L’ultraortodosso sionista che vuole la Repubblica ebraica: chi è Bezalel Smotrich

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

Di Giordano Stabile, La Stampa

Ha come cognome il toponimo di una cittadina ucraina che ha dato i natali ai suoi avi paterni ma si dichiara un «vero figlio di Gerusalemme» in virtù del nonno Shimon, nato e cresciuto nella Città Santa. È contrario ai matrimoni misti, ai reparti di ospedali condivisi da partorienti ebree e palestinesi, e allo stesso tempo accusa gli avversari di essere i «veri razzisti». Ha fatto sfilare capre e asini in una manifestazione anti Pride.

E soprattutto, Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, leader della destra ultraortodossa sionista, figlio di un rabbino reazionario, giovane sabotatore del ritiro dei coloni da Gaza nel 2005, arrestato dallo Shin Betper atti incendiari… Oggi detta la linea del governo nella Striscia verso il suo personale obiettivo, che è diventato lo stesso del premier Benjamin Netanyahu: svuotarla, cacciare i palestinesi con le bombe e con la fame, e ricostruire gli insediamenti affacciati sul Mediterraneo.

In un insediamento, nel Golan conquistato nel 1967 e annesso nel 1981, Benazel è nato, giusto un anno prima fosse dichiarato israeliano a tutti gli effetti. La battaglia per trasformare in terra ebraica i Territori occupati, anzi “contesi” secondo la definizione di Netanyahu fatta propria da Donald Trump, l’ha combattuta già in fasce. E in questo momento vede uno snodo decisivo. Gaza, nella sua visione, è una parte «inseparabile» di Israele.

«Per vent’anni ci siamo illusi che potessimo ritornare. Ora non è più un’illusione, è un piano di lavoro», ha dichiarato lo scorso febbraio. E anche sui metodi è stato abbastanza preciso. «Potrebbe essere giusto e morale affamare due milioni di palestinesi» per raggiungere l’obiettivo di liberare gli ostaggi «ma nessuno al mondo ce lo lascerebbe fare», diceva un anno fa. Nessuno tranne forse lo stesso Trump, che ha dato l’ok all’ultima fase dell’occupazione. Una frase che aveva «scioccato» l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Turk. Ma profetica.

Sempre un anno fa aveva aggiunto che la distribuzione del cibo deve essere sottratta alle Nazioni Unite e gestita da Israele: «Non si può combattere Hamas e nutrirlo allo stesso tempo». Detto fatto. La Striscia assomiglia sempre più a quella che immaginava. Ma la sua battaglia non si ferma qui.

Prima del 7 ottobre un giornalista gli domandava: «Che cosa farebbe se scoppiasse una nuova Intifada, di fronte a un bambino che lancia pietre?». Senza battere ciglio: «O gli sparo, o lo metto in galera, oppure lo caccio via». Un vasto programma in poche parole, che ora vediamo all’opera in Cisgiordania. Perché i cardini della sua politica sono due: nessuna convivenza con gli arabi, uno Stato ebraico basato sulla Torah: «Chiunque vuole proteggere il popolo ebraico si oppone ai matrimoni misti, chiunque vuole che gli ebrei vivano una vita ebraica senza non-ebrei non è razzista».

Per arrivarci sostiene, anche in prima persona, i piani di natalità. Sposato con Revital, ha sette figli: «È normale che mia moglie non voglia ritrovarsi a partorire nella stessa stanza con una palestinese che ha appena dato alla luce un bambino che un giorno vorrà uccidere il nostro», ha sintetizzato per giustificare la sua proposta di legge per separare gli ospedali per ebrei da quelli per arabi. Dopo il 7 ottobre, ha rotto gli indugi. I palestinesi si devono trovare un’altra patria, nei tanti Paesi arabi che circondano Israele.

Vede la terra ebraica come uno spicchio in un mare musulmano, protetta solo dalla parola di Dio. Ora le sue priorità sono l’annessione della Cisgiordania, oltre che di Gaza, e la trasformazione di Israele in uno Stato religioso, una sorta di “Repubblica ebraica” che dovrà per forza confrontarsi con quella islamica. Per questo continua a chiedere il ministero della Giustizia: «Dobbiamo ristabilire il sistema giuridico della Torah». E schiacciare i nemici come gli israeliti schiacciarono Amalek, su ordine divino, «fino alla totale distruzione».

Nell’immagine: Bezalel Smotrich


Se la potenza si rivela fragile

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

Di Paolo Gentiloni, La Repubblica

Può sembrare onnipotente, Donald Trump. La scorsa settimana ha prima imposto i suoi dazi, poi ha annunciato il vertice con Putin per regolare il conflitto in Ucraina. Ma il fatto che Trump occupi la scena non vuol dire che sia destinato a una marcia trionfale. Al contrario, è probabile che già nei prossimi mesi Trump raggiunga il picco della propria ascesa ed emerga la debolezza del tentativo di usare metodi imperiali in un mondo che un impero non è.

Partiamo dalla guerra commerciale: dallo scorso 7 agosto il mondo degli scambi economici è irriconoscibile, non solo perché i dazi globali sono attorno al 18%, un livello mai raggiunto da 90 anni, ma per la confusione che regna sovrana. Il rappresentante di Trump sul commercio Jamieson Greer ha scritto sul New York Times che dopo ottant’anni di regole di Bretton Woods, l’albergo sulle montagne del New England in cui nel 1944 fu disegnato il sistema basato sul dollaro, siamo entrati nell’era delle “regole di Turnberry”, il resort scozzese del golf: dalla prevalenza degli interessi multilaterali a quella degli interessi nazionali. La verità è che invece siamo entrati nell’era del caos, si vive alla giornata, prigionieri di decisioni tanto arbitrarie quanto volatili. Insomma, guai a scambiare questa indubbia capacità di scuotere l’ordine esistente con la forza necessaria a disegnare un nuovo ordine economico mondiale.

La prima a fare le spese della guerra commerciale sarà l’economia americana. Non basta incrementare le entrate delle tariffe doganali di una ventina di miliardi al mese per fare fronte agli enormi costi del debito americano e i segnali di trasferimento dei dazi sui prezzi per i consumatori americani sono già evidenti. Forse le prime previsioni di recessione e fuga dai titoli del Tesoro Usa erano state troppo pessimistiche ed è possibile che sui mercati lo sviluppo irruente dell’intelligenza artificiale compensi in parte gli effetti delle scelte di Trump. Ma non si può non vedere in arrivo, già nei mesi prossimi, il binomio tra rallentamento della crescita e aumento dei prezzi. Un binomio micidiale per il messaggio di Trump e per la sua base di consenso.

