Netanyahu nella tenaglia dell’ultradestra (voluta da lui): il prezzo è la guerra infinita

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 

Di Fabiana Magrì, La Stampa

Per un misto di hybris alla greca e chutzpah all’israeliana, Benjamin Netanyahu ha adulato, sdoganato e portato al governo due falchi messianici con ego da competizione, due oltranzisti che sgomitano all’estrema destra dell’esecutivo più a destra nella storia di Israele: Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir.

Il primo, 45enne ministro delle Finanze con un portafoglio nella Difesa che gli consente di pianificare ed espandere gli insediamenti in Cisgiordania, lui stesso colono di seconda generazione. Nel 2005 fu arrestato dallo Shin Bet durante il disimpegno di Israele da Gaza, i servizi lo considerarono una minaccia potenziale, accusa sempre respinta e sospetti mai confermati in tribunale. Per lui, il 7 ottobre è stata un’«occasione» per ribaltare la storia: riconquistare Gaza e ristabilirvi gli insediamenti ebraici.

L’altro, 49 anni, allievo del rabbino estremista Meir Kahane, un tempo avvocato degli estremisti, ha costruito la sua carriera sull’incitamento, quello che portò all’assassinio di Yitzhak Rabin per seppellire con lui il processo di pace con i palestinesi in cui credeva il premier laburista. Poche settimane prima – lui 19enne e già armato di pistola – esibì in tv il fregio della Cadillac di Rabin minacciando: «Siamo arrivati alla sua auto. Possiamo arrivare anche a lui». Condannato più volte per incitamento al razzismo e sostegno a organizzazioni terroristiche, oggi il ministro della Sicurezza nazionale, ha trasformato la polizia in un braccio politico che vorrebbe impegnato a reprimere duramente le proteste anti-governative mentre aumentano omicidi e criminalità – soprattutto nel segmento arabo della società israeliana – e cresce esponenzialmente la violenza dei coloni in Cisgiordania. Due soggetti che, per gran parte della loro vita sono stati sotto osservazione e in conflitto con i servizi di sicurezza e con le forze dell’ordine, ora sono in posizioni chiave e supervisionano entrambi. Sono loro, oggi, a esercitare l’unica pressione capace di influenzare le decisioni del premier.

Netanyahu detto HaKosem – “il Mago” – per la sua capacità decennale di tirare fuori dal cilindro soluzioni di salvezza, principalmente per se stesso, insiste nel volersi mostrare come il vero uomo al comando. Ma gli imprendibili obiettivi di una “vittoria totale” e il conseguente prolungarsi del conflitto a Gaza senza un orizzonte per il “day after” ha trasformato la guerra esistenziale di Israele in un ricatto dei suoi impresentabili alleati di coalizione. Bibi (questo il diminutivo ufficiale del premier) asseconda – a volte anche solo tacendo – gli slogan ipernazionalisti che sono diventati veri e propri indirizzi politici illiberali, logorando insieme lo sforzo bellico e la reputazione internazionale di Israele. È il prezzo dell’alleanza che ha garantito la nascita e la tenuta della coalizione. In sostanza, Smotrich e Ben Gvir si trovano a esercitare un potere sproporzionato al loro peso elettorale. E non perché lo abbiano conquistato ma perché Netanyahu li considera l’àncora della sua sopravvivenza politica.

A quasi due anni dal 7 ottobre – il massacro di circa 1200 israeliani da parte di Hamas e la presa in ostaggio di altri 250 – anche il sostegno dei Paesi europei più solidi al fianco di Israele scricchiola sotto il peso dei numeri – oltre 62mila morti a Gaza tra civili e miliziani secondo le stime di Hamas – e delle immagini – quelle autentiche e quelle controverse – di fame, stenti, distruzione e morte. Scricchiola anche perché questi governi, che avevano ormai familiarità nel trattare con Netanyahu in versione “Mr. Sicurezza”, oggi capiscono di trovarsi a fare i conti con le manovre di Smotrich e Ben Gvir, registi di un Netanyahu alla guerra, promotori di un’agenda di legalizzazione degli insediamenti, che si esprimono a suon di minacce in risposta al riconoscimento internazionale della validità di una soluzione a due Stati, forzata da quello unilaterale dello Stato palestinese. Obiettivi e atteggiamenti che una larga parte di israeliani rifiuta, preferendo un accordo sugli ostaggi e la fine del conflitto. Secondo un sondaggio condotto dall’istituto di ricerca Agam Labs, e diffuso lunedì in Israele, due terzi dell’opinione pubblica israeliana ritiene che le considerazioni politiche dei membri del governo influenzino la condotta della guerra e tra i soldati è il 64% a crederlo.

