Con la memoria di Alfonsina Storni verso Gaza

Prima barca a lasciare il porto di Augusta, la "Alfonsina e il mare" ricorda la figura della poeta argentina di origine ticinese 

Video inviato dalla barca “Alfonsina e il mare”

Io sul fondo del mare

di Alfonsina Storni

In fondo al mare
c’è una casa
di cristallo.

A una strada
di madreperle
conduce.

Un grande pesce d’oro,
alle cinque
mi viene a salutare.

Mi porta
un ramo rosso
di fiori di corallo.

Dormo in un letto
un poco più azzurro
del mare.

Un polipo
mi fa l’occhietto
attraverso il cristallo.

Nel bosco verde
che mi circonda
– din don… din dan… –
dondolano e cantano
le sirene
di madreperla verdemare.

E sulla mia testa
ardono, al crepuscolo,
le ispide punte del mare.

Ascolta la canzone di Mercedes Sosa Alfonsina y el mar


A che sesso giochiamo?

Prima barca a lasciare il porto di Augusta, la "Alfonsina e il mare" ricorda la figura della poeta argentina di origine ticinese 

Micetto o micina? E dai ca l’è n’gatt! Mettiamola sul leggero anche se la determinazione del sesso fra gli umani sembra molto più problematica rispetto a quella tra gli (altri) animali, forse perché in quel Regno non si disputano le Olimpiadi. E certa destra ottusa e truce (la nostra compresa) non può scagliarsi contro chi non è solo maschio o solo femmina.

La natura talvolta ‘gioca sporco’, si direbbe in termini sportivi. Perché di questo si tratta, al di là dei gusti sessuali. Lo sport, che di questi tempi assume grande importanza, vive del dogma dell’equità, delle uguali possibilità in partenza, altrimenti muore. Nessuno per ragioni di status sociale, politico ecc. può prendere il via con qualche metro di vantaggio sugli altri.

Ma se una donna ha un livello di testosterone molto alto parte in netto vantaggio e condanna le altre alla sconfitta. Il dilemma fra equità sportiva e dignità umana è difficilmente risolvibile: il motore truccato da madre natura mette in pista una ‘Ferrari’ opposta a una ‘Fiat’. Somma giustizia nei confronti delle prime, somma ingiuria nei confronti delle altre (parafrasando il summa jus, summa iniuria di Cicerone del 43 a.C.) Perché se è vero che “il testosterone fluttua a seconda delle condizioni ambientali e sociali” (Naufraghi/e del 5 settembre, intervento della neurobiologa Martina Ardizzi) è altresì vero che aumenta nettamente la massa muscolare, la densità e la resistenza allo sforzo delle ossa. La Nazionale femminile di calcio USA , una delle migliori al mondo, ha perso contro la squadra maschile a livello dei 15 anni dei ‘Dallas Stars’.

Nell’atletica leggera basta veder correre la sudafricana Caster Semenya; la sua struttura, le sue gambe, il suo passo, le sue spalle, tralasciando i tratti del viso, tradiscono il vantaggio che ha avuto da Madre natura. Che fare  per salvaguardare la sua integrità personale e il diritto delle altre a una gara fra eguali?

La Federazione Internazionale di atletica ha dato fondo a una serie di ‘taia e medega’, un colpo al cerchio e uno alla botte. In un primo tempo ha imposto alla Semenya il passaggio dagli 800 ai 1500. Hai un vantaggio muscolare? Passa alla distanza superiore e i tuoi muscoli non ti serviranno, saranno presto pieni di acido lattico. Ma Caster non ha abboccato. Allora le è stato detto: “puoi partecipare se abbassi il tuo livello di testosterone”. La ragazza ha opposto un altro rifiuto. E si è rivolta al tribunale dello sport di Losanna che le ha dato torto: deve abbassare il livello di ormoni maschili. Il Tribunale Federale ha confermato. Carsten si è rivolta alla Corte di Giustizia europea che le ha dato ragione e ha condannato la Svizzera a indennizzarla con 80’000 euro: con una sentenza ambigua; la Svizzera doveva fare ulteriori analisi, approfondire e spiegare il caso.

Ma Carsten deve accettare il controllo del ‘sesso biologico’. A proposito del quale la Federazione diretta dall’ex olimpionico Sebastian Coe ha stabilito che il testosterone deve essere inferiore a 2,5 nanomoli per litro di sangue (prima erano 5). Tradotto: niente surplus di ormoni, altrimenti non si gareggia.

