicamente molto prima, con l’imperiale Roma, quando si pensò bene di finanziare la protezione delle proprie conquiste, dell’impero, con un “tributum”, nome che c’è rimasto, una tassa… sugli assoggettati.

I diritti di dogana o la proposta, in pratica, di creare una fonte di reddito “esterna” (External Revenue Service) da aggiungere a quella interna (Internal Revenue Service, largamente insufficiente per coprire i bisogni interni e, per di più, maggiormente insufficiente se si deducono ancora sgravi o esenzioni fiscali concessi ai ricchi per conquistarli) assomigliano quindi curiosamente a altri periodi storici.

L’istorionomia

Fabry, con questi schemi che sembrano ripetersi, applica l’istorionomia (historionomie). La quale non pretende di dare un senso alla storia; vuole invece semplicemente identificare degli “schemi storici”. È, in poche parole, una teoria della storia che cerca di “isolare delle variabili, stabilire delle categorie, fare una cernita tra il determinante e il trascurabile”.

Complicatino. Facciamola allora spiccia: l’istorionomia ci permette di meglio comprendere il nuovo ordine mondiale partorito da Donald Trump. Ed è appunto questo che ci incuriosisce e interessa. Dovremmo però dapprima informare che Philippe Fabry si era già fatto conoscere precedentemente avvertendoci che la Russia, che poneva nella categoria degli imperi vendicativi (“empires revanchards”) era ormai pronta ad invadere l’Ucraina!

Le sanguisughe e l’assolutista

Diamo allora qualche esempio. La retorica utilizzata all’epoca di Colbert sembra quasi un copia-incolla nelle dichiarazioni di Trump. Antoine de Montchrestien, un osservatore dell’epoca (quindi, fine 1600) parla di produttori stranieri che sono “come pompe che aspirano fuori dal nostro regno…la pura sostanza del nostro popolo… sanguisughe che si attaccano al grande corpo della Francia” (Trump ha detto ad esempio, testualmente: “l’Europa è stata creata per fregare gli Stati Uniti, questo è il suo scopo”. Sottinteso, con le sue esportazioni negli Stati Uniti).

Fabry descrive ciò che definisce “il modello di costruzione nazionale”. Varie fasi si succedono per creare uno Stato-nazione parlamentare moderno: una fase feudale, una oligarchica assolutista e finalmente quella parlamentare. La fase assolutista è segnata da una “predominanza crescente di un esecutivo autoritario che concentra e confisca poteri precedentemente dispersi o esercitati collegialmente”.

I decreti via via emanati da Trump e la emarginazione del Congresso (Parlamento), in settori e su aspetti importanti della sua politica, si comprendono in tal modo meglio, identificandolo… per quel che è. O, in termini più precisi, la categoria “democrazia” diventa in questo caso falsa per l’istorionomia perché la democrazia “tende a riunire oggetti radicalmente differenti”, a includere, non escludere.

Questa tipologia di “transizione assolutista” non è però esente da grossi rischi. Nella storia è spesso accompagnata da guerre civili. La fase assolutista è il momento in cui lo Stato tende anche a voler fare delle conquiste. Ed è sintomatico e per niente stravagante quando Trump pensa di “annettersi” il Canada, la Groenlandia, Panama o perlomeno le terre rare o le materie prime dell’Ucraina o del Lesotho o del Congo o le spiagge della Palestina, essenziali per lo sviluppo della sua potenza. C’è una chiara sincronia con l’altro assolutista, Putin. Con il quale ci si incontra, tutt’al più, per accordarsi sulla spartizione.

La conclusione?

Nei prossimi dieci anni, secondo il modello dell’istorionomia, gli Stati Uniti dovrebbero allestirci, a noi europei o svizzeri, un “regime autoritario”, cesariano (Hail Ceasar!), praticando su tutti, condizionandoci in ogni modo, un forte controllo sociale, con la richiesta di elevato “tributum”. E noi, che abbiamo sempre creduto che il pericolo poteva venire solo dall’altra parte (Unione sovietica, Russia e fors’anche Cina), avremo forse ancora poco tempo per ripensarci o ricollocarci (v. articolo qui apparso di Paolo Rumiz).