Gli uomini della leadership di Hamas, ideatori e artefici di questa equazione senza soluzione, conoscitori profondi dei punti deboli e delle fratture della società israeliana, navigano nella tempesta che hanno scatenato e tengono prigionieri gli ostaggi come fiches da giocare con faccia da poker al tavolo dei negoziati – se non per questo, per quale altro motivo li avrebbero presi? –, pronti a cadere purché insieme a Israele. Netanyahu non si è mai assunto la responsabilità del fallimento di sicurezza del 7 ottobre e non ha la possibilità di ribaltarlo in trionfo. Tuttalpiù in un doloroso compromesso. Ma non certo se resta appaiato a Smotrich e Ben Gvir, fermamente convinti che una guerra lasciata a metà è destinata a ripresentarsi, ancora più feroce.

Nell’immagine: i ministri di estrema destra Ben Gvir e Smotrich


Con la camera di Hussam si spegne il giornalismo

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 

Di Alberto Negri, il manifesto

Uccidono come assassini non come soldati, mentono come i peggiori mafiosi perché sanno di restare impuniti. L’ordine è: spara, spara subito alla telecamera della Reuters. Cadono i primi morti. Poi un silenzio sospeso, sembra irreale.

Arrivano i soccorsi correndo sulle scale dell’ospedale Nasser di Khan Younis. Ecco di nuovo il momento di colpire. Il tank israeliano spara ancora: il bilancio sarà di 20 morti tra cui 5 giornalisti. È la tecnica del «doppio colpo», illegale per le norme internazionali, ma non per Israele. Che adesso si giustifica come un criminale di strada. L’esercito ieri ha affermato che a Gaza la brigata Golani ha colpito la telecamera «ritenendo che fosse stata piazzata lì da Hamas per monitorare i movimenti dei combattenti». L’ennesima sanguinosa menzogna di una propaganda senza freni inibitori. Il bersaglio è la camera dell’agenzia britannica Reuters che invia in tutto il mondo in diretta le battaglie e i bombardamenti nella Striscia.

L’inquadratura viene lasciata fissa con piccoli cambi ma deve essere comunque manovrata: a farlo era l’altro giorno Hussam Al Masri, ucciso dall’esplosione. La diretta della Reuters sugli schermi europei si interrompe così all’improvviso. Resta solo un’ultima immagine, la polvere che copre tutto, la fine di Hussam e la morte del giornalismo vero, che dovrebbe spingere, almeno l’Europa ancora libera, a osservare un silenzio stampa per questo che non è un incidente ma un omicidio premeditato.

Questo se non vogliamo, come scriveva ieri Matteo Nucci sul manifesto, che la menzogna ripetuta in maniera ossessiva e dilagante diventi verità. Le dimensioni del genocidio palestinese, la devastazione di Gaza, la carestia usata come arma di guerra, l’assassinio dei giornalisti e dei testimoni stanno andando oltre ogni limite. E qui c’è ancora chi sostiene che tutto questo è una falsità. E se proprio tutto questo orrore avviene la colpa è di Hamas. Qui c’è gente ancora incline a credere al premier israeliano Netanyahu, inseguito come Putin da un mandato come criminale di guerra della Corte penale internazionale, il quale sostiene che la carestia è una fake news e la maggior parte dei morti sono terroristi.

Persino i servizi israeliani lo smentiscono: l’83% delle vittime a Gaza sono civili. Ma pure di dare consistenza alle sue menzogne Netanyahu, mentre si prepara a occupare Gaza City, non solo bolla come bugiardi tutti – dagli operatori umanitari ai medici, dalle grandi ong ai sopravvissuti – ma cerca di eliminare tutte le fonti con la strage sistematica e voluta dei giornalisti palestinesi. È semplicemente un assassino.

Ma qui il silenzio stampa, l’indignazione, le condanne morali, il riferimento flebile a una giustizia che forse non verrà mai, non bastano. Qui bisogna fare qualche cosa. Applicare sanzioni. L’Unione europea dovrebbe sospendere gli accordi di associazione e di finanziamento di Israele. Magari annullare pure acquisti e vendite di armi e congelare gli insidiosi accordi di sicurezza con il governo di Tel Aviv: è questo che fa dei governanti europei dei complici del massacro di Gaza. Più si va avanti e più si capisce che l’inazione europea con i suoi proclami ipocriti è la maschera di un verità indicibile per molti: Israele fa parte integrante dei nostri apparati di sicurezza, basti pensare che nel 2023 l’Italia ha appaltato a Netanyahu la nostra cybersecurity. Israele sa tutto di noi e noi voltiamo la testa dall’altra parte, siamo persino spinti a dare credito a lui e al suo alleato Trump. Perché l’Unione europea stenta a intervenire? Abbiamo paura. Dal 2022 gli Usa hanno sanzionato 6mila imprese e individui della Russia e neppure vagamente farebbero una ritorsione a Israele: è l’unico stato al mondo che può influire sulla politica a Washington. È possibile che se la Ue o uno stato europeo varasse sanzioni serie a Tel Aviv, gli Stati uniti interverrebbero per fargliela pagare. L’atmosfera pesante che si respira si è capita bene dall’incontro tra Putin e Trump e dalla «non trattativa» sui dazi con gli Usa.