E proprio in questi giorni il Tribunale dello Sport di Losanna ha di nuovo fra le mani la patata bollente: l’Olimpionica di Parigi Imane Khelif non è presente a Liverpool dove si disputano i mondiali di boxe femminile.

Il Comitato Olimpico l’ha accettata, ma ora la boxe pretende un’ulteriore analisi del sesso biologico (ormoni, cromosomi). Imane si è rivolta al Tribunale dello Sport di Losanna il 5. agosto ma non ha avuto risposta: “stiamo studiando il caso, raccogliendo documenti”; e intanto non può essere presente.

In passato questi controlli non c’erano. La polacca Stella Walasiewicz (naturalizzata Walsh) olimpionica a Los Angeles sui 100 metri nel 1932, fu uccisa nel 1980 nel corso di una rapina a un supermercato. L’autopsia rivelò che era ermafrodita.

Le sorelle sovietiche Irina e Tamara Press, ebraiche, alle Olimpiadi di Roma (1960) e di Tokyo (1964) fecero incetta di medaglie nel peso, nel disco, nelle prove multiple e sugli 80 m ostacoli. Di Tamara in conferenza stampa un allenatore romano aveva esclamato: me pare n’omo.

Le pressioni da tutto il mondo di fronte alle imbattibili sorelle indusse la Federazione internazionale di atletica a introdurre gli invasivi e umilianti controlli ginecologici del sesso alla vigilia degli Europei di Budapest del 1966: le sorelle (si mormorava fossero ermafrodite) si ritirarono nel pieno delle loro forze: dovevano assistere la mamma ammalata…

Sulla faccenda è intervenuto anche Trump che ha impedito ai maschi transgender la partecipazione alle gare femminili.

Ma il Comitato Olimpico ha accettato la neozelandese Laurel Hubbard, nata uomo, nel sollevamento pesi. Anche in questo caso le linea di demarcazione non è chiara: sino a che punto Laurel ha mantenuto la superiore forza di quando era un uomo? Gli invasivi interventi chirurgici lo hanno debilitato e posto a livello delle altre donne? Le quali non vedono di buon occhio (e pour cause…) le transgender e quelle con troppi ormoni maschili.

Concludo con un ricordo personale: nel 1976 alle Olimpiadi di Montreal avevo celebrato come erede dei pentatleti greci lo statuario statunitense Bruce Jenner vincitore del decathlon: dopo 3 matrimoni e 6 figli, nel 2015 a 66 anni ha cambiato sesso diventando Caitlyn Marie Jenner.

Nell’immagine: qui come andiamo a testosterone? (fotografia di Alexa Popovich)


Giorgio Armani, l’informazione e il lato oscuro del lusso made in Italy

Prima barca a lasciare il porto di Augusta, la "Alfonsina e il mare" ricorda la figura della poeta argentina di origine ticinese 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Spero di non commettere sacrilegio, ora che l’ondata di emozione per la scomparsa di Giorgio Armani “santo subito” si è affievolita e ha lasciato spazio al consueto frenetico ritmo della vita milanese, se suggerisco una riflessione su come la stampa italiana ha seguito un evento che ha avuto risonanza mondiale, quasi come la morte di papa Bergoglio. Con una sostanziale differenza: mentre per il defunto Francesco (per ora non possiamo chiamarlo Francesco I, poiché lo Spirito Santo, ahimé, non ha scelto come suo successore un Francesco II) abbiamo letto non pochi articoli critici, anche velenosi, sul suo pontificato, per lo stilista si è levato un generale unanime peana, accompagnato da fumi d’incenso come nelle feste solenni nella basilica di San Pietro. L’incenso ha un profumo gradevole, certo, ma quando è troppo diventa nube tossica. 

Sia chiaro: sono fuor di ogni dubbio la grandezza e la genialità dell’uomo, il quale, con il suo stile e il suo impero da 13 miliardi di euro, ha contribuito a profonde trasformazioni nella società contemporanea, “disegnando”, assieme all’abito, una nuova immagine della donna, affrancata dallo strapotere maschile dopo secoli di sottomissione.

