L’Europa tra oggi e domani: il discorso integrale

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Di Mario Draghi, La Repubblica

Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata.

Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data, gli Stati Uniti. Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare, una decisione che forse avremmo comunque dovuto prendere -ma in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa. L’Unione europea, nonostante abbia dato il maggior contributo finanziario alla guerra in Ucraina, e abbia il maggiore interesse in una pace giusta, ha avuto finora un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace.

Nel frattempo la Cina ha apertamente sostenuto lo sforzo bellico della Russia mentre espandeva la propria capacità industriale per riversare l’eccesso di produzione in Europa, ora che l’accesso al mercato americano è limitato dalle nuove barriere imposte dal governo negli Stati Uniti.

Le proteste europee hanno avuto poco effetto: la Cina ha chiarito che non considera l’Europa come un partner alla pari e usa il suo controllo nel campo delle terre rare per rendere la nostra dipendenza sempre più vincolante.

L’Europa è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iranianivenivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava.

Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico.

Non è quindi sorprendente che lo scetticismo nei confronti dell’Europa abbia raggiunto nuovi picchi. Ma è importante chiedersi quale sia veramente l’oggetto di questo scetticismo.

Non è a mio avviso uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità. Anche coloro che sostengono che l’Ucraina dovrebbe arrendersi alle richieste della Russia non accetterebbero mai lo stesso destino per il loro paese; anche loro attribuiscono valore alla libertà, all’indipendenza e alla pace, sia pure solo per se stessi.

Credo piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione europea di difendere questi valori. Ciò è in parte comprensibile. I modelli di organizzazione politica, specialmente quelli sopra-statuali, emergono in parte anche per risolvere i problemi del loro tempo. Quando questi cambiano tanto da rendere fragile e vulnerabile l’organizzazione preesistente ,questa deve cambiare.

L’Ue fu creata perché nella prima metà del ventesimo secolo i precedenti modelli di organizzazione politica, gli Stati nazione, avevano in molti paesi avevano completamente fallito nel compito di difendere questi valori. Molte democrazie avevano rifiutato ogni regola in favore della forza bruta con il risultato che l’Europa è precipitata nella seconda guerra mondiale.

Fu perciò quasi naturale per gli europei sviluppare una forma di difesa collettiva per la democrazia e la pace. L’Unione europea rappresentò un’evoluzione che rispondeva a quello che era il più urgente problema del tempo: la tendenza dell’Europa scivolare nel conflitto. Ed è insostenibile argomentare che staremmo meglio senza di essa.

L’Unione si è poi evoluta di nuovo negli anni dopo la guerra adattandosi gradualmente alla fase neoliberale tra il 1980 e i primi anni del 2000. Questo periodo fu caratterizzato dalla fede nel libero scambio e nell’apertura dei mercati, da una condivisione del rispetto delle regole multilaterali e da una consapevole riduzione del potere degli Stati che attribuivano compiti e autonomia ad agenzie indipendenti.

L’Europa ha prosperato in quel mondo: ha trasformato il proprio mercato comune nel mercato unico, è diventata attore fondamentale nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e ha creato autorità indipendenti per la concorrenza e la politica monetaria.

Ma quel mondo è finito e molte delle sue caratteristiche sono state cancellate.

Mentre prima ci si affidava ai mercati per la direzione dell’economia oggi ci sono politiche industriali di grande respiro. Mentre prima c’era il rispetto delle regole oggi c’è l’uso della forza militare e della potenza economica per proteggere gli interessi nazionali. Mentre prima lo Stato vedeva ridursi suoi poteri, tutti gli strumenti sono oggi impiegati in nome del governo dello Stato.

L’Europa è poco attrezzata in un mondo dove geo-economia, sicurezza e stabilità delle fonti di approvvigionamento più che non l’efficienza ispirano le relazioni commerciali internazionali.

La nostra organizzazione politica deve adattarsi alle esigenze del suo tempo quando esse sono esistenziali: noi europei dobbiamo arrivare a un consenso su ciò che questo comporta.

È chiaro che distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze.

Ma è anche vero che per difendere l’Europa dal crescente scetticismo non dobbiamo cercare di estrapolare le conquiste del passato nel futuro che ci accingiamo a vivere: i successi che abbiamo raggiunto nei decenni precedenti erano in realtà risposte alle specifiche sfide di quel tempo e ci dicono poco circa la capacità di affrontare quelle che ci si pongono oggi. Il prendere atto che la forza economica è condizione necessaria ma non sufficiente per avere forza geopolitica , potrà finalmente avviare una riflessione politica sul futuro dell’Unione.

Possiamo trarre qualche conforto dal fatto che l’Unione europea è stata capace di cambiare nel passato. Ma adattarsi all’ordine neoliberale era in confronto un compito relativamente facile. L’obiettivo principale allora era quello di aprire mercati e di limitare l’intervento dello Stato. L’Unione europea poteva allora agire principalmente come un regolatore e un arbitro evitando di affrontare la questione più difficile dell’integrazione politica.

Per affrontare le sfide di oggi l’Unione europea deve trasformarsi da spettatore o al più comprimario in attore protagonista. Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici. E le riforme in campo economico restano condizione necessaria in questo percorso di consapevolezza. Dopo quasi ottant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la difesa collettiva della democrazia è data per scontata da generazioni che non hanno il ricordo di quel tempo. La loro convinta adesione alla costruzione politica europea dipende anche, in misura importante, dalla sua capacità di offrire ai cittadini prospettive per il futuro quindi anche dalla crescita economica che in Europa è stata negli ultimi trent’anni ben più bassa che nel resto del mondo .

Il Rapporto sulla Competitività europea ha indicato le molte aree in cui l’Europa sta perdendo terreno e dove più urgenti sono le riforme. Ma un tema ricorre attraverso tutte le indicazioni del rapporto: la necessità di utilizzare appieno la dimensione europea lungo due direzioni.

La prima è quella del mercato interno.

L’Atto del Mercato Unico fu approvato quasi quarant’anni fa eppure permangono ostacoli significativi agli scambi interni all’Europa. La loro rimozione avrebbe un impatto sostanziale sulla crescita dell’Europa. Il Fondo Monetario Internazionale calcola che, se le nostre barriere interne fossero ridotte a livello di quelle prevalenti negli Stati Uniti, la produttività del lavoro nell’Unione Europea potrebbe essere di circa 7% più alta dopo sette anni. Si pensi che negli ultimi sette anni il totale della crescita della produttività è stato da noi appena il 2%.

Il costo di queste barriere è già visibile. Gli Stati europei si accingono a una gigantesca impresa militare con 2 trilioni di euro -di cui un quarto in Germania – di spese addizionali nella difesa pianificate tra oggi e il 2031. Eppure abbiamo delle barriere interne che sono equivalenti a una tariffa del 64% su macchinari e del 95% sui metalli.

Il risultato sono gare d’appalto più lente, maggiori costi, e maggiori acquisti da fornitori al di fuori dell’Unione Europea, senza quindi neanche una funzione di stimolo alle nostre economia: tutto a causa degli ostacoli che imponiamo a noi stessi.

La seconda dimensione quella tecnologica.

Un punto è ormai chiaro dal modo in cui si sta evolvendo l’economia globale: nessun Paese che voglia prosperità e sovranità può permettersi di essere escluso dalle tecnologie critiche. Gli Stati Uniti e la Cina usano apertamente il loro controllo sulle risorse strategiche sulle tecnologie per ottenere concessioni in altre aree: ogni dipendenza eccessiva è così divenuta incompatibile con la sovranità sul nostro futuro.

Nessun paese europeo può da solo avere le risorse necessarie per costruire la capacità industriale richiesta per sviluppare queste tecnologie.

L’industria dei semiconduttori ben illustra questa sfida. Questi chips sono essenziali per la trasformazione digitale che sta avvenendo oggi, ma gli impianti per produrli richiedono grandi investimenti .

Negli Stati Uniti l’investimento pubblico e privato è concentrato in un piccolo numero di grandi fabbriche con progetti che vanno da 30 a 65 miliardi di dollari. Invece in Europa la maggior parte della spesa ha luogo a livello nazionale essenzialmente attraverso gli aiuti di Stato. I progetti sono molto più piccoli tipicamente tra 2 e 3 miliardi di euro e dispersi tra i nostri paesi con priorità divergenti.

