Ma di cosa ci si stupisce?

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

Che il presidente Usa sia un buzzurro lo si è capito da un bel pezzo, ma siccome gli americani lo hanno rivoluto alla Casa Bianca, per un po’ toccherà anche a noi sopportarne le tragiche gesta. Incurante della logica, dell’aritmetica primaria, della necessità di trovare argomenti di una certa solidità a sostegno delle sue tesi, di una visione che possa minimamente chiamarsi politica, nei confronti della Svizzera si è mosso come si muovono certi affaristi immobiliari, per i quali il prezzo non è dato dal valore del palazzo che si vende, ma dalla capacità di pagare del compratore. E quindi, siccome la Svizzera è ricca, che cacci i soldi, punto e basta. Trump incarna e combina due elementi sciagurati: il capitalismo più brutale, quello secondo il quale il grosso prende tutto e al diavolo i perdenti, e il nazionalismo più becero, quello per il quale “prima i nostri”, gli altri s’arrangino.

La storia non è naturalmente finita qui, le trattative in qualche modo continuano con la processione a Washington con il cappello in mano (Trump aveva descritto il quadretto con un’immagine ben più volgare), probabilmente avremo sospensioni, poi tonfi, poi sorrisi di circostanza, qualche partitella a golf, poi mezzi accordi e nuove giravolte. Mi auguro che le conseguenze di questa situazione si possano in qualche modo mitigare, cercando anche di fare alleanza con altri, ma non facciamoci illusioni: la brutalità del personaggio non cambierà, perché è connotata dalla sua natura, immaginare di farlo ragionare è inutile, perché egli basa il suo agire solo sul rapporto di forza, spiegargli le nostre particolarità non servirà a nulla, perché ‘America first’ non contempla l’ascolto degli argomenti altrui.

Gli amici nostrani di questo figuro, quelli che hanno manifestato “goduria” alla sua elezione, ora si dicono delusi. Ma delusi da cosa? Di scoprire che nell’applicazione di un modello che prevede pochi vincenti e tanti perdenti anche la Svizzera rischi di finire nella seconda categoria? Di scoprire che nell’applicazione del primanostrismo, in questo caso americano, gli altri, tra cui noi, non meritano considerazione? “Deleng din don”, direbbe un mio amico solito a imitare il suono delle campane quando qualcuno un po’ tardo dà segno di capire quello che è già chiaro ai più.

Mentre si ballerà questa triste danza per i prossimi due o tre anni, qualche ragionamento sul catastrofico modello nazionalista e brutalcapitalista sarebbe utile che lo si facesse anche alle nostre latitudini. Perché al di là dei personaggi più o meno presentabili che lo incarnano, negli Stati Uniti, in Argentina, nei Paesi europei che cercano di applicarlo e all’interno delle forze politiche, anche elvetiche, che lo propugnano, è il suo Dna che porta con sé conflitti, precarietà, insicurezza, negazione del diritto, egoismo, indifferenza verso gli altri, e che di converso impedisce di lavorare su prospettive che considerino l’insieme degli interessi che caratterizzano le nostre società complesse. Quello che sta succedendo non è l’uscita di testa di un momento di un sol uomo, ma è il prodotto intrinsecamente connesso con questo modello d’involuzione civile, sociale ed economica, che solo una solida maggioranza democratica può rimettere nell’angolo nero da cui proviene. E prima lo si farà, meglio sarà per tutti.

Scritto per La Regione
Nell’immagine: Deleng!


Sudafrica-Stati Uniti: Il braccio di ferro deciso da Trump

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

Dalla nostra corrispondente dal Sudafrica

Da mesi ormai il presidente USA Trump conduce una campagna denigratoria contro il Sudafrica. Non contento di accuse e minacce, Trump è ora deciso a intervenire nelle decisioni del governo sudafricano e senza mezzi termini sarebbe pronto addirittura a imporre sanzioni contro i leader del partito al governo, l’ANC.

La risposta del governo sudafricano non si è fatta attendere. Il segretario generale dell’ANC Fikile Mbalula ha intimato agli Stati Uniti di desistere da qualsiasi ingerenza nei confronti dei dirigenti del paese.

In una conferenza stampa, Mbalula ha dichiarato che il Sudafrica non accetterà sanzioni contro i suoi membri di governo, affermando che il paese non permetterà, a quelli che ha definito “imperialisti”, di sovvertire la democrazia del Sudafrica. Se Trump vuole imporre sanzioni, senza del resto specificare quali, faccia pure: risponderemo a dovere, ha ammonito in sostanza il leader ANC.

Mbalula ha aggiunto: «Il Sudafrica è un paese democratico e i nostri cittadini lo sanno. Il nostro paese è in fase di trasformazione allo scopo di rafforzare equità e giustizia. Trump ha imposto tariffe del 30% sulle esportazioni sudafricane negli Stati Uniti, tariffe che potrebbero incrementare il tasso di disoccupazione, soprattutto nelle aziende manifatturiere”.

