Dazi, perché la Ue è più forte di Trump

 

Di Veronica De Romanis, La Stampa

«Trump è più forte», «l’Europa non aveva potere negoziale»: queste le principali argomentazioni avanzate dalla maggioranza di governo per giustificare l’accordo dei dazi al 15 per cento entrato in vigore ieri. La logica che ne emerge è chiara: con i forti non si negozia, si cede. Un ragionamento che, portato all’estremo, equivarrebbe a dire che l’Ucraina, di fronte alla Russia di Putin, non dovrebbe combattere, bensì deporre le armi.

È certamente vero che l’America di Trump è (più) forte. Tuttavia, ciò che è (molto) debole è la sua strategia. Per questo, bisognava negoziare, non arrendersi. In estrema sintesi, Trump gioca la partita dei dazi tramortendo l’avversario: prima lo minaccia, poi fa marcia indietro. Successivamente annulla gli annunci, li modifica, rilancia, creando un vortice di dichiarazioni e intimidazioni. Il risultato? L’interlocutore stordito finisce per cedere, convinto che sia meglio accontentarsi per evitare il peggio. E invece si dovrebbe fare l’opposto: reagire. Il motivo è semplice. Trump è consapevole che i dazi possono fare male agli americani, in particolare ai suoi elettori, cioè la classe media. Pertanto, il suo margine d’azione è limitato: c’è una soglia che non deve essere superata altrimenti i costi delle barriere tariffarie (maggiore costo dei beni importati) superano i benefici (maggiore gettito fiscale).

L’Europa avrebbe dovuto dimostrare di essere pronta a raggiungere quella soglia e a sostenerla. Ciò avrebbe costretto il presidente americano a tornare indietro: troppo costoso in termini di maggiore inflazione e minore crescita. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, su mandato dei Paesi dell’Unione, a cominciare dall’Italia e dalla Germania, ha deciso, invece, di fare l’esatto contrario. O peggio, con l’azzeramento di tutti i dazi, la partita non è stata iniziata: una resa totale. Le ragioni di questa scelta? Essenzialmente due: la paura di una guerra commerciale e quella di ritorsioni su altri tavoli, a cominciare da quello legato alla difesa e alla sicurezza. Davvero stupisce chi difende una simile posizione. Primo, la guerra commerciale è già in atto. Ogni giorno gli accordi presi vengono cambiati, adeguati, riaggiustati: l’incertezza è iniziata, non terminata. Secondo, le ritorsioni sono già arrivate. Al G7, il nostro governo ha sottoscritto un impegno ad aumentare le spese per la difesa fino al 5 per cento del Pil, una percentuale fissata unilateralmente dagli Stati Uniti, che peraltro non rispettano nemmeno loro. Terzo, i pasti gratis non esistono perfino nel campo della geo-economia. Trump sta disegnando un ordine mondiale diverso da quello che ha prevalso fino ad ora. Ha, così, iniziato a ridefinire i rapporti con i suoi alleati, tra cui gli europei, che descrive come dei parassiti approfittatori da punire. E allora che fare?

Anche l’Europa – e l’Italia – devono ripensare le proprie relazioni internazionali. Non significa azzerarle, bensì ristrutturarle. La parola d’ordine è indipendenza, nell’energia, nella sicurezza, nel commercio. È evidente che ci sarà un costo da pagare. Del resto, anche l’accordo al 15 per cento comporta dei costi che, con ogni probabilità, potrebbe aumentare. Come si è detto, i pasti gratis non esistono. In questa fase, serve avere una visione di lungo respiro. Bisogna essere disposti a pagare qualcosa oggi per raggiungere un obiettivo più ambizioso domani, ossia quello dell’indipendenza. Molti leader europei non sembrano essere disposti a seguire questa strategia: inseguono il consenso immediato o, peggio, cercano di imitare Trump. Attenzione, però: se si lascia a Trump il ruolo di leader, agli altri non resterà che fare da follower.


Tutto per restare al comando

 

Di Alberto Negri, il manifesto

Gaza è il tragico palcoscenico di un genocidio ma anche di una lotta di potere dentro a Israele. Ieri, qualche ora prima del gabinetto di sicurezza convocato da Netanyahu, uno dei suoi alleati, il ministro delle finanze Smotrich, visitava un insediamento illegale dei coloni in Cisgiordania.

E si faceva fotografare sorridente con un muro alle spalle dove era scritto: «Morte agli arabi». Il capo di stato maggiore Eyal Zamir affermava che occupare Gaza poteva rivelarsi un «buco nero» dal quale sarebbe stato difficile uscire mentre i parenti degli ostaggi reclamavano, navigando verso le coste della Striscia, che si stava mettendo in pericolo la vita degli ostaggi.

Che cosa è successo? È accaduto che il premier Netanyahu potrebbe aver fatto ancora una volta i conti sbagliati. All’inizio di luglio, dopo la guerra dei 12 giorni contro l’Iran condotta insieme agli Usa di Trump, era al massimo della popolarità nei sondaggi. Se allora avesse negoziato con Hamas la tregua e il rilascio degli ostaggi sarebbe stato comunque considerato un vincitore. Ma spinto dall’ala più estremista del suo governo ha voluto andare oltre: l’occupazione della Striscia – già conquistata per altro al 75% – e la liberazione, probabilmente con la forza, degli ostaggi.

Un’operazione ad alto rischio come sicuramente hanno sottolineato i vertici delle forze armate. Il capo di stato maggiore Zamir ha avuto ieri un sussulto di dignità affermando che lui avrebbe detto a Netanyahu senza remore la sua opinione. È evidente che tra il potere civile e quello militare ci sono differenze di valutazione e una ben diversa considerazione tra l’impegno dei militari che rischiano la pelle sul terreno e quello dei politici come Netanyahu che hanno come solo obiettivo quello di restare in sella.

Il piano dei generali prevede l’accerchiamento di Gaza City e dei campi centrali per isolare il territorio e confinare i combattimenti. Poi: fuoco massiccio, ingressi truppe mirati, e soprattutto evitare trappole. Ma le elezioni, con ogni probabilità anticipate, si avvicinano. E tutto ovviamente si gioca, con il consueto cinismo, sulle vite dei palestinesi.

Bibi Netanyahu ha come obiettivo occupare Gaza ma senza accollarsi la responsabilità di governarla, lasciandola a una, per ora assai fantomatica, entità civile, come ha dichiarato in un’intervista alla rete trumpiana statunitense Fox. «Trasferiremo l’amministrazione provvisoria a un soggetto terzo se Hamas cederà le armi e riconsegnerà gli ostaggi», ha detto all’emittente indiana Cnn18 in seguito a un incontro con l’ambasciatore di Nuova Delhi, J.P. Singh. Netanyahu ha inoltre sottolineato che occorre distinguere tra «civili innocenti e Hamas». Cosa che in realtà non ha mai fatto sterminando oltre 61mila palestinesi tra cui migliaia di donne, vecchi, bambini, usando l’arma della fame per eliminarli. C’è da credere che questa distinzione la farà domani?

In realtà Israele, con l’appoggio più o meno velato degli Usa, continuerà la pulizia etnica della Striscia, ma in maniera estrema e determinata. Come probabile l’Idf inizierà con la presa di Gaza City. Gli abitanti, circa un milione di persone (metà dei residenti della Striscia), saranno evacuati. Sarà un’operazione logistica di primo livello che durerà settimane in cui saranno costruite infrastrutture temporanee per gli sfollati. In pratica significa il concentramento di centinaia di migliaia di persone in un’area esigua già super affollata, dove non ci sono cibo e medicine e gli ultimi ospedali stanno per collassare.

