Del “superamento del capitalismo”

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

Orazio Martinetti, intervenendo qui sul documento “Per un fronte di opposizione sociale e politica” inviato dal MpS agli altri partiti di sinistra, scrive:

“varrebbe la pena di precisare una terminologia che continua a fluttuare nell’etere della vaghezza. Riaprire il dizionario e sforzarsi di ridefinire le parole (rivoluzione, socialismo…) sarebbe già un bel risultato e questo per soddisfare un bisogno di chiarezza che riguarda tutta la sinistra, riformista o rivoluzionaria che sia”. 

Condivido assolutamente, e vorrei offrire un piccolo contributo in merito, molto, molto a buon mercato. Sì, a buon mercato perché chiedo a Naufraghi/e se può riciclare un articolo che mi sono ricordato aver scritto nel 2010 (laRegione, 8.6.2010) sul dibattito allora in corso sul nuovo Programma nazionale del PSS. Un interrogativo su cosa diavolo intendesse il PSS per “superamento del capitalismo”, analogo a quello di Martinetti su cosa intenda il MpS per “rivoluzione” e “socialismo” (la risposta di Sergi mi sembra che “schivi l’oliva”).

Siccome il MpS (e magari ancora anche il PS) pretende lavorare per costruire un’alternativa al capitalismo, mi sembra proprio che ci si possa ancora chiedere, praticamente con le medesime parole di 15 anni fa, che cosa si intenda per capitalismo e se davvero lo si voglia superare e come.

Ecco dunque la riflessione del 2010 che laRegione aveva pubblicato con il titolo “Superamento del capitalismo?”


“È vero, i programmi di partito non sono mai molto “sexy”. Per ovviarvi, il “Caffè della domenica”, riferendo della conferenza cantonale sul progetto di nuovo programma del PSS, si inventa una “Svizzera che è comunista, ma non lo sa”, virgolettando la frase e attribuendola a me… Poco importa, ben inteso.

Il PSS intende dotarsi di un “programma fondamentale” per orientare la sua azione nei prossimi 20 anni. Un documento interessante ma prolisso. La “dichiarazione dei principi” dei socialisti francesi è esemplare: 24 tesi, 4 pagine.

Nel capitolo “la nostra visione”, il PSS illustra la “cosa” che dovrebbe “superare il capitalismo”: la democrazia economica. Il PSS anticapitalista? I fondamenti del capitalismo sono: la proprietà privata dei mezzi di produzione; il rapporto salariale con i lavoratori; la libertà d’intraprendere; il mercato. Non risulta che il PSS voglia attribuire la proprietà delle imprese solo a chi vi lavora, impedire di crearne di nuove, abolire il salario come forma di ripartizione del reddito ai lavoratori, abolire il mercato. Certo, il capitalismo è una forma di produzione e ripartizione storicamente determinata e, prima o poi, lascerà il posto a qualche altra. Del resto, già oggi siamo lontani dal capitalismo delle origini, grazie a un secolo e più di lotte dei lavoratori e all’evoluzione scientifica, tecnica, economica, politica. Non occorre legittimare la “democrazia economica” con un presunto superamento del capitalismo.

Democratizzare l’economia – a livello di scelte strategiche più che di conduzione operativa delle imprese, che esige chiarezza dei ruoli, certezza e rapidità delle decisioni – significa accrescere, in ambito economico, il peso dei cittadini rispetto a quello dei proprietari. Il capitolo sulla “democrazia economica” dovrebbe esporre senza complessi quel modello che i socialisti vogliono: senza chiedersi se si tratti di un capitalismo diverso o di un suo superamento. A questa domanda risponderà la storia.

In poche parole, il PSS vuole:
(1) un’economia di mercato orientata a soddisfare gli obiettivi sociali ed ecologici espressi dalle scelte democratiche dei cittadini;
(2) regolata da leggi e contratti collettivi di lavoro;
(3) che opera con diverse forme d’impresa (privata, pubblica, sociale);
(4) dove i servizi fondamentali sono assicurati da regole diverse dal mercato e dal profitto: formazione, salute, protezione sociale, trasporti collettivi, acqua, energia, comunicazioni, un’offerta di base di informazione e cultura, come pure di servizi finanziari per la raccolta del risparmio, i pagamenti, la concessione di crediti.
Cose che ci sono già, da difendere e sviluppare. La discussione sull’eventuale controllo pubblico dei colossi farmaceutici risponde alla necessità di assicurare la salute per tutti. Quella sul controllo delle grandi banche (UBS salvata con oltre 60 miliardi di risorse pubbliche!) risponde al tema del “too big to fail”: o smembrare o nazionalizzare.

Concludiamo con il paradosso della “Svizzera comunista”. Per Marx, il principio del socialismo è “a ciascuno secondo il suo lavoro”. Quello del comunismo è “a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità”. Le economie dei paesi democratici e ricchi si trovano già, per certi versi, oltre quel “socialismo”. In Svizzera, 150 miliardi di Fr., 30% circa del Pil, sono ridistribuiti, tramite le assicurazioni sociali e la spesa pubblica, per soddisfare i bisogni di chi non lavora (anziani, invalidi, ammalati, bambini e studenti, disoccupati, poveri). È questa una “via capitalista al comunismo”? Il percorso potrebbe essere accelerato dall’introduzione, accanto al salario e al profitto, del cosiddetto “Basic Income” (o “reddito di cittadinanza”), cui il programma del PSS non accenna neppure? La storia risponderà. Per ora, il “comunismo” è ancora ben lontano…”.


Ringrazio la Redazione di Naufraghi di aver accettato di riciclare un mio articolo scritto tempo fa: sono un “fan” del genero di Marx, Paul Lafargue, e adoro il suo celebre libro-manifesto “Le droit à la paresse”… che per altro evoca una magnifica alternativa al capitalismo!

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Dove andiamo? Che facciamo?

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

Il 7 agosto scorso, al Film festival di Locarno, prima della proiezione serale in Piazza Grande, il pubblico si è alzato in piedi, esponendo delle cartoline con una garza bianca intrisa di colore rosso, simboleggiante il sangue versato dal popolo palestinese, distribuite dagli organizzatori del gesto collettivo e spontaneo. Circa due minuti di silenzio, terminati con un grande applauso, mentre qualcuno gridava «stop it», «basta». In merito alla pacata, breve, silente manifestazione simbolica, il consigliere agli Stati Fabio Regazzi non ha trovato di meglio che manifestare il suo dissenso, sostenendo che si sarebbe dovuto manifestare per tutte le guerre e non solo per Gaza (“Corriere del Ticino”, 9.08.2025).

Al cospetto dell’orrore perpetrato nella tristemente nota Striscia, da mesi quotidianamente sotto i nostri occhi (per cui nessuno, oggi e domani può/potrà dire: “non lo sapevo”), se non riusciamo a scuoterci e avere un sussulto coscienziale, con dei gesti e con interventi concreti per quanto piccoli, ma significativi, figuriamoci se ci mobiliteremmo per altri scenari bellici, per buona pace di Fabio Regazzi e Co.

Ad argomentazioni capziose di tale natura, volte a sviare qualsiasi coinvolgimento e responsabilità, tanto per mettersi il cuore in pace e passare ‘oltre’, mediante una vacua generalizzazione del discorso, ha risposto magistralmente il dottor medico Giovanni Pedrazzini, sullo stesso quotidiano (in data 12.08.2025), sostenendo convincentemente la tesi secondo cui “non tutte le guerre sono uguali”, fermo restando che nella fattispecie sarebbe ancora da appurare se si tratti di ‘guerra’ o di qualcosa d’altro: un annientamento pianificato di un intero popolo preso per fame, sete, e con tutta una serie di sistemi abietti e crudeli. Sembra però che non si possa parlare di ‘genocidio’: per molti statisti e in molte cancellerie il termine è tabù e lo si rigetta con veemenza.

Pur non provando in genere molta stima per Massimo D’Alema, condivido quando afferma che, di fronte a un simile scenario di morte, disputare sulle parole, appare “moralmente discutibile, sinceramente immorale” (‘Incontri di Villa Mussio 2025’, 11.08.2025). Tuttavia, quando un uomo di cultura e uno scrittore del calibro di David Grossman – personalmente, eticamente e civilmente implicato fino in fondo in quanto avviene in Medio Oriente (egli ha perso suo figlio Uri, giovane ufficiale dell’esercito israeliano, durante la Seconda guerra del Libano, nel 2006. Il tragico evento ha profondamente segnato Grossman, influenzandone la scrittura e il suo attivismo per la pace) – finisce per riconoscere, con grande onestà intellettuale unita a un’enorme sofferenza etico-morale, che quanto sta succedendo ora si possa chiamare ‘genocidio’ (“È genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo”, Naufraghi/e 1.08.2025), penso che vi possano essere pochi dubbi sulla legittimità di chiamare le cose con il loro vero nome.

A Ferragosto, a Monte Sole di Marzabotto, dove nell’autunno del 1944 i nazifascisti si resero responsabili di un terribile massacro di civili, il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), ha voluto leggere uno a uno i nomi dei bambini uccisi a Gaza: cinquecento pagine di vite annientate, ben ordinate in tre raccoglitori blu, la cui lettura è proseguita per ore e ore, così da strapparli all’anonimato, poiché “nessuno è un numero, tutti hanno pari dignità”. Suor Ada, presente alla commemorazione, così si è espressa: “Oggi ci mettiamo in ascolto non di articoli e analisi sul conflitto, ma dei nomi dei piccoli che sono stati uccisi dai signori della guerra in questi due anni. In silenzio ascoltiamo i loro nomi, per ricordarli, chiedendo perdono per l’indifferenza e l’ignavia con cui li abbiamo considerati. E per la nostra sterile compassione”. (“La Repubblica”, 15.08.2025)

Altamente significativa, emblematica di tante altre storie simili e commovente, la testimonianza di una ragazza palestinese – operatrice umanitaria – scappata da Gaza per sopravvivere.

Il 28 luglio 2025 l’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights–Israel (PHRI) ha pubblicato un documento dal titolo “La distruzione delle condizioni di vita: un’analisi sanitaria del genocidio a Gaza”. Il rapporto, di natura legale e medica, prende in esame quasi ventidue mesi di guerra a partire dall’offensiva israeliana dell’ottobre 2023 e descrive la sistematica demolizione delle infrastrutture sanitarie e delle condizioni minime di sopravvivenza nella Striscia. La denuncia si concentra non solo sulla devastazione materiale degli ospedali, ma anche sugli effetti di lungo periodo su salute, nutrizione e ambiente, arrivando a qualificare tali azioni come atti di genocidio. L’analisi di PHRI si fonda sull’Articolo II della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio, che definisce come atti genocidari non solo le uccisioni di massa, ma anche l’inflizione di gravi danni fisici o mentali e l’imposizione deliberata di condizioni di vita tali da distruggere, in tutto o in parte, un gruppo umano. In questo quadro, gli esperti documentano tre aspetti centrali: la distruzione del sistema sanitario, l’erosione dei determinanti sociali della salute e le conseguenze sanitarie e ambientali a lungo termine.

