Un velo di nebbia

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

A metà luglio è passata sulla stampa questa notizia presto dimenticata: Il comune di Eschenbach, nel canton San Gallo, ha rinunciato ad assumere una maestra che portava il velo islamico a seguito di proteste da parte di alcuni genitori.

Allora metto sul tavolo tre considerazioni.

1. Il referente cristiano

Spesso, di fronte a situazioni del genere, si invoca il referente cristiano che sarebbe sconfessato da chi porta il velo, soprattutto se assume una funzione pubblica (ricordo che recentemente il capo dicastero educazione di Lugano avviò una polemica sul giornale da lui diretto con le Aziende Industriali della città per aver assunto una ragazza che porta il velo).

Il velo non è una prerogativa della cultura islamica: fino a qualche decennio fa le donne che si recavano in chiesa per la messa dovevano coprirsi il capo con un velo. Nelle chiese, nelle cappelle votive e in altri monumenti troviamo molte rappresentazioni della Madonna, venerata dai cattolici, sempre con un velo in testa. Molte suore religiose cattoliche di diversi ordini ecclesiastici marcano presenza tra la gente portando un velo che nasconde i capelli e questo non ci crea problemi.

Oso concludere che portare il velo non è un gesto che contraddice i valori cristiani e per certi aspetti fa invece da controcanto a una serie di convinzioni che vengono condivise da chi pratica le religioni.

2. Il rifiuto delle opportunità

C’è un altro aspetto: respingere la presenza di una docente che proviene da un’altra cultura, da un’altra lingua, quindi da un altro modo di nominare e raccontare il mondo, significa perdere una possibilità di confronto, di conoscenza reciproca, di coabitazione.

La curiosità e la cura sono attitudini che sollecitano la conoscenza, l’apprendimento, l’incontro con il nuovo. Similmente si può ragionare riguardo alla presenza in classe di diversi allievi che parlano altre lingue, situazione che permette di riflettere sulla lingua, coltivare la sensibilità alle diverse sonorità.

L’apprendimento è fatto di confronti, di possibilità di mettere in discussione quello che si dava per certo, di aperture verso il nuovo o il diverso (che spesso sono sinonimi simpatici). I genitori che hanno messo il veto rischiano di perdere un’opportunità di confrontarsi, anche esprimendo le loro perplessità e preoccupazioni, trasformandole in gesto creativo, in riflessioni e confronti esplicitati nel rispetto reciproco. 

Mi domando se è stata data qualche opportunità alla docente di farsi conoscere, di dire da dove viene e quali sono le sue convinzioni pedagogiche.  Invece si prende la parte per il tutto; una persona con una storia, una lingua, un viaggio, dei sogni, delle idee, delle passioni ridotta a una portatrice di velo. Così si ostacola la possibilità della conoscenza reciproca, ci si protegge dalla possibilità di dover rimettere in discussione rappresentazioni rigide e preconcette.

Forse qualche bambino chiederà ai genitori il perché di questo rifiuto. Sarebbe interessante porre la domanda agli adulti e chiedere loro come spiegherebbero a un bambino la loro presa di posizione e come la situerebbero nella scala dei valori educativi che stanno loro a cuore.

3. Invasioni di campo

Da ultimo mi pongo una domanda di tipo istituzionale: i genitori nella scuola pubblica hanno il diritto di scegliere i docenti dei loro figli?  

Qui si presenta un problema relativo alla percezione della soglia: quando si entra a scuola si attraversa una soglia. I bambini attraversano un confine e sicuramente portano nel nuovo ambiente le loro storie famigliari, i loro sogni, le loro quotidianità. Ma sono dentro un altro territorio, diverso da quello famigliare, in compagnia di un gruppo eterogeneo e di docenti che hanno le loro aspettative e i loro sogni. Il tutto avviene in un contesto istituzionale cui è stato assegnato un mandato pubblico nel campo dell’istruzione e dell’ educazione.

Per tornare al comune di Eschenbach; i genitori, oltrepassando la soglia della scuola, hanno tutti i diritti di esplicitare le loro riserve e di argomentarle in un contesto in cui si percepisce chiaramente che c’è un dentro e un fuori. Grazie a questo, ci si può permettere un sereno confronto con la consapevolezza però che la decisione su chi assumere come insegnante spetta agli organi competenti (le autorità di nomina che hanno comunque un legame con i genitori in quanto da loro elette) e non ai genitori.

Altrimenti siamo alle invasioni di campo e navighiamo nella confusione aspettando al varco la prossima occasione per contestare decisioni già prese, ognuno con la sua convinzione messa sul piatto in modo perentorio. Allora potrà essere difficile diradare il velo di nebbia.

Nell’immagine: la scuola di Eschenbach in un fotomontaggio del sito linth24.ch


Queste multinazionali dell’oro stanno trascinando la Svizzera nella miseria

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Secondo la consigliera federale Karin Keller-Sutter, il presidente Donald Trump è infastidito dal fatto che la Svizzera esporta molti più beni negli Stati Uniti di quanti ne importi dagli Stati Uniti.

I numeri: nel primo semestre del 2025, la Svizzera ha esportato merci per un valore di 72 miliardi di franchi, di cui 38 miliardi in oro. Ciò ha rappresentato il 52% di tutte le esportazioni. Allo stesso tempo, però, la Svizzera ha importato dagli Stati Uniti merci per un valore di soli 24 miliardi di franchi.

Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Svizzera nei primi sei mesi di quest’anno è stato quindi di 48 miliardi di franchi, notevolmente superiore a quello del primo semestre del 2024.