Un tempo Gaza, perennemente sotto assedio da anni, veniva definita una prigione a cielo aperto: questo cielo si sta per richiudere con lo scopo di spingere la popolazione verso la più cupa disperazione.

La vice presidente della Commissione europea, la spagnola Teresa Ribera, affermava in un’intervista rilasciata in queste ore a Politico che quello che sta accadendo a Gaza «somiglia molto a un genocidio». La commissione Ue per ora non ha mai pronunciato questa parola e qui si discetta molto sui media per definire quello che abbiamo di fronte. Ma se voglliamo è molto più semplice qualificare il nostro comportamento come europei di fronte a questo sterminio: una vergogna. Semplicemente e senza appello.

Nell’immagine: Il capo di stato maggiore Zamir, il premier Netanyahu e il ministro della difesa Katz


Usa, oltre ottomila miliardi di promesse: tutti i dubbi sugli investimenti trumpiani

 

Di Alberto Simoni, La Stampa

«Serviranno uno, forse due anni, poi vedremo un boom della manifattura in America». Donald Trump festeggia lo scoccare della mezzanotte e l’innesco delle tariffe globali sottolineando che ora «un enorme flusso di miliardi entrerà in America» mentre la Casa Bianca pubblica i successi di 200 giorni di presidenza riassumibili anche in foglio con gli investimenti pubblici e privati sul suolo Usa promessi (totale 8160 miliardi di dollari) contenente i nomi di aziende e fondi sovrani più generosi. Emirati Arabi, Qatar e Giappone guidano la classifica, la prima azienda privata è con 600 miliardi la Apple. Sono soldi che servono per trasformare l’intera filiera produttiva e renderla sempre meno dipendente dall’estero e allo stesso tempo generano posti di lavoro. Resta un grande punto interrogativo la strategia impostata da Trump e dai suoi uomini. Scott Bessent, segretario al Tesoro, ieri alla Msnbc ha evidenziato come al momento i costi delle tariffe siano assorbiti dalle imprese straniere e ribadito il mantra trumpiano, «la manifattura tornerà».Così non solo gli Usa produrranno ma aumenterà «il reddito reale della working class».

Alcuni dati macroeconomici indicano che il percorso potrebbe essere accidentato. Anzitutto l’inflazione: da aprile – il 2 ci fu il «Liberation Day» – a luglio è aumentata dello 0,3% (2,6% contro 2,3%). Gli economisti stimano che il trend rialzista proseguirà poiché le tariffe faranno sentire l’effetto sui prezzi una volta conclusa l’estate quando saranno a pieno regime. Lo scorso anno i dazi erano al 2,3%, la stima del Yale Budget Labli fissa ora a 18,3%. Mancano all’appello le proiezioni sul 50% di sanzioni secondarie per l’India e c’è l’incognita del trattamento cinese. Il 12 agosto scadrà la tregua e il segretario al Commercio Howard Lutnick non ha escluso per Pechino – che continua a sostenere la Russia nel conflitto in Ucraina – un trattamento simile a quello di New Delhi.

L’indice manifatturiero (Pmi) fra l’altro fra marzo e luglio ha registrato un calo, da 50 punti è sceso a 48. Spostare la produzione negli Usa – sotto la spinta delle tariffe – è più facile per alcuni comparti, come il tessile, meno per auto e acciaio, ha notato William Reinsch, esperto del Csis al Wall Street Journal.

Altri due elementi rendono il punto interrogativo che grava sulla ricetta Trump assai visibile. Il primo è legato all’imprevedibilità dello stesso presidente, capace in pochi mesi di fare accelerate, frenate, svolte a U, sul tema dazi da mettere le grandi aziende in «stand by» per quanto concerne gli investimenti, come sarebbe ad esempio spostare una fabbrica dall’Asia agli Usa.

Questa incertezza si sta riverberando sul mercato del lavoro. La disoccupazione è al 4,2%, ma negli ultimi tre mesi la «macchina Usa» ha generato appena 106mila posti di lavoro nuovi. In America non si licenzia, ma allo stesso tempo gli imprenditori non assumono, i laureati dei college trovano un collo di bottiglia per entrare nel mondo del lavoro. E molti nel frattempo si convertono ad autisti per Uber per pagare affitti e bollette.

La calma piatta ha un ulteriore lato negativo. È proprio la manifattura, ovvero il comparto che Bessent immagina fiorente in futuro, a perdere occupazione: fra maggio e luglio circa 37mila. Trump si è dato «uno o forse due anni». Ma l’America potrebbe chiedere il conto prima. Nel novembre del 2026 ci sono le Midterm elections.


La vera fotografia documenta (e denuncia) la realtà

 

Santa Margherita, Venezia, Milano e Lugano: le città in cui il fotografo ha vissuto e che ricorrono nelle biografie, più o meno dettagliate, pubblicate nelle scorse ore sul suo conto. In Liguria è nato, il 10 ottobre 1930, poiché sua mamma, cittadina svizzera, dirigeva allora un elegante hotel a Sanremo, l’Imperiale, affacciato sulla baia di Portofino, ereditato dal primo marito. Sempre a Santa Margherita, 94 anni più tardi, mercoledì in serata, ha concluso il suo luminoso percorso. Sin dal cognome, tuttavia, Berengo Gardin è veneziano e a Venezia, dove la famiglia si trasferisce subito dopo la guerra e dove possiede un negozio di vetri e perle, compie gli studi.

In una delle sue ultime interviste, sollecitato da Lorenzo Buccella, Berengo Gardin riassume princìpi e capisaldi che ne hanno guidato l’attività dalla metà degli anni Cinquanta alla fine.

Provo a riassumere i punti più importanti: mentre molti fotografi sono considerati, in tutto e per tutto, degli artisti, lui riteneva che il suo compito fosse di documentare, testimoniare, fissare ciò che stava accadendo. “Penso che la fotografia di documentazione sia molto più importante della cosiddetta foto artistica”. Usare, insomma, l’apparecchio fotografico come il giornalista usa(va) la penna, non come un pennello (e qui penso, per fare un esempio, al grandissimo suo coevo marchigiano Mario Giacomelli).

Berengo Gardin è stato un fotoreporter, uno dei più grandi fotoreporter del secolo scorso, discendente di modelli e maestri diversi, da Cartier-Bresson a Capa, modello a sua volta per alcune generazioni.

Ogni reportage raccontava una situazione, un problema di società: forzature, storture, disparità che le immagini sapevano mettere a fuoco e denunciare con l’immediatezza di uno sguardo e di ciò che quello sguardo sapeva cogliere nell’attimo in cui il fotografo scattava.

Documentare la realtà, obiettivo ribadito più volte anche nell’intervista citata sopra, trasmessa meno di un anno fa, il 22 ottobre 2024, in cui Buccella ricorda il timbro che Berengo Gardin appone dietro a ogni sua immagine: VERA FOTOGRAFIA.

Vera significa non artefatta, corretta, taroccata (è lui ad usare questo aggettivo) con gli strumenti – tutt’altro che innocui – che lo permettono. “Io non ce l’ho col digitale, ma col Photoshop. Dovrebbero proibirlo per legge”.

Sussiste, insomma, una differenza sostanziale, di genere e di scopo, tra fotografia (che descrive e racconta la realtà) e immagine (che, quella sì, può e deve avere, in primo luogo, ambizioni artistiche). “Il fotografo deve fare foto critiche”, un principio, suggeritogli da Ennio Flaiano, che lo scomparso ha adottato sin dall’inizio e sino all’ultimo.

