Svizzera. Un “piccolo” paese, un “grande” dell’imperialismo capitalista

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

Come mai la piccola e neutrale Svizzera subisce un affronto così grande da parte degli Stati Uniti di Donald Trump che ha fissato al 39% i dazi sulle merci provenienti dalla Svizzera? “Peggio” sono stati trattati solo altri tre o quattro paesi, ed alcuni per ragioni in parte di ritorsione politica (come il Brasile).

In realtà lo si capisce meglio se ci si ricorda che la Svizzera non è un paese né piccolo né neutrale, ma è un paese imperialista. Anzi, uno dei più importanti paesi imperialisti. Questo ruolo, tuttavia, è stato spesso offuscato dal fatto che non ha mai partecipato, in quanto Stato e direttamente, né a esperienze coloniali né a interventi armati (anche se la partecipazione di commercianti svizzeri alle imprese coloniali ha fatto parlare di “colonialismo senza colonie”).

Senza voler scomodare Lenin, la cui analisi dell’imperialismo all’inizio del secolo scorso resta ancora oggi fondamentale sotto molti aspetti, basterà qui ricordare due elementi centrali che definiscono l’imperialismo come sistema di dominazione economica globale: da un lato, la concentrazione del capitale bancario e la formazione del capitale finanziario; dall’altro, l’esportazione di capitale e di merci che genera un atteggiamento predatorio (in termini di sfruttamento delle risorse, di manodopera e, di conseguenza, di appropriazione di plusvalore).

Per comprendere quanto questo sia uno dei tratti distintivi del capitalismo svizzero e del suo ruolo imperialista, bastano alcuni dati forniti dalla SECO (Segreteria di Stato all’Economia), che descrivono così la proiezione internazionale del capitalismo elvetico: “Secondo la Banca nazionale svizzera, il valore statistico degli investimenti diretti realizzati da operatori svizzeri in sedi estere di produzione, distribuzione e ricerca ammonta a più di 1.400 miliardi di franchi. Non si tratta soltanto di grandi gruppi: tra questi operatori vi sono anche diverse migliaia di piccole e medie imprese (PMI), che complessivamente occupano quasi 2,2 milioni di persone all’estero. I redditi derivanti da investimenti diretti svizzeri all’estero ammontano a circa 100 miliardi di franchi… Rispetto ad altri paesi, gli investimenti diretti svizzeri all’estero risultano particolarmente elevati, come dimostra il rapporto tra il loro valore e il Prodotto Interno Lordo (PIL). L’importanza degli investimenti svizzeri all’estero per l’economia nazionale è evidente anche osservandone l’evoluzione nel tempo: dal 2010 il volume dei capitali svizzeri investiti all’estero è più che raddoppiato (e quadruplicato dal 2000)”.

Il capitalismo svizzero e la sua politica imperialista sono quindi importanti, ben al di là della limitatezza del territorio e del numero degli abitanti della Svizzera. D’altronde, il dato ripetuto a più riprese in queste ultime ore secondo il quale la Svizzera è il sesto più importante investitore negli Stati Uniti non fa che confermare questo ruolo.

Un ruolo che viene confermato non solo per gli Stati Uniti, ma a livello mondiale. Ce lo conferma ancora una volta la SECO: “Con più di 1.400 miliardi di franchi di investimenti diretti all’estero (dati BNS), la Svizzera rientra tra i principali dieci esportatori di capitali a livello mondiale”.
E sono quelli appena richiamati gli elementi che “spiegano” la particolare aggressività degli USA nei confronti della Svizzera (piccolo richiamo storico: negli ultimi decenni spesso gli USA sono stati artefici di campagne tese a mettere in cattiva luce aspetti fondamentali del concorrente capitalismo elvetico; basti pensare alla campagna sulla questione degli averi ebraici in giacenza non rivendicati).

Trump sta conducendo una battaglia concorrenziale contro gli altri blocchi capitalistici (in primis Cina e Unione Europea) e non vi è alcuna ragione per la quale non debba estendere questa battaglia a paesi che sono oggettivamente concorrenti degli Stati Uniti e delle sue imprese come lo sono le migliaia di imprese svizzere – grandi e piccole – che agiscono sul mercato americano, ma anche in altri paesi nei quali sono spesso anche in concorrenza con imprese americane.

E non può certo salvare la Svizzera il goffo tentativo di richiamarsi alla propria neutralità – vecchio modello o nuovo modello “dinamico”. Il gioco di un paese che ha sempre usato la sua dichiarata neutralità per schierarsi con i potenti non regge più.

In un articolo del 2008, tuttora di grande attualità, lo storico Sébastien Guex definiva il ruolo imperialista della Svizzera come “mascherato” o “impercettibile”, spiegandolo in questi termini: “La borghesia industriale e bancaria svizzera si è mossa da molto tempo in modo mascherato: mascherata dietro la neutralità politica, ossia agendo nell’ombra delle grandi potenze coloniali e imperialiste (Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti); mascherata dietro una propaganda onnipresente che cerca – e spesso riesce – a presentare la Svizzera come il paese della politica umanitaria, attraverso la Croce Rossa, i buoni uffici, la filantropia, ecc.; infine, mascherata da una narrazione complementare, quella della ‘retorica della piccolezza’, che raffigura la Svizzera come un Davide contro i Golia, un piccolo Stato debole e inoffensivo”.
La musica è cambiata perché le contraddizioni, la concorrenza e i rapporti di forza all’interno dell’imperialismo e del capitalismo mondiale sono in una fase profonda di trasformazione nella quale gli USA di Trump, dietro ad un’apparente atteggiamento “protezionistico”, vogliono riaffermare una egemonia economica e militare che, negli ultimi anni, ha subito qualche contraccolpo.

A noi spetta contestare con forza l’“union sacrée” che in questo momento si sta diffondendo “a difesa della nostra industria” e della sua “competitività”, con l’idea che, se così non fosse, si dovrebbero tagliare posti di lavoro o contenere ulteriormente i salari. Oppure, se si vuole mantenere qualche posto di lavoro – ma il padronato non garantisce – governi federale e cantonali devono mettere mano al portafoglio con sgravi fiscali, aiuti – indiretti – alle aziende, flessibilizzazione e liberalizzazione ulteriore del mercato del lavoro, ecc.

Nessuno sembra ipotizzare altre vie, diverse da quelle che colpiscono salari e occupazione o che tolgono mezzi all’ente pubblico con conseguenti ricadute dal punto di vista della spesa pubblica. Una di queste vie sarebbe semplice: la riduzione dei profitti delle imprese.

Il settore farmaceutico, per ora escluso dalla misura tariffaria, anche se è verosimile che verrà prima o poi colpito (da solo rappresenta il 60% delle esportazioni svizzere negli USA), ne è uno splendido esempio. Secondo alcune stime, l’estensione dei dazi anche a questo comparto comporterebbe un calo degli utili annuali compreso tra i 500 e gli 800 milioni di franchi per Novartis e fino a un miliardo per Roche. Vale la pena a questo punto ricordare che, negli ultimi tre anni, Roche ha accumulato utili netti per circa 47 miliardi di franchi, e Novartis per circa 28 miliardi. Le diminuzioni dei profitti ipotizzate, come si vede, sono del tutto sopportabili per l’azienda e i suoi azionisti e le sue azioniste.

