Santa Margherita, Venezia, Milano e Lugano: le città in cui il fotografo ha vissuto e che ricorrono nelle biografie, più o meno dettagliate, pubblicate nelle scorse ore sul suo conto. In Liguria è nato, il 10 ottobre 1930, poiché sua mamma, cittadina svizzera, dirigeva allora un elegante hotel a Sanremo, l’Imperiale, affacciato sulla baia di Portofino, ereditato dal primo marito. Sempre a Santa Margherita, 94 anni più tardi, mercoledì in serata, ha concluso il suo luminoso percorso. Sin dal cognome, tuttavia, Berengo Gardin è veneziano e a Venezia, dove la famiglia si trasferisce subito dopo la guerra e dove possiede un negozio di vetri e perle, compie gli studi.
In una delle sue ultime interviste, sollecitato da Lorenzo Buccella, Berengo Gardin riassume princìpi e capisaldi che ne hanno guidato l’attività dalla metà degli anni Cinquanta alla fine.
Provo a riassumere i punti più importanti: mentre molti fotografi sono considerati, in tutto e per tutto, degli artisti, lui riteneva che il suo compito fosse di documentare, testimoniare, fissare ciò che stava accadendo. “Penso che la fotografia di documentazione sia molto più importante della cosiddetta foto artistica”. Usare, insomma, l’apparecchio fotografico come il giornalista usa(va) la penna, non come un pennello (e qui penso, per fare un esempio, al grandissimo suo coevo marchigiano Mario Giacomelli).
Berengo Gardin è stato un fotoreporter, uno dei più grandi fotoreporter del secolo scorso, discendente di modelli e maestri diversi, da Cartier-Bresson a Capa, modello a sua volta per alcune generazioni.
Ogni reportage raccontava una situazione, un problema di società: forzature, storture, disparità che le immagini sapevano mettere a fuoco e denunciare con l’immediatezza di uno sguardo e di ciò che quello sguardo sapeva cogliere nell’attimo in cui il fotografo scattava.
Documentare la realtà, obiettivo ribadito più volte anche nell’intervista citata sopra, trasmessa meno di un anno fa, il 22 ottobre 2024, in cui Buccella ricorda il timbro che Berengo Gardin appone dietro a ogni sua immagine: VERA FOTOGRAFIA.
Vera significa non artefatta, corretta, taroccata (è lui ad usare questo aggettivo) con gli strumenti – tutt’altro che innocui – che lo permettono. “Io non ce l’ho col digitale, ma col Photoshop. Dovrebbero proibirlo per legge”.
Sussiste, insomma, una differenza sostanziale, di genere e di scopo, tra fotografia (che descrive e racconta la realtà) e immagine (che, quella sì, può e deve avere, in primo luogo, ambizioni artistiche). “Il fotografo deve fare foto critiche”, un principio, suggeritogli da Ennio Flaiano, che lo scomparso ha adottato sin dall’inizio e sino all’ultimo.
Un esempio per tutti: la serie di scatti realizzati a Venezia per denunciare la presenza sempre più pervasiva delle immense navi da crociera “parcheggiate” a due passi da Piazza San Marco, che scaricavano quotidianamente migliaia di turisti che hanno contribuito, nel corso dei decenni, ad alterare il tessuto sociale della Serenissima sino a farne ciò che è oggi: un museo a cielo aperto, una specie di parco giochi in cui trascorrere alcune ore, al seguito di improbabili guide, auricolari accesi, un occhio a non finire in un canale, l’altro alle vetrine di vitrea, coloratissima paccottiglia similmuranese importata da non si sa bene dove.
Quelle immagini hanno lasciato un segno, hanno testimoniato ciò che stava accadendo in una città patrimonio calpestato del mondo intero. Quelle foto hanno affiancato e sostenuto i militanti che si battevano da decenni per una soluzione diversa. Dovevano essere esposte a Palazzo Ducale, nel settembre del 2015, ma la nuova Giunta di Destra, insediatasi tre mesi prima, annullò la mostra.
Nelle fotografie di Berengo Gardin trapela una forte passione civile: sembra un luogo comune ed è una formula – giornalistica anch’essa, di un giornalismo un po’ superficiale, quello che si serve di frasi fatte quando deve riassumere o non sa bene cosa dire – ma così è. “Mi rendo conto di aver avuto un certo successo professionale proprio perché fotografo ancora con lo spirito e la passione del dilettante. La passione mi fa lavorare notte e giorno, sabato e domenica, sempre. Non prendo quasi mai vacanze; le mie vacanze sono fotografare (…). Per me la fotografia è come la benzina per l’automobile. Mi fa andare avanti, mi dà la carica”.