Un esempio per tutti: la serie di scatti realizzati a Venezia per denunciare la presenza sempre più pervasiva delle immense navi da crociera “parcheggiate” a due passi da Piazza San Marco, che scaricavano quotidianamente migliaia di turisti che hanno contribuito, nel corso dei decenni, ad alterare il tessuto sociale della Serenissima sino a farne ciò che è oggi: un museo a cielo aperto, una specie di parco giochi in cui trascorrere alcune ore, al seguito di improbabili guide, auricolari accesi, un occhio a non finire in un canale, l’altro alle vetrine di vitrea, coloratissima paccottiglia similmuranese importata da non si sa bene dove.

Quelle immagini hanno lasciato un segno, hanno testimoniato ciò che stava accadendo in una città patrimonio calpestato del mondo intero. Quelle foto hanno affiancato e sostenuto i militanti che si battevano da decenni per una soluzione diversa. Dovevano essere esposte a Palazzo Ducale, nel settembre del 2015, ma la nuova Giunta di Destra, insediatasi tre mesi prima, annullò la mostra.

Nelle fotografie di Berengo Gardin trapela una forte passione civile: sembra un luogo comune ed è una formula – giornalistica anch’essa, di un giornalismo un po’ superficiale, quello che si serve di frasi fatte quando deve riassumere o non sa bene cosa dire – ma così è. “Mi rendo conto di aver avuto un certo successo professionale proprio perché fotografo ancora con lo spirito e la passione del dilettante. La passione mi fa lavorare notte e giorno, sabato e domenica, sempre. Non prendo quasi mai vacanze; le mie vacanze sono fotografare (…). Per me la fotografia è come la benzina per l’automobile. Mi fa andare avanti, mi dà la carica”.

I primi passi li muove a Roma, tra il 1943 e il 1944: i tedeschi, che occupavano la città, avevano dato ordine alla popolazione di consegnare tutte le macchine fotografiche. “Io, con l’incoscienza dei ragazzi, decisi invece di andare in giro a scattare immagini”. La vocazione precoce di un tredicenne.

E Lugano? È in via Nassa che Berengo Gardin acquista il suo primo apparecchio d’occasione, una Rolleiflex: “Ho incominciato come fotoamatore al Parco Ciani, ho fatto delle foto orribili, viste con il senno di oggi. Allora mi sembravano dei capolavori: i riflessi nell’acqua, gli alberi (…)”.

A Milano, a partire dal 1962, si consolida e lavora per grandi marchi: Alfa Romeo, Pirelli e, soprattutto, Olivetti. Incontra e frequenta il mondo delle fabbriche e degli operai, che lo portano ad avvicinarsi anche alla politica. Quello del lavoro è uno dei grandi capitoli su cui Berengo Gardin ha incentrato tutta la propria attività: “Anche nelle foto industriali che ho fatto per Ansaldo, IBM o Olivetti non fotografavo mai il prodotto finito, ma le linee di montaggio, le storie dei lavoratori, la vita quotidiana di quegli operai che mi hanno insegnato molto”.

Altro nucleo tematico essenziale da menzionare in questa carrellata, quello dei manicomi. Insieme a Franco Basaglia, direttore dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, dove aveva progressivamente ridotto gli strumenti di contenzione che limitavano i malati nei movimenti e nella libertà, ha condotto una campagna civile per trasformare il manicomio in un luogo civile, abolendo terapie che comprendevano forme di costrizione e l’elettrochoc. “Rapare a zero un uomo era il peggiore affronto che potevi fargli. Era come se lo castrassi, la stessa roba”.

Il volume Morire di classe, uscito nel 1969, che affiancava ai testi basagliani le immagini di Berengo Gardin e Carla Cerati, diede una spinta importantissima, se non decisiva, all’approvazione della cosiddetta Legge 180, del 13 maggio 1978, prima in Europa ad imporre la chiusura dei manicomi. Franca Ongaro, psichiatra a sua volta, moglie di Basaglia e sua prima sostenitrice, nell’introduzione al libro scrive: “Se non si parte da queste immagini che spalancarono le porte su una realtà ai più sconosciuta e dagli addetti ai lavori ritenuta naturale, credo non si possa capire la durezza di questa battaglia: contro l’istituzione, contro la psichiatria che scientificamente la avallava, contro la società che ne richiedeva l’esistenza per mantenere l’ordine, la netta separazione fra una norma basata sull’efficienza e sull’esclusione degli elementi di disturbo o di scarto”.

Avessi potuto incontrarlo, gli avrei chiesto se ritrarre degli individui rinchiusi, legati, ammanettati, non fosse a sua volta un sopruso. Anche a questa domanda, Berengo Gardin risponde nell’intervista dello scorso autunno: “Con Basaglia ci abbiamo pensato molto. Tutti e due eravamo d’accordo che noi facevamo una violenza a questi malati, però lo facevamo per migliorare le condizioni degli altri”. In realtà, i due incontravano preventivamente le persone ricoverate spiegando loro il senso e l’obiettivo di quelle immagini, dicendo ai pazienti che erano liberissimi di non farsi riprendere. “Quasi tutti hanno accettato perché capivano che stavamo lavorando per loro”.

Andrebbero citati anche i reportage dedicati agli zingari, che Berengo Gardin ha incontrato e seguito a lungo in tutta Italia, da Bolzano a Palermo. “Siamo diventati amici e dopo cinque giorni non ero più un fotografo, ma il Nonno Gianni. Io li difendo a spada tratta perché credo che storicamente siano stati sempre perseguitati dalle Autorità italiane”.

Lavorare, insomma, per gli altri e non per sé stesso, per il proprio successo e la propria fama (comunque grandissima: basterebbe leggere la sua bibliografia, fatta di centinaia tra volumi, esposizioni, cataloghi, premi).

Il bianco e nero è sempre stata la sua cifra: “Nasco con il cinema in bianco e nero, con la fotografia in bianco e nero e anche la lettura, in fondo, è in bianco e nero. Un fotografo, come uno scrittore, ha il suo stile e va avanti con quello. Io fotografo solo in una determinata maniera”.

A quello stile, a quel rigore, a quella forma mentis Gianni Berengo Gardin è rimasto fedele, senza tentennamenti, sino all’ultimo.


Di arrocchi e di lupi

 

Di Pietro Martinelli, laRegione

La politica ticinese sta attraversando un periodo poco positivo, caratterizzato da nervosismo e inconcludenza. A peggiorare (forse) definitivamente il clima è stato certamente anche il tentativo di arrocco (scambio dei Dipartimenti parziale o totale tra i due consiglieri della Lega Gobbi e Zali) diventato clamorosamente pubblico in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario il 3 giugno scorso. In effetti in quella occasione Zali, che era responsabile del Dipartimento del territorio, si presentò come novello ministro della Giustizia, inaugurando, lui ex giudice, una procedura senza basi legali. La composizione e la ripartizione dei Dipartimenti sono infatti di competenza dell’intero Consiglio di Stato, che era stato informato, ma che non aveva ancora deciso nel merito. Inoltre, le modalità da seguire per una decisione di questo tipo, senza precedenti, sono tuttora poco chiare. I due consiglieri leghisti si sono successivamente scusati con i colleghi, ma queste scuse non cancellano l’effetto devastante che quel modo di procedere probabilmente ebbe sulla serenità della compagine governativa.

