Shalom Auslander: “L’America è su un piano inclinato. Sparano sui due fronti: è l’inferno”

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Di Giulio D’Antona, La Stampa

Shalom Auslander è un romanziere. Ma è anche un attento osservatore della natura umana, in parte provocatore e in parte irrimediabilmente sincero, al punto da non saper mai dire nient’altro che quello che pensa. All’indomani della morte di Charlie Kirk e nel bel mezzo dell’escalation di dichiarazioni trumpiane sempre più fuori controllo – sinistramente legate alla violenza crescente e alle altre escalation, quelle belliche, che stanno minando il mondo occidentale –, la voce e la sincerità di Auslander sono rinfrescanti e chiarificatrici, pur nell’intrico di metafore e racconti che trova sempre per argomentare, come sa esserlo solo, a volte, la buona satira.

Parlando del suo capolavoro del 1940, Il grande dittatore, Charlie Chaplin ha detto: «Il potere è fatto per essere deriso, e più è malvagio, più va smascherato». Auslander, nel suo cinismo perfetto, fa questo. Smaschera il potere dal basso, senza chiedere niente in cambio.

Che aria tira?
«Sa sempre più intensamente di zolfo».

Colpa di Trump, immagino. In che direzione sta andando?
«Dritto verso l’inferno. Anche se, a dire il vero, l’altra sera sono uscito con Satana (era il compleanno di un amico) e nemmeno l’inferno lo vuole. Satana mi ha detto: “Sai, stavo pensando di farlo vivere per l’eternità, condannarlo a continuare la sua miserabile, acida e insulsa esistenza sulla Terra, che ne pensi?”».

Cosa gli ha risposto?
«Bel tentativo, Satana. Toglicelo di torno».

L’ultima volta che ne abbiamo parlato lei era preoccupato, ora mi sembra fatalista…
«Hanno cominciato a sparare su entrambi i fronti, ed è già un fatto piuttosto indicativo che per riferirmi alla società di un Paese cosiddetto “civile” come gli Stati Uniti io debba parlare di fronti. Siamo su un piano inclinato e stiamo prendendo velocità».

A proposito, cosa ne pensa dell’omicidio di Charlie Kirk?
«Noi esseri umani abbiamo difficoltà a metterci d’accordo sui punti di vista, questo mi sembra palese. Ma potrebbe essere utile se riuscissimo ad accordarci, d’ora in poi, di fregarcene delle convinzioni politiche degli psicopatici assassini. “L’assassino è di sinistra?”, chiede la destra. “L’assassino è di destra?”, chiede la sinistra. L’assassino è uno psicopatico, basta. Non mi interessa se preferisce il gelato al cioccolato o quello alla vaniglia, le magliette a girocollo o quelle a V, McDonald’s o Burger King. Nel momento in cui premi il grilletto di una pistola puntata contro un altro essere umano, le tue posizioni su qualsiasi cosa cessano di interessarmi. Sei un meshuggah, un matto, vai a quel paese».

C’è soluzione alla violenza?
«Ci sarebbe una soluzione politica se la politica la smettesse di fare il gioco degli influencer dotati di armi di distruzione di massa e si rimettesse a fare la politica».

Le soluzioni di Trump sono tutte piuttosto radicali…
«Ultimamente inneggia alla pena di morte più spesso di un giacobino nel 1789, con la stessa convinzione di essere dalla parte giusta della storia».

La preoccupa?
«Ho sempre pensato che nessun uomo o donna al mondo alimentato da un tale livello di emozioni negative tossiche potesse vivere a lungo; quindi, che non ci fosse molto di cui preoccuparsi. Qualche giorno fa, però, ero a New York, e in metropolitana ho visto un cartello che diceva che avevano usato un “nuovo veleno” per uccidere gli scarafaggi. Mi sono chiesto cosa ci fosse che non andasse in quello vecchio».

Si erano abituati?
«Esatto. Online ho scoperto che col tempo gli scarafaggi sono effettivamente diventati in grado di mangiare il veleno senza danni, e gli sterminatori devono cambiarlo. Ho iniziato a chiedermi se questo valga anche per Trump. Quindi, per rispondere alla sua domanda, questa è la mia più grande preoccupazione: che Trump abbia sviluppato una capacità simile a quella degli scarafaggi di vivere di pura tossicità e che sopravviverà altri cento anni».

Come farà a mantenere la credibilità, però?
«Come sempre: raccontando alla gente storie spaventose su cose spaventose da cui solo lui può salvarla. Certo, la cosa davvero spaventosa è che un espediente da imbonitore così ovvio, logoro e scadente funzioni ancora. Ma probabilmente funzionerà sempre, è così che si fanno i dittatori migliori».

Si prepara a un regime totalitario?
«Se trova una storia abbastanza spaventosa da convincere tutti che sia necessario, sì. Comincerà dalle elezioni del 2026 e poi avrà la strada spianata. Personalmente, sospetto che ce la farà. Non deve nemmeno essere una storia nuova».

Ha un’idea su quale potrebbe essere?
«Potrebbe riciclare quella dell’anno scorso: “La storia degli immigrati spaventosi che mangiano i vostri animali domestici”. Potrebbe tornare al vecchio tema: “Quante persone spaventose stanno invadendo il nostro Paese”. Potrebbe persino raccontare il classico: “Gli ebrei segreti e spaventosi stanno gestendo il governo”. Se dovessi scommettere, direi che la storia sarà una versione di “Non riesci a vedere il terrificante nemico nascosto nell’ombra perché i democratici pedofili gay uccisori di feti comunisti liberali lo stanno nascondendo, ma io sì”. La sua reazione all’assassinio di Kirk è stata una variazione sul tema, in effetti».

Chaplin diceva che il potere malvagio va smascherato…
«Pur con una mente creativa come la sua, credo che nemmeno Chaplin avrebbe potuto immaginare una macchina di propaganda così vasta, globale e onnipresente come Internet, che è a mio parere la vera causa dello stato di questa nazione (e di poche altre). E se Chaplin l’avesse immaginata, beh, avrebbe dovuto avvisarci, dannazione!».

Internet ha creato anche Kirk…
«Tutti i cattivi della storia sono stati favoriti da una condizione di indebolimento delle masse. Hitler aveva la recessione, Trump ha Internet e la credulità che genera».

I suoi fedeli non stanno perdendo fiducia?
«Non saprei, ma stamattina ero in palestra e c’erano due televisori accesi, entrambi sintonizzati sul telegiornale: uno su un canale progressista, l’altro su un canale conservatore. Le notizie su entrambi i canali erano pessime. Ma le notizie in palestra erano molto buone, perché i clienti, sia progressisti che conservatori, correvano da una parte all’altra, cercando i telecomandi per spegnere entrambe quelle maledette macchine infernali dell’odio. Mi dà speranza».

Satana cosa ne pensa?
«Dopo che gli ho detto di tenersi Trump ha protestato ancora un po’ e poi gli è venuta l’idea di spedirlo in paradiso. Allora è intervenuto dio: “In paradiso? Ma andate all’inferno!”, e ci siamo fatti una bella risata. La cosa interessante è che, tra noi tre, Dio era il più arrabbiato. Ha iniziato a inveire: “Come hanno potuto i miei seguaci cascare nelle mani di questo idiota? Come ha potuto qualcuno che crede in Cristo votare per quest’uomo?”, e se ne è andato infuriato. È un bravo ragazzo, Dio, ma, detto tra noi, a volte è un po’ ingenuo».

Come è finita?
«Ho chiesto a Satana: “Cosa succederà adesso?”. “Bè, l’umanità inizierà a rendersi conto che la tecnologia che ha creato per unirli li sta allontanando, e così inizierà a limitarne l’uso e la produzione. In brevissimo tempo, le esortazioni all’odio da parte dei politici inizieranno a cadere nel vuoto e verranno tutti sostituiti da persone che si preoccupano più della sicurezza dell’umanità che degli insaziabili bisogni dei ricchi”. Ero commosso, ma lui ha iniziato a ridere e ho capito che in realtà era solo un po’ fumato. Quindi ho augurato buon compleanno al mio amico e me ne sono andato, con il suono delle risate di Satana che mi seguivano lungo la strada mentre tornavo a casa».

L’ironia del diavolo…
«Ma stavolta non è colpa sua, come non è colpa di Charlie Kirk. Lo sappiamo bene di chi è la colpa e non riusciamo a liberarcene».

Nell’immagine: Shalom Auslander


Far West nel Mar dei Caraibi. Maduro si prepara al peggio

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Di Claudia Fanti, il manifesto

Nel Mar dei Caraibi va in scena il Far West. Il secondo raid statunitense in due settimane contro imbarcazioni venezuelane sospettate di trasportare sostanze stupefacenti è stato annunciato dallo stesso Trump con un video su Truth Social. «Su mio ordine – ha scritto – le forze armate Usa hanno condotto un secondo attacco contro i cartelli della droga e narcoterroristi estremamente violenti che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale, la politica estera e gli interessi vitali degli Stati Uniti». Un raid che ha provocato la morte di tre persone a bordo, le quali si aggiungono alle almeno undici vittime della prima operazione militare del 2 settembre scorso, diretta contro «narcotrafficanti identificati con certezza come appartenenti al Tren de Aragua nell’area di competenza del Comando Sud degli Stati Uniti».

