A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi
Il 7 agosto scorso, al Film festival di Locarno, prima della proiezione serale in Piazza Grande, il pubblico si è alzato in piedi, esponendo delle cartoline con una garza bianca intrisa di colore rosso, simboleggiante il sangue versato dal popolo palestinese, distribuite dagli organizzatori del gesto collettivo e spontaneo. Circa due minuti di silenzio, terminati con un grande applauso, mentre qualcuno gridava «stop it», «basta». In merito alla pacata, breve, silente manifestazione simbolica, il consigliere agli Stati Fabio Regazzi non ha trovato di meglio che manifestare il suo dissenso, sostenendo che si sarebbe dovuto manifestare per tutte le guerre e non solo per Gaza (“Corriere del Ticino”, 9.08.2025).
Al cospetto dell’orrore perpetrato nella tristemente nota Striscia, da mesi quotidianamente sotto i nostri occhi (per cui nessuno, oggi e domani può/potrà dire: “non lo sapevo”), se non riusciamo a scuoterci e avere un sussulto coscienziale, con dei gesti e con interventi concreti per quanto piccoli, ma significativi, figuriamoci se ci mobiliteremmo per altri scenari bellici, per buona pace di Fabio Regazzi e Co.
Ad argomentazioni capziose di tale natura, volte a sviare qualsiasi coinvolgimento e responsabilità, tanto per mettersi il cuore in pace e passare ‘oltre’, mediante una vacua generalizzazione del discorso, ha risposto magistralmente il dottor medico Giovanni Pedrazzini, sullo stesso quotidiano (in data 12.08.2025), sostenendo convincentemente la tesi secondo cui “non tutte le guerre sono uguali”, fermo restando che nella fattispecie sarebbe ancora da appurare se si tratti di ‘guerra’ o di qualcosa d’altro: un annientamento pianificato di un intero popolo preso per fame, sete, e con tutta una serie di sistemi abietti e crudeli. Sembra però che non si possa parlare di ‘genocidio’: per molti statisti e in molte cancellerie il termine è tabù e lo si rigetta con veemenza.
Pur non provando in genere molta stima per Massimo D’Alema, condivido quando afferma che, di fronte a un simile scenario di morte, disputare sulle parole, appare “moralmente discutibile, sinceramente immorale” (‘Incontri di Villa Mussio 2025’, 11.08.2025). Tuttavia, quando un uomo di cultura e uno scrittore del calibro di David Grossman – personalmente, eticamente e civilmente implicato fino in fondo in quanto avviene in Medio Oriente (egli ha perso suo figlio Uri, giovane ufficiale dell’esercito israeliano, durante la Seconda guerra del Libano, nel 2006. Il tragico evento ha profondamente segnato Grossman, influenzandone la scrittura e il suo attivismo per la pace) – finisce per riconoscere, con grande onestà intellettuale unita a un’enorme sofferenza etico-morale, che quanto sta succedendo ora si possa chiamare ‘genocidio’ (“È genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo”, Naufraghi/e 1.08.2025), penso che vi possano essere pochi dubbi sulla legittimità di chiamare le cose con il loro vero nome.
A Ferragosto, a Monte Sole di Marzabotto, dove nell’autunno del 1944 i nazifascisti si resero responsabili di un terribile massacro di civili, il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), ha voluto leggere uno a uno i nomi dei bambini uccisi a Gaza: cinquecento pagine di vite annientate, ben ordinate in tre raccoglitori blu, la cui lettura è proseguita per ore e ore, così da strapparli all’anonimato, poiché “nessuno è un numero, tutti hanno pari dignità”. Suor Ada, presente alla commemorazione, così si è espressa: “Oggi ci mettiamo in ascolto non di articoli e analisi sul conflitto, ma dei nomi dei piccoli che sono stati uccisi dai signori della guerra in questi due anni. In silenzio ascoltiamo i loro nomi, per ricordarli, chiedendo perdono per l’indifferenza e l’ignavia con cui li abbiamo considerati. E per la nostra sterile compassione”. (“La Repubblica”, 15.08.2025)
Altamente significativa, emblematica di tante altre storie simili e commovente, la testimonianza di una ragazza palestinese – operatrice umanitaria – scappata da Gaza per sopravvivere.
