La risposta alle sfide di Trump e i freni all’integrazione europea

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 

Di Pietro Reichlin, La Stampa

Il discorso di Draghi al Meeting di Rimini offre diversi spunti per riflettere sui cambiamenti di questi ultimi anni e la direzione in cui occorre muoversi in Europa. La parte più importante riguarda il rapporto tra economia e politica. Per anni ci siamo detti che l’economia aveva preso il sopravvento sulla politica e che le scelte pubbliche erano sfuggite di mano ai rappresentati del popolo per essere consegnate alla finanza o alle grandi multinazionali.

Il mondo globalizzato non consentiva alcun margine di autonomia alle decisioni che interessano i cittadini, come la protezione sociale, l’identità nazionale o la difesa degli interessi strategici. L’ascesa della Cina, la presidenza Trump e il revanchismo russo sembrano mettere in dubbio questa idea. La Cina basa la sua supremazia economica su un modello dirigista e autoritario, anche se parzialmente aperto al mercato e alla concorrenza interna. La rivalità con gli Usa si gioca sul controllo di risorse strategiche, come le terre rare, i semiconduttori, l’energia, piuttosto che su un modello di libero scambio in cui ognuno vende all’altro ciò che sa fare meglio.

L’aggressione russa all’Ucraina ha demolito un modello di convivenza con l’Europa basato su rapporti commerciali di reciproca convenienza e costretto il nostro continente a rivalutare i benefici dell’autonomia in campo energetico e militare. Ma ciò che più impressiona è la politica di Trump: usare i dazi come arma politica contro gli altri paesi del mondo, condizionare le scelte delle imprese multinazionali ipertecnologiche che tutti ritenevano onnipotenti, acquisire partecipazioni in aziende strategiche, come US Steel e Intel, o appropriarsi di una fetta dei profitti di Nvidia, il più grande produttore mondiale di microprocessori.

In sostanza, Trump rigetta il sistema di regole che sosteneva l’alleanza tra le democrazie liberali e che, in qualche modo, rendeva non essenziale, per l’Unione Europea, dotarsi di un potere politico centralizzato. Un potere che sarebbe stato comunque utile a migliorare l’efficienza interna delle nostre economie, ma che, in virtù dei benefici dell’alleanza atlantica e della forza degli organismi multilaterali, non sembrava utile a esercitare un ruolo attivo e strategico nei confronti delle altre potenze mondiali.

In questo nuovo mondo, condizionato dalla politica e dalla rivalità strategica tra super potenze, l’Europa è un attore di secondo piano, sia perché non riesce a sviluppare le sue potenzialità economiche nel campo dell’innovazione e delle nuove tecnologie (su cui si gioca la leadership economica nel mondo), sia perché, come afferma esplicitamente Draghi, l’Europa non è in grado di esercitare alcuna autorevolezza politica sullo scacchiere mondiale, cioè influire sulle scelte necessarie a contenere le tensioni e i conflitti mondiali.

Il discorso di Rimini rivela l’esistenza di un «Draghi 2», dopo il «Draghi 1» rappresentato dal famoso Rapporto commissionato dalla Commissione Europea. Quest’ultimo aveva l’obiettivo di allertare i politici e l’opinione pubblica sulla necessità di colmare il divario di innovazione nei confronti degli Usa, accelerare sulla transizione energetica e aumentare le risorse per infrastrutture e beni pubblici.

Tra i punti cardine del Rapporto c’è l’indicazione delle criticità che impediscono di colmare il nostro divario, cioè l’insieme di barriere e ostacoli allo sviluppo di un mercato dei capitali continentali e di un sistema di norme comuni, e la denuncia della frammentazione delle politiche pubbliche. Il «Draghi 2» che si esprime nel Meeting di Rimini è molto più politico. Vede un’Europa intimidita di fronte alla strategia negoziale aggressiva di Trump e alle minacce esterne, spesso restia a mobilitare risorse per obiettivi comuni, e invita i nostri governi a riflettere sul modo in cui sia possibile aumentare la «forza geopolitica» del nostro continente sulla base della propria identità sui temi sociali e culturali. Il problema è che questa forza non può esistere senza integrazione politica, e l’Ue rimane un insieme di nazioni politicamente autonome, unite da un vincolo politico debole, poco inclini a cedere la propria sovranità a un’entità sovranazionale.

Il paradosso è che ciò accade sebbene ogni paese membro si avvantaggi dei benefici che offre questa integrazione politica parziale e l’Ue eserciti un potere di attrazione fortissimo nei confronti dei popoli dei paesi confinanti. Le ragioni che hanno impedito al Rapporto Draghi di essere posto in cima all’agenda politica dei governi sono le stesse che impediranno di rispondere alla necessità di aumentare la «forza geopolitica» dell’Europa. Occorre sperare che emerga una leadership politica consapevole di questi problemi e capace di resistere alle pressioni dei gruppi di interesse che temono di competere al di fuori dei confini nazionali.


Così Trump ha manipolato l’Ue attraverso commercio e sicurezza

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Uno spettro si aggira per l’Europa da esattamente sette mesi: quanto contare sull’America di Donald Trump e a che condizioni. A condizione, come ha esordito ieri Mario Draghi a Rimini, «di rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data»? Ebbene sì. Ma non avevamo scelta.

Qual è lo stato dei rapporti transatlantici nella seconda amministrazione Trump? In giugno, il Presidente americano ha disertato mezzo G7; ha poi costretto i leader della Nato a un incontro minimalista su spesa per la difesa e poco altro. Un agosto di vertici improvvisati, guerre continuate, emergenze umanitarie precipitate ha fatto chiarezza sulle rispettive posizioni su Ucraina (avvicinabili) e sulla guerra di Israele contro Hamas a Gaza (lontane). Avevamo dimenticato i dazi. Adesso, con l’accordo tariffario Usa-Ue, il quadro è completo.