Chissà quanto sarà turbata, in questi giorni di festa al Film Festival di Locarno, la presidente del Festival nonché azionista di Roche, Maja Hoffmann…


Grossman, coscienza dell’epoca

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Anche se la guerra radicalizza i concetti e ci spinge a rendere estremi i nostri giudizi, non riesco a usare il termine “genocidio”come uno strumento polemico da gettare nella mischia per chiudere ogni discussione, visto il significato definitivo ma preciso di quella parola e la realtà che rappresenta. Penso anche che non sia necessario e indispensabile arrivare fin qui per provare angoscia e orrore davanti alla disumanità di ciò che sta accadendo a Gaza per decisione del governo israeliano, e condannarlo come un crimine, chiedendo che abbia fine.

Forse soltanto chi vive dentro la tragedia mediorientale, con il suo esercizio costante di dolore e paura nei ruoli di vittima e carnefice scambiati nei decenni, ha il diritto e il dovere di certificare il limite del disumano perché lo sta sperimentando: anche se naturalmente oltre la dimensione fisica, personale, familiare e nazionale delle atrocità c’è l’universalità del sentimento morale che si ribella nel giudizio del mondo, prende parte e chiede giustizia.

Abbiamo visto e patito le immagini della fame trasformata in arma di guerra, dei palestinesi uccisi nei centri di distribuzione dei viveri, dei bambini di Gaza che sporgono la desolazione delle loro pentole vuote. Oggi possiamo vedere l’altra faccia della disperazione, quella degli israeliani che condannano ciò che sta avvenendo nella Striscia perché oltre a schiacciare i palestinesi affamandoli per sradicarli, corrompe e trasforma l’anima di Israele, fino a rovesciare la sua storia e a ribaltare la mistica della sua vicenda suprema, la Shoah.

Tocca allo scrittore israeliano David Grossman pronunciare quelle parole che la politica non riesce a esprimere, superando la guerra per chiedere al suo Paese di fare fin d’ora i conti con il potere quando diventa onnipotenza, e con la tentazione che ne nasce di calpestare il senso umano del limite, per trasformare il diritto (anche il diritto alla difesa) in pura forza, correndo così «il rischio dell’indicibile», come denuncia Liliana Segre.

Chi ha letto nei mesi e negli anni le riflessioni di Grossman avverte nell’intervista a Francesca Caferri pubblicata su Repubblica il senso concreto di una progressione della coscienza, il sentimento di un dovere che urge sotto l’urto insopportabile degli eventi, la sofferenza di questo travaglio privato per una tragedia pubblica — «sto male» — fino alla consapevolezza che questo «è il momento di fare la cosa giusta».

È un processo di responsabilità, faticoso ma via via sempre più inevitabile quando si vede la guerra andare oltre se stessa, sperimentando pratiche primordiali di dominio come la fame indotta. Cos’è successo a Israele, si domanda Grossman, come siamo arrivati fino al punto da essere accusati di genocidio?

Lo scrittore spiega che per anni si è rifiutato di usare questo termine, anzi ha fatto «tutto quello che poteva» per non giungere a chiamare Israele uno Stato genocida: ma oggi, «con immenso dolore e con il cuore spezzato devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi».

Grossman sa che con questo giudizio fa saltare un argine, perché genocidio è una «parola-valanga», e «una volta che la pronunci non fa che crescere». Ma il suo rimedio non è tacere, piuttosto spezzare l’attuale associazione tra Israele e il genocidio: «Come nazione siamo abbastanza forti per resistere ai germi del genocidio, dell’odio, degli assassinii di massa, oppure dobbiamo arrenderci al potere che ci garantisce il fatto di essere i più forti?».

Arrendersi alla paura e all’odio è semplicissimo, non vedere risulta facile, ma cercare di capire e reagire resta essenziale. Ecco perché lo scrittore esce dal silenzio e indica la strada della responsabilità, evitando di rimanere prigionieri della tentazione che Israele possa fare tutto ciò che vuole, grazie alla corruzione del potere assoluto generato dall’occupazione dei territori palestinesi.

È un invito alla responsabilità doppia, per sé e per gli altri, dimostrando che anche nel momento più buio degli eccessi disumani di guerra Israele resta una democrazia, dov’è possibile giudicare pubblicamente il potere e denunciare i suoi abusi, ponendo un limite alla propria supremazia per farsi carico della disperazione altrui.

Questo spazio democratico, questa passione di minoranza in Israele oggi è un sentiero stretto: ma è l’unica traccia verso un futuro che Grossman vede ancora e sempre nei due Stati, se la comunità internazionale riuscirà a ricostruire una vera rappresentanza attorno all’Autorità palestinese, fuori dalla corruzione e dall’ambiguità per arrivare a elezioni trasparenti e libere dall’ipoteca terroristica.

Ci vuole coraggio, dopo il pogrom terroristico di Hamas il 7 ottobre, a chiedere al proprio popolo di rinunciare a stravincere trasformando la sicurezza in dominazione. Ma ci vuole altrettanta lungimiranza nel vedere l’abisso che Israele sta scavando nella sua storia, a colpi di abusi e soprusi, e dove rischia di precipitare insieme con la sua vittoria. Per questo la voce dello scrittore, oggi, è la vera coscienza dell’epoca.

Nell’immagine: Beit Lahia, Striscia di Gaza, 2 agosto: donne e bambini in un edificio crivellato di colpi


Benny Morris: “C’è il rischio che quanto accade a Gaza diventi un genocidio”

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Parla lo storico israeliano, vicino alla sinistra all’inizio della carriera e poi passato su posizioni più conservatrici

Tra israeliani e palestinesi c’è un processo di disumanizzazione che potrebbe portare a un genocidio a Gaza, anche se non siamo arrivati a quel punto». Benny Morris è tra i più noti storici israeliani, uno studioso difficile da incasellare. Vicino alla sinistra agli inizi della sua carriera – durante la prima Intifada finì in prigione perché si era rifiutato di servire in Cisgiordania – con la seconda Intifada assunse posizioni più vicine ai conservatori. Negli anni, ha fatto infuriare tutti: la sinistra con le sue affermazioni sulla Nakba (la cacciata dei palestinesi nel 1948) come conseguenza necessaria della guerra, e la destra denunciando l’apartheid in Cisgiordania. Di recente ha scritto parole di fuoco contro Netanyahu.

David Grossman e altri israeliani parlano di un genocidio a Gaza.

«Genocidio significa la distruzione o il tentativo di distruggere un popolo. Un governo deve avere l’intenzione di farlo, una decisione politica generale volta a questo scopo, che comporta l’uccisione di milioni di persone. E’ ciò che successe con il genocidio compiuto dai turchi musulmani contro i cristiani 100 anni fa, ed è ciò che è accaduto con l’Olocausto. Ma non è ciò che sta accadendo a Gaza. Potrebbe trasformarsi in qualcosa di simile: lo scrissi già in un articolo a gennaio, perché c’è stato un processo di disumanizzazione da parte degli israeliani nei confronti dei palestinesi, e, per inciso, da parte dei palestinesi nei confronti degli israeliani, che potrebbe alla fine tradursi in un genocidio, ma non siamo arrivati a quel punto. Molte persone sono morte nella guerra tra Israele e Hamas, i cui combattenti si nascondono dietro la popolazione civile di Gaza. E senza dubbio sono stati commessi crimini di guerra da parte di Israele nel corso del conflitto. Ma sono crimini di guerra, non è un genocidio. Chi dall’esterno accusa Israele di genocidio vuole chiaramente costruire un collegamento con quello che accadde durante l’Olocausto nazista. Penso che sia sciocco».