Secondo il rapporto, 33 dei 36 ospedali ancora operativi a Gaza sono stati attaccati o messi fuori uso, mentre oltre 1.800 operatori sanitari sono stati uccisi o detenuti. A ciò si aggiunge il blocco di carburante e acqua, che ha determinato il collasso di servizi essenziali come dialisi, oncologia, reparti maternità e gestione delle malattie croniche. Decine di bambini, privati di cure adeguate, sarebbero già morti per malnutrizione. Parallelamente, il 93 per cento delle famiglie non ha accesso ad acqua sicura, l’80 per cento dei terreni agricoli è stato devastato e il 95 per cento del bestiame è andato perduto. Il blocco e la gestione arbitraria degli aiuti aggravano la crisi: circa un milione di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta e quasi mezzo milione affronta livelli considerati catastrofici. PHRI sottolinea che queste distruzioni non sono semplici conseguenze collaterali, ma configurano una strategia mirata a rendere impossibile la vita nella Striscia.

Anche se le ostilità cessassero oggi, le ferite inferte al tessuto sanitario e ambientale continuerebbero a produrre morti e sofferenze per anni. Di qui la conclusione: le evidenze raccolte bastano a dimostrare l’esistenza di una “specifica intenzione genocida” da parte di Israele, il cosiddetto dolus specialis richiesto dal diritto internazionale. Il documento si chiude con un appello alla comunità internazionale affinché intervenga con urgenza. PHRI chiede in particolare l’avvio di indagini e procedimenti legali, il ripristino immediato dei servizi sanitari essenziali e la protezione del personale medico, troppo spesso trasformato in bersaglio.

Nello stesso giorno, il 28 luglio 2025, anche l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha diffuso un rapporto parallelo dal titolo “Our Genocide”, che accusa il governo di condurre una campagna coordinata per distruggere la società palestinese a Gaza. Entrambi i documenti segnano una svolta nel panorama israeliano: per la prima volta due ONG locali denunciano apertamente il proprio Stato per genocidio, un’accusa che non lascia spazio a interpretazioni politiche ma che si fonda su dati sanitari, ambientali e legali di portata particolarmente devastante. (Cfr. Francesca Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio. Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Nazioni Unite, 2025).

Michele Serra, pur riconoscendo che il mondo è sempre stato un “luogo orrendo” (e, nel contempo, “meraviglioso”), crede vi sia oggi “una novità molto rilevante. Ed è la sostanziale solitudine di molti (di quasi tutti?) di fronte al male e alla distruzione. Riassumibile nella diffusa domanda, per esempio su Gaza: ‘possibile che nessuno riesca a fare qualcosa?’ (…) I famosi ‘punti di riferimento’ (…) sembrano sbiaditi o scomparsi. (…) La Politica e i Partiti quando avevano la maiuscola ed erano case comuni (…) L’America sembra il covo di un cartello di taglieggiatori razzisti; la Russia un impero coloniale dei secoli passati; dell’Onu si parla solo per compatirne l’inutilità e il declino; l’Europa, se è quella prona e poco dignitosa di von der Leyen che va a riverire l’Imperatore nel suo campo da golf, vale quanto una speranza tradita (…) Il rischio è che sempre più persone, direi per autodifesa, chiudano porte e finestre a un mondo che le sovrasta, che sfugge non dico al loro controllo, ma alla loro comprensione.” (in “La Repubblica”, 8.08.2025).

Invece di incappare negli strali dei soliti politici attenti a difendere lo status quo e i propri interessi e privilegi, certe denunce pacate, composte e simbolicamente efficaci come quella locarnese, meriterebbero un plauso, giacché raccolgono e rendono visibile uno stato d’animo alquanto diffuso nella cittadinanza, svolgendo una minima azione catartica per esorcizzare – almeno per un momento – il pervasivo sentimento di impotenza e frustrazione che molti provano, senza sentirsi in alcun modo ascoltati o rappresentati da una classe politica imbelle, al cospetto dello sconcertante silenzio e della pavidità delle nostre autorità: ostaggio di equilibrismi, calcoli, affari, lobby …

Leader di Svizzera ed Europa, dove siete?

In una lettera-appello inviata il 27 maggio 2025 al Consiglio federale, diciotto personalità di spicco del Cantone Ticino hanno espresso un profondo allarme riguardo alla drammatica situazione umanitaria che attanaglia Gaza, senza trascurare le condizioni critiche anche in Cisgiordania, in Libano e, più in generale, in tutto il Medio Oriente. Nel documento, hanno sollecitato la Svizzera, in quanto depositaria delle Convenzioni internazionali sul Diritto umanitario e patria della Croce Rossa, a superare l’atteggiamento di passività finora mantenuto e a passare rapidamente all’azione, con un approccio “più chiaro ed audace”. I firmatari hanno inoltre esortano il Consiglio federale a far valere la propria voce con serietà e coraggio, attivando misure concrete volte a sbloccare l’accesso agli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Infine, hanno raccomandato con fermezza la necessità di procedere al riconoscimento formale dello Stato di Palestina, un passo ritenuto urgente e indispensabile.

Il 24 giugno 2025, in una presa di posizione intitolata “La vergogna di Gaza non deve essere la nostra vergogna” e rivolta al Consiglio federale e al Parlamento nazionale, 114 medici e operatori sanitari della Svizzera italiana hanno richiesto che il nostro Paese metta immediatamente in atto ogni strumento a disposizione per far cessare da parte del governo e delle forze armate israeliane gli attacchi contro civili, personale e strutture sanitarie. Hanno inoltre chiesto che fosse garantito il libero accesso a tutti gli aiuti umanitari attraverso organismi indipendenti, includendo anche la presenza di giornalisti come testimoni delle violazioni.

I firmatari hanno sottolineato che i concetti di ‘neutralità’ e ‘apertura al dialogo’ non devono mai tradursi in una posizione di equidistanza rispetto alle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Essi hanno altresì sollecitato la Svizzera, in quanto depositaria delle Convenzioni di Ginevra, a fare pieno uso del proprio potere politico ed economico per esercitare pressione sui responsabili, richiamando anche gli appelli della presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Mirjana Spoljaric Egger, affinché all’indignazione segua un’azione decisa e senza più alcuna titubanza.

In effetti, invece di un disarmante e penoso mutismo o balbettio, la Svizzera dovrebbe essere in prima fila e dare l’esempio nella mobilitazione a difesa del diritto umanitario, giacché intrattiene un legame particolarmente stretto con le Convenzioni di Ginevra, sia per ragioni storiche, sia per il suo ruolo internazionale. La prima di esse fu adottata a Ginevra nel 1864, grazie all’iniziativa di Henry Dunant (Premio Nobel per la pace nel 1901) e del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), organizzazione fondata nel 1863 e con sede nella città sul Lemano. Questi trattati stabiliscono le norme fondamentali del diritto internazionale umanitario per la protezione dei feriti, dei prigionieri e dei civili in tempo di guerra.

La Confederazione, coerentemente con la sua neutralità e la sua tradizione di mediazione, è stata tra i primi paesi a ratificare le Convenzioni, aggiornandole con le successive revisioni (1906, 1929 e soprattutto quelle del 1949, con i relativi Protocolli aggiuntivi del 1977 e 2005). Inoltre, svolge un ruolo speciale come depositaria ufficiale delle Convenzioni di Ginevra: custodisce i testi originali e gestisce le ratifiche, fungendo da canale di comunicazione fra gli stati che vi aderiscono. In sostanza, dunque, la Svizzera non è solo parte contraente, ma anche garante e custode del sistema giuridico che esse rappresentano.

Pertanto, 28 professori di diritto internazionale pubblico e penale appartenenti a università elvetiche, in virtù della “nostra responsabilità accademica”, dopo aver stigmatizzato l’ “inazione” del Consiglio federale, hanno prefigurato linee di intervento concreto per salvare la faccia e la credibilità del nostro paese, sia verso l’interno, sia verso l’esterno:

  • “sostenere attivamente l’UNRWA” [invece di sospenderne i finanziamenti come ha fatto così prontamente e pavidamente il nostro ministro degli esteri, Ignazio Cassis, sulla base di denunce di collusione di un manipolo di dipendenti con Hamas, lanciate da Tel Aviv, mai suffragate da prove concrete];
  • l’obbligo di monitorare le attività delle imprese svizzere evitando il commercio di armi che “favorisca l’occupazione con la forza del territorio palestinese” e “l’importazione di prodotti provenienti da insediamenti” illegali israeliani;
  • il dovere, da parte di Berna, “di cooperare agli sforzi collettivi degli altri Stati delle Nazioni Unite per l’istituzione di uno Stato palestinese come condizione per l’autodeterminazione del popolo palestinese. Impegno da realizzare “anche senza il consenso di Israele”, il cui governo sta perpetrando “i crimini più gravi del diritto penale internazionale, tra cui crimini di guerra, crimini contro l’umanità e possibilmente genocidio”;
  • la Svizzera “ha anche l’obbligo di prevenire e reprimere tali crimini”. Marco Sassoli, dell’Università di Ginevra e uno dei tre estensori della Lettera aperta, ha ribadito e sottolineato in un’intervista: “prendere misure per fermare le violazioni del diritto umanitario e l’annessione della Cisgiordania è un dovere”.

Ebbene, tutti coloro che hanno redatto e sottoscritto le lettere aperte e gli appelli summenzionati, avrebbero potuto continuare comodamente a coltivare le loro brillanti carriere, piuttosto che sporcarsi le mani, coinvolgendosi in quanto sta accadendo in Medio Oriente.

Eppure no, hanno preferito e deciso di non girarsi dall’altra parte, come tanti hanno fatto per decenni, per esprimere la loro indignazione e la necessità di uscire dal nostro colpevole torpore, con l’intento di mobilitarsi per opporsi all’orrore che si sta consumando sotto i nostri occhi, o perlomeno di superare l’indifferenza e il silenzio con un gesto di denuncia di tale orrore: prima ancora che per venire in soccorso al popolo palestinese, per salvare noi stessi dalla nostra ignavia e vergogna.

Purtroppo, credo proprio che sia indiscutibile e calzante l’acuta ed efficace analisi di Andrea Ghiringhelli (vedi articolo apparso su “La Regione” e riportato da “Naufraghi” l’11.08.2025):

“Ci hanno fatto toccare con mano le ragioni del discredito della politica, ridotta a meschini giochi di potere, e il parere dei cittadini non conta. (…) Il problema è che oggi la mediocrità è la regola ed è incontenibile. (…) Una volta c’erano poi dei partiti con delle idee, che orientavano e formavano pure una classe dirigente mediamente preparata che quelle idee rappresentavano. Oggi, anche in politica – per dirla con Victor Hugo – ci sono moltissime bocche che parlano e pochissime teste che pensano, e la cultura politica in circolazione mi pare inesistente”,

Classe politica disposta, sul piano cantonale, ad investire non poche energie per occuparsi di arrocchi(ni) governativi o pronta, a livello nazionale, a imbarcarsi immediatamente quando si tratta di scattare in missione per recarsi dal bullo-narciso plutocrate insediatosi alla Casa Bianca, per implorarne clemenza e mendicare un trattamento daziale non così severo. Atteggiamento servile e ossequioso come del resto quello assunto dall’Europa nei confronti dello stesso personaggio e per gli stessi motivi.