Tuttavia, pur attenti a quel che può suggerirci l’istorionomia, sappiamo anche che la storia propone evoluzioni particolari che sfuggono ai modelli (però, forse un po’ meno al determinismo storico?).


Ona volta l’eva minga inscì!

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 

Avrebbero dovuto dire di no al pasticciaccio brutto concepito – dicono i leghisti creativi – per fare un Paese nuovo e dinamico. Più competenza al posto giusto e più efficienza (precisano sempre loro): ammettono però che prima, visti gli scarsi risultati, non c’avevano pensato, ma ora rimediano per il bene del Cantone.

È la politique politicienne, secondo il dizionario: politica di bassa lega, fatta per vantaggi personali e di partito, lontana dagli interessi dei cittadini. I consiglieri di Stato, all’unanimità, hanno detto di sì e l’arrocco di due è diventato l’accrocchio di cinque: si è allargata la compagnia ma non la trasparenza. Perché l’accrocchio? Non si sa! Si arguisce però che non c’entra il bene collettivo: sono state assecondate le mire di un partito, non si è badato alla dignità della buona politica. Intanto l’astensionismo sale, i partiti scendono, il populismo imperversa e prolificano i politici abborracciati che hanno fatto della mediocrità una virtù: di questi tempi la qualità in politica è un optional piuttosto in disuso.

Conta il quieto vivere, l’armonia e la bella concordanza del do ut des (è la versione gattopardesca: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che qualcosa cambi) e pazienza se il decoro istituzionale va a farsi benedire.

Hanno perso l’occasione i tre consiglieri – del Centro, liberale e socialista – di ripristinare un minimo di etica pubblica e di buona politica. Ci hanno fatto toccare con mano le ragioni del discredito della politica, ridotta a meschini giochi di potere, e il parere dei cittadini non conta. La conclusione di Paul Valéry trova conferma: “La politica è l’arte di impedire alla gente di occuparsi di ciò che li riguarda”. E pure Émile Zola, qualche tempo prima, rammentava la conclusione di un ministro: “Noialtri, i mediocri, siamo fatti apposta (per governare)”. Il problema è che oggi la mediocrità è la regola ed è incontenibile. Diceva in vernacolo meneghino una protagonista di un racconto di Carlo Emilio Gadda: “Disémela intra de nün (…) ona volta l’eva minga coma al dì d’inkoeu…”.

Non cedo alla nostalgia: il sottobosco della politica prosperava anche ieri. Ma c’erano il senso della vergogna e il senso del ridicolo che ponevano limiti alle azioni indecorose e consigliavano di non contrabbandare certe operazioni poco esaltanti come un beneficio per la collettività. Lo scrittore Niccolò Ammaniti dovette constatare (crude parole, ma è utile parlar chiaro) che da qualche anno a questa parte le barriere sono state infrante perché sono state sdoganate “le figure di merda”. Ieri il senso di vergogna favoriva il passo indietro, addirittura le dimissioni “per decenza”: oggi questa sana abitudine non è contemplata.

Una volta c’erano poi dei partiti con delle idee, che orientavano e formavano pure una classe dirigente mediamente preparata che quelle idee rappresentavano. Oggi, anche in politica – per dirla con Victor Hugo – ci sono moltissime bocche che parlano e pochissime teste che pensano, e la cultura politica in circolazione mi pare inesistente.

Non generalizzo: anche da noi qualche politico di elevato profilo c’è: argomenta e si fa sentire, ma la sterpaglia populista lo soffoca.

