“Sono un ferroviere e rispetto le FFS. Per questo sarò in piazza”

Le FFS sono l’incarnazione della Svizzera, il suo biglietto da visita. Ma la gestione liberista è puramente aziendalista affermatasi da diversi anni non rispetta ciò che le FFS rappresentano 

Da mps informazione

Qui di seguito la testimonianza di Elia, un giovane lavoratore delle FFS, per quanto concerne lo smantellamento di FFS Cargo in Ticino

Parlo da ferroviere, perché sono un ferroviere, come lo era il mio bisnonno: le FFS mi danno un tetto sopra la testa, mettono cibo nel mio piatto, permettono alla mia compagna di studiare e a mia figlia di prevedere un futuro. Ho un profondo rispetto per le Ferrovie Federali Svizzere e per ciò che esse rappresentano.

Ed è proprio questo profondo rispetto per le FFS che mi spinge ad attivarmi.

Le FFS sono l’incarnazione della Svizzera, il suo biglietto da visita. Ma la gestione liberista e puramente aziendalista affermatasi da diversi anni non rispetta ciò che le FFS rappresentano.

Il popolo ha fatto una votazione storica con l’iniziativa delle Alpi, e altre tre volte ha votato per realizzare AlpTransit (che non è ancora completo). 23 miliardi di soldi nostri per il trasferimento modale. Per il tunnel ferroviario più lungo al mondo.

E ora si vuole liberalizzare, pezzo per pezzo, il trasporto merci, senza garanzie che la volontà popolare venga rispettata, privatizzando i profitti dopo aver investito miliardi di soldi pubblici.

La Svizzera non può essere questo; le FFS non possono essere questo!

Abbandonare il terminale di Cadenazzo con l’unica motivazione che la Posta “non deve applicare i nostri CCL” non mi pare sia conforme alle pretese delle FFS di essere un’azienda socialmente attenta. Eliminare posti di lavoro qualificati a dozzine non è degno del federalismo che le FFS hanno contribuito a rendere possibile

E in cambio cosa otteniamo?

100’000 camion in più all’anno sulle nostre strade. Se si rispettano le FFS e ciò che esse rappresentano, come si fa a non indignarsi?

Quindi il 29 agosto mi rivolgerò ad Alexander Muhm, da ferroviere a ferroviere.
Quella sera a Mendrisio mi rivolgerò a Vincent Ducrot, da ferroviere a ferroviere.
E dirò: “Guardate dentro di voi e chiedetevi: stiamo rispettando ciò che le FFS rappresentano?”


I droni sulle raffinerie russe. Così Kiev brucia il petrolio che paga la guerra di Putin

Le FFS sono l’incarnazione della Svizzera, il suo biglietto da visita. Ma la gestione liberista è puramente aziendalista affermatasi da diversi anni non rispetta ciò che le FFS rappresentano 

Di Gianluca Di Feo, La Stampa

Bruciare il tesoro di Putin per obbligarlo ad accettare la tregua. L’offensiva dei droni ucraini rivela un disegno strategico: gli attacchi scagliati sugli impianti petroliferi russi mirano a compensare le difficoltà dell’esercito di Kiev, che ora inizia a cedere terreno pure nella regione di Dnipropetrovsk, e convincere il Cremlino a sospendere i combattimenti.

Perché è Mosca che presto potrebbe avere l’interesse maggiore a – letteralmente – cessare il fuoco. Dall’inizio di agosto sono andate in fiamme dieci raffinerie, le più grandi del Paese, e gli effetti cominciano a farsi sentire. Il prezzo del carburante sul mercato nazionale ha raggiunto i massimi storici e diverse stazioni di servizio sono già rimaste a secco, soprattutto in Crimea e in Siberia, dove vengono segnalate code di automobilisti alle pompe.

Giovedì notte, poi, un altro poi botto ha messo fuori uso l’oleodotto che collega Ryazan alla capitale: sui social sono apparse le immagini della colonna di fumo, senza conferme ufficiali né rivendicazioni ucraine, e si parla di blocco del flusso principale diretto a Mosca. Gli analisti di Reuters ritengono che i bombardamenti abbiano ridotto del 17 per cento capacità di trasformare il greggio in benzina e diesel, in un momento di altissima richiesta: l’ultima vacanza estiva spinge i russi a viaggiare, sommandosi alle necessità dei mezzi agricoli per la raccolta dei cereali e alla domanda per le scorte del riscaldamento invernale.

C’è un elemento che pesa sui timori russi: le incursioni si stanno dimostrando più precise e devastanti. I tecnici di Kiev hanno perfezionato i sistemi di guida dei droni, che grazie a motori potenziati trasportano più esplosivo. Nei filmati si vedono gli ordigni che dopo voli di settecento-mille chilometri centrano le strutture più delicate e le demoliscono. Un anno fa bastavano sette-dieci giorni per rimetterle in funzione dopo i raid: ora si stima che le riparazioni richiederanno almeno un mese. Le foto satellitari evidenziano danni pesanti agli impianti di Ryazan, Novokuibyshevsk e Saratov che da soli forniscono il 14 per cento del carburante.

Il Cremlino ha poche misure per lenire la crisi. A fine luglio è stato imposto il divieto di esportare benzina e gasolio, una misura che dovrebbe venire prorogata per tutto settembre: secondo la testata online Bell però il provvedimento blocca la partenza di 50-60 mila tonnellate a settimana, insufficienti per compensare le perdite causate dai droni. Non viene escluso di bandire pure le forniture privilegiate ai Paesi amici o di aumentare le importazioni dalla Bielorussia.

Gli ucraini non si limitano a bersagliare le raffinerie, ma stanno prendendo di mira pure le infrastrutture che alimentano le vendite petrolifere all’estero. L’incursione più seria è avvenuta domenica sul Baltico contro l’impianto di liquefazione di Ust-Luga, che consegna venti milioni di tonnellate l’anno. È stata distrutta la torre di frazionamento criogenico, il cuore dell’infrastruttura, e non è chiaro quando l’attività potrà riprendere. Altri raid invece si accaniscono sui depositi più vicini al fronte – come martedì in Crimea – per cercare di ostacolare i movimenti delle truppe.

