Gaza, Liliana Segre: “La parola genocidio è troppo carica di odio e viene usata per vendetta”

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 

Di Zita Dazzi, La Repubblica

Da molto tempo, la senatrice a vita Liliana Segre evita con attenzione ogni occasione di sovraesposizione pubblica. Vittima di violenti attacchi personali e di minacce antisemite, ha preferito ridurre all’essenziale ogni suo intervento sulla guerra a Gaza. Non fosse altro per non offrire occasioni a chi conosce e sa parlare solo la lingua dell’odio. Ma le parole di David Grossman, nella sua intervista di ieri a Francesca Caferri su questo giornale, sono un’occasione che la convince a uscire dal suo doloroso silenzio.

Senatrice, Grossman dice: “Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi”. Si riconosce anche lei in queste parole, in questo stato d’animo?

«Non faccio dichiarazioni da mesi perché mi sono chiusa nella mia amarezza smisurata per ciò che vedo nei telegiornali. Però l’intervista a David Grossman mi spinge a fare alcune considerazioni. Al di là del titolo, le sue riflessioni sono pienamente condivisibili. Il suo è un caveat: “Siamo abbastanza forti per resistere ai germi del genocidio?”».

Condivide dunque anche lei il “sentimento di inevitabilità” cui fa riferimento lo scrittore israeliano nell’usare il termine “genocidio” quando si parla della distruzione di Gaza?

«Quello di Grossman è un ammonimento giusto perché, quando si arriva ad affamare una popolazione – per quanto le responsabilità siano condivise con Hamas (e anche questo Grossman lo dice) – il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Ed è veramente straziante per me vedere Israele sprofondato in un simile abominio, con alcuni ministri fanatici che, con gli occhi fuori dalle orbite, gridano propositi di virulenta disumanità, oppure con gruppi di coloni che compiono vergognose azioni squadristiche ai danni di palestinesi inermi in Cisgiordania».

Lei qualche mese fa aveva contestato l’abuso che si fa della parola “genocidio” in riferimento a Gaza ricordando che l’origine di questo termine è associata alla Shoah.

«Anche David Grossman, con la sua eccezionale sensibilità, avverte il pericolo dell’uso strumentale e parossistico dell’anatema “genocidio” che fin dal giorno successivo al 7 ottobre viene fatto qui in occidente. E infatti dice “Dobbiamo trovare il modo per uscire da questa associazione fra Israele e il genocidio. Prima di tutto, non dobbiamo permettere che chi ha sentimenti antisemiti usi e manipoli la parola “genocidio”».

Dunque, quale rischio vede nel definire “genocidio” le stragi di civili, i crimini di guerra e la carestia che stanno quotidianamente uccidendo migliaia di innocenti a Gaza?

«Se in Israele il problema è quello di arrestarsi sull’orlo dell’abisso, qui in Europa il problema è duplice: aiutare israeliani e palestinesi che in quell’abisso rischiano di sprofondare, ma al tempo stesso non far dilagare qui la barbarie culturale che un acritico arruolamento su uno o sull’altro dei due fronti più estremi sta producendo. Per questo mi sono sempre opposta e continuo ad oppormi a un uso del termine genocidio che non ha nulla di analitico, ma ha molto di vendicativo. È uno scrollarsi di dosso la responsabilità storica dell’Europa, inventando una sorta di contrappasso senza senso, un ribaltare sulle vittime del nazismo le colpe dell’Israele di oggi dipinto come nuovo nazismo».

Non pensa che Benjamin Netanyahu e il governo che lo sostiene, di fronte agli occhi dei palestinesi innanzitutto, ma anche degli ebrei che non condividono le scelte di Israele, portino la drammatica responsabilità dell’odioso rigurgito nel mondo di un sentimento antisemita?

«Su questo bisogna essere chiari. Israele non è né l’erede né il rappresentante degli ebrei europei vittime della Shoah: non deve usare quello scudo per giustificare qualunque suo eccesso, ma non deve neanche essere usato come pretesto per tornare ad odiare il popolo ebraico e perfino le vittime di 80 anni fa. Israele è stato una risposta alla Shoah: lo stato-rifugio che avrebbe garantito l’adempimento di quel giuramento: “mai più”. Il trauma patito dagli israeliani il 7 ottobre non si capisce se non si ha chiaro questo: è stato lo shock di vedere di nuovo assassinare e rapire casa per casa donne, vecchi e bambini proprio dentro quel rifugio che era stato costruito perché non potesse mai più accadere».

A proposito di antisemitismo, lei si è detta più volte del tutto scoraggiata. Ma non pensa che proprio la presa di posizione, dentro e fuori Israele, di persone come David Grossman possa contribuire a spezzare questa catena dell’odio?

«L’abuso di “genocidio” che dal primo giorno viene fatto qui, il compiacimento, l’isterica insistenza per imporlo a chi non lo condivide – e in primo luogo a tutti gli ebrei – è un fatto morboso che, appunto, come avverte Grossman scaturisce da “sentimenti antisemiti”, magari inconsci. Si percepisce chiaramente un sottofondo di questo tipo: “mi avete seccato per decenni con il Giorno della Memoria? e adesso mi prendo la rivincita e vi grido in faccia “genocidio, genocidio, genocidio …”. E i risultati si vedono, adesso perfino negli autogrill».

Dopo la Francia, molti altri Paesi nel mondo hanno annunciato di voler riconoscere la Palestina come Stato sovrano. Grossman sembra nutrire una qualche speranza che questo sia il possibile percorso in grado di cambiare l’inerzia del dramma cui stiamo assistendo. Lo crede anche lei?

«Anche sullo Stato palestinese sono d’accordo con lui. Sono sempre stata a favore di “Due popoli, due Stati”. Le condizioni indicate dal presidente Macron sono lungimiranti e, se attuate, garantirebbero una convivenza pacifica dei due Stati uno accanto all’altro, non uno al posto dell’altro».


Anna Foa: “Aspettavo le sentenze ma ora mi unisco a Grossman, a Gaza è un genocidio”

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 

Di Raffaella De Santis, La Repubblica

Non c’è un passaggio dell’intervista rilasciata da Grossman a Repubblica che Anna Foa non condivida, a cominciare dalla parola genocidio che in bocca al grande scrittore israeliano suona come l’accusa più grave perché non tacciabile certo di pregiudizio di parte. Foa da tempo è in prima linea nella critica al governo Netanyahu e molte delle sue riflessioni su Israele le ha esposte in un recente libro dal titolo esplicito Il suicidio di Israele (Laterza), vincitore del Premio Strega Saggista.

Da storica come giudica la presa di posizione di Grossman?

«Grossman parla di genocidio con un dolore infinito. Un dolore che è anche il mio. Per molto tempo mi sono detta che sul genocidio bisognava aspettare si pronunciasse il Tribunale internazionale, ora credo sia arrivato il momento di avere il coraggio di usare quella parola».