Mbalula ha aggiunto che l’amministrazione Trump ha chiesto all’ANC di abbandonare i suoi ideali e di agire come la Democratic Alliance, principale partito di opposizione che fa parte del governo di coalizione. Il presidente USA ha così contribuito a ulteriormente incrinare i rapporti fra le due formazioni del governo di coalizione nazionale.

Ho consultato alcuni esperti di economia, e tutti hanno affermato che il Sudafrica non si lascerà intimidire da un governo come quello di Trump. È vero che la gestione dell’ANC non ha finora dato i risultati sperati, ma non è certo con le minacce tariffarie di Trump che potrà fare meglio.

Il Sudafrica ha davanti a sé un cammino arduo per ridare all’economia i successi necessari. Fa comunque sperare il fatto che un paese così in difficoltà abbia la forza e il coraggio di rispondere con fermezza all’uso dell’economia come arma di intimidazione.

Nell’immagine: il segretario generale dell’ANC Fikile Mbalula


Il dilemma di Zelensky: congelare il conflitto in Ucraina in cambio della sicurezza

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Niente cravatta: nonostante la richiesta esplicita del protocollo della Casa Bianca, Volodymyr Zelensky si è rifiutato di cedere a un abito formale. È un presidente in guerra, e non ha voluto fingere di non esserlo. Il massimo del compromesso è stata una giacca con camicia, di foggia più classica rispetto alle solite maglie verde militare, un look total black in netto contrasto con la cravatta rossa di Donald Trump e le nuove sgargianti decorazioni dorate dello Studio Ovale.

I complimenti del padrone di casa uscito ad accoglierlo alla stessa porta dalla quale il presidente ucraino era stato cacciato il 28 febbraio scorso, il siparietto con il giornalista che l’aveva criticato – anzi, “aggredito”, secondo la definizione dello stesso Trump – per non essere abbastanza elegante, e che gli ha chiesto scusa in mondovisione, il silenzio di JD Vance: il ritorno sul luogo dove si era consumata la scena più scandalosa della diplomazia contemporanea è stato allestito come un trionfo di Zelensky.

Sei mesi fa, forse nemmeno lui avrebbe scommesso di tornarci un giorno, meno che mai in compagnia delle donne e degli uomini più potenti d’Europa, e di venire accolto con tutti gli onori, nonostante l’assenza della cravatta. Del resto, tutta la carriera di Zelensky è un succedersi di alti e bassi vertiginosi, e di “no” pronunciati quando in teoria non avrebbe potuto permetterselo. Come quel primo rifiuto opposto a Trump, nel 2019, quando il leader americano gli aveva chiesto di incriminare Hunter Biden per il suo business ucraino.

E come quello – passato alla storia e finito sulle felpe e sulle tazze che si vendono ai banchetti di souvenir a Kyiv – con il quale aveva risposto a Joe Biden che gli offriva la fuga dall’invasione russa e un rifugio al sicuro in Polonia. «Non mi serve un taxi, mi servono munizioni»: tre anni e mezzo dopo la risposta non cambia, e alla domanda dei giornalisti se dagli Usa vorrebbe più armi, più aiuti o più intelligence, il presidente ucraino risponde «Tutto».

Una risposta quasi ardita, in presenza di quel Donald Trump che per bentre volte ha chiuso gli aiuti militari a Kyiv per punirla, e di fronte alla mappa dell’Ucraina già srotolata nell’Ufficio Ovale, con i territori occupati dalle truppe di Putin colorati in rosa carne, quasi una tavola anatomica che illustra le linee della possibile amputazione. In realtà, Zelensky haimparato a caro prezzo l’arte del compromesso e della pazienza: non batte ciglio quanto il presidente americano parla di «scambio di territori» anche se sa che si tratta in entrambi i casi di territori ucraini abitati da ucraini. Ringrazia Trump ogni dieci secondi, per qualunque cosa, anche per aver installato la mappa, sinistro memento della mutilazione che aspetta il suo Paese.

Questa è la nuova regola della diplomazia internazionale, già fatta propria anche da altri leader europei: il presidente americano non va contraddetto o smentito, può essere solo incentivato, con piani che gli promettono più gloria e profitti di quelli che gli ha prospettato l’avversario, in questo caso Vladimir Putin.

È il giorno più duro per Zelensky, pieno di dilemmi ai quali non esiste una soluzione buona. Fermare la guerra e salvare le vite di chi combatte e di chi muore sotto le bombe russe, ma lasciare gli ucraini nei territori occupati sotto Putin, e milioni di profughi senza la speranza di tornare a casa? “Congelare” un pezzo di Ucraina in cambio di garanzie di sicurezza che le permetteranno (forse) di entrare nell’Ue e tutelarsi da future aggressioni da Est? Dividere una nazione, in attesa di una traumatica riunificazione un giorno (o forse mai)?

Sperare che Putin si accontenti, o rischiare che il precedente di una acquisizione territoriale ottenuta con le armi – per quanto non riconosciuta, questa è una linea rossa oltre la quale si aprirebbe un vaso di Pandora non solo europeo – mandi in frantumi quanto resta dell’ordine internazionale? Quando aveva vinto le elezioni, come – paradosso amarissimo – “presidente della pace”, il 47enne ex comico di Kryviy Rih sicuramente non avrebbe potuto immaginare che un giorno si sarebbe trovato nell’Ufficio Ovale, di fronte a una mappa dell’Ucraina, per prendere decisioni che potrebbero rivelarsi fatali non solo per il suo Paese, ma anche per tutto il continente.