Ma il giornalismo, in questa occasione, ha rinunciato a uno dei suoi compiti primari, non ha saputo distinguere tra mito e realtà, tra grandezza e limiti, preferendo partecipare al rito dell’adorazione-adulazione collettiva. A cominciare dai titoli dei quotidiani, con un tale abuso della banale definizione “re della moda” da far inorridire noi giornalisti d’antan. 

Le cronache della carta stampata potrebbero fornire agli specialisti abbondante materiale per scrivere un saggio socio-antropologico sulla deriva di certo giornalismo adulatorio e servile. È stata l’ennesima affermazione delle “penne alla bava”, per dirla con una felice espressione coniata, in altro contesto, da Marco Travaglio.

Il Corriere della Sera, com’è ovvio, ha dedicato per una settimana decine di pagine all’evento, alle quali si sono aggiunte molte centinaia di necrologi, sui quali l’autore di questa nota, che ha avuto il coraggio di leggerli dal primo all’ultimo, stende un pietoso velo per non rischiare di contaminare di ridicolo un lutto privato e nazionale.

Non ci dilunghiamo – anche se ne varrebbe la pena – su alcune “perle” lette negli articoli, come quella secondo cui sarebbe stato Armani a inventare il termine stilista, quando invece esso è documentato già nell’Ottocento, con il significato di cultore o studioso di uno stile letterario. Soltanto a metà Novecento viene esteso al campo creativo della moda. E ancora: meglio tacere su quella poveretta che, sul Corriere della Sera del 7 settembre, ha scritto che la villa dello stilista a Broni, nell’Oltrepò Pavese, è circondata da un parco di 14.000 ettari. Perbacco: sette volte più grande dell’intero territorio comunale nel quale sorge la villa, il doppio – tanto per fare un altro esempio – di quello del Comune di Lugano. Palese mancanza di cultura statistica e di dimestichezza con i numeri, non tutti si chiamano Milena Gabanelli.

Ciò che più colpisce in tanto tripudio informativo, svarioni a parte, è che non sia stata ricordata una vicenda giudiziaria emersa non decenni fa, ma nell’anno di grazia 2024, sulla quale non si può certo invocare il diritto all’oblio.

Allora rinfreschiamoci la memoria, per non dimenticare il lato oscuro del made in Italy di lusso.  Nell’aprile dello scorso anno, infatti, la Procura di Milano aprì un’inchiesta sulla Giorgio Armani Operations Spa, società del gruppo dedicata alla produzione di accessori e pelletteria. Gli investigatori scoprirono che, dietro le scintillanti vetrine del lusso, si nascondeva una catena di subappalti che finiva nelle mani di aziende cinesi senza scrupoli, operanti nell’hinterland milanese.

Borse griffate prodotte in questi laboratori venivano vendute all’intermediario a 93 euro l’una, poi, attraverso la filiera commerciale, i prezzi lievitavano a 250 euro, per essere infine messe in vendita nei negozi Armani di tutto il mondo a 1.800 euro. Si tratta di margini di guadagno stratosferici, realizzati da manodopera sfruttata al massimo e spesso irregolare.

L’inchiesta mise in luce una situazione da incubo: operai con la schiena curva sulle pelli e sulla tela in turni di lavoro massacranti, fino a 14 ore al giorno, e salari da fame di due-tre euro all’ora. Molti riposavano in dormitori improvvisati tra i macchinari e mangiavano sul posto di lavoro, in capannoni fatiscenti e a rischio incendio.

Per questo il Tribunale di Milano dispose l’amministrazione giudiziaria di Armani Operations, una misura certamente soft, nel senso che i giudici non hanno usato la mano pesante, ma comunque utile per indurre la società a “bonificarsi” dai rapporti tossici con fornitori disonesti. In pratica, un commissariamento controllato. Nel frattempo, i titolari dei laboratori clandestini sono stati indagati per caporalato e sfruttamento del lavoro. L’inchiesta a loro carico è ancora aperta.

Quello di Armani non è purtroppo un caso isolato. Negli stessi mesi provvedimenti simili avevano colpito altre aziende, da Dior a Valentino, evidenziando un comportamento sistemico nel settore moda di alta gamma. È ovvio: l’esternalizzazione senza controlli, spinta dalla perversa volontà di ridurre il più possibile i costi e massimizzare i margini di profitto, dà via libera a forme di sfruttamento selvaggio, ed evidenzia l’ipocrisia di un sistema che costruisce immensa ricchezza sulla retorica del bello, ma che troppo spesso chiude gli occhi sul “come” si produce.