È una parola bandita perché rimanda alla Shoah?

«Per un ebreo israeliano solo evocare quella possibilità è terribile, spalanca la porta a fantasmi del passato. E se sei un soldato ti fa interrogare su quello che stai facendo. Deve essere una cosa tremenda dover rispondere a ordini disumani come sparare sulla folla di civili. Ora nell’esercito per fortuna si sta diffondendo una certa opposizione all’obbligo dell’obbedienza. Circola un video in cui si vedono soldati giovanissimi che bruciano le cartoline precetto».

Si sta creando una frattura dentro l’esercito israeliano?

«Nell’Idf ci sono reparti formati solo da coloni e c’è una forte penetrazione di estremisti religiosi. Gente che non considera l’uccisione di arabi civili come qualcosa che solleva problemi etici. Ma pensiamo a quanto devono soffrire quei soldati costretti a eseguire ordini che non considerano giusti. Oggi Grossman ha sventolato per tutti la bandiera nera. Sa di che si tratta?».

Probabilmente non è il simbolo anarchico, ma dica lei, spieghi meglio per favore.

«In Israele la bandiera nera è il simbolo di un ordine ingiusto. Rimanda al massacro di Kafr Qasim compiuto il 29 ottobre 1956 dalle forze israeliane contro donne, bambini e civili arabi israeliani. Nella sentenza si diceva che nessun militare può essere perseguito penalmente se ha disobbedito a un ordine illegale. La bandiera nera da allora evoca questo rifiuto».

Anche a lei sembra che sono ancora poche le sollevazioni degli ebrei contro quello che sta accadendo?

«Grossman dà una spiegazione che fa riflettere. Dice: “perché non vedere è più facile”. La gente ha paura di parlare. Credere alla paura e all’odio è più semplice. Nel mondo ebraico della diaspora non mi pare si stiano levando molte voci di denuncia. È vero però che in Israele le manifestazioni di protesta vanno crescendo di giorno in giorno. Per le strade sfilano ebrei con i volti dei bambini assassinati a Gaza. Ho visto un video in cui una ragazza di Gerusalemme girava in macchina gridando al megafono “i bambini sono bambini”. Qualcosa sta cambiando. Che non sia sufficiente per determinare un rovesciamento completo dell’opinione pubblica è possibile».

L’uccisione di tanti civili può mai essere una risposta all’orrore del 7 ottobre?

«Di fronte a quello che succede a Gaza anche il ricordo del 7 ottobre purtroppo sbiadisce. La popolazione palestinese ormai è concentrata nel 12 % della Striscia e l’esercito spara su quelli che aspettano il cibo e l’acqua, compresi i bambini. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha) ha in queste ore diffuso un video in cui mostra l’Idf sparare contro civili palestinesi seduti ad aspettare aiuti umanitari».

È questo il suicidio di Israele di cui parla nel suo libro?

«È suicidio l’isolamento e la fascistizzazione del Paese, la perdita di etica e di qualunque morale. È suicidio un’idea di suprematismo ebraico che giustifica qualunque scelta in nome della sicurezza di Israele. È suicidio seguire gli insegnamenti religiosi messianici che vorrebbero la Grande Israele. Vedere nell’altro sempre il pericolo è un’idea paranoica alimentata dalla paura».

La proposta di Macron di riconoscere lo Stato palestinese la convince?

«Certo ma andrebbe accompagnata da altre forme di pressione per porre fine a questo genocidio. Bisogna sospendere la vendita di armi e arrivare a un blocco di tutti i rapporti economici. Il popolo israeliano vuole la creazione di uno Stato palestinese e la fine dell’Occupazione. E soprattutto vuole vivere in un Paese democratico».

E Hamas in tutto questo? Pensa che questa guerra spietata riuscirà ad estirparne il dominio?

«Hamas è un’organizzazione terrorista e deve essere resa innocua, non c’è dubbio. Ma in 22 mesi di guerra non mi pare che l’obiettivo sia stato raggiunto. Per distruggerla ci vogliono le trattative. Non dimentichiamo inoltre che Netanyahu ha appoggiato Hamas a lungo considerandola più gestibile dell’Olp».

La soluzione è quella dei due Stati, alla quale Grossman stesso continua a credere?

«Non c’è alternativa. Mi piacerebbe due popoli in uno Stato come nell’idea dei sionisti un secolo fa, ma non mi sembra praticabile. Mi lasci però citare le parole con cui Grossman chiude la sua intervista: “Il nostro cuore è nel posto giusto: e batte in una realtà che è senza cuore”».


La notte immobile di Gaza

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 

Di Sylvain George, il manifesto

«Si possono bruciare i bambini senza che la notte si muova», Robert Antelme.

Quello che sta accadendo oggi a Gaza non rientra soltanto nella categoria dei crimini di guerra, o dei massacri a scopo genocidario. Si tratta di un evento strutturale, un momento in cui le categorie moderne del diritto, della storia, dell’immagine, della memoria e del soggetto vengono disattivate dall’interno.

Quando i bambini sono colpiti uno ad uno dai bombardamenti aerei, ridotti in cenere o in frammenti, quando esplodono nelle loro culle o bruciano fra le macerie, quando una donna muore col suo bambino in un corridoio umanitario, quando un ferito che chiede aiuto viene colpito da un attacco mirato, non si tratta più di una logica di dominio o di una politica del terrore.

L’obiettivo non è solo la distruzione di un individuo, ma la possibilità stessa che quella vita abbia contato, che sia stata riconoscibile, trasmissibile, che sia degna di essere pianta.

La morte dei bambini palestinesi è fondamentale nell’attuale assetto coloniale. Ha un triplice effetto. La distruzione fisica: riduzione in cenere, polverizzazione dei corpi, cancellazione dei registri civili, scomparsa di intere famiglie nei campi di aiuti umanitari. La cancellazione simbolica: scomparsa del nome, dissoluzione dell’individualità, produzione di immagini senza destinatario. L’inibizione della memoria: saturazione delle rappresentazioni, dissociazione affettiva, soffocamento statistico, trasformando il dolore in uno spettacolo anestetizzante secondo la stessa logica dell’estetizzazione politica che Benjamin riconosceva nei regimi fascisti.

L’atto di bruciare, frammentare, cancellare condensa la forma contemporanea del potere. È costituito da violenze che intrecciano la brutalità mitico-religiosa riattivando le logiche sacrificali, le eccezioni bibliche e la sacralizzazione della terra; e dalla violenza secolarizzata, fondata sulla gestione delle frontiere, il diritto differito, la neutralizzazione algoritmica. La modalità micro-mirata del massacro è il suo nucleo teorico: colpire i bambini, uno dopo l’altro; uccidere le donne, una dopo l’altra; cancellare intere famiglie, non in un’astrazione strategica, ma in un’operazione visibile, ripetuta, metodica. Ogni missile lanciato per uccidere un solo essere umano, ogni nome cancellato dai registri civili, ogni corpo bruciato al punto da diventare irriconoscibile non è un eccesso di potere ma la forma stessa della biopolitica contemporanea.