La Corte dei Conti europea ha già avvertito che ci sono poche probabilità che l’Unione europea raggiunga il suo obiettivo di aumentare per il 2030 la quota di mercato globale in questo settore al 20% da meno del 10% oggi.

Quindi, sia per quanto riguarda la dimensione del mercato interno, sia per quella delle tecnologie torniamo al punto fondamentale: l’Unione Europea per raggiungere questi obiettivi dovrà muoversi verso nuove forme di integrazione.

Abbiamo la possibilità di farlo: per esempio con il ventottesimo regime che opera al di sopra della dimensione nazionale, per esempio con un accordo su progetti di comune interesse europeo e con il loro finanziamento comune, condizione essenziale perché raggiungano la dimensione tecnologicamente necessaria ed economicamente autosufficiente .

Anni fa proprio qui al vostro meeting ricordai come c’è debito buono e debito cattivo. Il debito cattivo finanzia il consumo corrente lasciandone il peso alle future generazioni. Il debito buono serve a finanziare investimenti nelle priorità strategiche e nell’aumento della produttività .Esso genera la crescita che servirà a ripagarlo. Oggi in alcuni settori il debito buono non è più possibile a livello nazionale poiché gli investimenti fatti in isolamento non possono raggiungere la dimensione necessaria per aumentare la produttività e giustificare il debito.

Soltanto forme di debito comune possono sostenere progetti europei di grande ampiezza che sforzi nazionali frammentati insufficienti non riuscirebbero mai ad attuare.

Questo vale: per la difesa, soprattutto per ciò che riguarda la ricerca e lo sviluppo; per l’energia ,per gli investimenti necessari nelle reti e nell’infrastruttura europea; per le tecnologie dirompenti, un’area in cui i rischi sono molto alti ma i potenziali successi sono fondamentali nel trasformare le nostre economie.

Lo scetticismo aiuta a vedere attraverso la nebbia della retorica ma occorre anche la speranza nel cambiamento e la fiducia nelle proprie capacità di attuarlo.

Tutti voi siete cresciuti in un’Europa in cui gli Stati nazione hanno perso importanza relativa: siete cresciuti come europei in un mondo dove è naturale viaggiare, lavorare,e studiare in altri paesi. Molti di voi accettano di essere sia italiani che europei; molti di voi riconoscono come l’Europa aiuti i piccoli Paesi a raggiungere insieme obiettivi che non riuscirebbero a conseguire da soli ,specialmente in un mondo dominato da superpotenze come gli Stati Uniti e la Cina. È quindi naturale che speriate nel cambiamento dell’Europa.

Abbiamo poi visto che negli anni l’Unione Europea è stata capace di adattarsi nell’emergenza, talvolta andando anche al di là di ogni aspettativa.

Siamo stati capaci di infrangere tabù storici quali il debito comune all’interno del programma Next Generation EU e di aiutarci l’un l’altro durante la pandemia. Abbiamo portato a termine in tempi rapidissimi una vastissima campagna di vaccinazione. Abbiamo dimostrato una unità e una partecipazione senza precedenti nella risposta all’invasione russa dell’Ucraina.

Ma queste sono state risposte a emergenze. La sfida è ora essere capaci di agire con la stessa decisione in tempi ordinari per confrontarci con i nuovi contorni nel mondo in cui stiamo entrando. E’ un mondo che non ci guarda con simpatia, che non aspetta la lunghezza dei nostri riti comunitari per imporci la sua forza. E’ un mondo che pretende da parte nostra un discontinuità negli obbiettivi, nei tempi e nei modi di lavoro. La presenza dei cinque leader di Stati europei e dei Presidenti della Commissione e del Consiglio Europei nell’ultimo incontro alla Casa Bianca è stata una manifestazione di unità che vale agli occhi dei cittadini più di tante riunioni a Bruxelles.

Finora molto dello sforzo di adattamento è venuto dal settore privato che ha finora mostrato solidità, nonostante la grande instabilità delle nuove relazioni commerciali. Le imprese europee stanno adottando tecnologie digitali di ultima generazione, inclusa l’intelligenza artificiale, a ritmo paragonabile a quello degli Stati Uniti. E la forte base manifatturiera europea potrà far fronte ad un aumento di domanda per una maggiore produzione interna.

Ciò che è rimasto indietro è il settore pubblico dove sono più necessari i cambiamenti decisivi.

I governi devono definire su quali settori impostare la politica industriale. Devono rimuovere le barriere non necessarie e rivedere la struttura dei permessi nel campo dell’energia. Devono mettersi d’accordo su come finanziare i giganteschi investimenti necessari in futuro, stimati in circa 1.2 trilioni di euro all’anno. E devono disegnare una politica commerciale adatta a un mondo che sta abbandonando le regole multilaterali.

In breve, devono ritrovare unità di azione,e non dovranno farlo quando le circostanze saranno divenute insostenibili, ma ora quando abbiamo ancora il potere di disegnare il nostro futuro.

Possiamo cambiare la traiettoria del nostro continente. Trasformate il vostro scetticismo in azione , fate sentire la vostra voce. L’Unione Europea è soprattutto un meccanismo per raggiungere gli obiettivi condivisi dai suoi cittadini. È la nostra migliore opportunità per un futuro di pace, sicurezza, indipendenza: è una democrazia e siamo noi, voi, i suoi cittadini, gli europei che decidono le sue priorità.


Sinistra: un vocabolario da rivedere

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Estate, stagione di incontri, di raduni e di riflessioni… ideologiche e programmatiche. L’ideologia, per la verità, è diventata un anatema. Essere ideologici significa oggi parteggiare in modo fazioso, combattere l’avversario per partito preso. Un tempo l’ideologia serviva invece come sestante per orientarsi nel vasto mare delle credenze e degli indirizzi politici.

Noi siamo rimasti fedeli a questo spirito originario e quindi abbiamo preso sul serio il documento che il Movimento per il socialismo (MpS) ha inviato ai compagni di strada che siedono in parlamento. Ai socialisti, innanzitutto, in quanto forza maggioritaria della sinistra, e poi ai Verdi e ai Comunisti. Non sappiamo se e quando ci sarà un confronto pubblico. Attendiamo. Nel frattempo ci siamo permessi di esprimere alcune considerazioni (Dal palazzo alla piazza, Naufraghi/e del 23 giugno), alle quali Pino Sergi ha risposto con un lungo articolo intitolato Di palazzi, piazze e arrocchi (Naufraghi/e del 21 luglio).

Sergi ricorda che nel 2023 il MpS chiese ai Socialisti non di uscire dall’esecutivo, ma di costituire una lista unica con i Verdi, una sorta di «fronte popolare», sia per il legislativo che per l’esecutivo cantonale. Proposta che però non venne accolta. Respinta perché, per quali motivi? Sergi non lo dice, ma sicuramente gli interpellati avranno motivato il rifiuto con seri ragionamenti di natura politica. O almeno, così ci pare di ricordare, ma la questione andrebbe ricostruita sulla base di testimonianze dirette.

Sergi detesta la «politica concertativa», quella «Konkordanzdemokratie» alla cui costruzione la socialdemocrazia elvetica ha contribuito fattivamente da oltre un secolo, e in alcuni comuni già tra Otto e Novecento. Purtroppo i socialisti, prosegue Sergi, imboccando questa strada sono finiti nella trappola dei ceti dominanti, i quali sono riusciti a far credere che la pace del lavoro e la collaborazione interpartitica avrebbero generato benessere per tutti, risparmiando al paese scioperi e disordini. 

Un’interpretazione, secondo noi, riduttiva. Perché è vero che le forze sociali organizzate in questo paese potevano, in parecchie occasioni, ottenere di più. E il pensiero corre a come è stata edificata la previdenza sociale, con il sistema dei tre pilastri. Ma è anche vero che potevano anche subire brucianti arretramenti, scongiurati soltanto attraverso campagne di mobilitazione. Si pensi alla difesa dei diritti sociali acquisiti, alla tutela del territorio e degli inquilini, alla parità tra i sessi, all’autodeterminazione della donna, alle iniziative di inclusione negli istituti scolastici, alla promozione dei servizi pubblici e delle energie rinnovabili, ecc. In questo paese la destra è sempre potente, ma non è (ancora) onnipotente.