In ballo però non c’è solo la questione palestinese. Lo si capisce bene leggendo il rapporto di Francesca Albanese sull’economia del genocidio, che ha avuto l’ulteriore conferma del quotidiano britannico Guardian. Nella strage di Gaza, forse anche in questa del Nasser, sono coinvolte le grandi multinazionali americane, non solo del settore bellico. Israele si affida a Microsoft e alle sue strutture per archiviare le intercettazioni dei palestinesi nei territori illegalmente occupati. Sorveglianza e intercettazioni tengono un intero popolo sotto controllo: figuriamoci se non sapevano che la telecamera dell’ospedale era della Reuters. Ecco che cosa dovremmo temere e che forse già temono i governi europei: Israele e gli Usa (che detengono la stragrande quota di mercato mondiale della cybersecurity) possono fare di noi quel che vogliono. Il genocidio e gli omicidi di Gaza ci riguardano.


Lorenzo Cremonesi – Israele e Palestinesi, un delitto che parte da lontano

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 


Il testamento di Mariam: “Figlio, non piangere, vivi sempre a testa alta”

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

A Gaza si fa testamento anche a trent’anni. Soprattutto se per professione si è scelto di fare il giornalista. «Ghaith, cuore e anima di tua madre, ti chiedo di non piangere per me, ma di pregare per me, così che io possa restare serena», si legge nella lettera che Mariam Abu Dagga, 33 anni, freelance e collaboratrice per varie testate tra cui l’Associated Press, ha lasciato al figlio dodicenne da cui si è dovuta separare all’inizio della guerra perché lui è stato evacuato fuori dalla Striscia.

Il messaggio è un testamento spirituale, un’ultima carezza, ed è stato tradotto e ricondiviso da Patrick Zaki sui social. «Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto, e che diventi un uomo che vale, capace di affrontare la vita, amore mio. Non dimenticare che io facevo di tutto per renderti felice, a tuo agio e in pace, e che tutto ciò che ho fatto per te. Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Mariam come me».

Mariam Abu Dagga raccontava la fame di Gaza sui social. È stata uccisa dal carro armato israeliano mentre era in un luogo che in qualche modo le era caro, perché all’ospedale Nasser lei andava quasi tutti i giorni, per raccogliere le storie dei bambini malnutriti e per poi trasmetterle all’agenzia dall’unico punto dove prendeva bene il telefonino: le scale esterne dell’ospedale. Su quelle scale ieri c’era anche Hussam al-Masri, il cameraman a contratto della Reuters, impegnato a fare una diretta, ignaro di stare per filmare la propria morte. È stato il primo dei cinque a essere ucciso, gli altri sono stati colpiti dal secondo proiettile. «Siamo sconvolti nell’apprendere della morte del collaboratore Hussam al-Masri, e del ferimento di un altro dei nostri collaboratori, Hatem Khaled, negli attacchi israeliani», scrive la Reuters, che pretende spiegazioni.


Hussam al-Masri

Il fotoreporter freelance Moaz Abu Taha lo racconta a Repubblicaun suo amico, il pediatra Ahmad al Farra. «Non mi posso dimenticare la sua umanità, la sua empatia, per noi non era solo un giornalista. Veniva spesso in ospedale per girare dei video, e si fermava ad aiutare le famiglie dei pazienti, comprava loro il latte. Ho su whatsapp l’ultimo messaggio che mi ha scritto domenica sera, “dottore, ho comprato dei biscotti per portarli ai bambini del tuo reparto, domani ve li porto”. L’hanno ammazzato prima».

Moaz Abu Taha

Fotoreporter e cameraman era anche Mohammed Salama, di Al Jazeera. Era fidanzato con una ragazza di nome Hala Asfour, volevano sposarsi ma avevano fatto un patto: solo dopo il cessate il fuoco. Un termine imperscrutabile, quella tregua tra Israele e Hamas di cui tanto si discute a Doha ma che non arriva. «Il sangue dei nostri giornalisti non si era ancora seccato quando le forze di occupazione hanno commesso un altro crimine contro il nostro cameraman Mohammed Salama», dichiara la direzione di Al Jazeera, ricordando gli altri reporter della testata deceduti di recente.