Diversi esponenti del governo israeliano, come documenta il rapporto di B’Tselem, fin dall’inizio del conflitto hanno dichiarato l’intenzione di sottrarre ai palestinesi l’elettricità, il cibo, di distruggere le loro case. Alcuni hanno attribuito la responsabilità del 7 ottobre a all’intera nazione palestinese. Non è questa intenzione di punire un popolo?

«Distruggere le infrastrutture non è la stessa cosa che compiere un genocidio. Sì, Smotrich e gli estremisti di destra vogliono sgomberare Gaza dalla popolazione araba, ristabilire gli insediamenti ebraici, ma questa non è la politica del governo israeliano al momento. Espellere e trasferire persone da un’area all’altra poi non sarebbe genocidio, ma pulizia etnica».

Crimini di guerra, pulizia etnica, massacri: anche non volendo usare la parola genocidio è tutto orribile. Perché la maggioranza degli israeliani non protesta?

«Perché siamo in guerra. Il 7 ottobre è stato uno shock terribile per Israele che ha portato gli israeliani a pensare che Hamas non deve risorgere. La popolazione israeliana è divisa. Forse anche più della metà oggi si oppone alla continuazione della guerra ed è contraria alle misure del governo e dei coloni in Cisgiordania. Ma la gente è anche stanca. Centinaia di migliaia di persone hanno prestato servizio, sono i giovani che potrebbero scendere in piazza ma sono esausti. Devono ricostruire le vite. Nel Paese si percepisce un senso di sfinimento: è difficile scendere in piazza e combattere il governo che controlla, ancora, purtroppo, la maggioranza alla Knesset. Al momento non esiste un modo legale per rovesciare questo governo».

Il mondo è in rivolta morale contro Israele, anche gli alleati storici non sostengono più le sue ragioni. La società israeliana nega o non vede Gaza?

«La gente in Germania e in Italia non ha Hamas alle porte e non ha subito il 7 ottobre. Guarda la situazione dall’esterno. Capisco cosa sta succedendo in Europa. Ma gli europei non devono affrontare la scelta se lasciare intatta Hamas, che si rafforzerà, tornerà in campo e attaccherà Israele in futuro. Il governo israeliano invece si. La maggior parte degli israeliani vuole che Netanyahu venga cacciato. Non lo vogliono come primo ministro. Sanno che è un politico corrotto e incompetente. Molte delle cose che fa sono per salvarsi la vita e per evitare di finire in prigione. Ma la maggior parte degli israeliani concorda con Netanyahu sul fatto che Hamas debba essere distrutto».

Cosa pensa del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di tanti paesi occidentali?

«Penso che al momento sia solo simbolico, perché non esiste uno Stato palestinese e non esisterà per molti anni, se mai ci sarà. Dimostra però che c’è una forte erosione del sostegno a Israele da parte della comunità internazionale, soprattutto da parte dei suoi amici tradizionali, come Stati Uniti, Germania e Francia».

L’opzione dei due Stati è ancora praticabile?

«Il tema non è se sia praticabile o meno, ma che non c’è alternativa se si vuole la pace tra israeliani e palestinesi. L’alternativa è la guerra permanente».


Ben Gvir, chi è il ministro provocatore di Netanyahu che vuole tutta Gaza

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

Chi conosce il mondo arabo-musulmano sa bene che la Spianata delle Moschee rappresenta uno dei luoghi più sacri dell’Islam, poiché proprio nel cuore recintato, iper-controllato e conteso della città vecchia di Gerusalemme, dove è situata, si trova la celebre Cupola della Roccia e la Moschea Al-Aqsa, quest’ultima terza moschea più sacra dopo quelle della Mecca e di Medina. Santuario religioso intoccabile che rappresenta, tuttavia, anche un simbolo profondo di identità culturale, storica e di rivendicazione politica per il mondo musulmano e per i palestinesi. Chiamato Monte del Tempio dagli ebrei, è bene ricordare che esso rappresenta anche un importante luogo sacro per l’ebraismo. Tale sito, dunque, è uno dei più contesi tra musulmani ed ebrei sin dal 1967, anno in cui venne annesso da Israele, a seguito della guerra dei Sei giorni, che ne mantenne però il cosiddetto “Accordo sullo Status Quo”, il quale stabilisce l’accesso limitato e il divieto di preghiera agli ebrei.

Chi conosce la storia della regione sa bene che nel 2000 fu la passeggiata provocatoria di Ariel Sharon, allora leader del Likud e premier in pectore, sulla Spianata delle Moschee a scatenare la seconda “Intifada”, con la solita triste conta di morti e feriti.

La recente visita del ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir al complesso del Monte del Tempio, mantenendo lo stesso sapore di sfida che la storia ci ricorda, può, dunque, lecitamente suscitare preoccupazioni in un momento tra i più delicati per il potenziale raggiungimento di un accordo tra Israele e Hamas, ma soprattutto alla luce della catastrofica condizione in cui versa la Striscia di Gaza. Tuttavia, questo rappresenta soltanto l’ultimo atto di istigazione compiuto dalla destra ultraortodossa al governo in Israele, la cui rampante crescita negli ultimi anni segue pericolosi obiettivi politici e imprudenti principi ideologici che stanno già deturpando il volto di Israele e della sua democrazia. Ce ne siamo resi conto in modo lampante dalla vittoria alle ultime elezioni del 2022 dei partiti della destra religiosa ultranazionalista, affermazione elettorale di una versione estrema del sionismo religioso fortemente anti-arabo e che, unendo l’obiettivo della formazione di uno stato ai dettami della Torah, aspira alla costruzione messianica di un “Grande Israele”, esteso dalla Cisgiordania al Mar Mediterraneo, Striscia di Gaza e Cisgiordania incluse. Tale successo rende, di fatto, il sesto governo Netanyahu il più a destra della storia israeliana, confermando un processo di radicalizzazione del sistema politico e di alcune parti della società israeliana, esploso dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’inizio del conflitto a Gaza, probabilmente irreversibile. E qui ritroviamo proprio Ben Gvir, uno dei principali protagonisti della virata estremista di Israele, leader del partito Potere Ebraico, parte del blocco di estrema destra, passato dall’essere un provocatore religioso di estrema destra, anti-palestinese, a ricoprire una posizione chiave nel governo israeliano.

Colono di Kiryat Arba, uno degli insediamenti più radicali della Cisgiordania occupata (illegali secondo il diritto internazionale), Ben Gvir è stato condannato in Israele per incitamento al razzismo, distruzione di proprietà e possesso di materiale propagandistico legato al partito Kach di Meir Kahane, definitivamente escluso dal parlamento nel 1988 per le posizioni estreme contro gli arabi palestinesi, nei quali lo stesso militava. Per assicurarsi una coalizione vincente, nelle elezioni del 2022, Netanyahu è tornato con «il coltello tra i denti», disegnando un’imbattibile alleanza tra Potere Ebraico e un altro partito di estrema destra, il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich, attuale ministro delle Finanze.