È stata proprio la politica doganale di Trump a causare il deficit commerciale degli Stati Uniti

Il valore delle esportazioni svizzere di oro verso gli Stati Uniti è quasi quintuplicato nel primo semestre del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’aumento del prezzo dell’oro ha contribuito solo in minima parte a questo risultato. La causa principale è la politica doganale di Trump. Quando il presidente degli Stati Uniti ha imposto i primi dazi arbitrari, le importazioni di oro negli Stati Uniti ne sono state escluse. Anche i dazi del 39% appena annunciati non riguardano l’oro. Si tratta presumibilmente di garantire la stabilità del mercato dei metalli preziosi.

Nel 2024 la quota delle esportazioni di oro sul totale delle esportazioni verso gli Stati Uniti era solo del 12%, mentre nel primo semestre del 2025 ha raggiunto l’enorme cifra del 52%.

Ciò significa che anche se Trump imponesse dazi elevati alla Svizzera, il deficit commerciale causato dalle esportazioni di oro rimarrebbe invariato. Se il presidente degli Stati Uniti, nonostante l’assurdità economica, dovesse concentrarsi quasi esclusivamente sul deficit commerciale, alla Svizzera non resterebbe altro che limitare le esportazioni delle raffinerie d’oro straniere in Svizzera, invece di promuoverle massicciamente come ha fatto finora.

Raffinerie in mano straniera

Le raffinerie d’oro in Svizzera sono filiali di gruppi stranieri, ad eccezione dell’azienda a conduzione familiare MKS Pamp di Ginevra. I media forniscono poche informazioni al riguardo, poiché le azioni delle raffinerie non sono quotate in borsa. Ecco una panoramica:

  • Argor-Heraeus, Ticino
    Filiale al 100% della tedesca Heraeus Holding GmbH di Hanau
  • Metalor, Neuchâtel
    Controllata al 100% dal gruppo giapponese Kikinzoku Group
  • MKS Pamp, Ticino
    Di proprietà al 100% della famiglia Shakarchi, Ginevra
  • Valcambi, Ticino
    Controllata al 100% dalla società indiana Rajesh Exports Ltd, Bangalore
Nessuna imposta sul valore aggiunto

Il Consiglio federale ha esentato dall’IVA i lingotti e le monete d’oro sia all’importazione che all’esportazione. Altri metalli preziosi come l’argento o il platino sono soggetti all’IVA dell’8,1%. La vendita e il commercio di oro da investimento da parte delle raffinerie sono esenti dall’IVA. Ciò rende il traffico internazionale in Svizzera particolarmente interessante dal punto di vista fiscale. A beneficiarne indirettamente sono soprattutto le raffinerie citate (Argor-Heraeus, Metalor, MKS Pamp e Valcambi), poiché lavorano e raffinano quasi esclusivamente oro da investimento.

Con una semplice modifica di un’ordinanza il Consiglio federale potrebbe assoggettare il commercio dell’oro all’imposta sul valore aggiunto. Le esportazioni di oro subirebbero un drastico calo, ma con quali effetti?

Le raffinerie offrono posti di lavoro altamente qualificati, investono in tecnologie all’avanguardia, le banche e le aziende fornitrici ne traggono vantaggio e le aziende e i loro dipendenti pagano le tasse. Un calo del commercio dell’oro colpirebbe soprattutto il Canton Ticino, dove hanno sede tre delle quattro grandi raffinerie.

L’economia e la politica svizzere devono chiedersi se i vantaggi del commercio privilegiato dell’oro prevalgano sul fatto che, a causa dell’enorme deficit commerciale con la Svizzera – in gran parte causato dalle esportazioni di oro – il governo statunitense imponga all’intera industria nazionale dazi ancora più elevati rispetto a quelli che applicherebbe se il deficit commerciale fosse minore.

Traduzione a cura della redazione


Netanyahu vuole tutta Gaza

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

Di Eliana Riva, il manifesto

Nessun negoziato, nessun accordo, solo fuoco, fame e occupazione. Netanyahu propone di lanciare su Gaza un attacco ancora più violento, con l’obiettivo di occuparla tutta, anche le zone che rimangono al momento libere dai militari (ma non dai bombardamenti).

TEL AVIV AVEVA promesso una tregua giornaliera, rotte sicure per i convogli umanitari. Ma serviva solo a prender tempo e a placare la pressione internazionale, quella debole dei governi, quella più forte dei popoli. «Il dado è tratto», hanno dichiarato ieri alti funzionari al Canale 12 israeliano e a Ynet News, «occuperemo la Striscia di Gaza». Gli attacchi di terra saranno ampi anche nelle aree in cui si pensa possano trovarsi gli ostaggi e dove fino a ora la pressione è stata limitata per proteggere la loro sopravvivenza.

Hamas ha più volte dichiarato che ogni tentativo di recuperare con la forza i prigionieri israeliani porterà alla loro morte. Nelle ultime settimane lo scontro tra i familiari degli ostaggi e alcuni membri del governo si è fatto più aspro. Netanyahu e i suoi ministri più estremisti giudicano l’occupazione totale di Gaza e la distruzione di Hamas un obiettivo più importante della salvezza di 50 prigionieri (di cui probabilmente venti ancora vivi).

Ieri, durante una sessione della Knesset, la parlamentare del Likud (partito di Netanyahu) Tally Gotliv ha addirittura urlato alle famiglie che chiedevano un accordo di liberazione di smetterla di parlare: «Sì, stai zitto. Chiudi completamente la bocca».