È qui che il pensiero deve esporsi. In questa scena dove la razionalità tecnologica incontra la volontà sacrale di cancellare, dove ogni distruzione individuale è in realtà la fine di un intero mondo, e non un mondo generico ma il mondo possibile che quell’essere portava dentro di sé.

Questi bambini sono bambini-bersaglio: impossibili da inserire in una memoria comune, ogni colpo di precisione cancella le tracce di indirizzo o filiazione. Bambini-interrotti: portatori di un futuro ridotto al silenzio prima ancora di realizzarsi, figure di un linguaggio e di una parola interrotti prima ancora di essere pronunciati. Bambini-cancellati: singolarità dissolte in una fabbrica di anonimato, senza nome da trasmettere, senza immagine da riconoscere, senza storia da tramandare.

Questi bambini colpiti, feriti, dilaniati, smembrati non sono figure astratte ma corpi reali strappati al mondo, soggetti che vanno oltre ogni designazione biologica o compassionevole e provocano una rottura con questi due tipi di inquadramento dominanti. La loro uccisione ripetuta e sistematica mette a nudo ciò che è diventata Gaza. Non semplicemente un teatro di guerra, ma un luogo di cancellazione, dove non si uccide per conquistare ma per annientare. Ciò che rivela lo sterminio di questi bambini è la fusione contemporanea tra un messianismo religioso attivo (terra promessa, guerra santa, mito delle origini) e una razionalità secolarizzata dell’omicidio (calcolo tecnologico made in Usa, soglia di proporzionalità convalidata dall’Ue, neutralità giuridica dell’Onu). L’atto di uccidere si presenta qui come un gesto legittimo, amministrato, profetico e algoritmico. Un’operazione fredda e fervida allo stesso tempo.

L’uccisione di questi bambini non sospende una vita, ma distrugge ciò che permetterebbe a quella vita di entrare in una narrazione, in un diritto, in una memoria, in un’identità. È il punto cieco dell’ordine mondiale. Essa nomina ciò che l’Occidente, nella sua complicità attiva o nel suo silenzio strategico, rifiuta di guardare: non più il crollo del diritto, ma la produzione industriale di un’assenza. Laddove il potere coloniale non può tollerare ciò che Frantz Fanon chiamava un eccesso di umanità, cioè l’affermazione di un’esistenza pienamente umana mentre l’ordine coloniale riconosce solo oggetti da dominare, negare o cancellare, mette in atto un’operazione di neutralizzazione sistematica: la scomparsa dei nomi, la cancellazione degli archivi, l’elusione delle immagini, l’annullamento della memoria.

Ecco alcune scene di devastazione: intere famiglie massacrate nei campi dopo essere state sfollate innumerevoli volte; bambini orfani, alcuni dei quali di appena quattro o cinque anni, che vagano tra le rovine; bambini uccisi mentre trasportano cisterne d’acqua; centinaia di persone affamate uccise mentre aspettano la distribuzione di un po’ di aiuti alimentari; migliaia di cadaveri sepolti sotto le macerie…

E si arriva a questo: cani randagi, affamati tra le macerie, abbandonati al degrado delle rovine, che dissotterrano e divorano i morti sepolti. Una scena estrema, non di un crollo simbolico, ma di una disintegrazione attiva, dove i confini tra vivo e morto, umano e non umano, sono assorbiti in una logica di distruzione organizzata. Quegli stessi cani, che Michaux definiva il nostro ultimo rifugio, diventano gli agenti involontari di un rovesciamento programmato.

Questa profanazione non ha nulla di casuale. È l’effetto di una politica di desoggettivazione portata alle sue estreme conseguenze, che riprende, in forme secolarizzate, le tecniche naziste di dislocazione e cancellazione, oggi integrate nella gestione militare e giuridica israeliana. Fino a questo punto, tutto è organizzato per rendere impossibile la fiducia, l’immagine, l’indirizzo. Una scena che in un racconto sulla Shoah susciterebbe terrore, qui si verifica in diretta, senza che la storia vacilli.

Gaza è il laboratorio visibile di un nuovo regime di scomparsa, una macchina per disattivare la vita, per incorporare la distruzione nel linguaggio del diritto, per elevare la saturazione a principio di neutralizzazione.

Tuttavia, qualcosa rimane, non come traccia, ma come tensione irriducibile. È ciò che chiamiamo: l’Inalterabile vulnerabile.

L’inalterabile vulnerabile non designa qui un soggetto, un’essenza, una soggettività assegnabile o ripristinabile, ma un residuo irriducibile, un «operatore» di disgiunzione, sulla scia degli undercommons di Stefano Harney e Fred Moten; ciò che, anche se annientato, impedisce la chiusura simbolica del crimine; e che tutto sia riparato, classificato, archiviato, dimenticato. Ciò significa pensare a partire da una frattura viva, da un luogo in cui la soggettivazione è impedita ma irriducibilmente persistente. Questo luogo è senza fondamento, senza riconciliazione, senza ontologia, è un punto di resistenza immanente.

Non si tratta di documentare la violenza secondo i propri termini, il proprio regime di intelligibilità e di produrre immagini compatibili con l’economia umanitaria o l’indignazione spettacolare. Ma di documentare contro la cancellazione, di fissare ciò che il potere vuole rendere inaccettabile, cioè i nomi cancellati, i corpi senza sepoltura. Documentare diventa quindi un atto di disobbedienza epistemica, o come sottrarre prove al regime scopico dominante per trasformarle in armi di disarticolazione concettuale. Si tratta di pensare Gaza non come un disastro localizzato, ma come l’agente critico di un mondo in cui l’archivio non ripara più, in cui il diritto legittima la cancellazione, in cui l’immagine non fa più rottura.

Rendere oggi Gaza una «causa universale» dopo mesi di negazione, diffamazione e criminalizzazione di coloro che cercavano di denunciare la situazione, appare spesso come un preludio al voltafaccia, un consenso tardivo prodotto sulle macerie di un silenzio iniziale, mentre l’Unione Europea finanzia i bulldozer, gli Stati Uniti forniscono le bombe a frammentazione e il diritto internazionale tace. Ma il pensiero non può seguire questa curva. Deve rifiutare il consenso retrospettivo. Deve designare lo sterminio per quello che è, cioè non come fatto, ma come dispositivo, come un’operazione di disattivazione del dicibile, sotto gli occhi di tutti.

Non basta attestare. Bisogna nominare, senza alcun dubbio. Non per racchiudere il reale in un quadro di significato, ma per arrestarne le coordinate istituite. Solo a questo prezzo il pensiero può mantenersi nell’intervallo stesso della catastrofe. Un pensiero di disgiunzione, di interruzione, del resto.