Nel caso in questione, la figuraccia l’hanno fatta i partiti: hanno gridato all’indecenza dell’arrocco ma i loro rappresentanti l’hanno votato. In fondo i partiti hanno mostrato quel che già si sapeva: sono ridotti ad agenzie che amministrano le risorse dello Stato e il loro ruolo di intermediari fra Stato e Cittadini non c’è più. È proprio il caso di dirlo: la sfiducia dei cittadini è ben riposta. Negli anni Novanta ci dissero: via le ideologie dalla politica perché serve “il fare” in politica, e quindi viva il pragmatismo! Ho sempre sospettato che la fine delle ideologie coincidesse con la fine delle idee e senza idee non c’è futuro. Ricevo conferma.

Sospetto che il prossimo dibattito in Gran Consiglio sulla trovata leghista sarà un esercizio in cui i partiti coinvolti troveranno gli opportuni argomenti per giustificare l’accrocchio indecoroso. Benvenuti nell’era “senza vergogna” dell’impudenza politica.

Scritto per laRegione


Trump-Putin, Zelensky diventa l’agnello sacrificale

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 

Di Anna Zafesova, La Stampa


Un summit esercizio di dominio

Non basterà blandire il narcisista capo della Casa Bianca su un campo da golf per mitigare la ‘narrazione’ sulla Svizzera 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Non è l’arte della diplomazia che riunisce Putin e Trump venerdì in Alaska, nel primo vertice Usa-Russia dal 2021, ma è semmai l’esercizio della “kyriarchìa”, espressione del comando, della supremazia, del dominio. I due presidenti si incontrano infatti come i plenipotenziari del pianeta, decisi a sbrogliare da soli i nodi che soffocano oggi il mondo e proiettano un’ombra sul futuro, ingovernabile. Soltanto qualche telefonata del leader del Cremlino ai suoi partner, India e Cina, per informarli della svolta, e un sondaggio di Trump con Giorgia Meloni per indovinare il fondale più adatto al summit, con Roma e il Vaticano scrutinate prima della scelta dell’Alaska: non si sa se il vertice produrrà risultati concreti, ma intanto conviene garantirsi che in ogni caso sia “un momento di grande televisione”, come commentò soddisfatto Trump l’umiliazione inflitta in diretta a Zelensky alla Casa Bianca.

Il fatto è che i due demiurghi si sono attribuiti da soli — e reciprocamente — lo status di imperatori, anche se alcuni di quei nodi geopolitici li hanno stretti con le loro mani, dall’invasione russa dell’Ucraina alla guerra commerciale scatenata dall’America. Ma sia Trump che Putin non portano responsabilità, non ammettono errori, non conoscono colpe.

Entrambi sono fuori dalla storia corrente, in due luoghi emblematici uniti da una distorsione politica del tempo: l’uomo del Cremlino prigioniero del sogno imperialista della “Grande Russia” teorizzata da Stalin, abiurando Lenin, e il Capo della Casa Bianca convinto che il suo ritorno al potere coincida con l’anno zero dell’America, disposta a cancellare impegni, alleanze, valori e tradizioni per inaugurare una nuova stagione che assomiglia sempre più a una missione.

Ora la loro intesa basata sulla forza è alla prova decisiva. La decisione di incontrarsi dopo gli insuccessi, le incomprensioni e le delusioni degli ultimi mesi, sta caricando di significato una lunga attesa che attende fin d’ora soddisfazione. L’ultimo colloquio tra il leader della Russia e un presidente americano risale infatti al 2021, in occasione dell’incontro con Joe Biden a Ginevra, quindi prima dell’aggressione russa all’Ucraina. L’ultimo viaggio di Putin in America è avvenuto invece nel settembre 2015: il Capo del Cremlino dunque risale con questo viaggio dieci anni di storia, sormonta le sanzioni decise dall’Occidente dopo l’attacco a Kiev, sorvola il mandato d’arresto della Corte Penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità per arrivare all’appuntamento con Trump in Alaska. La posta in gioco dev’essere per forza di cose all’altezza di questo accumulo di simboli che si raccolgono nel summit.