Dopo i filmati rilasciati da Hamas che mostrano Evyatar David e Rom Braslavski smagriti e consumati dalla fame (come la popolazione di Gaza), il governo di Tel Aviv ha scelto la via della vendetta a quella della negoziazione. Anche se il gruppo palestinese si era detto disponibile a lavorare con la Croce rossa internazionale affinché cibo e medicine raggiungano i prigionieri, specificando che lo stato in cui versano dipende dall’assedio voluto da Tel Aviv.

Netanyahu, da parte sua, è tornato a negare la terribile situazione umanitaria in cui si trovano più di due milioni di palestinesi, dichiarando che la fame è vera solo per gli ostaggi.

Nonostante il convincimento delle fonti citate dai media israeliani, la questione verrà risolta all’interno del gabinetto di guerra che il premier convocherà oggi. Non tutti sono a favore dell’intervento. Anzi, la spaccatura tra governo e vertici dell’esercito potrebbe trasformarsi in scontro aperto. «Se il capo di stato maggiore (Eyal Zamir, nda) non è d’accordo, dovrebbe dimettersi», hanno aggiunto i funzionari.

SECONDO il Times of Israel ci si aspetta che sei membri del gabinetto votino a favore dell’ampliamento delle operazioni di guerra e dell’occupazione totale. Sette potrebbero votare contro. Incerta la scelta del ministro della difesa Israel Katz. E qualche dubbio potrebbe sorgere anche sul leader del partito ultraortodosso Shas. Proprio ieri, infatti, è stato votato il licenziamento di Yuli Edelstein, il presidente della commissione per gli affari esteri e la difesa della Knesset. Edelstein si opponeva con forza all’esenzione dell’obbligo di leva per gli ultraortodossi, esonero promesso da Netanyahu ai suoi alleati di governo. Al suo posto, Boaz Bismuth, sostenitore di una bozza di legge favorevole allo Shas.

Sempre ieri il parlamento ha votato all’unanimità anche per il licenziamento della procuratrice generale Gali Baharav-Miara, che si è opposta alla riforma della giustizia proposta dal premier e che guida il processo per corruzione in cui è imputato lo stesso Netanyahu. Baharav-Miara ha definito il suo licenziamento «illegale». Si attende ora la pronuncia dell’Alta Corte.

Poco prima che il premier informasse i ministri della decisione di occupare quel che resta di Gaza (l’esercito ne ha invaso già il 75%), circa seicento ex funzionari e membri dell’intelligence israeliani hanno sottoscritto una lettera al presidente Usa Trump per chiedergli di fermare il primo ministro e la guerra di Gaza.

Il gruppo del Cis (Commanders for Israel’s security) è composto da generali dell’esercito in pensione, leader dei servizi segreti (Mossad) e di sicurezza interna (Shin Bet), comandanti di polizia e capi del corpo diplomatico. I 550 firmatari hanno dichiarato che «tutto ciò che poteva essere raggiunto con la forza è stato raggiunto».

L’appello sembra contare esclusivamente sulla certezza che il tycoon sia l’unico in grado di fare pressione sul premier israeliano affinché sottoscriva un accordo con Hamas.

INTANTO, a Gaza almeno 94 palestinesi sono stati uccisi nelle ultime 24 ore dal fuoco israeliano, di cui 29 mentre si trovavano in attesa di ricevere aiuti. Altre cinque persone si sono spente a causa della fame, portando il totale dei decessi per stenti a 180, tra cui 93 bambini. Uday al-Quraan, un’infermiera dell’ospedale Martiri di Al-Aqsa, a Deir el-Balah, è morta schiacciata dagli aiuti paracadutati sulla Striscia. Il governo giordano ha denunciato che i camion di aiuti umanitari vengono bloccati e attaccati da gruppi di israeliani.

Nell’immagine: Palestinesi corrono nella zona di Zawaida sperando di raccogliere pacchi alimentari lanciati dai paracadute


Yair Golan: “Basta guerra, con l’annessione della Striscia si distruggerà Israele”

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Il 7 ottobre, mentre l’esercito israeliano cercava di capire cosa stesse succedendo al confine sud, Yair Golan indossò l’uniforme, salì armato a bordo della sua Toyota Yaris bianca un po’ scassata, e guidò come una furia fino a Reim, riuscendo a salvare diversi ragazzi del festival Nova preso d’assalto dai miliziani di Hamas. Da allora l’ex generale, che ha 63 anni e in gran parte li ha passati a servire Israele nelle forze armate – è stato anche il numero due dell’Idf – si è guadagnato i cuori e il rispetto di tantissimi israeliani. Ha portato la sinistra del suo partito Democratico intorno al 10% nei sondaggi, e si è fatto detestare dal suo grande avversario: il governo Netanyahu.

Il 20 maggio fu il primo leader politico in Parlamento a rompere il silenzio su Gaza: un Paese che «uccide bambini per hobby» non è più un «Paese sano di mente», dichiarò, Netanyahu lo sta trasformando in uno Stato «paria» come il Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Il ministro della Difesa Israel Katz reagì bannandolo dalla vita militare: non può più indossare un’uniforme militare, entrare in una base o prestare servizio nella riserva delle forze armate. Lui tira dritto: «A Gaza le sofferenze sono inaccettabili, dobbiamo mettere fine a tutto questo. L’annessione della Striscia e della Cisgiordania sarebbe una follia, la distruzione di Israele», ci dice. Lo incontriamo che ha appena finito di arringare la folla durante una manifestazione di protesta davanti all’ufficio di Netanyahu, a Gerusalemme.

Golan perché siete qui?

«Per dire a questo terribile governo di Israele che non abbiamo intenzione di arrenderci, combatteremo furiosamente per bloccare questo corso storico distruttivo per il nostro Paese. Le persone che sono qui in questo momento sono i veri sionisti. Vogliono dignità e onore e una vita normale, cose che oggi sono impossibili in Israele».

