Una rivoluzione contro il sessismo

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

Di Linda Laura Sabbadini, La Repubblica

Non si può comprendere la ragione del sito internet di scambisti virtuali ricorrendo alla sola perversione di alcuni uomini ossessionati. Chi la animava o vi partecipava trovava un sottile piacere nel dileggiare e far dileggiare la moglie, in quanto moglie e femmina, e nello stuprarne virtualmente il corpo. Difficile non riscontrare un appagamento di un desiderio di rivincita, tipico degli uomini frustrati che subiscono la perdita del proprio dominio sulla donna e sul suo corpo. Così come si riscontra nell’utilizzo sporco delle foto di tante donne della politica, del giornalismo, dello spettacolo o di donne qualunque, denigrate e offese.

Le immagini vengono diffuse da mariti, ex compagni, amici, conoscenti, perfino sconosciuti, in spazi digitali che diventano discariche di sessismo. Un vero mercato dell’umiliazione, in cui le donne vengono ridotte a “materiale” da consumare. Michele Serra lo ha descritto nel bell’editoriale di ieri, chiedendosi come tali atti possano dare soddisfazione ai partecipanti. La risposta purtroppo è semplice, per quanto inquietante: danno soddisfazione perché sono atti di potere, prodotti dalla frustrazione maschile nel vedere negate le proprie aspirazioni di dominio sulle donne. Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere. La rivolta maschilista è in atto e ne dobbiamo essere coscienti. Tanti degli uomini che sono cresciuti confrontandosi con le donne libere del nostro tempo si sono messi in discussione, hanno imparato a riconoscere l’immenso arricchimento che un confronto paritario e scevro da logiche di potere porta nella vita individuale e di coppia. Ma molti altri no. Hanno vissuto il rapporto con le donne di oggi come una perdita del tradizionale ruolo di dominio maschile. E per questo esercitano violenza sessista e sistemica. Dobbiamo riconoscere che il corpo delle donne non è ancora considerato inviolabile, tanto più nell’anonimato della rete. Il sessismo digitale è la nuova frontiera della violenza patriarcale. È subdolo, si insinua senza far rumore, e poi all’improvviso esplode. Non va sottovalutato. Non si tratta di casi isolati, ma di una cultura radicata che legittima la sopraffazione e la disumanizzazione delle donne, trasformando le tecnologie in armi di controllo.

Serve una reazione forte, trasversale, determinata. Le donne, innanzitutto, devono essere coese, andare oltre le differenze politiche, culturali, generazionali. Ogni volta che lo abbiamo fatto, siamo riuscite a spostare l’asse del potere, cambiare leggi, scardinare modelli. Serve una mobilitazione femminile che chieda giustizia, norme efficaci contro la violenza digitale, la chiusura dei siti della vergogna, la condanna penale dei responsabili. Serve solidarietà femminile. È un segnale importante l’attivazione della class action nazionale portata avanti da Anna Maria Bernardini De Pace e Arianna Pigini contro chi ha calpestato la dignità delle donne. È un primo passo di un percorso che deve andare avanti e farsi sempre più grande. Ma serve anche di più: una rivoluzione culturale. Una risposta forte, non solo femminile ma anche maschile. Il digitale non può diventare un nuovo strumento di oppressione. Deve trasformarsi, al contrario, in uno spazio di libertà, di autodeterminazione. È necessario educare al rispetto dell’identità e della libertà altrui, a partire dalle scuole, dai luoghi di lavoro, dalle famiglie. Consenso è una parola che deve compenetrare le azioni quotidiane. Se non c’è consenso c’è violenza. Ogni piattaforma, ogni spazio virtuale deve assumersi la responsabilità di ciò che ospita e promuove. Scriveva Virginia Woolf: “Per la maggior parte della Storia, ‘Anonimo’ era una donna”. Oggi non possiamo più permettere che l’anonimato della rete diventi un altro mezzo con cui gli uomini possono calpestare e umiliare le donne, vendicarsi per la perdita del loro potere. È il momento di alzare la voce, di costruire un mondo digitale — e reale — in cui la libertà femminile possa esprimersi al meglio.


La politica viscerale

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

A conforto del cittadino perplesso, proponiamo questo dizionarietto estratto dalle cronache dell’estate politica ticinese.

A come arrocco: s. m. (pl. – chi), dim. arrocchino, ovvero arrocco parziale, al di sotto delle attese, con possibile degenerazione in accrocchio (pasticcio). Voce assai rara perché settoriale, ma che nel linguaggio politico nostrano ha conosciuto un’improvvisa quanto vasta notorietà per iniziativa del volenteroso stratega della Lega Daniele Piccaluga, di sicuro dopo un’intesa con i consiglieri Gobbi e Zali. Obiettivo: scuotere dal torpore i due rappresentanti leghisti e rilanciare la stanca azione governativa. Il risveglio c’è stato, l’accordo in governo pure, ma il parlamento non l’ha presa bene. Di qui la seduta straordinaria del Gran Consiglio dello scorso 25 agosto. E c’è chi giura che non finisce qui. Occorre tuttavia ricordare che nel gioco degli scacchi, arrocco significa muovere il re e la torre in senso difensivo (si rimanda al verbo arroccarsi). Un movimento, quello difensivo, che tradisce lo spirito della Lega, che storicamente si è sempre voluta in prima fila sulle barricate.

Busecca: s. f. sta per trippa. Vocabolo sconosciuto alla scienza politica moderna, che però conosce termini affini come pancia e budella, ed espressioni come rivoltare lo stomaco e simili. Voce anche questa coniata da Piccaluga, il quale sostiene che fare politica significa tener conto dei sentimenti profondi della gente, quelli appunto che si annidano nelle viscere più profonde. Si potrebbe obiettare che la ragione sta in alto (nella testa) e non in basso, nel budellame, e che sarebbe meglio lasciar perdere gli istinti. Ma gli studiosi obiettano che l’intestino è il secondo cervello…

Lupo: s. m. (f. lupa, pl. lupi). Mammifero che, con le sue predazioni, ha avvelenato il clima politico cantonale, con da una parte Udc-Centro e dall’altra sempre lui, Claudio Zali, accusato di inazione e di farsi scudo delle disposizioni emanate dalla Confederazione. Negli altri partiti: silenzio. Anche qui, la Lega delle origini avrebbe fatto fuoco e fiamme. Invocata, perlomeno, la deportazione del predatore nelle sconfinate steppe dell’Europa orientale, una sorta di «remigrazione». Si deportano uomini, donne e bambini, definiti clandestini o irregolari, ma non si possono catturare e trasferire i lupi che stanno occupando le Alpi sotto l’alta protezione di Berna. A ben vedere, una follia, che costa al contribuente-pantalone (ma guarda un po’…) decine di milioni di franchi. Bignasca e Maspoli avrebbero sicuramente organizzato sulla piazza federale una rabbiosa manifestazione contro i balivi animalisti.