È importante rifiutare l’ontologizzazione della violenza. Pensare a Gaza non significa né mistificare il disastro né invocare l’indicibile o l’irrappresentabile. Ciò che è in gioco non è un non-mondo astratto, né una falla ontologica nell’Essere, ma un processo storico situato, organizzato; un assetto politico, tecnologico, giuridico, teologico-coloniale. Lungi da ogni pensiero essenzialista, si tratta di disattivare i quadri che sacralizzano la devastazione, che questi assumano la forma di un silenzio sacro, di una sofferenza intrasmissibile o di un crollo dell’umano in generale. La disobbedienza teorica consiste qui nel mantenere il disastro nell’ordine della condivisione, anche se sfigurato, nel renderlo un fattore critico, non un orizzonte ontologico.

All’ontologia dell’inumano bisogna opporre un pensiero profano dell’annullamento, una cartografia dei dispositivi di delegittimazione e una politica del resto, del nome, dell’indirizzo. Gaza non è l’altro nome del nulla, ma il luogo di una battaglia materiale contro la stessa condivisione del mondo.

Ciò che è stato distrutto a Gaza non può essere riparato. Non bisogna riparare. Bisogna impedire che venga richiuso ciò che deve rimanere aperto, non come pura negatività, ma come forza critica. Una forza critica non fondatrice, senza trascendenza, ma profana; una lacerazione situata, irriducibile, che sfida i quadri stabiliti del visibile, del dicibile, della condivisione. Pensare a partire da questa lacerazione, considerare questo punto non come una verità rivelata, ma come un luogo di destabilizzazione, come una tensione viva all’interno di ciò che si pretende stabile, come una faglia attiva in ogni verità costituita, nel cuore di ogni legittimazione: questo è il compito. Ciò che persiste, irreparabile, imprescrittibile, non reclama né debiti né promesse. Rende ogni riparazione illusoria e ogni chiusura criminale.

I bambini bruciano senza che la notte si muova, se non dalla veglia profana che sfida la cancellazione.
Antelme aveva ragione.

Nell’immagine: la madre stringe a sé il corpo di Mayar Abu Odeh, otto anni, uccisa dai bombardamenti israeliani a Gaza. Ospedale di Al-Shifa – 


Dazi al 39%, la Svizzera paga ancora il conto per le manovre delle grandi banche

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 

I dazi doganali al 39% imposti da Trump sulle importazioni di prodotti svizzeri sono da intendere come un incentivo per l’industria farmaceutica elvetica a ridurre i propri prezzi di vendita nel mercato statunitense, che pesano nelle tasche della popolazione e gravano sulla finanza pubblica degli Stati Uniti.

Un secondo fattore di questa punizione inferta alla Svizzera è dato dal disimpegno delle grandi banche svizzere, in primis UBS, sul mercato finanziario statunitense dopo il crollo di Credit Suisse nel marzo 2023. Sia i titoli di stato sia i prodotti finanziari dell’economia privata statunitense sono stati via via venduti da queste banche, che si sono orientate verso altre piazze finanziarie, soprattutto quelle asiatiche, indebolendo perciò anche il tasso di cambio del dollaro, che aumenta il tasso di inflazione negli Stati Uniti e, di riflesso, l’onere del debito pubblico americano.

Un ultimo motivo di questi dazi elevati è la convinzione di Trump che la Svizzera abbia manipolato il tasso di cambio della propria moneta nazionale, tramite gli interventi della Banca nazionale svizzera sui mercati valutari e con l’adozione di tassi di interesse molto bassi, addirittura negativi nel periodo 2015–2022.

Le prospettive a breve-medio termine per l’economia svizzera e, a maggior ragione, per quella statunitense appaiono cupe e ci saranno ancora diversi scossoni anche nella finanza di mercato, che però probabilmente non faranno cambiare rotta all’Amministrazione statunitense nei prossimi mesi.

Il futuro non è prevedibile, ma appare sempre più incerto e problematico per l’economia globale, con il rischio di una ulteriore escalation anche sul fronte geopolitico internazionale.

Nell’immagine: un fotogramma dallo spiritoso “biglietto di ringraziamento” di Svizzera Turismo Donald Trump


Primo agosto col botto

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 


Il mondo di Trump strapazza il modello di successo svizzero

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 

Di Peter Blunschi, Watson

A Berna, la Confederazione è rimasta con il fiato sospeso negli ultimi tempi e nel bel mezzo delle vacanze. Il 4 luglio, giorno dell’indipendenza americana, il Consiglio federale ha approvato una dichiarazione d’intenti congiunta nel conflitto doganale con gli Stati Uniti. Mancava solo la firma del presidente Donald Trump. Ma ha lasciato stufare la politica bernese. A quanto pare non crede nello “Switzerland First”.

Il Consiglio federale non ha lasciato nulla di intentato per “leccare i piedi” a Trump. Allo stesso tempo, la scadenza fissata dal Presidente degli Stati Uniti per un accordo doganale si avvicinava sempre di più. Tra tutti i giorni, c’era il 1° agosto, giorno festivo per la Svizzera. L’annuncio di Trump ha superato anche i peggiori timori: una “tariffa monstre” del 39%!

Il Consiglio federale ha reagito con «grande rammarico». Già in precedenza, la presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter aveva lasciato trasparire una certa impotenza in un’intervista alla RTS in occasione della festa nazionale: «La Svizzera è un piccolo Paese. Non siamo una superpotenza. Abbiamo un certo potere economico, ma non politico. Dobbiamo conviverci». E ha aggiunto con tono di sfida: «Ma non dobbiamo nemmeno sminuirci».

Tipico mix elvetico

In queste parole della ministra delle finanze del PLR si potrebbe riconoscere un tipico mix elvetico di senso di superiorità e latente complesso di inferiorità nei confronti del mondo esterno. Il politologo Michael Hermann lo aveva descritto quasi dieci anni fa nel suo libro «Was die Schweiz zusammenhält» (Cosa tiene unita la Svizzera), ancora oggi degno di essere letto.

La questione della coesione nazionale continua a tormentare Hermann. Il suo istituto Sotomo conduce un barometro su incarico di Feldschlösschen. Nell’ultima edizione, pubblicata puntualmente il 1° agosto, è stato chiesto quale fosse l’ideale della Svizzera. Al primo posto si è classificato il modello di successo politico, seguito dal modello di successo economico.

Il trumpismo di Blocher

La «doppia affermazione» non è casuale. Il termine «modello di successo» è associato da molti alla Svizzera, e non solo all’interno del Paese. E a ragione. Proprio in questo momento, in cui esponenti vicini a Trump hanno dichiarato «guerra» alla democrazia costituzionale persino nella loro patria, gli Stati Uniti, la Svizzera appare come un caso speciale.