Vedremo se Trump avrà maggior successo sul piano geopolitico. Vedremo come andranno le cose con Putin: per ora l’ultimatum, che scadeva l’8 agosto, si è trasformato in un incontro bilaterale dal quale non mi aspetto nulla di buono. Piuttosto che piegare Putin, l’impressione è che si voglia riconoscergli quel che non ha ottenuto dopo tre anni di guerra di invasione. Vedremo. Comunque, è certo che ciò che rappresentano per i Paesi la storia, le identità nazionali, le aspirazioni, la forza politica e militare, tutto ciò non è plasmabile con un gioco di percentuali doganali. L’uso dei dazi in politica estera, anche sommato alla grande forza militare americana, non basta al vasto programma di convincere Putin, risollevare le sorti di Bolsonaro, ridimensionare la Cina, punire Modi, ignorare gli alleati del G7.

Quando la loro potenza poteva apparire incontrastata — nei decenni successivi al crollo dell’Urss — gli Stati Uniti hanno sempre costruito alleanze e sistemi di governo economico condivisi. Oggi, in un mondo con grandi e medie potenze irriducibili, col passare dei mesi gli ordini esecutivi emanati per imporre a questo e quello potrebbero somigliare più che agli Ukase dello Zar alle gride manzoniane: “Comanda chi può, obbedisce chi vuole”. Con conseguenze disastrose per l’insieme del mondo libero.

Resta da chiedersi come è stato possibile che a questa America si sia piegata in quel modo l’Unione europea. Ha sbagliato Ursula von der Leyen. E perché ha sbagliato? Perché non ha avuto il coraggio e la forza di opporsi alla pressione dei governi — in testa Merz e Meloni — che le chiedevano di sbagliare. Chi critica, giustamente, la Presidente della Commissione dovrebbe sempre ricordare chi sono i primi responsabili del cedimento europeo.

La verità che fatica a emergere è che siamo di fronte a un nuovo grande gioco nel quale dovrebbe finalmente trovare spazio una potenza europea, potenza di pace e dell’ordine multilaterale. L’Unione europea ha tante cose da fare per essere più competitiva, ma non fingiamo di non vedere: la sfida è innanzitutto geopolitica e l’Unione europea potrà parteciparvi solo facendo valere il proprio peso di superpotenza commerciale e accelerando il cammino di una autentica difesa comune. È a questo che mira il cancelliere Merz? O le sue priorità sono molto più tedesche? Forse oggi è qui la vera incognita europea. Un certo declino del disegno imperiale di Trump potrebbe manifestarsi prima del previsto, e quando entrano in crisi, i disegni imperiali possono rivelarsi ancora più pericolosi. Si tratta di vedere se l’Europa saprà farsi trovare pronta all’appuntamento con la Storia.


La tregua dei Naufraghi

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

In considerazione delle condizioni climatiche e delle raccomandazioni delle autorità sanitarie, sulla nostra isoletta è stata decretata una tregua domenicale dagli impegni redazionali per il periodo estivo.
Come ogni tregua, tuttavia, non è escluso che possa essere violata unilateralmente in caso di avvenimenti di particolare gravità o importanza.
Buona estate a tutte/i!


Imbarcati in un capitalismo neofeudale?

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

C’è chi osa interrogarsi, ricorrendo ancora alla propria intelligenza: dopo tutti i diluvi di decreti presidenziali, tutte le dichiarazioni tonitruanti e le decisioni brutali, potremmo cavare anche solo un briciolo di dottrina o anche un minimo di logica associabili, in qualche modo, alle azioni politiche-economiche del presidente americano Donald Trump? Tutti, anche due nostri trepidi consiglieri federali, andati a Washington per inginocchiarsi (come ha titolato un nostro quotidiano), sembrano ormai credere o rassegnarsi al cantore dell’ ”Art of the Deal”(v. Trump, The Art of The Deal, divenuto ormai un bestseller), all’ ”incantevole ed insuperabile artista nel combinare affari”. Divenuto di conseguenza miliardario.

Per dare una parvenza di scientificità e di decoro, c’è allora chi parla o riduce il tutto a un’“economia della transazione”. Ciò che poi ci si accorge che ha scarso senso. Anzi è il contrario di ciò che si vorrebbe far passare. Quel “cantore” non negozia, non tratta niente, impone in maniera, anche brutale o beffarda, il suo punto di vista e installa di schianto un rapporto di forza con tutti gli interlocutori che gli si presentano dinanzi. Sicuro di essere sempre non solo il più forte, ma anche l’unico creditore del mondo che ha diritto a chiedere pegno.

Sarà un “progetto”?

E allora osiamo anche noi ricorrere, nonostante tutto, all’intelligenza, chiedendoci: e se il “progetto” di Donald Trump fosse quello di dar vita ad una forma di “capitalismo neofeudale”? Gli storici potrebbero subito accusarci di trastullarci con un ossimoro. Essi ci spiegano infatti che il sistema capitalista è progressivamente succeduto al sistema feudale, dominante nelle società medievali europee e che i due regimi sembrano opporsi.

Il feudalesimo corrisponde infatti a un sistema di potere basato sulle relazioni di dipendenza personale e d’obblighi reciproci tra un vassallo e un sovrano. In cambio dell’alleanza con il sovrano, il vassallo beneficia di privilegi vari nel governo del suo feudo, trasmesso in modo ereditario, nel quale è padrone del territorio e impone le sue condizioni ad una popolazione asservita.

Nel capitalismo, invece. emerso dapprima nell’Italia della fine del XV. mo secolo e poi in maniera dominante in Europa occidentale nel XIX. mo secolo con la rivoluzione industriale, l’obiettivo fondamentale è l’accumulazione di capitale e la ricerca del massimo profitto, accompagnato dall’abolizione dei privilegi ereditari, da un sistema giuridico-politico favorevole alla libertà imprenditoriale, alla protezione dei diritti della proprietà privata e allo sviluppo dell’economia del libero mercato.

Un vassallaggio

Perché quindi parlare di capitalismo neofeudale? Trump è capitalista, lo dice lui stesso: l’accumulo di ricchezze e la ricerca del profitto è il suo “essere” e “fare”. Osservando ciò che dice, sostiene e fa si può anche dire che sostiene e vuole un capitalismo selvaggio, avverso ad ogni regola o istituzione di quel capitalismo neoliberale che si preoccupa invece ancora di garantire il buon funzionamento dei mercati e di regole per la concorrenza. Tuttavia, nel contempo, si comporta e agisce come fosse un sovrano medievale, cercando sistematicamente con la forza o anche il ricatto di imporre rapporti di vassallaggio ai suoi interlocutori. E vale per i vari governanti, le imprese, le amministrazioni, la Giustizia, le istituzioni nazionali o internazionali, da quelle monetarie sino a quelle caritatevoli.

Tanto che l’alternativa sembra una sola: o sei con me, fai alleanza con me oppure rischi un conflitto che ti indebolirà maggiormente, ti punirà non solo economicamente, ti distruggerà. E per garantirsi tutto questo non si basa tanto su una organizzazione strutturata (minimamente democratica) di cui non si fida o detesta, ma su un piccolo cerchio di fedeli strettamente e interessatamente alleati, su una perfetta forma di vassallaggio anche in Casa propria.