Per conseguire risultati diversi, più ambiziosi, la sinistra (forse sarebbe meglio dire «le sinistre») dovrebbe poter contare sull’appoggio di un largo e battagliero movimento operaio/popolare. Presupposto questo quasi assente in un paese d’impianto federalistico come il nostro, attraversato tuttora da profonde fratture tra città e campagna, tra lingue e culture, e caratterizzato dalla presenza di una elevata quota di manodopera straniera priva di diritti politici. Riunire i gruppi subalterni in un unico «blocco sociale» è sempre stata un’impresa faticosa. Regionalismo e cantonalismo non hanno mai agevolato le iniziative unitarie; anzi, le hanno semmai ostacolate, formando un muro conservatore pressoché invalicabile per i progressisti.

Sia il documento iniziale («Per un fronte di opposizione sociale e politica»), sia la lettera di Sergi hanno come obiettivo la linea del PS. Ai Verdi e ai Comunisti riserva solo qualche rapido accenno, come possibili artefici del programma «rosso-verde». Il cuore della proposta alternativa è dato da un «cambio di paradigma» che finora non ha trovato ascolto nell’area della sinistra istituzionale. E si capisce, osservando le traiettorie storiche dei vari socialismi in campo (almeno tre a livello cantonale). Il PS ticinese è nato all’alba del Novecento; il MpS ha le sue lontane radici nella Quarta Internazionale, ma l’attuale sua configurazione è molto più recente (2002). I Comunisti sono figli del Partito del Lavoro, formazione rinata nel 1944 sulle ceneri delle sezioni filo-bolsceviche che il governo aveva posto al bando. Il PS è presente nella compagine governativa cantonale dal 1922, senza mai uscirne; il MpS è sempre rimasto all’opposizione, per consapevole scelta. Anche le identità corrono lungo un asse di antitesi: PS conciliante, riformista, moderato, istituzionale; MpS intransigente, rivoluzionario, radicale, movimentista. Certo, anche il PS persegue il superamento del capitalismo e l’abolizione dell’esercito. Ma si tratta più che altro di declamazioni, senza conseguenze pratiche.

Il termine del MpS che più intriga è l’aggettivo «rivoluzionario». Il movimento lo sottolinea in più punti nel suo manifesto: «noi siamo rivoluzionari perché il nostro attivismo politico non si ferma ai limiti fissati dalle istituzioni e dalle regole dello Stato borghese. Poiché il capitalismo si basa sulla proprietà privata, un’appropriazione sociale della produzione implica obbligatoriamente una trasformazione radicale delle condizioni esistenti». Come, con quali mezzi, per costruire quale modello di società, con l’aiuto di quali soggetti non si dice. Si pensa ancora a Lenin e alla rivoluzione d’Ottobre, o a qualche altra sollevazione popolare sudamericana? Il fatto è che, anche nella nostra aiuola, varrebbe la pena di precisare una terminologia che continua a fluttuare nell’etere della vaghezza. Riaprire il dizionario e sforzarsi di ridefinire le parole (rivoluzione, socialismo…) sarebbe già un bel risultato e questo per soddisfare un bisogno di chiarezza che riguarda tutta la sinistra, riformista o rivoluzionaria che sia. 

Nell’immagine: illustrazione AI (creata dalla redazione)


Giustizia con i guanti

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Inquietudine, rabbia e indignazione: sono questi i sentimenti che accompagnano la sentenza emessa nei confronti di don Rolando Leo, condannato per abusi sessuali su nove minorenni. Il giudice Amos Pagnamenta ha inflitto una pena di 18 mesi sospesi condizionalmente, una condanna di gran lunga inferiore alla richiesta dell’accusa (5 anni e mezzo) e persino la metà del limite massimo proposto dalla stessa difesa (massimo 36 mesi). A lasciare sgomenti sono le motivazioni della sentenza. Pagnamenta ha affermato che nella sua carriera, ha visto “fatti ben più gravi”, che le “vittime erano vestite” e che don Leo ha mostrato un “sincero pentimento”. Il giudice ha inoltre sottolineato che gli atti commessi sono da considerarsi come “i meno gravi” nella gerarchia delle molestie e delle violenze…

Ma cosa significa davvero “meno grave” quando si parla di abusi su minori e violenze sessuali? Come è possibile stabilire una gerarchia della violenza senza considerare il dolore, il trauma e la percezione di coloro che questa violenza l’hanno subita?

Ogni molestia, qualsiasi sia il suo grado di “gravità”, è una violazione della dignità, dell’integrità e della libertà. Ancora una volta invece, come avviene spesso anche nei casi di violenza contro le donne, si cerca di minimizzare quanto accaduto, di ribaltare la responsabilità sulle vittime che avrebbero “esagerato” o che non avrebbero compreso la vera entità dei fatti, dipingendo l’aggressore come “una brava persona” preda di un momento di follia e profondamente pentito di quello che ha fatto.

Questo modo di affrontare la questione è grave tanto quanto le molestie e gli atti di violenza. Si tratta di una forma di quella che viene chiamata la vittimizzazione secondaria che rende le vittime colpevoli o, perlomeno, in qualche misura complici di quanto accaduto. Un modo di agire che oltre a ferire chi ha denunciato e ha trovato il coraggio di parlare, ha come effetto anche quello di mettere a tacere altre eventuali vittime. Chi oserà ancora parlare e denunciare quando le parole e i vissuti di chi parla vengono minimizzati e banalizzati? La giustizia dovrebbe essere un luogo in cui le vittime vengono ascoltate, protette e credute: questa sentenza rischia invece di alimentare la sfiducia nella giustizia e trasformarla in un luogo del silenzio imposto. La recente decisione del Consiglio di Stato, accogliendo l’iniziativa dell’Mps, di proporre l’introduzione nella legge sulla Chiesa dell’obbligo di denuncia è sicuramente un atto importante e positivo, ma questa sentenza rischia di pesare come un macigno sulla credibilità di questa riforma legislativa. Si tratta di un grave segnale di una regressione politica e morale che, come hanno dimostrato le sue vicende interne, ha investito alcuni dei giudici del Tribunale penale cantonale. Un’ulteriore dimostrazione di come oramai l’influenza politica (e la Chiesa è ancora sicuramente un fattore politico importante in questo cantone) pesi nella realtà dell’amministrazione della giustizia in Ticino.

Angelica Lepori è stata deputata Mps in Gran Consiglio
Scritto per laRegione


Ma cosa vogliamo di più?

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Si dice che la lettura è fatica. Soprattutto la lettura dei contratti (assicurativi, compra-vendita, locativi), dei “foglietti illustrativi” che si trovano nelle confezioni dei medicamenti e, anche, dei testi letterari antichi e non solo, come la Divina Commedia (a meno che si voglia ricorrere a fallaci scorciatoie defaticanti in prosa). 

A volte però la lettura, questo tipo di lettura, può essere divertente: oddio, forse divertente è una esagerazione, allora diciamo ridicola. E lo è per alcuni dettagli importanti (che bell’ossimoro!) che volentieri si incuneano nei testi, come quello che troviamo scritto nel Messaggio Municipale No. 12441 indirizzato all’Onorando Consiglio Comunale di Lugano «concernente l’approvazione del contratto di locazione con la F.C. Lugano SA dell’’Arena Sportiva  del Polo e degli Eventi(PSE)».

Come sappiamo, il contratto di locazione dell’Arena Sportiva (cioè dello stadio di calcio) «prevede la concessione in uso a titolo esclusivo e continuativo degli spazi alla F.C. Lugano SA per tutta la durata del medesimo». Per chi non è  uso all’antilingua della politica ciò vuol dire che lo stadio pagato dai cittadini contribuenti luganesi è di fatto – dal prossimo novembre – di proprietà del F.C. Lugano per una “ragionevole” (per chi?) «pigione di CHF 400’000 più IVA» e, in caso di retrocessione della prima squadra maschile in Challenge League, essa «viene ridotta a CHF 200’000»: rischio quest’ultimo non così remoto, visto lo stato di salute sportiva dei nostri baldi maschietti calciatori . 

Come ben sappiamo, per averne fatto esperienza, tutti i contratti hanno delle eccezioni, dei codicilli scritti in piccolo, a cui quasi nessuno presta attenzione.