Il Cremlino sta facendo di tutto per contrastare le azioni dei droni: nelle città industriali le antenne dei cellulari vengono spente per dodici ore al giorno, cercando di “accecare” gli apparati di guida dei robot volanti che trovano la rotta grazie ai ripetitori della telefonia mobile. Molti dei velivoli ucraini però dispongono già di navigatori basati sull’intelligenza artificiale, che identificano il profilo del terreno e non temono contromisure. Le batterie contraeree russe sono state rinforzate con squadriglie di elicotteri Hind e Aligator, che pattugliano i cieli per intercettare i piccoli velivoli in vetroresina praticamente invisibili ai radar. Dozzine di missili terra-aria di nuova generazione vengono installati sui semoventi Pantsir.

Kiev però negli ultimi giorni ha esibito due modelli di missili cruise, il Flamingo e il Super-Neptune: non sono ancora entrati in azione e possono infliggere danni ancora più gravi, perché muniti di testate esplosive tre volte superiori a quelle dei droni. Come il resto dell’arsenale scagliato contro la Russia, vengono costruiti in patria e permettono al governo Zelensky di ignorare il veto del Pentagono all’uso di armamenti americani.

Il grande interrogativo è come reagirà Mosca all’escalation di roghi. Il popolo russo è abituato ai disagi e ha una sopportazione leggendaria ma persino Maksim Kalashnikov, uno degli araldi del nazionalismo, nel suo show televisivo ha denunciato la carenza di carburante. Il Cremlino non ha mai interrotto i bombardamenti di fabbriche e centrali ucraine – ieri sono state colpite quelle di Poltava, lasciando centomila persone senza corrente -: potrebbe rispondere con una prova di forza e concretizzare la rappresaglia dei giganteschi missili Oreshnik, più volte vagheggiata. Putin deve però calibrare con cautela le sue mosse, perché l’amministrazione Trump ha messo sul tavolo dei negoziati una minaccia letale: l’aumento dei dazi all’India per imporle di cessare le importazioni di greggio russo. Da sole le vendite di petrolio a New Dheli generano 90 miliardi di dollari l’anno: la linfa indispensabile per lo sforzo bellico dello zar.


La deriva di Trump e i silenzi del mondo

Le FFS sono l’incarnazione della Svizzera, il suo biglietto da visita. Ma la gestione liberista è puramente aziendalista affermatasi da diversi anni non rispetta ciò che le FFS rappresentano 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Gli Stati Uniti stanno scivolando verso la dittatura? Dittatura è una parola forte e ancora prematura. La Russia di Vladimir Putin è una dittatura, come lo è la Corea del Nord di Kim Jong Un. Invece, Stati indubbiamente autoritari come la Cina o l’Iran, che manifestano un articolato sistema di potere e non una struttura verticale che inizia e finisce con un solo uomo al comando (perché sempre di uomini si tratta), non possono essere etichettati come dittature; per non parlare di Paesi come la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, l’Ungheria di Viktor Orbán o l’Israele di Benjamin Netanyahu. Autoritari sì, e sempre di più, ma dittature ancora no. E se non lo sono Turchia, Ungheria o Israele, certamente non lo è neppure l’America di Donald Trump.

Ma tanto è vero che gli Stati Uniti non sono una dittatura quanto è vero il fatto che abbiano imboccato la via dell’autoritarismo. È passato poco più di mezzo anno dall’inizio della seconda presidenza Trump e già si fatica a definire gli Usa una democrazia liberale.

Una democrazia liberale vanta elezioni libere, e su questo gli Stati Uniti continuano ad avere il bollino blu. Potrebbero perderlo in futuro: basti pensare alla determinazione di Trump di eliminare il voto per corrispondenza, che in un Paese grande e federale come gli Stati Uniti equivarrebbe a una restrizione significativa del diritto di voto. Uno dei momenti più bassi dell’incontro tra Trump e Putin in Alaska è stato proprio quando il presidente americano, inveendo contro il voto per posta, si è vantato in un’intervista con Fox News che il dittatore Putin la pensava allo stesso modo. Altrettanto preoccupante è il ridisegno dei distretti elettorali in Texas per favorire i candidati repubblicani, inducendo la California, governata dai democratici, a fare la stessa cosa per neutralizzare lo squilibrio a favore del Gop.

Ma se le elezioni libere sono una condizione necessaria di una democrazia, non sono sufficienti. D’altronde elezioni più o meno libere si svolgono regolarmente in Turchia, Iran, Israele e Ungheria. Diritti e libertà, stato di diritto e separazione dei poteri sono altrettanto importanti, se non di più. E su tutti questi aspetti, l’America di Trump accelera verso l’autoritarismo.

Sui diritti, gli ultimi mesi hanno visto il dispiegamento della Guardia nazionale contro cittadini in California. Ora Trump minaccia di fare lo stesso a Chicago. Ci sono stati arresti e deportazioni di massa, a partire dal caso di Kilmar Ábrego Garcia, un uomo salvadoregno che viveva da anni negli Stati Uniti regolarmente, ingiustamente espulso a El Salvador e ora, al suo ritorno, nuovamente arrestato senza prove. Studenti sono stati arrestati e hanno visto revocare i visti di studio per aver espresso opinioni contrastanti con quelle dell’Amministrazione, come nel caso di Mohammed Kalili per le critiche su Israele. Le libertà accademiche sono sotto assedio, con la crociata di Trump contro le università della Ivy League. E mentre alcune, a partire da Harvard, tentano di tener testa all’Amministrazione, altre, come la Columbia, per non perdere centinaia di milioni di finanziamenti federali per la ricerca, hanno accettato ingerenze senza precedenti. Così come sono sotto attacco i media, per ultimi Abc e Nbc. Giornalisti e media sono sempre più inclini all’autocensura, da quando Jeff Bezos, ancora prima dell’elezione di Trump, ha negato al Washington Post, di sua proprietà, la possibilità di dare l’endorsement a Kamala Harris, per timore di inimicarsi il probabile futuro presidente.