CHE SI TRATTASSE di narcotrafficanti, tuttavia, esistono molti dubbi: secondo il governo venezuelano, non solo nessuno degli undici morti era membro di una banda, ma la barca era stata affondata mentre stava tornando a riva, cosicché, qualunque fosse il suo carico, di certo non era diretto negli Stati uniti. Secondo Trump, anche l’imbarcazione colpita lunedì avrebbe trasportato cocaina e fentanyl, ma neanche in questo caso è stata fornita una sola prova verificabile in modo indipendente.

Sono piuttosto venti di guerra quelli che soffiano nel Mar dei Caraibi, come indica il massiccio dispiegamento militare Usa, senza precedenti dall’invasione di Panama nel 1989: tre cacciatorpediniere, un sottomarino d’attacco e l’Iwo Jima Amphibious Ready Group, composto da tre navi anfibie con a bordo circa 4.000 marines, più alcuni aerei da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon, a cui si sono aggiunti, poche ore prima del secondo attacco, gli F-35 schierati a Porto Rico.

SCONTATA LA REAZIONE del presidente Maduro, che ha accusato l’amministrazione Trump di voler portare avanti non una lotta contro il narcotraffico ma un piano diretto a rovesciare il suo governo, per appropriarsi del petrolio e delle ricchezze del paese. «È un’aggressione su larga scala», politica, diplomatica e militare, ha denunciato, ribadendo che, se il Venezuela venisse «attaccato dall’impero americano», passerebbe all’istante alla «lotta armata». «Realizzeremo azioni armate in qualunque luogo sia necessario per affrontare il gruppo mercenario o invasore yankee», ha assicurato, confermando la mobilitazione di 2 milioni e mezzo di soldati e miliziani nel quadro di un piano di difesa nel segno «della pace e della sovranità», ma esprimendo allo stesso tempo fiducia nella diplomazia per evitare una «grande guerra» nella regione.

Forti perplessità sulla legalità degli attacchi statunitensi hanno espresso però, fin dal primo raid in acque internazionali, anche alcuni senatori repubblicani e democratici. «Le nostre forze armate non sono forze dell’ordine. Non hanno il potere di dare la caccia ai presunti criminali e ucciderli senza processo», ha affermato per esempio il senatore Jack Reed, il principale esponente democratico dell’Armed Services Committee del Senato.

E NON DIVERSAMENTE si è espresso Daphne Eviatar, direttore del Security with Human Rights program di Amnesty International Usa: «Cerchiamo di essere chiari: questa potrebbe essere un’esecuzione extragiudiziale, cioè un omicidio. Non c’è assolutamente alcuna giustificazione legale per questo attacco militare».

Durissimo è stato anche il commento del presidente colombiano Gustavo Petro, che lunedì, durante una riunione di gabinetto trasmessa in televisione, ha definito pure lui «omicida» il nuovo raid degli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi: «Hanno appena distrutto un’altra imbarcazione con tre persone. Anche nel caso in cui avessero davvero trasportato cocaina, uccidere tre passeggeri su un’imbarcazione con un missile è un omicidio, e il governo degli Stati Uniti sta assassinando latinoamericani sul proprio territorio».

Una dichiarazione seguita da lì a poco dalla notizia della revoca, per la prima volta in 28 anni, della certificazione anti-droga alla Colombia, accusata di essere venuta meno «ai suoi obblighi in materia di controllo delle sostanze stupefacenti». Una notizia in realtà tutt’altro che inattesa, a fronte del drammatico aumento degli ettari coltivati a coca e del rapporto ben poco amichevole tra Petro e Trump. Colpendo il presidente colombiano, tuttavia, il tycoon ha voluto risparmiare il suo paese, mantenendo una certificazione con riserva, grazie a cui la Colombia continuerà a ricevere i 450 milioni di dollari di assistenza militare necessari a combattere i narcotrafficanti, evitando al contempo gli effetti negativi sul turismo, gli investimenti e i crediti che avrebbe prodotto una revoca completa.

MA IL RITIRO della certificazione piena è solo l’ultimo dei problemi di Petro, il cui ambiziosissimo programma di «pace totale», su cui aveva deciso di investire tutte le energie del suo governo, è franato miseramente di fronte all’evidente incapacità dello Stato di proteggere la popolazione contadina, indigena e nera dalle organizzazioni criminali.

L’ultimo passo falso è stato l’annuncio della ripresa delle fumigazioni aeree contro le coltivazioni di coca: una strategia, da lui non a caso criticata per anni, che si è rivelata del tutto inefficace contro i gruppi criminali, generando invece gravi conseguenze ambientali e conflitti socio-economici.

Nell’immagine: la barca venezuelana colpita dall’esercito statunitense


Campo Marzio: tra visioni, provocazioni e intelligenza

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Mi debbo preoccupare? È un interrogativo che mi accompagna da un po’ di tempo. Dopo aver dato qualche ragione a Gianni Righinetti, vicedirettore del «Corriere del Ticino» (sui temi dell’arrocchino e del telefonino a scuola), oggi do ragione a Paolo Morel, presidente della sezione Plr di Lugano. Il quale afferma che «per uscire dalle sabbie mobili di oggi attorno al Campo Marzio servono delle visioni. Anche audaci. Ma soprattutto vicine alla gente» (CdT, 11 settembre).

Ad esempio immaginare, per quel prezioso comparto, la creazione di una vasta area verde con dei contenuti alberghieri e residenziali a pigione moderata riassunti in una torre, e un centro congressuale leggero, modulabile, «una struttura molto piccola, ecologica e sostenibile anche finanziariamente che potrebbe estendersi dal PalaCongressi al parco Ciani». Il che comporterebbe la collocazione dei campi da tennis altrove, come è capitato e capita tuttavia in moltissime città: è mai possibile che pregiati terreni comunali siti in centro città, in riva al lago, vengano calpestati da sole poche decine di amatoriali tennisti e non siano a totale e libera disposizione dei luganesi e dei turisti? Di tutti noi?

I cambiamenti climatici stanno causando un aumento significativo delle temperature globali, con estati sempre più calde. Nei centri urbani spesso si verifica un fenomeno detto ‘effetto isola di calore urbana’, che influenza negativamente la qualità della vita, la salute pubblica e il consumo energetico. Numerosi sono le città che riconoscono il verde urbano come un servizio pubblico essenziale, fondamentale per la nostra vita quotidiana, per il nostro benessere e per lottare contro l’inquinamento atmosferico.

Questo assunto stava alla base della proposta da me fatta nella passata legislatura in una riunione della Commissione della Pianificazione che si occupava della progettazione del Campo Marzio Nord e poi ripresentata il 27 settembre 2023 nell’ incontro con il municipale Filippo Lombardi e  il sindaco Michele Foletti (cfr. MMN. 11264 “Campo Marzio Nord” e sviluppi “Campo Marzio Sud : verbale del 27. IX. 2023). Constato ora con piacere che essa viene pubblicamente ripresa, o condivisa, dalla direttiva del Plr di Lugano e sostenuta anche da uno dei due municipali liberali. Una “visione”, questa, che non si vorrebbe partitica, ma politica, dotata cioè di buon senso, soprattutto, e di capacità progettuale per una “città a dimensione umana”. E poi, sarebbe davvero una “visione” o semplicemente una progettazione ragionevole e di buon gusto di uno spazio pubblico aperto a tutti?

Lugano se vuole essere una città di cultura e di congressi deve essere meno bottegaia; non deve solo amministrare il presente, ma anche progettare il suo futuro con lungimiranza. Prenda esempio da Lucerna, Neuchâtel, Ginevra, Sion ecc.

Il concetto che qui si propone è molto semplice ed è stato illustrato dalla municipale Karin Valenzano Rossi sul Cdt del 12 settembre: «La visione si allarga in modo coraggioso e lungimirante a tutta l’area di Campo Marzio Nord e Sud, immaginando un grande parco urbano continuo collegato idealmente al Parco Ciani. Un vero e proprio polmone verde a ridosso del lago e del centro, che aumenta la fruibilità, migliora la qualità dello spazio pubblico e risponde alla richiesta di una città più fruibile da parte di tutti.[…].  Questa proposta coraggiosa non contraddice l’ipotesi progettuale esistente. Al contrario, ne accoglie e integra tutti gli elementi fondamentali (congressi, capacità alberghiera, alloggi sostenibili), rispondendo così a tutte le esigenze, in modo più compatto, intelligente e sostenibile». Dove poi collocare «nel grande parco urbano questi elementi fondamentali» sarà un compito da affidare agli architetti.

Mi permetto di ribadire che questa proposta non è una “visione coraggiosa”, tantomeno una “provocazione”, ma semplicemente una proposta intelligente e necessaria per lo sviluppo di una città che vuole rimanere una bella “città a dimensione umana”, dove si viene molto volentieri a passeggiare lungo il lago, come si fa sul lungolago di Ouchy (Losanna). Così come sarebbe saggia l’estensione delle zone 30 in sei quartieri residenziali luganesi decisa dal Consiglio comunale, che salvaguardia la qualità di vita e la sicurezza di tutti, e che non tocca affatto le strade di scorrimento del traffico. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire.


