Netanyahu nella tenaglia dell’ultradestra (voluta da lui): il prezzo è la guerra infinita

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 

Di Fabiana Magrì, La Stampa

Per un misto di hybris alla greca e chutzpah all’israeliana, Benjamin Netanyahu ha adulato, sdoganato e portato al governo due falchi messianici con ego da competizione, due oltranzisti che sgomitano all’estrema destra dell’esecutivo più a destra nella storia di Israele: Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir.

Il primo, 45enne ministro delle Finanze con un portafoglio nella Difesa che gli consente di pianificare ed espandere gli insediamenti in Cisgiordania, lui stesso colono di seconda generazione. Nel 2005 fu arrestato dallo Shin Bet durante il disimpegno di Israele da Gaza, i servizi lo considerarono una minaccia potenziale, accusa sempre respinta e sospetti mai confermati in tribunale. Per lui, il 7 ottobre è stata un’«occasione» per ribaltare la storia: riconquistare Gaza e ristabilirvi gli insediamenti ebraici.

L’altro, 49 anni, allievo del rabbino estremista Meir Kahane, un tempo avvocato degli estremisti, ha costruito la sua carriera sull’incitamento, quello che portò all’assassinio di Yitzhak Rabin per seppellire con lui il processo di pace con i palestinesi in cui credeva il premier laburista. Poche settimane prima – lui 19enne e già armato di pistola – esibì in tv il fregio della Cadillac di Rabin minacciando: «Siamo arrivati alla sua auto. Possiamo arrivare anche a lui». Condannato più volte per incitamento al razzismo e sostegno a organizzazioni terroristiche, oggi il ministro della Sicurezza nazionale, ha trasformato la polizia in un braccio politico che vorrebbe impegnato a reprimere duramente le proteste anti-governative mentre aumentano omicidi e criminalità – soprattutto nel segmento arabo della società israeliana – e cresce esponenzialmente la violenza dei coloni in Cisgiordania. Due soggetti che, per gran parte della loro vita sono stati sotto osservazione e in conflitto con i servizi di sicurezza e con le forze dell’ordine, ora sono in posizioni chiave e supervisionano entrambi. Sono loro, oggi, a esercitare l’unica pressione capace di influenzare le decisioni del premier.

Netanyahu detto HaKosem – “il Mago” – per la sua capacità decennale di tirare fuori dal cilindro soluzioni di salvezza, principalmente per se stesso, insiste nel volersi mostrare come il vero uomo al comando. Ma gli imprendibili obiettivi di una “vittoria totale” e il conseguente prolungarsi del conflitto a Gaza senza un orizzonte per il “day after” ha trasformato la guerra esistenziale di Israele in un ricatto dei suoi impresentabili alleati di coalizione. Bibi (questo il diminutivo ufficiale del premier) asseconda – a volte anche solo tacendo – gli slogan ipernazionalisti che sono diventati veri e propri indirizzi politici illiberali, logorando insieme lo sforzo bellico e la reputazione internazionale di Israele. È il prezzo dell’alleanza che ha garantito la nascita e la tenuta della coalizione. In sostanza, Smotrich e Ben Gvir si trovano a esercitare un potere sproporzionato al loro peso elettorale. E non perché lo abbiano conquistato ma perché Netanyahu li considera l’àncora della sua sopravvivenza politica.

A quasi due anni dal 7 ottobre – il massacro di circa 1200 israeliani da parte di Hamas e la presa in ostaggio di altri 250 – anche il sostegno dei Paesi europei più solidi al fianco di Israele scricchiola sotto il peso dei numeri – oltre 62mila morti a Gaza tra civili e miliziani secondo le stime di Hamas – e delle immagini – quelle autentiche e quelle controverse – di fame, stenti, distruzione e morte. Scricchiola anche perché questi governi, che avevano ormai familiarità nel trattare con Netanyahu in versione “Mr. Sicurezza”, oggi capiscono di trovarsi a fare i conti con le manovre di Smotrich e Ben Gvir, registi di un Netanyahu alla guerra, promotori di un’agenda di legalizzazione degli insediamenti, che si esprimono a suon di minacce in risposta al riconoscimento internazionale della validità di una soluzione a due Stati, forzata da quello unilaterale dello Stato palestinese. Obiettivi e atteggiamenti che una larga parte di israeliani rifiuta, preferendo un accordo sugli ostaggi e la fine del conflitto. Secondo un sondaggio condotto dall’istituto di ricerca Agam Labs, e diffuso lunedì in Israele, due terzi dell’opinione pubblica israeliana ritiene che le considerazioni politiche dei membri del governo influenzino la condotta della guerra e tra i soldati è il 64% a crederlo.

Gli uomini della leadership di Hamas, ideatori e artefici di questa equazione senza soluzione, conoscitori profondi dei punti deboli e delle fratture della società israeliana, navigano nella tempesta che hanno scatenato e tengono prigionieri gli ostaggi come fiches da giocare con faccia da poker al tavolo dei negoziati – se non per questo, per quale altro motivo li avrebbero presi? –, pronti a cadere purché insieme a Israele. Netanyahu non si è mai assunto la responsabilità del fallimento di sicurezza del 7 ottobre e non ha la possibilità di ribaltarlo in trionfo. Tuttalpiù in un doloroso compromesso. Ma non certo se resta appaiato a Smotrich e Ben Gvir, fermamente convinti che una guerra lasciata a metà è destinata a ripresentarsi, ancora più feroce.

Nell’immagine: i ministri di estrema destra Ben Gvir e Smotrich