Infine, l’attacco frontale allo stato di diritto e alla separazione dei poteri. Ed è forse qui che la trasformazione dell’America verso l’autoritarismo è più radicale. In sei mesi Trump ha intimidito gli studi legali che hanno rappresentato i suoi oppositori o intrapreso cause contro le sue politiche. Nei primi mesi dell’Amministrazione, con la scusa farlocca dell’efficienza e del taglio alla spesa pubblica, e per mano dell’ex sostenitore Elon Musk, Trump ha abolito o svuotato le agenzie da lui considerate strutturalmente critiche delle sue politiche, a partire dall’agenzia per la cooperazione Usaid, l’agenzia per la protezione dell’ambiente e il Dipartimento per l’Istruzione. Ora il bersaglio prediletto è diventata la Banca centrale, la Federal Reserve, che si ostina a mantenere la sua indipendenza. Trump ancora non ha compiuto il passo decisivo di rimuovere il governatore Jay Powell, non certo per riverenza verso la democrazia ma per paura della reazione dei mercati, gli stessi che già nel caso della guerra dei dazi lo hanno costretto a mitigare i suoi istinti più radicali. Ma passi di avvicinamento ne ha compiuti, con il licenziamento di Lisa Cook, membro del consiglio dei governatori della Fed. Il licenziamento di Cook segue un copione già noto. Laddove un funzionario pubblico dichiara o pubblica fatti o opinioni che contrastano le presunte verità dell’Amministrazione, quegli individui vengono brutalmente rimossi.

Questo è stato anche il caso della direttrice dell’ufficio per le statistiche sul lavoro, Erika McEntarfer, licenziata dopo la pubblicazione di un rapporto con dati preoccupanti sull’economia americana. D’altronde, Trump sostiene la teoria unitaria dell’esecutivo, ossia che il potere esecutivo debba risiedere esclusivamente nella presidenza. Il potere crescente della Immigration and Customs Enforcement Agency, che risponde direttamente al presidente e sembra agire in base a regole opache, va nella stessa direzione. L’esecutivo unitario non equivale a una dittatura, ma l’intenzione è quella, e la strada sembra tracciata.

E ciò che rende il viaggio americano verso l’autoritarismo ancor più inquietante è la sua velocità. Putin, Erdogan, Orbán e Netanyahu sono al potere da decenni. Ci hanno messo molti anni per diventare i leader autoritari che sono oggi. Ciò che in questi Paesi è accaduto nel corso di molto tempo, in America sta accadendo in pochi mesi. E non esistono superpotenze o organizzazioni sovranazionali con il potere di frenare la deriva autoritaria di Washington. Insita in questa velocità c’è, però, una speranza. I cambiamenti lenti sono più difficili da decifrare, e quindi da frenare e ostacolare. Quelli rapidi e radicali saltano all’occhio e tendono a suscitare una reazione. Al netto dei mercati, quella reazione ancora stenta ad arrivare negli Stati Uniti, ma la speranza è che si faccia sentire presto. Una cosa però è certa: se non arriva, la democrazia in America sarà già morta. Semplicemente non ce ne saremo accorti.


Le tre dinamiche coloniali della violenza

Le FFS sono l’incarnazione della Svizzera, il suo biglietto da visita. Ma la gestione liberista è puramente aziendalista affermatasi da diversi anni non rispetta ciò che le FFS rappresentano 

Di Meera Sabaratnam, il manifesto

Lungi dall’essere un anacronismo, una sensibilità postcoloniale è indispensabile per comprendere le fondamenta strutturali e l’espressione violenta di ciò che sta accadendo in Palestina e in Israele. Ci sono tre dinamiche rilevanti da esaminare. Quella centrale è che Israele si è configurato come un progetto coloniale d’insediamento che non può compiersi, perché non è in grado né di sterminare né di assimilare, né di espellere né di sottomettere in modo permanente la popolazione nativa che abita entro i confini da esso autoproclamati. È questa la struttura fondamentale all’interno della quali avvengono questi ripetuti episodi di violenza.

E questo nonostante una lunga occupazione militare, l’incarcerazione di massa e l’attuazione di politiche equivalenti all’apartheid, l’eccezionale militarizzazione e securitizzazione dello Stato e della società, gli ampi sforzi diplomatici e politici volti a delegittimare ogni obiezione, e così via. In questo senso, i livelli attuali di violenza non possono essere risolti né attraverso una spietata vittoria militare in uno Stato unitario, come accaduto in Sri Lanka, né tramite una spartizione, come avvenuto in Bosnia, né con una democrazia multietnica come quella del Sudafrica. Tutte le soluzioni politiche realistiche risultano di fatto precluse, mentre continua a essere perseguito con violenza il sogno coloniale eliminazionista.

Questa prima e centrale dinamica coloniale interna al territorio è resa possibile da una seconda struttura imperiale, inscritta nell’ordine internazionale. In questo caso, specifici stati di grande potere designano regioni lontane come centrali per i propri interessi e si arrogano il diritto di organizzarle di conseguenza, ignorando selettivamente altre norme e regole politiche che, invece, per se stessi cercherebbero di proteggere.

Lo stesso gruppo di Stati – Stati uniti, Regno unito e molte nazioni europee – che ha imposto no-fly zone e dure sanzioni economiche in Iraq e in Libia per la protezione dei civili, che ha protestato con forza e agito contro le violazioni del diritto internazionale da parte della Russia nell’invasione dell’Ucraina, non ha sanzionato in alcun modo concreto questi crimini di guerra ben documentati, continuando anzi a rifornire e sostenere Israele, salvo esprimere di tanto in tanto disagio di fronte ai crimini di guerra più evidenti. Senza questa cornice imperiale di tolleranza e sostegno, quel progetto coloniale non potrebbe essere tanto ambizioso e implacabile.

Le prime due dinamiche si intrecciano poi con un terzo elemento: l’ordinamento razzializzato della popolazione mondiale. La razzializzazione consiste in una gerarchia presunta di priorità e valore attribuita alle persone in base alla loro discendenza presunta, codificata attraverso tropi di avanzamento di civiltà e di sviluppo, specificità culturali e caratteristiche biologiche. In un mondo che si proclama impegnato nei diritti umani e nell’uguaglianza, è evidente che alcuni vengono considerati molto più umani di altri, o perlomeno che l’umanità di alcuni sia vista come una condizione contingente, non presunta.