Nel febbraio 2025 il Tribunale ha revocato in anticipo l’amministrazione giudiziaria, riconoscendo che Armani aveva avviato un percorso virtuoso: rescissione dei contratti con fornitori sospetti, rafforzamento dei controlli interni e impegno formale a una maggiore trasparenza. L’Antitrust, tuttavia, ha multato il gruppo per tre milioni e mezzo di euro per aver diffuso messaggi pubblicitari ingannevoli sulla responsabilità sociale. Il gruppo Armani, alla fine, ha “ripulito” la propria immagine, sottolineando di aver sempre adottato un codice etico e di essersi adeguato alle prescrizioni del Tribunale. 

Riposi dunque in pace il fondatore, le cui ceneri, per sua precisa volontà, sono state collocate nel piccolo cimitero di Rivalta di Gazzola, nel Piacentino, e non tra i “grandi” del Famedio al Monumentale di Milano, come avrebbe desiderato il sindaco Beppe Sala.

Ma resta una domanda di fondo: è questo il made in Italy che piace al ministro Adolfo Urso e a Giorgia Meloni? E soprattutto, siamo sicuri che sia stata fatta pulizia in un comparto strategico dell’economia italiana?

.Nell’immagine: sulla scena le modelle, dietro le quinte i lavoratori cinesi sfruttati e le fabbriche abusive


Il bivio tra follia e democrazia

Prima barca a lasciare il porto di Augusta, la "Alfonsina e il mare" ricorda la figura della poeta argentina di origine ticinese 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Quando uscì al cinema, nell’aprile del 2024, “Civil War” sembrò una proiezione distopica e mefitica del sogno americano, trasfigurato in un incubo kubrickiano. Oggi, di fronte al corpo senza vita di Charlie Kirk, ci chiediamo dove porti, il proiettile che l’ha ucciso durante un dibattito pubblico nello Utah. Alla guerra civile raccontata un anno e mezzo fa dal film di Alex Garland, dove i guerrieri improvvisati delle diverse fazioni si combattono e si sparano per le strade. O a un sussulto di responsabilità della politica, che nell’ennesima tragedia rinuncia a consumare le sue vendette e prova a ritrovare le ragioni non della guerra, ma della convivenza civile. Questo è il bivio al quale è arrivata l’America, e noi con lei. Perdersi, raggiungendo quel proiettile negli abissi dell’odio e dell’intolleranza; oppure ritrovarsi, seguendo la via del dialogo che nonostante i suoi furori ideologici batteva anche quell’uomo assassinato a 31 anni, in uno dei tanti campus in cui cercava proseliti. Ecco la scelta, in due parole: follia o democrazia.

Trump, purtroppo, non smentisce se stesso. Arrestato il killer, il presidente manifesta subito i suoi auspici: “Spero nella pena di morte”. Dello stesso tenore, o anche molto più feroci, le reazioni della galassia Maga. Intendiamoci subito: non c’è niente, ma proprio niente che possa suscitare un moto di comprensione e meno che mai di giustificazione nei confronti del vile criminale che ha premuto quel grilletto. Il ventiduenne Tyler Robinson non sembra il solito sbandato della Rust Belt che con un fucile a pompa fa strage in una scuola o in un McDonald’s: aveva persino inciso sui proiettili i suoi messaggi di morte, da “Hey fascist” a “Bella Ciao”. La sua vittima non era Madre Teresa di Calcutta: da irriducibile influencer turbo-trumpiano con 7 milioni di follower, Kirk era un convinto xenofobo suprematista, vedeva ovunque i demoni del Woke, disprezzava i migranti ispanici e le minoranze Lgbtq, pensava che i neri commettessero meno reati nella belle époque dello schiavismo, che anche alle donne stuprate si dovesse vietare l’aborto e che il sacro diritto costituzionale a possedere armi fosse la migliore salvaguardia della vita umana. Insomma, il truce armamentario “valoriale” della peggior destra degli ultimi due secoli, messo a punto nelle segrete di Mar-a-Lago, ibridato dal neo-conservatorismo di Kevin Roberts e della Heritage Foundation, dal tecno-ottimismo reazionario di Peter Thiel e Marc Andressen e dall’aristo-populismo di Patrick Deneen. Kirk, di questo titanico reset ideologico, era braccio digitale e insieme anche agit-prop relazionale. Nulla è condivisibile, della “dottrina” che questo comunicatore riversava sui social, nei podcast, nei talk, nelle università. Era un personaggio discusso. Ezra Klein, sul New York Times, segnala che Kirk aveva almeno una qualità: si confrontava con tutti, cercava di persuadere gli interlocutori con la forza degli argomenti. La docente Stacey Patton, viceversa, ricorda che Kirk diffondeva le Professor Watchlist, liste nere di accademici progressisti che venivano travolti da insulti e minacce di ogni tipo, e conclude che Charlie “non meritava certo di morire, ma le sue vittime non meritavano l’inferno che lui gli ha scatenato contro”.