L’alleanza ha finito per conquistare la terza quota di seggi in parlamento, superando le aspettative in modo così radicale che Netanyahu si è trovato di fronte alla spiacevole prospettiva di condividere il potere con Ben Gvir. “Odi et amo”, come diceva qualcuno, poiché, pur dovendo affrontare i ripetuti attacchi all’esercito e alla propria strategia politica sulla guerra a Gaza, nonché la continua opposizione a qualsivoglia accordo con Hamas, Netanyahu sa che il partito di Ben Gvir serve per mantenersi alla guida del Paese. E serve così tanto che il primo ministro israeliano gli ha affidato un portafoglio ampliato, che include vaste responsabilità per la sicurezza nazionale e autorità sulle unità di pattugliamento di frontiera in Cisgiordania – quello alcuni definiscono un «esercito privato».

Proprio il suo sostegno ai violenti coloni che attaccano i villaggi palestinesi in Cisgiordania (tanto quelli musulmani quanto quelli cristiani), le continue visite alla Spianata delle Moschee, per cui il ministro della Sicurezza nazionale non ha mai nascosto le sue aspirazioni a cambiarne lo status quo – a fronte di un Netanyahu che nega tale possibilità – e i continui appelli affinché Israele occupi l’intera Striscia di Gaza e incoraggi «l’emigrazione volontaria» dei palestinesi dal territorio, fanno di Ben Gvir uno degli attori più destabilizzanti per il raggiungimento di una possibile tregua.

È difficile oggi immaginare la possibilità di una nuova ribellione dei palestinesi, affamati a Gaza, bloccati in Cisgiordania. Il pericolo, per Israele, potrebbe, invece, arrivare da un’altra parte: l’affermazione di questa versione estrema del sionismo religioso, destinata a rafforzarsi per diversi fattori sociali, culturali e demografici, potrebbe sfigurare per sempre il volto democratico del Paese che, nella contesa tra nazional-religiosi e secolarizzati, rischia sempre più di smarrire la propria identità.

Nell’immagine: Itamar Ben Gvir con i suoi seguaci sulla Spianata delle Moschee. Il capo della diplomazia statunitense Antony Blinken ha esortato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a prevenire futuri “atti provocatori”


La destra messianica da Donald a Bibi

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

Di Ettore Sequi, La Stampa

L’incursione guidata ieri dal ministro israeliano Ben-Gvir sulla Spianata delle Moschee non è un episodio isolato. È un gesto simbolico, una sfida diretta e una dichiarazione di sovranità su uno dei luoghi più sensibili del conflitto israelo-palestinese. Mentre crescono i riconoscimenti diplomatici dello Stato palestinese, sul terreno prende corpo una logica opposta: non la negoziazione, ma la scontro.

La destra messianica israeliana non si limita a normalizzare l’occupazione: la trasforma in rito politico. Sventolare la bandiera della sovranità ebraica nel cuore conteso di Gerusalemme equivale a svuotare in anticipo ogni ipotesi di compromesso. Le parole del ministro della Difesa Katz, che annuncia l’intenzione di rafforzare la sovranità israeliana su Gerusalemme, incluso il Monte del Tempio, spostano il conflitto dal piano militare a quello della sacralità geopolitica: chi impone la propria narrativa religiosa conquista lo spazio politico. Non solo contro Hamas, ma contro ogni prospettiva multilaterale che contempli uno Stato palestinese. È una dichiarazione esplicita di disinteresse per ogni processo diplomatico. Mentre si dibatte su tempi e modalità di un futuro negoziato, la destra messianica al governo vuole dimostrare che il presente è già irreversibile.

Il divario tra diplomazia e realtà militare è evidente. I numerosi riconoscimenti dello Stato palestinese hanno valore simbolico, morale e politico, ma non alterano i rapporti di forza. Hamas resta armato. Israele rafforza la morsa su Gaza, con costi umanitari insostenibili. Washington non propone soluzioni. L’Europa oscilla tra riconoscimento simbolico dello Stato palestinese e impotenza operativa.

Intanto, Hamas mostra segni di logoramento interno. Accanto a una crisi crescente di legittimità, emergono milizie locali che controllano parti della Striscia e, per la prima volta, dichiarano un coordinamento con Israele. Si tratta di reti tribali semi-criminali, ormai fuori dal suo controllo. Non è ancora un’alternativa politica, ma l’unità di comando è visibilmente incrinata.

Dopo sei mesi di presidenza, Trump mostra segni d’impazienza e irritazione, ma non è in grado di proporre una strategia efficace. Ogni ipotesi d’iniziativa si scontra con due vincoli strutturali: la fragilità del governo Netanyahu e il peso politico della base evangelica americana.

Il governo Netanyahu è sempre più ostaggio della destra messianica e indebolito dal ritiro di due partiti, in rotta sul tema della coscrizione degli ultraortodossi. Anche Trump è vincolato da un asse, spesso invisibile ma influentissimo, tra messianici israeliani ed evangelici americani.

Gli evangelici non vedono Israele solo come alleato politico, ma come attore teologico, parte di un disegno divino in cui la restituzione della Terra Promessa agli ebrei è condizione per la seconda venuta di Cristo. In questa visione, uno Stato palestinese è inaccettabile spiritualmente, prima ancora che politicamente. La destra religiosa americana condivide con Smotrich e Ben-Gvir la visione della terra come spazio sacro, indivisibile, non negoziabile. Israele diventa una bandiera identitaria della destra cristiana, e sostenerne l’integrità è parte della battaglia politica interna.

Per Trump, rompere con questo blocco significherebbe rischiare la coesione della propria base. Non a caso, l’ambasciatore Usa in Israele, Huckabee, è un evangelico e pastore battista con una lunga storia di attivismo pro-Israele.

Come uscire da questo vicolo cieco? È possibile che gli Stati Uniti rilancino una versione aggiornata del Prosperity Plan, presentato da Trump nel 2020: investimenti nei Territori palestinesi e ampia autonomia ma senza uno Stato completamente sovrano. Sarebbe uno strumento tattico per aggirare lo stallo. In questo quadro, il ruolo dell’Arabia Saudita sarebbe cruciale. Riad ha tessuto una tela diplomatica efficace, senza un approccio conflittuale verso Israele, riuscendo a spostare vari Paesi su posizioni più filo-palestinesi. Una fase intermedia di autonomia – che nella visione saudita dovrebbe evolverse verso due Stati – sarebbe un compromesso temporaneo.

L’equilibrio è instabile. Il riconoscimento dello Stato palestinese è importante, ma non basta. I vincoli interni e internazionali dei principali attori sono molti. Senza un percorso credibile e pragmatico verso un’autonomia palestinese “evolutiva”, ogni riconoscimento resterà simbolico, ogni tregua precaria, ogni impegno inefficace.

Nell’immagine:  Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir


Gilles Kepel: “Hamas e Netanyahu, stesso destino. Vogliono la guerra per stare al potere”

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

Di Danilo Ceccarelli, La Stampa

PARIGI. I tanti annunci sul riconoscimento dello Stato della Palestina arrivati da diversi Paesi dopo la recente conferenza dell’Onu a New York co-presieduta da Francia e Arabia Saudita hanno già avuto un effetto concreto, secondo Gilles Kepel: «C’è una pressione molto forte in questo momento su Benjamin Netanyahu», spiega il politologo e arabista francese, autore di Olocausti, libro edito da Feltrinelli. Una dinamica lanciata dal presidente Emmanuel Macron e seguita da altri partner di peso come il Regno Unito, che sta mettendo il premier israeliano in difficoltà: «Questa logica è riuscita a influire su Netanyahu che, nonostante le sue fanfaronate, alla fine è stato obbligato a lasciar passare gli aiuti umanitari e ha diminuito i bombardamenti», afferma lo specialista.