Nel MM No 1241 c’è un passaggio la cui lettura ci ha messo di buon’umore, come il sole e l’aria frizzante di questa mattina. Esso si trova al p.to 4, cpv c: Esclusività della locazione. Leggiamo, dunque: «L’Arena Sportiva viene concessa alla F.C. Lugano SA in uso esclusivo [repetita iuvant]. Alla città viene comunque data la possibilità di utilizzare lo stadio in caso di richieste di eventi non legati all’attività calcistica e non a scopo di lucro (es: cerimonie particolari di eventi pubblici, visite Papali, cerimonie di apertura di eventi internazionali) e compatibili con le attività previste dagli impegni della F.C. Lugano SA e della sua organizzazione, non compromettendo lo stato del manto erboso». 

Sì, avete letto bene. L’“eccezione” voluta dai nostri governanti – doverosa e necessaria (altro bell’ossimoro) altrimenti mal si capirebbe il sostantivo plurale “Eventi” agglutinato al nome “Polo”, e che ci mette particolarmente di buonumore ( le figure retoriche abbondano) –  è il riferimento alle «visite Papali». Tutti sanno che dopo Castel Gandolfo, papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, ama molto la nostra città. Di conseguenza per il nostro Municipio era d’uopo tutelarsi mettendo nero su bianco questa richiesta ai Signori padroni del F. C .Lugano SA; mica vogliamo fare brutte figure e farci riconoscere! Naturalmente occorre che il Papa programmi la sua visita alla Perla del Ceresio tenendo conto del calendario calcistico (ma tra americani facilmente ci si intende) e che tutti i fedeli che accoreranno all’evento pubblico entrino nello stadio non con gli scarponi militari o i tacchi a spillo, ma con le pantofole di casa. 

Oh raga, ma vi siete accorti che viviamo in un paese spassoso?  Non c’è giorno che non capiti qualcosa di divertente. Cosa vogliamo di più?


Luca Steinmann – E i Drusi decisero di scegliere Israele

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


L’83% dei palestinesi uccisi a Gaza sono civili. Lo dice Israele

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Di Yuval Abraham, il manifesto

Pubblichiamo l’inchiesta della rivista israeliana-palestinese +972mag

I dati provenienti da un database interno dei servizi segreti israeliani indicano che almeno l’83% dei palestinesi uccisi durante l’offensiva israeliana su Gaza erano civili, rivela un’indagine condotta da +972 Magazine, Local Call e The Guardian.

Le cifre ottenute dal database riservato, che registra le morti dei miliziani di Hamas e della Jihad islamica palestinese (Pij), contraddicono in modo netto le dichiarazioni pubbliche dell’esercito israeliano e dei funzionari governativi, che hanno generalmente dichiarato un rapporto di 1:1 o 2:1 tra vittime civili e miliziani.

Al contrario, i dati riservati confermano i risultati di diversi studi che suggeriscono che i bombardamenti israeliani su Gaza hanno ucciso civili a un ritmo che ha pochi precedenti nella guerra moderna.

L’ESERCITO israeliano ha confermato l’esistenza del database, gestito dalla Direzione dell’intelligence militare (nota con l’acronimo ebraico «Aman»). Diverse fonti di intelligence che hanno familiarità con il database hanno affermato che l’esercito lo considera l’unico conteggio autorevole delle vittime tra i combattenti. Come ha affermato una di queste fonti: «Non c’è altro posto dove controllare».

Il database include un elenco di 47.653 nomi di palestinesi di Gaza che Aman considera attivi nelle ali militari di Hamas e del Pij; secondo le fonti, l’elenco si basa sui documenti interni dei gruppi acquisiti dall’esercito (che +972, Local Call e il Guardian non sono stati in grado di verificare).

Il database identifica 34.973 nomi come membri di Hamas e 12.702 come membri della Jihad Islamica (un piccolo numero è elencato come attivo in entrambi i gruppi, ma questi sono conteggiati solo una volta nel totale complessivo).

Secondo i dati, ottenuti nel maggio di quest’anno, l’esercito israeliano riteneva di aver ucciso circa 8.900 membri dal 7 ottobre, di cui 7.330 considerati morti con certezza e 1.570 registrati come «probabilmente morti». La stragrande maggioranza di loro era di basso grado, mentre l’esercito sospettava di aver ucciso 100-300 membri di alto rango di Hamas su un totale di 750 nominati nel database.

Una fonte che conosce bene il database ha spiegato che a ogni nome presente nella lista che l’esercito è sicuro di aver ucciso è allegata una specifica informazione di intelligence che giustifica tale designazione. +972, Local Call e il Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi o ulteriori rapporti di intelligence.

IL BILANCIO complessivo delle vittime pubblicato quotidianamente dal ministero della salute di Gaza (che Local Call ha rivelato lo scorso anno essere considerato affidabile anche dall’esercito israeliano) non distingue tra civili e miliziani. Ma prendendo i dati sulle vittime combattenti ottenuti dal database interno dell’esercito israeliano a maggio e confrontandoli con il bilancio totale delle vittime del ministero della salute, è possibile calcolare una percentuale approssimativa di vittime civili per la guerra fino a tre mesi fa, quando il bilancio delle vittime era di 53mila.

Supponendo che tutti i morti miliziani, certi e probabili, siano stati conteggiati nel bilancio totale, oltre l’83% dei morti di Gaza erano civili. Se si escludono le vittime probabili e si includono solo quelle certe, la percentuale di vittime civili sale a oltre l’86%.

Le fonti dell’intelligence hanno spiegato che il numero totale di membri di Hamas e del Pij uccisi è probabilmente superiore a quello registrato nel database interno, poiché non include i membri uccisi ma non identificabili per nome, i gazawi che hanno preso parte ai combattimenti ma non erano membri ufficiali di Hamas o del Pij, né le figure politiche di Hamas come sindaci e ministri del governo che Israele considera obiettivi legittimi (in violazione del diritto internazionale).

Tuttavia, ciò non significa necessariamente che la percentuale di vittime civili sia inferiore; anzi, potrebbe essere anche più alta. Recenti studi hanno suggerito che il bilancio delle vittime fornito dal ministero della salute – che attualmente si attesta intorno alle 62mila unità – è probabilmente inferiore al numero totale delle vittime dell’offensiva israeliana, forse di diverse decine di migliaia.

FIN DALL’INIZIO della guerra, i funzionari israeliani hanno cercato di respingere le accuse di uccisioni indiscriminate a Gaza, mentre il bilancio delle vittime palestinesi aumentava rapidamente. Nel dicembre 2023, con un bilancio delle vittime già pari a 16mila, il portavoce internazionale dell’esercito israeliano, Jonathan Conricus, ha dichiarato alla Cnn che Israele aveva ucciso due civili per ogni miliziano, un rapporto che ha definito «estremamente positivo».

Nel maggio 2024, con un bilancio di 35mila morti, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che il rapporto era in realtà più vicino a 1:1, un’affermazione che ha ripetuto nel settembre dello stesso anno.

Il numero specifico di miliziani che Israele sostiene di aver ucciso dal 7 ottobre ha oscillato apparentemente senza alcuna logica. Nel novembre 2023, un alto funzionario della sicurezza ha lasciato intendere al sito di notizie israeliano Ynet che Israele aveva già ucciso oltre 10mila miliziani. In una valutazione militare ufficiale presentata al governo il mese successivo, questo numero è sceso a 7.860.

I misteriosi aumenti e cali sono continuati fino al 2024. Nel febbraio di quell’anno, il portavoce dell’Idf ha affermato che Israele aveva ucciso 13mila membri di Hamas, ma una settimana dopo l’esercito ha riportato una cifra inferiore, 12mila. Nell’agosto 2024, l’esercito ha dichiarato di aver ucciso 17mila membri di Hamas e del Pij, un numero che due mesi dopo si è ridotto di nuovo a 14mila uccisi «con alta probabilità». Nel novembre 2024, Netanyahu ha stimato il numero «vicino ai 20mila».

NEL SUO DISCORSO di pensionamento nel gennaio di quest’anno, il capo di stato maggiore uscente Herzi Halevi ha ribadito che Israele aveva ucciso 20mila militanti a Gaza dal 7 ottobre. E a giugno, il Centro Begin-Sadat per gli studi strategici dell’Università Bar-Ilan, di orientamento conservatore, ha citato fonti militari secondo cui il numero delle vittime tra i militanti a Gaza sarebbe pari a 23mila.

