Caos politico in Israele: l’assalto a Gaza City previsto per settembre divide il Paese
Di Benny Morris, La Stampa
Lunedì scorso, 18 agosto, gli ufficiali riservisti della Decima brigata armata dell’Idf (Israel Defense Forces) hanno telefonato ai loro uomini e comunicato che sarebbero stati richiamati a breve per un nuovo lungo turno di servizio da riservisti. Il giorno seguente, però, quegli stessi ufficiali li hanno ricontattati e hanno detto di non precipitarsi perché la chiamata in servizio non era imminente.
Questo è un segno del caos politico e militare che contraddistingue la “decisione” dell’8 agosto del Gabinetto israeliano di conquistare il 25-30 per cento della Striscia di Gaza ancora occupata dall’organizzazione terroristica islamista di Hamas, un’area in cui risiedono al momento quasi tutti i 2, 2 milioni di abitanti di Gaza.
Alla loro riunione di Gabinetto, i ministri guidati dal Primo ministro Netanyahu hanno ignorato il consiglio di Eyal Zamir, comandante in capo dell’Idf, che ha proposto una strategia più misurata per annientare Hamas, fatta di assedi e occasionali raid di blindati.
La decisione del Gabinetto è stata fischiata da circa quattrocentomila dimostranti scesi in piazza nel centro di Tel Aviv che, secondo tutti i sondaggi di opinione, hanno voluto esprimere i sentimenti della maggior parte dell’opinione pubblica israeliana contro una ripresa della guerra. Nella condanna della decisione del Gabinetto, a levarsi più forti delle altre sono state le voci dei parenti dei cinquanta ostaggi israeliani trattenuti – venti ancora in vita, trenta morti – che sostengono che un nuovo attacco dell’Idf comporterebbe la morte certa dei loro cari, per mano di Hamas o dell’Idf. Tra i manifestanti c’erano anche molti riservisti dell’Idf che nei precedenti 19 mesi di combattimento nella Striscia di Gaza hanno già prestato servizio (dai 200 ai 500 giorni) e sono restii ad abbandonare di nuovo le loro famiglie e il loro posto di lavoro per combattere i terroristi–guerriglieri tra le macerie e nei tunnel di Gaza.
In ogni caso, piegandosi alla decisione del Gabinetto, Zamir ha iniziato a organizzare l’Idf per la nuova offensiva che dovrebbe iniziare (quanto meno secondo i portavoce ufficiali del governo) con la conquista di Gaza City, il più grande centro urbano della Striscia dove vivono 900mila abitanti e ci sono i quartieri generali di Hamas. I portavoce parlano di 12 task-force dell’Idf e della convocazione di circa sessantamila riservisti.
In ogni caso, resta inteso che questi soldati saranno mobilitati soltanto dopo il primo settembre, il che significa che potranno trascorrere con le loro famiglie ciò che rimane delle ferie estive e accompagnare i loro figli il primo giorno a scuola, uno settembre, prima di ripartire per la guerra. Resta inteso anche che a combattere l’attuale campagna finalizzata a conquistare Gaza City saranno le reclute dai 18 ai 21 anni dell’Idf e non i riservisti e che il tutto avrà inizio soltanto nei primi giorni di ottobre, quando la popolazione civile di Gaza City sarà stata obbligata dagli uomini dell’Idf a evacuare verso sud, in aree a sud del Corridoio Netzarim che taglia in due la Striscia.
Molti osservatori, però, nutrono dubbi sull’effettiva possibilità che l’esercito assalti Gaza City o che Netanyahu – che ha forzato la decisione tramite il suo Gabinetto – sia davvero intenzionato a guardare oltre il possibile assalto. Netanyahu è profondamente consapevole dell’esplicita opposizione popolare e dell’Idf al suo piano e capisce che l’offensiva ipotizzata finirà con la probabile morte degli ostaggi e con un gran numero di feriti tra i soldati, oltre a un bilancio pesante di vittime tra la popolazione civile araba (buona parte della quale, come Hamas, si rifiuterà di evacuare Gaza City). Inoltre, l’offensiva non farà che aggravare ancora di più il disastro umanitario già dilagante in tutta la Striscia, innescando una crisi acuta tra Israele e le potenze europee. Già adesso, la Germania – il più tenace alleato di Israele nell’Ue – ha annunciato un embargo parziale per le armi, mentre Francia e Gran Bretagna (con Canada e Australia) stanno minacciando o promettendo di riconoscere lo Stato di Palestina a settembre. Infine, la potenziale offensiva costerebbe molto cara a Israele sul piano finanziario: la sua economia è già in forte stress a causa delle spese ingenti degli ultimi 19 mesi di guerra contro Hamas, Iran, gli Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen.
Per tutti questi motivi, molti israeliani credono che la decisione del Gabinetto dei ministri non è mai stata intesa per essere concretizzata, ma è stata studiata soprattutto per “persuadere” Hamas a riconsegnare gli ostaggi e ad accettare le condizioni poste da Netanyahu per la fine della guerra – ovvero il disarmo di Hamas e la sua rinuncia a controllare la popolazione civile di Gaza, permettendo l’installazione di una governance provvisoria israeliana sulla Striscia a cui subentrerebbe il controllo di un’amministrazione internazionale di soldati e ufficiali egiziani, giordani, emiratini e sauditi.
Al momento, si registrano alcuni passi avanti nei colloqui indiretti tra Israele e Hamas mediati da Stati Uniti, Egitto e Qatar, e sembra che Hamas stia prendendo in considerazione una vecchia proposta americana per un accordo parziale tra le due parti. Tale accordo vedrebbe Hamas procedere al rilascio di dieci degli ostaggi israeliani vivi (e a diciotto salme) in cambio della liberazione di parecchie centinaia di prigionieri palestinesi trattenuti nelle carceri israeliane e dell’entrata in vigore di un cessate il fuoco di sessanta giorni accompagnato in ogni caso da una sorta di garanzia americana ad Hamas che dopo tale tregua Israele non riprenderebbe la guerra.
Tuttavia, Netanyahu, che in precedenza aveva esercitato pressioni per un accordo di questo tipo, adesso si sta attivando con determinazione per proporre un accordo definitivo per porre fine alla guerra che preveda il rilascio da parte di Hamas di tutti gli ostaggi, vivi o morti, e l’impegno a disarmare e abbandonare effettivamente e definitivamente la Striscia. Fonti da Gerusalemme lasciano intendere che Netanyahu ha il pieno supporto del presidente degli Stati Uniti, Trump, che non vede l’ora di porre fine alla guerra il prima possibile e di vedere Hamas annientato o disarmato e la liberazione degli ostaggi.
Gli oppositori di Netanyahu sostengono che i negoziati in corso non si concluderanno tanto rapidamente, essendo il Primo ministro israeliano interessato a tirarli per le lunghe al fine di lasciare Israele in assetto di guerra il più a lungo possibile, così da garantire longevità alla sua coalizione, il che equivale a far durare il suo premierato. Tale obiettivo sarebbe raggiunto anche con la ripresa della guerra e con un’offensiva prolungata che includa la conquista di Gaza City e, più avanti, di altre aree sotto il controllo di Hamas.
E così, nel frattempo, l’Idf si sta dunque preparando a un nuovo grande sforzo; gli israeliani e Hamas stanno discutendo di un possibile accordo che renda superfluo tale sforzo, mentre l’opinione pubblica israeliana e quella araba seguono le trattative nella speranza di una risoluzione del conflitto tramite un accordo negoziato che preveda una tregua di sessanta giorni nei combattimenti oppure la conclusione definitiva della guerra a Gaza.
Nell’immagine: tank israeliano