Putin e la roulette russa dei droni per spaccare l’Occidente

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Cosa spinge Mosca a scoprire di essere «di fatto in guerra» con la Nato? E a dirlo per bocca del portavoce di Vladimir Putin? Dmitry Peskov è latore di messaggi che vengono dal presidente russo, senza le smagliature provocatorie di Dmitry Medvedev o le rifiniture diplomatiche di Sergei Lavrov. Quello che Putin pensa resta un mistero, ma quello che egli vuole si pensi che egli pensa, lo fa dire al fedele ed efficace Peskov. Ieri con una mossa che punta a spaccare la Nato ed isolare l’Europa. Azzardo più che scacchi.

Lettura più semplice: per legittimare i droni. Il messaggio arriva in coincidenza con un intensificarsi di punture di spillo russe oltre il confine Nato, prima in Polonia poi in Romania: l’intrusione di droni nello spazio aereo è un potenziale atto di guerra, abbatterli puramente di legittima difesa. Ma, fa dire il presidente russo, «tanto siamo in guerra», dunque lo sconfinamento di droni non fa che riflettere questo stato di cose.

Il che non rassicura certo la Nato, anzi pone un problema immediato di rafforzamento delle difese antiaeree nei Paesi di confine. Da manciate di droni russi la Nato sa come difendersi senza escalation al di là dei confini. Ma, visto da Mosca, sarebbe un inutile, per quanto limitato, spreco di mezzi senza alcun beneficio strategico, anzi col risultato di allarmare l’Alleanza e mobilitarne le capacità di sorveglianza e di difesa.

Per una lettura più complessa delle intenzioni russe occorre prima sgombrare il campo da ogni cortina fumogena. Tra Nato e Russia non c’è oggi più «guerra» di quanta ce ne sia stata dal 24 febbraio 2022, cioè dal momento dell’invasione russa dell’Ucraina. Da allora i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, chi più chi meno, qualcuno (Turchia) con acrobazie di politica estera, hanno sostenuto Kiev con aiuti militaricomplessivamente ingenti ma guardandosi bene dall’entrare in conflitto diretto con Mosca.

La linea rossa fu tracciata a suo tempo, rigorosamente, dall’amministrazione Biden a Washington. Ripetutamente esplicitata. Scrupolosamente rispettata per più di tre anni e mezzo da tutti gli alleati. E, implicitamente, accettata dalla Russia, come pure le sanzioni – che, da parte Ue, stanno arrivando al 19esimo pacchetto. Mosca non fa mistero di considerare ostili le politiche europee ed atlantiche nei suoi confronti ma non le aveva finora classificate come «guerra di fatto». Fino ad ieri.

Cos’è cambiato? Principalmente due cose. Primo, Vladimir Putin si sente più forte di quanto non fosse solo un paio di mesi fa. Non tanto per l’andamento della guerra, in cui guadagna terreno ma sempre millimetricamente rispetto agli obiettivi e con grandi sacrifici di vite russe, e ultimamente nordcoreane. Più forte internazionalmente dopo il tappeto rosso di Anchorage, il vertice Sco di Tianjin e, soprattutto, la parata militare di Pechino accanto a Kim Jong-un e Xi Jinping.

L’uno gli assicura carne da cannone; l’altra cooperazione energetica, tecnologica e industriale essenziale per la macchina da guerra russa. Secondo, al consolidamento delle alleanze pro Russia (ormai non si può più dubitare da che parte stia Pechino, e non lo nasconde) rispondono lo sgretolamento dell’Occidente nel sostegno all’Ucraina. Ormai il sostegno di Kiev poggia sull’Europa con un’America trumpiana agnostica, disposta a fornire armi a Kiev a condizione che qualcuno le paghi e impegnata nella ricerca di una via diplomatica che, in sei mesi, non ha prodotto alcun risultato concreto, ma alla quale tutti, a cominciare da Volodymir Zelensky, devono far finta di credere per non alienarsi Donald Trump.

Vladimir Putin, con la complicità di Donald Trump, è riuscito nel capolavoro strategico inseguito vanamente da Mikhail Suslov e dai falchi sovietici: dividere l’Occidente. Loro cercavano di staccare l’Europa dagli Stati Uniti, Putin ha realizzato l’operazione inversa, staccando Washington dall’Europa. E questo gli permette adesso di sfidare la Nato. In realtà, sfida l’Europa che ha già definito nemico – non gli Usa però, vedi Anchorage. La «guerra di fatto» con la Nato è una guerra di fatto con l’Europa. Il presidente russo percepisce – o sa? – che in questa «guerra di fatto» l’America di Trump farà un passo indietro, che l’Europa resterà sola e che, a quel punto, l’Ucraina sarà costretta via mediazione americana ad accettare una “pax russa”.

Finora Donald Trump è stato al gioco. Avendo perso il conto degli ultimatum di due settimane dati all’amico russo, che li ha bellamente ignorati, ha rigirato l’onere delle sanzioni sugli altri alleati europei, cioè principalmente sull’Ue. Che ne sta già sopportando un peso molto maggiore che non gli Stati Uniti e che, anzi, già non comprando più gas russo da tre anni, si è impegnata a comprare una quantità esorbitante di Gnl a stelle e strisce, probabilmente più caro. Putin costringe adesso Trump ad uscire allo scoperto sulla «guerra di fatto» della Russia con la Nato.

Gli Usa restano il principale azionista dell’Alleanza Atlantica. Qualsiasi Presidente americano da Truman a George W. Bush avrebbe reagito con una vigorosa affermazione di solidarietà e di deterrenza alla volta di Mosca. Se Donald non la farà e in termini netti, se si inventerà qualche altra scusante, tipo l’errore di navigazione dei droni (19!) la Nato che fronteggia la sfida del Cremlino siamo solo noi europei.


I 400 giorni per salvare gli Usa da Trump

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Di Timothy Garton Ash, la Repubblica

Torno in Europa dagli Stati Uniti con un’idea ben precisa: i democratici americani (con la d minuscola) hanno 400 giorni di tempo per andare al salvataggio della democrazia statunitense.

Se le elezioni di midterm del prossimo autunno 2026 produrranno un Congresso in grado di mettere freno al presidente Donald Trump, ci saranno altri 700 giorni a disposizione per preparare il pacifico trasferimento del potere esecutivo, l’unico che può garantire il futuro di questa democrazia. Operazione Salvataggio della democrazia Usa, fasi uno e due.

Esagerazione isterica? Vorrei tanto crederlo. Ma nelle sette settimane trascorse negli Stati Uniti quest’estate, ogni giorno mi hanno turbato la rapidità e la brutalità con cui l’esecutivo attacca norme democratiche apparentemente consolidate e la disperata debolezza della resistenza opposta agli assalti.

A livello internazionale sono sempre più numerose le dimostrazioni che la democrazia liberale, una volta erosa, è molto difficile da ripristinare. Distruggere è assai più facile che costruire.

Ecco il motivo per cui tutti i democratici, a prescindere dal partito o dall’ideologia, devono sperare che i Democratici riacquistino il controllo della Camera dei Rappresentanti alle elezioni di midterm del 3 novembre 2026. Non per le politiche dei Democratici, che sono un pasticcio, né per la loro attuale leadership, che è un disastro, ma semplicemente perché la democrazia americana ha bisogno che il Congresso, il principale contrappeso istituzionale rispetto al potere presidenziale previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti, torni a fare il suo mestiere. E questo non accadrà finché i repubblicani, dominati e intimiditi da Trump, controlleranno entrambe le Camere.

Si è molto insistito su paragoni con altri colpi di mano autoritari, dall’Europa degli anni Trenta all’Ungheria di Viktor Orbán, ma il caso statunitense mi colpisce per le sue peculiarità. Per citarne quattro: eccesso di potere esecutivo; gerrymandering, ossia manipolazione sistematica dei collegi; violenza endemica; e le possibilità di cui un aspirante autocrate dispone di sfruttare l’intensa competizione capitalistica che pervade ogni ambito della vita americana.

Il pericolo di sconfinamenti dell’esecutivo è esistito fin dal primo momento. L’eroe della guerra d’indipendenza Patrick Henry(“libertà o morte”) votò contro la Costituzione alla convenzione di ratifica della Virginia del 1788 proprio perché riteneva che avrebbe offerto a un presidente criminale l’occasione «di tentare un audace assalto al trono americano». Per tutto il Novecento, presidenti di entrambi i partiti hanno ampliato il “potere esecutivo” di cui l’articolo 2 della Costituzione dà una definizione tanto vaga.

Più di recente, la Corte suprema a maggioranza conservatrice ha dato manforte alla “teoria dell’esecutivo unitario” elaborata da giuristi di destra. E oggi l’amministrazione Trump — ben preparata, a differenza del 2017 — ha sfruttato ogni centimetro e ogni cavillo del potere esecutivo esistente, oltre a violare semplicemente la legge sfidando i tribunali.