In questo caso, la sistematica disumanizzazione razzializzata dei palestinesi è stata un elemento cronico e fondativo della loro oppressione. E questo è necessario al funzionamento delle prime due dinamiche. È francamente difficile immaginare che le cose che sono accadute a loro – compreso il vederli deliberatamente affamati sotto gli occhi del mondo, in tempo reale – potrebbero essere tollerate se fossero considerati bianchi. Mentre alcune forme di politica razzializzata sono divenute oggetto di forti contestazioni nell’ultimo secolo, altre continuano a modellare orientamenti e comportamenti.

Ovviamente, vi sono ulteriori strati, logiche e dinamiche da analizzare, tra cui il senso di debito morale avvertito dall’Europa verso Israele dopo l’Olocausto, i mutati equilibri geopolitici degli stati arabi e del Golfo, il complesso globale della sicurezza-industria della sorveglianza sviluppatosi dopo la «War on Terror» e il rapporto più ampio di questo conflitto con le lotte tra destra e sinistra nel Nord globale. Tuttavia, da un punto di vista analitico, un orientamento postcoloniale è indispensabile per comprendere in profondità come e perché tali schemi di violenza continuino a riprodursi nell’attuale ordine internazionale. Vorrei tanto che non fosse così.

*Meera Sabaratnam è docente in relazioni internazionale all’Università di Oxford


Putin-Xi, un vertice del Sud globale per sedurre l’India e parare le sanzioni

Le FFS sono l’incarnazione della Svizzera, il suo biglietto da visita. Ma la gestione liberista è puramente aziendalista affermatasi da diversi anni non rispetta ciò che le FFS rappresentano 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Qualche settimana fa, un intellettuale cinese mi ha detto con soddisfazione che alla Cina basta sedersi sulla riva del fiume e attendere: il proprio soft power cresce grazie agli errori della nuova amministrazione americana. I dazi Usa generalizzati hanno frammentato le catene globali e colpito più gli alleati che i rivali. Il ridimensionamento di UsAid ha aperto spazi in Africa, Asia e America Latina, riempiti da Pechino con prestiti e infrastrutture. L’imprevedibilità di Washington ha reso la Cina un partner percepito come affidabile. Il rifiuto americano del multilateralismo ha legittimato piattaforme come Brics, Belt and Road e Sco (Shanghai Cooperation Organization). Non è merito di Pechino, ma frutto di una erosione della vocazione universalistica americana.

Tianjin: il vertice che sposta il baricentro

Il vertice Sco che si apre a Tianjin il 31 agosto conferma questo quadro. È più di un summit regionale: segnala che il baricentro geopolitico si sposta dall’Occidente all’Eurasia. Xi accoglierà oltre venti leader del Sud globale, tra cui Putin, l’indiano Modi, il presidente iraniano Pezeshkian e il segretario generale Onu Guterres. Per la Cina è un nuovo tentativo di scalfire la centralità americana e di accreditare l’immagine di un’Asia capace di organizzarsi senza l’Occidente.

Il ritorno tattico dell’India

La presenza di Modi è la novità più rilevante. Dopo sette anni, torna in Cina non per allearsi con Pechino, ma per un calcolo tattico causato dalle scelte di Washington. Trump ha imposto dazi del 50% sull’export indiano, come sanzione per gli acquisti indiani di greggio russo, passati da meno dell’1% a circa un terzo del fabbisogno totale dell’India. Trump ha invece risparmiato Pechino, primo acquirente di petrolio scontato da Mosca.

L’alleato penalizzato e il rivale risparmiato: per Modi è un’ipocrisia che rivela la debolezza americana. La ragione risiede nella vulnerabilità degli Stati Uniti nel campo delle terre rare. La Cina controlla oltre l’85% della lavorazione mondiale e più del 90% della produzione di magneti permanenti. Ogni F-35 richiede oltre 420 chili di terre rare e magneti, un cacciatorpediniere Arleigh Burke più di 2,6 tonnellate e un sottomarino Virginia oltre 4,5 tonnellate, in massima parte provenienti dalla Cina. La potenza militare americana dipende da materiali che Pechino può condizionare a piacimento. È un paradosso strategico: Washington deve tollerare la dipendenza dal rivale che non osa sanzionare, mentre colpisce gli alleati.

Segnali di un mondo multipolare

La presenza di Modi non indica un cambio di campo, ma segnala che l’India ha alternative. La sua immagine accanto a Xi e Putin, con Guterres a legittimare, è un messaggio eloquente per Washington. Per la Russia Tianjin è ossigeno: Putin non detta più l’agenda, ma porta due doti decisive, energia e forza militare. La sua presenza accanto a Xi e Modi certifica che Mosca non è isolata e che la Sco normalizza l’interdipendenza eurasiatica.

Tre agende per un nuovo ordine regionale

Dietro la vetrina del Vertice scorrono tre agende. La prima è securitaria: Afghanistan, narcotraffico, confine sino-indiano. La seconda è economica e finanziaria: clearing fuori dal dollaro, valute e strumenti digitali legati allo yuan, che l’India tuttavia accetta solo in parte. La terza è simbolica: estendere la narrativa di autonomia strategica dall’Eurasia al Golfo e al Sud-Est asiatico.

Convergenze tattiche in un’Asia frammentata

Qui emerge il dato strutturale: pur tra rivalità sino-indiana, legame di Pechino con Islamabad e diffidenza Iran-Arabia Saudita, la Sco consente alla Cina di trasformare contraddizioni in convergenze tattiche. È un asse frastagliato ma reale, che non vuole sostituire l’Occidente ma ridimensionarlo, contrapponendo all’incoerenza americana la narrativa di stabilità e l’immagine cinese di “potenza responsabile”.

Immagini, più che documenti, a dettare il messaggio

Il vertice di Tianjin non cambierà l’ordine globale, ma confermerà che il mondo può riorganizzarsi senza l’America e in parte contro di essa. La Sco non è un’alleanza, ma uno strumento politico: Xi la usa per rafforzare la centralità cinese, Modi per alzare il prezzo della sua, Putin per mostrare resilienza. Senza Nuova Delhi non esiste contenimento della Cina, eppure è Washington a spingerla verso Pechino. Alla fine, conterà più l’immagine che i documenti: Xi al centro, con accanto Modi, Putin, Pezeshkian e Guterres. È il simbolo di un ordine che cambia.