Sistema elettorale: locuzione che da duecento anni agita le direzioni dei partiti e il legislativo, generando riformine e riformette, pateracchi e grimaldelli, nonché discussioni infinite sul miglior modo di governare il popolo. Andrea Ghiringhelli ha dedicato alla questione un grosso volume, Il cittadino e il voto. Materiali sull’evoluzione dei sistemi elettorali nel Cantone Ticino 1803-1990 (1995). Dibattito quindi non nuovo e nemmeno circoscritto alle nostre latitudini (si veda, in special modo, l’Italia). L’idea che sta alla base di ogni proposta di modifica è che esista un congegno perfetto in grado di rispecchiare fedelmente la volontà popolare. Meglio il proporzionale o il maggioritario? Gli studiosi avvertono che ogni sistema ha i suoi pregi e difetti, e che gli sforzi vanno semmai profusi nell’opera di estensione della rappresentatività. Ma sta veramente qui il problema? Non sta forse nella qualità del personale politico, giudicata da molti osservatori carente, e nei meccanismi di selezione dei candidati alle elezioni? E che dire del cittadino-elettore, sempre più lontano e schifato, e che al momento del voto getta le schede nel cestino?

Qui, ne siamo consapevoli, il terreno si fa scivoloso e gli interrogativi affollano la mente più delle risposte. Perché il tema si allarga alla democrazia, all’informazione, a come i canali sociali orientano oggi le nostre simpatie e influenzano le nostre scelte, favoriscono la partecipazione oppure invitano alla rassegnazione e di conseguenza alla diserzione. Soffermarsi sulle parole e sui significati che di volta in volta assumono è dunque un esercizio sempre utile per rinvigorire ed elevare il senso civico di una data comunità.

Scritto per laRegione


I tre guerrafondai con le tasche vuote

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

Di Jacques Pilet, Bon pour la Tête

Il peggio si sta giocando a Parigi. Con ogni probabilità, dall’8 settembre la Francia non avrà più un governo, poiché lo sfortunato Bayrou abbandonerà la nave per mancanza di fiducia da parte del Parlamento. Il 10 settembre si preannuncia un’ondata di manifestazioni di rabbia sociale, destinate a sfociare in disordini. Come per caso, lo stesso giorno Macron convoca una riunione del Consiglio di difesa, un organismo militare, per combattere la «disinformazione» sui social network. Cosa sta tramando? Attivare l’articolo 16 della Costituzione e assumere così poteri eccezionali, scavalcando il Parlamento? In ogni caso, si pone già come capo di guerra, sognando di inviare prima o poi truppe in Ucraina. Anche se i francesi non sono affatto entusiasti di questa idea. Anche se il problema numero uno del Paese è l’abisso del debito pubblico. Il solo pagamento degli interessi supera il budget dell’istruzione nazionale o quello della difesa. Questo grande divario tra il drammatico declino dell’economia e l’ambizione bellicista non sarà sostenibile a lungo. Ma «Kéké rose», come lo chiamano con insolenza sui social network, non se ne cura. Pensa solo alla sua gloria personale.

La Germania ha di meglio da fare che prepararsi alla guerra

Durante l’umiliante incontro alla Casa Bianca, Trump ha ironizzato sulla tintura dei capelli di Macron e sull’abbronzatura di Merz. Quest’ultimo, tuttavia, non sta trascorrendo una bella estate. La sua coalizione di governo sta andando a pezzi. L’opposizione dell’AfD sale nei sondaggi. Il cancelliere stesso elenca le preoccupazioni della Germania: terzo anno di recessione, centinaia di aziende che chiudono o se ne vanno negli Stati Uniti. Sempre più disoccupazione, povertà, rabbia popolare. È chiaro: «Lo stato attuale dell’economia non può più finanziare il nostro sistema sociale». Nel mirino, il «Bürgergeld», l’indennità per chi non ha reddito sul suolo tedesco. Per una coppia con due figli piccoli, 2225 euro al mese, più un aiuto specifico per l’alloggio. Costo probabile per il 2025: 46 miliardi di euro. Anche in questo caso il debito pubblico cresce a velocità vertiginosa, contrariamente alle promesse elettorali del suddetto Merz. Tanto più che gli investimenti necessari per modernizzare le infrastrutture, ad esempio ferroviarie, sono considerevoli.

Cosa fa il ministro delle finanze tedesco? Torna da Kiev, dove ha promesso altri nove miliardi a Zelensky per quest’anno. Che si aggiungono ai cinquanta miliardi già versati dal 2022. La Germania è in testa ai “sostenitori dell’Ucraina”. Le permette e la aiuta a inviare missili nel cuore della Russia. Bisogna vedere in questo, come sussurrano gli storici dei paesi vicini, un desiderio nascosto di vendetta per la sconfitta del 1945? In ogni caso, la Germania ambisce a rendere il suo esercito il più potente d’Europa. Il ministro della Difesa ripete a gran voce che la popolazione deve diventare «kriegstüchtig», pronta alla guerra. Tuttavia, un’ampia fetta dell’opinione pubblica è contraria a questi discorsi e desidera piuttosto riallacciare i rapporti con la Russia, come hanno fatto diversi cancellieri in passato.

Gli inglesi fanno di tutto per far proseguire la guerra

Per quanto riguarda il primo ministro britannico Keir Starmer, poco amato dall’opinione pubblica (68% di pareri sfavorevoli), si trova nella stessa situazione imbarazzante. Un’economia in difficoltà, un debito in rapido aumento che raggiungerà il 100% del PIL (meno della Francia, più della Germania), ma la volontà di raggiungere al più presto un bilancio militare del 5%, come richiesto dalla NATO. Uno sforzo gigantesco in vista. Gli inglesi tirano molte fila in Ucraina. Hanno sabotato l’accordo di Istanbul all’inizio della guerra e stanno facendo di tutto per farla continuare. Stanno preparando un possibile successore di Zelensky, ancora più determinato, l’ex capo di Stato Maggiore Valeri Zaloujny, ambasciatore a Londra. Ma la preoccupazione principale è interna. Gli immigrati clandestini continuano ad affluire e suscitano un vasto malcontento popolare. Le recenti manifestazioni, definite di estrema destra, organizzate dai nuovi partiti, sono state represse violentemente. Quattrocento arresti in un solo giorno. Starmer esige giudizi immediati e minaccia anche i simpatizzanti di questo schieramento che sventolano troppo in alto la bandiera britannica sui social network.