La feroce scuola diplomatica di quattro anni di guerra ha lasciato sul volto di Zelensky rughe profonde, e gli ha insegnato che essere dalla parte giusta della storia a volte non basta. Ora, qualunque cosa decida, milioni di persone non riusciranno a perdonarlo. Quello che non può davvero permettersi è lasciare agli ucraini una sensazione di sconfitta, peggio ancora il dubbio di essere stati costretti a una pace ingiusta non dall’inesorabilità delle bombe, ma dal voltafaccia di un presidente americano.

Per evitarlo, basta guardarsi indietro, al febbraio 2022, quando gli stessi leader europei che oggi hanno accompagnato Zelensky alla Casa Bianca gli consigliavano un dialogo sulla resa, cercavano ancora di dialogare con Putin, rifiutandosi di mandare a Kyiv anche armi essenziali e di rinunciare al gas russo. Oggi, un’Europa unita come forse mai prima protegge l’Ucraina di Zelensky, e ne condivide le paure e le speranze.


Gressani: “Trump bara anche a golf, gli europei non possono fidarsi”

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

Di Serena Riformato, La Repubblica

Per Gilles Gressani, direttore della rivista di geopolitica Le Grand Continent, la foto dei sette leader del Vecchio Continente alla Casa Bianca con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky segna un cambio di passo: «L’Europa, se si unisce, conta. Può porre un freno al flirt tra Donald Trump e Vladimir Putin e arginare il rischio di un tradimento definitivo dell’Ucraina».

Gli europei possono fidarsi del presidente degli Stati Uniti?

«Stiamo parlando di una persona che bara nei tornei che organizza lui stesso sui propri campi da golf. L’unica cosa di cui dovremmo fidarci è la capacità delle nostre società di fare fronte comune davanti a una possibile minaccia esistenziale».

Vede quindi il rischio che il tycoon faccia credere ai sette di avere voce in capitolo per poi fare quello che vuole?

«Non siamo spettatori. In questa partita, si contrappongono due racconti molto potenti. Da una parte, il reality show quotidiano di Donald Trump, una sorta di “The Apprentice at the White House”. Dall’altra parte, il romanzo russo di Putin e della sua propaganda: un racconto totalmente alternativo alla realtà, secondo cui la Russia starebbe vincendo la guerra e vorrebbe la pace. Una lettura falsa, ma che si insinua nelle crepe delle nostre società e attecchisce. Il problema per gli europei è non ritrovarsi incastrati in questa tenaglia narrativa e aggrapparsi al senso del reale».

Il presidente francese e la premier italiana hanno due visioni differenti sul negoziato: Macron finora è sembrato il più scettico dopo l’incontro Trump-Putin.

«Da quando si è tenuto l’incontro bilaterale a Palazzo Chigi, si è verificato un reset nella relazione tra i due leader. Macron e Meloni seguono due linee politiche simmetriche che rimarranno sempre divergenti, ma la Francia e l’Italia hanno entrambi interessi strategici evidenti, tra i quali impedire che l’Ucraina veda la sua sovranità decapitata dalla Russia. Questa convergenza fattuale, che va al di là delle loro posizioni politiche, può essere capita facendo un paradosso: siamo sicuri che la Meloni, se fosse stata capo dell’opposizione, avrebbe sostenuto un’iniziativa come quella che ha portato da presidente del Consiglio?».

La distanza più netta è sull’ipotesi di un coinvolgimento militare diretto. Macron spinge. Meloni continua a escluderlo. Sarà inevitabile?

«Usciamo dal reality show. Come può l’Ucraina sentirsi protetta da garanzie che dipendono esclusivamente dalla parola data da due leader come Trump e Putin?»

Si parla di un meccanismo ispirato all’articolo 5 della Nato per dare garanzie di sicurezza. Non basterebbe?

«Ancora una volta, usciamo dalla fiction. Trump ha presentato come grande concessione russa l’apertura a garanzie di sicurezza in stile Articolo 5 per Kiev, ma in realtà questa era già l’ipotesi emersa nei negoziati di Istanbul del 2022. I colloqui si erano arenati perché Mosca pretendeva che qualsiasi intervento fosse subordinato a una decisione unanime di tutti i garanti (tra i quali Cina, Russia e Bielorussia), di fatto un diritto di veto che avrebbe reso le garanzie non operative. Putin potrebbe ottenere sul piano diplomatico ciò che non è riuscito a conquistare militarmente».

Macron e Merz hanno insistito sulla necessità di un cessate il fuoco prima del vertice trilaterale. Trump non la pensa così. Si può andare avanti con il negoziato senza fermare le armi?

«Tra i leader europei presenti oggi a Washington, Merz è stato uno dei più risoluti nell’affermare delle posizioni che cerchino di avere effetti reali nel mondo reale».