Professor Kepel, cosa sta cambiando nel dossier mediorientale?
«Inizialmente la posizione franco-saudita aveva provocato l’ironia degli Stati Uniti e di Israele, che scherzavano sulla fine della grandeur della Francia. Ma credo che non avessero ben capito la situazione. La proposta messa sul tavolo da Macron in realtà è un’alternativa per riflettere a una soluzione della crisi mediorientale. Perché oggi Donald Trump e Benjamin Netanyahu sono finiti in un’impasse. Il premier israeliano ha effettuato una fuga in avanti bombardando e lasciando i coloni uccidere e distruggere i villaggi arabi, mentre il presidente americano non ha una vera prospettiva».

Quali saranno i prossimi sviluppi?
«Si prevede che a settembre, oltre alla maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ci saranno quattro dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza (Francia, Regno Unito, Russia e Cina, ndr) favorevoli allo Stato della Palestina, mentre gli Stati Uniti si ritroveranno soli. Netanyahu, sebbene sia in uno stato di follia, si rende conto del rischio di isolamento».

L’Italia, che non ha dato segnali di apertura al riconoscimento dello Stato palestinese, rischia di rimanere isolata su questo dossier?
«Bisognerà vedere se si unirà al consenso europeo che sta nascendo o se continuerà a corteggiare Trump. Con Giorgia Meloni il Paese è sulla via dell’orbanizzazione, perché prova a negoziare con Trump dissociandosi dagli europei. Questa è una politica suicidaria».

C’è qualche speranza di vedere una ripresa dei negoziati dopo il passo indietro di Hamas?
«Il movimento ha interesse nel veder fallire le trattative perché sparirebbe se ci fosse la pace, proprio come Netanyahu. In un certo modo suonano la stessa musica. L’iniziativa franco-saudita punta proprio a rompere questa situazione, cercando di arrivare alla pace nella regione con una dirigenza palestinese che escluda Hamas e un governo israeliano che non sia ostaggio dell’estrema destra sionista e religiosa».

L’Autorità nazionale palestinese non sarebbe in grado di prendere la leadership?
«L’Anp versa in pessime condizioni. Mahmoud Abbas è un vegliardo autocrate che non rappresenta più gli interessi della Palestina. È necessario far emergere una nuova dirigenza che sia in grado di garantire il processo di democratizzazione e la gestione della Pace con Israele. Ma fin quando Hamas sarà presenta nella Striscia tutto questo sarà impossibile. Bisogna capire fin quando il movimento potrà svolgere un ruolo nella zona, perché non ha più le capacità militari di attaccare Israele. Al momento è solo in grado di fare pressione sulla popolazione».

Nella crisi umanitaria in corso nella Striscia, che responsabilità porta la Gaza Humanitarian Foundation che si occupa degli aiuti?

«È un’organizzazione creata da Israele con il sostegno degli Usa, ma è evidente che sia incapace di organizzare la distribuzione del cibo. Per questo si verificano disordini. Si queste operazioni dovrebbero occuparsene gli organismi preposti dell’Onu».

È d’accordo con l’utilizzo del termine genocidio per descrivere quello che sta accadendo a Gaza?
«Dopo il massacro del 7 ottobre del 2023 effettuato da Hamas, che ho definito come una razzia pogromista, c’è stata un’ondata di solidarietà da parte dell’Occidente nei confronti di Israele. Ma adesso la situazione si è capovolta. I bombardamenti su Gaza sono considerati come degli atti genocidi sia da una parte degli israeliani che dagli Stati che sostengono il diritto di Israele a difendersi. Questa evoluzione si traduce con una degradazione dell’immagine di Israele. Nella prima versione del mio libro spiegavo che non si poteva parlare di olocausto in merito alla repressione israeliana perché all’epoca non c’era la volontà di sterminare un popolo. Ma si ha sempre più l’impressione che Netanyahu, con il sostegno di Bezalel Smotrich, voglia eliminare e cacciare la popolazione della Striscia. Tutti questi sono elementi costitutivi dell’attuazione di un olocausto».

Nell’immagine: Gilles Kepel


La stangata di Trump e il silenzio dei trumpiani

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

“Svizzera sotto shock”, riporta il Financial Times, la bibbia dell’Europa finanziaria, mentre il franco elvetico, moneta rifugio per eccellenza, registra immediatamente uno dei rari scivoloni della sua storia. Grazie, Mr President.
Se Donald Trump voleva stupirci, e colpirci, non c’è dubbio che vi sia perfettamente riuscito.
Certo, si sapeva che la Confederazione era nel mirino del capo della Casa Bianca; nel “giorno della liberazione”, in aprile, di fronte alla grande e ‘fantasiosa lavagna’ delle nazioni che avrebbero dovuto pagar dazio c’era già una Svizzera pericolosamente situata nelle prime posizioni, con un vistoso +31% sulle merci rossocrociate vendute negli Stati Uniti; ma fra precipitosi negoziati, e impegni di corposi investimenti delle nostre imprese oltre Atlantico, si sperava di ottenere almeno un generoso sconto. Invece,  Ieri 1° agosto, guarda caso Festa nazionale, l’annuncio della super-stangata: le merci svizzere esportate in America dovranno versare all’erario americano un sovrapprezzo del 39 per cento per compensare il netto vantaggio svizzero nell’interscambio commerciale fra i due paesi.

Sbalorditivo, o “amarezza”, nella diplomatica reazione ufficiale di Berna.
Ma ecco che subito si passa dall’indignazione allo sbigottimento. Sapete quale nazione sarà ancor più penalizzata della Confederazione? La Siria! Sì, la Siria, il paese dilaniato e impoverito da una lunga guerra civile (+41 %). Verrebbe da ridere se la faccenda non fosse terribilmente seria. E se, ancora una volta, la matematica economica della Casa Bianca non fosse un groviglio in cui c’è di tutto: ritorsioni economiche, vendette politiche, calcoli fantasiosi. 

E’ l’America trumpiana, l’America che “governa” il mondo, più caos che coerenza.
Ma qualche considerazione un po’ più seria merita questo ennesimo capitolo, probabilmente (o si spera) provvisorio, di un caotico bullismo planetario.
Certo, il dente avvelenato (d’invidia) nei confronti della Svizzera gli Stati Uniti possono averlo. L’ultima statistica, del 2023, ricorda che la Confederazione ha importato prodotti statunitensi per 30 miliardi di franchi ed esportato per 96 miliardi facendo degli Stati Uniti il principale paese per destinazione di merci elvetiche all’estero.
C’è poi la questione monetaria: con Washington che ha regolarmente rimproverato Berna di manovrare slealmente col franco svizzero per contrastare e diminuire il valore del dollaro.

Ma cosa ci dicono queste cifre? Sostanzialmente che l’economia svizzera (come del resto quella europea) lavora e produce e vende meglio rispetto a quella statunitense. E che, in merito alla gara franco-dollaro, gli investitori più avveduti sanno che dietro la moneta americana vi è una nazione iper-indebitata, tanto da rappresentare un problema mondiale.
Ma di fronte a queste due realtà, ecco che l’emblema del capitalismo mondiale cambia le regole a suo piacimento: non è più la mitica e bugiarda “libera mano del mercato” e regolare l’economia, ma solo e ancora la forza bruta del suo principale paese.
A questo punto, che ne pensano i “trumpiani” liberal-liberisti di casa nostra?
Capaci solo di ripetere, persino in un’occasione come questa, che bisogna sburocratizzare e affidarsi alla defiscalizzazione che impoverisce le casse dello Stato assistenziale?