Anche l’Europa si scalda a est

Macron, Merz e Tusk, il primo ministro polacco, si sono recati in Moldavia per sostenere il partito della presidente filo-occidentale Maia Sandu, alla vigilia delle elezioni parlamentari di fine settembre. Questo per protestare contro le “ingerenze russe”, probabili nell’ombra ma meno clamorose di quelle degli europei! Questi ultimi, inoltre, finanziano con milioni di euro i media allineati in questo povero Paese dalle sensibilità politiche divergenti. Diversi partiti di opposizione, in particolare quelli agrari, sono già stati esclusi dalle elezioni con vari pretesti. Bei discorsi sulla democrazia, sì, ma entro certi limiti. Lo abbiamo già visto in Romania, dove il famoso Georgescu, bandito da ogni attività politica per aver preferito la negoziazione al fuoco al confine, rimane sotto accusa. Stessa cosa a Chisinau.

Altro segno dei tempi: i leader europei, come Ursula von der Leyen naturalmente, non hanno proferito parola per condannare il sabotaggio da parte degli ucraini dell’oleodotto che fornisce petrolio russo all’Ungheria e alla Slovacchia, membri dell’UE, che versa miliardi a Kiev. Questi due paesi, considerati malpensanti a Bruxelles, sono furiosi tanto per questa indifferenza quanto per il colpo che è stato loro inferto. L’Ucraina non sta solo rompendo i tubi, ma anche la già traballante unità politica dell’Unione.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro inglese Keir Starmer


Così Putin ha sepolto l’illusione dei negoziati

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

Di Anna Zafesova, La Stampa

L’effetto del tappeto rosso srotolato sotto i piedi di Vladimir Putin in Alaska non è durato nemmeno due settimane. 598 droni, 31 missili, 19 morti civili e decine di feriti a Kyiv: il 28 agosto 2025 è la nuova data terribile nella storia della capitale ucraina. Ma non è solamente un ennesimo bombardamento di ordinaria follia, come tanti già subiti in tre anni e mezzo da quasi tutte le città dell’Ucraina, e non soltanto perché i militari russi ieri notte hanno oltrepassato una serie di paletti finora più o meno rispettati, come quello di non colpire il centro di Kyiv e le ambasciate occidentali, e di non mirare ai treni civili, con il deposito delle ferrovie distrutto a Vinnytsa. Il raid aereo ordinato dal comando di Mosca contro l’Ucraina, il secondo più grave dall’inizio dell’invasione, secondo alcuni commentatori militari, è stato una risposta alla diplomazia occidentale, un “niet” alle iniziative di pace e alla prospettiva di un negoziato tra Russia e Ucraina.

I droni e missili venivano preparati al lancio più o meno mentre Donald Trump bocciava come “sciocchezze” le dichiarazioni bellicose del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, perché “tutti parlano per fare la voce grossa”. Il presidente repubblicano ne sa qualcosa, e probabilmente nel suo pragmatismo da imprenditore non riesce a capacitarsi che qualcuno possa distruggere la prospettiva di un accordo, per di più a proprio favore, a colpi di missili. Ma bisogna osservare i kyiviani scavare tra le macerie in cerca di superstiti per raccogliere infine un messaggio che il Cremlino manda con insistenza a tutti quelli che si chiedono ancora cosa ci sia nella testa di Putin, e quale offerta sacrificale potrebbe convincerlo a mitigare la sua invasione.

Un leader che “vuole la pace”, come insiste ad affermare Trump, non bombarda durante un negoziato. Un dittatore appena riammesso sulla scena internazionale non lancia missili contro l’ambasciata dell’Unione Europea (e visto che il ministero della Difesa russo si vanta sempre di aver colpito i bersagli con “altissima precisione”, vuol dire che era un attacco intenzionale). Un “gran maestro della geopolitica” non fa finta di non aver sentito la domanda della giornalista “Quando smetterà di uccidere civili?”, per poi lanciare missili contro condomini multipiano e far dire al suo portavoce che in realtà erano “fabbriche militari”. È normale che si cerchi di trovare una qualche razionalità in Putin, di attribuirgli una motivazione, un calcolo seppure brutale: se difende “gli interessi della Russia”, se vuole “salvare la faccia”, se sta cercando una “exit strategy”, bisogna proporgli un compromesso.

Il dittatore russo ha avuto innumerevoli occasioni di far finire la guerra, e di ottenere compromessi molto favorevoli. Non ha mai voluto farlo perché vuole continuare. Non solo la sua economia gira ormai intorno alla guerra, è il suo potere ad attingere essenzialmente dal culto bellico. Dal 1 settembre, le “Conversazioni importanti”, lezioni settimanali di propaganda, verranno estese a tutti i bambini dai 3 anni in poi, cioè ancora prima di imparare a leggere. La lista delle canzoni raccomandate per le elementari è tutta composta da inni alla guerra e alla vittoria. Chi osa dire che le bombe russe a Kyiv sono cadute su librerie e ristoranti, rischia 5 anni in carcere per “discredito delle forze armate”. Nessuno rinuncia volontariamente a un potere così terrorizzante e totale, così come alla possibilità di “punire” i propri nemici, veri e immaginari: oltre alla missione dell’Ue, colpevole di essersi schierata con Volodymyr Zelensky, ieri a Kyiv è stata colpita anche l’ambasciata dell’Azerbaigian, il cui presidente Ilham Aliev è il nuovo zimbello del Cremlino dopo le sue critiche al regime russo e il sostegno all’Ucraina. Putin non accetterà un tappeto rosso in cambio della pace: per lui, è la passerella del trionfatore in guerra.


Svuotare l’80% di Gaza. Nelle mappe di Israele c’è la pulizia etnica

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

«Il ciclo della morte non si spezza, soprattutto a Gaza City, dove le persone raccontano che la terra è trasformata in polvere dai bombardamenti israeliani su vasta scala. Dalle prime ore dell’alba 24 palestinesi sono stati uccisi, e il numero è destinato a salire. Gli attacchi stanno spianando i quartieri, nel tentativo di svuotarli dei loro residenti». Così il giornalista di al Jazeera Tareq Abu Azzoum descriveva ieri pomeriggio la massiva campagna aerea israeliana su Gaza City

L’operazione «Carri di Gedeone II» è di fatto iniziata. I tank hanno già preso i quartieri più periferici, i caccia il cielo della città. Di fronte alle centinaia di migliaia di palestinesi che ancora vivono lì si staglia un orizzonte di morte e devastazione. È già successo: assedi prolungati, taglio totale di cibo e acqua, case e tendopoli date alle fiamme, scuole-rifugio invase ed esecuzioni sul posto.