Guardare oltre Trump

La vera domanda che ci si dovrebbe porre è quindi: questo modello di capitalismo neofeudale quanto può durare, per quanto ci terrà vassalli, sarà solo una parentesi o sarà sistematicamente la condizione geopolitica di vita o una sorta di nuova guerra fredda questa volta dentro l’Occidente e tra paesi cosiddetti democratici? La fragilità del feudalesimo, ci dicono gli storici, è sempre stata legata alle instabilità delle coalizioni fondate su rapporti di dipendenza. Molte si son risolte con guerre frequenti, successive. Trump esercita un potere solitario, senza un vero apparato strutturato, fondato su coalizioni opportuniste. Che cosa succederà se le difficoltà, come quasi si auspica (inflazione, recessione. conflitti non risolti, “vassalli” che si risvegliano e sanno ribellarsi) lasceranno l’autocrate nudo? Sarebbe però un grosso errore non guardare oltre Trump. L’emergenza di un capitalismo neofeudale non dipende solo dal destino di una persona, anche se presidente degli Stati Uniti. Grandi imprese monopolistiche strettamente alleate e legate alle politiche affariste cercano di trarre profitto dal caos attuale per perpetuare un modo di gestire il potere politico-economico a loro esclusivo vantaggio, imponendo leggi o annullando leggi allo Stato o invocando o manovrando l’azione dello Stato ancora in difesa dei più forti, con la giustificazione che sono loro l’economia, ignorando i cittadini indeboliti dalle loro divisioni o dalle finanze esangui. Del peggio non siamo mai certi, del meglio tanto meno se non si rimane attenti e criticamente vigili.

Nell’immagine: Helmut Newton, «Fat Hand and Dollars», Monte Carlo 1986


Trump esagera il deficit commerciale con la Svizzera ignorando il surplus nei servizi

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

Di Alan Jaffe, factcheck.org

Il presidente Donald Trump ha citato un deficit commerciale di 40 miliardi di dollari con la Svizzera per giustificare una nuova tariffa elevata sui beni importati dalla Svizzera. Ma la sua cifra ignora il commercio dei servizi. Il deficit complessivo di beni e servizi è inferiore a 9 miliardi di dollari.

Dopo mesi di avvertimenti e negoziati, il 31 luglio Trump ha firmato un decreto esecutivo che fissa le aliquote tariffarie per i partner commerciali degli Stati Uniti “che non hanno affrontato in modo sufficiente gli squilibri nelle nostre relazioni commerciali”. Tra i paesi colpiti dalle aliquote tariffarie più elevate c’è la Svizzera, con un’aliquota del 39%.

“Il problema con la Svizzera”, ha detto Trump ai giornalisti il giorno successivo, è che “abbiamo un deficit di 40 miliardi di dollari con la Svizzera. È un deficit enorme“. Ha ripetuto questa affermazione in un’intervista alla CNBC il 5 agosto, aumentando il presunto deficit con la Svizzera a 41 miliardi di dollari. Raccontando la sua telefonata con la presidente svizzera Karin Keller-Sutter, Trump ha detto di averle detto: ”Abbiamo un deficit di 41 miliardi di dollari con voi, signora. E voi volete pagare dazi dell’1%. Noi ci perdiamo perché io considero il deficit una perdita”.

Trump non tiene conto del surplus degli Stati Uniti nel commercio di servizi con la Svizzera nel suo calcolo, ma solo del deficit nel commercio di beni. Si tratta di un’omissione che egli commette anche in altre affermazioni sugli squilibri commerciali con altri paesi. Egli inoltre descrive erroneamente il deficit commerciale come una perdita per i consumatori americani, secondo quanto ci hanno riferito alcuni esperti.

L’affermazione di Trump su un deficit commerciale di 40 miliardi di dollari con la Svizzera “non è accurata”, ci ha detto in una e-mail Ryan Young, economista senior del Competitive Enterprise Institute, un’organizzazione che si oppone all’eccesso di regolamentazione da parte del governo. Young ha citato i dati dell’Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, che mostrano che il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Svizzera nel 2024 era di 38,3 miliardi di dollari, con un aumento del 56% rispetto all’anno precedente. Il surplus commerciale degli Stati Uniti con la Svizzera nel settore dei servizi era di 29,7 miliardi di dollari nel 2024, con un aumento del 31% rispetto al 2023.

“Ciò significa che il deficit totale degli Stati Uniti nei confronti della Svizzera per beni e servizi è di circa 8,6 miliardi di dollari”, ha affermato Young. È inoltre “inesatto affermare che perdiamo 40 miliardi di dollari all’anno con la Svizzera… perché le persone ottengono qualcosa in cambio del loro denaro”, ha aggiunto Young.

Il deficit commerciale con la Svizzera “è in linea con il più ampio modello multilaterale: gli Stati Uniti registrano un deficit nel commercio di beni e un surplus nel commercio di servizi”, ha affermato via e-mail Jonathan Dingel, professore associato di economia alla Columbia University.

“Registrare un deficit commerciale bilaterale con la Svizzera significa semplicemente che gli acquirenti statunitensi hanno importato più beni dai venditori svizzeri rispetto a quanto gli acquirenti svizzeri hanno importato dai venditori statunitensi. Non ha senso considerare lo squilibrio commerciale bilaterale come una vittoria o una sconfitta”, ha affermato Dingel.

Gene M. Grossman, professore di economia e affari internazionali alla Princeton University, è d’accordo. “Trump vede il commercio come un gioco a somma zero in cui tutto ciò che si acquista è una perdita. Ma ovviamente è una sciocchezza”, ha affermato Grossman in una e-mail.

Le principali importazioni svizzere negli Stati Uniti comprendono prodotti farmaceutici, oro e altri metalli e pietre preziose, orologi, apparecchi ottici e medici, prodotti chimici organici, macchinari di precisione e, in misura minore, cioccolato svizzero. L’oro, principale prodotto esportato dalla Svizzera negli Stati Uniti, è esente dai dazi, mentre i prodotti farmaceutici, seconda voce dell’export svizzero verso gli Stati Uniti, sono temporaneamente esclusi, secondo quanto riportato dal New York Times.

“Nel breve termine, i consumatori vedranno un aumento dei prezzi di molti prodotti svizzeri, tra cui cioccolato, latticini e orologi”, ha affermato Young. “Anche le forniture mediche, un altro importante prodotto svizzero, saranno colpite, con possibili ripercussioni su alcuni costi delle cure e sui relativi ticket sanitari e premi assicurativi”.

“Nel medio termine, la Svizzera esporta molti prodotti chimici e attrezzature manifatturiere negli Stati Uniti. Questi prodotti non arrivano direttamente ai consumatori, ma l’aumento dei costi alla fine ricade su di loro”, ha aggiunto Young. “I dazi sono una tassa e gli americani la pagheranno, in un modo o nell’altro. Una parte del costo è visibile alla cassa, mentre un’altra parte è più sottile e si fa sentire più a valle. Ma alla fine sono sempre i consumatori a pagare”.