In Occidente si sono levate molte voci di dissenso con la politica di guerra del governo, ma le cose non sembrano cambiare. Cosa sta succedendo?

«Abbiamo un governo guidato da visione messianica estremista che non ha alcun collegamento con la realtà. Ne fanno parte ministri che non hanno mai servito un giorno in vita loro, che anelano al ripristino degli insediamenti a Gaza a costo del sangue dei nostri figli. L’annessione della Striscia equivarrebbe alla distruzione di Israele».

Il Parlamento in verità ha appena votato per l’annessione anche della Cisgiordania.

«Fa parte della stessa follia. Bisogna fermare la guerra a Gaza e riportare a casa gli ostaggi».

Come?

«Avremmo potuto raggiungere un accordo sugli ostaggi più di un anno fa. È sempre lo stesso accordo: un cessate il fuoco permanente, il rilascio degli ostaggi, il rilascio dei prigionieri palestinesi e il ritiro delle Forze di Difesa Israeliane dalla maggior parte della Striscia di Gaza. Ma Benjamin Netanyahu e il suo governo si rifiutano di accettare l’accordo, si rifiutano di liberare gli ostaggi perché vogliono rimanere al potere, liberarsi di tutti i loro problemi giudiziari e mantenere viva la loro folle visione messianica».

Le agenzie umanitarie internazionali denunciano la fame a Gaza, ma diversi israeliani ancora non ci credono. Lei cosa pensa?

«Posso dire che non c’è alcuna intenzione di far precipitare la Striscia di Gaza in una situazione miserabile. Ma malauguratamente, a causa della guerra in corso, la sofferenza a Gaza ha raggiunto livelli inaccettabili. Quindi, ripeto, dobbiamo porre fine alla guerra subito».

Sarebbe favorevole alla liberazione di Marwan Barghouti, considerato l’unico leader in grado di unire i palestinesi?

«Non dovremmo entrare nei dettagli adesso. Non si tratta di questa o quella persona. Posso assicurarvi, dopo molte discussioni con importanti personalità arabe, che il mondo arabo è disposto ad assumersi la responsabilità della ricostruzione della Striscia di Gaza. Ci sono palestinesi moderati che potrebbero forgiare un governo moderato per la Striscia. Si può fare, ma bisogna avviare un processo che traduca i successi militari in vera politica, in vera diplomazia. Bisogna fermare la guerra».

Nell’immagine: Yair Golan


Se l’establishment si rivolta a Netanyahu

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

Di Anna Foa, La Stampa

La notizia è clamorosa: seicento ex alti funzionari dei servizi segreti e dell’esercito israeliano – fra loro 19 ex capi del Mossad e dello Shin Bet , i servizi di sicurezza israeliani – hanno lanciato un appello pubblico rivolto a Trump in cui gli si chiede di convincere Netanyahu a fermare la guerra, definita «la guerra degli ingannati», e a riportare a casa gli ostaggi. Sono personaggi carismatici, e alcuni di loro hanno levato individualmente la loro voce, prima del 7 ottobre, durante le manifestazioni che si sono susseguite nel 2023 contro la riforma giudiziaria di Netanyahu, per ammonire che la politica del governo rischiava di minare la sicurezza del Paese. Il fatto che oggi si ritrovino tutti insieme a lanciare al Paese un appello tanto drammatico rappresenta evidentemente un segnale positivo del fatto che esiste un’opposizione anche ai massimi livelli, ma indica al tempo stesso che il tempo è ormai scaduto, che ciò che si apre di fronte a Israele è il disastro se non si «sostituisce una macchina del veleno con una macchina della speranza». La notizia quindi offre conforto e suscita al tempo stesso angoscia.

Che cosa sta succedendo perché personaggi dell’establishment così prestigiosi si muovano con tanta forza contro il governo? Cominciamo da quanto è successo ieri, quando nella ricorrenza di Tisha be Av, il giorno di digiuno che commemora la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., il ministro Ben Gvir con centinaia di seguaci si è recato nella spianata del Tempio, dove si ergono le grandi moschee, per pregarvi. Ricordiamo che la gestione della spianata è regolata da una serie di accordi con la Giordania, per cui i musulmani hanno il diritto di pregarvi, gli ebrei di visitarla. La Giordania ha già elevato le sue proteste per questa violazione, che non è del resto la prima. Ma in questo delicato e terribile momento il governo israeliano ha proprio bisogno di entrare in rotta di collisione anche con i Paesi arabi con cui ha firmato la pace? Crede davvero di essere invulnerabile?

Segnali certo meno importanti dell’appello dei capi dei servizi, ma che fanno crescere l’opinione pubblica contro il governo e aumentano l’isolamento internazionale di Netanyahu. Questo appello però, che viene non dall’opposizione di sinistra ma dai più autorevoli membri dell’establishment militare, non può non avere un peso enorme nel Paese. Un Paese in cui i capi dell’esercito e dei servizi hanno sempre rappresentato per i più un forte punto di riferimento.
L’esercito, gli stessi servizi segreti, hanno avuto a lungo grande prestigio nel Paese, un prestigio certo oggi molto calato dopo che negli ultimi anni il governo di Netanyahu ne ha decapitato i vertici, sostituendoli con personaggi politicamente e anche professionalmente inaffidabili. Quelle dei firmatari di questo appello sono voci che nessun membro del governo, nemmeno i più estremisti, possono accusare di antisemitismo. Se nemmeno loro, con le loro dure parole, riusciranno a salvare Israele, e con Israele, aggiungo, i palestinesi di Gaza e della West Bank, allora sarà proprio segno che ogni speranza è perduta.