Mohammed Salama

Il quinto cronista a perdere la vita nell’insensato attacco è Ahmed Abu Aziz, lavorava per Quds Feed Network e Middle East Eye.

Ahmed Abu Aziz

Una giornata nera per la libertà di stampa, che non si è nemmeno esaurita al Nasser. Mentre il mondo piangeva, si sdegnava e condannava, a Mawasi un raid ha colpito Hassan Douhan, accademico e giornalista per Al-Hayat e al Jadida. Sei vittime, una sola morte. Un unico lavoro.

Nell’immagine: Mariam Abu Dagga


Gaza, tiro al bersaglio, 25.08.2025

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 


Non c’è pace senza giustizia, ecco la speranza per Ucraina e Medio Oriente

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 

Papa Leone XIV, La Stampa

Pubblichiamo un estratto del discorso “Pace, verità, giustizia” pronunciato da Papa Leone il 16 maggio 2025 durante l’udienza al Corpo diplomatico presso la Santa Sede. Il testo è raccolto nel libro “E pace sia! Parole alla Chiesa e al mondo”, il primo volume autorizzato dal pontefice in uscita il 27 agosto per Libreria Editrice Vaticana, che ne ha raccolto i primi discorsi.

Nel nostro dialogo, vorrei che prevalesse sempre il senso di essere famiglia – la comunità diplomatica rappresenta infatti l’intera famiglia dei popoli -, che condivide le gioie e i dolori della vita e i valori umani e spirituali che la animano. La diplomazia pontificia è, infatti, un’espressione della cattolicità stessa della Chiesa e, nella sua azione diplomatica, la Santa Sede è animata da una urgenza pastorale che la spinge non a cercare privilegi ma ad intensificare la sua missione evangelica a servizio dell’umanità.

(…)

Nel nostro dialogo vorrei che tenessimo presente tre parole-chiave, che costituiscono i pilastri dell’azione missionaria della Chiesa e del lavoro della diplomazia della Santa Sede.

La prima parola è pace. Troppe volte la consideriamo una parola “negativa”, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante “stato di conflitto”: in casa, al lavoro, nella società.

La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento. Nella prospettiva cristiana – come anche in quella di altre esperienze religiose – la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo: «Vi do la mia pace» (Gv 14,27).

Essa è però un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su sé stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi.

In quest’ottica, ritengo fondamentale il contributo che le religioni e il dialogo interreligioso possono svolgere per favorire contesti di pace. Ciò naturalmente esige il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni Paese, poiché l’esperienza religiosa è una dimensione fondamentale della persona umana, tralasciando la quale è difficile, se non impossibile, compiere quella purificazione del cuore necessaria per costruire relazioni di pace. A partire da questo lavoro, che tutti siamo chiamati a fare, si possono sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista. Ciò esige anche una sincera volontà di dialogo, animata dal desiderio di incontrarsi più che di scontrarsi. In questa prospettiva è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute e pensate anzitutto per porre rimedio alle contese che potessero insorgere in seno alla Comunità internazionale.

Certo, occorre anche la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte, poiché, come ricordava Papa Francesco nel suo ultimo Messaggio Urbi et Orbi, «nessuna pace è possibile senza un vero disarmo. L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo».

La seconda parola è giustizia. Perseguire la pace esige di praticare la giustizia. Come ho già avuto modo di accennare, ho scelto il mio nome pensando anzitutto a Leone XIII, il Papa della prima grande Enciclica sociale, la Rerum novarum. Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali. Occorre peraltro adoperarsi per porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno di singole società.

È compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate. Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, «società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società». Inoltre, nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato. La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato. Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio.

La terza parola è verità. Non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla Comunità internazionale, senza verità. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, poiché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione.

Da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione. La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’altronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’Intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo.

Cari Ambasciatori, il mio ministero inizia nel cuore di un Anno giubilare, dedicato in modo particolare alla speranza. È un tempo di conversione e di rinnovamento e soprattutto l’occasione per lasciare alle spalle le contese e cominciare un cammino nuovo, animati dalla speranza di poter costruire, lavorando insieme, ciascuno secondo le proprie sensibilità e responsabilità, un mondo in cui ognuno possa realizzare la propria umanità nella verità, nella giustizia e nella pace.

Mi auguro che ciò possa avvenire in tutti i contesti, a partire da quelli più provati come l’Ucraina e la Terra Santa. Vi ringrazio per tutto il lavoro che fate per costruire ponti fra i vostri Paesi e la Santa Sede, e di tutto cuore benedico voi, le vostre famiglie e i vostri popoli.