Scritto per La Regione

Nell’immagine: “i partiti si interrogano sul da farsi. L’UDC chiede al governo di ridurre “in modo massiccio” l’onere per l’economia, con tagli alle imposte e ai regolamenti. Secondo i democentristi allinearsi all’Ue e alla sua “mostruosa burocrazia” sarebbe invece “la cosa più stupida che la Svizzera potrebbe fare”. Il paese dovrebbe invece proseguire sulla strada degli accordi di libero scambio.” Swssinfo.ch


Ticino terra di giallisti

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

Immaginarsi un efferato, truce assassinio a Lugano? Il ritrovamento di un cadavere decapitato in una  elegante villa di via Bossi? A Stefano Vassere, direttore delle Biblioteche cantonali, sembra impossibile: un ossimoro, lo ha definito, un po’ strumentalmente, per lanciare una serata dedicata al genere del giallo – o poliziesco, o noir o thriller – ticinese. Quattro gli autori invitati: Elda Pianezzi, Monica Piffaretti, Dario Galimberti e Sergio Roić. Almeno una decina avrebbe facilmente potuto aggiungersi (Andrea Bertagni, Matteo Beltrami, Andrea Fazioli, Manuela Mazzi, Giovanni Soldati, Mirko Stoppa e tutti gli altri). 

Chi scrive, prima di ascoltare le loro dirette testimonianze, la pensava un po’ allo stesso modo: difficile commettere un delitto – e soprattutto uscire impuniti – in una realtà come la nostra, dove tutti più o meno si conoscono, almeno di vista, in cui sussiste un implicito controllo sociale, dove stuoli di pensionati hanno il tempo e la curiosità di gettare, dal loro balcone, un occhio sui movimenti sottostanti.

Eppure, anche nella Svizzera italiana, il genere del giallo, in tutte le sue varianti, dalle più truci e “spettacolari” a quelle in cui è invece più sottile lo scavo psicologico, ha successo: un’ambientazione locale, più o meno riconoscibile, ne aumenta la visibilità e facilita, nel lettore, l’identificazione.

Tre dei quattro relatori sono presenti nell’antologia Delitti di lago (giunta all’ottavo volume, Morellini Editore, Milano); Monica Piffaretti, dal canto suo, al quarto romanzo ha finalmente trovato uno sbocco, o meglio un editore, anche oltre San Gottardo. Quanto al mercato italiano, vetrina ideale, gli ostacoli non sono di molto inferiori poiché o pubblichi direttamente oltre confine, o devi fare i conti con le difficoltà di distribuzione che gli editori svizzero-italiani incontrano tuttora a sud di Chiasso sugli scaffali delle librerie e nelle pagine culturali, già di loro in preoccupante, progressiva caduta.

Gli autori presenti hanno dunque aperto il loro personalissimo laboratorio, ognuno spiegando dove trova lo spunto iniziale, quali sono gli obiettivi, quali le modalità di scrittura, le fonti, i modelli letterari, i tempi. 

In un giallo, il morto è ingrediente al quale è difficile rinunciare: varia il momento, può entrare in scena sin dalle prime righe, sopraggiungere a metà strada o costituire il coup de théâtre sul finale. Ma ci sono anche polizieschi, altrettanto avvincenti, senza cadaveri, senza vittime, persino senza colpevoli, quando per esempio un piano criminale resta nelle sole intenzioni di chi lo ha ideato. Altre volte ancora, è lo stesso criminale a diventare vittima quando i il progetto delittuoso gli sfugge di mano ritorcendoglisi contro. 

La figura dell’investigatore, invece, non può mai mancare: è la colonna portante del giallo, è in lui (o in lei, come succede per la protagonista inventata da Monica Piffaretti) che il lettore si identifica, è con chi conduce un’indagine che il pubblico si identifica, dialoga, si confronta lungo i capitoli e lungo l’indagine. Saper coinvolgere il lettore è qualità essenziale: leggere un poliziesco è un esercizio al quale vieni invitato a partecipare  attivamente in base agli elementi che l’autore stesso ti mette a disposizione. Spesso – in una costruzione ben dosata –  il lettore è messo a conoscenza di un fatto compiuto (o addirittura del colpevole: pensiamo ai telefilm del popolarissimo Tenente Colombo) che l’investigatore deve invece chiarire senza saper bene da dove partire, collegando tra loro ipotesi diverse, motivi più o meno plausibili, in un puzzle che ricomponga la matassa per consegnare il colpevole alla giustizia e soddisfare così le attese. C’è il detective eroe, che non ne sbaglia una, ma ci sono anche poliziotti che proprio nel fallimento di un’indagine rivelano la loro umanità.

Ma cosa c’è di ticinese negli autori citati? “A me” – osserva Galimberti, architetto di formazione – “interessa utilizzare la trama per parlare (anche) del nostro territorio e delle sue trasformazioni dando, nella fattispecie, una seconda chance allo storico Quartiere di Sassello, rione popolare e un po’ malfamato del centro di Lugano, alle spalle di via Nassa, demolito tra il 1939 e il 1942”. Il libro di Galimberti è corredato da una serie di disegni che permettono di seguire ancora meglio questi interventi sul territorio.

Elda Pianezzi dice di non considerarsi una giallista in senso stretto e certamente non appartiene al sottogenere dello hard boiled: “Mi piace creare un’atmosfera, dare spazio ai rapporti tra individui, alla componente psicologica, ai legami che si possono intrecciare, lungo una storia, come sul palcoscenico di un teatro. Il morto arriva un po’ dopo: se a qualcuno non piacciono i tempi più distesi, il clima, le atmosfere che i luoghi suggeriscono, i tormenti interiori dei protagonist, forse per lui non sono l’autrice ideale”.

Monica Piffaretti e la sua detective, Delia Fischer (“che è umana, compie degli errori, ma è anche tenace e non si arrende: c’è una battaglia da condurre e lei scende in campo”), sono spinte dalla volontà non tanto di individuare e arrestare il colpevole, ma di mettere un freno al male che egli ha provocato e, più in generale, un piccolo argine ai mali del mondo. Interessata alla  storia, introduce nei suoi romanzi (4 sino ad oggi, tutti pubblicati, come per Pianezzi, da Salvioni di Bellinzona) richiami a fatti avvenuti in passato che, in qualche modo, ritornano dialogando con l’oggi. “L’investigatore è qualcuno che risolve e così regala al mondo una microscopica porzione di giustizia”. 

Tornando a bomba, ascoltando i singoli autori, diventava sempre più chiaro che la nostra regione non solo è potenzialmente perfetta per ambientarvi un poliziesco, ma lo è a pieno titolo: ormai internazionalizzata, piazza finanziaria di primo livello, crocevia di traffici più o meno leciti, ovattata da una patina di discrezione e understatement in grado di coprire molte cose, si rivela quasi ideale. Basterebbe, del resto, andare a rileggersi Ticino giallo, di Plino Grossi (Fontana Edizioni, 2009), rassegna di episodi delittuosi e criminali degli ultimi due secoli.