Tom Ginsburg, tra i massimi studiosi americani di diritto costituzionale comparato, sostiene che il più grande difetto della Costituzione statunitense nel suo impianto originario sta nell’affidare alle legislature statali il potere di disegnare i collegi elettorali. Il termine gerrymandering fu coniato già nel 1812. Negli ultimi tempi, la manipolazione partitica dei collegi si è fatta più estrema con il progressivo polarizzarsi della politica americana. E poi, nel 2019, la Corte suprema ha dichiarato di non poter correggere nemmeno il più palese gerrymandering partitico (solo quello su base razziale). Così ora, su richiesta diretta di Trump, il Texas si accinge a modificare i confini dei collegi esplicitamente per conquistare cinque seggi in più per i repubblicani alle elezioni di midterm, e a quel punto la California annuncia una contro mossa con lo stesso sistema per cinque seggi in più a favore dei democratici. Non resta neppure una parvenza di imparzialità nella procedura più basilare della democrazia.

Nessuna società europea è paragonabile agli Stati Uniti per l’onnipresenza della violenza. In pratica quest’estate non c’è stato giorno in cui i notiziari serali non riferissero di almeno un reato violento, inclusa l’ennesima, orrenda sparatoria in una scuola.

In America ci sono più armi che persone. La Francia ama il suo rivoluzionarismo da palcoscenico, ma gli Stati Uniti hanno visto l’assalto di massa al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Ora che l’attivista di destra Charlie Kirk è stato ucciso, prima che si conoscesse l’identità dell’assassino, Elon Musk ha dichiarato che «la sinistra è il partito dell’omicidio» e Trump ha incolpato i discorsi d’odio della “sinistra radicale”.

Sarà un miracolo se l’America sfuggirà a una spirale discendente di violenza politica, come non si vedeva dagli anni Sessanta. Il che, a sua volta, potrebbe fornire a Trump il pretesto per invocare l’Insurrection Act del 1807, schierare più militari nelle strade americane e sfruttare ulteriormente un presunto stato di emergenza.

Nel frattempo, le università, i vertici dell’imprenditoria, i grandi studi legali, le piattaforme mediatiche e i magnati della tecnologia hanno mancato di intraprendere un’azione collettiva in risposta, tenendo la testa bassa, o accettando accordi umilianti, come la Columbia University e lo studio legale Paul Weiss; o ancora si sono prostrati davanti al presidente, come Mark Zuckerberg. Perché? Perché tutti seguono la logica della feroce concorrenza del libero mercato e temono ritorsioni mirate. Non avrei mai immaginato di vedere la paura diffondersi in America con questa ampiezza e con tanta rapidità.

Aggiungiamo i tentativi di squalificare o intimidire gli elettori, più la minaccia di Trump di vietare il voto per corrispondenza, ed è lecito nutrire seri dubbi sul fatto che le elezioni di mid term del prossimo novembre saranno del tutto libere e corrette. Il compito dei democratici di ogni schieramento è fare in modo che lo siano, per quanto possibile. Il compito dei Democratici (con la D maiuscola) è vincerle, malgrado gli ostacoli.

La chiave, probabilmente, saranno ancora una volta le questioni che toccano il portafoglio degli elettori. Nell’economia risiede una speranza paradossale. I dazi di Trump stanno cominciando a tradursi in prezzi più alti. I dati sull’occupazione calano. Il “big beautiful bill” di Trump aumenterà ulteriormente il debito pubblico già sbalorditivo pari a 37 trilioni di dollari. Nell’ultimo anno fiscale gli oneri per interessi sul debito hanno superato l’intero bilancio della difesa, 850 miliardi di dollari. Ma finché non si materializza realmente una crisi del debito, rischi macroeconomici del genere restano remoti e astratti per la maggior parte degli elettori, un po’ come accadde per le previsioni di un calo della crescita del Pil, che ebbero scarso impatto nel dibattito sul referendum per la Brexit.

Dunque, la questione cruciale è se le conseguenze economiche negative di Trump saranno percepite dagli elettori comuni prima delle elezioni di midterm. Come mi ha fatto notare un acuto osservatore politico, Trump, forte degli incassi dei nuovi dazi, potrebbe elargire un sussidio in contanti agli elettori prima del voto, magari presentandolo come compensazione per le “difficoltà temporanee” della transizione verso un’economia Maga. Sarebbe una mossa populista classica.

La cosa più importante per i Democratici nei prossimi 400 giorni è quindi rendere i costi economici ineludibilmente evidenti agli elettori. I Democratici non vinceranno facendo appello alla difesa della democrazia — per quanto importante sia — e ancor meno ingaggiando guerre culturali. Devono seguire il consiglio di James Carville e concentrarsi senza tregua sui problemi quotidiani delle famiglie. Così facendo, mostreranno anche di tenere davvero agli americani comuni della classe lavoratrice e della classe media, di cui hanno perso il sostegno negli ultimi trent’anni.

Poi c’è la fase due, le presidenziali del 2028. Ma, parafrasando il Discorso della montagna, a ciascun giorno bastano le sue sfide. Nonostante le gravi minacce alla democrazia stessa negli Stati Uniti, per ora vale la prima regola della politica democratica: vincere la prossima elezione.

Nell’immagine: manifestazione contro la pratica del “gerrymandering”, la ridefinizione dei circondari elettorali per favorire un partito politico


Cosa c’entra l’estrema destra con l’omicidio di Charlie Kirk?

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Di Simone Fontana, Facta.news

Il testo di una canzone della resistenza italiana, un meme usato per deridere la comunità furry, la combinazione di comandi utile a chiamare il bombardamento aereo in un videogioco sparatutto, una battuta brutta che probabilmente avrai già sentito da tuo cugino alle medie. Questa lista di cose apparentemente casuali è, di fatto, il “manifesto” del cecchino che lo scorso 10 settembre ha colpito a morte l’influencer di estrema destra Charlie Kirk.

Ad annunciarlo è stato il governatore dello Utah Spencer Cox, che in conferenza stampa tenuta il 12 settembre ha riportato parola per parola le incisioni ritrovate su un bossolo sparato dall’attentatore e su tre colpi inesplosi ritrovati sulla scena del delitto.

L’annuncio arrivava poche ore dopo un’esclusiva del Wall Street Journal che parlava di incisioni «con ideologia transgender e antifa» e in un clima in cui Joey Mannarino, popolare influencer di estrema destra, aveva scritto sui social che «se la persona che ha ucciso Charlie Kirk fosse una persona transgender, non ci potrebbe più essere alcuna pietà per quella specie. Abbiamo già tollerato fin troppo da quelle creature».

La conferenza stampa di Cox ha scatenato anche i commenti della politica italiana, con alcuni esponenti di destra che hanno immediatamente puntato il dito contro il verso di “Bella Ciao” inciso su uno dei proiettili. Ma cosa voleva comunicare davvero l’uomo, che le autorità americane hanno individuato nel ventiduenne Tyler Robinson e di cui non è ancora stato reso pubblico il movente?

Un manifesto intriso di meme culture

Chi ha premuto il grilletto era innanzitutto un gamer e una persona molto online. Questo non significa, ovviamente, che gamer e persone costantemente su Internet siano di per sé pericolose, ma in questo caso la componente online appare fondamentale per comprendere i riferimenti presenti sui proiettili. Già in passato autori di sparatorie come Brenton Tarrant e Payton Gendron avevano incluso dei meme nei manifesti pubblicati per spiegare le loro azioni, ma stavolta c’è qualcosa di diverso. Perché stavolta si è trattato di puro shitposting.

Lo shitposting è una modalità di comunicazione che avviene attraverso meme di bassa qualità, apparentemente privi di senso, pubblicati per apparire deliberatamente assurdi e in alcuni casi per trollare, per provocare. Ecco, se l’attentatore di Christchurch aveva messo in chiaro le sue intenzioni incidendo sul suo fucile “remove kebab”, un meme che deriva da una canzone che strizza l’occhio alla pulizia etnica dei fedeli musulmani, chi ha ucciso Kirk ha scritto “If you read this, you’re gay”, una sorta di “gay chi legge”.

Per comprendere il retroterra culturale in cui era immerso l’attentatore vale la pena esaminare anche le altre incisioni. La prima recita: “notices bulge OwO What’s This?”, che potrebbe essere tradotta con “nota un rigonfiamento OwO Cos’è questo?”. Si tratta di un meme che prende in giro il modo di scrivere tipico dei roleplay online furry, ovvero la comunità delle persone interessate agli animali antropomorfi, e ci porta dritti negli anni dieci di Internet.

La parola “OwO” è da intendersi come un emoticon che indica un’espressione di sorpresa (le due O rappresentano due occhi spalancati) e in passato era molto utilizzata dalle comunità online furry o che si occupano di anime.

La seconda iscrizione contiene invece i simboli di una freccia in su, una freccia a destra e tre volte freccia in giù  insieme alla frase “Hey fascist! Catch!” (Hey fascista! Prendi questa!).

È un riferimento al videogame sparatutto dall’alto Helldivers 2 e riporta la sequenza dei comandi che servono a sganciare una bomba Eagle da 500 chilogrammi, una delle armi più potenti del gioco . Il “Catch”, ovvero “prendi questa” si riferisce naturalmente alla bomba, metaforicamente rappresentata dal proiettile.