Il 2 aprile, quando Trump ha annunciato dazi “reciproci” per altri paesi, ha condiviso un grafico fuorviante che mostrava un dazio del 31% da imporre alla Svizzera. Come abbiamo scritto ad aprile, l’USTR ha affermato che, sebbene calcolare gli effetti del deficit commerciale per ogni paese “sia complesso, se non impossibile, i loro effetti combinati possono essere approssimati calcolando il livello tariffario coerente con l’azzeramento dei deficit commerciali bilaterali”. Per arrivare all’aliquota tariffaria appropriata, l’USTR ha affermato di aver diviso l’entità dello squilibrio commerciale di un paese con gli Stati Uniti in beni per il valore delle importazioni americane di beni da quel paese.

Un portavoce della Casa Bianca ci ha comunicato che Trump ha aumentato l’aliquota tariffaria sulla Svizzera al 39% perché “questa è l’aliquota che il Presidente ha deciso sulla base delle consultazioni con il suo team commerciale ed economico, che ha preso in considerazione, tra gli altri fattori, il deficit commerciale relativo della Svizzera, la serietà dei negoziati commerciali e il fatto che la Svizzera è uno dei paesi più ricchi e con il reddito più alto al mondo”.

In risposta all’annuncio di Trump di un dazio del 39%, il governo svizzero ha dichiarato in un comunicato stampa del 4 agosto: “Il surplus commerciale della Svizzera fino a marzo 2025 non è il risultato di alcuna ‘pratica commerciale sleale’. Infatti, la Svizzera ha abolito unilateralmente tutti i dazi sui prodotti industriali a partire dal 1° gennaio 2024, il che significa che oltre il 99% dei prodotti statunitensi entra in Svizzera senza dazi.“

Il governo svizzero ha inoltre dichiarato di voler proseguire i negoziati su un accordo commerciale con gli Stati Uniti e di voler ”presentare un’offerta più allettante” prima dell’entrata in vigore dei dazi prevista per il 7 agosto.

Distorsione dei saldi commerciali anche con altri paesi

La Svizzera non è l’unico esempio in cui Trump ha travisato il deficit commerciale complessivo con un altro paese.

Durante una conferenza stampa tenutasi il 7 gennaio a Mar-a-Lago, Trump ha dichiarato: “L’Unione Europea ha un deficit commerciale di 350 miliardi di dollari”. Ma nel 2024, gli Stati Uniti hanno esportato beni e servizi per un valore di 666,7 miliardi di dollari verso l’UE, mentre ne hanno importati per oltre 815,1 miliardi, con un deficit commerciale di circa 148,4 miliardi, come abbiamo scritto.

Nel negoziare un accordo con l’UE a luglio che imponeva un dazio del 15% sulle importazioni dai 27 paesi dell’UE, Trump ha affermato che i dazi statunitensi erano necessari perché i dazi e le politiche non tariffarie dell’UE “causano deficit commerciali ingenti e insostenibili”. Ma gli economisti ci hanno detto che i dazi medi dell’UE erano bassi e che c’erano molti altri fattori coinvolti nei deficit commerciali degli Stati Uniti.

Per anni, Trump ha regolarmente citato il deficit commerciale degli Stati Uniti nei beni, piuttosto che il saldo complessivo del commercio di beni e servizi, per sostenere le sue politiche commerciali, come abbiamo già scritto in precedenza. Gli Stati Uniti esportano molti servizi, tra cui viaggi, trasporti, finanza e proprietà intellettuale, ma Trump ignora il commercio dei servizi, fornendo dati fuorvianti.

“L’amministrazione ha sicuramente trascurato i servizi in altri casi” nel determinare le aliquote tariffarie, ci ha detto Dingel. “Ad esempio, la formula utilizzata per elaborare le famigerate aliquote tariffarie del 2 aprile è stata applicata agli squilibri commerciali bilaterali solo per i beni, non per i beni e i servizi”.

Michael Klein, professore di affari economici internazionali alla Tufts University Fletcher School of Law and Diplomacy, ha scritto su MarketWatch: “A volte si dimentica che il commercio internazionale coinvolge sia i beni che i servizi: la formula dell’amministrazione Trump per i dazi si basa solo sugli squilibri nel commercio di beni e non tiene conto del commercio di servizi”, che rappresenta un surplus che dimostra il “vantaggio comparativo degli Stati Uniti in settori come l’istruzione, l’intrattenimento e la finanza”.

In risposta alle domande sul perché Trump non includa i servizi commerciali nei suoi calcoli sui dazi, il portavoce della Casa Bianca ci ha detto in una e-mail che l’ordine esecutivo del presidente del 2 aprile sui dazi “ha spiegato come il declino e la mancanza di capacità produttiva negli Stati Uniti costituiscano un’emergenza nazionale che i nostri dazi stanno cercando di risolvere. Ha senso, in questo contesto, includere il commercio dei servizi?”

“C’è anche un aspetto più ampio, ovvero che i dati sul commercio dei servizi sono soggetti a gravi errori di misurazione dell’attività economica reale”, ha affermato il portavoce. “Le aziende spesso travisano il ‘commercio’ dei servizi per ridurre il carico fiscale, tra le altre ragioni”.

Nel 2024, il deficit commerciale complessivo degli Stati Uniti era pari a 903,5 miliardi di dollari, secondo i dati del Bureau of Economic Analysis. Si è registrato un deficit di 1,2 trilioni di dollari nel settore dei beni e un surplus di 311,9 miliardi di dollari nel settore dei servizi.

Traduzione e sottolineature a cura della redazione


Dazi all’oro, colpo alla Svizzera e regalo all’economia di carta

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

Di Luigi Pandolfi, il manifesto

Trump vuole mettere i dazi anche sull’oro. La notizia è stata fatta filtrare giovedì scorso dal Financial Times, citando una lettera del tycoon datata 31 luglio. Nello specifico, si riporta che i lingotti d’oro da un chilo e da 100 once – la forma più comune negoziata sul Comex di New York, il mercato mondiale dei futures sui metalli – dovrebbero essere classificati sotto un codice doganale soggetto a tariffa. Praticamente, si tratta dei lingotti che in gran parte provengono dalla Svizzera, il più importante crocevia dell’oro raffinato destinato agli Stati Uniti. Colpire l’oro, dunque, o colpire la Svizzera?

Dopo che Washington ha imposto dazi al 39% sulle merci importate dalla Confederazione, i rapporti tra i due paesi si sono un po’ incrinati (Berna sta valutando uno stop all’acquisto di F-35). Ma ora il colpo è più pesante, considerato che l’oro costituisce una delle voci più importanti nelle esportazioni elvetiche verso gli Usa. Parliamo di scambi per un valore di oltre 62 miliardi di dollari. E il 39% di 62 miliardi fa più di 24 miliardi. Il bottino al quale guarderebbe Trump.