ALL’OSPEDALE AL-SHIFA, o in quel che ne resta, ci si prepara al peggio, con i mezzi a disposizione: mancano le sale operatorie e le strumentazioni mediche, a fronte di quasi 2mila feriti in attesa. Il direttore avverte: «Sarà una catastrofe se l’occupazione invaderà Gaza City». Negli assedi precedenti, lo Shifa è stato quasi del tutto distrutto, un ospedale fantasma tramutato in cimitero. I suoi cortili fosse comuni.

I piani finora annunciati dai vertici militari fanno tremare i polsi: lo sfollamento o la morte. Ieri Tel Aviv ha confermato quanto preannunciato mercoledì, ovvero l’apertura di due nuovi centri di «distribuzione» degli aiuti alimentari a sud, sempre in mano alla fondazione israelo-statunitense Ghf, strumento di massacro e pulizia etnica (da fine maggio sono già 16.600 i palestinesi feriti e 2.200 dalle pallottole israeliane mentre tentavano di accaparrarsi un pacco; ieri almeno 12).

LA META è il sud, come più volte dichiarato da Tel Aviv, in quelli che erano già stati definiti campi di deradicalizzazione, in vista dell’«emigrazione volontaria». A disposizione ci sono le scarne dichiarazioni di mercoledì del portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, Avichay Adraee: chiamando lo sfollamento «inevitabile», aveva pubblicato su X una mappa (l’ennesima) dove si evidenziavano presunte aree vuote verso al-Mawasi, a sud, dove concentrare la popolazione cacciata da Gaza City.

POCO DOPO al Jazeera, analizzando quelle mappe, aveva calcolato in appena sette chilometri quadrati lo spazio a disposizione per un milione di persone. Di questi sette chilometri quadrati divisi in 39 aree (indicate in blu) due terzi sono già sottoposti a ordine di evacuazione dell’esercito israeliano, lì i raid sono costanti. E soprattutto, aggiunge l’agenzia di fact-checking Sanad, non si tratta di «aree vaste e vuote, ma sembrano di natura eterogenea, da proprietà private recintate a discariche aperte, da quartieri residenziali densamente popolati ad aree già affollate di tende o usate per scopi agricoli».

Lo conferma l’inchiesta di Haaretz, che si è avvalso dell’aiuto delle immagini satellitari e di due specialisti, Adi Ben-Nun della Hebrew University e Yaakov Garb della Ben-Gurion University: molte di quelle aree sono state già designate dall’esercito come pericolose, zone cioè da cui i civili sono banditi; non sono ampie abbastanza per un numero tanto grande di persone; e sono in parte situate in luoghi inadatti a montare una tenda.

SE IL PIANO venisse realizzato, scrive Haaretz, l’intera popolazione di Gaza verrebbe concentrata nel 19% del territorio. Che poi è il vero punto politico: al di là dell’ampiezza degli spazi e della loro fruibilità, l’obiettivo è la pulizia etnica e il concentramento di un intero popolo nell’ennesima disumana gabbia. Contro la visione a lungo termine dello Stato di Israele, ieri il gruppo israeliano Standing Together ha manifestato davanti alla residenza del capo di stato maggiore Eyal Zamir, gettando vernice rossa sulla strada: la polizia è intervenuta arrestando cinque manifestanti.

Intanto a Gaza il bilancio accertato delle vittime dal 7 ottobre tocca quota 63mila, sottostimato: non tiene conto dei dispersi, 15-20mila almeno, e dei morti per cause «indirette», fame e malattie. Tra gli ultimi ammazzati dal fuoco israeliano durante la consegna degli aiuti, c’è Allam Abdullah al-Amour, corridore e medaglia di bronzo alla West Asia Championships del 2023. Era fuori da un centro Ghf, nel disperato tentativo di portare un pacco di cibo alla famiglia.

LA SCORSA SETTIMANA fa lo stesso era accaduto al cestista Mohammed Shaalan e, prima, al calciatore Suleiman al-Obeidi. La moglie aveva detto che se ne vergognava, mendicare cibo tra i fischi delle pallottole.

È così che funziona un genocidio. Ed è per questo che ieri oltre 500 funzionari dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani hanno fatto appello al loro responsabile, Volker Turk, perché lo dichiari ufficialmente: «Non denunciare un genocidio in atto mina la credibilità delle Nazioni unite e dello stesso sistema dei diritti umani».


Un giorno a casa di Abed Salama: “Imprigionati nella nostra città, Israele chiuderà il cancello”

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

ANATA (CISGIORDANIA) – Il giorno nella vita di Abed Salama non è mai finito. Continua a sbattere sul muro che soffoca Anata, sulle libertà compresse e negate, sul cromatismo umiliante dei documenti di identità che definiscono gli orizzonti del possibile, verde, il suo, il colore di chi è nato in Cisgiordania e lì solo può stare, blu, quello di chi può persino andare a Gerusalemme.

«Se è cambiato qualcosa dopo il libro? Mi piacerebbe ma no, va persino peggio, non c’è lavoro, non ci possiamo muovere, e ora su di noi incombe il Piano E1…», fa lui, Abed Salama, seduto al tavolo accanto a Nathan Thrall, lo scrittore americano che ha fatto conoscere al mondo il suo dramma familiare, rendendolo il paradigma dell’insopportabile quotidianità nel territorio occupato. Dove le tragedie non vengono mai una alla volta, si accavallano, e a quella di un figlio coinvolto in un terribile incidente stradale durante una gita scolastica si aggiunge il non poterlo andare a cercare nell’ospedale dove sta morendo, perché non si dispone del documento del colore giusto.

A mezzogiorno, la via di Anata su cui affaccia il balcone di Abed è un carosello rumoroso di camion, auto non proprio nuove, odore di spezie e puzza di diesel. Adam, il figlio, gli ha portato il caffè, Abed l’ha bevuto e ora vorrebbe accendersi una sigaretta, si vede lontano un chilometro. «Il dottore mi ha fatto smettere, a gennaio compio 57 anni». Fino a poco tempo fa guidava l’autobus, portava gli studenti dal campo di Shoufat all’università. Ora si è preso una pausa. Su uno scuolabus ha perso l’altro suo figlio, Milad, 5 anni. Il veicolo si è ribaltato sulla dissestata highway 60 dopo l’impatto con un camion, era il 2012. La strada è ancora dissestata.

«Dopo l’incidente ho cancellato tutte le sue immagini dal telefono, avevo paura di incontrare i suoi occhi. Mi sono subito pentito e mi sono ritrovato a chiedere le foto di Milad a parenti e amici. Milad è sempre con me, ne percepisco la presenza, è l’angelo che mi sta vicino». E lo ha rimesso anche nel telefono, come salvaschermo.