Helldivers 2 è una sorta di parodia dello stato totalitario, un videogioco satirico in cui sembra che il giocatore stia dalla parte dei buoni quando in realtà è portato a combattere per una spietata dittatura militare che descrive i suoi nemici come fascisti e terroristi. Anche qui siamo di fronte a un meme, ma non è chiaro se il riferimento al fascista sia parte del meme o un riferimento a Kirk.

Come anticipato, la terza iscrizione recita “Se leggi sei gay” ed è una frase facilmente rintracciabile nei forum e nelle imageboard in lingua inglese, perlopiù utilizzata come tentativo di trollare l’interlocutore. Non è comunque da escludere la possibilità che il messaggio facesse riferimento alle posizioni apertamente omofobe di Charlie Kirk, che basava la sua opposizione all’omosessualità su una lettura piuttosto letterale della Bibbia.

Sebbene esista un’interpretazione delle ultime due iscrizioni che incasellerebbe l’omicidio di Kirk in un gesto politicamente motivato da idee di sinistra, vale la pena notare che nessuno dei contenuti fin qui presentati ha qualcosa a che fare con una presunta «ideologia transgender» come originariamente riportato dal Wall Street Journal. Per questo motivo il quotidiano ha in seguito rettificato l’informazione riportando fonti che invitano alla cautela.

E “Bella Ciao” cosa c’entra, allora?

Ecco,  per quanto da “La casa di carta” in poi la canzone sia entrata nell’immaginario internazionale come simbolo di una generica lotta contro il sistema, l’ipotesi che Robinson possa averla usata nell’accezione originale – ossia in chiave antifascista – è assolutamente plausibile. Questa è anche la versione della storia fin qui riportata dai media e strumentalizzata dalla politica italiana.

Ma c’è una lettura alternativa che i media – anche i migliori – stanno faticando a raccontare, probabilmente perché poco attrezzati a parlare di cose che affondano le proprie radici su internet.

La pista dell’estrema destra

Da qualche tempo, infatti, “Bella Ciao” è entrata nell’universo di riferimento di un gruppo di suprematisti bianchi alt-right chiamato Groyper, dopo essere stata inclusa nel videogame Heart of Iron 4. Il canto popolare dedicato ai partigiani è così diventato di fatto un meme destinato a una nicchia molto ristretta, il tentativo di appropriarsi di un simbolo a cui l’estrema destra americana associa un vago significato di resistenza.

Secondo alcuni contenuti molto circolati sui social media durante il weekend, l’ipotesi sarebbe inoltre avvalorata da una foto presa dall’account Facebook della madre del sospettato, in cui Robinson sembra imitare la postura e lo stile di Pepe the Frog, meme di cui l’alt-right americana si è da tempo appropriata.

Ma nonostante la madre del ragazzo nel post spiegasse che il costume era quello di un meme, è probabile che la citazione sia più banalmente al meme dello Slavic squat guy, assolutamente non politicizzato.

Le cose di internet funzionano così: i contenuti hanno diversi livelli di lettura (layers), alcuni accessibili a chiunque, altri solo a una nicchia. Robinson sembra davvero molto addentro alla cultura internet e sarebbe strano se “Bella Ciao” fosse l’unica iscrizione a zero layers, l’unica a non avere un significato nascosto.

La lettura che associa Robinson all’universo Groyper – e dunque all’estrema destra – non è la più immediata, ma avrebbe il pregio di spiegare bene questa incongruenza. Certo è che se fosse in qualche modo confermata, questa pista aprirebbe un inquietante scorcio su un mondo pressoché sconosciuto alla stampa italiana e decisamente più estremo rispetto a qualsiasi componente MAGA nota al mainstream.

Chi sono i Groypers

I Groypers fanno capo a Nick Fuentes, attivista di estrema destra apertamente misogino, antisemita e razzista. Il gruppo prende il nome da un omonimo meme mutuato da Pepe the Frog; i suoi seguaci sono noti per essere molto preparati sui linguaggi di Internet e sappiamo per certo che una rappresentanza di questo gruppo era presente durante l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Ma, soprattutto, tra Groypers e Charlie Kirk non scorreva affatto buon sangue.

Tra il 2019 e il 2020 si consumarono le cosiddette “Groyper Wars”, come vengono ricordate negli ambienti dell’estrema destra: uno scontro politico frontale in cui Nick Fuentes e i suoi giovani attivisti presero di mira la linea di Charlie Kirk, giudicata troppo moderata su temi come immigrazione e diritti LGBTQ+. La loro strategia consisteva in interventi provocatori durante i dibattiti universitari organizzati da Kirk, con l’obiettivo di spostare ulteriormente a destra l’asse dell’establishment trumpiano. Il rapporto tra Kirk e lo stesso Nick Fuentes è sempre stato apertamente conflittuale e tra i due l’ala “moderata” era rappresentata da Kirk.

In generale, il mondo MAGA è complicato, una galassia incredibilmente variegata che arriva da lontano, che spesso litiga e che si perde dentro cose di Internet molto futili. Una galassia che nel tempo si è servita degli spazi digitali come strumento di punta per la sua propaganda politica e che ha finito per imbarcare intere comunità online piuttosto problematiche. Basti pensare che il motto dei Groypers è sintetizzato dall’acronimo “RKD4NJF” – che in italiano si traduce con l’espressione “violentare, uccidere e morire per Nicholas Joseph Fuentes” – e che lo stesso Fuentes ha più volte parlato apertamente di uccidere, deportare e arrestare esponenti dei media e avversari politici.

Come ha spiegato su X il giornalista investigativo Adam Cochran, il linguaggio utilizzato da Fuentes è perlopiù iperbolico, ma non è detto che tutti i membri del gruppo – e in particolare in nuovi arrivati – lo interpretino in quel modo. In tal senso esiste almeno un precedente significativo: nel 2023 l’FBI aveva arrestato il ventenne texano Alejandro Velasquez, che stava preparando un attentato a un evento di Turning Point USA, l’organizzazione fondata da Charlie Kirk. Velasquez era un fan di Fuentes e in passato era stato un membro di secondo piano dei Groypers.

Il giorno dopo l’assassinio di Kirk, Nick Fuentes pubblicato un video per stemperare i toni, chiedendo ai suoi seguaci di non impugnare le armi. Su 4chan, uno dei luoghi di aggregazione dei Groypers, Robinson è già considerato #ourguy, il “nostro ragazzo”.

In definitiva: non sappiamo se Tyler Robinson sia o meno un Groyper, quale sia la sua ideologia e nemmeno se ne abbia una. Sappiamo che era una persona che passava tanto tempo online e che era cresciuto in un ambiente conservatore molto dedito alle armi, che aveva imparato a usare fin da bambino. Le motivazioni del suo gesto non sono al momento note, ma questa è una parte della storia che merita di essere raccontata bene, perché da ciò potrebbe dipendere la tenuta stessa di un Paese in cui oggi molti esponenti politici di spicco già evocano lo spettro della guerra civile.


Narghes Mohammadi: “L’Iran ha paura delle donne, qualsiasi intesa col regime è contro il popolo”

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Di Francesca Paci, La Stampa

Quando il 16 settembre di tre anni fa il mondo scopriva che la ventitreenne iraniana Mahsa Jina Amini era morta dopo tre giorni di coma per le percosse della polizia religiosa accanitasi su una ciocca sfuggita al chador, pareva che sarebbe finita nel silenzio, l’ennesima vittima inghiottita dal gorgo cieco della teocrazia sciita. Non è andata così, decine di migliaia di donne e di uomini hanno riempito le strade al grido di “donna, vita, libertà” sfidando, con i pasdaran, il sistema dell’apartheid di genere. La paladina dei diritti Narghes Mohammadi era in carcere quel giorno, lo stesso carcere di Evin dove l’anno successivo avrebbe saputo di essere stata insignita del Nobel per la Pace. «Le donne iraniane non si fermano» dice al telefono dalla casa in cui vive in attesa che la arrestino e da cui oggi parlerà in videoconferenza alla sala stampa della Camera dei deputati.

Dopo mesi di entusiasmo globale, la lotta delle donne iraniane e degli uomini al loro fianco è uscita di scena, scalzata via dall’Ucraina e da Gaza. A che punto è il percorso cominciato allora?
«Da tre anni, da quando ha lanciato il grande e significativo movimento “donna vita libertà”, il popolo iraniano continua nella sua battaglia per i diritti fondamentali dell’essere umano: non si è mai fermato. Uno dei risultati di questa determinazione popolare è che la Repubblica islamica si trova oggi in una situazione di isolamento, tanto sul piano regionale quanto globale. E anche all’interno, la forza delle donne ha messo in scacco il regime che affronta ora una massiccia perdita di legittimità» .

Girano video che mostrano ragazze senza velo, come se, non potendo arrestarle tutte, la polizia religiosa si fosse arresa al cambio di stagione. È così? Oppure è solo un dettaglio del quadro più grande dove per le poche che sfuggono ai controlli ce ne sono troppe picchiate, incarcerate? 
«La legge sull’obbligatorietà del velo non è stata abolita. Tuttavia, la resistenza delle iraniane l’ha disinnescata. La stretta prevista per le ribelli, voluta dal Parlamento, era stata inviata al Consiglio di Sicurezza Nazionale per l’approvazione ma non è andata avanti. Ciò non vuol dire che la Repubblica islamica abbia cambiato idea, ma, di fronte al mutamento sociale avvenuto, si è dovuta fermare. Continua invece la repressione delle forze di sicurezza e della polizia morale che in molte parti del paese attaccano le donne a capo scoperto e multano o chiudono i locali che le accolgono. Eppure, nelle strade delle città maggiori come Teheran, dove il regime non ha più la forza necessaria a contenere le donne, la presenza di quelle senza velo è imponente».