Successivamente i due consiglieri di Stati leghisti ridussero l’arrocco in un arrocchino nel quale Zali, restando direttore del Dipartimento del territorio, assumeva fino alla fine della legislatura la gestione della Polizia cantonale e della Magistratura, mentre Gobbi assumeva la “direzione politica” (?) della Divisione delle costruzioni. Il Consiglio di Stato, dopo una lunga seduta straordinaria fuori sede (a Bedretto) approvò all’unanimità quanto proposto da Gobbi e da Zali, aggirando temporaneamente il ‘Regolamento del Consiglio di Stato’ formulato nel 2001 senza una modifica formale, Regolamento che aveva formalizzato quanto deciso nel 1991 dal governo di allora nella seduta straordinaria del Lago d’Orta, riducendo i dipartimenti da 11 a 5 (come il numero dei consiglieri) e cercando di suddividere i compiti per Dipartimento in base a criteri di razionalità (un obbiettivo che andrebbe riproposto nei dettagli di compiti e uffici per ogni Dipartimento).

Ma come mai queste sorprendenti, a parere di molti improvvide, manovre in casa Lega? I motivi a mio parere sono diversi. Provo a elencarne alcuni: credo che il tipo di sensibilità di Zali per l’ambiente e il territorio non piaccia all’elettorato leghista e agli interessi che la Lega spesso difende, per cui vorrebbero toglierlo dalla responsabilità di settori che coinvolgono molti interessi economici rilevanti. Ad esempio, i problemi connessi con la pianificazione, con strade e traffico, con investimenti pubblici. Gobbi incontra molte difficoltà nella gestione della Giustizia (vedi nuova sede dei tribunali) e della Polizia (che vorrebbe centralizzare), per cui la Lega vorrebbe toglierlo dai guai facendo affidamento alla supposta competenza di Zali in particolare per la Giustizia. Anche se non credo che il problema principale per chi è chiamato a governare sia la competenza pregressa quanto piuttosto la capacità di utilizzare la competenza di funzionari e collaboratori, e di capire il momento politico (se esistono o meno le condizioni politiche e istituzionali per portare avanti una riforma e come favorirle).

Poi c’è la concorrenza con l’Udc, in particolare tra Zali e Marchesi, per il secondo seggio in governo. Concorrenza che è esplosa in questi ultimi giorni con gli attacchi di Marchesi a Zali (e ora anche di Dadò) sulla questione del lupo. Un problema quello del lupo di sicurezza per le greggi e anche per le persone, ma dove bisogna riuscire a far convivere la presenza del lupo, che nelle attuali condizioni c’è e resterà (Dadò dixit), equilibrando ecosistema e necessità umane, valori morali e pragmatismo. Un obbiettivo politico la cui base giuridica è stata confermata anche dalla recente sentenza del Tribunale federale relativa al caso del Canton San Gallo. Un compito non facile che bisognerebbe evitare di utilizzare come oggetto di speculazione politica, ma dove essere permalosi non aiuta. Infine il fatto che Lega e Udc aspirino entrambe a mantenere o a conquistare seggi in governo, approfittando ognuna per proprio conto, dell’attuale tendenza che sembrerebbe favorire la destra. Tuttavia Lega e Udc attualmente in Ticino non sono sulla cresta dell’onda: dal 2015 al 2023 infatti la Lega a livello di Gran Consiglio è scesa da quasi il 25% a poco più del 15%. Un calo di 10 punti percentuali circa che l’Udc, passando da poco più del 5% al 10%, ha ricuperato solo per metà. Complessivamente la destra in Ticino sta arretrando a vantaggio della nascita di tanti piccoli partiti, spesso con grandi aspirazioni.

In definitiva sono Lega e Udc, con il loro comportamento spregiudicato fino a diventare sconveniente per gli interessi del Cantone, che hanno la responsabilità di aver reso problematica questa ultima fase della legislatura. Attaccare tutto il governo per la pur improvvida accettazione dell’arrocchino, un errore dettato dal desiderio probabilmente illusorio di mantenere un clima di governabilità nell’esecutivo, non permette di offrire all’opinione pubblica una corretta attribuzione di responsabilità. Una attribuzione di responsabilità che assumerà grande importanza in occasione del rinnovo dei poteri cantonali tra 20 mesi, nell’aprile del 2027. Un appuntamento molto importante per il futuro del nostro Cantone.

Nell’immagine: illustrazione AI


Noè Ponti ‘Homo Ticinensis’?

 

Intanto grazie a Ponti, ma anche a molti altri, lo sport ticinese sta vivendo un mutamento storico e magari anche antropologico: nel senso che in passato la nostra eccellenza sportiva era espressa da un gruppo, da una squadra, di calcio essenzialmente, mentre ora emerge solo a livello individuale. Lugano, Bellinzona, Chiasso e Locarno che hanno militato in Divisione Nazionale, persino assieme, sono state retrocesse d’ufficio per inadempienze varie.

I vari Riva IV, Chiesa, Frosio, Neury, Prosperi, Simonetti, Bionda, Pernumian per citarne pochi, non hanno lasciato eredi, Türkylmaz e Gavranovic a parte. Bottani vanta una sola presenza in rossocrociato, i ticinesi in prima squadra sono pochissimi. Il nostro calcio è in mano a cordate straniere che lo usa per i propri interessi, anche se non sempre i nuovi padroni lo dicono a chiare lettere come i colombiani arrivati a Bellinzona o gli argentini a Paradiso (!).

Il Ticino è la rampa di lancio per il ricco calcio italiano. Tradotto: porto un ragazzo che mi costa 100’000 franchi (se li costa) e lo vendo a 2-3 milioni. Possibile, ma non c’è garanzia. E i nostri giovani? Il vivaio? Conta poco o nulla nelle mani di questi affaristi. Non a caso il Bellinzona sta separando il movimento giovanile dalla prima squadra dove il ticinese è una mosca bianca.

Se la cava invece abbastanza bene l’hockey, che riesce a formare elementi locali e a promuoverli.

In mezzo a questa desolazione stiamo però assistendo a un fenomeno degno di nota: sono sempre più le individualità, in campo maschile e femminile, che raggiungono dignità nazionale, europea e persino mondiale: al di là di Ponti, Colombo nella ‘mountain bike’, Aila Del Ponte che si sta riprendendo dopo aver forzato troppo i tempi, e Petrucciani nell’atletica, preceduti dall’indimenticabile Doris de Agostini, Michela Figini e Lara Gut nello sci. Gente che si è fatta da sé, con grande forza di volontà e carattere, facendo spesso meglio di chi aveva lo stesso talento naturale, ma meno carattere e perseveranza. E altri, a livello giovanile, stanno emergendo, in diversi sport.

Una tendenza chiara che impone nuove valutazioni, anche di carattere sociale sull’esempio di Ponti che parte da una base eccezionale: se è vero (Darwin) che ogni forma di vita è emersa dal mare e che i pesci hanno imparato a camminare, il Nostro è una dimostrazione di questa evoluzione a rovescio: da bimbo camminava su quattro zampe, poi su due, e ora, quando è in acqua, sembra ritornato nel ‘brodo primordiale’, un pesce. Oltretutto, ad ogni gara aumenta il tasso di personalità: sempre più sicuro di se stesso come uomo e come atleta professionista. Stimolato dai cronisti (spesso ruffiani) si comporta come un consumato attore, forse per istinto. Dalle banche ai venditori di noccioline, tutti lo vorrebbero come ‘testimonial’, sicuri di moltiplicare l’attenzione e far cassa grazie alla contagiosa simpatia che suscita, da bravo ragazzo che tutte le mamme vorrebbero per la propria figlia.

