La svolta della Casa Bianca: tariffe come arma e lo Stato in aziende strategiche come US Steel e Intel
Di Pietro Reichlin, La Stampa
Il discorso di Draghi al Meeting di Rimini offre diversi spunti per riflettere sui cambiamenti di questi ultimi anni e la direzione in cui occorre muoversi in Europa. La parte più importante riguarda il rapporto tra economia e politica. Per anni ci siamo detti che l’economia aveva preso il sopravvento sulla politica e che le scelte pubbliche erano sfuggite di mano ai rappresentati del popolo per essere consegnate alla finanza o alle grandi multinazionali.
Il mondo globalizzato non consentiva alcun margine di autonomia alle decisioni che interessano i cittadini, come la protezione sociale, l’identità nazionale o la difesa degli interessi strategici. L’ascesa della Cina, la presidenza Trump e il revanchismo russo sembrano mettere in dubbio questa idea. La Cina basa la sua supremazia economica su un modello dirigista e autoritario, anche se parzialmente aperto al mercato e alla concorrenza interna. La rivalità con gli Usa si gioca sul controllo di risorse strategiche, come le terre rare, i semiconduttori, l’energia, piuttosto che su un modello di libero scambio in cui ognuno vende all’altro ciò che sa fare meglio.
L’aggressione russa all’Ucraina ha demolito un modello di convivenza con l’Europa basato su rapporti commerciali di reciproca convenienza e costretto il nostro continente a rivalutare i benefici dell’autonomia in campo energetico e militare. Ma ciò che più impressiona è la politica di Trump: usare i dazi come arma politica contro gli altri paesi del mondo, condizionare le scelte delle imprese multinazionali ipertecnologiche che tutti ritenevano onnipotenti, acquisire partecipazioni in aziende strategiche, come US Steel e Intel, o appropriarsi di una fetta dei profitti di Nvidia, il più grande produttore mondiale di microprocessori.
In sostanza, Trump rigetta il sistema di regole che sosteneva l’alleanza tra le democrazie liberali e che, in qualche modo, rendeva non essenziale, per l’Unione Europea, dotarsi di un potere politico centralizzato. Un potere che sarebbe stato comunque utile a migliorare l’efficienza interna delle nostre economie, ma che, in virtù dei benefici dell’alleanza atlantica e della forza degli organismi multilaterali, non sembrava utile a esercitare un ruolo attivo e strategico nei confronti delle altre potenze mondiali.
In questo nuovo mondo, condizionato dalla politica e dalla rivalità strategica tra super potenze, l’Europa è un attore di secondo piano, sia perché non riesce a sviluppare le sue potenzialità economiche nel campo dell’innovazione e delle nuove tecnologie (su cui si gioca la leadership economica nel mondo), sia perché, come afferma esplicitamente Draghi, l’Europa non è in grado di esercitare alcuna autorevolezza politica sullo scacchiere mondiale, cioè influire sulle scelte necessarie a contenere le tensioni e i conflitti mondiali.
Il discorso di Rimini rivela l’esistenza di un «Draghi 2», dopo il «Draghi 1» rappresentato dal famoso Rapporto commissionato dalla Commissione Europea. Quest’ultimo aveva l’obiettivo di allertare i politici e l’opinione pubblica sulla necessità di colmare il divario di innovazione nei confronti degli Usa, accelerare sulla transizione energetica e aumentare le risorse per infrastrutture e beni pubblici.
Tra i punti cardine del Rapporto c’è l’indicazione delle criticità che impediscono di colmare il nostro divario, cioè l’insieme di barriere e ostacoli allo sviluppo di un mercato dei capitali continentali e di un sistema di norme comuni, e la denuncia della frammentazione delle politiche pubbliche. Il «Draghi 2» che si esprime nel Meeting di Rimini è molto più politico. Vede un’Europa intimidita di fronte alla strategia negoziale aggressiva di Trump e alle minacce esterne, spesso restia a mobilitare risorse per obiettivi comuni, e invita i nostri governi a riflettere sul modo in cui sia possibile aumentare la «forza geopolitica» del nostro continente sulla base della propria identità sui temi sociali e culturali. Il problema è che questa forza non può esistere senza integrazione politica, e l’Ue rimane un insieme di nazioni politicamente autonome, unite da un vincolo politico debole, poco inclini a cedere la propria sovranità a un’entità sovranazionale.
Il paradosso è che ciò accade sebbene ogni paese membro si avvantaggi dei benefici che offre questa integrazione politica parziale e l’Ue eserciti un potere di attrazione fortissimo nei confronti dei popoli dei paesi confinanti. Le ragioni che hanno impedito al Rapporto Draghi di essere posto in cima all’agenda politica dei governi sono le stesse che impediranno di rispondere alla necessità di aumentare la «forza geopolitica» dell’Europa. Occorre sperare che emerga una leadership politica consapevole di questi problemi e capace di resistere alle pressioni dei gruppi di interesse che temono di competere al di fuori dei confini nazionali.