Nell’immagine: Gilles Gressani


Se Netanyahu non sa cosa vuol dire pace

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

Erano centinaia di migliaia gli israeliani che domenica hanno deciso di protestare nelle principali città del Paese contro la proposta governativa di occupare Gaza City: il colpo d’occhio ci riporta alle manifestazioni del 2023, prima del terribile 7 ottobre dello stesso anno, che riunivano ogni settimana cittadini indignati dalla riforma della giustizia voluta da Netanyahu. Quella stagione di scioperi e cortei aveva già mostrato un Paese spaccato: da un lato chi difendeva le riforme istituzionali dell’esecutivo, dall’altro chi temeva l’instaurarsi di un premierato di fatto illimitato.

Oggi, dopo quasi due anni di guerra, gli obiettivi sono mutati ma il comune denominatore resta: il governo di Netanyahu, il più a destra nella storia di Israele, deve fermarsi. Che si tratti di una manovra politica azzardata o di un piano militare dai sicuri esiti drammatici, la posta in gioco è la stessa: non solo la solidità delle credenziali democratiche di Israele, ma la sua stessa identità.

E soprattutto ritornano le immagini di una società che non accetta più i diktat di un leader percepito come sempre più autoritario. Il trucco è ormai svelato, e in molti si sono convinti delle vere intenzioni di Netanyahu, impegnato con tutte le sue forze a piegare il futuro del Paese alle proprie esigenze di sopravvivenza.

L’ultima tappa, che garantirebbe al primo ministro di rimanere in sella al governo prolungando sine die la guerra, blindando allo stesso tempo le richieste dell’estrema destra ultraradicale e ultranazionalista, è quella di occupare progressivamente ciò che rimane della Striscia di Gaza – secondo l’Onu l’87% del territorio è già sotto controllo militare o zona di evacuazione –, deportando la popolazione palestinese in località non ancora precisate, senza mezzi chiari e, probabilmente, annettendo in prospettiva l’intero territorio secondo visioni messianiche inaccettabili.

Nessuna considerazione per i cinquanta ostaggi ancora in mano ad Hamas, di cui circa venti vivi, la cui vita già appesa a un filo potrebbe essere definitivamente spezzata dall’inasprirsi del conflitto; nessuna pietà per i due milioni di palestinesi nelle morse di un’atroce carestia; nessun possibile accordo con Hamas fino alla sua “distruzione definitiva”.

Ma fino a che punto può andare avanti Netanyahu? Israele appare sempre più intrappolato in un crescente isolamento internazionale, mentre il riconoscimento della Palestina guadagna terreno. Sul fronte interno montano le proteste: le manifestazioni popolari, infatti, seguono di qualche giorno le critiche espresse dal capo di stato maggiore delle forze armate israeliane Eyal Zamir che ha avvertito sui possibili pericoli di impantanarsi in una guerra di logoramento nel tentativo di occupare Gaza City.

E, inoltre, l’opposizione politica, guidata da Benny Gantz, che lancia anatemi tuonando che la sorte degli ostaggi rimarrà sulla coscienza del primo ministro e del suo governo. Ieri, in questo desolante quadro, si è aperto un fragile spiraglio con l’ultima proposta di cessate il fuoco, accettata da Hamas e avanzata da Qatar ed Egitto, che prevede sessanta giorni di sospensione delle ostilità, lo scambio di prigionieri palestinesi e il rilascio della metà degli ostaggi.

Un varco sottile ma carico di conseguenze, che il Mossad potrebbe aver incoraggiato durante l’ultima visita in Qatar, nella consapevolezza che la prosecuzione indefinita della guerra rischia di trasformarsi in una trappola mortale per Israele stesso. La diplomazia fino all’ultimo respiro tenta di frenare l’escalation, rendendo di certo più arduo per Netanyahu conservare la postura arrogante dell’esecutivo stretto dalla pressione della sua base più oltranzista, per la quale la tregua equivarrebbe a una sconfitta politica.

Il dilemma è evidente: accettare l’accordo significherebbe guadagnare respiro sul fronte internazionale ma perdere credibilità agli occhi della destra radicale; respingerlo vorrebbe dire sprofondare in un isolamento crescente. Gli organizzatori delle manifestazioni di domenica si sono già dati appuntamento per questa settimana.

Resta da chiedersi, quanto ancora potrà resistere un Paese lacerato, che rischia di sacrificare ostaggi, civili e la propria stessa democrazia sull’altare di un progetto politico personale? Forse la vera minaccia non è la pace subito, ma l’ostinazione a non saperla mai pronunciare.

Nell’immagine: un manifestante veste la maschera di Netanyahu durante le proteste di piazza dello scorso 16 agosto


Swatch nella bufera in Cina: scoppia la polemica per il modello che fa gli occhi a mandorla

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

La Stampa

Un’intera nazione pronta a voltare le spalle a un colosso dell’orologeria svizzera. Swatch si è trovata al centro della polemica in Cina dopo la diffusione di una pubblicità in cui un modello, di origine non asiatica, si tirava gli angoli degli occhi. Un gesto che, per molti utenti cinesi, richiama il famigerato slanted eye – la caricatura razzista con cui, per decenni, sono stati derisi gli asiatici.