Il 28 luglio 2025 l’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights–Israel (PHRI) ha pubblicato un documento dal titolo “La distruzione delle condizioni di vita: un’analisi sanitaria del genocidio a Gaza”. Il rapporto, di natura legale e medica, prende in esame quasi ventidue mesi di guerra a partire dall’offensiva israeliana dell’ottobre 2023 e descrive la sistematica demolizione delle infrastrutture sanitarie e delle condizioni minime di sopravvivenza nella Striscia. La denuncia si concentra non solo sulla devastazione materiale degli ospedali, ma anche sugli effetti di lungo periodo su salute, nutrizione e ambiente, arrivando a qualificare tali azioni come atti di genocidio. L’analisi di PHRI si fonda sull’Articolo II della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio, che definisce come atti genocidari non solo le uccisioni di massa, ma anche l’inflizione di gravi danni fisici o mentali e l’imposizione deliberata di condizioni di vita tali da distruggere, in tutto o in parte, un gruppo umano. In questo quadro, gli esperti documentano tre aspetti centrali: la distruzione del sistema sanitario, l’erosione dei determinanti sociali della salute e le conseguenze sanitarie e ambientali a lungo termine.
Secondo il rapporto, 33 dei 36 ospedali ancora operativi a Gaza sono stati attaccati o messi fuori uso, mentre oltre 1.800 operatori sanitari sono stati uccisi o detenuti. A ciò si aggiunge il blocco di carburante e acqua, che ha determinato il collasso di servizi essenziali come dialisi, oncologia, reparti maternità e gestione delle malattie croniche. Decine di bambini, privati di cure adeguate, sarebbero già morti per malnutrizione. Parallelamente, il 93 per cento delle famiglie non ha accesso ad acqua sicura, l’80 per cento dei terreni agricoli è stato devastato e il 95 per cento del bestiame è andato perduto. Il blocco e la gestione arbitraria degli aiuti aggravano la crisi: circa un milione di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta e quasi mezzo milione affronta livelli considerati catastrofici. PHRI sottolinea che queste distruzioni non sono semplici conseguenze collaterali, ma configurano una strategia mirata a rendere impossibile la vita nella Striscia.
Anche se le ostilità cessassero oggi, le ferite inferte al tessuto sanitario e ambientale continuerebbero a produrre morti e sofferenze per anni. Di qui la conclusione: le evidenze raccolte bastano a dimostrare l’esistenza di una “specifica intenzione genocida” da parte di Israele, il cosiddetto dolus specialis richiesto dal diritto internazionale. Il documento si chiude con un appello alla comunità internazionale affinché intervenga con urgenza. PHRI chiede in particolare l’avvio di indagini e procedimenti legali, il ripristino immediato dei servizi sanitari essenziali e la protezione del personale medico, troppo spesso trasformato in bersaglio.
Nello stesso giorno, il 28 luglio 2025, anche l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha diffuso un rapporto parallelo dal titolo “Our Genocide”, che accusa il governo di condurre una campagna coordinata per distruggere la società palestinese a Gaza. Entrambi i documenti segnano una svolta nel panorama israeliano: per la prima volta due ONG locali denunciano apertamente il proprio Stato per genocidio, un’accusa che non lascia spazio a interpretazioni politiche ma che si fonda su dati sanitari, ambientali e legali di portata particolarmente devastante. (Cfr. Francesca Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio. Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Nazioni Unite, 2025).
Michele Serra, pur riconoscendo che il mondo è sempre stato un “luogo orrendo” (e, nel contempo, “meraviglioso”), crede vi sia oggi “una novità molto rilevante. Ed è la sostanziale solitudine di molti (di quasi tutti?) di fronte al male e alla distruzione. Riassumibile nella diffusa domanda, per esempio su Gaza: ‘possibile che nessuno riesca a fare qualcosa?’ (…) I famosi ‘punti di riferimento’ (…) sembrano sbiaditi o scomparsi. (…) La Politica e i Partiti quando avevano la maiuscola ed erano case comuni (…) L’America sembra il covo di un cartello di taglieggiatori razzisti; la Russia un impero coloniale dei secoli passati; dell’Onu si parla solo per compatirne l’inutilità e il declino; l’Europa, se è quella prona e poco dignitosa di von der Leyen che va a riverire l’Imperatore nel suo campo da golf, vale quanto una speranza tradita (…) Il rischio è che sempre più persone, direi per autodifesa, chiudano porte e finestre a un mondo che le sovrasta, che sfugge non dico al loro controllo, ma alla loro comprensione.” (in “La Repubblica”, 8.08.2025).