MA C’È un «ma». Perché i dazi, inevitabilmente, ridimensioneranno l’export verso gli Usa, come ha sottolineato Christopher Wild, presidente dell’Associazione svizzera dei trader di metalli preziosi: «Con queste tariffe sui lingotti sarà difficile soddisfare la domanda proveniente dagli Stati Uniti». Non solo. È anche bene ricordare che dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca c’è stato un afflusso mai visto prima di oro verso gli Stati Uniti. Solo JP Morgan se n’è fatto consegnare mille tonnellate, più di un terzo delle riserve auree di Bankitalia, quasi i due terzi di quelle della Russia, il doppio di quelle della Bce. Come per il rame, anche per il più prezioso dei metalli si può parlare quindi di magazzini pieni per gli States. Il che rende la mossa di Trump ancora più incomprensibile. Nikos Kavalis, Ceo della società di consulenza Metals Focus Ltd, ha parlato non a caso di un «errore di valutazione». Forse.

TORNIAMO per un attimo alla Svizzera. Perché è importante in questo ambito? Semplice: perché i lingotti che partono da Londra, prima di arrivare a New York, passano da Berna, dove vengono fusi e riconfezionati. Questo perché sulla piazza londinese girano i lingotti da 400 once (un’oncia è 31,103 grammi), corrispondenti più o meno alle dimensioni di un mattone, mentre negli Usa viene utilizzato il formato da un chilogrammo, grande quanto un cellulare. Per la Svizzera, quindi, è molto redditizio il lavoro di trasformazione del metallo: è fonte di guadagni privati e di surplus commerciali, quelli che Trump vorrebbe ridimensionare.

MA SUL COMEX, si sa, gran parte dei contratti non viene mai regolata con consegna fisica del metallo (la consegna c’è solo nel 5% dei casi). Gli operatori chiudono le posizioni o le rinnovano alla scadenza attraverso il cosiddetto rollover: si vende il contratto in scadenza e se ne acquista uno nuovo, trasferendo così la scommessa sul futuro prezzo senza mai toccare un lingotto. In questa giostra, l’oro diventa un’entità virtuale, più che un bene tangibile da spedire. Ma è proprio in questo spazio virtuale che si formano i prezzi di riferimento mondiali delle commodities, con dinamiche spesso scollegate dalla domanda e dall’offerta reale del bene (ricordate la speculazione sul prezzo del gas alla borsa di Amsterdam?).

La notizia di un nuovo dazio, ancor prima di colpire il commercio reale, alimenta perciò questa macchina speculativa. E i numeri lo confermano. Poche ore dopo la notizia, il future sull’oro ha toccato un nuovo massimo storico a 3.534,10 dollari, per poi attestarsi a poco più di 3.490 dollari (+1,15%). Il contratto spot (consegna immediata), fermo a 3.395 dollari, si avvia invece a registrare il secondo guadagno settimanale consecutivo, grazie anche all’attesa di un taglio dei tassi da parte della Fed. L’ampia forbice tra i due prezzi si è allargata ulteriormente proprio per effetto della misura di Washington, percepita come un’opportunità di guadagno per chi vive di scommesse sui derivati. La spiegazione, forse, sta tutta qui. E anche il problema.

TRUMP TUONA contro i partner sleali, ma il nemico reale dell’economia americana è la sovrabbondante economia di carta: derivati, montagne di capitale che girano senza mai passare dalla produzione reale. Un mondo che Donald continua a coccolare, perché lui, la sua famiglia e buona parte della sua cerchia politica ne sono parte integrante.

Nell’immagine: un lingotto d’oro da un chilo mostrato in una gioielleria di Los Angeles


Paolo Rumiz: “Separarci dagli Usa è un trauma utile. Guardiamo a Oriente”

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

Di Simonetta Sciandivasci, La Stampa

America diventa irriconoscibile e l’identità occidentale trema. Ma è qui, a questo punto, che il suo tramonto, che discutiamo e diagnostichiamo da anni, forse, finisce: ci dà la chance di farlo finire. Se dall’America siamo costretti a divorziare, o semplicemente ci disamoriamo di lei, cosa e chi diventiamo? Cosa e chi scopriamo di essere? Il Trump 2 ha impresso al cambio d’epoca che è la nostra epoca un segno deciso, che porta con sé una separazione dolorosa, e la potenzialità di una decolonizzazione politica e culturale.

«Lo shock della presidenza Trump è micidiale ma utilissimo: costringe l’Europa a diventare adulta, a uscire dall’infanzia assistita, sempre all’ombra di una madre che la difende, si occupa di lei e la toglie dai guai», dice a La Stampa Paolo Rumiz, scrittore di frontiera, avventuroso narratore in cammino, da tempo impegnato in un racconto vibrante dell’Europa, aedo delle sue origini e del suo mito.

Nel paesino della campagna slovena (lui lo chiama “villaggio”) dove si è trasferito a vivere dopo aver lasciato Trieste, «ormai ridotta a un lunapark», l’anziana signora alla quale ha portato una minestra calda, ieri, quando le ha chiesto se fosse buona, ha risposto, contenta: «È l’America!». Voleva dire: è buona, buonissima, il massimo.

Rumiz, la solleva che ora l’America non sia più il massimo, il sogno, il modello?
«Penso solo che come tutte le catastrofi, Trump contiene in sé la soluzione della catastrofe stessa. L’ instabilità generata da Trump va trasformata in uno shock salutare, per darci una mossa e cominciare a esistere politicamente come Unione europea».

Andiamo oltre la politica.
«La mia idea di fondo per quando riguarda gli Stati Uniti è che nulla di buono può venirci da un oceano sulla cui altra riva un nuovo pensiero manicheo ha ripudiato la complessità del pensiero mediterraneo».

Non crede che l’esclusione della parte euro-mediterranea del mondo dalla nostra idea di occidente sia una responsabilità più europea che americana?
«Colpa di tutti, inclusi i partiti democratici che si alimentano di nemici. Da tempo qualsiasi cosa venga da oriente la riteniamo portatrice di sventura, perché abbiamo dimenticato che l’ oriente è stato cristiano. Quando riceviamo profughi dall’Etiopia non ci ricordiamo che quello è stato uno dei più grandi Paesi cristiani, e lo è ancora, così come dimentichiamo che Egitto e Libia sono stati cristiani prima di diventare islamici, e nemmeno ricordiamo che gli eremiti del Nilo sono coloro che hanno portato la cultura abbaziale in tutto l’Appennino italiano, che Istanbul è stata Costantinopoli e che buona parte della attuale Turchia parlava greco. Non abbiamo idea di chi siamo. Quando pensiamo all’oriente, pensiamo a cammelli, Allahu akbar, carovane, che in realtà rappresentano ciò che di noi stessi abbiamo negato ed espulso in favore di una cultura cristiana troppo centrata su Roma e sul Sacro Romano Impero. Dietro al nostro guardare all’oriente come a un nemico, un estraneo distante da noi, si nasconde una bassa opinione che abbiamo della forza dell’Europa intesa come mondo euro mediterraneo. Abbiamo fatto del Mediterraneo un confine, e così abbiamo buttato alle ortiche metà di quello che siamo».