Tra Abed Salama e Nathan Thrall c’è qualcosa di più del legame professionale che ha portato il primo a raccontare il proprio dolore, il secondo a scriverlo. Sono diventati amici. «Ho capito che Nathan era la persona a cui aprire il mio cuore la prima volta che si presentato a casa mia, io gli ho parlato di Milad e lui ha pianto insieme a me. Grazie alle sue parole scritte, mio figlio vive». Abed Salama gli ha consegnato i segreti della famiglia, riportati nel libro che lo scorso anno ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa non fiction. Confidenze che hanno rappresentato per Abed le sliding doors della sua esistenza, come quando la cognata Lalya gli mentì sull’amata Ghazl (unico nome che nel libro è stato cambiato) e Abed finì per non sposarla. «La mia vita sarebbe stata sicuramente diversa, non sarebbe successo tutto questo».

Tutto questo è Milad, il suo decesso, la disperazione della ricerca disperata e vana di quel giorno infame, quando lo scuolabus prese fuoco e morirono sei bambini e l’insegnante. «A Nathan chiesi soltanto di raccontare questa vicenda senza assumere la prospettiva israeliana. Una premura inutile, la mia… a volte penso che lui sia più palestinese di me». Ridono. Si vogliono bene, la vedono allo stesso modo.

Haifa, la moglie di Abed, lavora all’emporio dall’altra parte della strada insieme alla figlia. «I soldati fanno incursioni tre o quattro volte alla settimana, ci vogliono ricordare che ci tengono in pugno, ci chiudono dentro Anata con il cancello giallo che quattro mesi fa hanno messo all’ingresso della città, sull’unica strada di uscita, perché siamo circondati dal muro». Un muro basso, grigio, lastre di cemento piantate a terra per impedire di avvicinarsi all’insediamento di Pisgat Ze’ev.

«L’altro giorno i militari sono entrati armati nell’emporio, fucili spianati, c’era mia figlia, volevano arrestarla, le hanno preso il telefonino. Ho parlato col capitano israeliano, li ho calmati. Ecco come va ad Anata, due anni dopo l’uscita del libro. Va come prima, anzi peggio».

Escluso il check-point di Shuafat, la via di fuga di Abed Salama continua a essere la strada dell’apartheid, la route 4370, che al posto delle aiuole centrali ha una barriera di calcestruzzo e acciaio di otto metri: da una parte passano solo le macchine degli israeliani, dall’altra quelle dei palestinesi e degli israeliani. Dalla casa di Abed sono pochi chilometri, ci si arriva attraversando il cancello giallo. Sempre che sia aperto.

Anata e l’attiguo campo profughi di Shuafat non sono villaggi, sono città, insieme fanno 130 mila abitanti. Che condividono tutti lo stesso problema: essere nell’area della cosiddetta Grande Gerusalemme, che interessa al governo di Israele e ai coloni, e dove, non a caso, insiste anche il Piano E1 (East 1), un progetto di urbanizzazione e viabilità ideato negli anni Novanta per collegare l’insediamento di Ma’ale Adumim (40 mila abitanti) con Gerusalemme. Approvato la scorsa settimana, prevede la costruzione di quasi 3.800 nuove case per israeliani. Su terra palestinese.

«È il modo per consolidare il controllo su Gerusalemme Est e spezzare in due la Cisgiordania», ragiona Thrall. Per mostrare l’estensione e le conseguenze dell’E1 ci ha portato con la macchina in alto, su una collina. Indica dei punti sulla vallata. «La metà dei coloni vive nell’area della Grande Gerusalemme. I negoziatori, gli americani e gli altri, ormai lo considerano un dato acquisito». Quella è Ma’ale Adumim, quella è la strada della segregazione, quella è Anata, quello è il muro di Anata, quella è la zona delle nuove abitazioni. Si vede tutto da quassù, l’occupazione spiegata e declinata. «Siamo sul Monte Scopus, alle spalle della prestigiosa e ben frequentata Università ebraica di Gerusalemme. Con un grazioso giardino botanico che affaccia sull’apartheid».

Abed Salama quassù non può venire, questione di documenti e di colori. Non la vede, dall’alto, la valle del prossimo insediamento. Ma ne percepisce l’espansione. Il Piano E1,per gli abitanti di Anata, è un’ombra che si allunga sulla loro esistenza già recintata. «Siamo spaventati, non sappiamo bene cosa succederà, se la città sarà sotto l’Autorità palestinese o sotto il governo israeliano. Qualcuno teme che chiuderanno il cancello giallo per sempre». È per questo che Thrall ha scelto di raccontare Anata. Perché, spiega, «è un microcosmo che contiene tutti i conflitti, tutte le contraddizioni del sistema dei documenti colorati e tutte le ingiustizie».

Dove, se hai la carta di identità verde, ai check-point non passi. Neppure per andare all’ospedale di Gerusalemme dove tua figlia sta per partorire. Anche questa è successa un giorno di un anno fa nella vita di Abed Salama. «Viviamo in una prigione a casa nostra. Che ti fa sentire… qual è l’espressione giusta… un cittadino minore… siamo uomini che non sono uguali agli altri uomini… si dice così?». Sì, si dice così.

Nell’immagine: Abed Salama mostra la foto del figlio Milad, morto nel 2012


L’Europa si riarma: munizioni, confini blindati e i bambini impareranno a usare i droni

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

Di Marco Bresolin, La Stampa

Fabbriche di munizioni e di polvere da sparo che aumentano esponenzialmente le loro linee produttive. Confini blindati con campi minati e bunker per la popolazione. Governi che lanciano programmi per insegnare ai civili, bambini compresi, a pilotare un drone. Piani per allestire ospedali militari nei pressi degli aeroporti. E poi i grandi progetti nel campo dell’industria della Difesa per arrivare ad avere un unico carro armato e per sviluppare aerei da combattimento di nuova generazione, con Emmanuel Macron e Friederich Merz che ieri si sono incontrati per cercare di rivitalizzare il programma Scaf.

Dopo le promesse e gli impegni sottoscritti, in sede Ue e soprattutto al vertice Nato, il piano di riarmo europeo e quello per la preparazione alle crisi entrano nel vivo, passando dalle parole ai fatti. Ursula von der Leyen partirà oggi per un tour che toccherà sette Paesi lungo il confine orientale proprio per vedere come procede la “messa a terra” del RearmEU in questa regione e per mandare un messaggio chiaro: al di là degli sviluppi sul campo in Ucraina e a prescindere da un eventuale accordo di pace – questa la sua analisi – la Russia rappresenta la principale minaccia per la sicurezza nel Vecchio Continente. Che quindi è chiamata attrezzarsi per erigere le sue barriere protettive, anche in vista di un ormai conclamato graduale disimpegno americano.