Gli errori dell’America liberal

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

Di Timothy Garton Ash, La Repubblica

Non c’è nulla di più irritante del “te l’avevo detto”, quindi perdonatemi se vi irrito. Il 29 settembre 2023, dopo un paio di mesi trascorsi negli Stati Uniti, pubblicai un articolo sul Guardiandal titolo: “Se Biden non si fa da parte il mondo deve prepararsi alla presidenza Trump 2.0”. Come sappiamo Joe Biden si fece da parte solo dieci mesi dopo, lasciando a Kamala Harris 107 giorni appena per rilanciare la campagna presidenziale contro Donald Trump.

Non sapremo mai “cosa sarebbe successo se”, ma è probabile che se Biden avesse lasciato spazio ad altri alle primarie democratiche il candidato più forte avrebbe sconfitto Trump. E il mondo si sarebbe risparmiato il disastro in corso. “Inutile piangere sul latte versato” direte. Sì, ma vale la pena fare tesoro dell’esperienza per il futuro. Sono tornato negli Usa e un sondaggio del Wall Street Journal ha rilevato che il 63% degli elettori ha un’opinione negativa del Partito democratico. I democratici hanno molta strada da fare.

Cosa c’è da imparare da questa vicenda? Non cito il mio articolo di allora per vantarmi. Semplicemente era una follia proporre un candidato anziano e fragile, che alla fine di un eventuale secondo mandato avrebbe avuto 86 anni. Non serviva una scienza particolare per rendersene conto, e la maggior parte degli americani lo aveva capito.

Un sondaggio aveva rilevato che il 77% degli americani reputava Biden troppo anziano. Solo gli interni al sistema politico, gli opinionisti liberal e l’establishment democratico continuavano a concordare con il presidente e quello che (incredibile ma vero) era chiamato informalmente il Politburo dei suoi consiglieri più fidati, sul fatto che fosse lui l’unico adatto all’incarico.

In Original Sin (Peccato originale), un libro che ha fatto molto parlare di sé, due noti giornalisti di Washington — Jake Tapperdella Cnn e Alex Thompson di Axios — sostengono che ci sia stata una vera e propria operazione di copertura. La famiglia di Biden e il Politburo cercarono di nascondere il rapido declino cognitivo del presidente, limitando i suoi incontri tra le 10 e le 16. Perfino i membri del governo non lo videro da vicino per mesi, e le interviste erano rare quanto un pride in Vaticano.

Gli autori distribuiscono le colpe tra il presidente, sua moglie, altri membri della famiglia e i suoi consiglieri, risparmiando, guarda un po’, se stessi e i colleghi giornalisti ben introdotti a Washington. Ora, non sono andato a rivedere tutti i servizi su Cnne Axios, e sicuramente ne esistono alcuni che meritano di essere citati a difesa del buon operato giornalistico, ma non c’è dubbio che i giornalisti politici americani in generale, e i commentatori liberal in particolare, siano arrivati tardi a dire ciò che la maggior parte dei cittadini aveva visto da tempo.

Perché? Il giornalista del New York Times Ezra Kleinapprofondisce la questione in un episodio del suo podcast. Klein, che nel febbraio 2024 si fece portavoce di un appello, per sua onesta ammissione tardivo, affinché Biden si facesse da parte, indaga a colloquio con Tapper sul motivo per cui i colleghi abbiano tardato. Pare per una combinazione di fattori: il timore dei giornalisti di perdere contatti privilegiati, il tribalismo vendicativo dell’establishment democratico, la deferenza nei confronti di una presidenza imperiale, la paura di Trump, l’ansia per Harris come candidata alternativa.

Il timore di perdere le entrature è una malattia professionale dei giornalisti. «L’impressione era di distruggere tutte le relazioni con la Casa Bianca in un colpo solo», dice Klein, ricordando la sua presa di posizione. «Non solo con la Casa Bianca, ma con il Partito democratico», aggiunge Tapper. Nel settembre 2023 appuntai la sintesi di una conversazione privata con un editorialista a Washington: «Sì, Biden dovrebbe farsi da parte. Lui (l’editorialista) non può dirlo» sta scritto sul mio taccuino. «Jill Biden potrebbe, ma le sta bene così».

So quanto potesse essere minaccioso l’establishment democratico nel soffocare qualsiasi messa in discussione dell’idoneità di Biden a un secondo mandato. Perfino negli articoli critici sui media statunitensi era presente una strana forma di deferenza nei confronti della presidenza, quasi si stesse chiedendo a un re di abdicare, e non a politico di lasciare spazio ad altri. In parte tutto questo è frutto del dispositivo costituzionale americano, vecchio di 237 anni, che unisce primo ministro e monarca in un’unica figura.

Nel Regno Unito la nostra deferenza è riservata al monarca, mentre il primo ministro viene messo sulla graticola a ogni Question Time alla Camera dei Comuni. Nessuno nelle condizioni in cui si trovava Biden nel 2023 sarebbe sopravvissuto a Westminster. Poi c’è il fatto che la gente già era in panico per Trump e si pensava che Biden fosse l’unico in grado di batterlo, dopo i successi democratici alle elezioni di metà mandato del 2022. Tanto più che Harris era considerata debole. E così, per paura di ritrovarsi Harris e poi Trump, si sono ritrovati Harris e poi Trump.

Certi insegnamenti sono chiari. Tapper e Thompson aprono il libro citando George Orwell: «Per vedere cosa si ha davanti al naso occorre uno sforzo costante». Ma Orwell ci invita anche a dire sempre quello che vediamo, anche e soprattutto se risulta scomodo alla nostra parte.