Ponti è anche andato alla Mecca del nuoto, gli Stati Uniti, ma è tornato presto, facendo nascere il sospetto che fosse un altro classico ‘mammarolo’, come certi studenti universitari che rientravano il venerdì sera da Zurigo e che facevano ridere tutta la Svizzera con la loro nostalgia per le lasagne e le paste cotte in modo giusto. Ma in questo caso la scelta (al di là di una possibile nostalgia di casa) si è rivelata giusta dal profilo strettamente professionale, dato di non poco conto. Insomma, l’America del nuoto non è necessariamente nella Carolina del Nord, può essere tranquillamente a casa nostra: nel centro di Tenero, nell’eccellente staff che lo cura da un punto di vista tecnico, fisico e anche mentale.

Per ragioni professionali ho intervistato sportivi di tutti i tipi e razze: non mi piaceva, dicevano troppe banalità, in qualche caso non molto diverse dal ciclista che aveva affermato: ‘ciao mamma, sono arrivano uno! ‘. Ma Ponti, da spettatore, mi risulta particolare: intravvedo persino una sottile ironia, quasi a non prendere troppo sul serio se stesso, oltre che l’intervistatore. Però sta al gioco, eccome: e ogni istante lo rende ancor più personaggio, senza mai perdere se stesso e lo scopo della messinscena: mettere in risalto il suo livello agonistico, i suoi progressi. Contrariamente a una sciagurata tendenza del tempo: gente che arriva alle Olimpiadi, affonda nella mediocrità e anche peggio, e in TV spiega raggiante di quanto è orgogliosa del traguardo raggiunto: la finestrella televisiva è superiore al risultato. Ponti ci gioca, la finestrella TV non lo distrae dalla gara, dalla ricerca del risultato, anzi, mette in risalto la sua calma olimpica, il suo essere cool, freddo, razionale, con una strana particolarità, sin troppo ‘nostrana’:

Ponti se la cava benissimo in tedesco, francese e inglese. Anche nella lingua del suo allenatore il ‘romano de Roma’ Massimo Meloni (l’italiano?) e nel nostro dialetto: ma perché introdurre elementi ‘der Testaccio’ di ‘Roma caput mundi’ e di Gambarogno? ‘U fai un teemp da la Madona!’, tradotto in diretta TV con ‘ho fatto un tempo della Madonna’ non è cool, elegante come la sua sempre fluida nuotata. E magari correndo il rischio di un rimprovero del Vescovo, anche se Noè non vuole offendere i credenti, anzi: quanto doveva correva Maria per gestire il monello Gesù, sempre in moto già da piccolo… Quando poi Noè dice con un orribile italiano da cellulare che prima della gara fondamentale è non correre il rischio di sporcare la biancheria (per paura) con qualche macchiolina… Anche perché il ragazzo non dà l’impressione di temere i suoi fortissimi avversari.

Al momento della verità Ponti si è sempre comportato da campione, semmai ha fatto una scelta sbagliata volendo affrontare la distanza doppia, i 200, ora abbandonati, spendendo troppe energie.

E allora? Forse Ponti, un cosmopolita a suo agio in tutto il mondo, parla così per non staccarsi troppo dal nostro modo di essere, spesso un po’ troppo terre à terre, grossolano. Un modo per dire: non mi monto la testa, rimango dalle vostre parti, sono uno dei vostri.

Non è necessario: il nuovo ‘Homo Ticinensis’ che Noè sembra incarnare (sarebbe troppo bello) non ha bisogno di queste ‘gherminelle’ per rimanere ancorato al territorio. Le può tranquillamente eliminare. Non abbiamo dubbi sulla sua classe, sul suo livello, anche umano, sul fatto che un tipo del genere può puntare all’oro olimpico. Ci sta, anche se nello sport la proiezione matematica partendo dai ‘tempi della Madonna’ non è possibile.


Votare a 16 anni: più di un gesto simbolico?

 

Di Domhnall O’Sullivan, tvsvizzera.it

Nel 1979, una risicata maggioranza di svizzeri e svizzere disse “no” a un diritto oggi considerato scontato: il voto a 18 anni. Alcuni degli argomenti di allora suonano oggi anacronistici. “I giovani di oggi sono certamente più disinibiti e precoci, ad esempio in ambito sessuale – ma ciò non dimostra che siano più maturi politicamente o caratterialmente”, affermò un consigliere agli Stati. L’età minima per votare rimase così fissata a 20 anni.

Ma la storia andava in un’altra direzione. Già nel 1969, il Regno Unito aveva abbassato l’età di voto da 21 a 18 anni, seguito dagli Stati Uniti nel 1971. Negli anni Settanta si unirono anche Australia, Svezia e Francia. In Svizzera, dopo che alcuni Cantoni adottarono la soglia dei 18 anni negli anni Ottanta, un nuovo voto nazionale nel 1991 sancì il cambiamento con il 73% dei consensi.

Un limite (per ora) invalicabile

A distanza di trent’anni, il dibattito sull’età giusta per votare continua, ma in Svizzera il limite inferiore sembra essersi stabilizzato. L’idea di estendere il diritto di voto ai 16enni e 17enni riaffiora regolarmente, per poi essere puntualmente respinta. Il Parlamento ha archiviato una proposta nel 2024, mentre otto cantoni – l’ultimo dei quali Lucerna – l’hanno bocciata in votazione popolareCollegamento esterno. Solo il Canton Glarona fa eccezione, avendo introdotto il voto a 16 anni nel 2007.

Ma perché questa proposta fatica a decollare? Secondo una recente ricerca Collegamento esternodel Centro di studi sulla democrazia di Aarau (ZDA), il problema non è la presunta immaturità politica delle giovani generazioni. I dati raccolti mostrano che i 16-17enni svizzeri hanno un senso civico paragonabile a quello dei 18-25enni: sono altrettanto interessati alla politica, partecipano ai dibattiti e consumano persino più contenuti informativi rispetto ai loro coetanei maggiorenni.

Robin Gut, coautore dello studio, si dice sorpreso dai risultati: “Pensavamo che i 16-17enni mostrassero meno interesse politico, non potendo ancora votare. Invece, le differenze tra le fasce d’età sono minime o inesistenti”.

Votano davvero?

Se da un lato i giovani sembrano pronti e motivati, resta da capire se voterebbero davvero. Un sondaggio del 2014 mostrava che la maggioranza dei 16-17enni svizzeri era favorevole a mantenere l’età di voto a 18 anni. A Glarona, dove vige il particolare sistema della Landsgemeinde, i resoconti sulla partecipazione giovanile sono positivi. Tuttavia, secondo i ricercatori e le ricercatrici del ZDA, i giovani nel Cantone votano meno degli adulti, soprattutto a livello locale.

Altrove, Paesi come Argentina, Austria, Brasile, Ecuador e Malta hanno introdotto il voto a 16 anni a livello nazionale. Alcuni Stati europei hanno fatto lo stesso a livello regionale. I risultati sono generalmente incoraggianti: in Scozia, i 16-17enni hanno partecipato in massa al referendum sull’indipendenza del 2014 e hanno continuato a votareCollegamento esterno. Anche in Austria, i 16-17enni tendono a votare più dei coetanei che si recano alle urne per la prima volta a 18 anni e non votano in modo significativamente diverso, secondo un rapporto Collegamento esternodel Consiglio d’Europa.