Qualunque sia la verità, è questo che ha ucciso davvero, l’attentatore: il confronto-scontro delle idee. Cioè la linfa che nutre una società aperta e un sistema liberale. Ed è questo deposito di dignità e di civismo, oggi, che andrebbe protetto e riaffermato. Non sta succedendo. The Donald continua a interpretare l’unico ruolo che conosce: lo sceriffo di Washington, che accusa la sinistra “responsabile del terrorismo”. Gli fanno eco i falchi del Gop, come il deputato Pat Harrigan che urla “i democratici non sapevano argomentare con Charlie, perciò gli hanno sparato”, e gli avvoltoi del web, come Elon Musk che cinguetta “la sinistra è il partito degli omicidi”. Non si salva più niente e nessuno, se si risponde a una morte invocando altra morte e si condanna la violenza predicando altra violenza. C’è un filo rosso sangue, che macchia la storia americana. Quella passata, che va da John a Robert Kennedy, da Malcolm X a Luther King, fino ad arrivare a Ford e Reagan. Quella più recente, che va dall’assalto a Capitol Hill all’assassinio della deputata Melissa Hortman, fino ad arrivare al ferimento del senatore John Hoffman in Minnesota e dello stesso Trump a Butler. È questa spirale che andrebbe fermata, subito. Ma servirebbero statisti capaci di abbassare i toni e alzare il rispetto, di abbattere i castelli di rabbia e di svuotare i fiumi dell’odio. Invece le destre trumpiane, al di là e al di qua dell’Atlantico, continuano a inoculare veleno nelle vene dei popoli. Ha ragione Jonathan Safran Foher, a dire che Trump ha coltivato la violenza per anni, con la sua retorica, con il suo rifiuto di accettare elezioni legittime, con la grazia concessa a chi tentò il colpo di Stato e a chi rifiutò di vaccinarsi, con il suo sistematico gaslighting contro le opposizioni, con la sua continua manipolazione della realtà: una deriva letale, perché convince i suoi sostenitori che la violenza verbale e materiale è solo sano patriottismo. E ha ragione Percival Everett, a sostenere che Trump dovrebbe fare un passo indietro e invece trasforma questo brutale delitto in un atto politico, usandolo come un’arma contro il dissenso.

Come sempre, quando c’è da scommettere sul peggio, i nostri patrioti non deludono mai. A parte gli Stati Uniti, solo in questo sciagurato Paese l’assassinio di Kirk innesca reazioni tanto strumentali e surreali. Di questo dilagante virus del rancore, ideologico e persino antropologico, la destra tricolore è insieme portatrice e untrice. Giorgia Meloni tace sulle stragi, fischietta su Larussa e Santanché in vacanza sullo yacht da 70 mila euro a settimana, balbetta su Gaza: in compenso trova il tempo di commentare il post di un ignoto gruppuscolo di liceali senza cervello e senza futuro, che postano in rete l’immagine di Kirk capovolto con la scritta “-1”. Una porcheria indegna, non c’è dubbio: peccato solo che la premier la tratti come la risoluzione strategica delle Br che rapirono e uccisero Moro, vaneggiando di “sedicenti antifascisti”, evocando un “clima” che, “ormai”, è questo “anche in Italia”, e concludendo col più classico slogan post-missino “non ci faremo intimidire”. Naturalmente, quando la Sorella d’Italia chiama alle armi i Fratelli accorrono in massa. E le bestialità si sprecano, in un delirio collettivo e aggressivo che culmina con le parole di un ministro suo malgrado, capace di paragonare l’Italia di oggi a quella dell’omicidio di Sergio Ramelli e dei brigatisti “compagni che sbagliano”. Farneticazioni di un ceto politico inadeguato, irrisolto e irresponsabile, che ha un continuo bisogno di nemici per definire se stesso, la sua identità, i suoi valori. Fermatevi, finché siete in tempo: in una democrazia — esaurita come quella americana, svilita come quella italiana — la discordia nazionale non può essere un metodo di governo.