È questo il doppio banco di prova per i giornalisti: vedere le cose e dirle. Per l’establishment democratico: non cercate di intimidire i media e di indurli all’autocensura accusandoli di fare il gioco del nemico. Sarebbe stato meglio per voi se i giornalisti si fossero limitati a fare il loro lavoro, nello spirito di Orwell. E poi, cambiate la vecchia guardia. E ascoltate davvero le persone che siete chiamati a rappresentare.

La tragedia di questa vicenda è che i Democratici dispongono di grandi talenti nelle generazioni più giovani — da Pete Buttigieg, Josh Shapiro, Gretchen Whitmer e Gavin Newsom fino alla nuova stella di New York, Zohran Mamdani. Non dispongono ancora di una piattaforma condivisa in grado di vincere un’elezione presidenziale, ma cervelli come Ezra Klein e Derek Thompson, coautori di Abundance, l’altro libro del momento, stanno elaborando buone idee.

I Democratici sono in grado di conquistare la maggioranza della Camera alle elezioni di medio termine del prossimo anno, con qualche volto nuovo e puntando sulle conseguenze negative del trumpismo per i lavoratori e per la classe media. Ma entro il 2027, in vista delle prossime presidenziali, avranno bisogno di tutto ciò che nel 2023 hanno mancato di offrire.

Nell’immagine: Chicago, Illinois, 31 luglio: l’ex presidente americano Joe Biden


Bukele si fa re: diventa legale la rielezione a vita

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

«Ci accusano che qui sia finita la democrazia perché siamo uno stato povero e irrilevante; mentre nel 90% delle nazioni sviluppate esiste la rielezione permanente e nessuno dice nulla; come nelle monarchie parlamentari di Spagna, Gran Bretagna e Danimarca». Così si è espresso, irritato, il 44enne presidente di El Salvador, Nayib Bukele, dopo le aspre critiche rivoltegli per aver promosso nel minuscolo paese centroamericano una riforma costituzionale che prevede la rielezione indefinita nonché l’allungamento del mandato da cinque a sei anni.

Il suo partito Nuevas Ideas, che insieme a due formazioni alleate controlla 57 dei 60 seggi in parlamento, ha infatti introdotto la scorsa settimana uno stravolgimento costituzionale che prevede pure la cancellazione dell’eventuale ballottaggio elettorale.

Bukele dopo essere stato eletto capo di stato nel 2019 e contando su un’ampia maggioranza nell’Assemblea legislativa aveva già subordinato a sé il potere giudiziario, nominando una Corte suprema di giustizia a propria immagine e somiglianza che gli permise lo scorso anno di farsi rieleggere nonostante la costituzione lo impedisse.

Il giovane presidente millennial, che paradossalmente proveniva dalle fila della ex guerriglia del Farabundo Martì (che lo aveva lanciato come sindaco della capitale San Salvador) può contare ancora oggi su una maggioritaria simpatia popolare dopo aver sgominato le gang giovanili che controllavano le periferie delle grandi città (e non solo) e che avevano convertito El Salvador in uno dei paesi più violenti al mondo.

In carcere sono finiti fino a 80mila presunti membri delle bande con processi sommari e violazioni arbitrarie della giurisdizione grazie al varo, nel marzo del 2022, di uno stato di emergenza tuttora vigente. Basta avere un tatuaggio per finire in carcere. Sta di fatto che l’indice degli omicidi è sceso drasticamente mentre è cresciuto il consenso nei confronti di Bukele, considerato oggi fra i più compiacenti capi di stato verso Donald Trump. Cui ha spalancato le inferriate delle nuove carceri salvadoregne per affittarle ai deportati dagli Usa, in particolare venezuelani.

Così che El Salvador si sta convertendo in un vero e proprio regime dove ong per i diritti umani e della società civile vengono criminalizzate e i loro funzionari sempre più costretti all’esilio per evitare il carcere. Come accaduto a diversi oppositori. Per non parlare della persecuzione a giornalisti, in particolare quelli di El Faro che avevano documentato fin nei dettagli le trattative e gli scambi di Bukele direttamente con i capi delle gang.

Oltre alla corruttela della famiglia imprenditoriale dei Bukele, paradossalmente originari della Palestina (di Betlemme). Che naturalmente non proferisce parola sulla tragedia del loro popolo originario. Al contrario mantiene relazioni cordiali con Israele.

Certo l’approvazione verso Nayib è in un pur lento calo. Soprattutto dopo l’ambiziosa quanto fallimentare legalizzazione del bitcoin (primo paese al mondo) nel settembre 2021. Che lo scorso dicembre il Fondo Monetario internazionale gli ha fatto clamorosamente rimangiare in cambio di un prestito di 1.400 milioni di dollari. Mentre le condizioni di vita della popolazione, nonostante le promesse, sono in costante peggioramento.

Scritto per “il manifesto”

Nell’immagine: Il president di El Salvador Nayib Bukele


La fatica dimenticata di chi si batte contro la politica di Netanyahu

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

È uscito oggi su Azione un mio contributo sulla conferenza stampa della settimana scorsa, indetta dalle organizzazioni umanitarie B’Tselem e Medici per i diritti umani per presentare i loro report sulla spinosa questione del genocidio a Gaza.