Propaganda tra i cadaveri

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 

Di Michele Serra, La Repubblica

Alla luce dell’ennesimo ammazzamento di giornalisti a Gaza, la recente mossa del governo israeliano (sguinzagliare tra quelle macerie, comodamente scarrozzati, una decina di influencer amici per smentire che ci sia fame, che ci sia terrore, che si spari nel mucchio) suona così assurda, e al tempo stesso così oscena, da sembrare, lei sì, “propaganda di Hamas”, escogitata per screditare il governo Netanyahu e fugare le residue illusioni che la democrazia, che Israele vanta come suo unico sensibile vantaggio etico sui vicini, possa sopravvivere a questo momento di scervellato furore.

L’informazione così come la conosciamo, e così come si dispiega per il mondo, ha i suoi difetti, le sue distorsioni e le sue lacune, i suoi padroni e i suoi servi; ma è, nel suo complesso, un elemento strutturale — appunto — della democrazia. Scrollare sui social e fare zapping tra i tigì di mezzo mondo, no, non è la stessa cosa: la differenza tra le due fonti è quella che separa il cazzeggio dal lavoro.

Tra i post di un influencer e la formazione di un notiziario c’è una differenza abissale in termini di controllo delle fonti, di discussione collettiva, di elaborazione formale della notizia. Pensare di “fare informazione” con un manipolo di esaltati, o di prezzolati, è da folli o da despoti, perché la massa delle informazioni mondiali, per quanto carente e/o faziosa, è pur sempre qualcosa di molto meglio della fuffa propagandistica.

Si dubita che uno solo dei ciarlieri influencer di Netanyahu sia in condizione di spendere qualche parola di cordoglio per la soppressione violenta dei giornalisti quelli veri. E tutto sommato è meglio così: il rischio è che si sentano “colleghi” delle vittime, usurpando un mestiere del quale non hanno la benché minima idea.

Nell’immagine: alcuni degli influencer di Netanyahu


Se una dittatura può essere presidenziale

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 

Di Alan Friedman, La Stampa

Forse è arrivato il momento di inventare una nuova terminologia per descrivere la sorprendente e rapidissima trasformazione politica oggi in corso negli Stati Uniti. Sette mesi fa l’America era una democrazia funzionante. Oggi è governata da un bullo che non ha alcun rispetto per lo stato di diritto e che si sente autorizzato a fare qualsiasi cosa gli venga in mente.

Donald Trump, quasi ogni giorno, annuncia politiche e ordini esecutivi che violano la legge o la Costituzione, o che capovolgono le norme e le pratiche della democrazia americana. Fino a pochi mesi fa la mia principale paura era che Trump trasformasse l’America in una democrazia illiberale, sul modello di Viktor Orban in Ungheria. Indebolire il Dipartimento di Giustizia, l’Fbi e i tribunali, per poi usare la Corte Suprema come suo strumento. Questo lo ha fatto. Ma Trump ha superato ogni limite, ha oltrepassato ogni linea rossa e ora sta spingendo l’America lontano dalla democrazia tout court. Ha fatto arrestare giudici che non erano d’accordo con lui, ha intimidito e umiliato i principali leader dell’imprenditoria americana, da Mark Zuckerberg a Tim Cook, e ha persino costretto Paramount a cancellare The Late Show su Cbs solo perché non sopportava la satira pungente di Stephen Colbert. Ha mandato l’Fbi a perquisire la casa di John Bolton, il suo ex consigliere per la Sicurezza nazionale, colpevole di aver detto alla Cnn che il vero vincitore del vertice in Alaska era stato Vladimir Putin, e che Trump era incompetente.

Ora Trump ha superato un’altra linea. Ha minacciato di dispiegare truppe militari americane in varie città, sostenendo (anche se non è vero) che il crimine sia «fuori controllo». Ha annunciato piani per inviare soldati e carri armati a Chicago, Baltimora e New York. Ha anche fatto in modo che i soldati americani oggi di pattuglia a Washington siano pienamente armati. Le Guardie Nazionali dispiegate da Trump portano pistole M17 e fucili M4. Oltre 2.200 unità si trovano ora nella capitale.

La verità è che a Washington non c’era alcuna emergenza criminale: la criminalità era in realtà calata del 25% prima che Trump mandasse i militari. Ha mentito sull’«emergenza» che gli ha permesso di inviare le truppe. Ma la verità, ormai, sembra non avere più importanza.