Invece di incappare negli strali dei soliti politici attenti a difendere lo status quo e i propri interessi e privilegi, certe denunce pacate, composte e simbolicamente efficaci come quella locarnese, meriterebbero un plauso, giacché raccolgono e rendono visibile uno stato d’animo alquanto diffuso nella cittadinanza, svolgendo una minima azione catartica per esorcizzare – almeno per un momento – il pervasivo sentimento di impotenza e frustrazione che molti provano, senza sentirsi in alcun modo ascoltati o rappresentati da una classe politica imbelle, al cospetto dello sconcertante silenzio e della pavidità delle nostre autorità: ostaggio di equilibrismi, calcoli, affari, lobby …
Leader di Svizzera ed Europa, dove siete?
In una lettera-appello inviata il 27 maggio 2025 al Consiglio federale, diciotto personalità di spicco del Cantone Ticino hanno espresso un profondo allarme riguardo alla drammatica situazione umanitaria che attanaglia Gaza, senza trascurare le condizioni critiche anche in Cisgiordania, in Libano e, più in generale, in tutto il Medio Oriente. Nel documento, hanno sollecitato la Svizzera, in quanto depositaria delle Convenzioni internazionali sul Diritto umanitario e patria della Croce Rossa, a superare l’atteggiamento di passività finora mantenuto e a passare rapidamente all’azione, con un approccio “più chiaro ed audace”. I firmatari hanno inoltre esortano il Consiglio federale a far valere la propria voce con serietà e coraggio, attivando misure concrete volte a sbloccare l’accesso agli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Infine, hanno raccomandato con fermezza la necessità di procedere al riconoscimento formale dello Stato di Palestina, un passo ritenuto urgente e indispensabile.
Il 24 giugno 2025, in una presa di posizione intitolata “La vergogna di Gaza non deve essere la nostra vergogna” e rivolta al Consiglio federale e al Parlamento nazionale, 114 medici e operatori sanitari della Svizzera italiana hanno richiesto che il nostro Paese metta immediatamente in atto ogni strumento a disposizione per far cessare da parte del governo e delle forze armate israeliane gli attacchi contro civili, personale e strutture sanitarie. Hanno inoltre chiesto che fosse garantito il libero accesso a tutti gli aiuti umanitari attraverso organismi indipendenti, includendo anche la presenza di giornalisti come testimoni delle violazioni.
I firmatari hanno sottolineato che i concetti di ‘neutralità’ e ‘apertura al dialogo’ non devono mai tradursi in una posizione di equidistanza rispetto alle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Essi hanno altresì sollecitato la Svizzera, in quanto depositaria delle Convenzioni di Ginevra, a fare pieno uso del proprio potere politico ed economico per esercitare pressione sui responsabili, richiamando anche gli appelli della presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Mirjana Spoljaric Egger, affinché all’indignazione segua un’azione decisa e senza più alcuna titubanza.
In effetti, invece di un disarmante e penoso mutismo o balbettio, la Svizzera dovrebbe essere in prima fila e dare l’esempio nella mobilitazione a difesa del diritto umanitario, giacché intrattiene un legame particolarmente stretto con le Convenzioni di Ginevra, sia per ragioni storiche, sia per il suo ruolo internazionale. La prima di esse fu adottata a Ginevra nel 1864, grazie all’iniziativa di Henry Dunant (Premio Nobel per la pace nel 1901) e del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), organizzazione fondata nel 1863 e con sede nella città sul Lemano. Questi trattati stabiliscono le norme fondamentali del diritto internazionale umanitario per la protezione dei feriti, dei prigionieri e dei civili in tempo di guerra.