L’emancipazione delle donne passa per una metamorfosi politica della società ma anche culturale. Gli ayatollah hanno provato di non essere pronti: lo sono invece i padri e i fratelli o lo sono solo quelli più ricchi e alfabetizzati?
«Credo che il movimento “donna vita libertà” sia filtrato in modo capillare dentro la società iraniana e che a distanza di tre anni gli uomini abbiano una sensibilità maggiore nei confronti di mogli, figlie e sorelle. Prima una parte dei più religiosi ostacolava le donne della famiglia che non volevano portare velo, oggi capita spesso che le accompagnino quando decidono di avvalersi del diritto di scegliere il proprio abbigliamento. Il movimento non ha solo cambiato il rapporto con la politica ma ha ribaltato strati sociali fino ad ora impenetrabili».

Amnesty International e Human Rights Watch denunciano un inasprimento della repressione dopo le ostilità con Israele ai danni di dissidenti, giornalisti, minoranze etniche e religiose. Cosa sta succendendo dentro il paese?
«In seguito alla cosiddetta guerra dei 12 giorni, la situazione dei diritti umani si è aggravata ulteriormente. Il numero delle esecuzioni capitali è lievitato e ogni giorno in diversi carceri vengono impiccati uomini e donne. Giungono notizie molto preoccupanti da parecchie città, dove le persone, in particolare i più giovani, vengono arrestate senza alcun rispetto per le leggi vigenti. Molti sono finiti in cella semplicemente per aver condiviso foto e video delle contraerei e degli attacchi missilistici o addirittura per aver diffuso le immagini delle città vuote durante la guerra».

Come hanno vissuto gli iraniani i raid israeliani e come li hanno vissute le sue compagne di cella a Evin?
«Dopo il bombardamento israeliano di Evin, i prigionieri sono stati trasferiti altrove in modo molto violento, mani e piedi legati, attraverso macerie e cadaveri, con i cecchini che li seguivano dall’alto. Sono stati caricati in auto e portati in alcuni penitenziari vicino Tehran, come Fasciafuieh, dove le condizioni sono disumane. Qualche giorno fa i detenuti politici sono stati riportati a Evin, ma le donne si trovano ancora a Qarchak. Sono stata rinchiusa in quel carcere due volte, 3 e 4 anni fa: la situazione è intollerabile e so che di recente è addirittura peggiorata rispetto a Evin. Ho appena saputo che un gruppo di secondini ha fatto irruzione nella sezione delle prigioniere politiche incontrando forte resistenza, sono molto preoccupata».

Come impatta sul regime iraniano il contesto internazionale, dalla guerra di Putin a quella di Netanyahu fino all’America di Trump?
«La Repubblica islamica utilizza la situazione internazionale e le guerre regionali per la repressione nei confronti del popolo iraniano, sbandierando la sicurezza nazionale spinge così per accrescere il suo dominio sulla società».

Crede che la ripresa dei negoziati sul nucleare iraniano possa portare qualcosa di buono agli iraniani o finirà, come già successo, per rafforzare il regime che Shirin Ebadi giudica irriformabile?
«Qualsiasi accordo o negoziato con la Repubblica islamica che non garantisca i diritti fondamentali degli iraniani, a partire da quello di decidere del proprio destino, danneggia il popolo e incoraggia la dittatura religiosa. L’esperienza degli ultimi 47 anni dimostra che i negoziati tra il regime e i governi o gli organismi come le Nazioni Unite non hanno mai avuto esito positivo per il popolo iraniano e anzi si sono tenuti senza alcuna attenzione ai diritti fondamentali degli iraniani. Con il risultato che la Repubblica islamica ne ha approfittato».

Nell’immagine: Narges Mohammadi, Nobel per la Pace 2023 


Droni, ritardi e ostacoli non fermano la Sumud: la Flotilla verso Gaza

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Di Lorenzo D’Agostino. il manifesto

«Che cosa fa crescere l’erba più verde? Il sangue fa crescere l’erba più verde». Nel porto tunisino di Biserte, Zue Jernstedt ricorda i cori imparati durante il suo addestramento nell’esercito statunitense. «È un culto della morte al servizio del capitale. Questo è l’esercito Usa», aggiunge il suo compagno di navigazione Phil Tottenham. I due ex soldati fanno parte di un gruppo di veterani di guerra che ha armato il veliero Owhaila, parte della Global Sumud Flotilla.

«SIAMO STATI soldati dell’imperialismo. Abbiamo alimentato una macchina genocida, in Iraq, in Afghanistan. Il nostro dovere oggi è fermarla», spiega Zue. La barca dei veterani naviga perché ha un conto personale con la storia da saldare. La Hugha ha un equipaggio quasi tutto femminile: un messaggio contro il «femminismo imperialista» che fa la guerra ai popoli arabi in nome di una falsa idea di emancipazione femminile. Sulla Adara invece ci sono tanti indipendentisti catalani, in mare per l’autodeterminazione dei popoli. Le ragioni che muovono i partecipanti alla missione sono le più diverse ma l’obiettivo è comune: raggiungere Gaza per rompere l’assedio israeliano che ha ridotto la popolazione alla fame.

Per questo sul molo di Biserte i preparativi non si fermano. Taniche di benzina, casse d’acqua, viveri caricati a bordo. Ma si avverte anche tanta frustrazione per il ritardo accumulato: la durata iniziale prevista era di poco più di quindici giorni. Ma quindici giorni sono passati e le navi partite da Barcellona a fine agosto sono ancora bloccate in Tunisia.

LA FLOTTIGLIA era ancorata a Sidi Bou Said quando per due notti di seguito le navi più grandi sono state colpite da ordigni incendiari lanciati da droni. Dopo gli attacchi le autorità tunisine hanno chiesto alle imbarcazioni di spostarsi più a nord, nel porto di Biserte, per completare le procedure di uscita. Dall’Italia, Emergency, partner della missione, spinge per salpare subito: la sua grande nave è già rimasta troppo a lungo lontana dal Mediterraneo centrale, dove normalmente opera nei salvataggi di migranti. Le altre barche partite dall’Italia sono all’ancora vicino Siracusa in attesa della flotta tunisina, gli equipaggi sempre più impazienti.

Ma a Biserte l’attesa si protrae. La polizia di frontiera vuole fotografare e prendere le impronte di ogni partecipante prima che i passaporti vengano timbrati. Intanto manca il carburante: un megayacht ha fatto rifornimento di migliaia di litri drenando le riserve della marina. Bisogna aspettare i camion cisterna. Le ore in banchina generano tensioni negli equipaggi, alcuni decidono di lasciare la missione e tornano a Tunisi per prendere un aereo.

LA PRESSIONE provoca fratture nel comitato organizzatore. Nel pomeriggio di domenica i partecipanti osservano Greta Thunberg trascinare la sua valigia lungo la banchina, lasciare la Family, la nave che ospita il comitato organizzatore, e trasferirsi sulla Alma. Sul sito ufficiale della missione il suo nome è scomparso dalla lista dei membri del direttivo. Secondo fonti consultate da il manifesto, le divergenze sarebbero legate a una comunicazione troppo incentrata sulle vicende interne della flottiglia e non abbastanza sul genocidio in Palestina. Thunberg ha detto di «credere profondamente nell’obiettivo di questa missione e nella forza della mobilitazione mondiale per una Palestina libera». In una dichiarazione rilasciata al manifesto, l’attivista ventiduenne ha aggiunto: «Tutti abbiamo un ruolo: il mio non sarà nel comitato direttivo, ma come organizzatrice e partecipante».

Gli altri membri del comitato direttivo contattati dal manifesto non hanno commentato. È però chiaro che sono state prese misure per correggere il tiro in fatto di comunicazione. In serata il giornalista e influencer Yusuf Omar annuncia su Instagram che abbandona la navigazione per ragioni di «strategia comunicativa». Il suo stile sensazionalista e molto incentrato sui volti noti della missione aveva fatto infuriare diversi partecipanti. La sua copertura allarmista dell’attacco dei droni è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

POCO DOPO la mezzanotte le barche a vela ottengono il via libera e lasciano Biserte. Le navi a motore restano indietro, ma sono più veloci e assicurano che raggiungeranno il resto della flotta in mare aperto. Il giorno dopo, davanti alla capitale tunisina, la flottiglia proveniente da Barcellona si unisce a un gruppo di imbarcazioni locali. Su una di loro naviga il sudafricano Mandla Mandela, nipote di Nelson. Il suo arrivo nella baia in cui la flottiglia attende all’ancora sembra riportare alla mente dei partecipanti le ragioni della missione: la lotta contro l’apartheid, il colonialismo, il genocidio.

«ISRAELE – riflette Zue, la veterana Usa – è un insediamento coloniale, proprio come gli Stati uniti, responsabile di uno dei genocidi più riusciti di un popolo». Israele, dice, va fermato prima che la storia si ripeta.