In simile contesto e con tali “pezzi da novanta”, politicamente parlando, cosa può “valere” un piccolo popolo vessato e martoriato da decenni, che ormai non conta più nulla. E dunque viene lasciato andare alla deriva verso il proprio martirio genocidario.

“Di fronte a questa tragedia, le posizioni europee sono state di un’indicibile vergogna, cioè il segno del declino di una civiltà, di un sistema di valori, di principi. (…) Ma ci rendiamo conto, noi europei, che pretendiamo di predicare i diritti umani e il diritto internazionale, che se non siamo coerenti con noi stessi, nessuno ci prenderà più in considerazione. Questo è, secondo me, il grande interrogativo oggi. L’Europa appare frastornata (…) Non è in grado di esercitare il suo ruolo nel Mediterraneo. In questo modo qui, io credo che noi rischiamo non soltanto di liquidare i nostri principi il che non è poco, ma anche di mettere in discussione i nostri interessi” (M. D’Alema, ‘Incontri di Villa Mussio 2025’, 11.08.2025).

Qui si fa riferimento alla minaccia per la nostra sicurezza a seguito del montante sentimento di odio che cova nei confronti dell’Occidente da pare di milioni di persone afferenti al mondo arabo e di religione musulmana, e più in generale di una sconfinata popolazione appartenente al Sud del mondo, che comincia ad averne piene le tasche della nostra arroganza e avida propensione predatoria.

L’uovo del serpente sionista

A chi crede, più o meno in buonafede, di far risalire l’attuale terribile conflitto mediorientale all’attacco scellerato di Hamas del 7 ottobre 2023, sarebbe bene rammentarne gli antecedenti storici.

In effetti, i germi di una deriva autoritaria orientata alla pulizia etnica e di un ‘etnofascismo religioso’ si intravvedevano già alle soglie della costituzione dello Stato israeliano, sul finire e alla scadenza del Mandato britannico nel 1948, come un serpentello che covava nel grembo gestativo (cfr. film “L’uovo del serpente” di Ingmar Bergman). Lo storico israeliano Ilan Pappé, così ricostruisce quegli avvenimenti, frutto di tanti anni di studi storici per smontare e decostruire la narrativa epica ufficiale che ha modellato per diverse generazioni l’immagine di uno Stato ebraico smagliante, laborioso e senza macchie, tutto proteso agli ideali più nobili e alla cura più premurosa della Terra promessa.

“Non appena fu fissata una data per il ritiro britannico e l’ONU avallò la partizione come ‘soluzione’ al conflitto, la leadership sionista iniziò a pianificare i passi successivi. Un piccolo gruppo clandestino di consiglieri del leader della comunità ebraica in Palestina, David Ben Gurion, cominciò a immaginare come consolidare il predominio nel territorio designato per lo Stato ebraico (…) Nel febbraio del 1948, ebbe luogo il caso più spudorato di questo tipo di operazione, in tre villaggi attorno all’antica città romana di Cesarea. Questi tre villaggi furono sottoposti a un’epurazione talmente violenta e forzosa che quasi nessun edificio rimase in piedi. Impossibile trovare tracce, oggi, delle fiorenti comunità di un tempo. Gli abitanti arabi dei villaggi dovettero andarsene in massa per poter sopravvivere. Tutto questo fu fatto mentre gli inglesi erano ancora responsabili dell’ordine pubblico. (…) Il 10 marzo 1948, David Ben Gurion e un piccolo gruppo di generali militari dell’unità di intelligence della Haganah produssero quello che sarebbe passato alla storia come Piano Dalet, o Piano D. (…)

Il suo obiettivo era semplice: allontanare quanti più palestinesi possibile dalla Palestina, così da poter creare uno Stato a maggioranza ebraica. Ecco il metodo: ogni villaggio e quartiere doveva essere circondato da tre lati, lasciando il quarto libero affinché i residenti potessero andarsene quando venivano espulsi o fuggivano terrorizzati. Poi il villaggio sarebbe stato ridotto in polvere e tra le macerie sarebbero stati piazzati degli esplosivi, in modo che nessuno potesse tornare. Dove sarebbero andati tutti i palestinesi? Su questo il piano era chiaro: dovevano uscire dai confini del paese. (…) Tra marzo, aprile e inizio maggio, le forze sioniste presero di mira i centri urbani della Palestina. Alla fine, furono tutti completamente distrutti, in quello che oggi possiamo solo definire un urbicidio. In quel periodo, la popolazione palestinese fu espulsa da Haifa, Bisan, Giaffa, Acri, Tiberiade e Safed, così come dai villaggi circostanti. (…)

Il caso più noto dell’uso di tale tattica fu l’epurazione di Gerusalemme Ovest e dei trentanove villaggi vicini nell’aprile del 1948. Il 9 aprile 1948, gruppi paramilitari di destra, l’Irgun e la Banda Stern fecero irruzione nel villaggio di Deir Yassin e uccisero i residenti casa per casa, senza risparmiare nemmeno donne e bambini. Morirono oltre cento abitanti del villaggio. I palestinesi recepirono il messaggio e molti nelle aree circostanti fuggirono, temendo che con l’avanzata delle forze ebraiche lo stesso sarebbe successo nei loro villaggi e quartieri. Numerosi membri di questi gruppi paramilitari sarebbero stati integrati nell’esercito israeliano dopo l’indipendenza, guidati dalla Haganah.” (I. Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi Editore, 2024, pp. 66-70)

Del resto, due menti acute come Albert Einstein e Hannah Arendt, insieme ad altri 26 importanti intellettuali ebrei statunitensi, in una lettera aperta inviata al “New York Times” che la pubblicò il 2 dicembre 1948, denunciavano la presenza di derive autoritarie e fasciste nel neonato Stato di Israele, in particolare legate al Partito della Libertà (Tnuat Haherut) fondato da Menachem Begin: leader dell’Irgun Zvai Leumi (noto come Irgun o Etzel), un’organizzazione paramilitare sionista di orientamento nazionalista-revisionista. L’Irgun operava in Palestina contro il Mandato Britannico e contro le milizie arabe, spesso con tattiche considerate terroristiche dai britannici e anche da altri leader ebrei. Di seguito, alcuni estratti salienti della famosa Lettera:

«Tra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista»; «con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo (…) La discrepanza tra le affermazioni pubbliche e il loro curriculum passato non mostra il segno di alcun partito politico ordinario. Questo è, senza ombra di dubbio, il marchio di un partito fascista per il quale il terrorismo (…) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno “stato leader” è l’obiettivo»;«È imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese… i più alti comandi del sionismo americano si sono rifiutati di condurre una campagna contro Begin…».

Interessante notare come, in seguito, Einstein rifiutò la proposta di diventare presidente dello Stato di Israele, proprio perché aveva profonde riserve sul tipo di sionismo che stava emergendo. Remore del tutto giustificate tenuto conto dell’assorbimento di leader radicali ed estremisti di allora, negli apparati e nei gangli nevralgici del nuovo ordinamento statuale. Begin, ad esempio, avrebbe ricoperto successivamente il ruolo di ministro tra il 1967 ed il 1970, poi di primo ministro di Israele dal 1977 al 1983, e nel 1978 fu addirittura insignito del Premio Nobel per la Pace. Nel 1973, aveva lasciato il Partito della Libertà per fondare il Likud, il partito attualmente al governo di Israele sotto la guida di Benjamin Netanyahu.

“Ma certo è che questa politica è oggi al comando in Israele. E quando in ballo c’è il diritto divino, quello internazionale, che non dispone di forza, nemmeno di quella del fanatismo, naviga in pessime acque. (…) per assecondare davvero fino in fondo il corso etnocentrico e stragista dell’attuale governo di Netanyahu ci volevano il cinismo di Trump, i razzisti antislamici e i fanatici evangelici che lo circondano in attesa del compiersi delle profezie bibliche.” (Marco Bascetta, “Il Manifesto”, 14.08,2025)

Monito agli indifferenti di Moni Ovadia

“Chi è in pericolo di vita si guarda intorno alla ricerca di una mano, la cui stretta gli faccia capire che c’è ancora compassione, solidarietà, che da qualche parte ancora vivono esseri umani” (Sandor Marai)

Un giorno, tutti quanti noi, dovremo rispondere alla domanda: ‘dove eri/eravate quando è avvenuto tutto ciò?’ e qualcuno dovrà rispondere ai sopravvissuti o ai loro discendenti: magari saranno i nostri figli, nipoti o pronipoti, ma non tutti coloro che ascolteranno le nostre “ragioni” o giustificazioni saranno tanto persuasi e teneri, avendo avuto come eredità l’obliterazione della speranza e il diritto di esistere come persone, popolo, nazione. Non è escluso che qualcuno di loro, organizzandosi di nuovo in una forza violenta e distruttrice, minacci la nostra pace e sicurezza accecato dall’odio e dalla vendetta, che oggi stiamo contribuendo a seminare.

“La questione del genocidio palestinese non attiene solo alla Palestina, che paga sui suoi corpi, sui suoi bambini, ma attiene al fatto che coloro che non si schierano (questo non è uno schieramento di partito, questo è uno schieramento per la civiltà o la barbarie)… Allora un domani, i peggiori dittatori, quando con grande letizia compiranno dei crimini e qualcuno arriverà a dire ‘e i diritti umani?’, loro diranno: ‘ma state zitti buffoni! Cosa avete fatto con la Palestina? Non avete più titolo per parlare!’. Noi dobbiamo guadagnarci questo titolo, di nuovo. L’umanità ha impiegato secoli per arrivare alla Carta dei diritti universali dell’uomo e i cosiddetti democratici occidentali hanno fatto carne di porco della legalità internazionale. Se ci sarà domani un processo (…): sul palco degli imputati, sederanno certo i criminali, gli assassini sionisti, ma dovranno sedere anche tutti i presidenti degli Stati Uniti d’America, tutti quei governi, tutti i governi dell’Europa. Adesso versano lacrimucce.

Noi dobbiamo dire qualcosa che sta diventando importante: non si illudano, gli indifferenti, Gramsci ce l’ha insegnato: sono i più detestabili, i più vigliacchi, perché non si assumono la responsabilità. Dante diceva degli ignavi: ‘non ti curar di loro, ma guarda e passa’. Io, agli indifferenti, a quelli che di fronte a delle atrocità così smisurate, non alzano la voce, non partecipano, dico: tanto verrete giudicati lo stesso, non illudetevi. Saranno i vostri figli, magari i vostri nipoti: un giorno uno della vostra progenie vi guarderà negli occhi e vi domanderà: ‘dov’eri?’. E voi abbasserete gli occhi e i vostri figli vi sputeranno in faccia, per essere stati così vigliacchi. Io, di fronte a questi dirigenti, leader dell’Europa, che si sono svegliati, dico: da 77 anni il popolo palestinese è stato perseguitato, assassinato, torturato, espropriato, vessato, dov’erano questi signori?