È vero che due giorni fa scadeva l’ultimatum di Trump che minacciava sanzioni contro i Paesi acquirenti di greggio e gas russo se Putin non si fosse impegnato per un cessate il fuoco: e dunque l’apertura del Cremlino a un incontro di vertice può essere un semplice artifizio per guadagnare tempo mandando a vuoto le minacce americane. Ma i colloqui al Cremlino dell’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, devono aver mostrato un possibile squarcio d’orizzonte positivo per il summit, se i leader hanno deciso di scendere in campo personalmente. Tutti e due non possono permettersi che la stretta di mano in Alaska si risolva in una bolla di sapone. Trump perché distruggerebbe la sua immagine di solutore delle grandi crisi e di mediatore mondiale: come recita l’ultima fotografia che lo ritrae tra i leader di Armenia e Azerbaigian impegnati a siglare una pace “permanente” dopo quasi quarant’anni di guerra, e convinti sostenitore del Nobel per la pace al presidente americano, “che in sei mesi ha fatto il miracolo”. D’altro canto Putin, che non crede ai miracoli, non può rimanere in trincea per sempre senza l’idea di uno sbocco possibile per il conflitto che ha scatenato, anche perché getterebbe al vento la ri-legittimazione concessagli da Trump dopo l’inferno delle sanzioni.

Ecco perché sul tavolo dell’Alaska, anche se Kiev e la Ue preparano una contro-proposta, ci sarà soprattutto il piano russo per arrivare ad un “congelamento del conflitto”. Il cuore di questo piano è la terra: Trump ha accennato alla necessità di “qualche scambio, perché ci sono territori per cui si combatte da tre anni e mezzo, e stiamo cercando di ottenere tutti qualcosa indietro”. Si pensa che la Russia chieda il riconoscimento della sovranità sulla Crimea (annessa militarmente nel 2014) e sulle regioni di Donetsk e Lugansk del Donbass in cambio di un cessate il fuoco generale, che prepari un vero negoziato di pace. A queste condizioni Mosca potrebbe congelare la linea del fronte nell’area di Zaporizhzhia e Kherson, anche se queste regioni sono state annesse alla Russia col sigillo costituzionale, a conferma di una precisa e ostentata volontà politica, difficile da derubricare oggi. Così come resta un’incognita la portata effettiva della richiesta russa di neutralità dell’Ucraina, con la sua rinuncia “a far parte di qualsiasi alleanza o coalizione militare”.

Il limite esplicito di questo progetto sta nella sua unilateralità, visto che è scritto da una parte sola, col mediatore che l’appoggia invece di costruire un punto d’equilibrio, e con Zelensky chiamato non a negoziare, ma a firmare un piano altrui, e comunque assente al vertice in Alaska: anche se ieri si parlava di un possibile contatto telefonico con il leader ucraino durante il summit a due. Quella sedia vuota conferma lo sbilanciamento delle forze in campo. Non si sa se il piano del Cremlino porterà davvero a un cessate il fuoco; ma ha già portato a un cambio di ruolo tra Putin e Zelensky, mettendo il leader ucraino nella difficile alternativa tra accettare una mutilazione alla sovranità del suo Paese e arrivare a una sospensione dei combattimenti, oppure rifiutare lo smembramento negoziale allontanando però il cessate il fuoco.

La tenaglia ora stringe Zelensky, che come dice apertamente Trump “deve essere pronto a firmare qualcosa”. La formula trumpiana incarna lo stato d’animo generale dell’Occidente, che vuole ormai arrivare comunque alla fine del conflitto, illuso di essere soltanto spettatore in questa partita. Si prepara dunque una tregua “comunque”. Fingendo di ignorare che la pace non è soltanto la fine delle ostilità, ma è anche l’inizio di un nuovo ordine mondiale: che non può essere fondato sull’abuso e sul disordine