Lo condivido con il cuore ancora più pesante perché, per quanto siamo abituati alle tifoserie da stadio, la ricezione delle dichiarazioni di David Grossman fuori da Israele mi ha causato non poco dolore e preoccupazione negli ultimi giorni. Negli anni non ho mai nascosto le mie critiche al sionismo liberale e all’appoggio di Grossman alla soluzione dei 2 stati quando era divenuto uno slogan vuoto e abusato e Abraham Yehoshua cercava di persuaderlo a sostenere lo stato unico. Tuttavia oggi per una fascia di Israele e per molti ebrei della diaspora le sue parole sono estremamente importanti e chi insiste nello scambiare la sua angoscia per mala fede farebbe bene a guardarsi prima allo specchio. Rispetto a molti cristiani, sono più clementi nei nostri confronti i palestinesi che stanno subendo una catastrofe.  Cosa ci racconti dell’Europa Dio solo lo sa, forse sarebbe il caso di chiedersi come mai tanti ebrei hanno sentito il bisogno di andar via anche in anni precedenti il “7 ottobre”.

Questo fine settimana in Israele è stato più terribile del solito. Durante il digiuno del 9 di av che ieri commemorava la distruzione del Primo e del Secondo Santuario di Gerusalemme, abbiamo ricevuto nuove immagini strazianti degli ostaggi diffuse da Hamas e la popolazione è sconvolta. L’accordo non avanza e le famiglie sono terrorizzate dalla possibilità che i loro cari vengano uccisi nel corso di un’azione militare aggressiva che Netanyahu presenta come ultima carta per la loro liberazione. Come se non bastasse, in un giorno di lutto nel quale la Torah invita a fare un esame di coscienza sull’odio “gratuito” che secondo la tradizione avrebbe causato l’esilio ebraico da Sion, il ministro Ben Gvir ha offerto l’ennesima provocazione al mondo arabo passeggiando e pregando sul Monte del Tempio in violazione dello status quo, del diritto internazionale e delle decisioni dei più importanti rabbini come Ovadia Yosef che la interpretano come una violazione del diritto ebraico.

Verso sera è giunta poi la notizia dell’imminente rimozione – illegale – della procuratrice generale da parte del governo che promuove la riforma giudiziaria eliminando anche gli ultimi “ostacoli” alla dittatura. E tutti di nuovo a protestare mentre la polizia picchia i manifestanti che cercano di salvare la nazione dal baratro.

Nonostante questo le iniziative contro i massacri e la fame a Gaza si moltiplicano di giorno in giorno in tutta Israele dove i civili manifestano senza sosta anche sotto il sole rovente. E benché nonostante la stanchezza siano sempre più numerosi, questa parte della storia non sembra fare notizia. Meglio accusare tutti gli israeliani indistintamente di genocidio o rimboccarsi le maniche ed aiutare chi cerca come può di invertire la rotta?

Nell’immagine: un giornalista mostra la copertina di uno dei rapporti su Gaza. “Il nostro genocidio”


La legge e il buon senso

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

Non dico una persona intelligente, sarebbe chiedere troppo, e nemmeno una ‘di mondo’, ma una persona provvista di un minimo di buon senso – tra le poche che frequentano lo stammtisch del bar Mario, qui sotto casa – avrebbe fatto ciò che si dice abbia fatto il signor Lorenzo Quadri, col cappello di municipale?

Giorni fa è apparso su un immobile di proprietà delle Aziende Industriali di Lugano un bel murale raffigurante uno scheletro inginocchiato sulle macerie di Gaza recante in mano una bomba israeliana e con la scritta sovrastante “Finché ci saranno popoli oppressi / la neutralità è complicità nel genocidio”. Il nostro municipale da lunedì al venerdì (perché nel fine settimana fa o cerca di fare il giornalista) si è subito precipitato a scrivere sui social che quel « graffito incita l’odio, attacca e calunnia la neutralità elvetica». Non so se la zelante dirigenza dell’AIL, presieduta dal leghista Lukas Bernasconi, abbia fatto cancellare il murale in fretta e furia per soffocare l’ira funesta del suddetto municipale (e del sindaco, anch’egli leghista) o perché alla stessa ‘partecipata’ (di cui la Città è azionista unico) piacciono i muri lindi; poco importa: restano il sospetto che Padrun cumanda, caval el trota e l’evidente stupidaggine scritta dal Quadri (come giornalista? municipale? Cip&Ciop?).

Fin dai tempi romani il murale è una provocazione, come oggi lo sono quelli del britannico Banksy, uno dei maggiori esponenti della street art, che nessuna persona normale oserebbe cancellare. Nell’arte murale, infatti, si esaltano le proprietà comunicative, la capacità di influire sulle opinioni e sui punti di vista della gente comune. Ecco perché i muralisti amano collocare le loro opere in luoghi pubblici, come le stazioni ferroviarie, i ponti, le università, gli stadi e… gli stabili dell’AIL (Ricordo ancora oggi con emozione il celebre murale di Orgosolo).

Il municipio di Lugano da anni promuove la street art: una forma artistica diventata una attrazione turistica; e il 28 maggio scorso ha aderito all’iniziativa promossa da Ginevra e Losanna e diretta al Consiglio Federale, cui moltissimi comuni e cantoni hanno chiesto una chiara presa di posizione e di condanna per risolvere la drammatica crisi umanitaria in atto nella striscia di Gaza.

Due fatti che cozzano con lo sfogo del municipale Lorenzo Quadri, il quale con tutta evidenza non ama né l’uno né l’altro; ma forse gradisce le manifestazioni degli identitari “Swiss Boys”, che hanno potuto berciare liberamente in piazza della Riforma il 1° agosto, festa della Confederazione, nonostante la presenza di molti addetti alla sicurezza.