Io ho cominciato la mia militanza più stretta una quarantina di anni fa, ho ricevuto insulti, maledizioni, minacce, anche di morte; adesso, li voglio vedere in faccia questi moderati. Non c’è peste peggiore della moderazione qui. I moderati ci hanno regalato la mafia, la ndrangheta, la camorra, ci hanno regalato la complicità in crimini, il Vietnam (…) Non ho ricette per come dobbiamo procedere, ma dobbiamo alzare la voce forte, è arrivato il momento di non accettare, su questa questione, alcun understatement (…) Cosa fanno i sionisti? Sperimentano nuove armi. Non so se avete visto quella donna palestinese che camminava, così come qualcuno che si trovi in quelle situazioni, camminava in mezzo alla strada segnata dalle macerie da una parte e dall’altra: l’hanno polverizzata!

Questa donna era sola, non c’era nessuno attorno: le hanno sparato addosso qualcosa e lei si è dissolta in una nuvola di polvere. Sperimentano queste armi. Sapete anche perché? Perché non puoi seppellire la polvere e così non possono avere neanche quella ‘pietas’ che fino dai tempi della guerra di Troia c’era: avere il corpo del proprio caro per piangerlo. Siamo di fronte a una barbarie che non abbiamo ancora visto: si credeva che avessimo toccato il vertice, ma non è così. Dobbiamo reagire!”. (Discorso tenuto da Moni Ovadia due mesi fa ad una manifestazione pro Palestina)

Nell’immagine: fotogramma dal servizio della RSI sulla manifestazione simbolica al Festival


Posta: dopo gli investimenti sbagliati, ora arrivano i licenziamenti

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

Di Marco Diener, Infosperber

Nota: questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio scorso. Nel frattempo la Posta ha annunciato che intende licenziare fino a 100 dipendenti. Altri 20 riceveranno una lettera di modifica del contratto. 

È l’ultimo flop della Posta: la filiale Notime. Esiste dal 2015 e consegna la merce ordinata online nello stesso giorno. Nel 2018 la Posta ha fiutato un affare e ha acquisito Notime. Sebbene aziende come Migros, Zalando o Galaxus collaborassero con Notime, l’attività non decollava. In tutti questi anni Notime ha trasportato ben tre milioni di pacchi, circa 900 al giorno. A titolo di confronto, la Posta trasporta quasi 500 000 pacchi al giorno.

Inizialmente la Posta aveva affermato che in questo modo avrebbe soddisfatto «l’esigenza dei clienti di una consegna sempre più rapida e flessibile nelle aree urbane». Recentemente, però, ha constatato con una certa sorpresa che la domanda «è troppo bassa e manca la disponibilità a pagare per il servizio». In realtà era chiaro fin dall’inizio che un servizio così complesso non poteva funzionare. Tanto più che i clienti sono abituati a ricevere gratuitamente e spesso già il giorno successivo la merce ordinata online a partire da un certo valore.

Domanda alla Posta: «Quanto denaro ha perso la Posta con Notime?» La Posta non risponde.

Ancora 750 uffici postali

D’altra parte, la Posta risparmia dove può. Dei 4100 uffici postali di un tempo ne sono rimasti circa 750. Le lettere e i giornali non saranno più consegnati ogni giorno. Sono inoltre previsti tagli alla puntualità.

È quindi ancora più sorprendente che la Posta spenda a piene mani altrove, preferibilmente per progetti legati all’elettronica e alla digitalizzazione. Anche se fin dall’inizio è chiaro che sono destinati al fallimento. Già anni fa il sindacato Syndicom aveva criticato la Posta per aver «provato un po’ qui e un po’ là, senza chiarire il mercato e le esigenze dei clienti».

Il risultato: dopo pochi anni, la Posta rivende le sue filiali, sempre che riesca a trovare un acquirente. E seppellisce progetti in cui ha investito molto denaro. Denaro che avrebbe potuto investire nel servizio pubblico. Ecco i flop del recente passato:

Robot di consegna

Dal 2016 al 2019, la Posta ha sperimentato i robot di consegna. Avrebbero dovuto consegnare medicinali o pasti a domicilio. Tuttavia, i robot erano sempre accompagnati da un supervisore. Ben presto è diventato chiaro che in questo modo non era possibile risparmiare denaro.

Inoltre, i robot causavano continuamente problemi. Gli pneumatici si consumavano troppo rapidamente, la connessione Internet era instabile, i cordoli alti più di dieci centimetri erano insormontabili. Per non parlare poi della neve. La Posta usa un eufemismo: «A causa della situazione giuridica, i test sono stati sospesi per il momento».

Quanto ha speso la Posta in tre anni per i robot di consegna? Non lo dice.

Droni

La Posta ha sperimentato i droni per un periodo leggermente più lungo, ovvero cinque anni. Volavano al servizio degli ospedali, ad esempio per il trasporto di campioni di sangue. Tuttavia, si sono verificati almeno due incidenti. Un drone è caduto nel lago di Zurigo ed è affondato. Un altro è precipitato in un bosco a Zurigo, a 50 metri da bambini dell’asilo che stavano giocando.

Anche in questo caso la Posta ha constatato con una certa perplessità: «I droni sono costosi per la Posta e non possono essere utilizzati in modo redditizio a medio termine».

Autopostali a idrogeno

Sempre per cinque anni, dal 2012 al 2017, la Posta ha utilizzato cinque autopostali alimentati a idrogeno nella regione di Brugg AG. Poi ha interrotto la sperimentazione perché la manutenzione e le riparazioni erano diventate troppo costose e i pezzi di ricambio non erano più disponibili. Sorprendentemente, ha comunque tratto «un bilancio positivo».

Per una volta i costi sono stati resi noti: 18 milioni di franchi, di cui 7,6 milioni sono stati sostenuti dall’UE, dal Cantone e dall’Ufficio federale dell’energia.

Autopostali «a guida autonoma»

Come i robot di consegna, anche i due autopostali apparentemente a guida autonoma necessitavano di un supervisore. Quest’ultimo, però, non è riuscito a impedire che nel settembre 2016 un autopostale investisse un furgone fermo a Sion. Ciononostante, la Posta ha dichiarato con orgoglio: «Gli autobus sono visitati da esperti provenienti da tutto il mondo». E l’Ufficio federale delle strade (USTRA) ha ribadito che il veicolo «a guida autonoma» «rappresenta un primato mondiale per la Svizzera».

Dopo soli cinque anni e nemmeno 12 000 chilometri, i due autopostali avevano già raggiunto la fine della loro vita utile. Uno è finito al Museo dei Trasporti di Lucerna. Peter Füglistaler, allora capo dell’Ufficio federale dei trasporti (UFT), si è mostrato meno entusiasta dei suoi colleghi dell’UFT. «Dopo soli cinque anni al museo, è un tempo record», ha affermato.

Carpostal in Francia

Per 15 anni la Posta ha cercato di espandersi in Francia con Carpostal. All’epoca un dirigente dichiarò entusiasta alla NZZ: «Qui possiamo sperimentare». L’esperimento fallì. Il tribunale commerciale di Lione condannò Carpostal a pagare oltre dieci milioni di euro perché la Posta aveva falsato la concorrenza con sovvenzioni. Alla fine la Posta ha raggiunto un accordo e ha pagato 6,2 milioni di franchi.

Nel 2018 è emerso che la Posta aveva abbellito la situazione finanziaria di Carpostal, poiché la casa madre svizzera non aveva addebitato alla filiale francese tutti i servizi. Un anno dopo, la Posta ha venduto la filiale. Presumibilmente con una perdita di 19 milioni di franchi. Il quotidiano della Svizzera occidentale «Le Matin Dimanche» ha fatto i conti e è arrivato a 65 milioni di franchi.

Giornale cartaceo

Nell’estate del 2011, la Posta ha iniziato a stampare quotidiani svizzeri a Malta e a Cipro e a distribuirli ad alberghi e edicole. Ma è durata solo un’estate.

Giornale personalizzato

L’idea era buona, ma è arrivata quando l’interesse per i quotidiani era già in declino da tempo. Con il nome My newspaper, la Posta offriva giornali personalizzati. I clienti potevano, ad esempio, scegliere la sezione estera da un giornale e quella economica da un altro. La Posta inviava poi il giornale personalizzato al cliente in formato elettronico o stampato. Ma l’iniziativa durò solo un anno, perché la domanda era troppo scarsa.

Asmiq

Tra il 2018 e il 2023, la Posta ha gestito la società affiliata Asmiq, che si occupava della gestione degli abbonamenti a giornali e riviste. Tuttavia, la Posta ha dovuto constatare che «nonostante le soluzioni richieste, non è possibile offrire servizi di alta qualità in modo redditizio sul mercato svizzero dei media». Peggio ancora: la Posta non è nemmeno riuscita a trovare un acquirente. Dopo soli cinque anni, Asmiq ha chiuso i battenti.

Swiss Post-Solutions

Nel 2007 la Posta ha fondato la filiale Swiss Post-Solutions (SPS). SPS forniva servizi alle aziende che desideravano esternalizzare i processi aziendali e la gestione dei documenti. La filiale della Posta si è espansa a Singapore, negli Stati Uniti, a Hong Kong, in Italia, nei paesi del Benelux, in Irlanda, Vietnam, Gran Bretagna, Francia, Germania, Slovacchia, Ungheria, Austria e Polonia, finché i responsabili della Posta non ne hanno avuto abbastanza.

Nel 2021 hanno venduto l’azienda con 7800 dipendenti al prezzo di 375 milioni di franchi. A quanto pare, SPS non ha mai registrato profitti. La Posta non ha risposto alla domanda di Infosperber al riguardo.

Kaloka

Nel 2016 la Posta ha aperto il mercato online Kaloka. Nel 2018 lo ha chiuso. Era chiaro fin dall’inizio che non avrebbe funzionato. I negozi di Zurigo e Berna potevano offrire i loro prodotti su Kaloka. Un corriere li consegnava lo stesso giorno. E gratuitamente. La rivista dei consumatori «K-Tipp» ha rivelato che Kaloka consegnava gratuitamente persino una mela che costava 80 centesimi. «K-Tipp» ha chiesto alla Posta come fosse possibile. Non ha ricevuto alcuna risposta.

Sobu

Nel 2012 la Posta ha lanciato una piattaforma di raccomandazioni. I clienti dei negozi online consigliavano ai propri amici prodotti di qualità. Se gli amici acquistavano questi prodotti, gli acquirenti originali ricevevano un credito. E la Posta una commissione. Nel 2015 la Posta voleva espandersi in 21 paesi. Ma già l’anno successivo ha abbandonato Sobu.

App per il profitto

La Posta voleva seguire una strada simile con l’app Profit. I consumatori non avrebbero più dovuto raccogliere punti fedeltà, sconti e bonus su tessere, ma sul cellulare. All’epoca la Posta scriveva: «La febbre dei punti deve emozionare, coinvolgere e stimolare ulteriori acquisti». La febbre dei punti non ha contagiato quasi nessuno. Tanto più che l’app non ha mai funzionato correttamente.