Dallo spot allo sdegno social

L’immagine ha rapidamente fatto il giro dei social cinesi, in particolare su Weibo, dove sono circolati per ore hashtag e commenti di sdegno. In molti hanno invocato un boicottaggio dei prodotti Swatch, accusando l’azienda di insensibilità culturale e razzismo.

«Fanno soldi da noi e osano ancora discriminarci», ha scritto un utente. «Saremo dei deboli se non boicotteremo Swatch fuori dalla Cina», ha aggiunto un altro. Qualcuno ha rincarato la dose: «Potete anche scusarvi, ma io non perdono».

Di fronte alla reazion del pubblico cinese, Swatch ha ritirato immediatamente l’immagine e pubblicato un comunicato ufficiale: «Abbiamo preso atto delle recenti preoccupazioni riguardanti la rappresentazione di un modello. Ci scusiamo sinceramente per qualsiasi malinteso o disagio causato. Trattiamo la questione con la massima serietà e abbiamo rimosso tutto il materiale correlato a livello globale».

Un gesto dovuto, ma che non è riuscito a placare le critiche. Per molti utenti, le scuse suonano come un tentativo di salvare la faccia – e i profitti – più che una vera presa di coscienza.

La memoria dei boicottaggi cinesi

Non è la prima volta che un brand internazionale si scontra con la linea rossa culturale del consumatore cinese. Nel 2018, Dolce & Gabbana finì sotto accusa per uno spot giudicato razzista in cui una modella cinese tentava goffamente di mangiare cibo italiano con le bacchette. Nel 2021, marchi come H&M, Nike e Adidas furono boicottati per aver espresso preoccupazioni sulle presunte violazioni dei diritti umani nella regione dello Xinjiang. Anche Uniqlo fu temporaneamente nel mirino per le sue dichiarazioni sulla provenienza del cotone.

Un mercato sempre più esigente

Per Swatch, la polemica arriva in un momento delicato. Circa il 27% del fatturato del gruppo proviene da Cina, Hong Kong e Macao, ma le vendite sono già in calo a causa della rallentata crescita economica cinese. Il rischio? Che la vicenda attuale acceleri un disamoramento già in corso.


Il vincitore Putin e l’Ucraina inesistente

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

Vladimir Vladimirovič Putin aveva tutto dalla sua parte nel summit d’Alaska. Non solo il vantaggio sul terreno bellico. Ma anche l’intelligenza tattica, un’Europa balbuziente e soprattutto un interlocutore americano più che contraddittorio e cedevole.

Arrivato ad Anchorage preceduto da dichiarazioni categoriche del presidente americano sulla volontà di ottenere almeno un cessate il fuoco (“altrimenti passerò a pesanti sanzioni contro la Russia”), Trump si è esibito in uno dei suoi peggiori voltafaccia, concedendo il massimo possibile al ‘nuovo zar’: la riabilitazione sulla scena internazionale più prestigiosa (polverizzando il mandato di cattura della Corte penale internazionale), il diktat su tempi e modi di proseguire il dialogo (“ci si rivede a Mosca”), una postura da tempi di “Guerra Fredda”, dialogo su un piano di parità e non da ex superpotenza condannata dalla Storia.

L’immagine del ministro degli Esteri Sergei Lavrov, che si presenta indossando una maglia con le vistose lettere in cirillico dell’Urss, era un messaggio eloquente: la Russia, come allora, vuole la sua parte di influenza “nel” e “del” mondo, e la premessa-promessa di riportare a casa l’Ucraina ribelle è presentata come il primo step, il preambolo. Certo, nell’immediato lo zar pretende almeno il Donbass, non solo la regione russofona, ma anche e soprattutto quella parte ucraina economicamente più ricca e sviluppata. Poi, appena possibile, tutto il resto. Infatti, cos’altro può essere la “cosa enorme” che Trump ha segnalato, senza precisare, nelle dichiarazioni finali, principale ostacolo a un accordo complessivo per far tacere le armi? E cosa ha costretto alla resa un tycoon fisicamente traballante e assai desideroso di gettare in fretta la spugna, rimediando – lui, candidato al Nobel per la pace – la peggiore figuraccia diplomatica che ci si potesse immaginare?

Si sa, convocati oggi alla Casa Bianca, Zelensky e i suoi alleati europei (la cosiddetta ‘Coalizione dei Volenterosi’) non hanno possibilità alcuna di sostituirsi agli Stati Uniti. Altro che “Zelensky tira un sospiro di sollievo”, com’era stato scritto nelle ore immediatamente successive alla fine del vertice. Sì, ha ironizzato qualcuno, “l’ultima sigaretta” del presidente ucraino. Di cui Mosca continua a chiedere la testa. Come Putin deve aver reiterato al summit. Frettolosamente organizzato sul… non detto. E cioè: cosa vuol garantire Mosca nei confronti di un’Ucraina cui la Russia non riconosce il diritto di esistere ma unicamente la possibilità (Putin dixit) di tornare alla Madre Russia attraverso una profonda “normalizzazione”: a Kiev un governo amico di Mosca e ad essa sottomesso, nel Paese una generale operazione di denazificazione, demilitarizzazione, asservimento, niente adesione alla Nato, ma neppure all’Unione europea.