Il nostro sistema democratico consente un alto grado di partecipazione e, nonostante ciò o proprio per questo, è orientato alla stabilità. In un governo composto da sette membri con pari diritti, una persona come Donald Trump avrebbe vita difficile. Christoph Blocher ci ha provato, ma la sua espulsione dopo quattro anni ha dimostrato la solidità del sistema svizzero.

Economia resiliente

Il populismo di destra incarnato dall’UDC di Blocher ha preso piede in Svizzera prima e con più forza che altrove. Ha ripetutamente cercato di attaccare il sistema e di sottomettere la giustizia alla «volontà popolare». In questo modo, l’UDC ha perseguito lo stesso obiettivo di partiti simili in paesi come la Polonia o l’Ungheria, ma a differenza di questi ultimi ha sempre fallito.

Dal punto di vista politico, la Svizzera può quindi essere definita un modello di successo. Lo stesso vale per l’economia, che nonostante l’alto livello dei salari e dei prezzi si è dimostrata resiliente alle turbolenze monetarie e di altro tipo. È quasi dimenticato che ci sono stati anche altri tempi: gli anni ’90 sono stati un decennio perduto per l’economia svizzera.

Una Svizzera beneficiaria della globalizzazione

In parole povere, il ritorno al successo è stato possibile grazie alle tasse basse e alla specializzazione. E perché la Svizzera ha beneficiato come nessun altro paese della globalizzazione basata su regole. Il suo «motore» è stata l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Ma oggi dalla sede centrale di Ginevra giungono solo parole di incoraggiamento. L’OMC è ormai quasi incapace di agire.

Ciò non è dovuto solo alla visione mercantilistica dell’economia di Donald Trump, orientata alla bilancia commerciale. Con i suoi dazi, egli sta cercando di piegare il sistema a favore degli Stati Uniti. Ma anche l’adesione della Cina all’OMC nel 2001 è stata, col senno di poi, un errore, perché Pechino accetta solo le proprie regole nel commercio mondiale.

Forze centrifughe interne

La Svizzera, che secondo Keller-Sutter possiede «un certo potere economico, ma non politico», rischia di finire stritolata. La sua ricetta per il successo, ovvero mettersi d’accordo con tutti in qualche modo, potrebbe raggiungere i suoi limiti. Il sistema funziona ancora, ma la pressione aumenta. E gli accordi di libero scambio portano al massimo un sollievo puntuale.

Anche il modello politico di successo è sempre più messo a dura prova. Ciò è dovuto meno alle pressioni esterne che alle forze centrifughe interne. Tra i sostenitori dell’UDC nelle campagne e gli «urbanisti» di sinistra e verdi ci sono sempre meno punti di contatto. La situazione non è ancora così grave come negli Stati Uniti, dove la divisione è enorme, ma sta andando in questa direzione.

L’UDC contro tutti

Le dimensioni ridotte della Svizzera impediscono che si crei un divario troppo profondo tra i diversi mondi, ma dal punto di vista ideologico ci si sta allontanando sempre più. Lo dimostra, oltre al barometro di Sotomo, uno studio commissionato da Pro Futuris, il think tank della Società svizzera di pubblica utilità (SGG), nota come «padrona di casa» sul prato del Grütli.

Secondo lo studio, gli elettori dell’UDC «si differenziano nettamente dal resto della popolazione su diversi punti». Preferiscono la neutralità e l’indipendenza alla cooperazione internazionale e considerano la politica ambientale una questione di tutela del paesaggio piuttosto che di protezione del clima. I punti di contatto con il movimento MAGA di Donald Trump sono innegabili.

Nostalgia borghese

Un altro dato interessante è che una netta maggioranza apprezza la politica svizzera per la sua orientamento al compromesso e al consenso. Tuttavia, gli elettori dell’UDC e del PLR sono gli unici a pronunciarsi a favore della prevalenza della maggioranza. Ciò denota una nostalgia per l’epoca in cui i borghesi dettavano la linea politica.

Ma le cose sono cambiate. Oggi, nelle votazioni popolari trovano consenso temi di sinistra che fino a pochi anni fa sarebbero stati respinti con forza. La iniziativa sulla responsabilità delle imprese, che è stata bocciata solo per un margine risicato, ha colpito duramente i borghesi. Il colpo di grazia è stato il sì alla 13ma mensilità AVS, che molti non hanno digerito.

Un nuovo pacchetto di misure di risparmio

Come «reazione di sfida», la maggioranza borghese in Parlamento tende, nell’attuale legislatura, a prendere decisioni affrettate, in parte in contraddizione con i risultati delle votazioni popolari. In questo modo mettono a dura prova il modello di successo, e la disputa sulle finanze federali aggrava il problema. Secondo Tamedia, Karin Keller-Sutter sta già preparando un nuovo pacchetto di misure di risparmio.

L’irrigidimento sul freno all’indebitamento potrebbe rivelarsi un boomerang per la Svizzera, anche se un allentamento non sarebbe una passeggiata. A un certo punto anche gli Stati Uniti di Donald Trump potrebbero chiedersi quanto sia forte la «volontà di difesa» della Svizzera. La nostra indignazione per l’esplosione dei costi del caccia F-35 non li scalfisce minimamente.

Relazioni regolari con l’Europa

Le relazioni con l’estero metteranno a dura prova il nostro modello di successo nei prossimi anni. Ciò riguarda la difesa e, non da ultimo, i nuovi trattati UE. L’irrazionalità del dibattito non fa presagire nulla di buono per le battaglie in Parlamento e davanti all’elettorato. Potrebbe mettersi male come con lo Spazio Economico Europeo nel 1992.

Eppure la Svizzera dovrebbe avere tutto l’interesse a mantenere relazioni regolari con gli europei. Orientarsi verso gli Stati Uniti e la Cina potrebbe rivelarsi un errore. Chi può dire se dopo Donald Trump tutto andrà meglio? La Svizzera ha buone possibilità di salvare il suo doppio modello di successo per il futuro. Ma anche in questo caso vale il principio: nulla è fatto per l’eternità.

Traduzione a cura della redazione


Trump: l’estate dello scontento?