La Confederazione, coerentemente con la sua neutralità e la sua tradizione di mediazione, è stata tra i primi paesi a ratificare le Convenzioni, aggiornandole con le successive revisioni (1906, 1929 e soprattutto quelle del 1949, con i relativi Protocolli aggiuntivi del 1977 e 2005). Inoltre, svolge un ruolo speciale come depositaria ufficiale delle Convenzioni di Ginevra: custodisce i testi originali e gestisce le ratifiche, fungendo da canale di comunicazione fra gli stati che vi aderiscono. In sostanza, dunque, la Svizzera non è solo parte contraente, ma anche garante e custode del sistema giuridico che esse rappresentano.
Pertanto, 28 professori di diritto internazionale pubblico e penale appartenenti a università elvetiche, in virtù della “nostra responsabilità accademica”, dopo aver stigmatizzato l’ “inazione” del Consiglio federale, hanno prefigurato linee di intervento concreto per salvare la faccia e la credibilità del nostro paese, sia verso l’interno, sia verso l’esterno:
- “sostenere attivamente l’UNRWA” [invece di sospenderne i finanziamenti come ha fatto così prontamente e pavidamente il nostro ministro degli esteri, Ignazio Cassis, sulla base di denunce di collusione di un manipolo di dipendenti con Hamas, lanciate da Tel Aviv, mai suffragate da prove concrete];
- l’obbligo di monitorare le attività delle imprese svizzere evitando il commercio di armi che “favorisca l’occupazione con la forza del territorio palestinese” e “l’importazione di prodotti provenienti da insediamenti” illegali israeliani;
- il dovere, da parte di Berna, “di cooperare agli sforzi collettivi degli altri Stati delle Nazioni Unite per l’istituzione di uno Stato palestinese come condizione per l’autodeterminazione del popolo palestinese. Impegno da realizzare “anche senza il consenso di Israele”, il cui governo sta perpetrando “i crimini più gravi del diritto penale internazionale, tra cui crimini di guerra, crimini contro l’umanità e possibilmente genocidio”;
- la Svizzera “ha anche l’obbligo di prevenire e reprimere tali crimini”. Marco Sassoli, dell’Università di Ginevra e uno dei tre estensori della Lettera aperta, ha ribadito e sottolineato in un’intervista: “prendere misure per fermare le violazioni del diritto umanitario e l’annessione della Cisgiordania è un dovere”.
Ebbene, tutti coloro che hanno redatto e sottoscritto le lettere aperte e gli appelli summenzionati, avrebbero potuto continuare comodamente a coltivare le loro brillanti carriere, piuttosto che sporcarsi le mani, coinvolgendosi in quanto sta accadendo in Medio Oriente.
Eppure no, hanno preferito e deciso di non girarsi dall’altra parte, come tanti hanno fatto per decenni, per esprimere la loro indignazione e la necessità di uscire dal nostro colpevole torpore, con l’intento di mobilitarsi per opporsi all’orrore che si sta consumando sotto i nostri occhi, o perlomeno di superare l’indifferenza e il silenzio con un gesto di denuncia di tale orrore: prima ancora che per venire in soccorso al popolo palestinese, per salvare noi stessi dalla nostra ignavia e vergogna.
Purtroppo, credo proprio che sia indiscutibile e calzante l’acuta ed efficace analisi di Andrea Ghiringhelli (vedi articolo apparso su “La Regione” e riportato da “Naufraghi” l’11.08.2025):
“Ci hanno fatto toccare con mano le ragioni del discredito della politica, ridotta a meschini giochi di potere, e il parere dei cittadini non conta. (…) Il problema è che oggi la mediocrità è la regola ed è incontenibile. (…) Una volta c’erano poi dei partiti con delle idee, che orientavano e formavano pure una classe dirigente mediamente preparata che quelle idee rappresentavano. Oggi, anche in politica – per dirla con Victor Hugo – ci sono moltissime bocche che parlano e pochissime teste che pensano, e la cultura politica in circolazione mi pare inesistente”,
Classe politica disposta, sul piano cantonale, ad investire non poche energie per occuparsi di arrocchi(ni) governativi o pronta, a livello nazionale, a imbarcarsi immediatamente quando si tratta di scattare in missione per recarsi dal bullo-narciso plutocrate insediatosi alla Casa Bianca, per implorarne clemenza e mendicare un trattamento daziale non così severo. Atteggiamento servile e ossequioso come del resto quello assunto dall’Europa nei confronti dello stesso personaggio e per gli stessi motivi.