Posta del Liechtenstein

Nel 2005 la Posta Svizzera ha acquistato una quota del 25% della Posta del Liechtenstein. Nel 2021 ha ceduto le sue azioni al prezzo di cinque milioni di franchi. Quanto abbia guadagnato o perso rimane un segreto.

Epsilon

A volte la Posta non solo sperpera denaro con le sue affiliate, ma infrange anche la legge. È il caso dell’organizzazione di distribuzione di opuscoli pubblicitari e giornali Epsilon. Nel 2020, la filiale Epsilon è stata multata dalla Commissione delle poste (Postcom) per 180’000 franchi per non aver rispettato le norme sul salario minimo.

I responsabili non sembravano preoccuparsene più di tanto. Un anno dopo, infatti, il sindacato Syndicom lamentava nuovamente: «La filiale della Posta Epsilon paga salari da fame». Tre mesi dopo, la Posta ha aumentato i salari del cinque per cento e ha scritto: «I 18,27 franchi corrispondono al salario minimo legale per i servizi postali». L’anno successivo quasi tutti i dipendenti sono stati licenziati, come riportato all’epoca dal «Beobachter».

Nel 2022 Epsilon è stata rilevata dalla Direct-Mail-Company (DMC), un’altra filiale della Posta.

DMC

Il che ci porta alla DMC. Nel 2012 la Posta ha rilevato l’azienda che consegnava invii pubblicitari. Nel 2018, DMC ha deciso di ritirarsi da alcune zone della regione di Zurigo perché l’attività non andava più bene. All’inizio dell’estate 2022, DMC ha perso un grosso contratto a Bienne e ha licenziato dei dipendenti. Alla fine del 2022 sono stati persi altri contratti: da un lato a Ginevra e nel Canton Vaud, dall’altro a Basilea. Di conseguenza, i dipendenti hanno dovuto ridurre il loro orario di lavoro. L’organizzazione delle consegne è stata infine chiusa.

Publibike

Nel 2011 la Posta, le FFS e Rent-a-bike avevano avviato una collaborazione con l’azienda Publibike per introdurre «un sistema nazionale» di noleggio biciclette. Tuttavia, Publibike non è riuscita a decollare. La situazione è migliorata solo quando i comuni hanno iniziato a partecipare in modo significativo ai costi. Ciononostante, tre anni fa la Posta ha venduto l’azienda. Non è stato reso noto quanto denaro la Posta abbia perso con Publibike.

Robi

Per divertimento generale, nel 2021 e nel 2022 la Posta ha testato per quattro mesi Robi, il robot portabagagli [nell’immagine principale]. Robi trasportava i bagagli dei turisti a Saas-Fee (VS) dalla fermata dell’autopostale all’hotel o all’appartamento. Nella prima fase era sempre presente un supervisore, nella seconda Robi era telecomandato.

Robi era un robot da bel tempo. Non funzionava in caso di pioggia o neve. Dopo quattro mesi di prova, la Posta ha scritto: «Il robot portabagagli Robi conclude con successo la sua missione». Il motivo per cui la Posta ha restituito al produttore il robot portabagagli apparentemente di successo rimane un mistero.

Avventure all’estero

Come illustrato sopra, la Posta si espande dove può. Acquista qualcosa qui, vende qualcosa là. Al 1° luglio deteneva la maggioranza in 95 aziende in 18 paesi (in ordine alfabetico): 2 aziende in Bulgaria, 13 in Germania, 6 in Francia, 1 in Gran Bretagna, 1 in Olanda, 1 in India, 1 in Italia, 1 in Canada, 1 in Liechtenstein, 2 in Lituania, 4 in Lussemburgo, 1 in Austria, 1 in Polonia, 1 in Portogallo, 54 in Svizzera, 1 a Singapore, 1 in Ungheria e 3 negli Stati Uniti.

Ecco quanto è distante la Posta

Infosperber ha posto alla Posta 13 domande molto concrete. La Posta non ha risposto a 9 di esse. La portavoce ha invece fornito alcune considerazioni generali piuttosto astratte:

«A questo proposito mi sembra importante sottolineare quanto segue:

  • Da sempre la Posta ha il compito non solo di agire in modo socialmente responsabile ed ecologico, ma anche in modo economico.
  • Sebbene attualmente sia finanziariamente stabile, le condizioni quadro stanno diventando più difficili. La strategia «La Posta di domani» è la risposta chiara della Posta alle sfide strutturali quali il calo del volume delle lettere, la digitalizzazione e le mutate esigenze dei clienti.
  • In questo modo, la Posta intende continuare a finanziare autonomamente il proprio mandato di servizio universale e rimanere rilevante per tutta la Svizzera anche tra 10 e 20 anni. La Posta agisce in modo tempestivo, mirato e con senso della misura per preservare i margini di manovra e garantire anche in futuro il servizio pubblico autofinanziato.

Le sarei grata se volesse tenerne conto in un eventuale articolo».

Resta da chiarire se la Posta ritenga effettivamente che progetti e test costosi e senza prospettive siano «socialmente responsabili ed ecologici» nonché «economici». E se la Posta sia dell’opinione che tali progetti e test siano davvero una risposta adeguata «alle sfide strutturali».

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Robi, il robot portabagagli a Saas-Fee. Un fallimento dopo quattro mesi


Shoah, la memoria umiliata da Bibi

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

Di Marco Revelli, La Stampa

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“…ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara [dello stato palestinese]”,

Bezalel Smotrich, 20 agosto 2025

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“Niente elettricità, niente cibo, niente benzina, niente acqua. Tutto chiuso. Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza”

Itamar Ben Gvir, ottobre 2023

 

Appartengo a una generazione per la quale lo “sterminio degli ebrei” ha rappresentato il fondamento su cui si è costituito il nostro intero orizzonte morale: il male assoluto destinato a segnare, per sempre, il confine invalicabile tra l’inumano e l’umano. Appartengo a una famiglia per la quale la conservazione della memoria di quell’orrore ha significato, come dovere, l’essenza di una religione civile che aveva nel “Mai più” il proprio primo precetto. Ricordo i racconti di mio padre, sugli ebrei nascosti sotto la protezione delle armi partigiane nella valle in cui la sua Banda operava, punto fermo a testimoniare la giustezza di quella lotta. Ricordo le passeggiate e gli incontri festivi con Primo Levi, la sua conversazione pacata, la dolcezza di quelle ore, segnate da un velo di tristezza per le sofferenze vissute, e da un intreccio di speranza, che quel ricordo servisse a qualcosa, e di timore, che il mostro potesse tornare a riprodursi.

Per questo il pogrom del 7 ottobre mi aveva colpito con la stessa angoscia dell’avverarsi di una profezia infausta. Ma poi era venuta la lunga, infinita risposta di Israele. E devo dirlo sinceramente, per me quanto accaduto in Palestina da allora – quanto sta accadendo ora – non costituisce solo una tragedia per quel popolo, per quei popoli, al cui dolore partecipo per l’empatia che ci impone il nostro essere “umani”. È qualcosa di più radicale, e vorrei dire “personale”: è una catastrofe esistenziale.

Lo sfondamento del mio stesso universo morale, realizzato da chi ne era stato il fondamento. Perché questo è quanto accade, volenti o nolenti, quando in quell’angolo del nostro “Io” che chiamiamo coscienza, siamo costretti a riconoscere, nell’implacabile procedere della macchina da guerra di Israele, i segni terribilmente simili a tutto ciò che si era giurato di non voler permettere mai più. L’uccisione massificata di civili innocenti, donne, vecchi, bambini, colpevoli solo di esistere in quel luogo. La distruzione di tutte le infrastrutture indispensabili alla vita (ospedali, fonti idrauliche, elettriche, scuole, luoghi di preghiera), tutto ciò senza il quale una comunità non può sopravvivere come tale (questo s’intende per “genocidio”).

L’affamamento consapevole e voluto di una popolazione, costretta a contendersi a rischio della vita un pugno di farina. Cos’è, tutto questo, se non un tentativo di “de-umanizzare l’altro”? Di spogliare sistematicamente degli esseri umani della propria umanità per poterne disporre liberamente, riducendoli ad animali (come alcuni ministri d’Israele hanno più volte definito i palestinesi) o a cose, che si possono distruggere o gettar via a propria volontà.

“Considerate se questo è un uomo/ Che lavora nel fango/ Che non conosce pace/ Che lotta per mezzo pane/ Che muore per un si o per un no”. Non riesco a non sovrapporre queste righe di Primo Levi alle immagini che il televisore porta, ogni sera, nella mia “tiepida casa”. E provo un senso disperato di disorientamento. E di vergogna.

Non so se tutto questo Male – e questo odio – accumulato in questi mesi potrà essere assorbito dal tempo. Né quanto ne dovrà passare perché carnefici e vittime possano – se potranno – tornare a guardarsi reciprocamente come esseri umani. Certo è che il dolore inferto dai governanti d’Israele alla popolazione palestinese – ma anche l’oltraggio che hanno portato al proprio popolo, la dilapidazione del patrimonio morale accumulato con le sofferenze del passato – appaiono al momento, soprattutto alla luce degli attuali eventi, inespiabili.

E noi? Noi impotenti. Noi ignavi, spettatori di un crimine a cui non si oppone che qualche parola di circostanza. Non resterà questo silenzio complice un marchio di disonore per l’intero Occidente? Primo Levi – ancora lui – aveva inciso su una pietra una poesia dedicata ai suoi due amici Mario Rigoni Stern e mio padre, che come lui – scriveva – avevano sopportato «lo sguardo di Medusa senza lasciarsene pietrificare». E concludeva: «Non si sono lasciati pietrificare dalla lenta nevicata dei giorni». Possiamo dire altrettanto per tutti noi, oggi


Medio Oriente, la tragedia era annunciata

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

Di Tahar Ben Jelloun, La Repubblica

Fino al 6 ottobre 2023, andava tutto bene a Gaza. In Israele regnava la calma. Quasi nessun attacco. La vita quotidiana era normale. Niente ambulanze urlanti. Nessuna smania di ordine da parte della polizia. Tutto era a posto. Il blocco di Gaza proseguiva in modo del tutto naturale. Tutto era irreggimentato. A nessuno era permesso di lasciare la Striscia di Gaza. Solo i lavoratori giornalieri autorizzati attraversavano il confine con Israele. Nessun disordine. Nessuna protesta. Era “lo status quo”. Gaza era sorvegliata giorno e notte. O quasi.

Le cose andavano così bene che al confine si era instaurato un atteggiamento di lassismo. Gaza era contenuta. I suoi 363 chilometri quadrati erano ben delimitati. E i suoi 2,3 milioni di abitanti non si muovevano. Vivevano il loro destino con fatalità. Di tanto in tanto, qualcuno lanciava un grido, un ululato, tanto quelle condizioni di vita erano insopportabili. Ma era un grido che non sorprendeva nessuno. I giovani soffocavano. Gli anziani si adattavano a quella vita angusta, ridotta, senza gioia, senza sfarzo. L’Autorità palestinese con sede a Ramallah collaborava con Israele in materia di sicurezza. La vita non era fatta di fuochi d’artificio. Tutto andava bene.