Sui dazi, l’Unione europea aveva raggiunto un accordo con gli Usa – altro vertice tra due Presidenti, Donald Trump e Ursula von der Leyen, a fine luglio – ma non sapevamo esattamente cosa avesse concordato. Lo stava ancora negoziando a livello tecnico. In materia commerciale bisogna mettere tutti i puntini su tutte le i. In genere questo richiede voluminosi trattati. All’accordo quadro Usa-Ue, diramato ieri l’altro a Bruxelles, e presentato dalla Commissione agli ambasciatori Ue senza obiezioni di sorta da parte di alcuno, bastano quattro pagine che elencano in 19 punti le nuove condizioni tariffarie Usa-Ue. È un accordo politico non giuridicamente vincolante – in teoria. In realtà, come spiega chi è stato coinvolto nel processo negoziale, è un testo «assolutamente vincolante» ai fini dei rapporti commerciali Usa-Ue. I 19 punti sono il nuovo Codice della Strada del commercio transatlantico. E, con un Presidente americano che considera il commercio internazionale una trave portante della sua politica estera, l’accordo quadro sui dazi diventa una delle basi delle relazioni transatlantiche. Forse non proprio al livello del Trattato di Washington del 1949 che istituì la Nato, ma quasi.

Di conseguenza vanno presi seriamente anche gli impegni non tariffari previsti dall’accordo, tanto più che non dipendono, se non in parte da Bruxelles, bensì dagli Stati nazionali: acquisti energetici, di gas naturale liquefatto e combustibile nucleare, per un valore di 750 miliardi di dollari, di chip per AI per 40 e di investimenti in Usa, in «settori strategici» per 600, entro il 2028. Il coinvolgimento del settore privato sarà essenziale. Sulla partita energetica, particolarmente importante per noi, Milano ospita per felice coincidenza la 53° edizione di Gastech, che è il maggior evento internazionale in materia, dal 9 al 12 settembre. Ci saranno tutti gli interessati, pubblici e privati.

Nell’era Trump la dimensione transattiva delle relazioni Usa-Europa – che è sempre esistita, le controversie commerciali tra Washington e Bruxelles sono ordinaria amministrazione da sempre – non è più subordinata all’alleanza strategica. Anzi, diventa prioritaria e condizione indispensabile per sostenere l’alleanza. Il convitato di pietra del lungo negoziato sui dazi, spiegano a Bruxelles, era… l’Ucraina. Cioè, ai negoziatori Ue era ben presente la necessità di tenere agganciata l’amministrazione Trump al sostegno europeo a Kiev. Operazione finora riuscita ma a prezzo di indebolire Bruxelles nelle trattative commerciali con Washington. Il secondo motivo, oltre l’appetibilità del loro marcato, per cui gli americani partivano in vantaggio era la dipendenza europea, oggi per la difesa dell’Ucraina, domani per l’intera sicurezza europea. Nell’era Trump le due dimensioni, difesa e commercio, sono indissolubilmente legate. Finché l’Europa ha bisogno degli americani per la propria sicurezza ne deve accettare le condizioni.

«In un mondo che non ci guarda con simpatia», riprendendo da Mario Draghi, le relazioni transatlantiche restano una contro-assicurazione di cui l’Europa non può fare a meno, anche alle esorbitanti condizioni trumpiane. Ma, a neanche un sesto del secondo mandato di Donald Trump, vanno inquadrate in una prospettiva in cui più indipendenti siamo, economicamente, tecnologicamente e nella capacità di difesa, più saremo in grado di riequilibrarle. Al momento pendono dalla parte di Washington. Tempi migliori verranno solo accettando la sfida del «mondo in cui stiamo entrando», compresa America First.


La lezione dell’architetto Mario Botta: “Costruire con la luce contro le guerre”

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 

Di Francesco Bei, La Repubblica

Al Meeting di Rimini, Mario Botta si racconta senza retorica, con la lucidità di chi ha attraversato decenni di mutamenti culturali e urbani, restando fedele a un’idea etica e spirituale dell’architettura. «Sono nato di otto mesi, ero fragile di salute, ho sempre giocato all’interno della casa, una casa contadina molto modesta. Il disegno è stato fin da allora il mio strumento di espressione», confida sul palco conversando con il vicedirettore e art director di Repubblica, Angelo Rinaldi e ripercorrendo le origini di una vocazione che è diventata «una passione, poi anche una prigione. Perché la passione diventa un impegno etico e si diventa anche prigionieri di questa Weltanschauung, una visione del mondo in grado di assorbire tutte le variabili della vita».

L’architetto oggi non si misura solo con l’estetica ma con la responsabilità di dare forma a uno spazio che «risolve una domanda funzionale e un bisogno», ma che al tempo stesso «deve declinarlo in un’atmosfera, calandolo in un contesto storico e ambientale». In questo equilibrio tra funzione e spirito, la dimensione sacra è diventata centrale nel suo percorso. «Sono molto turbato da questi tempi storici, sta diventando tutto business, anche nel mio lavoro non mi ritrovo in quanto succede. È diventato un business anche un trattato di pace, ma siamo impazziti? Questo mi ferisce moltissimo».

Da qui la necessità di resistere, anche attraverso il costruire: «Se è tutto un business, persino la pace tra due popoli, allora anche fare una chiesa o una fabbrica lo è. È un tradimento delle vere ragioni per cui l’uomo costruisce: per rendere il mondo più abitabile, più bello».

L’architettura, per Botta, nasce dalla memoria. «Noi lavoriamo nel territorio della memoria. L’architettura ha attraversato i secoli e resta un’attività umana per il bene comune». In particolare, il Romanico è il suo archetipo, «un riferimento preciso per l’assolutezza del linguaggio, la purezza delle immagini, l’essenzialità delle forme”.

Il suo linguaggio architettonico trova una delle più potenti espressioni nella chiesa di San Giovanni Battista a Mogno, in Svizzera, eretta dopo che una valanga aveva distrutto la precedente. «La chiesa per antonomasia è una realizzazione che si rivolge allo spirito, è più facile fare bene una chiesa rispetto a una fabbrica, perché in chiesa ci si entra per provare un momento di pace, di serenità, oltre che naturalmente per pregare». Riguardo alla liturgia, Botta si dice debitore del pensiero di Rudolf Schwarz – «la parte sacra di una chiesa deve funzionare bene» ma interpretare lo spirito del tempo è una sfida costante: «Non è difficile inventare una chiesa, il difficile è capire lo spirito che deve avere per far sì che i fedeli colgano lì anche un momento del proprio vivere. Perché al fondo la chiesa è un luogo della comunità, non è la cappella privata del signore dentro il castello».