In simile contesto e con tali “pezzi da novanta”, politicamente parlando, cosa può “valere” un piccolo popolo vessato e martoriato da decenni, che ormai non conta più nulla. E dunque viene lasciato andare alla deriva verso il proprio martirio genocidario.
“Di fronte a questa tragedia, le posizioni europee sono state di un’indicibile vergogna, cioè il segno del declino di una civiltà, di un sistema di valori, di principi. (…) Ma ci rendiamo conto, noi europei, che pretendiamo di predicare i diritti umani e il diritto internazionale, che se non siamo coerenti con noi stessi, nessuno ci prenderà più in considerazione. Questo è, secondo me, il grande interrogativo oggi. L’Europa appare frastornata (…) Non è in grado di esercitare il suo ruolo nel Mediterraneo. In questo modo qui, io credo che noi rischiamo non soltanto di liquidare i nostri principi il che non è poco, ma anche di mettere in discussione i nostri interessi” (M. D’Alema, ‘Incontri di Villa Mussio 2025’, 11.08.2025).
Qui si fa riferimento alla minaccia per la nostra sicurezza a seguito del montante sentimento di odio che cova nei confronti dell’Occidente da pare di milioni di persone afferenti al mondo arabo e di religione musulmana, e più in generale di una sconfinata popolazione appartenente al Sud del mondo, che comincia ad averne piene le tasche della nostra arroganza e avida propensione predatoria.
L’uovo del serpente sionista
A chi crede, più o meno in buonafede, di far risalire l’attuale terribile conflitto mediorientale all’attacco scellerato di Hamas del 7 ottobre 2023, sarebbe bene rammentarne gli antecedenti storici.
In effetti, i germi di una deriva autoritaria orientata alla pulizia etnica e di un ‘etnofascismo religioso’ si intravvedevano già alle soglie della costituzione dello Stato israeliano, sul finire e alla scadenza del Mandato britannico nel 1948, come un serpentello che covava nel grembo gestativo (cfr. film “L’uovo del serpente” di Ingmar Bergman). Lo storico israeliano Ilan Pappé, così ricostruisce quegli avvenimenti, frutto di tanti anni di studi storici per smontare e decostruire la narrativa epica ufficiale che ha modellato per diverse generazioni l’immagine di uno Stato ebraico smagliante, laborioso e senza macchie, tutto proteso agli ideali più nobili e alla cura più premurosa della Terra promessa.
“Non appena fu fissata una data per il ritiro britannico e l’ONU avallò la partizione come ‘soluzione’ al conflitto, la leadership sionista iniziò a pianificare i passi successivi. Un piccolo gruppo clandestino di consiglieri del leader della comunità ebraica in Palestina, David Ben Gurion, cominciò a immaginare come consolidare il predominio nel territorio designato per lo Stato ebraico (…) Nel febbraio del 1948, ebbe luogo il caso più spudorato di questo tipo di operazione, in tre villaggi attorno all’antica città romana di Cesarea. Questi tre villaggi furono sottoposti a un’epurazione talmente violenta e forzosa che quasi nessun edificio rimase in piedi. Impossibile trovare tracce, oggi, delle fiorenti comunità di un tempo. Gli abitanti arabi dei villaggi dovettero andarsene in massa per poter sopravvivere. Tutto questo fu fatto mentre gli inglesi erano ancora responsabili dell’ordine pubblico. (…) Il 10 marzo 1948, David Ben Gurion e un piccolo gruppo di generali militari dell’unità di intelligence della Haganah produssero quello che sarebbe passato alla storia come Piano Dalet, o Piano D. (…)
Il suo obiettivo era semplice: allontanare quanti più palestinesi possibile dalla Palestina, così da poter creare uno Stato a maggioranza ebraica. Ecco il metodo: ogni villaggio e quartiere doveva essere circondato da tre lati, lasciando il quarto libero affinché i residenti potessero andarsene quando venivano espulsi o fuggivano terrorizzati. Poi il villaggio sarebbe stato ridotto in polvere e tra le macerie sarebbero stati piazzati degli esplosivi, in modo che nessuno potesse tornare. Dove sarebbero andati tutti i palestinesi? Su questo il piano era chiaro: dovevano uscire dai confini del paese. (…) Tra marzo, aprile e inizio maggio, le forze sioniste presero di mira i centri urbani della Palestina. Alla fine, furono tutti completamente distrutti, in quello che oggi possiamo solo definire un urbicidio. In quel periodo, la popolazione palestinese fu espulsa da Haifa, Bisan, Giaffa, Acri, Tiberiade e Safed, così come dai villaggi circostanti. (…)