Fonti dell’intelligence hanno riferito a +972, Local Call e al Guardian che alcune di queste affermazioni derivano probabilmente da un database obsoleto e impreciso gestito dal Comando Sud dell’esercito, che alla fine dello scorso anno stimava – senza fornire un elenco di nomi – che fossero stati uccisi circa 17mila miliziani.

«Questi numeri sono storie inventate dal Comando Sud», ha affermato una fonte dell’intelligence. I rapporti esagerati del Comando Sud erano probabilmente basati sulle dichiarazioni dei comandanti sul campo, i cui subordinati riportavano regolarmente in modo errato le vittime civili come miliziani.

Ad esempio, +972 e Local Call hanno recentemente rivelato un caso in cui un battaglione di stanza a Rafah ha ucciso circa 100 palestinesi e li ha registrati tutti come «terroristi», ma un ufficiale del battaglione ha testimoniato che in tutti i casi tranne due le vittime erano disarmate.

Un’indagine condotta da Haaretz lo scorso anno ha analogamente rilevato che solo 10 dei 200 «terroristi» che il portavoce dell’Idf aveva dichiarato uccisi dalla 252ª Divisione nel corridoio di Netzarim potevano essere identificati come membri di Hamas.

Nell’aprile 2024, il quotidiano di destra Israel Hayom ha riportato che diversi membri della Commissione affari esteri e difesa della Knesset avevano messo in dubbio l’affidabilità dei dati sulle vittime miliziane presentati loro dall’esercito. I membri della commissione hanno scoperto che il numero reale era molto più basso e che l’esercito aveva gonfiato il numero delle vittime tra i miliziani «al fine di creare un rapporto di 2:1» tra i morti civili e quelli miliziani.

«STIAMO segnalando la morte di molti membri di Hamas, ma penso che la maggior parte delle persone che riportiamo come morte non siano realmente membri di Hamas», ha detto a +972, Local Call e al Guardian una fonte dei servizi segreti che ha accompagnato le forze sul campo. «Le persone vengono promosse al rango di terroristi dopo la loro morte. Se avessi ascoltato la brigata, sarei giunto alla conclusione che avevamo ucciso il 200% dei membri di Hamas nella zona».

Una fonte ufficiale della sicurezza ha confermato che prima che il database dell’intelligence fosse in uso, le cifre relative alle vittime combattenti dell’esercito – come il numero 17mila – erano solo una «stima» basata in gran parte sulle testimonianze degli ufficiali. «Il metodo di conteggio è cambiato – ha detto la fonte – All’inizio della guerra, (ci basavamo) sui comandanti che dicevano ‘Ho ucciso cinque terroristi’».

Il database dell’intelligence, al contrario, si basa su un’analisi persona per persona ed è l’unico numero che l’esercito può “garantire” con un alto grado di certezza, ha spiegato la fonte, anche supponendolo sottostimato. La fonte ha aggiunto che i dati resi pubblici dai leader politici non sono coordinati con le informazioni disponibili dei servizi segreti.

L’analista palestinese Muhammad Shehada ha dichiarato a +972, Local Calle al Guardian che i dati contenuti nel database dei servizi segreti corrispondono fedelmente alle cifre che gli sono state fornite dai funzionari di Hamas e del Pij: nel dicembre 2024 stimavano che Israele avesse ucciso circa 6.500 dei loro membri, compresi quelli dell’ala politica.

SUBITO DOPO il 7 ottobre, Yossi Sariel, allora comandante dell’unità d’élite dell’esercito per l’intelligence delle comunicazioni, l’Unità 8200, ha iniziato a condividere con i suoi subordinati un aggiornamento quotidiano che mostrava il numero di membri di Hamas e del Pij uccisi a Gaza. Il grafico, secondo tre fonti che lo conoscono bene, era chiamato «cruscotto di guerra» ed era presentato da Sariel come una misura del successo dell’esercito.

«Dava molta importanza ai ‘dati, dati, dati’ – ha spiegato uno dei subordinati di Sariel – la necessità di misurare tutto in termini quantitativi. Per dimostrare l’efficienza. Per cercare di rendere tutto più intelligente e tecnologico». Un’altra fonte ha detto che era come «una partita di calcio, con gli ufficiali seduti a guardare i numeri che salivano sul cruscotto». (Yossi Sariel ha rifiutato la nostra richiesta di commento, rimandandoci al portavoce dell’Idf).

Il maggiore generale (riserva) Itzhak Brik, che ha servito per molti anni come comandante nell’esercito israeliano e successivamente come difensore civico per i reclami dei soldati, ha spiegato come questa visione abbia alimentato una cultura della menzogna: «Hanno creato un sistema in cui più uccidevi, più avevi successo, e di conseguenza hanno mentito sul numero delle vittime», ha affermato, descrivendo i dati presentati dal portavoce dell’Idf come «una delle più gravi menzogne» nella storia di Israele.

«Mentono senza sosta, sia i vertici militari che quelli politici – ha aggiunto Brik – In ogni raid, gli annunci del portavoce dell’Idf dicevano: ‘Centinaia di terroristi sono stati uccisi’. È vero che centinaia di persone sono state uccise, ma non erano terroristi. Non c’è assolutamente alcun collegamento tra i numeri che annunciano e ciò che sta realmente accadendo».

PARLANDO con i soldati il cui compito era esaminare e identificare i corpi delle persone uccise dall’esercito a Gaza, ha detto che gli hanno riferito: «Tutti quelli che l’esercito dice di aver ucciso, la maggior parte sono (civili). Punto».

Sia Hamas che il Pij sono stati gravemente indeboliti dall’offensiva israeliana degli ultimi due anni, che ha ucciso la maggior parte dei vertici dei gruppi e danneggiato in modo significativo le loro infrastrutture militari. Tuttavia, i dati ottenuti dal database dell’intelligence mostrano che Israele ha ucciso solo un quinto di coloro che considera miliziani. Le stime dell’intelligence americana suggeriscono che Hamas abbia reclutato 15mila agenti durante la guerra, il doppio di quelli uccisi da Israele.

Ma la retorica genocida diffusa dalla leadership israeliana e dall’alto comando militare sin dall’inizio della guerra suggerisce l’intenzione di danneggiare tutti i palestinesi a Gaza, non solo i miliziani. La mattina del 7 ottobre, l’allora capo di stato maggiore Herzi Halevi disse a sua moglie: «Gaza sarà distrutta», ha rivelato lei in un recente podcast.

E in una registrazione trapelata nei mesi scorsi e trasmessa la scorsa settimana dal canale israeliano Channel 12, l’allora direttore dell’Aman, Aharon Haliva, ha affermato che «50 palestinesi devono morire» per ogni israeliano ucciso il 7 ottobre, aggiungendo: «Non importa se sono bambini».

Il diritto internazionale non stabilisce quale sia il rapporto “accettabile” tra vittime civili e civili, ma esamina ogni attacco secondo il principio di proporzionalità. A questo proposito, già nel novembre 2023, +972 e Local Callhanno rivelato che l’esercito israeliano aveva notevolmente allentato le restrizioni sulle vittime civili dopo il 7 ottobre, autorizzando l’uccisione di oltre 100 civili palestinesi durante il tentativo di assassinare un alto comandante di Hamas e fino a 20 per gli agenti di grado inferiore.

IL RISULTATO di questa politica di fuoco e della più ampia cultura della vendetta seguita al 7 ottobre è un rapporto di vittime civili a Gaza estremamente alto per la guerra moderna, secondo gli esperti, anche rispetto a conflitti noti per le uccisioni indiscriminate come le guerre civili siriana e sudanese.

«La percentuale di civili tra le vittime sarebbe insolitamente alta, soprattutto perché questa situazione si protrae da così tanto tempo», ha affermato Therese Pettersson dell’Uppsala Conflict Data Programme (Ucdp), che raccoglie dati sulle vittime civili in tutto il mondo. Ha aggiunto che è possibile trovare percentuali simili di vittime civili quando si considera una città o una battaglia specifica all’interno di un conflitto più ampio, ma «molto raramente» quando si guarda alla guerra nel suo complesso.

Nei conflitti globali monitorati dall’Ucdp dal 1989, i civili hanno costituito una percentuale maggiore dei morti solo nei genocidi di Srebrenica (1992-95) e del Ruanda (1994) e durante l’assedio di tre mesi di Mariupol da parte della Russia (2022), ha affermato Pettersson.