Ad Angelo Rinaldi che gli chiede cosa differisca il progetto di una chiesa da quello di una sinagoga (o di una moschea, l’archistar svizzera ha progettato di tutto), Botta risponde: «Le tre religioni monoteiste hanno ragion d’essere molto diverse tra loro. Nel progetto della sinagoga Cymbalista a Tel Aviv di sacro c’era poco, ma risponde al fatto che la Torah la puoi leggere anche in salotto». Mentre nella liturgia cristiana «la trasformazione del corpo e del sangue di Cristo sull’altare richiede una compartecipazione dei presenti, dei fedeli. Questo cambia tutto lo spazio sacro”.

Anche in Ucraina, dove ha costruito una chiesa a Leopoli durante la guerra, l’architettura diventa testimonianza. «Si costruisce per, mentre la guerra è sempre contro, è il conflitto tra il fare e il distruggere. In particolare a Leopoli, c’è una partecipazione sociale al progetto, è una speranza, per gli abitanti di quei casermoni sovietici».

I suoi riferimenti? Tre grandi maestri: «Carlo Scarpa, nessuno come lui aveva quella sensibilità sui materiali. Le Corbusier, un maestro del XX secolo che ci ha spiegato che lo spazio è dentro di noi e lo dobbiamo far uscire fuori. E poi Louis Kahn, con la sua forza profetica». Con Kahn parlava spesso di silenzio, «di come le opere di architettura prediligano il silenzio. Sono debitore di questi tre maestri, e lo dico con umiltà, perché l’umiltà è necessaria per fare questo lavoro ed è un’altra vittima dell’arroganza del potere». Sopra ogni cosa, regna la luce, «la vera generatrice dello spazio». Come nella chiesa di Sambuceto: «Una croce alta trenta metri che è anche l’unica illuminazione visto che non ci sono altre finestre. Chi entra in chiesa è costretto a guardarla, perché indirettamente cerca la luce e incontra la croce sul soffitto. Del resto, è stato Gesù a dire: io sono la luce del mondo».


Afghanistan, la crisi dimenticata: l’umanità perduta nei silenzi di Kabul

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Dalle otto di mattina, ogni mattina, la zona riservata alle donne della struttura sanitaria di Intersos in Uruzgan, si riempie ora dopo ora, burqa dopo burqa. Le donne arrivano camminando sul letto del fiume dove l’acqua ha lasciato posto ai sassi e ai greggi in pascolo, tengono i figli in braccio o per mano, li accudiscono e si fanno accudire perché senza un marham, un guardiano, non possono uscire di casa.

Il loro guardiano può avere anche un anno, purché sia maschio, purché sia di famiglia. Così, in questa realtà ribaltata in cui chi accudisce dipende da chi è accudito, i bambini diventano uomini troppo presto e le bambine troppo presto vengono violate. Nella sala d’aspetto si riconoscono subito, si riconoscono dai burqa un po’ più chiari, o po’ meno lisi, dalla silhouette minuta, e poi, quando parlano, dalla voce che è l’unica traccia di infanzia che resta nella loro vita a respingere un destino segnato.

Sadi ha tredici anni, è arrivata alla clinica con sua madre Badam dopo aver camminato per due ore sotto il sole d’agosto. Sadi non sa né leggere né scrivere, una scuola non l’ha vista mai. Ha fatto una vita povera di pastorizia e raccolto finché è stata coi suoi genitori e fa lo stesso dopo che l’hanno data in sposa. Mostra il suo viso per pochi secondi. Gli occhi di un verde acceso sull’espressione di chi, suo malgrado, ha già conosciuto troppo. Dal burqa escono solo le mani, irrequiete, mani che non hanno mai stretto un giocattolo perché Sadi dice che un giocattolo non l’ha mai avuto. Le sarebbe tanto piaciuto studiare, ma qui funziona così, la vita non si sceglie. La vita si subisce e si sopporta.

Tarin Kot è il centro urbano principale dell’area, è una zona aspra, ruvida, vicino non c’è nulla, la prima città è Kandahar, e dista più di cento chilometri. A nord le montagne, ripide, brulle, e al di là delle montagne una distesa di grotte e sentieri. Tarin Kot e tutta la provincia hanno sempre avuto un’importanza simbolica per i Talebani, è una zona dominata da alcuni dei gruppi etnici Pashtun più intransigenti del Paese, è qui che si è trasferito con la sua famiglia il fondatore del gruppo il Mullah Omar durante l’occupazione sovietica negli anni’80, Uruzgan è stata la prima provincia a cadere nelle mani dei talebani nel 1994, è da qui che sono partite le spinte insurrezionali contro gli americani e gli alleati.

Un tempo qui c’era Campo Holland, c’erano le truppe olandesi, c’erano gli australiani, dovevano stanare e combattere i Talebani, poi addestrare i soldati e poliziotti locali e intraprendere progetti di miglioramento urbano. L’operazione si chiamava ancora “Enduring Freedom”. Ma è durata poco, sia la storia dei progetti di miglioramento della vita dei civili, sia la (presunta) libertà duratura. Camp Holland, dice la gente, era molto curato, circondato da alti muri di protezione, vari posti di blocco, barriere anti esplosione. I Talebani evitavano lo scontro diretto preferendo le imboscate. O gli attacchi suicidi, o le mine.