Ieri la Nato ha confermato che tutti gli Alleati hanno portato le loro spese militari al 2% del Pil, raggiungendo il vecchio target fissato per il 2025. Anche l’Italia, che quest’anno dovrebbe stanziare 45 miliardi di euro. Ma dopo il vertice dell’Aia l’asticella si è alzata significativamente e i governi si sono impegnati a incrementare gli investimenti nella Difesa, portandoli al 5% del Pil entro il 2035: le spese militari “tradizionali” dovranno salire al 3, 5%, ma bisognerà spendere un ulteriore 1, 5% per gli investimenti nella Sicurezza e per le infrastrutture legate alla Difesa.

Le ex repubbliche baltiche si stanno invece specializzando nella produzione di droni, con la Lettonia che fa da capofila in una coalizione di Paesi guidata in tandem con il Regno Unito. Durante la sua visita nel Paese, von der Leyen visiterà le linee produttive finanziate con i fondi Ue. I Baltici non sono attivi soltanto sul fronte della produzione, ma stanno sviluppando una vera e propria educazione all’utilizzo dei droni: nelle scorse settimane il governo lituano ha lanciato un programma educativo che, attraverso corsi di formazione, punta a fornire nell’arco dei prossimi tre anni le competenze necessarie per controllare un drone a quindicimila civili, tra cui settemila bambini. Saranno coinvolte anche le scuole, a partire dalla terza e dalla quarta elementare: i più piccoli – ha spiegato il governo – «saranno coinvolti nella costruzione e nel pilotaggio di semplici droni attraverso esperimenti pratici e giochi». Gli studenti più grandi lavoreranno invece alla progettazione.

In Polonia il premier Donald Tusk porterà von der Leyen nell’Est del Paese, dove è in corso la realizzazione dello Scudo Orientale, un sistema di fortificazioni per blindare tutta la frontiera e prevenire eventuali attacchi. All’inizio dell’estate, il governo di Varsavia ha annunciato i lavori per installare dei campi minati al confine con Kaliningrad.

Francia e Germania hanno ripreso le discussioni per rilanciare il progetto Scaf, al quale partecipa anche la Spagna, per lo sviluppo di un caccia multiruolo di sesta generazione che entro il 2040 dovrebbe prendere il posto dell’Eurofighter Typhoon e del Dassault Rafale. In parallelo, l’Italia lavora con il Regno Unito e il Giappone nel quadro del programma Gcap (Global Combat Air Programme) per un progetto alternativo, sviluppato grazie a una partnership nella quale sono coinvolte Leonardo, la britannica Bae e la giapponese Jaiec, che all’inizio dell’estate ha ottenuto il via libera della Commissione. Sul fronte dei mezzi di terra, Bruxelles ha approvato un finanziamento da 20 milioni per avviare lo studio per progettare il primo vero carrarmato europeo che coinvolge 51 aziende da tredici Paesi, inclusa l’Italia: secondo il programma Marte, il primo prototipo potrebbe arrivare nel 2030.

Sulla scia della strategia sulla “Preparazione”, definita dalla Commissione sulla base degli input ricevuti dal rapporto dell’ex presidente finlandese Sauli Niinisto, molti Stati hanno iniziato ad attrezzarsi per non farsi trovare impreparati di fronte a eventuali emergenze, siano esse di natura sanitaria, ambientale, ma anche militare. In Francia sta facendo discutere l’indiscrezione, pubblicata dal Canard enchainé, secondo la quale il governo avrebbe scritto alle agenzie sanitarie regionali per chiedere agli ospedali di attrezzarsi per accogliere e curare migliaia di soldati feriti in caso di necessità e di creare dei centri, in prossimità di porti e aeroporti, per rimpatriare i militari stranieri feriti.

La missione di von der Leyen – che nei prossimi quattro giorni visiterà ben sette Paesi Ue (ma non le “ribelli” Slovacchia e Ungheria – va inquadrata anche nell’ambito del piano Safe, il fondo da 150 miliardi per finanziare attraverso prestiti a tassi agevolati gli investimenti congiunti nel campo della Difesa. Sin qui sono diciotto gli Stati membri che hanno presentato la richiesta di fondi per un totale di 127 miliardi: al primo posto c’è la Polonia, che vuole 45 miliardi, seguita da Francia (15-20 miliardi), Italia (15) e Romania (10). I restanti Paesi hanno richiesto cifre minori, mentre altri si sono detti interessati a partecipare agli appalti congiunti, ma senza accedere ai finanziamenti messi a disposizione dalla Commissione. Entro la fine di novembre, gli Stati dovranno inviare a Bruxelles i loro piani nazionali per gli investimenti nella Difesa.


Tangenti e motosega: su Milei iniziano a piovere le pietre

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

Di Claudia Fanti, il manifesto

Era solo questione di tempo prima che qualcuno lo prendesse a sassate. E quel tempo, per Milei, è alla fine arrivato: in piedi sul retro di un veicolo presidenziale mentre salutava la folla percorrendo la località di Lomas de Zamora alla periferia della capitale – durante la campagna per le elezioni della provincia di Buenos Aires del 7 settembre e per quelle legislative del 26 ottobre – un gruppo di manifestanti, liquidati come «militanti identificati con il kirchnerismo», gli ha lanciato contro pietre e bottiglie, costringendolo alla fuga.

LA BELLA FAVOLA di un presidente in guerra contro la «casta» – peraltro già ripetutamente smentita dalla quantità di misure destinate, direttamente o indirettamente, a favorirla – potrebbe essere arrivata ora al capolinea. È uno scandalo che può costargli molto caro, infatti, quello delle tangenti sugli appalti per i farmaci che ha coinvolto la sua cerchia più intima, investendo persino la sua potentissima sorella Karina, segretaria generale della presidenza: quel governo che si era fatto un punto d’onore nello smantellare il «sistema putrido» ereditato dalle amministrazioni precedenti ha mostrato quanto in quel sistema ci sia dentro fino al collo.

A inguaiare Milei è stata la pubblicazione di alcuni audio, diffusi sul canale di streaming Carnaval con un’enorme ripercussione, in cui si sente Diego Spagnuolo, in quel momento direttore dell’Agenzia nazionale per la disabilità (Andis) ed ex avvocato del presidente, parlare con una persona non identificata di un sistema di tangenti legato all’acquisto di farmaci da parte dello Stato, con l’intermediazione del colosso farmaceutico Suizo Argentina, per una cifra stimata da Spagnuolo tra i 500mila e gli 800 mila dollari al mese.

E quel che è peggio è che, secondo il racconto dell’avvocato, uno degli uomini di massima fiducia di Milei, il 3% della cifra extra pagata dalle aziende farmaceutiche per farsi assegnare contratti di fornitura della Andis sarebbe finito nelle mani di Karina. Di più, Spagnuolo afferma anche di aver avvisato il presidente dello schema di corruzione: «Gli ho detto: Javier, tu sai che stanno rubando, che tua sorella sta rubando».