Alcuni stati arabi firmavano accordi per ristabilire relazioni diplomatiche con lo stato di Israele. Questi accordi sono stati chiamati Accordi di Abramo sotto l’egida dell’America di Donald Trump. E così, si faceva la pace. Con il Sudan, gli Emirati Arabi, il Bahrein e persino il Marocco, lontano dal Medio Oriente (…) Tutto andava bene. Nessuno parlava più di Palestina.

I palestinesi erano divisi in diverse categorie: quelli della diaspora, ormai stabiliti in diversi paesi del mondo, che vivevano la loro vita normalmente, integrandosi nel tessuto sociale del loro paese. Quelli a Ramallah, che non protestavano più e vivevano come meglio potevano. Quelli di Gaza, i più poveri e maltrattati, chiamati a sopravvivere in una situazione di blocco su tutti gli aspetti della vita.

In Cisgiordania, i coloni ebrei li attaccavano e cercavano di portare via loro le case. C’erano stati morti e feriti. Si trattava di colonialismo, e di conseguente razzismo. Secondo le organizzazioni non governative, il furto della terra con l’uccisione dei palestinesi era all’ordine del giorno: ottocento morti palestinesi in Cisgiordania, ben prima del 7 ottobre 2023. E il governo israeliano ha lasciato che ciò accadesse, credendo che il furto della terra fosse tutto sommato legittimo!

Infine, c’erano i soldati palestinesi di Hamas, movimento di contestazione radicale dell’esistenza di Israele. Un movimento la cui ideologia è quella dei Fratelli Musulmani, aiutati e persino finanziati dall’Iran. Un’ideologia rigorista, che usa l’Islam come arma nella lotta di liberazione. Un movimento islamista, salito al potere a Gaza dopo le elezioni del 2006, nemico dell’Autorità Palestinese e militante per la “liberazione della Palestina”. Dopo il 2006 è scoppiata una guerra civile tra questi diversi gruppi che compongono il popolo palestinese. (…) Il 7 giugno 2007, Hamas ha preso il controllo delle strade principali della Striscia di Gaza. Funzionari di Fatah sono stati rapiti. Il cicr (Comitato Internazionale della Croce Rossa) stima che almeno 118 persone siano state uccise e più di 550 ferite in questa nuova serie di combattimenti, durata fino al 15 giugno (…). Israele osservava tutto questo con attenzione e inaspriva sempre di più il blocco. Alla minima manifestazione, i palestinesi di Gaza venivano arrestati arbitrariamente. Fermezza e intransigenza. Tutto viene fatto per indebolire Hamas. Israele si rifiuta di far passare i camion di aiuti alimentari per gli abitanti di Gaza e tiene sotto controllo i confini con l’aiuto dell’Egitto. La prigione si estende su tutta Gaza. La popolazione di Gaza è rinchiusa, repressa, impossibilitata a vivere. Una popolazione prigioniera. Sapevano tutti che, prima o poi, un giorno, la situazione sarebbe esplosa.

Tutto andava bene. E tutti erano d’accordo sul fatto che la causa palestinese non fosse più all’ordine del giorno. Tutti tranne Hamas, sostenuto da Hezbollah in Libano e dall’Iran, sostenitore di entrambi. Il 7 ottobre 2023, Hamas ha commesso il crimine più atroce della storia di Israele. Più di 1200 uomini, donne e bambini, tra cui 46 americani e cittadini di 30 paesi, sono stati massacrati da membri di Hamas. I funzionari di Hamas hanno dichiarato che l’attacco era una risposta all’occupazione israeliana, al blocco della Striscia di Gaza, alla violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi, alle restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi e all’imprigionamento di migliaia di palestinesi. Stupore e rabbia. La risposta di Israele sarà terribile. Le rappresaglie durano dal 10 ottobre 2023. A oggi (il luglio 2025), il bilancio delle vittime è di 50.000 morti, tra cui 12.000 bambini, senza contare i morti non censiti sepolti sotto le macerie. Una o due domande, allora: Hamas ha agito da solo o è stato aiutato e guidato da un paese straniero? Si indica l’Iran. Ma non solo l’Iran. Hamas gode di simpatia in altri paesi.

Hamas, nel preparare questo massacro, ha valutato il costo dei morti e dei feriti di parte palestinese? Per dirla in altre parole: Hamas sapeva perfettamente che attaccando Israele in questo modo, prendendo ostaggi, avrebbe provocato rappresaglie di portata e orrore incommensurabili. La domanda che i palestinesi hanno il diritto di porsi è: il 7 ottobre 2023 è stata un’azione bellica che ha portato benefici alla popolazione di Gaza o è stata, al contrario, una condanna a morte per tutti i palestinesi, nessuno escluso? Il giorno dopo il 7 ottobre, dopo l’orrore per i massacri, ho reagito come un cittadino toccato nella sua umanità. Avevo condannato in termini molto severi la follia omicida di Hamas anche ne L’urlo, uscito a novembre 2024.

Sono stato vilipeso da amici che vedevano in questo atto “la prima vittoria del popolo palestinese”. E successivamente, il “risveglio della causa palestinese” che gli stati arabi avevano ormai sepolto. Rimango fedele a ciò che ho scritto e continuo a condannare la politica di Hamas, che ha accettato di sacrificare la sua popolazione, ben sapendo come avrebbe reagito il “nemico sionista”. Una persona che conosco bene mi risponde: è la guerra. E in guerra la morte degli innocenti è inevitabile! Non sono convinto.

Il libro – L’anima perduta di Israele di Tahar Ben Jelloun

Nell’immagine: un giovane palestinese guarda la moschea Ahmed Yassin distrutta dai raid israeliani in un campo nella città di Gaza 


Per Cuba la crisi più dura di sempre: turismo crollato e popolazione allo stremo

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

Di Luisa Foti, La Stampa

Seduto su un pezzo di cartone, appoggiato sui gradini di una bodega dell’Avana vecchia, un uomo attende il suo turno: cibo. Razionato. In fila insieme a lui ci sono volti stanchi, rassegnati. C’è chi rovista tra i rifiuti in cerca di qualche scarto dei turisti. Nell’isola che fu di Fidel Castro e Che Guevara c’è la peggiore crisi economica degli ultimi decenni e, nonostante questo, la propaganda della Revolución resiste. Patria o Muerte, Socialismo o Muerte: l’iconografia castrista sembra rimasta a sessant’anni fa ed è pura nostalgia.

È difficile dire che cosa resta di quel periodo. Cuba arranca tra razionamento del cibo e un’economia che, pur di sopravvivere, ha aperto le porte al capitalismo e al capitale straniero per alimentare il turismo. La situazione sul fronte dei bisogni primari è drammatica: per le strade della capitale si vedono lunghe code per mangiare. La libreta de abastecimiento – la tessera statale che permette di acquistare pane, riso, fagioli, pollo e prodotti per l’igiene a prezzi calmierati – non copre il fabbisogno delle famiglie, spingendo chi può permetterselo verso altri mercati. Il commercio libero o il mercato nero ci sono sempre stati, a Cuba, va detto: ma prima servivano soprattutto per comprare cibi più ricercati, shampoo, balsamo, profumi, o per aggirare la burocrazia. Oggi, invece, rappresentano l’unico modo per ottenere i beni essenziali. Non a caso, per la prima volta, il settore “non statale” ha superato quello statale nelle vendite al dettaglio, secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica (Onei).

La gente è allo stremo non solo per la mancanza di cibo ma anche per i blackout quotidiani che compromettono ogni aspetto dell’esistenza. Anche la sanità è al collasso: oltre alla carenza di personale, manca il 70% dei farmaci principali come aspirina o penicillina; e quando arrivano, le medicine spariscono in poche ore. «L’unica speranza è non ammalarsi», ci confida una donna con due figli in attesa in un punto di distribuzione statale a Santa Clara. E aggiunge: «Lasciatemi le vostre Tachipirine, se potete, se state per ripartire. Sono per i miei figli, almeno per loro».

I dati della crisi economica

Negli ultimi cinque anni il Pil cubano è calato di oltre il 10%, le entrate in valuta estera del 30% e l’inflazione, pur in calo, continua a erodere i salari. Sul mercato informale, il peso cubano si è svalutato fino a quasi 400 Cup per un dollaro contro i 24 ufficiali, costringendo molti a ricorrere al mercato nero per i beni primari. Con stipendi medi di 6.500 CUP (17 dollari) e minimi di 2.000 (5 dollari), una vita dignitosa è fuori portata per la maggior parte della popolazione, soprattutto a fronte di un fabbisogno stimato di 30.000 Cup, secondo l’Osservatorio cubano per l’audit cittadino.

Un collettivo di madri di Camagüey, una delle province più colpite tagli sbalzi di corrente, racconta il dolore e la frustrazione per la mancanza di beni di prima necessità e lavoro. Il suo sfogo è la pagina social Enlavozdeellas. Scrive: «Fa male vedere il cibo in frigo comprato sacrificando altro. Fa male lasciare i figli da soli per fare più lavori. Ma senza non si vive». Tra i beni introvabili c’è la farina, tanto che a settembre del 2024 il governo ha dovuto diminuire di 20 grammi la razione giornaliera di pane a persona. La produzione interna di alcuni beni fondamentali si è drasticamente ridotta: secondo l’Onei, tra il 2022 e il 2023 la carne di maiale è calata del 93,2%, il riso del 59,1%, le uova del 43% e il latte vaccino del 37,6%, rendendo questi alimenti quasi introvabili. All’Avana, in una bodega, un negozio di distribuzione razionata, un uomo acquista beni primari con la libreta de abastecimiento: un addetto prende nota delle quantità, accanto una bilancia e davanti gli scaffali semivuoti, sopra i quali trovi grandi buchi, tra i prodotti alimentari in vendita. I succhi di frutta si trovano solo in alcuni magazzini, ma solo di un gusto. La frutta è di poche qualità. E via così.

La dimissioni della ministra e le conseguenze del Tarifazo

La situazione economica è così grave che l’ex ministra del lavoro Marta Elena Feitó Cabrera si è dimessa dopo aver dichiarato che a Cuba «non ci sono mendicanti, ma persone travestite da mendicanti». Le parole della Feitó Cabrera hanno sollevato talmente tanta indignazione che il presidente Miguel Díaz-Canel è stato costretto a intervenire: «Non si può agire con disprezzo o essere scollegati dalla realtà, chi rovista tra i rifiuti o chiede l’elemosina rappresenta diseguaglianze che dobbiamo affrontare». A rendere ancora più difficile la vita sull’isola è arrivato il Tarifazo: Etecsa, monopolista delle telecomunicazioni, ha aumentato vertiginosamente le tariffe internet, già lento e costoso da quando è stato introdotto, pochi anni fa. Dal 30 maggio 2025, i nuovi pacchetti prevedono costi elevatissimi, un tetto alle ricariche in pesos e offerte in dollari riservate solo a chi ha valuta estera. Dopo oltre quarantacinque giorni e diffuse proteste, l’azienda ha già incassato 24 milioni di dollari, aggravando disuguaglianze in un contesto in cui molti ricorrono a Vpn, la connessione in grado di aggirare restrizioni e forme di controllo del regime.