La gente moriva, i soldati pure. Così nel 2014 le forze Nato sono state drasticamente ridotte, le truppe afgane si sono indebolite sempre di più sotto l’assalto dei miliziani, molte hanno abbandonato le posizioni per mancanza di munizioni e molte altre per mancanza di motivazione, il resto è la storia di una guerra persa e finita male nell’agosto del 2021. E guardando i posti, guardandoli da vicino, si capisce perché la guerra ha fallito, perché l’insurrezione non solo non è stata sconfitta ma alla fine ha avuto la meglio. I soldati di base qui chiamavano la provincia “l’ultima frontiera”. I militari statunitensi e alleati provavano a conquistare un pezzo di quest’area e i miliziani di nascondevano sulle montagne e nelle valli. I lavori di “miglioramento” delle infrastrutture, della ricostruzione, dello sviluppo non sono davvero mai iniziati, le organizzazioni umanitarie non potevano lavorare perché non c’erano le condizioni di sicurezza necessarie per farlo.

Muhubullah, che è un pastore, ha 34 anni, quando ne aveva 20 è saltato su una mina e ha le caviglie ricucite male dopo decine di operazioni, vive in una casa di fango e fieno, dice che certo oggi non può lavorare e non sa come sfamare la moglie e i tre figli, ma almeno c’è sicurezza. Nessuno spara, nessuno muore più di guerra. Però in Afghanistan oggi si muore di fame.

Anche Bib vive in una casa di fango e fieno in Uruzgan, senza acqua corrente e con la poca elettricità che forniscono gli altrettanto pochi pannelli solari. È una donna senza tempo, come tante qui non sa la sua età. Presume di essere stata data in sposa quando ne aveva dodici, ma potevano essere uno in più o uno in meno. Non importa. Quello che importa è che il marito è anziano, oggi più di quanto non lo fosse già quando la sua famiglia gliel’ha ceduta in sposa, solo che ora hanno sei figli, quattro femmine e due maschi e lei non sa come sfamarli. Intersos, grazie ai fondi dei programmi dell’Unione Europea che ancora resistono, le ha fornito una macchina da cucire, con cui prova a fare reddito, realizzando dei vestiti che tiene appesi in una delle stanze dove dormono i figli.

Sono tutti intorno a lei, i maschi e le femmine. I primi sorridono, le seconde no. Una, la più grande, di undici anni, è seduta all’angolo della stanza, il più vicino alla porta, e guarda all’esterno, come se volesse scappare. Verso dove è difficile immaginarlo, visto che nessuno di questi bambini ha visto altro se non il letto del fiume poco distante per andare a prendere l’acqua, e i più fortunati la scuola.

Per lei, per Amira, la scuola finisce l’anno prossimo. Così vogliono le nuove leggi talebane per tutto l’Afghanistan. Anche se qui, in fondo, le cose non sono cambiate, né sui burqa indossati dalle donne in strada, né sull’istruzione delle bambine. Quando il ministero dell’Istruzione del governo sostenuto dall’Occidente magnificava progressi a livello nazionale, nelle aree rurali e nelle province contese tra governo e talebani, le ragazze non studiavano nemmeno prima. Secondo un rapporto Unicef dell’inverno 2020, pochi mesi prima della caduta di Kabul, il 90% delle ragazze in Uruzgan non andava a scuola. Sua madre dice che Amira è la più intelligente dei figli, la più dotata. Ma Amira, come le sorelle di nove e otto anni, è già stata promessa in sposa. Sono circa 500 dollari a figlia, dice Bib, e servono, perché altrimenti è difficile sfamare gli altri. A maggior ragione ora, dopo i tagli decisi da Trump a febbraio e la drastica riduzione degli aiuti del resto del mondo che, attento a crisi che sembrano più urgenti, ha dimenticato l’Afghanistan e la sua gente.

Da quando i Talebani hanno ripreso il controllo, quattro anni fa, il Paese è sull’orlo del collasso economico. Sulle prime gli aiuti umanitari hanno colmato l’emergenza. Poi, all’inizio dell’anno, il Presidente americano Donald Trump ha bloccato gli aiuti e le conseguenze qui sono state immediate e paralizzanti. Da febbraio, oltre l’80% dei programmi Usaid è stato cancellato e mentre il Paese è alle prese con nuove epidemie di morbillo, malaria e poliomielite, la riduzione degli aiuti ha fatto sì che si interrompessero anche le campagne di vaccinazione. L’impatto si sente ovunque, certo, ma qui fa più rumore. Un suono che però l’Occidente sembra non sentire, tappandosi le orecchie perché pesa ancora troppo il fallimento della ventennale guerra che ha riconsegnato il Paese ai nemici di un tempo, e perché con quei nemici che però ora amministrano il Paese, l’Occidente ha scelto di non parlare.

Il dilemma, per i governi, è semplice e crudele: aiutare la popolazione in Afghanistan significa, volenti o nolenti, passare attraverso i talebani. Non si può portare cibo, cure, acqua o istruzione senza il loro permesso. Quindi o si collabora con loro per salvare vite, rischiando di legittimare un regime o si rifiuta di collaborare per non sporcarsi le mani (peraltro già abbondantemente sporcate dalla guerra) condannando milioni di persone alla fame. In mezzo, ci sono le Ong e le agenzie umanitarie, costrette a muoversi in equilibrio tra principio e necessità.

È in posti come l’Uruzgan qui che si capiscono le contraddizioni di una guerra come questa. Dove contraddizione è una parola che non calza con la realtà. Servirebbe paradosso, se non fosse un paradosso tragico. Oggi le zone che fino a quattro anni fa non potevano essere raggiunte da nessuna organizzazione umanitaria, teatro di insurrezioni e contro insurrezioni, sono accessibili. Alla gente e alle organizzazioni umanitarie. È così che ha aperto questa clinica, così che le donne possono finalmente curarsi, e i bambini curare la malnutrizione, e provare a sopravvivere alla fame.