UGUALMENTE coinvolti sarebbero anche il sottosegretario alla gestione istituzionale Eduardo “Lule” Menem, nipote dell’ex presidente Carlos Menem e cugino del presidente della Camera dei deputati Martín Menem, e i proprietari della Suizo Argentina: Emmanuel Kovalivker, sorpreso mentre cercava di allontanarsi in auto da casa sua con circa 200mila dollari in contanti, e suo fratello Jonathan, che si è alla fine consegnato alle autorità.

Ma le tangenti sono solo un lato della medaglia. E l’altro, quello della gestione della Andis, non è certo meno grave. Nei suoi due anni alla guida dell’Agenzia per la disabilità, infatti, Spagnuolo ha tagliato il bilancio dell’ente del 23%, provveduto a circa 350 licenziamenti, smantellato programmi di inclusione, pubblicato bollettini ufficiali con l’uso di termini come «idiota», «imbecille» e «ritardato mentale» in riferimento ai diversi gradi di disabilità intellettiva e predisposto tutto per la cancellazione di più di 400mila pensioni di invalidità. «Sopprimere pensioni è il mio lavoro», spiega negli audio. Tangenti e motosega.

COSÌ, A DUE MESI dalle elezioni di medio termine, decisive per misurare il consenso rispetto alle sue brutali politiche economiche, la popolarità di Milei è scesa secondo i sondaggi, in appena sette settimane, dal 52% al 39,8%, superata da quella del governatore di Buenos Aires Axel Kicillof (43,8%) e anche da quella di Cristina Kirchner (41,8%).

Nell’immagine: Milei e la sorella Karina contestati a Lomas de Zamora


Foto rubate, la disfunzione del maschio

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

Di Michele Serra, La Repubblica

Sul mercatino della carne online del quale si parla molto, e giustamente, in questi giorni, il punto di vista delle donne coinvolte, e si spera delle donne in generale, è chiaro e inconfutabile: essere esposte su quei banconi contro la propria volontà, per intero oppure in “tagli” che ricordano quelli di macelleria, è una violenza detestabile. Osservazioni a latere, o altre domande, non sono consentite, tanto è evidente il grossolano oltraggio alle persone, al loro corpo, al diritto di disporne come si crede e di renderlo indisponibile all’arbitrio di una folla di sconosciuti guardoni.

Ma c’è un punto di vista maschile che rimane più opaco, e meriterebbe invece una messa a fuoco. Proprio perché l’eros, nella vita di tutti o quasi, è un attore potente (e dunque non va minimizzato o represso), ci si domanda come possa essere confezionato in quelle dozzinali adunate di maschi gongolanti che mettono tristezza non da oggi, che la voce delle donne è assai meglio definita e più udibile: ma da sempre.

Quel cameratismo greve e monocorde, quel darsi di gomito, quegli apprezzamenti sempre un poco bavosi e (forse peggio) finto-spiritosi, quella specie di erezione di gruppo che lo galvanizza e lo cementa, come possono “dare soddisfazione”, in qualunque maniera, ai numerosi partecipanti?

Ancora fanno spicco, nei miei remoti ricordi di maschio adolescente, e credo in quelli di molti altri maschi, certi flash di ritrosia, di fastidio e, diciamolo, anche di vergogna, di fronte a certe forme di “maschilità” collettiva che un poco mi imbarazzavano, un poco violavano il bisogno di giocarmela per mio conto, la misteriosa partita che stava cominciando.

Per quale disfunzione del maschile l’eros può diventare un’esperienza per comitive, con scambi di figurine e condivisione di pulsioni, e di sentimenti, che per loro natura sono quanto di più personale e individuale si possa immaginare? Oltre che violare la privatezza delle donne coinvolte loro malgrado, possibile che non sentano, questi maschi ridotti a capannello infoiato, di violare anche la propria, o perlomeno di farne un uso avvilente? Il famoso amor proprio non sarebbe, poi, proprio questo: non fare scialo di se stessi?

Sempre procedendo per punti interrogativi: la dimensione privata dell’eros, il suo agire in ogni persona, e tra le persone, in maniera sempre differente, come può generare questa specie di gita collettiva, in un torpedone per soli maschi, che è il sito Phica, che come i B-movie degli anni Ottanta (W la foca) la butta in caciara a partire dal titolo, e per giunta lo fa — ed è un crimine — abusando delle immagini private?

Questa dimensione “collettiva” del maschio rimanda, forse, alla interminabile vita militare che gli è toccata in sorte dall’alba dei tempi. Sentirsi commilitoni rassicura sempre, specie quando si deve affrontare il più misterioso dei cimenti, quello con se stessi, le proprie pulsioni, le proprie ambizioni. Quando i nostri progenitori andavano “a casino” lo facevano spesso in gruppo, e gli “sconti per i militari” volevano sottolineare la funzione sociale, perfino patriottica, di questi sfogatoi legalizzati, con le prostitute quasi in funzione di infermiere — come se fosse, la sessualità maschile, una malattia cronica da medicare: e qualche indizio in questo senso emerge anche dalle vicende di questi giorni.

Ma almeno ora, che la leva non è più obbligatoria, e la vita militare ben più evoluta, anche culturalmente, deprime lo spirito da caserma con il quale un tema mica da poco — l’eros, la bellezza e il desiderio di esserne all’altezza — viene tradotto nel solito vecchio convoglio di maschi che dicono porcherie e se la ridono tra loro. Anche molte donne, tra loro, lo fanno, e dicono sconcezze che farebbero arrossire un sergente. Ma resta un parlare privato, un intreccio di complicità e di sorrisi. Non un mercato dove esporre le prede: per giunta inarrivabili, come l’uva per la volpe.

Nell’immagine: Il comunicato di chiusura del sito Phica


Mattmark, sessant’anni dopo la tragedia

Non bastano pochi decenni di conquiste di autonomia femminile per modificare comportamenti e modi di pensare sedimentati in millenni di oppressione di genere 

Era un lunedì, il 30 agosto del 1965, quando alle 17.15 dal ghiacciaio dell’Allalin, nella valle di Saas, in Vallese, si staccarono milioni di metri cubi di ghiaccio che piombarono sulle baracche del cantiere per la costruzione della diga di Mattmark. Rimasero seppelliti 88 operai: 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e 1 apolide.

Fu la più grave tragedia sul lavoro accaduta in Svizzera.