Pechino: tra memoria e potenza

La coreografia proseguirà a Pechino il 3 settembre con la parata per l’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Asia: un dispiegamento di nuove capacità cinesi e un montaggio visivo che unisce memoria storica e modernizzazione militare. Qui Pechino lega l’immagine di “potenza responsabile” alla postura di “potenza capace”, mentre gli ospiti stranieri certificano la normalità di una centralità cinese inedita: la Sco fornisce il contesto diplomatico, la parata il linguaggio della forza.

La lezione della strategia cinese

La lezione è tagliente: più gli Stati Uniti alzano barriere in modo incoerente, aggressivo e imprevedibile, più rendono facile a Pechino federare le insoddisfazioni. È la politica dell’egemonia negativa. E la Cina, con pazienza strategica, sembra voler applicare un antico insegnamento cinese: «quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento».


Pronta a salpare per la Palestina, la Flotilla più grande di sempre

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Di Alessia Candito, La Repubblica

Decine di barche in partenza, a bordo equipaggi di 44 Paesi, una lista d’attesa di oltre 30mila persone pronte a salire a bordo e fare rotta su Gaza. Eccola la Global Sumud Flotilla, «la più grande missione civica navale mai realizzata» che punta a rompere l’assedio della Striscia sprofondata nella carestia e aprire un canale umanitario permanente.

Via mare, ci si prova da diciotto anni, ma solo una volta il blocco navale imposto da Israele è stato “bucato” e dal 7 ottobre gli ingressi nella Striscia, anche di cooperanti, sono stati contingentati, ostacolati o sospesi. Ma Sumud in arabo significa perseveranza, resilienza, resistenza, incrollabile fiducia. E l’adesione al progetto, nato dai percorsi della Freedom flotilla,storico movimento che tenta di raggiungere Gaza via mare, della Global march to Gaza e del Maghreb Sumud Convoy, che quest’anno ci hanno provato via terra e del Sumud Nusantara, il gruppo del Sud Est Asiatico, patrocinato dal primo ministro malese Anwar Ibrahim, «ha superato ogni aspettativa», dicono gli organizzatori.

Alla partenza mancano pochi giorni. Il 31 agosto le prime barche salperanno da Genova e Barcellona, il 4 settembre, il resto della flotta prenderà il largo dalla Sicilia, dalla Tunisia e dalla Grecia. Tranne alcune, cariche di aiuti umanitari, si tratta di piccole barche da diporto, per lo più a vela. «Non vogliamo che nessuno possa leggerci o raccontarci come una minaccia», spiega la portavoce italiana, Maria Elena Delia.

Numeri precisi? Al momento non ce ne sono. Primo, per ragioni di sicurezza. In passato è capitato che imbarcazioni dirette a Gaza venissero sabotate o si ritrovassero improvvisamente senza bandiera. Secondo, in tanti stanno ancora chiedendo di aderire e accompagnare anche solo per un tratto la missione.

Da volti noti come l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau e l’ecoattivista Greta Thunberg, che già nei mesi arrestata e espulsa da Israele, a semplici volontari: a bordo ci saranno persone di ogni tipo. Gli equipaggi, spiegano gli organizzatori, saranno mescolati con attenzione, nessuno dovrà essere “più debole” per passaporti e nazionalità.

Quello diplomatico e dei rapporti di forza internazionali è probabilmente il principale terreno su cui si gioca la sfida della Flotilla. I rischi ci sono, lo sanno tutti. Al Damir, la barca a vela che a maggio ha tentato di raggiungere la Striscia via mare, è stata colpita da due droni militari e quasi affondata al largo di Malta. La Madleen e la Handala, che ci hanno riprovato nei mesi successivi, sono state intercettate e bloccate in acque internazionali. Gli equipaggi – e a bordo c’erano anche europarlamentari come Rima Hassan – arrestati, trattenuti per diversi giorni e poi espulsi con un divieto di ingresso di un secolo. Nel 2010 invece, la missione si è conclusa nel sangue: l’Idf ha assaltato la Mavi Marmara e aperto il fuoco. Sul ponte sono rimasti dieci morti e decine di feriti.

«Sappiamo che il rischio c’è – riconosce Delia – ma di fronte a quello che sta succedendo a Gaza non possiamo rimanere inerti». Anche i numeri potrebbero giocare un ruolo: intercettare così tante barche e persone potrebbe essere complicato anche per Israele. «Diritti e convenzioni internazionali sono dalla nostra parte – afferma Delia – ma devono essere i governi a tutelarci».

A quello italiano, l’Anpi lo ha chiesto formalmente e pubblicamente, ma al momento l’appello è caduto nel vuoto. A terra invece in tanti hanno risposto alle richieste di sostegno e solidarietà. Si sono schierati con la Global Sumud Flotilla Cgil e Usb, si sono mossi artisti, attori, storici, intellettuali e volti noti fra cui Zerocalcare, Alessandro Gassman, Claudio Santamaria, i Subsonica, Alessandro Barbero, Laika, Elisa, Fiorella Mannoia e Assalti Frontali. Ma soprattutto si è mobilitata gente comune: a Genova la campagna che puntava a raccogliere 45 tonnellate di aiuti umanitari entro il 29 agosto ha già raggiunto l’obiettivo. «Riusciremo a caricarne più del doppio».


Sindone, lo scritto più antico: “Serviva a truffare i fedeli”

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Di Andrea Parodi, La Stampa

Nicolas Sarzeaud, giovane ricercatore presso l’Università cattolica di Lovanio e borsista dell’Accademia Francese di Roma, non poteva credere ai suoi occhi quando, qualche mese fa, ha riconosciuto in un testo medievale la più antica testimonianza ad oggi conosciuta sull’esistenza della Sindone di Torino. Non solo perché è la prima fonte scritta sul misterioso Lino, ma soprattutto perché redatta da Nicola di Oresme, autore medievale di grande autorevolezza, e – cosa più importante – per il suo contenuto.