Jan Gula ha 17 anni, un figlio di tre, una di un anno e mezzo ed è di nuovo incinta. È quasi l’una, è seduta in una stanza della clinica di Intersos perché l’esterno è asfissiante e non si tiene in piedi. Ha camminato quasi tre ore per arrivare, fare una visita prenatale e far controllare il peso della figlia più piccola, malnutrita come quasi tutti gli altri bambini in attesa di essere visitati e dovrà camminare altre tre ore per tornare a casa. L’alternativa è raggiungere l’ospedale di Tarin Kot, che è troppo lontano, e qui quasi nessuno ha un mezzo di trasporto, oppure non curarsi. Anche lei alza il burqa solo per dare il tempo di far capire che non mente, che sotto quel pesante telo blu che copre il suo corpo e la sua libertà fino a poco tempo fa c’era una bambina, che come le altre a tredici anni è stata data in sposa. Poi ricopre il volto e il corpo, si tocca la pancia e dice «sono infelice». Due parole appuntite, chiodi nel silenzio della stanza, monito nel silenzio del mondo che l’ ha abbandonata.

Nell’immagine: Uruzgan, a sinistra Bin (con il burqa a destra) e i suoi figli nella propria casa 


Biglietto per Orazio Martinetti

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 

Leggo sempre con piacere gli articoli di Orazio Martinetti. Anche se non condivido sempre le sue posizioni e conclusioni, il piacere nasce soprattutto dai suoi riferimenti, competenti, alla storia del movimento operaio (o di ciò che ne resta). Stavo scrivendo un articolo per Naufraghi/e sulle questioni che agitano in questo momento la/le sinistre (in particolare il PS). Vi rinuncio per il momento, poiché il commento di Martinetti (Naufraghi/e del 22 agosto) mi chiama direttamente in causa, e mi permetto quindi di rispondergli cercando di essere il più sintetico possibile (quasi un biglietto…).

Primo. Perché Verdi e PS avevano risposto di no (in vista delle elezioni del 2023) alla proposta dell’MPS di liste comuni per CdS e GC? Martinetti afferma di non ricordare, aggiungendo che sicuramente gli interessati avevano fornito risposte articolate. In realtà, al di là degli argomenti circostanziali (proposta fatta pubblicamente, in ritardo, ecc.), il PS (i Verdi si erano limitati a un silenzio-assenso rispetto alla posizione socialista) aveva sostanzialmente sostenuto che non poteva condividere – in particolare in relazione al Governo – la nostra richiesta, formulata in vista di una lista comune, di un “cambiamento di paradigma”. Richiesta di cambiamento che noi avevamo motivato così: “Tutto ciò conferma quanto sosteniamo da tempo: il ruolo concertativo all’interno del governo non aiuta, quando non ostacola chiaramente, la costruzione di un’opposizione sociale ampia. Da qui l’urgenza di un cambiamento di paradigma. L’opposizione e la discontinuità devono fondarsi sul conflitto sociale, attraverso la costruzione di mobilitazioni e resistenze alle politiche padronali”(sottolineatura nostra). In un brevissimo colloquio, in seguito a un casuale incontro proprio in quei giorni alla Casa del Popolo, l’allora candidata Marina Carobbio mi confermò che avevamo “posto condizioni troppo elevate” (confido sulla memoria e sulla correttezza di Marina: sono sicuro che confermerebbe questo breve scambio).
Che dire? Prendiamo atto che, due anni dopo, Fabrizio Sirica, in una recente intervista al Corriere del Ticino, afferma: «La domanda che penso sia emersa, al nostro interno, è piuttosto come stare dentro il Governo. Forse ci vuole una nuova impostazione… e che di questi tempi ci vuole un nuovo paradigma» (sottolineatura nostra).

Secondo. Martinetti sostiene che il mio giudizio sul ruolo “progressista” del PSS, grazie alla sua politica di concertazione, sia “ingeneroso”. Un dibattito sul tema richiederebbe ben altro spazio.
Per esemplificare il suo punto di vista, Martinetti elenca una serie di aspetti, tra cui la difesa dei diritti sociali e dei servizi pubblici. Ho già avuto modo di esprimere il mio giudizio su questa visione, secondo la quale la politica di concertazione, dei piccoli passi opposti a rivendicazioni radicali, avrebbe permesso di costruire “compromessi progressisti” (in un articolo apparso su Naufraghi/e il 23 marzo 2022) 😉. A mio avviso, alcuni di questi “compromessi” si stanno rivelando, alla luce del loro sviluppo concreto e prevedibile, delle sconfitte disastrose: basti citare l’adozione del sistema dei tre pilastri (in particolare della LPP) o l’evoluzione del servizio pubblico, a cominciare dalla Posta. Ma sono pronto, come detto, a un confronto più ampio sul tema.

Terzo. Martinetti ricorda la necessità di definire i termini con i quali si opera nel dibattito a sinistra. Alcuni di essi sono ormai talmente svuotati di significato da non avere più alcun riferimento alle idee e alle teorie che li hanno originati. L’MPS, ad esempio, è una forza che si definisce socialista e anticapitalista; il termine “rivoluzionario” indica piuttosto la nostra ipotesi strategica che pure rivendichiamo. Il socialismo nasce e si sviluppa (per lo meno fino alla fine degli anni ’70) sulla base di un paradigma anticapitalista, declinato in forme diverse (almeno fino alla seconda guerra mondiale) a seconda della strategia per giungervi. Una divisione che prende avvio dopo, e sottolineo dopo, la rivoluzione russa. Non è un caso che bolscevichi e menscevichi fossero esponenti delle due ali del POSDR (Partito operaio socialdemocratico russo).

Detto questo, e avviandomi alla conclusione, voglio dare due piccoli contributi alla ridefinizione dei termini usati a “sinistra” come ci invita a fare Martinetti.

Ci si può oggi definire rivoluzionari? Certo. Lo facciamo dire a Karl Kautsky che, nelle prime pagine de La via al potere (1909), scrive: “La Socialdemocrazia è un partito rivoluzionario in quanto essa difende gli interessi di classe del proletariato… La sua liberazione esige il superamento della proprietà privata dei mezzi di produzione e dei rapporti di potere capitalistici mediante la proprietà sociale e la sostituzione della proprietà privata con quella sociale. Il proletariato può raggiungere il soddisfacimento dei suoi bisogni soltanto in un ordinamento della società che differisca nel modo più radicale da quello esistente”. Possiamo anzi dire che il socialismo nasce sulla base di un paradigma “anticapitalista”.