Sì, proprio la “normalizzazione” evocata dalla maglia del ministro Lavrov. Utile a rincuorare in patria e all’estero quella parte di opinione pubblica che con soddisfazione vede riproposte le regole dello stalinismo, ampiamente riabilitato. È Putin che deve decidere su questo problema di fondo. Non lo svogliato Trump. Che una volta disse: “Ma l’Ucraina, che Stato è?”. Musica per le orecchie dell’amico russo.

Nell’immagine: Sergei Lavrov con l’ormai celebre maglietta


Nel gioco infinito di specchi dell’Urss Putin è prigioniero e custode ossessivo

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Che cosa vede Vladimir Putin da venticinque anni nella sua vita, nella sua vita di padrone-recluso del Cremlino? Cosa occupa la sua mente dentro quelle mura secolari, sotto le luci della gloria, all’ombra spessa del sangue e di ostinati faccia a faccia con la spietatezza, seduto su quelle poltrone a rimirare le stesse stanze degli zar e dei segretari generali del Pcus, ad attraversare corridoi a cui come per una magia soldati spalancano le porte, a presieder riunioni sulle “operazioni speciali” dove a capotavola un tempo furono Lenin geniale teorico del partito barricata, Kruscev il simpatico mugiko, Breznev l’ubriacone e Gorbaciov il goffo liquidatore?

Un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, verrebbe da dire un secolo dopo l’altro. Vede e contempla perennemente se stesso come in un gioco di specchi che riflette all’infinito sempre la stessa immagine: quella dell’Unione Sovietica, la grande potenza proletaria, lo scudo e la lancia di una rivoluzione mondiale che non venne mai. C’è da diventare pazzi. Oppure strumenti primi e massimi di tale sistema e della sua possibile restaurazione.

La storia sovietica, il prima di quell’ottantanove del disastro in Russia in fondo non è mai stata negata o scavalcata se non da piccole e illuminate minoranze decise a imboccare i sentieri di un libero sviluppo, una grande zona di ombra che non si deve illuminare per le sue miserie e le sue piaghe ma solo percorrere avvertendone le immense dimensioni; che danno piaceri tanto più intensi quanto più l’ombra si fa intensa e rifugge la luce. La restaurazione putiniana di cui siamo spettatori da ottusi trionfalisti della guerra fredda – da venticinque anni! – è questo soddisfatto cammino di ciechi. Nella volontà di salvaguardare i dogmi defunti del passato in realtà ci sono interessi concreti.

È bastata una felpa con quattro caratteri in cirillico “Cccp”, non esposta nei negozietti per turisti nostalgici ma indossata dal ministro degli Esteri Lavrov alla vigilia del vertice in Alaska. Contemporaneamente un’allusione minacciosa e una soddisfatta constatazione di un successo politico. Il personaggio non a caso incarna la continuità antropologica di quel passato non solo per la biografia ma soprattutto per lo “stile”, il consumato mestiere e l’astuzia nelle bufere della storia. E siamo già al ritorno dell’Urss, al bric-à-brac dei tempi in cui i bolscevichi volevano «preparare il terreno per la gentilezza» ma purtroppo a Mosca non si poteva esser gentili, e il popolo russo era solo legna per accendere il fuoco della rivoluzione mondiale.

Eppure non siamo alla restaurazione di una illusione prometeica (una delle tante fallite nei secoli) e di un inesorabile determinismo storico, anch’esso illusorio. Non avevamo fatto abbastanza attenzione al “vintage” delle bandiere rosse con falce e martello dei reggimenti che sfilavano nelle parate della vittoria. Alle disinvolte addizioni di una Storia totale che lascia spazio a non troppo sottili revisionismi staliniani: un continuum dalla Santa Russia ai bolscevichi a Putin.

Si scavalcavano gli anni della stagnazione sovietica e ci si ricollegava alla grandeur del Padre dei popoli e ai suoi efficaci svaghi liquidatori. In fondo la scenografia di Anchorage allestita in cooperazione con Trump che cosa è stato se non un meticoloso spettacolare revival degli anni della Guerra Fredda? Ecco di nuovo i contrasti e i disgeli, le manovre psicologiche attinte dal forziere degli anni Cinquanta, ecco di nuovo le lotte per le sfere di influenza, il confronto tra capitalismo e comunismo che si svelava come complicata partita tra due arroganti e voraci imperialismi allora orfani di avversari.

Che impressione produce questa ripetizione di oggetti e gesti a cui non eravamo più abituati? Tra i russi intendo, non i testimoni dell’Urss ma tra le generazioni eltsiniane e putiniane. Credo un’eccitazione molto simile a quella che si provava a scuola quando il professore iniziava la lezione di geometria con le parole: “Prendiamo un punto nell’infinito…”.