Il testo, infatti, conferma che la Sindone sia un falso, realizzata artificiosamente al fine di estorcere denaro ai fedeli, come reliquia miracolosa allo scopo di riempire le casse della chiesa dove era conservata.

Siamo nella Francia del 1370 circa. Nicola di Oresme scrive un trattato (Problemata), oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Francia (ma altre copie sono presenti alla Biblioteca Laurenziana di Firenze e alla Nazionale di Napoli). Nel testo compaiono le frasi: «quia sic multi viri ecclesiastici deciperent alios ut oblationes suis ecclesiis afferrent. Patet hoc ad sensum de ecclesia in Campania ubi dicebatur quod esset sudarium domini Ihesu Christi» (traduzione: «perché in questo modo molti ecclesiastici ingannano gli altri, per far in modo che portino offerte alle loro chiese. Ciò si vede chiaramente in quella chiesa nella Champagne dove si diceva che ci fosse la sindone del Signore Gesù Cristo»). Il riferimento è chiaramente alla chiesa di Lirey, nella regione francese della Champagne, famosa per aver ospitato, in una collegiata fondata dal cavaliere Geoffroy de Charny, il telo della Sindone fino al 1418, quando venne spostata a causa dei disordini della Guerra dei Cent’anni (nel 1453 venne infine venduta ai Savoia, che la gestirono fino al 1983).

Per caso, durante la preparazione dell’edizione a stampa dello scritto del teologo medievale Nicola di Oresme, due studiosi francesi si sono imbattuti in questo passaggio. Non sapendolo interpretare correttamente, si sono rivolti a Nicolas Sarzeaud, 33 anni, che nel 2024 ha pubblicato in Francia un libro sulle sindoni. Sarzeaud ha subito compreso l’importanza della scoperta, che sarà presto pubblicata sulla rivista accademica Journal of Medieval History in un articolo in cui spiega tutto nel dettaglio. «Nicola di Oresme fu un filosofo, scienziato e teologo assai noto, originario della Normandia, docente universitario a Parigi, uomo della cerchia dei favoriti del re di Francia, dal 1377 vescovo di Lisieux – spiega Sarzeaud –; fu soprattutto una figura particolarmente importante all’epoca, noto fra l’altro per i suoi tentativi di fornire spiegazioni razionali a certi fenomeni, tra cui alcuni miracoli che troppo facilmente venivano ascritti a Dio o ai demoni. E proprio in questo si inserisce la sua citazione della Sindone».

Fino a oggi i testi più antichi riguardanti la Sindone risalivano al 1389.Narrano di un’inchiesta sorta attorno alla sua non autenticità narrata dal vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, in uno scritto inviato al papa. Fin dal 1355, infatti, quando il vescovo era Henri de Poitiers, suo predecessore, si sapeva del Lino e delle ostensioni organizzate innanzi a una folla che accorreva da ogni parte della Francia per vedere la reliquia e i miracoli che si diceva provocasse. L’inchiesta si era conclusa con un divieto di continuare con le ostensioni, perché la Sindone si era rivelata essere un manufatto recente, come confermato anche dall’artista che l’aveva realizzata. Era risultato che i miracoli di guarigione che le si attribuivano erano simulati. Addirittura alcuni falsi ammalati, dietro compenso, fingevano di essere guariti. Tutto ciò era organizzato dai canonici al fine di estorcere denaro ai fedeli, che grazie alla reliquia miracolosa riempivano le casse della chiesa.

«In questo scritto, composto da Nicola de Oresme – continua Nicolas Sarzeaud – il riferimento alla Champagne, alla sindone e ai miracoli simulati per lucro chiaramente rimanda alle vicende della chiesa di Lirey per come già le conoscevamo dal resoconto del 1389. Ma Oresme, ed è qui la novità, non dipende da esso, perché nel 1389 era già morto da sette anni; quindi va necessariamente considerato un testimone anteriore e indipendente» .

«La scoperta di questo testo è importantissima perché conferma che negli anni Settanta del Trecento in Francia la notizia della Sindone presentata fraudolentemente come autentica e accompagnata da falsi miracoli era diffusa anche fuori dalla Champagne, e già prima della disputa del 1389 – spiega Andrea Nicolotti, docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Torino ed esperto della Sindone –; se Oresme decise di citarla in uno dei suoi libri è perché sapeva che i lettori avrebbero capito di cosa stava parlando».

L’opinione di Oresme è significativa perché proviene da una persona che non era stata coinvolta nella controversia e quindi non aveva alcun interesse personale. «Con questo documento la storia della comparsa della Sindone verso il 1355 e dell’indagine di Henri de Poitiers, per come già la conoscevamo, viene ulteriormente confermata – conclude Nicolotti -; nessuno più potrà dire che è stata inventata a posteriori». Entrambi gli studiosi sono concordi nel ritenere che questo nuovo documento, il più antico finora reperito, sia un’ulteriore prova del fatto che già nel Medioevo si sapeva che la Sindone non fosse autentica. Le date, peraltro, coincidono anche con la celebre radiodatazione del tessuto, realizzata nel 1988, quando l’esame del carbonio-14 sul Lino, eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha datato la Sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. Tale datazione, da allora, è messa in discussione dai sostenitori dell’autenticità della sindone, che hanno ipotizzato contaminazioni di vario genere che il Lino avrebbe subito nei secoli, capaci di falsare il risultato. Ma gli scienziati che si occupano di radiocarbonio non ritengono che tali teorie siano sostenibili.

Nell’immagine: la Sindone


CL, Mario Draghi e la miseria del pensiero

Le FFS sono l’incarnazione della Svizzera, il suo biglietto da visita. Ma la gestione liberista è puramente aziendalista affermatasi da diversi anni non rispetta ciò che le FFS rappresentano 

“Draghi sferza l’Europa pavida e incapace di opporsi ai dazi di Trump”.
“Draghi dà uno schiaffo a von der Leyen”.
“Lezione di europeismo di Draghi contro un’Europa solo spettatrice degli eventi”.

Questo di fatto e nei resoconti è quanto ha detto Mario Draghi inaugurando il Meeting 2025 di Comunione e Liberazione a Rimini.