Priorità diverse

Tuttavia, abbassare l’età di voto non è una panacea contro il disinteresse politico giovanile. Il Global Youth Participation IndexCollegamento esterno, che analizza 141 Paesi su vari indicatori socio-economici e politici, non considera l’età di voto un fattore determinante – e nessuno dei dieci Paesi in cima alla classifica consente il voto ai 16enni. In generale, afferma Kirstie Dobbs del Merrimack College, coautrice del rapporto, la dimensione “elezioni” è stata una delle più deboli dell’intero indice.

I giovani – in questo caso definiti in modo ampio dai 15 ai 29 anni – “non sono particolarmente attratti dalle elezioni”, dice Dobbs.

Le ragioni? Priorità diverse, come la costruzione di un futuro personale e professionale, ma anche la sfiducia nei confronti dei processi elettorali. In Tunisia, ad esempio, Dobbs ha riscontrato che la gioventù era politicamente attiva, ma considerava le elezioni corrotte. Anche in Austria, l’indice rileva che il vantaggio di un’età di voto bassa è compensato dal calo di fiducia nei partiti politici. L’Austria si è classificata solo al 14° posto.

Per Dobbs, quindi, l’abbassamento dell’età di voto è solo un primo passo: “È una buona base di partenza, ma l’impatto dipende da molti altri fattori”. Tra questi: cultura familiare, istruzione, capitale sociale e capacità della politica di comunicare efficacemente con i giovani, soprattutto online. Inoltre, sottolinea, il dibattito sull’età di voto è spesso scollegato da temi cruciali come la salute mentale. “Come si può motivare qualcuno ad andare a votare, se non riesce nemmeno ad alzarsi dal letto la mattina?”

Inclusione e giustizia generazionale

Anche Robin Gut riconosce che l’abbassamento dell’età di voto non rappresenterebbe un cambiamento epocale. Secondo le sue stime, i 16-17enni costituirebbero il 2,4% dell’elettorato svizzero ampliato – una quota significativa, ma non sufficiente a ribaltare votazioni su temi dove prevale l’elettorato più anziano, come la riforma delle pensioni. Potrebbero però fare la differenza in votazioni molto equilibrate, come quella del 2020 sull’acquisto dei nuovi jet dell’esercito, approvata con il 50,1% dei voti.

Nel complesso, Gut sostiene che “dal punto di vista scientifico, nulla si oppone all’abbassamento dell’età di voto”. Gli ostacoli sono politici: la questione non è prioritaria rispetto a temi come sicurezza, clima, pensioni o sanità. Inoltre, i giovani non hanno una lobby forte né risorse finanziarie, e manca un consenso trasversale, poiché il tema è sostenuto principalmente dalla sinistra.

Con l’invecchiamento della popolazione, la questione assume anche una valenza di giustizia democratica. Da un lato, abbassare l’età di voto sarebbe un segnale di riconoscimento verso i giovani. Dall’altro, è sempre più problematico che sia l’elettorato più anziano a decidere per le generazioni future. “Nel medio-lungo termine, con l’età mediana degli elettori e delle elettrici che si avvicina ai 60 anni, dovremo affrontare il problema”, conclude Gut.

Naturalmente, abbassare l’età di voto non può invertire le dinamiche demografiche, ma può mitigarne gli effetti. Per evitare una futura gerontocrazia, Gut propone idee più radicali: ad esempio, il voto familiare o l’obbligo che una votazione ottenga anche la maggioranza tra le persone under 40 per essere approvata. Ma ammette: “Queste idee hanno ancora meno possibilità di successo dell’abbassamento dell’età di voto”.

Articolo a cura di Benjamin von Wyl/sb


Gaza: chi fermerà Netanyahu?

 

ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

Finito il tempo del negoziato, pur scandito dal fragore delle bombe, resta quello di una guerra senza fine: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di occupare per intero la Striscia di Gaza. Nonostante l’aperto dissenso del Capo di Stato Maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, la stanchezza delle unità combattenti e le crescenti riserve dell’opinione pubblica israeliana, Netanyahu ha annunciato di essere determinato a continuare la guerra, a eliminare Hamas da Gaza e “a liberare i nostri figli presi in ostaggio”. In uno scontro senza precedenti con i vertici militari, il premier ha convocato il gabinetto di sicurezza questa settimana per discutere dei piani di invasione dichiarando che se la decisione non va bene al Capo di Stato Maggiore “allora, che si dimetta”. Ma l’azzardo del primo ministro rischia di spaccare il paese.

Mentre le frange dell’ultradestra esaltate dall’incursione del ministro Itamar Ben Gvir alla Spianata delle moschee esultano, le famiglie degli ostaggi sono terrorizzate dall’intenzione di invadere quelle aree della Striscia in cui si ritiene siano detenuti gli ostaggi. Intanto a Gaza si continua a morire. Nella sola giornata di ieri, lunedì, 94 palestinesi sono rimasti uccisi nei raid e cinque sono morti di fame. Tra loro, Abdel Majeed Adnan Salamah, 28 anni, volontario della Mezzaluna rossa (PRCS) a Khan Younis. In un post su X, il PRCS ha scritto: “Fin dall’inizio della guerra, Abdel Majeed ha lavorato instancabilmente con le squadre di ambulanze rischiando la vita per soccorrere i feriti. Due giorni fa è partito alla ricerca di cibo nella cosiddetta ‘zona di aiuti USA-Israele’ a ovest di Rafah. Lì, le forze israeliane lo hanno preso di mira insieme ad altri civili affamati. Non ha mai fatto ritorno. Abdel Majeed è stato ucciso mentre cercava semplicemente di sopravvivere”.

Netanyahu ha reso nota la decisione di invadere Gaza dopo che Hamas nel fine settimana aveva pubblicato i video di due ostaggi, Evyatar David e Rom Braslavski, magri come scheletri, che implorano per la loro vita. La carestia nella Striscia è frutto del blocco imposto all’enclave e del completo fallimento del piano dell’IDF di rilevare la fornitura di assistenza umanitaria tramite una “fondazione americana” la Gaza Humanitarian Foundation (Ghf) rivelatasi totalmente inadeguata e incapace di gestire una crisi di simili proporzioni. L’organizzazione non garantisce neanche lontanamente il minimo necessario a sfamare la popolazione mentre centinaia di palestinesi hanno perso la vita a causa dell’uso smodato di armi mentre tentavano disperatamente di raggiungere il cibo. Secondo Mikhail Fakhri, esperto delle Nazioni Unite che per primo, più di 500 giorni fa, aveva lanciato l’allarme sul fatto che Israele stava orchestrando una campagna di deliberata carestia di massa a Gaza, governi e aziende non possono dirsi sorpresi dall’orrore che si sta verificando. “Israele ha costruito la macchina della fame più efficiente che si possa immaginare. Quindi, anche se è scioccante vedere persone morire di fame, nessuno dovrebbe dirsi sorpreso. Tutte le informazioni sono di dominio pubblico dall’inizio del 2024”, ha dichiarato al Guardian Fakhri, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo.