Aleggiava, tra i presenti, un dubbio – per taluni, forse, una convinzione – che il giallo sia, tra i generi letterari, un figlio minore, una formula più popolare, in grado cioè di coinvolgere maggiormente il lettore puntando sull’intrigo e sulla suspence risparmiandogli nel contempo pagine e pagine divaganti, riflessioni, approfondimenti di varia natura con cui autrici e autori vogliono lasciare un segno al di là della vicenda specifica.

È stato Roić a dissipare subito il campo: “Dostoevskij era un giallista ante litteram. Certo, consolidato dagli elementi filosofici, etici, morali, dagli interrogativi che tormentano il suo personaggio sull’esistenza stessa di Dio. Ma Dostoevskij si legge (anche) perché c’è l’elemento giallo. Raskol’nikov, protagonista di Delitto e castigo,  è etimologicamente colui che squarta”. Commette infatti un duplice omicidio: uccide con un colpo di scure la vecchia usuraia per utilizzarne il denaro a fin di bene, ma anche la sorella, presente sul lugo del delitto. Poi, certo, l’elemento noir scatena ben altro, una profondissima riflessione sulla liceità di un assassinio, sulla bontà delle leggi che regolano la convivenza tra esseri umani, sull’oscurità immanente che ci avvolge nel nostro disperato arrabattarci tra ragione e istinto. 

Secondo Roić non hanno senso le categorie valoriali che fanno del giallo una sorta di parente povero di una letteratura più alta. “Tra i padri del giallo moderno c’è Tolstoj. Anna Karenina e Guerra e pace sono costruiti sulla struttura del giallo moderno, con continue velocizzazioni seguite da puntuali rilanci. Il giallo, in letteratura, è un velocizzatore”. 

Per conocere meglio i singoli autori:

https://www.eldapianezzi.com 

https://monicapiffaretti.ch

https://galimberti.vitruvio.ch 

https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Roic 

Nell’immagine: Delitti di lago, l’ottavo volume


Le vere sanzioni puniscono gli amici

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Piangono i dialoganti delusi, dal Manzanarre al Reno. Da quando è entrato alla Casa Bianca fracassando mobili e soprammobili che stavano quieti dal tempo di George (Washington) attendono da lui una metamorfosi fisiologica: eddai! Non prendiamolo sul serio, alla fine “solidarietà– atlantica-sacra-concorrenza-fifa-di-Russia-e-Cina” ne faranno se non un uomo di Stato almeno un tipo pensoso e altruista. Ovvero uno di coloro a stelle e strisce con cui siamo abituati a flanellare dal 1945. Errore! La seconda epifania governativa di Trump è piena di disdicevoli sorprese.

Il Leviatano non è animale da salotto, agisce nel solito stile imperial-piratesco. E si inventa sanzioni strangolatorie: ma non per mettere il morso ai nemici irriducibili delle democrazie “liberal” ma agli alleati. E il guaio grosso è che un simile strumento paleolitico della politica internazionale aggiornata ad personam in questo caso funziona.

Siamo sinceri. Che cosa sono questi dazi piazzati sotto il Ben Essere di tutti gli amici dell’America, dal Giappone all’Unione europea, dall’India al Canada se non le vecchie sanzioni, quelle che una volta dovevano servire ad anchilosare le canaglie, dal Sud Africa all’Iran, dalla Russia putiniana alla Corea forse atomica? Nell’happening della geopolitica basica del Presidente è il momento di chiudere i conti anche con noi. Perché siamo i più codardi e i più vulnerabili in quanto integralisti del comfort.

Con il Terzo mondo le sanzioni consistono nel proibire l’accesso a determinati beni (con un bilancio feroce di vittime che eguaglia quello delle guerre): emendatevi o retrocederete al Medioevo. Abbiamo imposto senza batter ciglio sanzioni perfino ai tre Paesi più poveri del mondo, i saheliani! Con l’Occidente si quadra il circolo con i dazi, il ricatto funziona immiserendo i guadagni e intisichendo il Pil. Non a caso parlando dell’Unione ci definiamo con orgoglio “quattrocento milioni di consumatori”. Gli altri sono semplicemente “milioni di poveri e basta”.

Tra gli innumerevoli lavori perennemente in corso di questo “grimpeur” di affari irrisolti, intanato in bugie a tenuta ermetica, Gaza l’Ucraina l’annessione della Groenlandia, qual è quella che va sul velluto? La tosatura degli alleati.

Nulla è così simbolico della vera natura di questo egomane insofferente alle regole, quelle dell’etica, della diplomazia, della grammatica e del buon gusto. Soprattutto quando è talmente forte da mettersele sotto i piedi. Con i dazi-sanzioni Trump ha mostrato brusca efficienza pratica fornendo i prolegomeni di come si tratta con il Vecchio Continente. Ovvero i buoni a nulla, gli scrocconi del buon selvaggio americano, una nobiltà presuntuosa del censo parassitario che lo tratta come un parvenu. Per lui irrilevanti o disubbidienti.

I cultori del cosiddetto dialogo atlantico perdonano tutto al sedicente taumaturgo di Mar-a-Lago. Quando può e non si trova di fronte a problemi e avversari complicati come Putin e Xi punta la preda, adopera le ganasce eccome. Prendete la Russia. Per contare i “pacchetti” di sanzioni in tre anni e mezzo non basta il pallottoliere. Perfino gli Ayatollah sono sopravvissuti al morso sanzionatorio (e anche alle bombe che arrivano al centro della terra). Invece gli europei sono nel panico, hanno accettato l’accordo maledetto con il retropensiero di mandarlo a vuoto con le vecchie tecniche europee, astute reticenze, guerriglie da calende greche sulla convalida da parte di consigli e parlamenti opportunamente rissosi, perfino rinnegando la stretta di mano della Von der Leyen: non può decidere lei… Strepitoso machiavellismo!

Un recente studio di Lancet ha preso in esame le conseguenze della sanzioni occidentali, in particolare quelle imposte da Stati Uniti e Europa. Sono loro che ne hanno moltiplicato l’uso perché aggira la necessità di adottare mezzi di pressioni più faticosi e pericolosi nei confronti dei designati reprobi, insomma si salva la faccia e si evitano guai soprattutto quando il cattivo può provocare danni. Questo strumento si è dimostrato nella quasi totalità dei casi semplicemente inutile, una punizione collettiva per i popoli presi di mira, non per i loro dirigenti. Chi è abituato alla fame ha purtroppo capacità di resistenza quasi infinite.

I dazi-sanzioni invece mordono efficacemente economie ricche ed evolute basate sull’export. In Mali le plebi abituate alla carestia o nella Russia cementificata dalla economia di guerra non si accorgono delle sanzioni. Ma come facciamo noi a sopravvivere se tracollano le esportazioni di champagne e di automobili di lusso?


La differenza tra l’impero e il racket

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

La differenza tra un impero e un racket è che entrambi fanno pagare la “protezione” alle vittime ma il primo elabora una cortina fumogena (spesso chiamata ideologia) per giustificare le sue estorsioni, mentre il secondo no. C’è una differenza tra la Pax Romana e il pizzo.

Dovremmo quindi ringraziare Donald Trump per aver mostrato al mondo, in appena sei mesi e dieci giorni, che gli Stati Uniti di oggi si ispirano al pensiero di Totò Riina e non a quello di Alexis de Tocqueville.