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 

ISPI,Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

A sei mesi dall’inizio della sua seconda presidenza, Trump sta ottenendo esattamente ciò che vuole su molti fronti. Sta scardinando il sistema globale di libero scambio, stringendo accordi commerciali che validano la sua tecnica di bullizzare gli interlocutori e ha strappato promesse di un enorme aumento della spesa militare ai membri della NATO. Allo stesso modo, dentro gli Stati Uniti, il presidente ha costretto il Congresso e le grandi università a sottomettersi. Costretto studi legali privati a svolgere attività pro bono in suo favore e usando il sistema giudiziario come arma contro i suoi nemici. Di fatto ha sigillato il confine meridionale e dichiarato guerra agli immigrati irregolari sui due lati della frontiera. Eppure, sembra lecito chiedersi: quelle che il presidente americano esibisce come “vittorie” lo sono per il popolo americano o per se stesso? Con il passare dei mesi, la guerra a Gaza che doveva risolversi “in 24 ore” si è trasformata in una crisi umanitaria spaventosa e insopportabile agli occhi del mondo. Mentre ogni nuovo ultimatum a Putin sembra più dettato dalla disperazione che da una strategia diplomatica. Sul fronte interno, poi, si fa strada un malcontento strisciante per l’aumento dei prezzi. A tenere insieme tutto è ancora il carisma del leader, ma le crepe iniziano ad allargarsi e il caso Epstein – l’imprenditore amico Trump condannato per abusi sessuali e accusato di traffico di minorenni, morto in carcere sei anni fa – rischia di diventare la falla di troppo.


Grossman: “È genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo”

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Nel tempo intercorso fra il primo contatto per questa intervista e il momento in cui è effettivamente avvenuta, meno di 24 ore, aGaza sono morte 103 persone: 47 mentre cercavano di raggiungere aiuti alimentari, sette di fame, le altre in diverse operazioni militari israeliane. David Grossman ha letto, come chi scrive, le cifre su Haaretz: e da qui parte questo colloquio. Dettato, ci spiega, da un sentimento di «inevitabilità. Sento l’urgenza interiore di fare la cosa giusta, e questo è il momento per farla – ci spiega –. Qualche volta si riescono a capire veramente le cose solo parlandone».

Partiamo dai numeri: quando legge le cifre dei morti a Gaza, lei cosa pensa?

«Sto male. Anche se so che quei numeri passano attraverso il controllo di Hamas e che Israele non può essere l’unico colpevole di tutte le atrocità a cui assistiamo. Nonostante ciò, leggere in un giornale o ascoltare nelle conversazioni con gli amici in Europa l’accostamento delle parole “Israele” e “fame”; farlo partendo dalla nostra Storia, dalla nostra presunta sensibilità alle sofferenze dell’umanità, dalla responsabilità morale che abbiamo sempre detto di avere verso ogni essere umano e non soltanto verso gli ebrei… tutto questo è devastante. E mi manda in confusione: non dal punto di vista morale, ma personale. Mi chiedo: come siamo potuti arrivare a questo punto? A essere accusati di genocidio? Anche solo pronunciare questa parola, “genocidio”, in riferimento a Israele, al popolo ebraico: basterebbe questo, il fatto che ci sia questo accostamento, per dire che ci sta succedendo qualcosa di molto brutto. Una volta un giudice della Corte suprema israeliana ha detto che il potere corrompe, e che il potere assoluto corrompe in modo assoluto. Ed ecco, ci è successo: l’Occupazione ci ha corrotto. Io sono assolutamente convinto del fatto che la maledizione di Israele sia nata con l’Occupazione dei territori palestinesi nel 1967. Forse la gente è stanca di sentirne parlare, ma è così. Siamo diventati molto forti dal punto di vista militare e siamo caduti nella tentazione generata dal nostro potere assoluto e dall’idea che possiamo fare tutto».

Ha usato la parola proibita: “genocidio”. In un articolo uscito qualche giorno fa su Haaretz, la giurista israeliana Orit Kamir ha definito quello che sta accadendo a Gaza “un tradimento delle vittime dell’Olocausto”. Sul New York Times, lo storico israeliano Omer Bartov ha scritto: “Studio i genocidi, sono in grado di riconoscerne uno quando lo vedo. A Gaza è in corso un genocidio”. Lei è d’accordo?

«Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: “genocidio”. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì. Ma vede, questa parola serve principalmente per dare una definizione o per fini giuridici: io invece voglio parlare come un essere umano che è nato dentro questo conflitto e ha avuto l’intera esistenza devastata dall’Occupazione e dalla guerra. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. “Genocidio”. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza».

Dove si va da qui?

«Dobbiamo trovare il modo per uscire da questa associazione fra Israele e il genocidio. Prima di tutto, non dobbiamo permettere che chi ha sentimenti antisemiti usi e manipoli la parola “genocidio”. E poi dobbiamo farci una domanda: siamo capaci come nazione, siamo abbastanza forti per resistere ai germi del genocidio, dell’odio, degli assassinii di massa? O dobbiamo arrenderci al potere che ci garantisce il fatto di essere i più forti? Ascolto gente come Smotrich e Ben Gvir (due ministri israeliani di estrema destra, ndr) dire che dobbiamo ricostruire insediamenti a Gaza: ma cosa dicono? Non ricordano quello che succedeva quando eravamo lì, con Hamas che uccideva centinaia di civili israeliani, donne e bambini, senza che fossimo in grado di proteggerli? Non abbiamo lasciato Gaza per generosità, ma perché non potevamo proteggere la nostra gente. Il grande errore dei palestinesi sta nel fatto che avrebbero potuto trasformarla in un luogo fiorente: invece hanno ceduto al fanatismo e l’hanno usata come rampa di lancio per i missili contro Israele. Se avessero fatto l’altra scelta, magari questo avrebbe spinto Israele a cedere anche la Cisgiordania e a mettere fine all’Occupazione anni fa. Invece i palestinesi non sono stati in grado di resistere alla tentazione del potere: loro hanno sparato a noi, noi abbiamo sparato a loro e ci siamo ritrovati nella solita situazione. Se noi e loro fossimo stati più maturi politicamente, più coraggiosi, la realtà avrebbe potuto essere completamente diversa».

Perché non ci sono milioni di persone in strada in Israele per fermare tutto questo? La fame, le stragi… Perché in piazza c’è sempre, solo, una minoranza del Paese?

«Perché non vedere è più facile. E arrendersi alla paura e all’odio è semplicissimo. Ancora di più dopo il 7 ottobre: lei era qui in quei giorni, può capire quando dico che è stato orribile, tanta gente ancora non capisce cosa abbia significato per noi. Tante persone che conosco, da quel giorno hanno abbandonato i nostri comuni valori di sinistra, hanno ceduto alla paura; e improvvisamente la loro vita è diventata più facile, si sono sentiti accolti dalla maggioranza, non hanno più avuto bisogno di pensare. Senza capire che più cedi alla paura, più sei isolato e odiato al di fuori di Israele. La vita è la storia che ci raccontiamo: vale per tutti. Ma quando sei Israele, circondato da vicini che non ti vogliono in questa regione, come la Siria, e cominci a perdere l’appoggio dell’Europa, l’isolamento cresce e tu ti ritrovi in una trappola sempre più profonda, da cui uscire è complicato. Anzi, da cui rischi di non riuscire a uscire».

Il silenzio della maggioranza rischia di travolgere tutti indistintamente, israeliani ed ebrei, compresi quelli che non sono d’accordo. Lei sa quello che è successo nei giorni scorsi in un Autogrill vicino a Milano, poi c’è stata la nave a cui non è stato consentito attraccare in Grecia. Artisti e scrittori israeliani si sono visti ritirare inviti all’estero pur avendo criticato il governo: pensa mai che può succedere anche a lei?