Ma a Trump non importa né delle critiche né delle proteste contro l’abuso dei militari. Anzi, ci sguazza. È esattamente la reazione che vuole. Vedere i suoi soldati marciare nelle città guidate dai democratici è, per lui, come guardare un incontro violento di arti marziali. Prova piacere nell’uso della forza, e nel mandare truppe armate in quello che considera territorio nemico. Alcuni dei critici più duri di Trump sostengono che il suo dispiegamento dei militari contro cittadini americani nelle principali città sia una sorta di “prova generale” per una futura imposizione della legge marziale a livello nazionale. Potrebbero avere ragione. Secondo la stampa, Trump e il suo assistente al Pentagono, Pete Hegseth, starebbero prendendo di mira più di dieci grandi città, tutte con un sindaco democratico. Con le elezioni di midterm in arrivo a novembre 2026, questo è davvero allarmante.

Negli Stati Uniti le forze di polizia interne dovrebbero proteggere i cittadini, mentre l’esercito deve proteggere il Paese dai nemici esterni. Mai, prima d’ora, un presidente americano aveva usato l’esercito per pattugliare le strade del proprio Paese. Né avevamo mai visto un presidente minacciare in modo così esplicito la libertà di espressione, la libertà di stampa e la libertà delle arti.

Ora Trump ha ampliato la sua guerra alla libertà di parola. Negli ultimi giorni ha rivolto la sua furia contro i giganti dei media Abc e Nbc, definendoli «fake news», «portavoce dei democratici» e persino «una minaccia alla democrazia». Su Truth Social ha apertamente suggerito che queste reti vengano private delle frequenze di trasmissione pubblica, minacciandone il diritto stesso a operare sulle onde radio. Non si tratta solo di una mossa autoritaria; è un abuso criminale di potere, un ricatto pubblico, un tentativo diretto di costringere emittenti indipendenti a imitare la sua propaganda o rischiare il silenzio. In America non avevamo mai visto un presidente in carica proporre di cancellare le frequenze di grandi broadcaster nazionali solo perché non gradisce la loro linea editoriale. Non accadeva questo nella democrazia americana che conoscevamo fino a gennaio scorso.

Ma questo è solo un fronte della sua guerra contro i contrappesi democratici. Trump ha anche:

• Continuato a fare pressioni e intimidire la Federal Reserve, la banca centrale americana, minandone l’indipendenza.

• Messo a capo dell’agenzia per la statistica, Bureau of Labor Statistics, un “Maga” fedelissimo senza qualifiche. L’idea è di strumentalizzare i dati economici sull’inflazione e sulla disoccupazione come vuole il presidente.

• Costretto la Intel a dare il 10% delle proprie azioni al governo americano, dopo mesi di sue vessazioni contro l’azienda.

• Ordinato ai governatori repubblicani, soprattutto in Texas, di ridisegnare le mappe elettorali in vista delle elezioni di midterm. Questo significa cambiare deliberatamente i collegi elettorali per favorire un partito, smembrando quartieri a maggioranza democratica e accorpandoli a grandi distretti repubblicani, con l’obiettivo esplicito di fabbricare in ogni Stato 5 o 10 seggi in più per i repubblicani al Congresso. In parole povere: significa truffare gli elettori truccando le regole della rappresentanza.

Ciascuna di queste azioni, presa da sola, è preoccupante. Insieme, formano un disegno sistematico: la costruzione di quella che non può che essere definita una dittatura presidenziale. Il termine può sembrare contraddittorio, ma Trump lo incarna alla perfezione. Trump parla e si comporta come un dittatore. Ma è un presidente eletto democraticamente. Riflettiamoci un attimo: È un autocrate democraticamente eletto che usa la legittimità delle urne per smantellare il sistema stesso che lo ha eletto. Parla come un uomo forte, agisce come un caudillo sudamericano, governa come un uomo convinto che le istituzioni della repubblica esistano solo per servirlo. Una dittatura presidenziale in America. Solo pronunciare queste parole sembra impensabile. Eppure eccoci qui, dopo appena sette mesi di Trump.


Stablecoin ancorate al dollaro, il cripto-colonialismo di Trump

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 

Di Francesco Raparelli, il manifesto

Due indizi, spesso, fanno una prova. Il primo: il 4 agosto, in un messaggio sul blog della Bce, Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo nonché presidente della task force per l’euro digitale, ha rassicurato che le banconote, in futuro, non usciranno di scena. Il secondo: definendo i dettagli dell’accordo sulle tariffe con l’Ue, tra una minaccia e l’altra Trump non ha perso occasione per denunciare – in una intervista alla Cnbc – la «chiusura» del mercato europeo alle merci americane. Denuncia bizzarra, tenendo in conto che gli Stati Uniti hanno un indiscutibile surplus commerciale in servizi, digitali e finanziari, con l’Unione.