Solo quando ci sarà un cessate il fuoco sarà possibile calcolare con precisione il numero di vittime civili a Gaza. Ma il database dell’intelligence indica che la percentuale è molto più alta rispetto alle cifre che Israele ha presentato al mondo per quasi due anni.

+972 e Local Call hanno inizialmente contattato il portavoce dell’Idf per un commento alla fine di luglio e hanno ricevuto una dichiarazione che non contestava i nostri risultati: «Durante tutta la guerra, sono state condotte valutazioni di intelligence complete sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza. Il conteggio è un processo di intelligence complesso che si basa sulla situazione delle forze sul campo e sulle informazioni di intelligence, incrociando una vasta gamma di fonti di intelligence».

TRE SETTIMANE dopo, in seguito alla richiesta di commento dello stesso Guardian sui dati, l’esercito ha dichiarato di voler «riformulare» la sua risposta e ha respinto le nostre conclusioni senza ulteriori spiegazioni: «I dati presentati nell’articolo sono errati e non riflettono quelli disponibili nei sistemi dell’Idf. Durante tutta la guerra, vengono condotte continue valutazioni di intelligence sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza, basate su metodologie BDA (bomb damage assessment, valutazione dei danni causati dai bombardamenti) e controlli incrociati da varie fonti… documenti provenienti da organizzazioni terroristiche nella Striscia».

Un portavoce non ha risposto immediatamente quando gli è stato chiesto perché l’esercito avesse dato risposte diverse a domande relative a un unico insieme di dati.

Nell’immagine: icorpi delle vittime palestinesi dei raid israeliani del 21 agosto 2025 allo Shifa Hospital


La sfida della crisi del clima è globale ma le risposte degli Stati no

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Di Lucio Caracciolo, La Stampa

In un vecchio film di Woody Allen, “Io e Annie”, il giovane newyorchese Alvy Singer, terrorizzato dall’imminente fine dell’Universo in espansione, chiede a sua madre: “Mamma, perché devo fare i compiti, se il mondo sta per finire?”. La madre, con disarmante pragmatismo, gli risponde che “l’Universo si starà anche espandendo, ma Brooklyn no”, e che dunque è il caso di continuare a fare i compiti. Un aneddoto cinematografico che cattura perfettamente la paralisi che nasce di fronte a una minaccia percepita come totale e ineluttabile: proprio quello che sta accadendo oggi con il cosiddetto catastrofismo climatico, incarnato mediaticamente da figure come Greta Thunberg. I danni di questo approccio sono evidenti, soprattutto nello spirito dell’opinione pubblica occidentale, la più toccata dal fenomeno: da un lato si genera una quasi rassegnazione, un’inerzia, un chissenefrega di massa; dall’altro si alimenta l’idea di una battaglia disperata da combattere “tutti insieme” cavalcando il concetto di catastrofe perennemente imminente ma sempre rimandata di qualche decennio.

È ora di rinunciare definitivamente a entrambe queste idee. Il cambiamento climatico – termine già di per sé infelice, perché presuppone l’esistenza di un clima fisso che non è mai esistito, ragion per cui oggi si preferisce parlare di crisi climatica – è un tema eminentemente geopolitico. Normalmente lo si affronta e lo si discute come una questione globale, ma non lo è affatto. La crisi climatica non “cambia” il mondo solo dal punto di vista fisico, ma anche e soprattutto dal punto di vista di chi lo percepisce, a seconda dei soggetti e delle collettività interessate. L’unica ragione per cui lo si presenta come un problema globale è la consapevolezza, giusta ma vana, talvolta espressa talaltra implicita, che senza un impegno solidale di tutti o quasi tutti è impossibile immaginare una soluzione in tempi accettabili. Per rendersi conto che le cose stanno diversamente bisogna guardare ai dati. Dopo anni di battaglie per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, codificate anche nelle tanto grandiose quanto inutili assemblee delle Nazioni Unite note come COP, non solo le emissioni non sono diminuite, ma sono aumentate su una base recente di circa lo 0,8% ogni anno. Questo significa che l’obiettivo net-zero, proclamato dalla cosiddetta comunità internazionale, potrebbe essere raggiunto nel 2050 solo invertendo drasticamente la tendenza e raggiungendo un obiettivo annuo di riduzione delle emissioni del 4,8%, decisamente molto lontano. Se, invece, ci ponessimo un obiettivo più realistico – ma già difficilissimo – di una diminuzione dell’1% annuo, dovremmo attendere fino al 2160 per raggiungere la neutralità climatica. È difficile, per non dire impossibile, mobilitare qualsiasi comunità verso un traguardo così lontano nel tempo; figurarsi l’umanità intera.

La conclusione logica è netta: se continuiamo a combattere la battaglia per la crisi climatica come stiamo facendo oggi – cioè fingendo di combatterla – saremo destinati a perdere. Anzi, questa battaglia è già persa. Bisogna prendere atto della radice geopolitica del problema, che impedisce strutturalmente una strategia globale, e cambiare radicalmente strada. Occorre affiancare alla strategia per la riduzione dell’anidride carbonica quello che in gergo si definisce eco-adattamento: non dobbiamo interessarci tanto alla questione della riduzione delle emissioni (non perché non sia importante, ma perché non è possibile risolvere la crisi con questo approccio) quanto piuttosto guardare altrove. Non agire “a monte” ma “a valle”, cioè riducendo e contenendo gli effetti concreti (e molto diversi) che la crisi climatica provoca sui territori, lavorando sulla scorta delle esperienze passate. Per un Paese come l’Italia, dal territorio estremamente difficile sotto il profilo fisico, questo approccio si traduce in azioni urgenti e concrete. Pensiamo alle “bombe d’acqua”, o alle esondazioni di fiumi e torrenti: invece di discutere di percentuali di CO2 che non riusciamo ad abbattere, dovremmo lavorare sul corso dei fiumi, che in tempi moderni sono stati spesso rettificati per migliorare lo sfruttamento idroelettrico, alterandone l’equilibrio naturale. Ogni anno ci ritroviamo con gli stessi fiumi e gli stessi torrenti che producono gli stessi danni, mentre il dibattito resta sterile. Approccio controproducente.

Un caso emblematico è Venezia: si pensa che possa finire sott’acqua in qualche decennio, malgrado gli adattamenti progressivi come quello del Mose. Diversi studi indicano che l’innalzamento delle acque della laguna, a prescindere dalla stabilizzazione delle temperature, potrebbe continuare per secoli. La nostra possibilità di incidere su questi cambiamenti è limitata. A maggior ragione dovremmo subito mobilitarci per gestire le conseguenze. Ma questa mobilitazione deve essere effettiva, su scala locale e nazionale o di intesa fra alcune nazioni, concentrando interventi e ricerca per ottenere risultati visibili e ravvicinati. Purtroppo, a oggi non si vedono ancora, nel nostro Paese, strategie di adattamento del territorio.

Gli Stati Uniti e il fattore Artico

La ragione precipua per cui l’approccio “globale” non è quello giusto è che la crisi climatica non è uguale per tutti. Per alcuni rappresenta una formidabile opportunità strategica. L’Artico è l’esempio più lampante, tanto che l’amministrazione Trump ne ha fatto una priorità non solo militare, ma anche economica e tecnologica, nel quadro di un riposizionamento geopolitico che delimita un impero non più globale ma concentrato su una sfera d’influenza nordamericana, che dagli Stati Uniti si estende verso il Polo Nord, a partire dal Canada e dalla Groenlandia oltre che ai Paesi europei dell’Alleanza Atlantica. La ragione principale di questo riposizionamento sta nel fatto che la sfida con la Cina, per Trump, si gioca soprattutto sull’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale ha bisogno di tanta energia e di tante risorse minerarie, alcune delle quali si trovano proprio nelle regioni appena citate, e soprattutto ha bisogno di acqua per raffreddare i data center.