L’altra metà è l’America?
«Mah. Sa quando mi manca tantissimo l’Europa? Quando cambio continente, e vado in posti anche teoricamente occidentali, come il Canada o gli Stati Uniti: ecco, io lì capisco di essere europeo e di avere di fianco a me persone di nazioni diverse con cui posso non andare d’accordo ma senza le quali la mia identità finisce in pezzi. La Bosnia, che abbiamo lasciato frammentare adeguandoci al diktat dei belligeranti, era un luogo dove il croato sapeva come ragionava il serbo e il serbo sapeva come ragionava il musulmano: ciascuno sentiva di non poter vivere senza l’altro, senza questa dialettica interna tra diversi. Friuli e Venezia Giulia sono perennemente in polemica: il Friuli accusa la Venezia Giulia e soprattutto Trieste di essere abitata da sfaccendati, ma se un friulano e un giuliano si incontrano in Argentina o in Cina, fanno amicizia e si ritrovano italiani. La comunione tra diversi si attiva immediatamente quando si è lontani dalla madre comune».

Si può avere più di una madre?
«Madre è un termine che ti obbliga a semplificare le cose, e quindi sì: avere una identità multipla è normale. Parlo di me stesso: sono nato in una cultura cattolica, mi sono laureato in protestantesimo inglese e adoro il cristianesimo d’oriente, quello bizantino. A ognuna di queste tre cose mancava un pezzo che ho trovato nelle altre, creando una religione tutta mia. La mia identità è solo mia, l’ho creata io».

L’ha inventata.
«L’ho inventata. L’identità non ha niente a che fare con il sangue: è un fatto tellurico. Io arrivo in un luogo dopo l’infinito errare della vita e penso: è qui che voglio restare. E allora quel luogo lo adotto, lo faccio mio, lo difendo, e lo apro a chiunque ne accetti le regole: è quello che ha fatto Romolo quando ha tracciato il perimetro della sua Roma».

Però le regole cambiano, l’America ora le ha cambiate, e noi abbiamo l’impressione che, così, stia tradendo la sua identità.
«No, non è un tradimento: è un’altra America. Quella in cui siamo cresciuti tutti, dal 1945 in poi, e che faceva di tutto per portare la cultura ai deboli, ha smesso di esistere».

Quella attuale la sconvolge?
«Mi sconvolge che un Paese che si è sempre detto democratico, abbia calato le braghe in modo tanto clamoroso. Non mi spaventano gli improperi di un uomo che pretende di governare a suon di Twitter anziché attraverso i sapienti silenzi della diplomazia: mi spaventa che l’altra parte sia rimasta inerte. Il problema fondamentale di tutta la sinistra e di tutti i partiti democratici mondiali è che parlano in un modo che puzza di insincerità. Trump è più efficace perché parla alla pancia, e noi alla pancia non possiamo contrapporre l’altezza delle idee, la destrutturazione di ogni pensiero, il cavillo, la razionalità astratta. Dobbiamo contrapporre la passione. Il cuore. Abbiamo paura di entrare nella notte dell’irrazionalità ma l’irrazionale fa parte di noi. Io voglio sentire politici piangere e incazzarsi per l’Europa. Li voglio vedere gridare amare commuoversi sorridere».

Trump lo fa. Recita, ma lo fa.
«Sì, Trump lo fa, e a preoccuparmi non è la sua emozionalità, bensì il vuoto emozionale degli altri, un vuoto che li ha resi sordi. L’Europa è sorda davanti allo scandalo di Gaza, e al dolore che provoca negli europei».

Crede che una posizione netta su Gaza potrebbe essere uno dei punti fondativi dell’Europa che si emancipa dall’America?
«Lì si stanno massacrando due popoli semiti. Quando sento parlare di antisemitismo mi viene da ridere: palestinesi e israeliani sono entrambi semiti, quando lo capiremo? La sola strada da percorrere è l’accettazione della complessità. Alessandro Magno disse ai suoi soldati: sposatevi con le persiane e ibridatevi, perché la nostra civiltà può crescere solo così. L’occidente è dove tramonta il sole. Quindi anche il Marocco e il Portogallo sono occidente. Sono stato in Portogallo di recente e sulla costa atlantica ho trovato i resti di un monastero musulmano dove si rifugiavano i mistici sufi che poi furono massacrati dai talebani: loro si genuflettevano sull’orlo dell’oceano ma non guardando a occidente, bensì sempre verso dove nasce il sole: avevano il culo sull’Atlantico e si inginocchiavano per riempirsi di luce guardando le terre dell’alba. Abbiamo bisogno di Oriente, non di Stati Uniti».

Solo che oggi l’oriente è anche Putin.
«Non parlerei di Putin ma dei russi, portatori di una emozionalità profondamente bizantina che ci manca. Noi chiediamo alla letteratura di farci ridere e loro le chiedono di farli piangere. Noi li abbiamo invasi insieme ai nazisti nel ’41 eppure loro hanno un ricordo degli italiani ancora straordinario. Rigoni Stern quando è tornato dalla Russia, vivo per miracolo, ha cominciato a coltivare le rape rosse nel suo campo per nostalgia di quella terra».

Ecco, gli scrittori. Se la letteratura italiana è stata succube di quella americana, vede possibile che, ora, anziché aspirare tutti a scrivere come Philip Roth, aspireranno, magari, a scrivere come Tommaso Landolfi?
«Sono un grande fan di Landolfi, anche perché conosceva il russo e ha tradotto splendidamente Puskin: senza di lui, non lo avrei mai conosciuto. Di scrittori ne abbiamo fin troppi, ma il problema non sono loro e nemmeno i loro modelli: le case editrici cercano soltanto autori che pubblichino un libro che funzioni, e non qualcuno da coltivare, che negli anni costruisca un pensiero».

Cosa tiene uniti, ancora, gli italiani?
«Il politeismo. In tutto. Nella Pianura Padana ci sono settante modi diversi di fare il pane. Io vorrei un politico, un bravo capo, capace di dimostrare, a partire da questo, che la diversità è una ricchezza e non un intralcio».

Nell’immagine: lo scrittore Paolo Rumiz 


“Anche la Striscia di Gaza sarà un Vietnam”: ecco l’incubo infinito dei militari

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Ogni sera in un edifico senza finestre di Tan Son Nhut, noto come Macv (Military Assistence Command Vietnam), ufficiali superiori sedevano ad un lungo tavolo lucido di fronte a un leggio affiancato dalla bandiera degli Stati Uniti e da due carte che coprivano tutta la parete. Ascoltavano la relazione di un maggiore che ripeteva ciò che i loro predecessori avevano già sentito innumerevoli volte: che i punti azzurri sulla mappa in plastica a rilievo del Vietnam del Sud, ovvero le aeree controllate dagli americani e dagli alleati, erano sempre più “prevalenti”, e che i tratti in rosa, ovvero le aree controllate delle forze comuniste, si stavano ritirando verso le zone previste per essere eliminate “definitivamente”.