Tra le due dichiarazioni, forse, non vi è connessione. O forse sì, ed entrambe costituiscono la prova che, mentre si discute di vino, automotive e farmaci, si sta svolgendo una durissima trattativa di cui pochi sanno e parlano, e che riguarda le stablecoin (criptovalute il cui valore è ancorato a un asset stabile) denominate in dollari.

L’allarme è stato lanciato da Christine Lagarde, in audizione presso il Parlamento europeo lo scorso 23 giugno. Interpellata sul tema delle criptovalute, alla luce della frenetica promozione delle stesse da parte di Trump, la presidente della Bce ha affermato che «attualmente il 99 per cento delle stablecoin è denominato in dollari statunitensi» e che «il rapido ritmo degli sviluppi, unito alle lacune nei dati che potrebbero creare punti ciechi, richiede un monitoraggio più attento». Infine, e soprattutto, ha aggiunto: «Le stablecoin sono emesse privatamente e comportano in particolare rischi per la politica monetaria e la stabilità finanziaria».

È necessario, però, fare un passo indietro. In primo luogo, occorre chiarire la differenza tra stablecoin e Bitcoin. Le stablecoin sono monete digitali ancorate a monete legali, per esempio il dollaro o l’euro. ‘Ancorate’, cioè convertibili alla pari in moneta avente corso legale. A differenza di Bitcoin, hanno un «valore intrinseco» (essendo ancorate), non oscillano, ambiscono a divenire mezzo di pagamento, e non soltanto strumento di speculazione e/o riserva di valore.

Spiega in modo chiaro Kenneth Rogoff, nel suo imprescindibile Impero del dollaro, che per garantirne la stabilità gli emittenti di stablecoin detengono riserve di liquidità in valuta di banca centrale, decisiva «prestatrice di ultima istanza» – la sola che può fermare «la corsa agli sportelli». Da rilevare, inoltre, che gli emittenti di stablecoin denominate in dollari investono le riserve in Treasury, ovvero acquistano debito pubblico degli Stati Uniti.

Altre due informazioni sono fondamentali per afferrare il quadro, gli allarmi di Lagarde, la connessione tra le parole di Cipollone e quelle di Trump. L’Unione europea, seguendo una prassi consolidata, ha prodotto poco ma normato molto: dal 2024, infatti, è in vigore il Regolamento 2023/1114 relativo ai mercati delle cripto-attività (MiCAR). Di più, da diversi anni, ormai, la Bce sta lavorando all’emissione dell’euro digitale, seguendo la direzione della Cina e non quella «cripto mercantilista» imposta da Trump con il recente Genius Act. E sollevando così le obiezioni degli ultraliberisti non pentiti che vedono, nella valuta digitale pubblica, il controllo totalitario sulla proprietà privata per eccellenza, la moneta – e gli scambi che questa consente. Non casualmente, l’iter dell’euro digitale è accidentato, segnato da resistenze che rischiano, attraverso continui rallentamenti, di farlo arrivare in ritardo.

Tornando alle dichiarazioni di Cipollone e di Trump. Il primo, con il suo messaggio, sta rispondendo a chi denuncia il carattere “socialista” dell’euro digitale. Neanche a dirlo, coloro che attaccano l’euro digitale tifano per la liberalizzazione delle stablecoin, ma, più in particolare, per un’interpretazione estensiva del MiCAR da parte della Commissione Ue, che consentirebbe la piena fungibilità delle stablecoin denominate in dollari nella zona euro. Ed è allora che si fanno più chiare le denunce di Trump: agroalimentare dopato, indubbiamente; niente tasse per Big Tech, vero; ma anche, e forse soprattutto, dollarizzazione dell’economia europea tramite la stablecoin di Circle, l’Usdc, seconda stablecoin per capitalizzazione e già autorizzata in tutta l’Ue.

La materia, per molti versi oscura ma di importanza decisiva, è stata sollevata con preoccupazione da diversi europarlamentari e ha raggiunto il 5 agosto scorso Montecitorio, durante l’approvazione del Dl 95 (cosiddetto “Economia”). Il decreto in questione, infatti, contiene un articolo che interviene sul Dl 129/2024, la norma che ha recepito il Regolamento europeo. Il governo Meloni ha respinto, in modo secco, il tentativo delle opposizioni di accendere i riflettori sul problema: che stia, con Fitto, lavorando affinché la Commissione apra le porte alla dollarizzazione voluta da Trump? Magari favorendo l’autorizzazione europea di Tether, la prima stablecoin per capitalizzazione, con base legale a Hong Kong ma ceo italiano (Paolo Ardoino, pubblicamente ringraziato dallo stesso Trump), e che investe massicciamente in Titoli di Stato Usa?