Quella che viene annunciata dalla maggior parte dei climatologi come una catastrofe, la fusione dei ghiacci artici, è in realtà per gli Stati Uniti una grande opportunità di accesso a enormi riserve idriche, per combattere problemi ambientali gravissimi, come dimostrano la desertificazione e gli incendi che hanno devastato la California. In questo senso, il fattore Artico appare una risorsa fondamentale, ma c’è anche dell’altro. Se effettivamente entro qualche decennio si arrivasse a una fusione dei ghiacci tale da permettere il transito lungo la rotta artica, quella che dall’Estremo Oriente cinese e giapponese, via Russia, va verso l’Europa settentrionale e infine verso l’America (una versione superiore del leggendario passaggio a Nord-Ovest), si verrebbe a creare una nuova rotta commerciale che presto diventerebbe la principale del Pianeta. E una rotta artica transitabile, rispetto a quella mediterranea già oggi resa più complicata dalla vicenda del mar Rosso e degli Houthi, avrebbe due enormi vantaggi. Anzitutto il tempo: per coprire il percorso dall’Estremo Oriente all’America ci vorrebbero dieci giorni in meno; poi, di conseguenza, i costi, che sarebbero seriamente abbattuti.

Per noi, l’effetto sarebbe la trasformazione del Mediterraneo, che già oggi è in realtà un “Medioceano”, nel senso che connette l’oceano Atlantico con quello Indo-Pacifico, in poco più di un grande lago salato, marginalizzato dal punto di vista commerciale. Potremmo continuare a farci il bagno, ma commerceremmo molto meno: un colpo durissimo per l’Italia, che non avendo accesso diretto agli oceani come Spagna, Francia e Germania, si vedrebbe “costretta” nel bacino del Mediterraneo, a sua volta costretto in una posizione minore rispetto all’Artico “liberato” dalla crisi climatica.

La Russia e il Sud Globale

Sempre in tema di effetti “positivi” della crisi climatica bisogna citare anche la Russia, che analogamente agli Stati Uniti vede nel riscaldamento climatico l’occasione di favorire la sua agricoltura, già molto sviluppata, “liberando” le immense terre siberiane per espandere ulteriormente la produzione di grano e cereali. A corroborare ulteriormente il fatto che la crisi climatica stia avendo un impatto molto diverso a seconda della diversa capacità dei singoli Paesi ad affrontarne le conseguenze, e delle relative risorse e opportunità, c’è poi la situazione, dall’altra parte della barricata, del Sud Globale. Paesi come l’India, il Brasile e (in parte) la Cina hanno ottenuto degli “sconti” in sede COP rispetto al raggiungimento del net zero (Cina al 2060, India al 2070): questi Paesi si ritengono in diritto di perseguire quello stesso sviluppo che i Paesi ex coloniali ed ex imperiali si sono permessi per secoli. In sostanza, la prospettiva di questi due “blocchi” è opposta.

E questa divisione si basa anche sulla responsabilità storica: secondo calcoli orientati dai Paesi del Sud Globale, che tengono conto non solo dello scenario di emissioni attuale ma anche di quello pregresso, gli Stati Uniti sono responsabili del 25% delle emissioni “storiche”, l’Unione Europea del 22%, la Cina del 12,7%, l’India e il Brasile appena del 3% e dello 0,9%, rispettivamente. In sostanza, chi detiene capitali e tecnologie per le energie rinnovabili chiede a chi è in condizioni disperate, e ha inquinato meno, di rinunciare alla crescita. Questo che fa scattare l’accusa di “apartheid climatico”. Surreale, specie se si tiene conto che nel frattempo gli Stati Uniti, a suon di “drill, baby drill” (motto esaltato da Trump ma seguito anche dalle amministrazioni precedenti), stanno puntando sullo sviluppo di ogni forma di energia domestica, inclusi gli idrocarburi e il gas, eventualmente estratti con la traumatica tecnica del fracking, e causando danni ambientali immediati come dimostra per esempio il progressivo esaurimento del fiume Colorado, che sta cambiando l’intero ecosistema dell’America occidentale.

Le promesse dei Paesi ricchi

Infine, qualche considerazione economica. Oggi quasi la metà dell’umanità, circa 3 miliardi di persone, è particolarmente vulnerabile agli effetti della crisi climatica. Queste persone sono soprattutto concentrate in Africa, Medio Oriente e Sud-est asiatico. Per affrontare la crisi in queste aree servirebbero 9 mila miliardi di dollari entro il 2030 e altri 10mila tra il 2031 e il 2050. Ma i capitali sono altrove: l’84% dei fondi per la battaglia climatica è concentrato in Asia orientale, Nord America ed Europa; la Cina, da sola, stanzia il 51% dei finanziamenti per l’adattamento, primato mondiale. Le promesse che i Paesi ricchi hanno fatto a quelli poveri – 300 miliardi, stando a quanto emerso nell’ultima COP – sono briciole rispetto ai fondi necessari. E tra l’altro, visti i precedenti, molto probabilmente saranno elargiti solo in minima parte.

La strada da percorrere, dunque, è un’altra. È fondamentale passare dalla retorica ai fatti, ma soprattutto dalla battaglia persa sulla riduzione delle emissioni – persa perché non si può vincere, non perché non sia importante – a quella, se non vincibile ma quantomeno gestibile, della cura delle conseguenze per i luoghi che abitiamo. In questo senso, una speranza sta arrivando dalla tecnologia. E, ancora una volta, la Cina sarà protagonista: in Cina si stanno sviluppando tecnologie che permettono di contrastare gli effetti negativi del clima sul territorio, estendendo per esempio le aree coltivabili in zone desertiche. La strategia, insomma, dovrebbe puntare su interventi mirati, strategie concrete ed efficaci, contando su nuove tecnologie. Sempre che ci salvino davvero.

Nell’immagine: Il graffito comparso davanti al Trump International Hotel dopo le esternazioni del presidente Usa sull’intenzione di prendere il controllo della Groenlandia 


Patrick J. Deneen: “Vi spiego perché è fallito il regime liberale”

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

«Liberalismo e capitalismo dovevano liberare l’uomo, invece lo hanno messo in una condizione precaria, minandone il senso d’appartenenza. L’indipendenza è stata solo apparente: in realtà politica rappresentativa, tecnologia, economia globalizzata – gli stessi strumenti che dovevano liberarlo – lo hanno reso schiavo. Oggi assistiamo dunque a una reazione contro l’indipendenza estrema con quelle forme d’appartenenza civica e personale spesso descritte come nazionalismo». Patrick J. Deneen è il politologo conservatore dell’università cattolica di Notre Dame,Indiana, i cui scritti sono il riferimento culturale della nuova destra americana. In Perché il liberalismo ha fallito, ha sostenuto che il pensiero liberale focalizzato su difesa di diritti e libertà personali ha prodotto ineguaglianze. Un libro che Barack Obama aveva letto e, pur non condividendone le conclusioni, aveva definito convincenti le riflessioni sulla perdita di significato e comunità, «questioni che le democrazie liberali ignorano a proprio rischio». Con Cambio di regime Deneen ha indicato una nuova via: la necessità di creare uno Stato che promuova virtù cristiane. Ha ispirato le tesi del “Project 25”, il programma politico del think tank conservatore Heritage Foundation mirato a ridefinire le istituzioni statunitensi. Alcune sue idee sono già programma di governo: a partire dall’aumento dei dazi per sostenere la manifattura interna. Venerdì 22 agosto al Meeting di Rimini discute de “Il mondo dopo il liberalismo” col collegaJoseph Weiler di Harvard.

Lei ha molto seguito nell’amministrazione Trump.

«Mi limito ad argomentare il mio pensiero, non lavoro per loro, non consiglio, non sono un politico. Certo, mi gratifica che le mie idee siano recepite e ascoltate: ma non m’interessa quale partito le avanza. D’altronde oggi non solo i repubblicani ma anche i democratici hanno capito di essere andati troppo oltre col liberalismo progressista. Ma la mia è una strana posizione: come ogni intellettuale, conosco il rischio che le mie idee siano usate in modo errato».

Parliamo delle attuazioni concrete.

«Condivido gli sforzi verso la reindustrializzazione del Paese e la priorità data ai lavoratori americani, rafforzando larilocalizzazione di grandi industrie attraverso i dazi e diminuendo la concorrenza dei migranti illegali. E approvo gli sforzi per limitare il coinvolgimento militare americano nel mondo».

Approva anche la fine delle politiche “Dei”, quelle ispirate a “diversità, eguaglianza e inclusione”. Cosa c’era di sbagliato nel dare una possibilità a tutti?

«Martin Luther King parlava di società che non guarda al colore: ma quelle politiche sono andate nella direzione opposta, sostenendo che razze dalla storia tormentata sono moralmente migliori di altre. Hanno generato divisioni, ostilità, disordini. Dunque oggi lavoriamo all’obiettivo di una società che non guarda al colore né premia in base a razza o etnia».