I primi passi li muove a Roma, tra il 1943 e il 1944: i tedeschi, che occupavano la città, avevano dato ordine alla popolazione di consegnare tutte le macchine fotografiche. “Io, con l’incoscienza dei ragazzi, decisi invece di andare in giro a scattare immagini”. La vocazione precoce di un tredicenne.
E Lugano? È in via Nassa che Berengo Gardin acquista il suo primo apparecchio d’occasione, una Rolleiflex: “Ho incominciato come fotoamatore al Parco Ciani, ho fatto delle foto orribili, viste con il senno di oggi. Allora mi sembravano dei capolavori: i riflessi nell’acqua, gli alberi (…)”.
A Milano, a partire dal 1962, si consolida e lavora per grandi marchi: Alfa Romeo, Pirelli e, soprattutto, Olivetti. Incontra e frequenta il mondo delle fabbriche e degli operai, che lo portano ad avvicinarsi anche alla politica. Quello del lavoro è uno dei grandi capitoli su cui Berengo Gardin ha incentrato tutta la propria attività: “Anche nelle foto industriali che ho fatto per Ansaldo, IBM o Olivetti non fotografavo mai il prodotto finito, ma le linee di montaggio, le storie dei lavoratori, la vita quotidiana di quegli operai che mi hanno insegnato molto”.
Altro nucleo tematico essenziale da menzionare in questa carrellata, quello dei manicomi. Insieme a Franco Basaglia, direttore dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, dove aveva progressivamente ridotto gli strumenti di contenzione che limitavano i malati nei movimenti e nella libertà, ha condotto una campagna civile per trasformare il manicomio in un luogo civile, abolendo terapie che comprendevano forme di costrizione e l’elettrochoc. “Rapare a zero un uomo era il peggiore affronto che potevi fargli. Era come se lo castrassi, la stessa roba”.
Il volume Morire di classe, uscito nel 1969, che affiancava ai testi basagliani le immagini di Berengo Gardin e Carla Cerati, diede una spinta importantissima, se non decisiva, all’approvazione della cosiddetta Legge 180, del 13 maggio 1978, prima in Europa ad imporre la chiusura dei manicomi. Franca Ongaro, psichiatra a sua volta, moglie di Basaglia e sua prima sostenitrice, nell’introduzione al libro scrive: “Se non si parte da queste immagini che spalancarono le porte su una realtà ai più sconosciuta e dagli addetti ai lavori ritenuta naturale, credo non si possa capire la durezza di questa battaglia: contro l’istituzione, contro la psichiatria che scientificamente la avallava, contro la società che ne richiedeva l’esistenza per mantenere l’ordine, la netta separazione fra una norma basata sull’efficienza e sull’esclusione degli elementi di disturbo o di scarto”.
Avessi potuto incontrarlo, gli avrei chiesto se ritrarre degli individui rinchiusi, legati, ammanettati, non fosse a sua volta un sopruso. Anche a questa domanda, Berengo Gardin risponde nell’intervista dello scorso autunno: “Con Basaglia ci abbiamo pensato molto. Tutti e due eravamo d’accordo che noi facevamo una violenza a questi malati, però lo facevamo per migliorare le condizioni degli altri”. In realtà, i due incontravano preventivamente le persone ricoverate spiegando loro il senso e l’obiettivo di quelle immagini, dicendo ai pazienti che erano liberissimi di non farsi riprendere. “Quasi tutti hanno accettato perché capivano che stavamo lavorando per loro”.
Andrebbero citati anche i reportage dedicati agli zingari, che Berengo Gardin ha incontrato e seguito a lungo in tutta Italia, da Bolzano a Palermo. “Siamo diventati amici e dopo cinque giorni non ero più un fotografo, ma il Nonno Gianni. Io li difendo a spada tratta perché credo che storicamente siano stati sempre perseguitati dalle Autorità italiane”.
Lavorare, insomma, per gli altri e non per sé stesso, per il proprio successo e la propria fama (comunque grandissima: basterebbe leggere la sua bibliografia, fatta di centinaia tra volumi, esposizioni, cataloghi, premi).
Il bianco e nero è sempre stata la sua cifra: “Nasco con il cinema in bianco e nero, con la fotografia in bianco e nero e anche la lettura, in fondo, è in bianco e nero. Un fotografo, come uno scrittore, ha il suo stile e va avanti con quello. Io fotografo solo in una determinata maniera”.
A quello stile, a quel rigore, a quella forma mentis Gianni Berengo Gardin è rimasto fedele, senza tentennamenti, sino all’ultimo.