Gli ufficiali addestrati per tener d’occhio e informare “correttamente” i giornalisti lo ripetevano mostrando repliche di quella carta. Era il loro compito. In fondo, la propaganda in guerra cosa è, se non l’applicazione del detto “se avessimo fiducia in quello che diciamo pari a un granello di senape riusciremo a spostare le montagne”? Ma alcuni di loro davvero esibivano una fede quasi evangelica nella santità della crociata americana e in quello che la carta sembrava provare oltre ogni dubbio. I vietcong esistevano ancora, inutile negarlo, ma quelle aree sempre più grandi erano pacificate: “La gente adesso sa che “Charlie” è il loro nemico, ecco abbiamo lasciato i vietcong a secco…’’. La solita, dura, guerra, eserciti che vincono, altri che perdono, vittorie che non risolvono nulla, sconfitte che induriscono alla resistenza.

Adesso che Netanyahu ha imboccato la strada di quello che potrebbe diventare il suo Vietnam vale la pena di ricapitolare la grande strategia con cui il generale William Westmoreland ogni sera cullava di rassicuranti certezze i sonni inquieti del presidente Usa Lyndon Johnson che aspettava la vittoria… È questione di settimane, forse di giorni, presidente… I vietcong son tutti morti… Erano le cosiddette “zone di fuoco libero’’.

Le guerre (solo le guerre?) non insegnano mai nulla e su quelle genialità tattiche di contro guerriglia è calato un meritato silenzio. Chi perde ha sempre torto. Eppure, è quanto più di mezzo secolo dopo Netanyahu e i suoi generali si apprestano a scatenare come ultima carta per agguantare la sfuggente vittoria nella Striscia di Gaza: portare via gli abitanti dalle rovine , riunirli in “villaggi protetti”. Come avrebbe detto il presidente Mao, “toglier l’acqua al pesce”. Che sarebbe Hamas. Stanare, sopra e sotto terra, e uccidere i cattivi che non potrebbero più mescolarsi e sfruttare la popolazione, sarebbe più agevole. Semplice no?

In fondo, in guerra non ci sono innocenti, solo collaborazionisti, simpatizzanti, potenziali terroristi, testimoni e intralci umani che impicciano le belle geometrie dei generali. Anche il generale Rodolfo Graziani, implacabile “pacificatore” della Libia, aveva applicato lo stesso principio. Nella Sirte (Libia) ancora lo ricordano. Ci sono similitudini che allarmano, assai più dei dubbi, un po’ ipocriti, del comandante dell’esercito israeliano che fa fronda, mugugna educatamente, avverte sui rischi. Ma poi si adegua agli ordini. Ricorda il viscido Badoglio di fronte all’annuncio della campagna di Grecia.

Dunque. I vietnamiti che dovevano esser “salvati” venivano informati con un lancio di manifestini che ordinavano dove radunarsi per essere “messi i sicurezza”, parola, da sempre, genuinamente omicida. Tra il lancio degli avvisi e il fuoco delle prime salve d’artiglieria, che in gergo erano definiti “minuti folli”, passava un tempo che si aggirava da un massimo di sei ore a un minimo di un’ora.

Tra il 1964 e il 1966 due milioni di vietnamiti furono ridotti a sbandati senza casa da questa strategia. Anche i numeri, stranamente, coincidono. Venivano portati in villaggi difesi da trincee e trappole esplosive, cintati con il filo spinato. Dotati anche di modernissimi gabinetti chimici portatili gialli, con sciacquone funzionante a batteria. Le democrazie hanno questi lussi. Le istruzioni distribuite ai marines prevedevano poi di “vendere loro le libertà basiche come scritto a pagina 233 del Programma di pacificazione e di conquistare le menti e i cuori come indicato a pagina 86 del medesimo manuale’’.

Anche ai “trasferiti” di Gaza verranno distribuiti, come promettono Israele e Donald Trump, con più comodo, dopo averli “protetti” in zone cintate dal filo spinato anti Hamas, cibo, forse anche caramelle, palloncini per le feste e spazzolini da denti, come avvenne nel Vietnam del Sud. I miliziani di Hamas, come i guerriglieri viet, si nasconderanno nei tunnel e nelle gallerie, da cui usciranno per colpire i soldati e ricordare che sono sempre lì, imprendibili e letali. Non credo invece che Netanyahu sprecherà tempo e mezzi per conquistare le menti e i cuori. La tragedia di quanto succede in Palestina è che entrambi considerano il solco d’odio come ormai invalicabile e che l’unica soluzione è nella scomparsa dell’altro.

I nuovi sionisti non portano più nello zaino i vecchi testi di un socialismo agrario, del far fiorire i deserti, le parole d’ordine di emancipazione, redenzione e egualitarismo. Semmai bibbie e mappe di terre da riconquistare. Anche Israele è popolata di preti fanatici, credenti esaltati e demagoghi nazionalisti inselvatichiti da una antica, orribile tentazione che si chiama pulizia etnica. Si nota la superbia di credere che dal male si possa comporre il bene. Israele dovrebbe sapere che solo Dio sa trarre il bene dal male.

La fase finale della operazione Gaza con le sue nebulose prospettive di futura consegna ad arabi di buona volontà (e di sicuro vassallaggio), non farà che completare quello che è già accaduto nella rappresaglia del dopo 7 ottobre: la rovina brutale di innumerevoli vite, famiglie, amicizie, affetti, reti di pietà e di umili speranze si dissolveranno in campi senza fogne ed acqua corrente; paura, nevrosi, brutalità e avarizia corroderanno le loro vite al di là di ogni rimedio. La gente lotterà in modo animalesco per il cibo, i figli inganneranno i padri, gli anziani saranno abbandonati a se stessi.

In Vietnam fu così. Il vero dolore è la non vita, non le sofferenze della vita. La storia è ciò che sta accadendo: era scritto sulla “Jeep dell’ospitalità” all’ingresso della immensa base americana di Danang, la più grande del mondo. Nel 1975 fu espugnata da una mezza dozzina di quadri vietcong che agitavano fazzoletti bianchi dal cassone di un camion.

Nell’immagine: 30 aprile 1975, truppe dell’esercito nordvietnamita a Saigon

 


L’occupazione di Gaza city scatena condanne globali

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Il rientro nei ranghi dei dissidenti è stato immediato, a cominciare dal capo di stato maggiore Eyal Zamir. «L’esercito è determinato a portare a termine la missione nel miglior modo possibile, continuerà a operare con responsabilità nazionale» per ottenere la «sconfitta totale di Hamas» e il ritorno degli ostaggi. Dopo aver criticato il piano di occupazione totale della Striscia di Gaza – a partire dal suo capoluogo, Gaza city, ancora abitato da centinaia di migliaia di palestinesi –, voluto dal premier Netanyahu e approvato dal gabinetto di sicurezza nella notte tra giovedì e venerdì, Zamir è andato oltre il dovere di eseguire le decisioni del governo. Ha promesso che il piano sarà attuato «con preparazione massima».