Le parole del Sottosegretario all’Economia Federico Freni (Sole24Ore, 21 agosto), celebrative delle stablecoin e del Genius Act, rendono i sospetti più che motivati.


Eric Trump, l’ascesa del nuovo guru delle criptovalute

Bibi schiacciato dai ministri oltranzisti. Ma il superpotere a Smotrich e Ben Gvir è opera sua. Il prezzo è la guerra infinita 

Di Irene Maria Scalise, la Repubblica

Eric Trump – il nuovo profeta delle criptovalute – sostiene che la sua non sia una dote innata ma che sono state le banche a renderlo così. In un lungo colloquio con il Wall Street Journal il terzo figlio di Donald Trump e Ivana Trump – nonché promotore di alcune teorie del complotto, inclusa la teoria della cospirazione QAnon – poco dopo la rivolta del 6 gennaio al Campidoglio degli Stati Uniti, si è reso conto come diverse banche con cui i Trump avevano rapporti commerciali li avevano tagliati fuori: “In quel momento, mi sono reso conto di quanto fosse fragile il sistema finanziario e di quanto facilmente potesse essere usato contro di noi come arma”.

Le cripto contro il potere delle banche

Questa esperienza avrebbe alimentato l’interesse del giovane erede Trump per il mondo delle criptovalute, da tempo acclamato dalle teorie pop come un luogo in cui le banche “non hanno potere decisionale” su chi può aprire un conto e su come spostare il denaro. Eric – vicepresidente esecutivo della Trump Organization – non ha mai esitato sul tema. Nei momenti più critici ha preso l’iniziativa con entusiasmo. Ha contribuito a far rapidamente entrare l’impero di Trump padre nei mercati delle criptovalute: mining Bitcoin, investimenti in token e nuove iniziative blockchain. La loro quota più preziosa è in World Liberty Financial, recentemente valutata 4,5 miliardi di dollari. Non solo. La Trump Organization ha fatto causa a Capital One, una delle banche che l’ha abbandonata, sostenendo che i conti erano stati chiusi per motivi politici. La società ha negato qualsiasi motivazione politica. In generale, i dirigenti bancari affermano di non poter essere specifici sui motivi della chiusura dei conti, ma hanno sottolineato di aver subito in passato pressioni normative per evitare clienti che avrebbero potuto esporli a rischi reputazionali.

La corruzione del presidente

Peccato che tutti gli avvocati specializzati in temi etici hanno criticato aspramente le iniziative della famiglia Trump nel settore delle criptovalute, definendole un’insolita confusione tra gli interessi commerciali del presidente e il suo potere presidenziale. “Ciò che il presidente Trump sta facendo con le criptovalute è l’essenza della corruzione, perché c’è l’uomo che in ultima analisi è responsabile della regolamentazione del settore, che ha vasti interessi finanziari in molteplici dimensioni di quel settore, e non può fare a meno di prendere decisioni che hanno un impatto sulle sue tasche”, ha affermato Norm Eisen , responsabile dell’etica della Casa Bianca durante l’amministrazione Obama.

Trump, 41 anni, è a capo dell’impero immobiliare di famiglia e supervisiona circa 25 nuovi progetti di hotel, campi da golf, edifici residenziali e commerciali. Padre di due figli, racconta di aver iniziato a lavorare nell’azienda di famiglia a 11 anni, gettando lastre di cemento e piastrellando. Oggi si sveglia alle 4:30 del mattino e va a letto alle 22:00. Non beve mai caffè ed è perfettamente pettinato e vestito in abito grigio. A dicembre, Eric Trump è volato ad Abu Dhabi per la sua prima apparizione a un’importante conferenza sul bitcoin. Lì, ha parlato con entusiasmo di bitcoin e ha incontrato Mike Ho, responsabile della strategia del miner di bitcoin Hut8. La società quotata in borsa avrebbe presto stretto un accordo con la società di data center di Trump, ancora da lanciare, per fondare American Bitcoin, specializzata nel mining di bitcoin, il processo che prevede l’esecuzione di complesse operazioni computazionali per ottenere la valuta.

Il successo di $Trump

E persino gli esperti di criptovalute guardano con scetticismo ai memecoin, token basati su meme virali di Internet o celebrità. Eric Trump ha affermato che i memecoin consentono agli investitori di supportare direttamente le loro passioni e rappresentano un potente strumento per attrarre nuovi arrivati (??) nel mondo delle criptovalute. Il più grande successo pubblico di Eric è arrivato con $Trump , un memecoin lanciato tre giorni prima del ritorno di Donald alla Casa Bianca. A un certo punto, il token aveva una capitalizzazione di mercato di 15 miliardi di dollari. Ora si avvicina a 1,7 miliardi di dollari.