Quel punto nell’infinito è una memoria storica (manipolata) senza la quale non si può nemmeno cominciare a capire la Russia di Putin come non si può capire la geometria. Quel punto è il concetto di potenza. Ma non nel senso in cui la interpretiamo noi accomodati stoltamente nella idolatria economica del Mercato risolvi-tutto, del surplus e della Borsa. È un concetto di potenza elementare, eterno nella sua semplicità, brutale, indiscutibile: nel caso cinquemila bombe atomiche, undici fusi orari di territorio, risorse naturali infinite, centocinquanta milioni di sudditi che si possono fisicamente spendere con centralismo e disciplina senza neppure un inarcare di ciglia. Non c’è più il Partito che spiega e camuffa, restano gli Onnipotenti Apparati. Ed esser potenza come destino manifesto, in sé e per sé. Si possono gettar nell’immondizia le ideologie ma non la geografia e la storia. Un’idea in fondo non zarista o comunista: un millenarismo bizantino, da terza Roma.

Quello di Putin non è uno riuscito ritorno all’Urss. Non se ne è mai allontanato, biograficamente e politicamente. Perché avrebbe dovuto farlo? Era un modello perfetto di ideologia malleabile per il Capo e spietata per tutti gli altri. È lì che ha imparato il classico stile staliniano: semplicistico e minaccioso. È un costruttore di piramidi che non ha neppur bisogno di fingersi sacerdote di felicità promesse come l’utopista dispensatore di guai Kruscev. È un duro pragmatico che, soddisfatto, ha notato come il mondo che lo circonda comprenda e si conformi, dietro a chiacchiere ipocrite, alla sua matematica della potenza e della prepotenza. In questo senso Putin è semplicemente uno di noi.

Nell’immagine: Mosca: la parata per il Giorno della Vittoria sulla Piazza Rossa


Perché l’Occidente affronta il test decisivo

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Il vertice di oggi sull’Ucraina alla Casa Bianca è un referendum sull’ordine europeo. Non riguarda solo Kiev, ma il principio che i confini non si cambiano con la forza e che la sovranità non è merce di scambio.

La posta è triplice. Primo: impedire che il futuro dell’Ucraina sia deciso solo da Washington e Mosca, riducendo l’Europa a spettatore di una nuova Yalta. Secondo: vincolare Trump a garanzie di sicurezza per Kiev che diano continuità alla difesa europea. Terzo: riaffermare che sovranità e confini intangibili non sono negoziabili con Putin. Gli europei arrivano a Washington non come semplici accompagnatori di Zelensky, ma come potenziale contrappeso a due rischi concreti: il bullismo negoziale di Trump e la sua tentazione di piegarsi alla logica di Mosca. L’Ucraina è solo una parte — e forse non la più importante — del più generale rapporto tra Mosca e Washington. La presenza europea serve a tentare di blindare il presidente ucraino e probabilmente torna utile anche a Trump, come carta da spendere con l’opinione pubblica interna: dimostrare che non agisce in solitaria, ma dentro un quadro condiviso. In questo senso, la compattezza dei “Volenterosi” è decisiva, pur con differenze interne: Francia e Regno Unito spingono per un approccio più muscolare, mentre Italia e Germania restano più caute.

I nodi critici sono due: aspetti territoriali e garanzie di sicurezza all’Ucraina. Ad Anchorage Putin ha preteso che Kiev si ritiri da Donetsk e Lugansk, offrendo in cambio un congelamento del fronte e qualche lembo di territorio a Sumy e Kharkiv. Una formula che darebbe a Mosca profondità tattica, basi di fuoco e nodi logistici, accorciando le distanze da Kharkiv e dal Dnipro: un vantaggio operativo permanente mascherato da compromesso. Accettare amputazioni significative equivarrebbe a piegarsi alla logica della forza, legittimando un precedente che andrebbe oltre l’Ucraina. Una pace che legalizza la forza è un manuale per la prossima guerra. Del resto lo stesso Trump non è immune da revisionismo dei confini: le sue aspirazioni su Groenlandia, canale di Panama e sullo stesso Canada, sono segnali poco rassicuranti dell’atteggiamento americano e che rendono urgente riaffermare che i confini non si cambiano con la forza.

Proprio perché rischia amputazioni territoriali, per Kiev il tema delle garanzie diventa decisivo. Se l’Ucraina fosse costretta a gravi sacrifici, adeguate garanzie sarebbero la condizione politica per rendere accettabili le rinunce mentre lo strumento militare sarebbe cruciale per evitare nuove aggressioni.

Trump ha rilanciato il messaggio russo senza chiarire se lo facesse proprio, aggiungendo però la preferenza per un accordo immediato, senza la fase intermedia del cessate il fuoco. È il riflesso di un approccio transazionale: chiudere il dossier come fosse un affare, senza costruire una cornice di sicurezza collettiva.

Se gli americani chiedessero a Zelensky rinunce territoriali, il vero banco di prova sarebbero le garanzie. Sono state evocate formule “tipo-Nato”: non l’ingresso formale, ma impegni di difesa che replichino, per quanto possibile, la logica dell’Articolo 5 dell’Organizzazione. Ciò eviterebbe la presenza stabile di truppe Nato in territorio ucraino, ma attiverebbe una assistenza militare immediata in caso di nuova aggressione russa. Occorrerebbe però chiarire chi eroga tali garanzie, quali limiti hanno e fino a che punto implichino un sostegno militare diretto; soprattutto, quali sono i termini e i limiti del “cappello” americano alle forze europee. Senza questa chiarezza, ogni promessa rischia di restare retorica.