Anche il ministro della Difesa Israel Katz, inizialmente poco convinto dell’occupazione completa della Striscia, ha respinto ieri le critiche internazionali e le minacce di sanzioni. «Non ci faremo fermare», ha proclamato. Ma la realtà che si delinea attorno a Tel Aviv è quella di un isolamento diplomatico senza precedenti, causato dalle motivazioni ideologiche che spingono Netanyahu e i suoi ministri ultranazionalisti e religiosi a proseguire, dopo quasi due anni, una sanguinosa offensiva militare che ha ucciso decine di migliaia di palestinesi e annientato Gaza, pur avendo già raggiunto i suoi «obiettivi di sicurezza» ufficiali.

 Un disastro che porterà a molti disastri
 Yair Lapid

Gli obiettivi reali dell’offensiva «finale» voluta da Netanyahu, ormai chiari a tutti, sono l’occupazione a tempo indeterminato della Striscia – e non per pochi mesi – e la cosiddetta «emigrazione volontaria», cioè la pulizia etnica di oltre due milioni di palestinesi, se si troveranno paesi disposti ad accoglierli. Per questo Netanyahu è pronto a sfidare anche gli alleati occidentali più importanti.

La Germania, storicamente uno degli alleati più solidi di Israele in Europa, ha annunciato, per voce del cancelliere Merz, il blocco delle esportazioni di armi che potrebbero essere utilizzate nella Striscia. «La Germania non autorizzerà alcuna esportazione militare destinata ad operazioni a Gaza fino a nuovo avviso», ha dichiarato Merz. Netanyahu ha reagito con rabbia, accusando la Germania di «premiare il terrorismo di Hamas». Secondo la nota diffusa dall’ufficio del premier, l’obiettivo di Israele «non è la conquista di Gaza, ma la sua liberazione da Hamas». Una narrazione a cui, ormai, non crede più nessuno.

Il piano israeliano è in contrasto con la sentenza della Corte di giustizia internazionale, secondo cui Israele deve porre fine alla sua occupazione
Volker Turk, Onu

Il presidente del Consiglio dell’Unione europea, Antonio Costa, ha dichiarato che «la decisione di occupare Gaza City avrà conseguenze sulle relazioni tra Israele e l’Ue». L’Arabia saudita, che fino a due anni fa Netanyahu cercava di avvicinare, ha definito la nuova offensiva israeliana una «pulizia etnica» contro i palestinesi, denunciando le condizioni di fame in cui versa la popolazione civile nella Striscia.

Oggi si terrà una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mentre il segretario generale Guterres parla di una «pericolosa escalation in atto». A Netanyahu resta il sostegno fondamentale degli Stati Uniti. Tuttavia, da oltreoceano, il vicepresidente Vance ha riconosciuto l’esistenza di «divergenze» tra l’amministrazione Trump e il governo Netanyahu: «Ci sono molti obiettivi comuni, però anche un certo disaccordo su come raggiungerli». La comunità internazionale, pur divisa nei toni e perennemente ipocrita nei confronti dei diritti del popolo palestinese, sembra convergere su un punto: l’attacco a Gaza city rappresenta un’escalation che allontana la possibilità di una tregua e aggrava una crisi umanitaria già insostenibile.

Il Netanyahu «liberatore» non inganna nessuno. E desta irritazione la decisione del gabinetto di sicurezza di «prendere il controllo» di Gaza city evitando l’uso della parola «occupazione», nel tentativo di sottrarsi alla responsabilità dell’assistenza ai civili palestinesi. Ma l’escamotage linguistico serve a poco: Gaza city è un centro urbano vasto e, nonostante le distruzioni, ospita ancora centinaia di migliaia di persone. Considerando che Israele già controlla circa il 75% della Striscia, entrare completamente a Gaza city significa occupare gran parte del restante 25%, lasciando fuori solo Deir al-Balah e i campi profughi centrali.

Invitiamo Israele a riconsiderare subito la sua decisione. Non farà nulla per porre fine al conflitto e per il rilascio degli ostaggi, porterà solo altro sangue
Keir Starmer

Nelle prossime settimane, quando Netanyahu deciderà che i palestinesi affamati avranno «immagazzinato» abbastanza cibo, scatterà una massiccia operazione terrestre coordinata su più fronti, con il coinvolgimento di divisioni corazzate, fanteria e unità speciali. Alla popolazione è già stato ordinato di dirigersi «immediatamente verso sud».

Il gabinetto di sicurezza ha elencato cinque obiettivi dell’offensiva: smantellamento totale delle capacità militari e governative di Hamas, attraverso la distruzione sistematica di tunnel, depositi d’armi, centri di comando e strutture logistiche; recupero di tutti gli ostaggi israeliani, vivi o deceduti (obiettivo che i comandi militari ritengono difficilmente raggiungibile); controllo militare diretto e duraturo dell’area per impedire la ricostituzione di cellule armate; gestione umanitaria separata e controllata, ma al di fuori delle zone di operazione militare, per costringere centinaia di migliaia di civili verso il sud della Striscia; creazione di un’amministrazione araba locale «non ostile».

Netanyahu ha aggiunto su X che «Gaza sarà smilitarizzata e verrà istituita un’amministrazione civile pacifica, senza l’Autorità nazionale palestinese, né Hamas, né alcuna altra organizzazione terroristica».

L’uso del termine «controllo» invece di «occupazione» è un tentativo palese di eludere la responsabilità legale per questo crimine
Hamas

In ogni caso, non sarà una passeggiata per le forze di occupazione israeliane. Hamas e le altre organizzazioni della resistenza palestinese conservano ancora una significativa capacità operativa, nonostante quasi due anni di guerra. Hamas ha dimostrato di essere particolarmente efficace nel combattimento urbano, sfruttando tunnel sotterranei, edifici distrutti e macerie come copertura e come terreno ideale per imboscate e trappole esplosive in zone di passaggio obbligato per i veicoli israeliani.

Questo tipo di resistenza è molto costoso per le truppe israeliane, che rischiano – come ha ammesso anche Eyal Zamir – pesanti perdite se impegnate in modo prolungato nel centro di Gaza city. Nonostante le perdite subite, Hamas può ancora contare su combattenti esperti, addestrati ad agire anche in isolamento, senza ordini diretti dalla leadership. A questi potrebbero aggiungersi numerosi abitanti della città decisi a non arrendersi. A Gaza city, molti ieri ripetevano: «Morirò qui, ma non me ne andrò». In attesa della nuova offensiva, gli attacchi israeliani nelle ultime ore hanno ucciso almeno 36 palestinesi, tra cui 21 mentre cercavano di ottenere aiuti umanitari.


Yurii Colombo – Trump-Putin: un vertice per non decidere?

Il ministro delle Finanze israeliano e leader dell’estrema destra vuole cacciare i palestinesi per uno Stato basato sulla Torah 

Yurii Colombo è il nostro corrispondente da Mosca