Nel nostro paese i morti sul posto di lavoro, secondo dati della SUVA, sono circa un centinaio ogni anno. Nel 2024 sono stati censiti 179’550 infortuni e malattie sul lavoro. Quando lavoratori perdono la vita nello svolgimento della loro attività, c’è una domanda che risuona a gran voce: si poteva evitare? La risposta, per quanto riguarda Mattmark e molte altre situazioni, è sì, si poteva evitare.

I ghiacciai si muovono e l’Allalin aveva dato segnali preoccupanti. Le baracche erano state costruite proprio sotto la lingua del ghiacciaio, dovevano essere vicine al cantiere per non far perdere tempo agli operai. Già nel 1949 era avvenuta una catastrofe simile che aveva ucciso dieci persone. Pochi giorni prima della tragedia un blocco di ghiaccio era caduto vicino alle baracche e altro materiale era franato dietro la mensa. Lo storico Toni Ricciardi ha ricostruito in Morire a Mattmark la storia della catastrofe, che per molti anni fu dimenticata.

Il processo si tenne a Visp nel 1972 con 17 imputati convocati dopo sette anni di istruttoria, tutti accusati di omicidio per negligenza. Fra questi c’erano i dirigenti di Elektrowatt, la ditta appaltatrice dei lavori. Prevalse, anche sotto la pressione della politica, la tesi della catastrofe naturale. Sentenza confermata in appello con l’ultima beffa ai danni delle famiglie, condannate a sostenere le spese processuali.

Soltanto due anni fa, scaduto il periodo di protezione dei dati, come spiega il Corriere dell’italianità, è venuto alla luce il progetto di sentenza preparato dal giudice Paul Eugen Burgerer, che voleva chiamare a rispondere i responsabili del disastro. Il giudice, da quanto riferisce il giornalista Kurt Marti sul Beobachter, aveva chiesto un verdetto di colpevolezza per quattro imputati della società Elektrowatt, ma fu messo in minoranza. Anche il Tribunale cantonale, come quello distrettuale, seguì la tesi dell’”imprevedibilità” e tutti gli imputati furono assolti.

La tragedia di Mattmark fu un punto di svolta della politica migratoria dei sindacati svizzeri. È quanto sostiene Vasco Pedrina – pilastro del sindacalismo elvetico, già copresidente dell’Unione sindacale svizzera e già copresidente di Unia – nel recente volume pubblicato in occasione dei sessant’anni dalla catastrofe (a cura di Elisabeth Joris, Mattmark 1965 – Erinnerungen, Gerichtsurteile, italienisch-schweizerische Verflechtingen).

“L’impegno della Federazione svizzera dei lavoratori dell’edilizia e del legno (FLEL) per tutti i lavoratori del cantiere di Mattmark – scrive Pedrina – indipendentemente dall’origine, segna l’inizio di una svolta nella politica migratoria sindacale, passando dal vedere i lavoratori/trici immigrati come concorrenti sul mercato del lavoro a quella di considerarli come attori/attrici alla pari nella lotta comune per i diritti lavorativi e sociali. Il ruolo del ticinese Ezio Canonica (segretario centrale FLEL) fu cruciale”.

Il sindacato svizzero, negli anni della Guerra fredda, ebbe posizioni rigide nei confronti dei sindacati italiani di matrice comunista, come la CGIL. Dopo la catastrofe di Mattmark la FLEL frenò i tentativi da parte dei delegati italiani degli operai di promuovere scioperi. Anche sette anni dopo, in occasione del processo, il sindacato svizzero espresse fiducia nei confronti della giustizia e mantenne una certa riserva nel dibattito politico. “Ma al termine della procedura giudiziaria – annota Vasco Pedrina – la FLEL dovette riconoscere di essersi sbagliata”, e reagì indignata alla sentenza di assoluzione, così che le famiglie, con il sostegno sindacale, presentarono ricorso contro la sentenza di prima istanza.

Ezio Canonica criticò duramente le assoluzioni e scrisse: “Un contrasto repellente colpisce: le imprese operanti nel cantiere della centrale idroelettrica di Mattmark avevano assicurato il loro inventario e le loro macchine contro i rischi di una catastrofe. Per gli operai non è stata stipulata una assicurazione equivalente”. “È inaccettabile, sia per il lavoratore sia per il sindacato, che la negligenza e le omissioni dei datori di lavoro e degli organi di controllo provochino la morte di lavoratori”.

Negli anni sessanta il sindacato svizzero aveva assunto posizioni xenofobe. “I sindacati tollerarono norme legali discriminatorie, come quelle riguardanti lo statuto di stagionale. Nell’ottica sindacale, ciò che oggi è più difficile da digerire è che – come le autorità – essi ebbero ricorso nelle loro posizioni sull’‘inforestierimento’ a un vocabolario simile a quello della estrema destra xenofoba”, sottolinea Vasco Pedrina.

Ezio Canonica, segretario centrale della FLEL dal 1947 al 1967, fu tra i primissimi dirigenti sindacali a capire che l’immigrazione era diventata un fattore strutturale dell’economia svizzera, tanto che anche i lavoratori italiani cominciarono ad aderire ai sindacati. I segni di questa svolta figurano in documenti della FLEL, come il rapporto di attività 1962-64, citato da Pedrina: “Contrariamente ad alcuni circoli che adottano un doppio linguaggio a seconda che si rivolgano ai lavoratori svizzeri o stranieri, la nostra Federazione può vantare una linea chiara verso entrambi i gruppi. Il nostro obbiettivo è, e resta, creare mediante una migliore comprensione reciproca, una sintesi di interessi tra lavoratori svizzeri e stranieri, condizione indispensabile alla solidarietà in seno alla classe operaia”.

La FLEL fu quindi il primo sindacato dell’USS, negli anni Sessanta, a iniziare a organizzare sistematicamente i lavoratori immigrati.

Canonica criticò anche la pace del lavoro, sostenuta soprattutto dal sindacato dei metalmeccanici, la FLMO, su posizioni xenofobe, e fu il primo dirigente sindacale a mettere in discussione lo statuto di stagionale. Erano anni bui, segnati anche dalle iniziative promosse da James Schwarzenbach che volevano limitare gli stranieri al 10% della popolazione totale. Il 7 giugno 1970 l’iniziativa ottenne il 47% di sì, un risultato scioccante. Canonica si batté alacremente contro l’iniziativa che però fu sostenuta da diverse sezioni sindacali.

“Dopo Mattmark – scrive Vasco Pedrina – l’esito della votazione Schwarzenbach costituì una seconda scossa, contribuendo al cambiamento di rotta nella politica migratoria di tutti i sindacati. In conclusione, Mattmark e Canonica segnano l’inizio di un difficile percorso verso una svolta storica nella politica migratoria sindacale e, più tardi, in quella nazionale”.

Nell’immagine: la ricerca delle vittime subito dopo la tragedia (dal documentario RSI)