Nel caos dei dazi annunciati, ritirati, modificati, modulati e interpretati una sola cosa è chiara: il resto del mondo deve sborsare e l’America deve incassare. Il che è un esempio da manuale della definizione di impero nei manuali di Relazioni internazionali: «Un meccanismo per trasferire risorse dalle periferie al centro». Solo che questo meccanismo oggi non ha una giustificazione politico-culturale, il famoso soft power americano con cui ci hanno tediato per ottant’anni, bensì ha solo la forza dalla sua parte: “Dovete pagare perché dovete pagare”. Naturalmente le minacce funzionano con chi si fa intimidire, come l’Europa: la Cina è un boccone troppo grosso.

Anche se il logorroico Trump giustifica i suoi Executive Order con la consueta nenia del deficit commerciale, la realtà è che i dazi sono un’arma puramente politica per riaffermare il ruolo dominante degli Stati uniti. Tra le decine di esempi basterà ricordare le minacce alla Colombia in febbraio: dazi del 25% o del 50% se non avesse immediatamente accettato i deportati colombiani espulsi da Washington.

Poco tempo fa, Trump ha imposto dazi del 50% sulla maggior parte dei prodotti brasiliani, escludendo alcuni settori chiave, per “punire” quella che ha definito una caccia alle streghe contro Jair Bolsonaro, ex presidente brasiliano e suo fedele alleato, processato per il tentativo di colpo di Stato dopo le elezioni del 2022 vinte da Lula.
Trump ha poi imposto dazi del 25% sulle importazioni indiane negli Stati uniti, a causa dell’acquisto da parte dell’India di grandi quantità di petrolio e armamenti dalla Russia. Ha funzionato: parte degli acquisti di greggio russo è stata sospesa o ridotta da Nuova Delhi.

Il caso del Canada è uno dei pochi in cui la minaccia di dazi del 25% ha trovato una risposta energica: il primo ministro Carey ha detto che il pretesto usato da Trump (non aver bloccato il transito di fentanyl cinese verso gli Stati uniti) era ridicolo e ha mantenuto l’idea di imporre una digital tax sugli affari dei giganti tecnologici Usa in Canada.

I mercati finanziari ieri hanno reagito con prudenza ma i dati sull’occupazione negli Stati uniti rivelano la fragilità dell’economia americana e l’inflazione rimane in agguato, ragione per cui la Fed, la banca centrale, l’altro ieri ha mantenuto i tassi invariati, nonostante le pressioni della Casa bianca per abbassarli e gli insulti di Trump al suo presidente Jerome Powell.

La realtà è, come ha scritto il premio Nobel Paul Krugman, che l’incertezza è «un enorme deterrente per gli investimenti delle imprese. Se costruisci una fabbrica basandoti sull’ipotesi che i dazi torneranno a livelli più normali, rischi di ritrovarti con un investimento bloccato nel caso in cui i dazi del 20-%25% diventino permanenti. Se invece costruisci una fabbrica supponendo che dazi elevati siano la nuova normalità, il tuo investimento risulterà comunque bloccato se Trump dovesse fare marcia indietro».

In tutto questo, l’Unione europea è riuscita anche ieri a rendersi ridicola: Don Abbondio, resuscitato nelle vesti del commissario europeo al commercio Maros Sefcovic, si è precipitato a dichiarare che i nuovi dazi statunitensi «riflettono i primi risultati dell’accordo Ue-Usa, in particolare il tetto massimo del 15% sui dazi onnicomprensivi. Ciò rafforza la stabilità per le imprese europee e la fiducia nell’economia transatlantica». Ciò rafforza la stabilità per le imprese europee… Crozza, dove sei quando abbiamo bisogno di te?


La pace sporca e la pace giusta

Chi deve pagare le conseguenze dei dazi al 39%? Non certo i cittadini e i lavoratori: le imprese incassano profitti astronomici, e l'aumento delle tariffe per loro è quasi insignificante – Di Giuseppe Sergi 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

La pace è bene in sé: non ve n’è mai abbastanza. Capita però di averne abbastanza. Quanto sembra oggi accadere a noi europei, italiani inclusi, narcotizzati da ottant’anni senza guerra. Ci chiediamo se non siano troppi. Se il privilegio di cui godiamo come nessun’altra generazione precedente stia per scadere. Debba scadere. Nel dubbio, alle armi. Riarmo da paura. Sempreverde dimenticato nell’orto del nonno. Rimbombo sinistro nelle cancellerie europee stanche di pace. Come essere in guerra senza ancora esserci. La grande rimozione rischia di riesploderci in mano perché non sappiamo più cosa sia. Perché preferiamo non saperlo.

Storia insegna che pace e guerra si inseguono da sempre, cicliche. Ma la durata dei cicli la scopriamo a posteriori, ciascuno dalla propria prospettiva, inscritta nel senso comune alla collettività cui appartiene. Unica certezza: pace e guerra non sono eterne.

La pace sporca di cui non si parla è il contrario della pace giusta di cui retoriche ufficiali e loro ufficiosi megafoni discettano, senza spiegare in cosa consista. È la pace prodotta dal compromesso. Alternativa alla resa imposta dal vincitore o alla strage infinita. È la consapevolezza che le guerre possono e debbono finire per il bene di chi sopravvive. Perché i sacrifici dei morti servano ai vivi.

Pace giusta è ossimoro. Se è pace non può essere giusta salvo nel senso del vincitore, tale in quanto lo sconfitto accetta la fine delle ostilità per mitigarne le conseguenze.

La storia è sempre in movimento, fra conflitti e tregue. Nessuno può imporsi senza che altri reagiscano né arretrare senza che altri avanzino. Guerre e paci descrivono un continuum nel quale gli attori portano con sé tutta la linea della loro vita, che s’incontra e scontra con le altrui. Non necessariamente in armi. Sanzioni e controsanzioni, attacchi cyber e lavaggi di massa dei cervelli producono nel tempo effetti altrettanto micidiali delle bocche da fuoco. La ricerca infinibile della pace giusta significa guerra permanente. Senza scopo che non sia sé stessa. Male in sé: ve n’è sempre troppa.

Senza pace, ovvero tregua, non si dà giustizia. Finché si combatte vige la forza. Per stemperarla urgono compromessi. Incerti, ambigui, financo repulsivi. Pur sempre vita. Perfettibile, a differenza della morte.

Nel mondo gravido di apocalisse l’alternativa alla guerra è la pace sporca. Nel doppio senso, aggettivale e verbale. L’aggettivo indica il tacere delle armi sulla soglia della distruzione totale, strutturato in competizione tra attori disponibili a sacrificare “irrinunciabili” princìpi per scongiurare la guerra fuori tutto. Il verbo ci ricorda che la pace necessita manutenzione. Ti devi sporcare le mani. Scegliere fra mali minori. Oliare le frizioni fra interessi e impulsi opposti.

Conta stabilire una rotta che eviti la fusione dei “pezzi di guerra mondiale” evocati da papa Francesco in uno solo, totale e finale. Imperfettissima, provvisoria pace “impura”, “non tranquilla”, nell’elegante definizione che ne diede tre anni fa Emmanuel Macron. Sì, proprio lui, oggi volenteroso alfiere della sfida militare alla Russia in soccorso dell’Ucraina invasa. Talvolta i bluff si autoavverano.