Ma è stato davvero così? E che nuovo europeismo ha proposto Mario Draghi e quale politica per il futuro? E perché il popolo di CL ha chiamato proprio Draghi a inaugurare i lavori della nuova edizione del Meeting, evento mediatico-annuale, accogliendolo con scroscianti applausi? E ancora: perché CL sempre – da sempre (se la memoria non ci inganna; ma nel caso, sono state eccezioni alla regola) – applaude il potere, si conforma e si inchina al potere e a chi lo rappresenta pro tempore di anno in anno (e per questo è amata e ricercata dal potere come vetrina buonista), cioè è perfettamente nel sistema e ne permette la riproducibilità? E perché da CL mai è venuta (e mai viene) una critica, un pensiero complesso, un distanziarsi dal sistema? Hanno applaudito Draghi, ma qualcuno in quella sala ha mai letto davvero la Laudato si’ di Bergoglio? – perché se l’avessero letta e capita nella sua radicalità necessaria e urgente non avrebbero invitato Draghi e gli altri potenti di turno e d’occasione… E di ragioni per contestare / criticare radicalmente il potere dell’economia e della tecnica capitalistiche – soprattutto da parte di chi si vanta o millanta di essere cristiano / cattolico – ce ne sarebbero, eccome.

Qualche dato, giusto per dire, citando dalla Fondazione Feltrinelli di Milano: “Nel 2024, secondo il rapporto Takers Not Makers, la ricchezza dei circa tremila miliardari globali è aumentata di 2’000 miliardi di dollari rispetto all’anno precedente, mentre l’intera fascia più ricca dell’1% ha accumulato più di 33’900 miliardi di dollari dal 2015 (secondo The Guardian). L’1% più ricco genera in media il doppio delle emissioni di CO₂ rispetto alla metà più povera della popolazione globale, con il 15, 9% delle emissioni mondiali attribuibili all’élite, contro il 7,7% prodotto dal 50% più povero (secondo Oxfam). Questo mentre in Germania, a poche settimane dalla vittoria elettorale di Friedrich Merz, per la prima volta un partito di estrema destra – Alternative fur Deutschland (AfD) – è arrivato in testa ai sondaggi nelle intenzioni di voto, superando gli altri partiti”.

Ma torniamo a Draghi. Cosa ha detto di così eclatante e di così critico nel suo discorso – e critica per cambiare cosa e come, per quale Europa? Intanto, nel suo discorso non c’è traccia della questione climatica e ambientale. Poteva esserci? In realtà doveva esserci vista la gravità crescente della questione; ma Draghi è un neoliberale fatto e finito e per un neoliberale – per tutti i neoliberali e per tutte le destre, per tutti i negazionisti al servizio di fatto del capitale – la crisi ambientale non deve esistere nell’agenda politica, perché obbligherebbe a mettere in discussione radicalmente il modello di crescita quantitativa imposta dal capitale nel suo delirio di sempre maggiore produttività per sempre maggiori profitti.

Draghi ha intonato il suo discorso pensando al futuro dei giovani presenti in sala, ma ha dimenticato proprio la cosa fondamentale per garantire loro un futuro: la soluzione della crisi climatica e ambientale, che essendo il prodotto di tre secoli di rivoluzione industriale capitalistica presuppone una modifica appunto radicale (non pannicelli caldi e non le retoriche sulla resilienza e meno che meno quelle che dicono: transizione digitale per la transizione ecologica, posto che la prima è energivora all’ennesima potenza e quindi cercare la seconda attraverso la prima è una evidente contraddizione in termini – ma questo non si deve dire), una modifica del modello irrazionale ed ecocida in cui viviamo.

Ha detto Draghi, criticando un’Europa diventata ininfluente: “Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico. Non è quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia raggiunto nuovi picchi. Ma è importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo. Non è a mio avviso uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. […] Credo piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione europea di difendere questi valori”.

In verità, per l’Europa neoliberale – di cui Draghi è uno dei massimi esponenti / oligarchi – questi valori non sono mai stati importanti, semmai sono stati un ostacolo (e quindi da rimuovere) al pieno dispiegarsi del mercato e alla mercificazione della vita umana. E non è forse vero – sì, è vero, è nella sua ideologia – che il neoliberalismo è considerata dai suoi ideologi l’unica filosofia politica capace di far adattare la società (cioè tutti noi) alle esigenze del capitale; e che il mercato deve sovraordinarsi alla stato e alla società? E questo obiettivo non è in sé e per sé totalmente e intrinsecamente antidemocratico, posto che non sono libero se mi devo solo adattare alle esigenze del sistema? E non è stato forse il neoliberalismo a negare, imponendo per anni le sue politiche di austerità e di disuguaglianza come scelta politica, ogni principio di equità?

E così come ci siamo dovuti adattare alle esigenze del capitale, veicolate dal neoliberalismo, così oggi, continua Draghi, “la nostra organizzazione politica [dell’Europa] deve adattarsi alle esigenze del tempo di oggi e noi europei dobbiamo arrivare a un consenso su ciò che questo comporta”. Perché se “adattarsi all’ordine neoliberale era stato in confronto un compito relativamente facile […] per affrontare le sfide di oggi l’Unione europea deve trasformarsi da spettatore o al più comprimario in attore protagonista.

Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. E le riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di consapevolezza” – ma attenzione, quando i neoliberali (sempre secondo i fondamenti della sua ideologia visti sopra) parlano di riforme in realtà pensano a controriforme.

E Draghi continua: “La sfida è ora essere capaci di agire con la stessa decisione in tempi ordinari per confrontarci con i nuovi contorni nel mondo in cui stiamo entrando. […]. È un mondo che pretende da parte nostra una discontinuità negli obbiettivi, nei tempi e nei modi di lavoro”, che è un altro modo (ma sovrapponibile a quanto si diceva negli anni ’80 per farci accettare allora la flessibilità nel lavoro) per dire di nuovo che dobbiamo adattarci alle esigenze del capitale e delle imprese hi-tech, perché digitalizzazione / algoritmi / IA / Big Data / criptovalute possono essere molte cose ma sono soprattutto, se non esclusivamente, l’ultima fase (ultima in ordine di tempo, altre ne seguiranno se non imponiamo democraticamente dei limiti alla libertà d’impresa, in nome di una nostra libertà) della ricerca compulsiva del profitto da parte del capitale. E l’IA non può ovviamente essere (non è) democratica, né equa, né per la pace (vedi le guerre nascoste per la conquista coloniale delle terre rare), né per la libertà: perché togliendoci la libertà cognitiva per pensare – e con una conoscenza e un sapere e un pensare che sempre più deleghiamo alle macchine / IA – non possiamo ovviamente essere liberi, per la contraddizione, di nuovo, che non lo consente.