E ancora: possiamo definirci socialisti o comunisti? Certo, se partiamo dall’idea che il socialismo e il comunismo siano società capaci non solo di dare risposte ai bisogni materiali fondamentali delle donne e degli uomini che vivono su questo pianeta, ma di farlo attraverso il rispetto dei diritti democratici fondamentali, nell’ambito del più ampio pluralismo politico, con forme di democrazia di gran lunga superiori a quelle del liberalismo capitalista. Senza questo secondo aspetto non può esistere un “socialismo” o un “comunismo” degno di definirsi tale, al di là delle etichette assunte da alcuni regimi (Cina, Corea del Nord, ecc.).

Combinare un’opposizione concreta e reale al capitalismo realmente esistente, confrontare e rivedere – se necessario – le ipotesi strategiche, avviare una discussione su una politica unitaria non solo a livello istituzionale, ma – ed è a nostro avviso l’aspetto decisivo – sul terreno sociale per la costruzione di questa opposizione: sono tutti temi che abbiamo proposto nel documento che abbiamo presentato pubblicamente e sul quale siamo pronti a confrontarci.

Giuseppe Sergi è capogruppo Mps in Gran Consiglio

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


A Gaza City è carestia. «O si agisce subito o sarà una carneficina»

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Le 59 pagine del rapporto con cui l’Ipc (Classificazione integrata delle Fasi dell’Insicurezza alimentare) dichiara la carestia a Gaza City dipingono uno scenario post-apocalittico, da fine del mondo. Sono la cruda didascalia alle immagini che arrivano da Gaza, inferno in terra: la riduzione di un’intera popolazione all’ombra di se stessa.

Bambini, anziani, adulti, disabili, malati, una massa di esseri umani che sembrano fantasmi, privati di dignità e sollievo. Si muovono in uno spazio azzerato, spesso non riescono nemmeno a farlo più perché non hanno i mezzi, non hanno le forze, perché la strada è disseminata di ordigni e palazzi pericolanti e il cielo è uno stormo di caccia e droni.

LE PERSONE rovistano tra i rifiuti per trovare quasi niente, perché il cibo che c’è non si butta via. Tentano di riposare dentro tende che sono ormai stracci circondati di liquami e acque reflue. Serre e fattorie sono rase al suolo, barche dei pescatori fatte a pezzi. Fiumi di persone si accalcano fuori dai centri della Ghf dopo ore di cammino sperando in qualche briciola, mentre intorno fischiano i proiettili e ogni pacco è un tesoro da strappare ad altri affamati.

Chi ne ottiene uno, affronta altre ore di cammino sotto il sole e tra la polvere per sfamare la famiglia, con qualche scatolame, un po’ di farina, fino all’impresa successiva. Carne, pesce, uova, verdure sono un pensiero remoto. Lo è il latte per i neonati, che sia quello in polvere o quello che non scende più dai seni delle madri denutrite. Gaza è l’inferno in terra, campo di concentramento dove Israele impone fame, morte e una gara alla sopravvivenza utile a sfibrare qualsiasi forma di solidarietà comunitaria, di patto sociale.

Ed ora è la carestia. La Ipc – legata all’Onu e finanziata da mezzo pianeta – l’ha dichiarata solo cinque volte dal 2004, anno della sua fondazione. Al momento è sofferta da 514mila palestinesi a Gaza City e nelle cittadine intorno: un quarto della popolazione vive impigliata nella fase 5 prevista dall’Ipc, l’ultima. Perché si possa parlare di carestia sono necessari tre criteri: almeno il 20% delle famiglie affronta una grave carenza di cibo, almeno il 30% dei bambini soffre di malnutrizione acuta e due su 10mila persone muoiono ogni giorno a causa di una «denutrizione totale».

Altri 1,07 milioni di palestinesi, il 54% della popolazione, sono in stato di emergenza (fase 4) e 396mila, il 20%, in stato di crisi (fase 3). La a carestia si allargherà entro fine settembre a Deir al-Balah, al centro, e a Khan Younis, a sud. Il rapporto si fonda su analisi dettagliate della quantità e la qualità degli aiuti in ingresso, prezzi del cibo, numero di cucine comunitarie attive e pasti sfornati, ricoveri negli ospedali e situazione catastrofica del settore sanitario, sul livello di distruzione dell’economia di produzione alimentare gazawi, e così via.

L’IPC DICE anche altro: che il bilancio delle vittime del genocidio è al ribasso. «I dati (del ministero della salute di Gaza) si concentrano sui decessi correlati a traumi…I dati sottostimano sistematicamente la mortalità complessiva». Non tengono conto, aggiunge, dei dispersi tra le macerie, dei morti per fame e malattie, di chi si spegne lontano dagli ospedali e non viene denunciato.

«Questa carestia è interamente causata dall’uomo, può essere fermata e invertita – avverte infine l’Ipc – Il tempo del dibattito e dell’esitazione è passato…Qualsiasi ulteriore ritardo, anche di pochi giorni, si tradurrà in un’escalation totalmente inaccettabile della mortalità».

Non è una catastrofe naturale, «è il diretto risultato delle azioni prese dal governo israeliano», ha tuonato ieri Volker Turk, l’alto commissario Onu ai diritti umani. Su X il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, ha scritto: «Quando sembra che non ci siano più parole per descrivere l’inferno di Gaza, ne è stata aggiunta una nuova: “carestia”…Non riguarda solo il cibo; è il collasso deliberato dei sistemi necessari alla sopravvivenza umana. In quanto potenza occupante, Israele ha obblighi inequivocabili».

Alle loro voci si sono aggiunte le organizzazioni internazionali, da Amnesty a Oxfam. Si è alzata anche quella, attesa, del governo israeliano che – come fa da mesi – opta per il totale negazionismo immaginando che il mondo sia sordo e cieco: «L’intero rapporto Ipc è basato sulle bugie di Hamas…non c’è carestia a Gaza», ha scritto su X il ministro degli esteri Sa’ar, millantando «un flusso massivo di aiuti che hanno inondato la Striscia nelle ultime settimane».