Ieri, mentre centinaia di dimostranti protestavano fuori dall’ufficio del primo ministro a Gerusalemme, il governo ha votato all’unanimità per licenziare il procuratore generale Gali Baharav-Miara, grande avversaria del premier sul tema della riforma della giustizia nonché procuratrice capo nel processo per corruzione al quale il primo ministro è sottoposto. L’Alta Corte di Giustizia ha stabilito che la revoca non entrerà in vigore finché i giudici non si saranno pronunciati sulla legalità del procedimento. Si tratta di una mossa senza precedenti: la rimozione di una delle più alte cariche di garanzia dello Stato, incaricata di vigilare sull’integrità legale del governo. Il Times of Israel riferisce che durante la riunione del gabinetto lo stesso Netanyahu ha accusato il magistrato di applicare “selettivamente” la legge, alimentando “l’incitamento e le minacce di omicidio contro di lui. Il voto del governo si è svolto “mentre i nostri ostaggi muoiono nei tunnel, mentre la società israeliana si sta lacerando”, ha dichiarato Yair Golan, un politico dell’opposizione israeliana, durante una manifestazione nei pressi della Knesset lunedì pomeriggio. Il governo israeliano, ha detto Golan, “non si sta occupando della liberazione degli ostaggi, né della fine della guerra. … Non si preoccupa della sicurezza di Israele”.

Le turbolenze politiche si sono intensificate mentre Netanyahu si trovava ad affrontare rinnovate pressioni per porre fine alla guerra. In un video messaggio pubblico, quasi seicento ex funzionari dell’apparato di sicurezza, tra cui il Mossad e lo Shin Bet, hanno chiesto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di fare pressione su Netanyahu affinché ponga fine alla guerra a Gaza e riporti a casa gli ostaggi. Gli ex capi militari, dell’intelligence e della sicurezza accusano il governo di danneggiare la sicurezza del Paese ed esortano il primo ministro a interrompere le operazioni militari a Gaza e a raggiungere un accordo per il rilascio degli ostaggi rimasti. “Come professionisti, crediamo che Hamas non rappresenti più una minaccia strategica per Israele, e la nostra esperienza ci dice che Israele ha tutto ciò che serve per gestire le sue residue capacità terroristiche, a distanza o in altro modo”, affermano. “Rintracciare i restanti alti funzionari di Hamas potrà essere fatto più tardi”, ma “gli ostaggi non possono aspettare”. “Ci stiamo nascondendo dietro una menzogna che abbiamo inventato noi stessi. Questa menzogna è stata venduta al pubblico israeliano e il mondo ha capito da tempo che non riflette la realtà”. I firmatari aggiungono che al momento “abbiamo un governo trascinato da estremisti messianici in una direzione irrazionale”. Questi membri, tra cui diversi ministri, si oppongono ai negoziati con Hamas e hanno chiesto al primo ministro di rioccupare Gaza e di consentire loro di ricostruire gli insediamenti ebraici. “Sono una minoranza – spiegano nel video – ma il problema è che la minoranza controlla la politica”.

Il commento di Aldo Liga, Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa, ISPI

“L’eventuale, più volte minacciata, occupazione della totalità della Striscia rappresenterebbe un’ulteriore escalation nel massacro in corso a Gaza da quasi due anni, una nuova lacerazione interna per Israele e un’ennesima dimostrazione dell’ininfluenza delle iniziative internazionali. Gaza era già stata occupata militarmente dal 1967 al 1994 (e fino al 2005 “costellata” da insediamenti israeliani) e un ritorno della presenza dell’IDF aprirebbe la strada a una ulteriore amputazione dei territori destinati, sulla carta, a diventare in futuro lo stato palestinese. Le conseguenze sulla popolazione della Striscia sarebbero molto gravi, la probabile recrudescenza nei combattimenti aumenterebbe esponenzialmente il rischio di nuove carneficine (aggiungendosi a quelle in corso da mesi, con l’equivalente di un’intera classe di bambini uccisa ogni giorno dall’inizio della guerra, secondo i dati elaborati da UNICEF). Sul piano interno israeliano, la contrarietà dei vertici militari, che spingono per un accordo di cessate il fuoco, dimostra ancora una volta quanto la prosecuzione di questa guerra rappresenti una minaccia profonda alla tenuta istituzionale di Israele, al futuro della sua democrazia, e che i calcoli biechi del governo vengano perseguiti senza curarsi del rischio di destabilizzazioni interne e di nuove fratture, difficilmente sanabili. Infine, la decisione di occupare Gaza ci porta a un’ulteriore, amara, considerazione, sulla decredibilizzazione delle iniziative internazionali: se per 22 mesi si accetta ciò che viene definito “inaccettabile” si finisce per svuotare anche la minaccia dell’isolamento dalla sua funzione di deterrente efficace”.


L’Europa si ribelli al marasma dei dazi

 

Di Elsa Fornero, La Stampa

Sistema politico e sistema economico sembrano oggi in crisi profonda, in quasi tutte le parti del mondo. Ovunque gli scompensi sembrano alimentarsi a vicenda, favorendo il diffondersi di un generale senso di smarrimento: nelle conversazioni sotto gli ombrelloni, la crisi attuale sembra avere lo stesso spazio dello spread ai tempi della crisi del debito italiano, o del coronavirus al tempo del Covid. Nell’economia, le recessioni sono relativamente frequenti e determinano il tipico andamento ciclico (o congiunturale), ossia il succedersi di alti e bassi nella produzione, nel reddito e nell’occupazione. Alle fasi espansive si alternano fasi recessive, innescate da choc interni o, più frequentemente, internazionali che portano a carenza di domanda, cassa integrazione, impoverimento di chi vive del proprio lavoro. Fu così, per esempio, con l’autunno caldo del 1968, con la guerra del Kippur e i successivi choc petroliferi del ‘73 e del ‘79; con la crisi finanziaria del 2008 poi trasformatisi in crisi dei debiti sovrani dei Paesi più indebitati, come Grecia e Italia e nella grande recessione del 2011-’12. E ancora con il Covid, le guerre in Ucraina e Medio Oriente, le difficoltà energetiche. E adesso abbiamo la “guerra dei dazi”, dichiarata – per ora unilateralmente – dal presidente Trump.

Le crisi frequenti indeboliscono i sistemi economici e i cicli si succedono più rapidamente con le riprese che diventano semplici “rimbalzi” e tendono ad avere fondamenta meno solide. Tutto ciò porta sia a un aumento delle diseguaglianze (il lavoro si fa più precario, i salari perdono potere d’acquisto), sia a una riduzione della crescita tendenziale (la media tra lo sviluppo delle fasi espansive e il regresso di quelle recessive), specie quando le economie sono strutturalmente fragili per persistente carenza di investimenti in infrastrutture, in capitale fisico, in istruzione, ricerca e innovazione.

Quando le crisi sono gestite bene, cioè con visione coerente, lunga e responsabile della politica economica, anziché con lo sguardo corto delle “prossime elezioni” proprio dei “populisti”, i danni si riducono e possono persino cogliersi nuove opportunità. È successo, ad esempio, con il Covid che ha permesso a Ursula von Der Leyen di ideare il Piano di ripresa e resilienza, mirante soprattutto a favorire le nuove generazioni e a dare all’Europa una prospettiva di crescita più sostenuta e più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. Senza peraltro dimenticare la prospettiva della democrazia economica, attraverso strutture di governance più trasparenti e più inclusive, prive della prepotenza del capitalismo rampante, spregiudicato e amorale che portò proprio negli Stati Uniti alla crisi finanziaria del 2008 e a gravi perdite per l’economia mondiale, e per quella del nostro Paese.