«Certo che ci penso: sarebbe il segno dei tempi in cui viviamo. Sarebbe spiacevole. Ma non sarà questo a impedirmi di dire quello che penso: credo che ascoltare idee come le mie in questo momento sia essenziale. Per Israele e per chi ama Israele».

Lei ha detto che è tutto nato con l’Occupazione. Lo ha scritto nel “Vento giallo”, ed era il 1987. Parliamo di Cisgiordania allora: in Europa si parla ancora di due Stati, ma basta uscire da Gerusalemme per vedere che non c’è più, fisicamente, spazio per due Stati. Le colonie si stanno mangiando la terra dei palestinesi…

«Resto disperatamente fedele all’idea dei due Stati, principalmente perché non vedo alternative. Sarà complesso e sia noi che i palestinesi dovremo comportarci in modo politicamente maturo di fronte agli attacchi che sicuramente ci saranno. Ma non c’è un altro piano».

Cosa pensa del riconoscimento dello Stato palestinese proposto da Macron?

«Credo sia una buona idea e non capisco l’isteria che l’ha accolta qui in Israele. Magari avere a che fare con uno Stato vero, con obblighi reali, non con un’entità ambigua come l’Autorità palestinese, avrà i suoi vantaggi. È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensa di usare la violenza contro Israele».

Alla fine di questa conversazione, vorrei chiederle di rispondere a chi – sono tanti – dice che voi intellettuali israeliani non avete detto o fatto abbastanza per fermare quello che succede a Gaza.

«Io credo che prendere di mira chi ha combattuto l’Occupazione per 70 anni, che in questa battaglia ha investito la maggior parte della propria vita e della propria carriera, sia ingiusto. Quando è iniziata questa guerra eravamo in un totale stato di disperazione per aver perso tutto quello in cui avevamo creduto e amato: credo che la nostra reazione lenta sia stata naturale e comprensibile. Ci abbiamo messo del tempo: a capire cosa sentivamo e cosa pensavamo e poi a trovare le parole per dirlo. Chi cercava una reazione in tempo reale doveva cercarla da un’altra parte: parlo per me e per quelli che vedo alle manifestazioni ogni settimana, da anni ormai. Il nostro cuore è nel posto giusto: e batte in una realtà che è senza cuore».

Nell’immagine: David Grossman


Se al nuovo mondo manca la fiducia

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 

Di Gabriele Segre, La Stampa

È più facile allearsi contro un nemico comune che cooperare per un obiettivo condiviso. Noi europei faremmo bene a tenerlo a mente, soprattutto oggi, di fronte all’America di Trump: un partner che ci impone dazi, rimette in discussione l’amicizia storica e smantella le regole del multilateralismo e della cooperazione internazionale su cui abbiamo fondato, per quasi un secolo, la nostra sicurezza e prosperità.

Abbiamo vissuto nella convinzione — che oggi appare sempre più precaria — di un dialogo tra le nazioni ispirato dal desiderio di soluzioni comuni alle grandi sfide globali. Abbiamo creato istituzioni per combattere guerre, fame, ignoranza e malattie, costruendo società fondate sul primato del diritto e sulla centralità della giustizia. Un intero ordine internazionale si è strutturato intorno all’idea che i valori dell’Occidente potessero offrire un modello di riferimento, capace di orientare l’umanità verso un orizzonte condiviso.

Oggi queste certezze si sono rivelate più fragili di quanto siamo disposti ad ammettere: si sono incrinate sotto il peso di interessi divergenti, prospettive non più allineate e una crescente mancanza di fiducia e volontà comuni. L’idea stessa di una concomitanza di intenti orientata a edificare un ordine più giusto e pacifico appare ogni giorno più velleitaria, mentre si rafforzano le alleanze strategiche e militari cementate dalla percezione di un nemico condiviso.

La Nato, ritenuta «clinicamente morta» per anni, ha ritrovato vigore solo con il ritorno della minaccia russa. L’Unione europea stessa era nata come argine ai nazionalismi che per secoli avevano insanguinato il continente. Oggi fatica a restare coesa, come dimostrano le divisioni emerse sulle guerre in Ucraina e a Gaza, e le tensioni riaccese dalla disputa sui dazi, tra malumori, distanze crescenti e accuse incrociate tra Stati membri. Nel frattempo, Washington appare sempre più come un ex alleato, ma non ancora come un avversario sufficientemente definito da tenerci uniti.

Sono le minacce, più che le idee, a plasmare le relazioni internazionali e a definire gli equilibri geopolitici. E poco importa che siano reali o soltanto percepite. Il cambiamento climatico, un esempio su tutti, è una sfida concreta, ma non ha un volto e si sviluppa su tempi lunghi, così finisce per apparire più come un vincolo fastidioso che come un nemico comune da battere. Le scelte di Trump su dazi e conflitti rispondono alla stessa logica: che si tratti di armi, mercati, clima o salute globale, ogni nuova sfida produce nuove alleanze — e i vecchi compagni di viaggio possono essere abbandonati per strada senza troppi rimpianti.

Per l’Europa, che più di altri ha creduto nel multilateralismo e ne ha beneficiato, si tratta di un passaggio epocale, doloroso da accettare. Abbiamo pensato che la cooperazione per il bene comune fosse una regola della storia moderna, e oggi ci turba scoprire che è stata piuttosto un’eccezione fortunata. A ben vedere, però, è un trauma che riguarda quasi solo noi in Occidente. L’ordine mondiale che abbiamo contribuito a concepire non è un paradigma universale, ma il riflesso della nostra storia, delle nostre ferite, delle nostre idee. Per popoli e Paesi con esperienze diverse, quelle stesse regole appaiono da tempo arbitrarie, o quantomeno ipocrite: troppo spesso imposte dall’alto, tra violenze post-coloniali, doppi standard e una visione autoreferenziale del mondo, che ha finito per confondere il nostro interesse con il bene dell’umanità.

Anche se oggi è difficile intravederlo, presto o tardi un nuovo ordine nascerà: dal caos emergono sempre nuovi equilibri di potere e nuovi nemici porteranno con sé nuove alleanze. Ciò che è certo, tuttavia, è che — a differenza del precedente — questo assetto non sarà il frutto di una nostra visione. Né saremo noi a guidarne la costruzione. Pensare di potervi avere voce solo perché abbiamo deciso, con colpevole ritardo, di rileggere criticamente la nostra storia, abbattendo statue di colonizzatori o correggendo simbolicamente il passato, è un’illusione.