Il premier Netanyahu ha sfoderato la carta dell’antisemitismo («una moderna calunnia del sangue»), accusato Hamas e definito il rapporto «una bugia. Israele non ha una politica di fame. Ha una politica di prevenzione della fame». Ma dal 2 marzo scorso ha imposto un blocco totale agli aiuti, appena scalfito da poche decine di camion nell’ultimo mese, del tutto insufficienti, e dalla «distribuzione» mortale della israeliano-statunitense Ghf che ha permesso a Israele di uccidere direttamente oltre 2mila palestinesi e che serve in realtà a concentrare i palestinesi a sud (ieri una fonte interna alla Ghf, forte di video girati sul posto, ha detto alla Cbs che a sparare sono anche i mercenari Usa, «sparano alle persone, indiscriminatamente…si vantavano di quante persone avevano ucciso, se erano riusciti a sparare agli animali»).

IERI, MENTRE cresceva l’attesa per la pubblicazione del rapporto dell’Ipc, Gaza piangeva l’ennesima morte per fame: una neonata si è spenta all’ospedale Nasser di Khan Younis. Sono 271 i morti di stenti dal 7 ottobre con un’impennata feroce da luglio. Tra loro 112 bambini.

Il dottor Ra’ed al-Baba dell’ospedale Al-Awda ha raccolto in un’immagine l’orizzonte di morte che Gaza ha di fronte: «Le madri ricorrono all’acqua di legumi ed erbe per sostituire il latte. Sono metodi che si portano dietro rischi catastrofici, gastroenteriti, avvelenamenti da cibo, anemia, ritardo della crescita. Questa non è sopravvivenza, è una morte lenta».

Nell’immagine: la lotta per il cibo in una cucina comunitaria a Gaza City


Corte Penale Internazionale

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 


Quelle parole vuote senza le sanzioni

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Ieri le Nazioni Unite hanno confermato la carestia a Gaza City, la prima assoluta in Medio Oriente, con 500 mila persone che, secondo gli esperti UN, affrontano una «fame catastrofica». Sempre questa settimana l’amministrazione civile israeliana ha approvato il piano di insediamento E1, la costruzione cioè di 3400 nuove unità abitative tra Gerusalemme e l’insediamento di Ma’ale Adumim.

Un piano che isolerebbe ancora di più Gerusalemme est occupata dalla Cisgiordania dividendo di fatto in due la Cisgiordania, con una linea di insediamenti israeliani tra la parte settentrionale e quella meridionale, consolidando ulteriormente l’occupazione illegale e il sistema di apartheid di Israele.

Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato il piano di fronte a una mappa, definendo la decisione storica: «lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo non con slogan, ma con i fatti. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea», ha detto.

Le organizzazioni umanitarie condannano la violazione del diritto internazionale umanitario, considerano il piano E1 un passo ulteriore verso l’annessione formale.

Hanno ragione le organizzazioni umanitarie. L’approvazione del piano E1 rappresenta il sabotaggio della soluzione politica e il precipitare ancora di più verso uno stato di apartheid.

Ma ha ragione anche Smotrich quando dice che il piano «cancella praticamente l’illusione dei due stati e consolida la presa del popolo ebraico sul cuore della Terra di Israele».

Al centro, nell’area grigia tra gli allarmi prima e le condanne poi delle organizzazioni umanitarie, e le parole di Smotrich, conferma di annessione, c’è la fragilità, il fallimento e l’ignavia della politica che di quella soluzione, quella dei due-stati, si è prima lavata le mani per decenni, e poi riempita la bocca in mancanza di alternative praticabili.

L’Unione Europea ha gridato, ieri, “invitando” Israele a desistere dal piano, Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri, ha detto che la decisione «mina la soluzione dei due Stati».

Purtroppo mentre l’Europa – che sulla tragedia in corso a Gaza ha dimostrato tutte le sue divisioni, la sua debolezza e di conseguenza la sua irrilevanza sul piano internazionale – condannava l’ennesima annessione illegale, sul terreno il funerale della soluzione dei due-stati era morta da tempo.

Moriva mentre dal 1967 gli insediamenti illegali diventavano 730 e i coloni nel territorio occupato palestinese 700 mila, moriva perché l’espansione degli insediamenti negli ultimi decenni, non negli ultimi due anni, violava la Quarta Convenzione di Ginevra e lo Statuto di Roma e lo Stato di Israele non è stato né punito né sanzionato per questo, moriva di fronte a quanto stabilito dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La risoluzione venne approvata con 14 voti a favore su 15 e chiedeva a Israele di porre fine agli insediamenti “la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme est, non ha validità legale e costituisce un gravissimo ostacolo per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e di una pace, definitiva e complessiva” . Era il 2016. Nove anni fa.

Le colonie si sono espanse ancora, negli ultimi due anni, dopo il 7 ottobre con un’accelerazione senza precedenti. Con condanne formali, parole vuote, una volta ancora di fronte al cadavere di una soluzione che esisteva solo nella voce di una politica capace (quando ne è stata capace) di arrivare comunque troppo tardi a leggere la realtà.

Troppo tardi le dichiarazioni del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di alcuni stati europei (non l’Italia) e comunque per le ragioni sbagliate, troppo tardi le condanne degli insediamenti, e comunque non accompagnate da sanzioni economiche. Troppo tardi la presa di coscienza che quello che sta accadendo è quello che è sempre avvenuto.

La differenza, se ce n’è una da scovare, è nella aumentata protervia, nel superamento della decenza da parte dei politici israeliani nell’esporre i piani dell’unico stato, dal fiume al mare, uno stato di segregazione con cittadini di serie B. Se presenti, e non forzatamente sfollati dalla loro terra, come sta avvenendo già sia a Gaza che in Cisgiordania.

Netanyahu ha sempre definito gli Accordi di Oslo un «errore che ha ereditato», non ha nascosto la sua ferma opposizione all’ipotesi dei due Stati e lo ha ribadito in questi mesi. A gennaio: «Alla fine non nascerà uno Stato palestinese, l’ho detto anche agli USA». A febbraio ha suggerito chel’Arabia Saudita potrebbe ospitare uno Stato palestinese, dichiarando: «I sauditi possono creare uno Stato palestinese in Arabia Saudita, hanno molta terra laggiù».