Le opzioni tradizionali hanno comunque limiti intrinseci: il peacekeeping classico è impotente su 1.200 chilometri di fronte (mandati limitati, armamento leggero, regole d’ingaggio di mera autodifesa); la deterrenza esercitata già dalla Nato nei Paesi baltici ha valore soprattutto simbolico e non impedirebbe una conquista rapida; una forza di deterrenza vera e propria, con 100–150 mila uomini, è oggi politicamente ed economicamente impraticabile.

Resta la via dell’“istrice”: trasformare l’Ucraina in uno Stato talmente armato, addestrato e integrato da rendere proibitiva ogni nuova offensiva russa. Si tratta però di una soluzione probabilmente inaccettabile per Mosca.

Il vertice di oggi, dunque, non riguarda solo Kiev: è il test della capacità dell’Occidente di difendere la propria coerenza strategica. Quanto, infine, all’ipotesi di un incontro a tre fra Trump, Putin e Zelensky, è evidente che al momento non piace a Mosca: Putin potrebbe accettarla solo dopo che un pacchetto negoziale fosse già chiuso, come passerella per sancire decisioni prese altrove. Un vertice celebrativo, non negoziale. È questa la vera posta in gioco a Washington: decidere se l’Ucraina resterà uno Stato sovrano e difendibile, o se diventerà il laboratorio di un nuovo ordine fondato sulla forza e sul ricatto.


Il figlio di Orwell: “Mio padre imparò in Spagna a odiare Stalin”

Soltanto una politica e un'ideologia solida possono rimettere il trumpismo nell'angolo nero da cui proviene – Di Manuele Bertoli 

Di Sara Scarafia, La Repubblica

Il 17 agosto di ottant’anni fa, George Orwell pubblicava La fattoria degli animali, il racconto distopico diventato un bestseller mondiale, la favola amara, la satira iconica, che denunciava la dittatura in Unione Sovietica. Un romanzo che ha venduto undici milioni di copie e che continua a scalare le classifiche, insieme a 1984, tornato nella top ten dei più venduti dopo la rielezione di Trump. In occasione dell’anniversario, è Richard Blair, il figlio che Orwell adottò neonato nel 1944, a raccontare il lato più intimo del romanzo che, dice, «rimane un’ispirazione indimenticabile per tutti coloro che lottano per la libertà».

In un lungo articolo a sua firma sul Guardian, Blair, che Orwellprese con sé con la prima moglie Eileen, che morirà pochi mesi dopo, ricostruisce la storia del libro nato sotto le coperte, in un inverno, quello tra il 1943 e il 1944, tra i più freddi del secolo.

«I miei genitori vivevano in un appartamento mal riscaldato a Kilburn, nella zona nord-ovest di Londra – scrive Blair, che cura il patrimonio letterario di Orwell – Ogni sera mio padre leggeva a mia madre quello che aveva scritto sotto pesanti coperte nel letto. Discutevano della storia che stava prendendo forma e di come proseguire».

La rivolta degli animali contro il fattore Mr. Jones appassionava la coppia se è vero, come racconta il figlio, che la madre ogni mattina aggiornava i suoi colleghi del ministero dell’Alimentazione sull’evoluzione della trama. Blair sostiene che il padre abbia sempre rispettato il talento della moglie, anche se in Inghilterra due anni fa ha fatto molto discutere La vita invisibile della moglie di Orwell di Anna Funder che sosteneva invece che l’autore l’avesse oscurata. La madre, racconta Blair, «aveva battuto a macchina e revisionato i manoscritti di mio padre, offrendogli correzioni e revisioni dettagliate».

Secondo il figlio adottivo a spingere i suoi genitori a denunciare la situazione in Unione sovietica, fu il ricordo della guerra civile spagnola durante la quale «avevano assistito alle calunnie, alle incarcerazioni, alle torture e agli omicidi di decine di loro amici e compagni. Erano dovuti persino fuggire dalla Spagna sotto la minaccia dell’arresto e dell’esecuzione da parte degli stalinisti». Orwell era convinto che la Russia di Stalin fosse «l’esatto contrario del vero socialismo».

Blair ricostruisce anche la storia editoriale del romanzo, che prima di essere pubblicato dovette superare non poche difficoltà: «C’era una profonda riluttanza istituzionale a permettere qualsiasi critica alla Russia sovietica mentre era alleata dellaGran Bretagna nella lotta contro il nazismo».

Cinque grandi case editrici lo rifiutarono, fino a quando Fredric Warburg della Secker & Warburg, accettò di pubblicarlo. «La fattoria degli animali ha avuto una storia straordinaria. In un mondo in cui l’autoritarismo, il nazionalismo, la xenofobia e la menzogna politica sono in aumento, abbiamo più che mai bisogno di tenerlo al nostro fianco».

Nell’immagine: Orwell e la moglie Eileen