Torniamo al buon senso, cioè al buon uso della ragione, che ultimamente fa difetto, e che si spera non abbia timore del senso comune e che prevalga oggi su di esso. Tenendo conto dell’attuale difficile contesto storico e politico – in cui moltissime e crescenti sono le voci autorevoli, anche israeliane, che esprimono la più ferma condanna per le gravissime violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario da parte del Governo di Israele nei confronti degli abitanti della Striscia di Gaza – oggi chi si precipiterebbe a far cancellare un murale di denuncia così ben espressa come quello sopra descritto?

Il buon senso, appunto, avrebbe consigliato anche a chi non condivide il messaggio espresso dall’anonimo artista tanta prudenza, misura e riflessione. Sia per i motivi addotti sopra sia perché il nostro Consiglio federale, che vorrebbe difendere la ‘neutralità’ rinunciando ad applicare sanzioni economiche a Israele, in particolare a quelle aziende che sfruttano l’occupazione dei territori occupati, si è dimenticato di ciò che ha fatto nel febbraio 2022 con la Russia, allineandosi alle sanzioni UE. Come ha detto l’ex Consigliera federale Ruth Dreifuss, «di fronte alle violazioni dei diritti umani non si può rimanere imparziali. Non c’è neutralità che tenga» (laRegione, 22 luglio 2025).

La legge darà ragione al municipale nonché direttore di un settimanale che ogni domenica incita all’odio (non si fanno impunemente graffiti su un edificio pubblico), ma la cultura e il buon senso no.


Il martello doganale di Trump sulle esportazioni svizzere

Alcune riflessioni sulla decisione discriminatoria del comune di Eschenbach, nel canton San Gallo – Di Paolo Buletti 

Di Christof Leisinger, Infosperber

L’«accordo doganale» tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti è una chiara vittoria per gli americani, perché gli europei non hanno alcun potere di minaccia, secondo quanto riportato dai media svizzeri alla fine di luglio. All’epoca, gli europei avevano accettato di applicare dal 1° agosto un dazio doganale di base del 15% sulle esportazioni verso il Paese delle opportunità illimitate.

Ma ora cosa dovrà dire la Svizzera? Proprio in occasione della festa nazionale, il governo americano ha annunciato che a partire dal 7 agosto applicherà un dazio punitivo del 39% sulle importazioni dalla Svizzera. Che colpo, dopo che la ministra delle finanze Karin Keller-Sutter aveva finora dato l’impressione di avere una «relazione speciale» con il presidente Donald Trump e di essere sulla buona strada per un «buon accordo commerciale e doganale».

Il «potenziale di minaccia» della Svizzera è limitato

La Svizzera è quindi uno dei pochi paesi che potrebbero presto trovarsi in una situazione peggiore rispetto a quella immediatamente successiva al cosiddetto «Liberation Day» del 2 aprile. All’epoca, gli americani avevano imposto un dazio doganale generale del 31% sulle importazioni di formaggio, orologi, macchinari e altri prodotti svizzeri. «Il Paese è quindi un caso speciale in Europa, dopo che il Regno Unito ha ottenuto un’aliquota del 10% e l’UE del 15%. Solo pochi Paesi hanno un’aliquota più alta della Svizzera, tra cui il Laos e la Siria», scrive il Financial Times.

Ora si vede che il «potenziale di minaccia» della Svizzera è ancora nettamente inferiore a quello degli europei. Dopo tutto, è uno dei paesi al mondo la cui economia dipende in modo particolarmente forte dalle esportazioni. Quasi un quinto di tutte le esportazioni è destinato direttamente agli Stati Uniti. Il Nord America è uno dei mercati più importanti per i prodotti svizzeri. Indirettamente, la quota è probabilmente ancora maggiore, ad esempio quando le aziende del Paese forniscono prodotti e servizi a un cliente europeo il cui mercato si trova a sua volta oltreoceano.

Tuttavia, l’elevata aliquota doganale entrerà in vigore solo tra circa una settimana. Rimangono quindi alcuni giorni in cui il Consiglio federale, insieme all’economia svizzera, può ancora portare a termine con successo i negoziati sui dazi doganali con gli americani. Forse i titoli dei giornali non saranno «una chiara vittoria per gli americani», ma alla fine probabilmente sarà così.

I costruttori di macchinari svizzeri, le aziende alimentari e soprattutto i giganti farmaceutici svizzeri devono avere a cuore il raggiungimento di un accordo con Trump. Dopo tutto, non solo hanno beneficiato enormemente delle vendite sul mercato americano, ma continuano a dipendere fortemente da esso. Alcune aziende di Basilea, ad esempio, esportavano fino al 40% dei loro prodotti in questo Paese. In questo contesto, un impegno a ridurre i prezzi dei farmaci potrebbe avere un effetto positivo.

Espulsione dal paradiso fiscale?

Ciò avrebbe però conseguenze anche per la Svizzera e per alcuni Cantoni. Finora alcuni di essi hanno potuto vivere molto bene grazie alle elevate imposte pagate dai giganti farmaceutici e da altre aziende fortemente orientate all’esportazione grazie agli elevati margini di profitto. In futuro questa fonte di reddito potrebbe non essere più così abbondante come in passato.

Tutto sommato, è ancora una volta evidente che il contesto geopolitico e commerciale è cambiato radicalmente e che anche la Svizzera dovrà adeguarsi. Una consolazione: esiste anche un mondo al di fuori degli Stati Uniti che le aziende svizzere possono conquistare grazie alla loro agilità e alla loro propensione all’innovazione. Se questo renderà il Paese più indipendente da partner commerciali dall’andamento imprevedibile, tanto meglio.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: “L’America sta vincendo, vincendo, vincendo come mai prima d’ora”