Oggi questo processo sembra non funzionare più e la politica tende a essere nelle mani soprattutto di “uomini (o donne) forti” che sembrano considerare i principi democratici e la correttezza nelle relazioni interne e internazionali un inutile intralcio alle loro scelte. Le quali possono anche portare, nel breve termine, a risultati economici positivi ma sono insostenibili per definizione, perché i mercati – adeguatamente regolati – presuppongono non solo la libertà di iniziativa dei singoli, di movimento delle persone e non soltanto di beni e dei servizi ma anche la correttezza nelle relazioni di lavoro, negli scambi commerciali, nel riconoscimento consapevole delle aspirazioni dei migranti invece della loro “deportazione” quando non servono. Minacce che si potevano ritenere affrontabili – o ignorabili – allorché riguardavano la parte meno sviluppata del mondo diventano assai preoccupanti di fronte a quel fattore di imponderabile sconsideratezza che porta il nome di Donald Trump. Il presidente – della più grande economia al mondo – che non sembra agire in base a una, magari estremizzata ma chiara, concezione dell’economia di mercato (i dazi, da un lato, e l’assoluta mancanza di riguardo ai confitti di interesse di cui è portatore ne sono prova eclatante); né – e direi tanto meno – in base a una concezione della democrazia come bilanciamento dei poteri in modo che nessuno possa esercitare un dominio incontrastato, ma anzi facendo sì che le regole siano rivolte a favorire il maggior numero possibile di persone, partendo da quelle nella parte bassa della distribuzione dei redditi, delle ricchezze e delle opportunità.

In questo marasma, i dazi sono un fattore di aggravamento della crisi, non il fattore scatenante che ha invece nel presidente l’elemento di maggiore destabilizzazione. Un comportamento ossequioso significa non credere nei valori fondanti dell’Europa, ai quali sarà difficile che il presidente americano si converta. Riaffermarli servirà almeno a non perdere la bussola, nell’attesa che la risposta economica ai dazi faccia la sua parte. Anche al 15 per cento, i dazi danneggeranno certamente la nostra economia, ossia il nostro Pil, l’occupazione, i redditi, il bilancio pubblico. Danneggeranno però anche (soprattutto?) i consumatori americani, anche se, nel breve-medio periodo, con domande piuttosto rigide rispetto ai prezzi, l’effetto potrebbe apparire compensato dal vantaggio nel bilancio pubblico, dove affluiscono le entrate prodotte dalle tariffe. Gli effetti negativi, in particolare l’inflazione, si manifesteranno con maggiore evidenza nel corso dei prossimi trimestri, quando si avvicineranno le elezioni di mid-term. Sarà allora l’economia a mettere Trump di fronte alle sue responsabilità o, meglio, alle sue manchevolezze: di fronte a un carniere vuoto saranno, verosimilmente, gli elettori americani a risvegliarsi dal sogno illusorio del Maga facendo chiaramente intendere al presidente che c’è un limite a tutto: «Enough is enough, Mr. President».


Il mal di Gaza nell’esercito, crescono i no al fronte. L’ombra dei reduci suicidi

 

Di Gabriella Colarusso, la Repubblica

GERUSALEMME – Itamar Greenberg si è fatto 197 giorni in una prigione militare israeliana per aver rifiutato l’ordine di leva. Quando è uscito ha preso il treno, è andato a Sderot, nel sud, la città più vicina a Gaza, e ha cominciato a marciare verso la Striscia per «rompere l’assedio». Era con altri sei ragazzi, tutti diciottenni. Li hanno fermati, interrogati e rilasciati. Giusto il tempo di correre sui social e convocare una nuova protesta. Ayana Gertsmann e Yuval Pelleg, invece, sono in prigione da ieri: lei ci resterà per 30 giorni, lui per 20, hanno entrambi 18 anni. «Non collaborerò in silenzio alle peggiori atrocità, la distruzione di Gaza, l’occupazione. Non nel mio nome!», ha detto Ayana prima di entrare in carcere. Ayana, Yuval, Itamar sono i giovani refusenik israeliani, teenager che hanno preferito andare in galera piuttosto che unirsi a un esercito che – dicono – sta commettendo «crimini di guerra».

Agli inizi di agosto hanno inscenato una protesta pubblica bruciando davanti alle telecamere le lettere di arruolamento: è finito tutto su TikTok, centinaia di condivisioni. «Il numero dei refusenik è aumentato dall’inizio della guerra, ma tanti non lo comunicano apertamente quindi non sappiamo quale sia la cifra reale», spiega Nimrod, il portavoce di Mersavot, una rete che unisce gli obiettori di coscienza. Lo stesso fenomeno, in maniera più estesa, sta avvenendo tra i riservisti. Anche in questo caso non ci sono cifre ufficiali, nessun partito o leader politico ne parla apertamente.

Prima della guerra, il rifiuto di offrirsi volontari per la riserva era diventato un modo per protestare contro la riforma giudiziaria promossa da Netanyahu. Dopo il 7 ottobre, quegli stessi manifestanti si erano offerti volontari in massa per difendere il loro paese aggredito da Hamas. Ma negli ultimi mesi qualcosa è cambiato, soprattutto dopo la decisione di Netanyahu, a marzo, «di far saltare il cessate il fuoco e riprendere la guerra», dice Yishay Menochin di Yesh Gvul, una organizzazione che sostiene gli obiettori di coscienza. Hanno una hotline attiva per chi si rifiuta di servire, li hanno contattati in 300 dal 7 ottobre, «ma sono solo la punta dell’iceberg. Sappiamo dai corrispondenti militari che quando è iniziata l’ultima operazione nella Striscia, Carri di Gedeone, l’esercito ha richiamato 100mila riservisti. Il 60-70% ha accettato di tornare in servizio, vuol dire che ci sono stati 30-40mila disertori. Non c’è più posto nelle prigioni militare, la numero 10, la principale del paese, è piena». Le ragioni del rifiuto sono diverse: economiche, familiari, morali. «Molti dicono ai comandanti che non vogliono più prendere parte alla guerra». Tra quelli che sono sul campo di battaglia, alcuni hanno deciso di denunciare. L’associazione di ex soldati Breaking the silence ha raccolto testimonianze dall’interno dell’esercito che denunciavano l’uso di civili palestinesi come scudi umani a Gaza. Il quotidiano Haaretz, invece, ha messo insieme i racconti di soldati che hanno detto di aver ricevuto ordini di sparare contro palestinesi, civili, disarmati. L’Idf ha respinto con nettezza le accuse, il premier e il ministro della Difesa Katz le hanno definite «falsità maligne» per diffamare l’esercito. Ma diserzione, obiezione di coscienza, whistleblowing sono episodi che raccontano un trauma più vasto che attraversa la società israeliana e le forze armate, difficile da fotografare nelle sue reali dimensioni perché in gioco c’è la sicurezza di Israele e pochi ne parlano apertamente.

Sempre più soldati tornano dal fronte piegati da ciò che hanno vissuto. Un gruppo di veterani ha organizzato un sit-in davanti al centro di riabilitazione del ministero della Difesa, a Tel Aviv, per chiedere che lo Stato si prenda più cura di queste persone. «I politici non hanno ancora compreso la portata della crisi», ha dichiarato Meir Kadosh, un veterano di 34 anni, ad Haaretz. «Da questa guerra sta arrivando uno tsunami di casi di PTSD (disordine da stress post-traumatico). E per molti, non emergerà prima di anni». Per alcuni è già stato fatale. Solo nel mese di luglio, sette soldati si sono suicidati dopo essere tornati da Gaza. Dall’inizio della guerra, il numero di suicidi tra i militari in servizio è cresciuto, 21 nel 2024 e almeno altri 15 dall’inizio di quest’anno.