La verità è che l’Occidente ha smesso di essere un soggetto politico coeso. Saranno altri a determinare gli equilibri del pianeta, con le loro prospettive e le loro regole. Del resto, non potrebbe essere altrimenti: Europa e Stati Uniti insieme pesano oggi per meno del 10% della popolazione mondiale e, entro il 2030, nessun Paese del G7 — a parte Washington — figurerà tra le prime cinque economie del mondo. Un riequilibrio ormai inevitabile, che ci accompagna dal cuore dell’ordine globale verso la sua periferia silenziosa.

Di fronte a questo scenario, tuttavia, abbandonarsi all’autocommiserazione è un lusso che non ci è concesso. Se il mondo continuerà ad avanzare, lo farà trovando altrove le risorse, senza più attendere le nostre azioni. Da parte nostra dobbiamo avere il coraggio di ripartire… da noi stessi: riconoscere le contraddizioni che ci attraversano, sanare le fratture interne, ritrovare coerenza tra i valori che proclamiamo e quelli che pratichiamo. È lì che si gioca la nostra ultima possibilità di credibilità. Perché se è vero che molte alleanze nascono dalla guerra, è solo nella fiducia che possono durare.


Palestina, l’isola che non c’è

Parla la senatrice a vita: “Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante. Però l’uso di quel termine è compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa” 

Di Alberto Negri, il manifesto

Su una collina a sud di Israele, Givat Kobi, arrivano ogni giorno centinaia di israeliani per vedere i bombardamenti su Gaza. Si affittano anche i binocoli per vedere meglio le macerie. Il genocidio di un popolo viene guardato e trasmesso in diretta ma il suo diritto all’autodeterminazione, alla giustizia e alla vita, va sempre in differita, da decenni. È come l’isola che non c’è di Edoardo Bennato.

Anche oggi in Europa e in Italia ci arroghiamo il diritto, da cancellerie e salotti vari, di discettare se sia più o meno giusto – il giusto lo decidiamo noi naturalmente – riconoscere uno stato palestinese. Per altro in ritardo su 150 Paesi, tra cui il Vaticano, che lo hanno già fatto. È quello che qualche giorno fa Chiara Cruciati sul manifesto definiva «un suprematismo bianco» che oggi appare assai fuori tempo massimo.

Se Francia e Gran Bretagna vogliono andare oltre le dichiarazioni simboliche sullo stato palestinese, avrebbero molto da fare in concreto. Per esempio sospendere le esportazioni di armi verso Israele e chiedere un’indagine internazionale sui crimini di guerra dello stato ebraico. Inoltre potrebbero usare la propria influenza per punire la colonizzazione e il blocco imposto a Gaza, sostenendo direttamente i palestinesi.

In realtà quello che possiamo scrutare oggi dalla collina di Givat Kobi sono il passato e il presente di una mentalità distorta, segno dei tempi ma anche di una vicenda che non vogliamo sentirci raccontare.

La nostra mentalità coloniale, con godimento massimo di Netanyahu e Trump, non ci abbandona mai. Rafforzata da quasi ottant’anni di menzogne. Da quel 14 maggio 1948 che decreta la nascita di uno stato israeliano, avvenuta non con una guerra di indipendenza, come vuole la narrazione dominante, ma sulla base di una conquista coloniale e della pulizia etnica, come scrive lo storico israeliano Ilan Pappé.

Gaza è solo l’ultimo capitolo di questa storia. Lo storico racconta che il piano di pulizia etnica (Piano Dalet) era stato elaborato il 10 marzo 1948, due mesi prima dello scoppio del conflitto israelo-arabo e le forze ebraiche erano già riuscite a espellere 250mila arabi. Un anno dopo l’80% dei palestinesi era stata relegato in campi profughi, sparsi tra la Cisgiordania, la striscia di Gaza, il Libano, la Giordania e la Siria. Israele aveva così conquistato un terzo del territorio in più di quello previsto dal piano di spartizione dell’Onu del 1947, occupando il 78% della Palestina storica. La Nakba, la catastrofe, si era compiuta. A questo si sarebbe aggiunto un altro 22% di territori palestinesi in seguito alla guerra dei sei giorni del 1967.

Ma la Nakba non è mai finita, neppure per un giorno, e continua oggi. Lo dicono le espulsioni massa condotte in tutto il Paese, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Neppure gli accordi di Oslo del 1993, che allora sollevarono speranze per i palestinesi ma anche tra gli israeliani che puntavano alla pace, furono in grado di cambiare la tendenza alla colonizzazione forzata e alla pulizia etnica. Fallirono sulla scorta dell’assassinio del premier Rabin ma anche di un ideologia, il sionismo, diventata sempre più estrema, segnata dal radicalismo religioso.

Ecco il risultato. La Cisgiordania, Gerusalemme Est inclusa, conta adesso oltre 300 insediamenti israeliani e 750mila coloni a fronte di 3,3 milioni di palestinesi: ai tempi degli accordi di Oslo, i coloni erano 100mila. Che cosa è stato fatto per evitarlo? Nulla. Israele ha potuto impunemente violare il diritto internazionale, gli accordi di Oslo e sbeffeggiare ogni iniziativa internazionale. L’orribile strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023 – per altro il prodotto di decenni di oppressione – è servita al governo di Netanyahu per stare in sella e continuare una politica di occupazione e di stragi a Gaza dove oltre il 60% della popolazione, due milioni, ha meno di 25 anni ed ha conosciuto solo l’assedio in una prigione a cielo aperto.

Ancora oggi dalla comunità occidentale arriva il solito messaggio: la pulizia etnica della Palestina, per quanto illegale e immorale, sarà tollerata come in passato, che venga o meno riconosciuto uno stato. Se il Sud globale con il Gruppo dell’Aja a Bogotà si è schierato con i palestinesi (peraltro con conseguenze reali limitate), il regime israeliano conta pur sempre sull’impunità garantita da decenni dagli Sati uniti e dall’Unione europea. Lo stesso mantra “due popoli due stati” che le diplomazie ripetono ipocritamente fino alla noia è ancora praticabile e materialmente possibile? Se non si discute nel concreto rimane uno slogan, visto che la tendenza israeliana, come scriveva ieri Michele Giorgio, è quella di insediare nuove colonie a Gaza ed espellere la popolazione.

Il vero mantra per noi è: “mai una sanzione contro Tel Aviv”. La stessa recentissima proposta della Commissione europea di sospendere parzialmente Israele dal fondo di ricerca Horizon Europe – con l’esclusione da sovvenzioni e investimenti per 200 milioni di euro – non ha ottenuto la maggioranza necessaria. Berlino e Roma come sempre prendono tempo e la Meloni, appaltata la nostra cybersecurity a Israele nel marzo 2023, ha troppo timore della sua ombra israeliana e del suo passato per fare qualche cosa di concreto. Nonostante le importanti parole di Mattarella, Israele ci tiene al guinzaglio.

Nell’immagine: una protesta che chiede il riconoscimento di uno Stato palestinese fuori dal parlamento portoghese a Lisbona