In serata arrivano le grandi navi a motore: la Alma, la Family, la Hugha. Le barche si rianimo, riprendono i canti inneggianti a una Palestina libera, dall’Owhaila, dalla Hugha, dalla piccola Hio su cui viaggia il manifesto. Al tramonto la flottiglia riparte. Diretta a Gaza, senza più soste.


È morto Robert Redford, leggenda del cinema da “La stangata” a “La mia Africa”

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Di Chiara Ugolini, La Repubblica

È morto l’attore e regista statunitense Robert Redford. Due volte premio Oscar, ha attraversato sessant’anni di storia del cinema e creato il Sundance film festival.

È morto nel sonno a 89 anni nella sua casa nello Utah. Tra i suoi film più popolari La mia Africa con Meryl Streep, La stangata e Butch Cassidy con l’amico Paul Newman, Come eravamo con Barbra Streisand, Tutti gli uomini del presidente con Dustin Hoffman, I tre giorni del Condor di Sydney Pollack, Il Grande Gatsby da Fitzgerald con Mia Farrow.

Molto più che affascinante, l’attore che divenne regista, produttore e direttore di festival

Redford nella sua vita ha fatto di tutto per allontanarsi dall’immagine di bello e seducente e impegnarsi come regista e interprete. Alla fine degli anni Settanta, all’apice del suo successo d’attore, ha scelto di passare dietro la macchina da presa e si è lanciato nella creazione di un festival dedicato al cinema indipendente, il Sundance, che oggi è una delle vetrine più importanti del mondo, ma che agli esordi lo costringeva a impegnarsi in prima persona per portare spettatori e giornalisti sulle montagne dello Utah.

Da Santa Monica a Firenze dove studia all’Accademia dell’arte

Nato a Santa Monica, il 18 agosto 1936, da una famiglia modesta per Redford la recitazione e il cinema non sono stati il primo amore. Figlio del contabile che avrebbe invece voluto “scrivere di sport” e di una casalinga che muore quando lui non ha ancora vent’anni, Robert era un adolescente inquieto, uno studente mediocre e un buon giocatore di baseball, che quando venne cacciato dalla squadra universitaria per il troppo bere tentò la strada della pittura. Con i guadagni di una stagione di lavoro a Los Angeles riuscì a pagarsi un passaggio per la Francia su una nave da carico. Nella capitale francese dipinge, poi si sposta in Italia, a Firenze, dove alcune delusioni e un generale stato di depressione lo costringono a tornare negli Stati Uniti.

Rientrato a casa conosce Lola, che sarà sua moglie per quasi trent’anni e che gli darà quattro figli. È lei ad avvicinarlo al teatro. Nel frattempo si sono trasferiti a New York e Redford frequenta i corsi dell’American Academy of Dramatic Arts: un suo insegnante gli trova un ruolo a Broadway. È l’inizio di una carriera che lo porterà a realizzare più di cinquanta film e vincere due Oscar, uno come regista nel 1981 per Gente comune e il secondo alla carriera nel 2002.

“La carriera d’attore? Come salire una montagna. E in cima che si fa?”

Nel 2017 aveva ricevuto a Venezia, insieme a Jane Fonda, il Leone alla carriera. “La carriera da attore mi è sempre sembrata come salire una montagna, ma quando si arriva in cima che si fa? – aveva detto alla Mostra dove i due attori avevano presentato Le nostre anime di notte dal romanzo di Kent Haruf – Con Jane abbiamo sviluppato una totale armonia, un grande ritmo e sono felice di condividere con lei questo premio e di riceverlo qui in Italia. A 18 anni vi ho trascorso un periodo particolarmente importante per me, prima di diventare attore volevo essere artista e ho studiato all’Accademia di arte di Firenze. Un’esperienza che ha avuto un grande impatto su di me”.

Romantico con Fonda e Streep, politico per Pollack

L’anno di svolta per Redford fu il ’62: molto fra teatro, tv e cinema, ma il successo arriva cinque anni dopo quando Mike Nichols lo vuole per la pièce A piedi nudi nel parco che poi viene portata sul grande schermo da Gene Saks proprio accanto a Jane Fonda. Intanto è iniziato il sodalizio con Sydney Pollack che lo dirige in pellicole molto diverse fra loro e lo guida nella sua maturità d’attore: con lui gira Questa ragazza è di tutti (drammatico e sentimentale con Natalie Wood), il western Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Come eravamo con Barbra Streisand, film che unisce i due filoni nei quali Redford poi continuerà ad eccellere (il film romantico e quello di impegno politico), il thriller I tre giorni del Condor e poi il kolossal dei sentimenti La mia Africa accanto a Meryl Streep. Lo scorso anno a Cannes l’attrice aveva raccontato come era nata la sequenza romantica “e anche molto sexy” di Redford che le lava i capelli. “Iniziamo questa scena ma non funzionava, Bob mi lavava i capelli con la punta delle dita, non era intenso non era sexy. Chiamiamo sul set J. Roy Helland (make up artist e truccatore che storicamente è dietro a tutti i suoi look, ndr) e lui fa vedere a Bob come doveva fare, praticamente gli dà lezioni di lavaggio di capelli. Dopo cinque take mi ero completamente innamorata di lui. Quante volte vediamo sequenze di personaggi che fanno all’amore ma quante volte invece un uomo che lava i capelli a una donna? Giravamo in un fiume con gli ippopotami, gli animali più pericolosi dell’Africa, che ci puntavano ma io non volevo che quella sequenza finisse mai”.

L’ amico fraterno Paul Newman

Altro incontro fondamentale è quello con il collega Paul Newman. Si conoscono sul set di Butch Cassidy, Newman è già una star, Redford ancora no, ma i due simpatizzano subito. ”Mano mano che la lavorazione del film andava avanti, Paul e io scoprivamo idee simili e gusti comuni e il sodalizio lavorativo si trasformò presto in un’amicizia fraterna” ha detto Redford alla Abc ricordando l’amico alla morte, nel 2008. Faranno solo un altro film insieme, La stangata (7 Oscar), ma il rapporto supererà la prova del tempo.

Nel frattempo interpreta il film sul caso Watergate Tutti gli uomini del Presidente, collaborando alla sceneggiatura senza però esservi accreditato, ed è interessante osservare come 36 anni dopo fosse convinto che la stampa fosse inderogabilmente in declino. ”Quello che per decenni è stato il compito del giornalismo ora lo svolgono i documentari – aveva dichiarato Redford anni fa – . I tempi di produzione cinematografica permettono di approfondire quello che l’urgenza dello scoop ormai non consente più ai giornali”. Ed è per questo, forse, che da produttore Redford ha realizzato un documentario sul caso Watergate e su come pose fine alla presidenza Nixon.

Gli anni Ottanta e la svolta da regista

Il 1980 è l’anno della svolta perché con Gente comune. Redford passa dietro la macchina da presa con un film drammatico su un tema che conosce da vicino: la perdita di un figlio (Scott, il primo bambino di Lola e Robert, morì a soli due mesi e mezzo) e il dolore e il senso di colpa che essa comporta. Il film vince quattro premi Oscar – film, regia, sceneggiatura e miglior attore non protagonista, Timothy Hutton – e sarà il primo titolo di una filmografia che negli anni andrà sempre più verso l’impegno politico. Il tempo passa e quello che Pollack definiva ”un principe biondo con un’interiorità molto più cupa” continua a dividersi fra regia e interpretazioni che vanno dal ruolo provocatorio del miliardario di Proposta indecente all’agente Cia sentimentale diSpy Game fino all’anziano cowboy del Vento del perdono.

Gli ultimi ruoli e la sua idea di successo

Negli anni però il suo ruolo di regista, produttore e organizzatore di festival prende il sopravvento su quello di attore, gli ultimo ruoli sono delle partecipazioni a film Marvel come Capitan America – The winter soldier e Avengers: Endgame. L’ultimo ruolo da protagonista è stato quello di rapinatore di banche in Old man & the gun. “Quando hai successo hai due possibilità – sosteneva Redford – continuare a lavorare per mantenere quel successo oppure dare opportunità ad altri, e io ho scelto questa seconda strada facendo il produttore e creando il Sundance Film Festival come occasione di indipendenza”.

Le mogli e i figli di Robert Redford

Redford lascia la moglie Sibylle Szaggars, artista tedesca di 20 anni più giovane sposata nel 2009. Con la prima moglie Lola Van Wagenen ha avuto quattro figli: Scott (1959), morto due mesi dopo per una sindrome letale infantile, Shauna (1960) e James (1962), morto per tumore nel 2020, infine Amy (1970), attrice e regista.

I film di Robert Redford, il fidanzato d’America che si fece sguardo civile

Di Arianna Finos, La Repubblica

Robert Redford non ha solo attraversato il cinema, lo ha plasmato. È partito dalla sua bellezza da fidanzato d’America per diventare volto e voce di mezzo secolo di storia americana, tra intrattenimento da grande pubblico e riflessione civile. Dai western anni Sessanta e Settanta ai thriller paranoici del dopo Watergate, dai melodrammi romantici ai drammi politici, l’attore e regista, scomparso da 89 anni, ha incarnato i dubbi, le illusioni e le contraddizioni di un Paese. Al contempo ha costruito, attraverso l’intuizione geniale del Sundance Film Festival, uno spazio libero per nuove generazioni di autori, regalando respiro e nuova linfa il cinema indipendente.