Nell’immagine: il luogo dell’attentato di Charlie Kirk


A Thiel serve il budget della Difesa: è in lotta esistenziale con l’Anticristo

Prima barca a lasciare il porto di Augusta, la "Alfonsina e il mare" ricorda la figura della poeta argentina di origine ticinese 

Di Valerio Renzi, il manifesto

L’Anticristo ha il volto di Greta Thunberg che vuole imporre un totalitarismo verde? O quello degli hippy e di Charles Manson, trasfigurazione dell’utopia egualitaria del Sessantotto? Sono queste alcune delle idee che il Ceo di Palantir potrebbe esporre a partire dal 15 settembre al The Commonwealth Club di San Francisco.

Le quattro conferenze di Peter Thiel saranno esclusivamente dedicate alla sua speculazione sull’Anticristo, figura da cui il magnate della Silicon Valley ammette di essere ossessionato. Se ci siamo abituati alle idee degli oligarchi della Valle, imparando a familiarizzare con concetti quali il transumanesimo o con il progetto politico/tecnologico di portare l’umanità su Marte, abbiamo anche capito che non si tratta solo di eccentricità, ma di dibattiti che orientano le scelte di alcuni degli uomini più ricchi e potenti del pianeta.

THIEL È STATO per lungo tempo l’anima più nera della Silicon Valley. Il primo a finanziare le campagne di Donald Trump, il primo a puntare su J.D. Vance. Se ha molte cose in comune con Elon Musk – la creazione di PayPal e le origini sudafricane tra le altre -, i due miliardari e guru dell’oligarchia tech sono oggi divisi da un approccio molto diverso verso l’amministrazione Trump. Se Musk è stato determinante per la vittoria del tycoon, arrivando a sembrare una sorta di presidente ombra, la sua presenza pronta a sconfinare in ogni settore dell’amministrazione, ha portato alla violenta rottura con la Casa bianca. In particolare il tentativo di distruggere dalla postazione di capo del Dipartimento dell’Efficienza governativa il sistema federale a suon di tagli lineari e chiusure di contenimento del deficit, sono diventati quasi subito indigeribili e irrealistici.

Un approccio molto meno distruptive quello di Thiel. La sua Palantir è diventata il più solido alleato del Dipartimento della Difesa, fornendo analisi dei big data, sofisticati software di controllo e sviluppando strumenti di AI per lo sviluppo bellico. Negli scorsi anni Thiel si è distinto per essere il più estremista assertore delle libertà individuali. Come Musk odia il deep state di Washington quanto lo stato in sé, sinonimo di tasse, burocrazia e soprattutto di welfare state.

PERCHÉ ALLORA l’uomo che voleva sviluppare stati-isola diretti da consigli di amministrazione e non da un parlamento, ha sposato la causa della potenza militare americana e della sua superiorità tecnologica? Perché sembra essere convinto che quella in corso è una lotta esistenziale con l’Anticristo, che come i riferimenti biblici insegnano è travestito da Messia, e per combatterlo servono alleati, i tech oligarchi non possono farlo con le loro sole forze.

Ospite di Ross Douthat del New York Times, Thiel si è dilungato sull’Anticristo sollecitato dal conduttore. «Il modo in cui l’Anticristo conquisterebbe il mondo è parlare di Armageddon senza sosta. Si parla di rischio esistenziale senza sosta, ed è questo che bisogna regolare», ovviamente per farlo sarebbe necessario un «governo mondiale», in grado di frenare il progresso e schiacciare le libertà.