Il tutto – sempre IA / digitalizzazione eccetera eccetera – essendo però vissuto (essendo fatto vivere dai tanti Draghi di turno sulla scena del capitale e della tecnologia) appunto come un dato di fatto che non si può cambiare. Ma essendo un dato di fatto impostoci antidemocraticamente / autocraticamente dall’industria (e dagli stati) per il proprio profitto, questo esclude ovviamente ogni democrazia, al di là delle tante volte che Draghi dice democrazia. La crisi della democrazia e della libertà – in Europa e nel mondo – nasce in realtà da qui, dalle esigenze del capitale e dal funzionamento dei sistemi tecnici.

Che Draghi non lo dica è perfettamente ovvio (perché capitalistico). Che noi si creda a Draghi, questo invece sì è preoccupante.

Nell’immagine: Draghi al termine del suo intervento a Rimini


Veronica Noseda – Harakiri politico alla francese: Bayrou chiede la fiducia a un parlamento molto ostile

Le FFS sono l’incarnazione della Svizzera, il suo biglietto da visita. Ma la gestione liberista è puramente aziendalista affermatasi da diversi anni non rispetta ciò che le FFS rappresentano 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Le mani di Trump sulla Fed

Le FFS sono l’incarnazione della Svizzera, il suo biglietto da visita. Ma la gestione liberista è puramente aziendalista affermatasi da diversi anni non rispetta ciò che le FFS rappresentano 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

Donald Trump inizia la campagna d’autunno contro la Federal Reserve, puntando a ottenere un significativo taglio dei tassi di interesse in tempo utile per far crescere l’economia per le elezioni di Midterm del novembre del 2026.

L’accusa a Lisa Cook, uno dei sette governatori della Fed, di aver violato le regole sui mutui immobiliari vuole accelerare il cambiamento di composizione del board: due degli attuali componenti, nominati durante il primo mandato di Trump, sono già a favore della riduzione dei tassi di interesse e le recenti dimissioni di Adriana Kugler, nominata da Joe Biden e sostituita con il fedelissimo Stephen Miran, consentono alla Casa Bianca di avere 3 voti che possono diventare 4, ovvero raggiungere la maggioranza, se Cook getterà la spugna.

L’offensiva di Trump mira a travolgere la resistenza dell’attuale presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che nelle ultime cinque decisioni ha tenuto i tassi fermi fra il 4,25 e il 4,5 per cento sfidando a viso aperto la Casa Bianca.

Lo scontro non è solo economico ma politico perché Powell ritiene che l’inflazione, già oltre l’obiettivo del 2 per cento, rischi di salire ulteriormente a causa delle scelte sui dazi del presidente Trump, creando danni nel lungo termine, mentre la Casa Bianca crede nello scenario di un effetto positivo dei dazi con un aumento della crescita del pil sostenuto da una riduzione dei tassi capace di abbattere il costo del debito e di favorire l’acquisto di case.

Poiché il prossimo appuntamento del board della Fed è previsto per il 18 settembre, Powell aveva dato segnali di timida apertura su una riduzione dei tassi ma Trump ha in mente ben altro. Anche perché il suo interesse è far crescere i consumi in tempo utile per far percepire il miglioramento economico agli elettori in tempo per le consultazioni di Midterm per il rinnovo parziale del Congresso di Washington nell’autunno del prossimo anno, quando un pugno di seggi potrebbe decidere l’assegnazione della Camera.

Gli analisti di Wall Street sono divisi sulla riduzione dei tassi ma fra gli economisti prevale l’opinione di chi, come Peter Conti-Brown dell’Università di Pennsylvania, ammonisce sul rischio che «se Trump riuscirà nell’intento di allontanare Lisa Cook questi interventi diventeranno la norma e sarà la fine dell’indipendenza della Federal Reserve».

Cook da parte sua è determinata a restare al proprio posto ma la battaglia legale a colpi di rivelazioni sulla sua vita privata — è accusata di aver preso mutui con agevolazioni per la prima casa a favore di due immobili differenti — lasciano intendere che la pressione di Trump è destinata a crescere.

È un’offensiva che pone Washington e Wall Street davanti allo scenario di un rafforzamento del potere esecutivo capace di portare, dopo l’indebolimento del legislativo e le tensioni con il giudiziario, anche a mutare l’equilibrio con la Federal Reserve. Facendo venire meno la regola in base alla quale il presidente Usa non interviene nella gestione dell’economia se non con la nomina del governatore della Fed.

Questo è il motivo per cui Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, parla di «giochi pericolosi con un pilastro chiave dell’economia» ed Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, si spinge fino ad accusare Trump di «un atto autoritario contro la Fed che deve essere respinto in tribunale». Ma per i repubblicani a Capitol Hill fa testo la lettera sul tavolo del ministro della Giustizia, Pam Bondi, che attesta le accuse di «lampanti violazioni della legge» attribuite a Lisa Cook.

In realtà i segnali dell’accelerazione di Trump sul fronte della Fed si sono moltiplicati negli ultimi mesi: dall’offensiva sui dazi, decisa con i più stretti consiglieri a dispetto delle perplessità trapelate da Powell, all’accelerazione sulle criptovalute per trasformare le stablecoin legate al dollaro in una sorta di valuta globale, sollevando preoccupazioni nei veterani della Fed. Così come il licenziamento del commissario dell’Ufficio sulla statistica del lavoro, Erika McEntarfer, aveva lasciato intendere l’intento di mettere alla porta «chi manomette i numeri per nuocere a me e all’amministrazione».

Lo scontro a Washington sul governo dell’economia è solo all’inizio. E si tratta del terreno politicamente più rilevante perché, non da oggi, può decidere le elezioni.