Il crollo del turismo

E poi si aggiunge il crollo del turismo, in uno dei paradisi terrestri. La causa? Per il ministro Juan Carlos García Granda è la carenza di beni e forniture e, solo in ultima analisi, di cibo. I turisti a Varadero raccontano di quattro giorni senza uova a colazione, altri segnalano la mancanza pollo, carne, frutta fresca, latticini e caffè. Secondo le stime dell’economista Pavel Vidal, nel 2025 ci saranno al massimo 1,8 milioni di turisti contro i 2,6 previsti, con un calo del 19%, il più grande dal 1985. Anche i blackout pesano sul mancato arrivo degli stranieri: sin dal guasto della centrale di Matanzas dell’ottobre 2024 le interruzioni si sono intensificate, diventando quotidiane. La gente prova a sopravvivere grazie a generatori di corrente, fornelli a carbonella o con fuochi improvvisati all’aperto. Dopo il blackout del 6 agosto 2025, tra i più gravi dell’anno, l’energia elettrica si è stabilizzata al punto che molti cubani sospettano si tratti solo di una pausa momentanea in vista delle celebrazioni per il compleanno di Fidel Castro; ci si chiede se il Paese tornerà al buio una volta concluso il tributo al Líder. Per la prima volta, però, il primo ministro Manuel Marrero Cruz ha riconosciuto la gravità dell’emergenza energetica.

L’embargo e l’immigrazione

C’è una cosa che non è ancora cambiata da oltre sessant’anni: l’embargo. Gli Usa lo usano come strumento di pressione contro la leadership castrista ma, di fatto, si tratta di una misura punitiva contro la popolazione che complica l’accesso a medicine, carburante e alimenti. Il ministro degli esteri di Cuba Bruno Rodríguez lo definisce un “atto di guerra in tempo di pace”, l’Onu ne chiede la revoca, ma Stati Uniti e Israele si oppongono. «Se potessi esprimere un desiderio, fermerei l’embargo: è una condanna economica ed esistenziale», dice Yusimara, guida turistica. L’embargo e la mancanza di prospettive reali hanno spinto, nel tempo, tre milioni di cubani a lasciare Cuba, ma con l’amministrazione Trump è cambiato tutto. Così come aveva promesso in campagna elettorale, il presidente americano ha revocato il visto umanitario: migliaia di cubani sono stati deportati nel proprio Paese – o, nel peggiore dei casi, in Stati terzi – oppure si trovano ancora nei centri di detenzione dell’Ice, la polizia dell’immigrazione, in attesa di conoscere il loro destino. Con un’economia al collasso e le frontiere chiuse arriverà un cambiamento?


Il buco nero

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

In un articolo qui apparso (F-35, il buco nero di Martin Pfister) l’autore, Fabio Dozio, ponendo a premessa le dichiarazioni e le indicazioni del consigliere federale Martin Pfister, capo del Dipartimento militare, crea un sillogismo perfetto: si risolve la questione (gli F35 ci costeranno di botto molto di più dei sei miliardi previsti dal contratto) inginocchiandosi a Trump (accettando il suo diktat, nonostante una perizia giuridica per rivalutare il contratto costata, a quanto pare 2.5 milioni di franchi) e abrogando di colpo la democrazia elvetica (il popolo, anche se alla risicata maggioranza del 50.1 per cento, aveva votato per una spesa inferiore di oltre il 20 per cento).

Sillogismo che si risolve anche in una terribile alternativa: o Trump o la democrazia. Oppure in una conclusione unica e peggiore: il trionfo dell’ignoranza.

C’è un confronto che serve a dimostrazione; è una dettagliata informazione rivelata dal giornale madrileno El País: il governo spagnolo rimane impassibile di fronte alle prepotenze trumpiane; conferma che ora esclude l’acquisto degli aerei F-35 americani e che sceglierà invece aerei europei.

Sostanzialmente per tre motivi: minore dipendenza dagli Stati Uniti, divenuti per diversi motivi meno affidabili; maggiore affidamento all’Europa e quindi (dichiarazione del ministero della Difesa): “la scelta sull’attuale Eurofighter, in versioni più elaborate a medio termine e sul prossimo Scaf (acronimo di Système de Combat Aérien du Futur, il programma attualmente in atto tra Francia, Germania, Spagna)”. Il quale potrà evitare tutte le riconosciute debolezze, insufficienze, persino a livello svizzero, e frequenti guasti tecnici del F-35; impegno a portare la spesa militare al 2.1 per cento (e non al 5 per cento come pretendono gli Stati Uniti dai paesi europei, soprattutto per impegnarli ad acquistare maggiormente dalla loro industria bellica) ma investendo nella loro produzione (ad esempio nella Indra Sistemas, partner con Dassault Aviation e Airbus nel programma Scaf).

Trump, che ha già il dente avvelenato contro il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez che è uno dei rari dirigenti europei che non si è ancora inginocchiato, ha sfoderato la sua solita arma ri-aumentando i dazi all’importazione sull’olio di oliva e il prosciutto, due alimenti emblematici della produzione alimentare spagnola.

Il buco nero del consigliere federale Pfister è dunque qualcosa che va oltre un aereo da combattimento: un’altra conclusione del sillogismo.

Nell’immagine: OK, a volte l’AI esagera un po’


E ora, improvvisamente, l’AVS va a gonfie vele

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

Di Marco Diener, Infosperber

Quante cose sono state scritte prima del voto sulla 13ma rendita AVS! «Per ragioni di buon senso bisognerebbe dire no alla 13ma rendita AVS», scriveva il «Blick». La «NZZ» prevedeva il tramonto dell’AVS. E il «Tages-Anzeiger» scriveva: «L’AVS rischia un deficit gigantesco».

Praticamente tutti i giornali svizzeri hanno ripetuto le previsioni della Confederazione, che da anni sono troppo pessimistiche. Lo stesso vale per i parlamentari borghesi. Regine Sauter (PLR/ZH): «Il progetto è semplicemente insostenibile dal punto di vista finanziario». Lars Guggisberg (UDC/BE): «Tra pochi anni ci sarà un enorme buco finanziario». Ruth Humbel (Centro/AG): «L’iniziativa costa molto e mette l’AVS in squilibrio finanziario.»

La 13ma rendita AVS non è un problema

E ora questo: l’AVS è in ottima salute. Il pagamento della 13ma rendita AVS a partire dal prossimo anno non è un problema. Lo dimostrano le prospettive finanziarie pubblicate dalla Confederazione.

Gli esperti dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) hanno calcolato, tra l’altro, cosa accadrebbe all’AVS se il Parlamento non adottasse misure per finanziare la 13ma rendita. Sono stati ipotizzati uno scenario pessimistico, uno normale e uno ottimistico.

Secondo lo scenario normale, l’AVS entrerebbe leggermente in deficit solo nel 2029. Entro il 2040, il patrimonio attuale di 56 miliardi di franchi si ridurrebbe di circa la metà.

Nessun deficit fino al 2040

Più interessante è però lo scenario ottimistico. Negli ultimi anni, infatti, la Confederazione ha sempre formulato previsioni troppo pessimistiche. Secondo lo scenario ottimistico, l’AVS non registrerebbe alcun deficit fino al 2040. In questo periodo, il patrimonio aumenterebbe da 56 a 70 miliardi.

Il bilancio sarebbe ancora migliore se il Parlamento decidesse un finanziamento supplementare. Il Consiglio federale vorrebbe aumentare l’imposta sul valore aggiunto, mentre il Consiglio degli Stati è favorevole a una combinazione di aumento dell’IVA e dei contributi AVS.

Aspettativa di vita meno elevata

Ma perché improvvisamente le prospettive per l’AVS sono così migliori? La Confederazione vede due ragioni: in primo luogo, il numero di persone attive dovrebbe aumentare più del previsto, perché il numero di donne attive continua a crescere e perché immigrano più lavoratori stranieri del previsto. In secondo luogo, il numero di pensionati non sta aumentando così rapidamente come avevano previsto gli analisti. È piuttosto sorprendente che abbiano sbagliato i calcoli, dato che è noto da tempo che l’aspettativa di vita dei 65enni è rimasta pressoché invariata negli ultimi anni.

«C’è motivo di festeggiare»

I dati positivi sull’AVS non sono passati inosservati nemmeno ai pessimisti delle redazioni dei giornali svizzeri. Il quotidiano «Blick» scrive: «Le prospettive finanziarie per l’AVS sono migliori di quanto si pensasse finora». Quasi euforico è «Watson»: «C’è motivo di festeggiare: mercoledì la Confederazione ha presentato nuovi scenari per il finanziamento dell’AVS. E questi mostrano un quadro completamente nuovo». Anche il «Tages-Anzeiger» afferma: «L’AVS è praticamente risanata». Persino la «NZZ» deve ammettere con una punta di contrizione: «La situazione non è ancora rosea, ma è decisamente migliorata».

Ciò che nessuno fa è chiedersi perché le previsioni della Confederazione siano state per anni troppo pessimistiche.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: tiè!


Sgomberato il Leoncavallo. E perché non CasaPound?

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

La battuta più graffiante è di Paolo Rossi, che al Leoncavallo avrebbe dovuto esibirsi in un recital l’11 settembre prossimo: «Bella Milano con tutti questi parchi verticali. Ma il cane mica piscia con l’elicottero». Il nodo è proprio questo: nella Milano degli affaristi, dei palazzinari che speculano innalzando grattacieli fuorilegge e “boschi verticali”, lo sgombero dello storico centro sociale ordinato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, con il placet della premier, non è soltanto un fatto di cronaca. È una sconfitta per Milano. Di più: è un atto simbolico di autoritarismo. Come dire, adesso, cari sinistrorsi, la lezione ve la diamo noi.

La politica della “tolleranza zero” del Governo attuata per il Leoncavallo in nome della legalità viene brutalmente sperimentata in una metropoli che ha invece allegramente tollerato per decenni ben altra illegalità: uno sviluppo urbanistico al di fuori e al di sopra di ogni regola. Ben altra cosa rispetto all’occupazione abusiva di un edificio ex-industriale dismesso. 

La conseguenza è oggi sotto gli occhi di tutti: è cresciuta la metropoli a uso esclusivo dei ricchi ed è scomparsa la Milano popolare, che aveva nel mitico “Leonka” uno dei centri più attivi, punto di riferimento non solo della sinistra radicale, ma anche di quel popolo di esclusi dalla burocrazia dei partiti che non trova più spazi dove incontrarsi o confrontarsi o fare festa. Un popolo mosso semplicemente dalla voglia di partecipazione. La libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber.