Anche le sue idee possono trasformarsi in dogma, creando nuove disuguaglianze…

«Il pericolo di correggere troppo c’è: e me ne preoccupo. Io non critico solo il “Dei”, ma anche l’elemento nietzschiano di certe destra con aspirazioni superomistiche. Noi pensatori cristiani, prima di ricordare le condivise tradizioni culturali occidentali, dobbiamo focalizzarsi sulla dignità degli esseri umani».

Anche i dolorosi tagli economici e di personale del Doge sono ispirati al suo pensiero. Intanto Musk e Trump hanno rotto, nonostante timidi tentativi di ricucire…

«Il Doge ha dimostrato che finanziamenti a istituzioni teoricamente neutrali erano di parte. Ha individuato sprechi e svelato che gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo spingevano un’agenda liberale. C’è stata coincidenza fra i tecno-libertari del Doge e i populisti Maga. Ma restano tensioni, come dimostra lo scontro sui visti ai lavoratori qualificati stranieri sostenuti da Musk e invisi ai sostenitori dell’America First. Oggi la coalizione tiene sull’opposizione a woke e Dei e il porre limiti all’estremismo universitario. Ma ci saranno nuove tensioni quando intelligenza artificiale e nuove forme di automatizzazione torneranno a minacciare i posti di lavoro».

Lei dice di «non voler rovesciare nulla con la violenza ma di volere qualcosa di rivoluzionario».

«Negli anni ’60 una rivoluzione pacifica diede nuova forma a politica e società. Erano idee radicali sull’autonomia dell’individuo, portate avanti da élite – università e giornali – che hanno distrutto istituzioni come matrimonio, famiglia, nazione semplicemente cambiando prospettiva. Io aspiro a qualcosa di simile. Un cambiamento fondante».

E se il concetto di “cambio di regime” finirà per portare proprio a quello: a un regime? Il contrario di liberalismo è totalitarismo…

«Ma il liberalismo non è scevro di oppressione: lo abbiamo visto coi limiti alle nostre libertà personali durante il Covid. Io non sostengo un totalitarismo. Ma la democrazia è persuasione ed è tempo di cambiare opinione su valori cruciali. Ai liberal può suonare minaccioso, ma la democrazia costruisce nuove visioni del mondo. La mia mira a recuperare valori come matrimonio, comunità, famiglia».

Papa Leone XIV le piace?

«Fin dal nome che ha scelto: Leone XIII scrisse la prima enciclica sociale, denunciando le deficienze di comunismo e capitalismo. Prevost sa che oggi siamo allo stesso punto e serve un revival d’insegnamento cattolico per indirizzare la crisi dell’Occidente».

Nell’immagine: Patrick J. Deneen


Luca Steinmann – La giudeizzazione della Cisgiordania

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


La Palestina cancellata, il prezzo inaccettabile della deriva di Netanyahu

L’intervento nella giornata d’apertura del Meeting di Rimini 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

C’è una data nella storia recente di Israele che si intreccia inestricabilmente con quella del mondo arabo-musulmano, ed è il 1967: nel giugno di quell’anno, infatti, un attacco a sorpresa delle truppe dello stato ebraico fu in grado in soli 6 giorni di sbaragliare le forze militari di Egitto, Giordania e Siria e conquistare più del doppio delle terre fino ad allora controllate dal governo di Tel Aviv. La Penisola del Sinai, le Alture del Golan, Gerusalemme Est e la Cisgiordania vennero così occupate, sebbene l’Onu, tramite la famosa risoluzione n. 242, ne impose subito a Israele la restituzione. Come tante altre risoluzioni, questa è rimasta, nel tempo, lettera morta.

Nel 1993, con gli Accordi di Oslo firmati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) e Israele, la Cisgiordania divenne il fulcro dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) che avrebbe dovuto guidare auspicabilmente alla nascita di un vero e proprio Stato di Palestina. Vi era, tuttavia, un problema che con il tempo e nella noncuranza internazionale avrebbe assunto un peso schiacciante nel fallimento degli accordi di pace: proprio dal 1967 in Cisgiordania iniziano a sorgere centinaia di insediamenti e avamposti israeliani, progressivamente, senza sosta, tanto che oggi ospitano almeno 700mila coloni. Un territorio che attualmente, guardando una mappa politica, appare frammentato, spezzato, diviso tra zone sotto controllo palestinese e altre, che rappresentano il 61% del territorio, sotto pieno controllo israeliano, aumentate gradualmente attraverso l’inarrestabile espansione degli insediamenti che soffocano il tessuto sociale e territoriale palestinese.

Una realtà resa ulteriormente invivibile dalla costruzione della cosiddetta “barriera di separazione israeliana”, un tracciato di 730 km eretto a partire dal 2002, che limita fortemente la libertà di movimento e le attività economiche dei palestinesi in Cisgiordania, creando enormi disagi per la popolazione e depotenziando sostanzialmente il ruolo dell’Anp.

Negli ultimi due decenni, la destra israeliana al potere ha usato strumentalmente la costruzione di nuove colonie ebraiche non solo per espandere di fatto i territori sotto il controllo israeliano, acquisendo de facto porzioni di Cisgiordania, ma soprattutto disarticolando la continuità territoriale delle zone palestinesi, sottraendo territori agricoli, acqua, bloccando vie di comunicazioni attraverso la presenza di continui check point. Oggi è chiaro che questa ignobile strategia aveva come obiettivo finale la realizzazione dell’ideale messianico di ricreare l’Israele biblico in violazione di ogni norma del diritto internazionale.

Dopo la strage del 7 ottobre e con il ritorno di Trump al potere, è caduta la maschera e questo piano si manifesta in tutta la sua brutalità con l’accelerazione spropositata della costruzione degli insediamenti e, soprattutto, con l’esplosione di continue violenze da parte dei coloni israeliani, tollerate se non incoraggiate da parte delle forze di sicurezza e dall’attuale governo, contro i villaggi palestinesi sia musulmani che cristiani. «La Palestina non deve esistere né oggi, né mai», afferma con veemenza l’ultra-destra al potere per voce del ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich e di quello della Sicurezza Nazionale, Itmar Ben Gvir. E per farlo servono non solo nuovi insediamenti, ma occorre costruirli in modo strategico così da separare fisicamente le varie porzioni di Cisgiordania e porre la pietra tombale alle legittime rivendicazioni palestinesi della nascita di uno Stato indipendente.

Il crescente sostegno occidentale al riconoscimento di uno Stato di Palestina ha, paradossalmente, ulteriormente infiammato la destra nazionalista messianica che ha imposto al primo ministro Netanyahu, il quale formalmente non segue le dichiarazioni roboanti dei suoi ministri, ma di fatto accetta ogni loro richiesta, di approvare un nuovo piano di allargamento delle colonie con la creazione dell’insediamento nella zona E1. Si tratta di un’area di territorio palestinese posta tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Maale Adumim, dove sorgerebbero circa 3.500 nuove unità abitative per i coloni. Tale posizione è significativa poiché rappresenta uno degli ultimi collegamenti geografici tra le principali città palestinesi, Ramallah a Nord e Betlemme a Sud, la cui occupazione adesso sancirebbe la divisione di fatto in due della Cisgiordania in regioni settentrionali e meridionali.

Stante l’assoluta supremazia militare di Israele, fa bene Smotrich ad affermare che l’ipotesi di uno Stato palestinese sta effettivamente tramontando. E tuttavia quali sono i costi politici di questa deriva massimalista e xenofoba che lo Stato ebraico si troverà a pagare? Oltre al possibile aumento delle già presenti violenze in Cisgiordania, rimane il problema di cosa fare dei milioni di palestinesi di fatto inglobati all’interno di un grande Israele nazional-religioso. Un mero calcolo demografico ci mostra i pericoli di questa politica miope e avventurista: la popolazione ebraica si ritroverebbe palesemente minoritaria (le stime parlano di non più del 43% della popolazione totale) rispetto a quella palestinese. E a questo punto, che strade rimarrebbero al futuro di Israele? Due opzioni egualmente scoraggianti, ossia tenere una maggioranza discriminata politicamente e civilmente o, ancor peggio, avventurarsi in sinistre politiche di espulsione forzata dei palestinesi, intollerabili per la comunità internazionale.

Nell’immagine: Cisgiordania, gli insediamenti illegali dei coloni con la loro bandiera