Il caso più noto dell’uso di tale tattica fu l’epurazione di Gerusalemme Ovest e dei trentanove villaggi vicini nell’aprile del 1948. Il 9 aprile 1948, gruppi paramilitari di destra, l’Irgun e la Banda Stern fecero irruzione nel villaggio di Deir Yassin e uccisero i residenti casa per casa, senza risparmiare nemmeno donne e bambini. Morirono oltre cento abitanti del villaggio. I palestinesi recepirono il messaggio e molti nelle aree circostanti fuggirono, temendo che con l’avanzata delle forze ebraiche lo stesso sarebbe successo nei loro villaggi e quartieri. Numerosi membri di questi gruppi paramilitari sarebbero stati integrati nell’esercito israeliano dopo l’indipendenza, guidati dalla Haganah.” (I. Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi Editore, 2024, pp. 66-70)
Del resto, due menti acute come Albert Einstein e Hannah Arendt, insieme ad altri 26 importanti intellettuali ebrei statunitensi, in una lettera aperta inviata al “New York Times” che la pubblicò il 2 dicembre 1948, denunciavano la presenza di derive autoritarie e fasciste nel neonato Stato di Israele, in particolare legate al Partito della Libertà (Tnuat Haherut) fondato da Menachem Begin: leader dell’Irgun Zvai Leumi (noto come Irgun o Etzel), un’organizzazione paramilitare sionista di orientamento nazionalista-revisionista. L’Irgun operava in Palestina contro il Mandato Britannico e contro le milizie arabe, spesso con tattiche considerate terroristiche dai britannici e anche da altri leader ebrei. Di seguito, alcuni estratti salienti della famosa Lettera:
«Tra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista»; «con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo (…) La discrepanza tra le affermazioni pubbliche e il loro curriculum passato non mostra il segno di alcun partito politico ordinario. Questo è, senza ombra di dubbio, il marchio di un partito fascista per il quale il terrorismo (…) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno “stato leader” è l’obiettivo»;«È imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese… i più alti comandi del sionismo americano si sono rifiutati di condurre una campagna contro Begin…».
Interessante notare come, in seguito, Einstein rifiutò la proposta di diventare presidente dello Stato di Israele, proprio perché aveva profonde riserve sul tipo di sionismo che stava emergendo. Remore del tutto giustificate tenuto conto dell’assorbimento di leader radicali ed estremisti di allora, negli apparati e nei gangli nevralgici del nuovo ordinamento statuale. Begin, ad esempio, avrebbe ricoperto successivamente il ruolo di ministro tra il 1967 ed il 1970, poi di primo ministro di Israele dal 1977 al 1983, e nel 1978 fu addirittura insignito del Premio Nobel per la Pace. Nel 1973, aveva lasciato il Partito della Libertà per fondare il Likud, il partito attualmente al governo di Israele sotto la guida di Benjamin Netanyahu.
“Ma certo è che questa politica è oggi al comando in Israele. E quando in ballo c’è il diritto divino, quello internazionale, che non dispone di forza, nemmeno di quella del fanatismo, naviga in pessime acque. (…) per assecondare davvero fino in fondo il corso etnocentrico e stragista dell’attuale governo di Netanyahu ci volevano il cinismo di Trump, i razzisti antislamici e i fanatici evangelici che lo circondano in attesa del compiersi delle profezie bibliche.” (Marco Bascetta, “Il Manifesto”, 14.08,2025)
Monito agli indifferenti di Moni Ovadia
“Chi è in pericolo di vita si guarda intorno alla ricerca di una mano, la cui stretta gli faccia capire che c’è ancora compassione, solidarietà, che da qualche parte ancora vivono esseri umani” (Sandor Marai)
Un giorno, tutti quanti noi, dovremo rispondere alla domanda: ‘dove eri/eravate quando è avvenuto tutto ciò?’ e qualcuno dovrà rispondere ai sopravvissuti o ai loro discendenti: magari saranno i nostri figli, nipoti o pronipoti, ma non tutti coloro che ascolteranno le nostre “ragioni” o giustificazioni saranno tanto persuasi e teneri, avendo avuto come eredità l’obliterazione della speranza e il diritto di esistere come persone, popolo, nazione. Non è escluso che qualcuno di loro, organizzandosi di nuovo in una forza violenta e distruttrice, minacci la nostra pace e sicurezza accecato dall’odio e dalla vendetta, che oggi stiamo contribuendo a seminare.