I fatti. In una tranquilla giornata d’agosto, nella città chiusa per ferie, il Governo mostra platealmente i muscoli, all’insaputa del sindaco Beppe Sala, attuando lo sfratto esecutivo attraverso un’operazione militare surreale. Decine di automezzi blindati, 130 carabinieri, almeno altrettanti – forse il doppio – agenti di polizia in assetto antisommossa, giovedì 21 alle 7,30 di mattina invadono via Watteau pronti allo scontro. Ma all’interno del centro sociale non c’è nessuno. Un ufficiale giudiziario registra tutto. I fabbri sigillano gli ingressi per evitare che qualcuno entri. L’edificio occupato viene riconsegnato ai legittimi proprietari, la famiglia Cabassi. Chissà se quella struttura sarà ora fagocitata dalla furia cementifera che ha dominato Milano nell’ultimo quarto di secolo, cioè dalla speculazione edilizia. 

Cala il sipario. Gongolano i papaveri della destra, polemizzano quelli di sinistra, con pianti da coccodrillo di qualche esponente che ha sempre visto con sospetto quanto accadeva in quel centro sociale.

Il Leoncavallo, piaccia o no, era un pezzo di una Milano autentica e partecipativa che ha inciso, dal basso, sulla cultura cittadina più di molte istituzioni blasonate. Nato nel 1975 nella omonima via, nel momento dell’euforia delle radio libere, fu sede di laboratori e d’incontri di politica di base. Tre anni dopo, proprio nei giorni del sequestro Moro, visse la tragedia di Fausto e Iaio, due giovani frequentatori del centro uccisi mentre stavano conducendo un’inchiesta sulla diffusione delle droghe pesanti a Milano. I sicari non vennero mai individuati, ma fu accertato che provenivano da ambienti dell’estrema destra. 

Negli anni Ottanta e Novanta, dopo il trasferimento in via Watteau, divenne un vivacissimo centro di controcultura, ospitando concerti di grande livello, dibattiti, mostre d’arte, iniziative di solidarietà. Tra i sostenitori, tanto per citarne solo due, Dario Fo e Franca Rame. Gli anni successivi sono trascorsi all’insegna di una serie infinita di sgomberi, rioccupazioni, tavoli istituzionali finiti nel nulla. Quella zona d’ombra si è trascinata in modo ambiguo e ipocrita, sospesa tra la necessità della piena legalità del centro autogestito e la repressione periodica da parte dei padroni del vapore di turno, che non si è peraltro mai manifestata in modo definitivo. Il tira e molla, tra continui blitz delle forze dell’ordine e il ritorno sistematico degli occupanti, è continuato fino al 2024, quando la Corte d’appello ha condannato lo Stato a risarcire i proprietari dell’edificio per l’occupazione abusiva subìta.

Giorgia Meloni, sia pure non in modo sguaiato come il suo vicepremier leghista, si è espressa in modo netto: «In uno Stato di diritto non possono esistere zone franche o aree sottratte alla legalità».

Come darle torto. E allora, se i princìpi valgono a Milano, si applichino anche a Roma, dove un palazzo pubblico, oggi proprietà dell’INPS, in via Napoleone III, a due passi da Termini, è occupato dal dicembre 2003 da un movimento dichiaratamente neofascista, CasaPound. Nonostante condanne, debiti per milioni di euro nei confronti dell’ente previdenziale, bollette non pagate e promesse di sgombero mai mantenute, quello stabile rimane la loro roccaforte. La destra al governo tace, perché CasaPound è un elemento scomodo ma pur sempre interno al suo stesso universo culturale.

Due pesi e due misure. A Milano, il Leoncavallo, centro sociale che ha offerto cultura, mutualismo e spazi di socialità popolare, è stato sgomberato in poche ore in nome della legalità. A Roma, un’organizzazione neofascista gode di una tolleranza infinita. Evidentemente non tutte le occupazioni pesano allo stesso modo: se sei parte di un movimento antifascista vieni chiuso; se ti richiami a Mussolini puoi restare lì, in un palazzo pubblico.

Questa impunità è un colpo alla memoria democratica del Paese e alla Costituzione repubblicana fondata sull’antifascismo. Permettere che un gruppo neofascista continui indisturbato a occupare uno stabile pubblico equivale a legittimarlo. Il messaggio che ne deriva è evidente e devastante: il fascismo può ancora trovare protezione e tolleranza.

Alla fine, viene voglia di rivolgere alla presidente del consiglio la solita domanda, ripetuta fino alla nausea, che tanto la infastidisce: cara Giorgia Meloni, sei davvero antifascista?

Nell’immagine: gli innocui ragazzi di CasaPound


La politica e lo scettro perduto

A proposito del confronto Sergi-Martinetti, ripropongo sull’argomento un mio scritto di quindici anni fa – Di Martino Rossi 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Sono tempi duri per la realtà, che non riesce a imporsi squarciando il velo della narrazione che avviluppo a ogni cosa, camuffandola: figuriamoci per la verità. Sedotti dagli interpreti, catturati dagli spin doctor, abbiamo quasi rinunciato alla ricerca del vero in cambio della politica ridotta a performance, che consuma gli eventi nello spazio di una clip o li comprime in un tweet, smarrendo il deposito di significato e sacrificando la comprensione all’immediatezza: purché tutto faccia spettacolo, come ai tempi di Barnum. Eppure la politica era nata per far parte della vita, non della sua rappresentazione: ma oggi nulla dura così a lungo da diventare un punto di riferimento, non ci sono più maestri perché la notorietà ha spodestato la fama e noi stessi ogni giorno chiediamo un nuovo show spacciato per evento, purché soppianti il racconto di ieri, già appassito. L’importante è che tutto scorra, nuovamente, e che nessun pensiero organizzato ostacoli il flusso. Assistere è più importante che giudicare, e naturalmente raccontare è più facile che realizzare: quanto a capire, non serve e non è più consigliato, uno sforzo inutile, visto che la realtà è già stata addomesticata, pronta per essere consumata senza il fastidio dei dubbi e la fatica delle domande.

Siamo appena riemersi da un agosto di fuoco, un film inedito e grandioso con la promessa del lieto fine. Il presidente russo che arriva in America dopo dieci anni sorvolando lo stretto di Bering, le sanzioni per l’aggressione all’Ucraina e il mandato di arresto della Corte penale internazionale, tutto cancellato in un istante dall’applauso del presidente Trump che lo attende sul tappeto d’onore. Poi l’incontro che prometteva di essere storico, quindi l’annuncio che Russia e America non lavoravano per un cessate il fuoco ma addirittura per un accordo di pace dalle clausole segrete, con l’Ucraina convocata a rapporto da Trump il giorno dopo come junior partner, dalla porta di servizio della grande intesa tra i due imperi.

Ma nonostante questo squilibrio diplomatico, politico e morale il capo della Casa Bianca annunciava che il prossimo atto sarebbe stato un incontro a tre — questo sì, veramente storico — con i due contendenti allo stesso tavolo, arbitrati dalla nuova egemonia pacificatrice degli Stati Uniti, in grado di fermare gli eserciti nel mondo intero.

Quindi un vertice con i leader europei e Zelensky insieme a Trump, perché la guerra in Ucraina chiama in causa il continente intero e il suo futuro. Fin qui lo spettacolo ha seguito il copione, sorrisi, applausi, strette di mano e complimenti. Poi la realtà ha sollevato la prima obiezione, decisiva: come scrivere un accordo di pace senza certificare quell’atto di forza imperialista, consacrarlo e metterlo alla base della nuova mappa dell’Europa, per non snaturare i suoi valori? Come far sì che quanto è accaduto non si ripeta più? Come garantire la sicurezza dell’Ucraina dopo un’invasione straniera, tre anni di guerra e una prospettiva di pace che promette di sancire la supremazia militare conquistata dalla Russia con l’aggressione alla sovranità di un libero Paese e al diritto internazionale? Lavrov, il ministro degli Esteri russo, ha messo subito le mani avanti, spiegando che “è inutile parlare di sicurezza senza la Russia, è una strada che non porta da nessuna parte”, poi ha spiegato che un vertice ad altissimo livello va preparato in tutti i suoi particolari, riportando così in alto mare il summit a tre annunciato come imminente. L’enfasi trumpiana di Ferragosto si è rapidamente sgonfiata. Resta sul campo il vantaggio reputazionale che il presidente americano ha concesso al leader della Russia, e che il Cremlino ha immediatamente incassato senza concedere nulla: “I media occidentali che parlavano dell’isolamento della Russia da tre anni — ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova — adesso vedono il presidente Putin accolto con un tappeto rosso negli Stati Uniti”. E lo vedono ripartire senza aver mai nemmeno nominato il presidente Zelensky, considerandolo più che un interlocutore, un abusivo.

È da qui, non dalla grande bugia, che bisogna ripartire per cercare un percorso di pace o almeno di tregua in Ucraina, confrontandosi con la sostanza dei problemi e non con le bolle di sapone della propaganda che brillano nella cornice televisiva ma non reggono alla prova della realtà. È la differenza tra l’atto politico, umile e faticoso ma capace di far avanzare di qualche centimetro lo stato delle cose, e il gesto politico che si consuma mentre si compie a favore di telecamera, producendo però soltanto cenere, come il salto nel cerchio di fuoco. Anche noi, tuttavia, siamo complici dell’inganno trasformato in show permanente, perché ci accontentiamo di essere spettatori partecipando al gioco della realtà aumentata, senza pretendere dai protagonisti il rispetto dei fatti e soprattutto — ecco la colpa — senza opporre a quella rappresentazione ingannevole la forza di un’obiezione informata e razionale. Si può fare, è necessario farlo, anche nell’altro scenario di guerra, il Medio Oriente, dove le operazioni militari di Israele a Gaza e il piano di insediamento E1 per dividere in due la Cisgiordania segnano una svolta nella tragedia, che deve essere sottolineata. Qui è la stessa narrazione ufficiale che sconfessa se stessa: quando il ministro delle Finanze Smotrich annuncia che “ogni insediamento è un altro chiodo nella bara dello Stato palestinese, un passo che elimina l’illusione dei due Stati”, porta la strategia militare di Israele definitivamente fuori dalla risposta al pogrom del 7 ottobre, in un terreno specificatamente politico, trasformando le operazioni militari da azione di difesa e reazione a strumento politico per estirpare un popolo dalla sua terra.

Distinguere, cercare di capire e giudicare sono le armi di difesa contro la sovra-rappresentazione del reale in cui siamo immersi. Questa pretesa di realtà è il vero, ultimo atto sovrano che il cittadino può compiere, chiedendo alla politica di uscire dalla rappresentazione per entrare nel mondo reale. Dove proprio in questi anni di crisi può riconquistare un suo spazio, come annuncia Mario Draghi: “La dimensione economica da sola non assicura una qualche forma di potere geopolitico”. Questo potere la politica deve andare a riprenderselo, adattando le sue forme di organizzazione alle esigenze del tempo. Sentire un grand commis come Draghi, il super-tecnico, chiedere alla politica europea di farsi avanti per riprendere in mano lo scettro smarrito, è la prova dell’emergenza: o l’ultimo s.o.s prima del naufragio, o l’avviso che sta finalmente cominciando una nuova epoca.