A luglio la Knesset ha approvato una risoluzione che condanna l’ipotesi della nascita di uno Stato palestinese, definendolo una “minaccia esistenziale per Israele”. Si dirà: una politica di estremismi. E invece no. Una politica che è specchio del paese che rappresenta.

Secondo un sondaggio del Pew Research Center del giugno 2025 solo il 21% degli israeliani ritiene possibile una coesistenza pacifica tra Israele e uno Stato palestinese indipendente. L’anno scorso era il 26%, nel 2013 il 50%.

Si dirà: ben venga allora il riconoscimento della Palestina da parte degli Stati, ben vengano le condanne agli insediamenti. Eppure no, perché anche questo in fondo, rivela ipocrisia.

Condannare la sofferenza umana e non sanzionare chi la commette, condannare la carestia e non condannare chi la provoca, condannare gli insediamenti e non punire chi continua ad espanderli, è un esercizio ipocrita di pulizia della coscienza e di rimozione delle responsabilità che l’Europa dei non può più permettersi.

È finito il tempo delle illusioni. Torni il tempo del coraggio della politica.

Nell’immagine: Il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich e una donna tengono in mano una mappa dell’insediamento E1, che dividerà Gerusalemme est dai territori occupati in Cisgiordania


Luca Steinmann – Gli arabi palestinesi cittadini di Israele: una “doppia fedeltà”

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


La babele dei soldati finiti sul fronte russo: “Truffa del Cremlino”

La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

KIEV – Modam Kuma? gestiva un bar in Nepal e guadagnava troppo poco. Un giorno qualcuno gli disse che c’era una buona opportunità di lavoro in Russia. «Mi raccontarono che sarei stato ingaggiato come guardia giurata e mi fecero firmare un contratto in russo», rivela. Ma gli intermediari mentivano. Quel pezzo di carta che lui non era stato in grado di decifrare non era un documento d’assunzione da guardia giurata. Era un contratto di arruolamento nell’esercito di Putin.

Kumal è finito al fronte in Ucraina, come carne da cannone dell’armata russa, infine è stato catturato dal ‘nemico’. Oggi è un prigioniero di guerra di Kiev, e tutto sommato gli è andata meglio che ad altri. Richard Kanu, ad esempio, è originario della Sierra Leone. Voleva andare a Mosca a lavorare e ha persino pagato 3000 dollari per ottenere un visto per la Russia. Anche lui è finito nelle trincee del fronte russo-ucraino a Donetsk, ingannato dai reclutatori che gli avevano promesso un buon impiego, ovviamente in ambito civile.

Putin «non può ammettere ufficialmente di avere bisogno di mercenari», ci racconta una fonte militare ucraina. E dunque ha allungato i suoi tentacoli in ben centosei Paesi del mondo, alcuni dei quali poverissimi, dove la Russia recluta con l’inganno giovani e meno giovani, allettandoli con un lavoro ben retribuito a Mosca o San Pietroburgo. Stiamo parlando di «migliaia» di persone, secondo la fonte, che si ritrovano nelle avanguardie russe a combattere contro gli ucraini. Totalmente impreparati, quasi sempre alla prima esperienza militare e costretti a imbracciare mitragliatrici o lanciagranate contro la loro volontà. Adesso sono rinchiusi in uno dei cinque campi per i prigionieri di guerra che sono sparsi per l’Ucraina, ognuno dei quali ha una capienza di 1000 carcerati. E gli ucraini sono «in costante contatto con le ambasciate» dei 106 Paesi «per aggiornarle sulla condizione dei prigionieri».

I soldati “abusivi”, ingannati da reclutatori senza scrupoli, provengono dall’Asia – e soprattutto dal Kazakistan – ma anche dal Sudamerica o dall’Africa. E il problema maggiore, quando non muoiono nelle trincee, è che gli ucraini li devono considerare prigionieri russi a tutti gli effetti perché hanno firmato, quasi sempre senza saperlo, un regolare contratto di arruolamento. «Fanno ufficialmente parte dell’armata russa e sono formalmente considerati prigionieri di guerra russi», precisa la fonte militare. Di conseguenza, la loro possibilità di tornare a casa si riduce al lumicino: «possono essere solamente scambiati con altri prigionieri ucraini». E ovviamente finiscono in fondo alle liste perché Mosca vuole riavere indietro anzitutto i suoi cittadini.

Le subdole campagne di reclutamento contrabbandate per allettanti offerte di un impiego civile che vanno avanti da tempo in tre continenti hanno raggiunto persino la Cina. In un video ripreso dall’esercito ucraino, un medico cinese, Wang Guang Zun, racconta di essere stato attirato in Russia per «lavorare in un ospedale e curare i soldati russi. Mi hanno offerto un’ottima retribuzione. E sono partito. Ma invece mi hanno spedito nell’esercito a combattere». Nello stesso video, altri due cinesi narrano truffe simili, e rivelano di aver ricevuto addestramenti ridicoli: 5 giorni a Kazan o a Rostov. Un intervistato ammette: «mi hanno dato in mano la prima mitragliatrice il giorno stesso della prima battaglia».

Tuttavia la massiccia campagna di reclutamento russo sta cominciando a creare dei dissapori diplomatici. L’anno scorso, durante un incontro con Putin, il premier indiano Narendra Modi ha apertamente chiesto al presidente russo di rimandargli indietro tutti i suoi concittadini attirati nel conflitto in Ucraina con l’inganno. Ma un conto è il peso diplomatico dell’India, un conto è se il governo somalo o nepalese o bengalese avanza la stessa richiesta perentoria a Mosca. Intanto Kiev sta intensificando le campagne nei centosei Paesi presi di mira da Mosca per aprire gli occhi ai cittadini, soprattutto ai più poveri, e per convincerli a non fidarsi delle finte offerte di lavoro russe. È una battaglia ardua.