“La questione del genocidio palestinese non attiene solo alla Palestina, che paga sui suoi corpi, sui suoi bambini, ma attiene al fatto che coloro che non si schierano (questo non è uno schieramento di partito, questo è uno schieramento per la civiltà o la barbarie)… Allora un domani, i peggiori dittatori, quando con grande letizia compiranno dei crimini e qualcuno arriverà a dire ‘e i diritti umani?’, loro diranno: ‘ma state zitti buffoni! Cosa avete fatto con la Palestina? Non avete più titolo per parlare!’. Noi dobbiamo guadagnarci questo titolo, di nuovo. L’umanità ha impiegato secoli per arrivare alla Carta dei diritti universali dell’uomo e i cosiddetti democratici occidentali hanno fatto carne di porco della legalità internazionale. Se ci sarà domani un processo (…): sul palco degli imputati, sederanno certo i criminali, gli assassini sionisti, ma dovranno sedere anche tutti i presidenti degli Stati Uniti d’America, tutti quei governi, tutti i governi dell’Europa. Adesso versano lacrimucce.
Noi dobbiamo dire qualcosa che sta diventando importante: non si illudano, gli indifferenti, Gramsci ce l’ha insegnato: sono i più detestabili, i più vigliacchi, perché non si assumono la responsabilità. Dante diceva degli ignavi: ‘non ti curar di loro, ma guarda e passa’. Io, agli indifferenti, a quelli che di fronte a delle atrocità così smisurate, non alzano la voce, non partecipano, dico: tanto verrete giudicati lo stesso, non illudetevi. Saranno i vostri figli, magari i vostri nipoti: un giorno uno della vostra progenie vi guarderà negli occhi e vi domanderà: ‘dov’eri?’. E voi abbasserete gli occhi e i vostri figli vi sputeranno in faccia, per essere stati così vigliacchi. Io, di fronte a questi dirigenti, leader dell’Europa, che si sono svegliati, dico: da 77 anni il popolo palestinese è stato perseguitato, assassinato, torturato, espropriato, vessato, dov’erano questi signori?
Io ho cominciato la mia militanza più stretta una quarantina di anni fa, ho ricevuto insulti, maledizioni, minacce, anche di morte; adesso, li voglio vedere in faccia questi moderati. Non c’è peste peggiore della moderazione qui. I moderati ci hanno regalato la mafia, la ndrangheta, la camorra, ci hanno regalato la complicità in crimini, il Vietnam (…) Non ho ricette per come dobbiamo procedere, ma dobbiamo alzare la voce forte, è arrivato il momento di non accettare, su questa questione, alcun understatement (…) Cosa fanno i sionisti? Sperimentano nuove armi. Non so se avete visto quella donna palestinese che camminava, così come qualcuno che si trovi in quelle situazioni, camminava in mezzo alla strada segnata dalle macerie da una parte e dall’altra: l’hanno polverizzata!
Questa donna era sola, non c’era nessuno attorno: le hanno sparato addosso qualcosa e lei si è dissolta in una nuvola di polvere. Sperimentano queste armi. Sapete anche perché? Perché non puoi seppellire la polvere e così non possono avere neanche quella ‘pietas’ che fino dai tempi della guerra di Troia c’era: avere il corpo del proprio caro per piangerlo. Siamo di fronte a una barbarie che non abbiamo ancora visto: si credeva che avessimo toccato il vertice, ma non è così. Dobbiamo reagire!”. (Discorso tenuto da Moni Ovadia due mesi fa ad una manifestazione pro Palestina)
Nell’immagine: fotogramma dal servizio della RSI sulla manifestazione simbolica al Festival