Gli inizi: da “A piedi nudi nel parco” a “La stangata”

L’esordio importante per l’attore arriva negli anni Sessanta con A piedi nudi nel parco (1967), tratto dalla commedia di Neil Simon, dove accanto alla strepitosa Jane Fonda interpreta un giovane marito rigido e impacciato. Il successo fu enorme: il film incassò oltre 30 milioni di dollari e consolidò l’immagine di Redford come “fidanzato d’America”, volto rassicurante della classe media liberal in un decennio che vedeva l’affacciarsi il cambiamento. Ma già poco dopo Redford dimostra di voler andare oltre. In Butch Cassidy (1969) forma con Paul Newman una delle coppie più amate della storia del cinema. Il film, diretto da George Roy Hill,trasforma due banditi western in antieroi romantici, simboli di un’America che guarda al passato con ironia e nostalgia. La stangata (1973), sempre con Newman e Hill, porta Redford a un enorme successo commerciale (più di 150 milioni di dollari di incasso mondiale) e alla nomination all’Oscar: il suo volto diventa quello di un’America scanzonata, ma anche capace di mettere in scena la truffa come metafora sociale.

Anni Settanta, il volto oscuro della politica

Negli anni Settanta Redford entra nel cinema politico e riflessivo.Il candidato (1972), diretto da Michael Ritchie, nasce in un periodo segnato dalla guerra in Vietnam e dalla sfiducia nelle istituzioni. Il personaggio di Bill McKay, avvocato idealista trasformato in candidato “vuoto” da spin doctor e tv, anticipa la spettacolarizzazione della politica americana. L’ultima battuta del film – “E adesso che facciamo?” – resta una delle più celebri e amare della sua carriera.

Lo stesso decennio lo vede in Come eravamo (1973) accanto a Barbra Streisand, storia d’amore impossibile tra un wasp disimpegnato e una militante di sinistra: melodramma che mette in scena la frattura culturale dell’America post-bellica, accompagnata da un brano indimenticabile. In Il grande Gatsby(1974), diretto da Jack Clayton, interpreta il milionario Jay Gatsby: il film, accolto con freddezza all’uscita, è stato rivalutato come esempio di come il cinema degli anni Settanta cercasse di raccontare la fragilità del sogno americano attraverso i suoi miti letterari. Nel 1975, con I tre giorni del Condor di Sydney Pollack, Redford è un analista della CIA che scopre un complotto interno: un thriller paranoico che riflette le paure dell’America post-Watergate e post-Vietnam.

L’anno successivo arriva il capolavoro politico Tutti gli uomini del presidente (1976) di Alan J. Pakula, dove interpreta Bob Woodward accanto a Dustin Hoffman (Carl Bernstein). Il film vinse quattro Oscar e fissò per sempre nell’immaginario collettivo il volto del giornalismo come difesa della democrazia.Negli anni Ottanta Redford alterna successi commerciali e prove autoriali. Il migliore (1984) di Barry Levinson è un melodramma sportivo che racconta il baseball come parabola morale, ma anche una fiaba a stelle e strisce. La mia Africa (1985), ancora con Pollack, lo vede al fianco di Meryl Streep in un kolossal indimenticabile che vinse 7 Oscar: Redford è il cacciatore Denys Finch Hatton, incarnazione di un romanticismo crepuscolare.

La regia

In parallelo si afferma il Redford regista. E’ folgorante Gente comune (1980) che ottiene quattro Oscar (tra cui miglior film e miglior regia): racconta la crisi di una famiglia alto-borghese dopo la morte di un figlio, affrontando il dolore e l’incomunicabilità. Con Milagro (1988) porta sullo schermo le tensioni sociali di una comunità ispanica del New Mexico contro speculazioni e interessi economici. Quiz Show (1994), candidato a quattro Oscar, ricostruisce lo scandalo dei quiz televisivi truccati degli anni Cinquanta: un film sulla corruzione morale della cultura di massa e sull’ambiguità del sogno americano. Infine Leoni per agnelli(2007), ambientato durante la guerra in Afghanistan, riflette sul rapporto fra potere politico, media e responsabilità individuale.

Sundance, la fucina dei nuovi talenti

Il contributo più duraturo di Redford al cinema politico e indipendente è il Sundance Institute e il Sundance Film Festival, fondato nel 1981 nello Utah. Sundance è diventato la più importante piattaforma del cinema indipendente mondiale: qui sono stati lanciati film come Sesso, bugie e videotape (1989) di Steven Soderbergh, Le iene(1992) di Quentin Tarantino, Whiplash di Damien Chazelle (2014) e Get Out di Jordan Peele (2017). Nel 2002 l’Academy gli ha conferito l’Oscar alla carriera, riconoscendo non solo la sua opera d’attore e regista, ma anche il ruolo di mecenate e “coscienza critica” del cinema americano.

Negli ultimi anni Redford ha continuato a mettersi alla prova con film che riflettono sulla solitudine, sul tempo e sull’identità. In All Is Lost – Tutto è perduto (2013) di J.C. Chandor affronta da solo la sfida di sopravvivere in mare aperto: una performance di resistenza fisica ed emotiva, accolta con standing ovation a Cannes. E in The Old Man & the Gun (2018), diretto da David Lowery, interpreta un anziano rapinatore gentiluomo, un saluto al cinema leggero e sorridente.


Il principio etico e l’inerzia immorale

Il romanziere satirico: «Sento odore di zolfo. Il killer di Kirk non è di destra o di sinistra, è psicopatico» 

Si racconta che, alla domanda se non lo preoccupassero le reazioni internazionali allo sterminio degli ebrei, Hitler rispose: “Ma perché mai? Forse che il mondo si ricorda ancora della strage degli armeni?”. Certo, nel vortice della grande Storia ogni pagina fa… storia a sé. Ma qualcosa del genere può aver pensato anche Netanyahu: un rapido oblio sulla sorte da infliggere ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. I quali, ha nuovamente tuonato il premier israeliano, non avranno mai una patria. Così sfidando quella parte di mondo che – dopo decenni di complice silenzio – ha ripescato il mantra dei due Stati come soluzione politica finale alla tragedia israelo-palestinese.

Per cancellare radicalmente una simile prospettiva, l’attuale governo israeliano di estrema destra (coloniale, annessionista, condizionato da estremisti religiosi) procede accelerando i tempi: nuovi enormi insediamenti nella parte araba di Gerusalemme, mano libera a coloni sempre più armati e sempre più aggressivi in Cisgiordania, annessioni di villaggi arabi che una volta si aveva quantomeno il pudore di definire “illegali” e allargamento dei confini e dei conflitti regionali (dal Golan ex siriano al sud del Libano).

A questa strategia lo Stato ebraico sa di pagare un alto tributo politico. In particolare, ‘Bibi’ getta a mare i suoi rapporti con i Paesi arabi sunniti, guidati dall’Arabia Saudita, con cui si erano raggiunti o stavano per essere firmati i cosiddetti ‘Accordi di Abramo’ per la normalizzazione dei rapporti diplomatici, impossibili da sottoscrivere nel momento in cui le opinioni pubbliche islamico-arabe assistono alla ferocia e all’accanimento militare-repressivo da parte israeliana.

Questo mentre cresce l’isolamento dello Stato ebraico anche in Occidente, dove per la prima volta la Commissione Ue invita i suoi membri a interrompere i rapporti economico-militari con Israele: una “linea rossa” che gli europei si sono finora rifiutati di superare, come se per lo Stato di Israele esistesse un diritto di impunità, negato per esempio alla Russia di Putin per la sua aggressione all’Ucraina. Eloquente doppio-standard.

Infine, sullo stesso fronte occidentale c’è la decisione di diversi Paesi europei di riconoscere lo Stato di Palestina, come ha già fatto la grande maggioranza delle nazioni presenti all’Onu. Che senso può avere il riconoscimento formale di uno “Stato che non esiste”? E che secondo Netanyahu non dovrà o potrà mai esistere?

Ha invece un significato altamente etico, se si vuole essere coerenti col principio di una “casa nazionale” da garantire anche ai palestinesi, simile al principio della ‘National Home’ promessa agli ebrei con la dichiarazione Balfour del 1917. Oggi decisione intempestiva, che dovrebbe essere presa soltanto al termine di un processo negoziale, ha però detto Ignazio Cassis.

Posizione pilatesca, che inchioda la Confederazione a una neutralità e soprattutto a una inerzia comoda e immorale. Così come Berna tace sulla minaccia israeliana di bloccare la “flottiglia” di civili che fa rotta su Gaza per portarvi aiuti e solidarietà, e di bloccare gli equipaggi pacifisti trattandoli alla stregua di terroristi. Ma in base a quale diritto Israele impone le regole internazionali per un Paese che occupa in maniera illegale e distrugge spietatamente?

Scritto per laRegione
Nell’immagine: in verde i paesi che hanno riconosciuto la Palestina come stato sovrano (Wikipedia)