L’Anticristo agirebbe approfittando della paura di una catastrofe – sia l’olocausto nucleare, l’Ai o gli effetti dei cambiamenti climatici – riuscendo così a incatenare l’iniziativa individuale. L’egemonia americana nella mentalità di Thiel sarebbe l’unico antidoto al pericolo, a tenere sotto controllo la paura dell’apocalisse e le sue infauste conseguenze. En passant: fare ricerca con i soldi dei contribuenti e avendo accesso all’astronomico budget della Difesa, è anche un ottimo affare.

UNA VISIONE teologica quella di Thiel su cui non è mancata l’ironia, anche a destra. Le crepe del mondo Maga sono molte e vanno approfondendosi. Così Joe Rogan, molto vicino a Musk, nel suo podcast con ospite il comico Tim Dillon, non si è trattenuto dal prenderlo in giro: «Se mi dicessi che c’è un film e c’è un tizio che interpreta l’Anticristo… direi ‘oh, è lui?’». Non proprio una buona pubblicità dal podcast più seguito al mondo. Rogan ha messo nel mirino anche i suoi progetti tecnologici: «La questione Palantir è molto strana – ha detto Rogan – Molte persone pensano che sia il precursore di un punteggio di credito sociale, di uno stato di polizia digitale… e che venga attuato sotto le mentite spoglie della sicurezza». Un bel paradosso per il paladino della libertà totale dell’individuo finire per passare l’architetto di uno stato totalitario e onnipresente.


Dall’Egitto a Gaza, il dolore dell’esodo

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Di Anna Foa, La Stampa

Nelle raffigurazioni delle Haggadoth medioevali, il libro letto a Pasqua dagli ebrei, l’esodo dall’Egitto è rappresentato in vesti medioevali: gli ebrei sono raffigurati come nelle espulsioni che nel Tre-Quattrocento ne resero difficile la vita in Europa. Se ne andavano con i loro averi trasportati sui carri, uscendo dalle porte delle città, dopo che i decreti cittadini li avevano scacciati. Con le loro vesti medioevali, i loro cappelli segno di infamia, le loro donne e i loro bambini.

Se oggi dovessimo fare altrettanto, la nostra immagine dell’Esodo sarebbe quella che vediamo nei video trasmessi dalla televisione, della lunga fila di macchine, furgoni, carretti che portano i palestinesi di Gaza City verso Sud, sgombrando la città affinché possa essere distrutta dalle fondamenta. I carri medioevali hanno ora il motore, ma la lunga fila è la stessa, il dolore dell’esilio lo stesso. Forse adesso la prospettiva della morte è più vicina, perché gli esili degli ebrei nel Medioevo non erano sempre accompagnati dalla minaccia di una morte imminente. Gli ebrei potevano stanziarsi altrove, ricostruirsi la vita in altre città. Qui non c’è posto dove andare, solo tende sulla spiaggia, viaggi tra fame e bombardamenti, campi profughi nel migliore dei casi.

Chi sono coloro che si muovono in queste lunghe interminabili file? Di alcuni di loro abbiamo notizie, perché ne conosciamo il nome, hanno insegnato nelle università, lavorato negli ospedali, dato come giornalisti notizie che solo i giornalisti di Gaza erano autorizzati a trasmettere. Di altri, vecchi, donne, bambini, nulla sappiamo se non il dolore che leggiamo sui loro volti senza sorriso. Ma l’ordine di evacuazione varato dal governo di Israele azzera le vite di tutti. Non ci sono più privilegiati, se non coloro che hanno abbastanza denaro per farsi aiutare nella fuga, ma per andare dove? Amici, amici di amici, scrivono chiedendo di essere aiutati a uscire da quella prigione a cielo aperto. Ma come? Le difficoltà burocratiche, quelle politiche e militari dell’esercito e del governo israeliano, quelle stesse della inenarrabile confusione di questo esodo lo rendono difficilissimo, forse impossibile. L’ossessione israeliana per i muri, i check-point, le proibizioni di muoversi trova qui la sua mortale apoteosi. Quanti di questi individui in fila per salvarsi sopravviveranno? E potremo mai ricordare i nomi di chi non ci riuscirà, leggerli un giorno come il cardinal Zuppi ha letto giorni fa quelli dei bambini morti in questi mesi a Gaza?

E allora, cominciamo a ricostruire, attraverso gli scarsi frammenti che ne abbiamo, i nomi, i volti, le età, le professioni di alcuni di loro. È possibile. Vediamo di non cogliere in quelle lunghe file di esiliati solo numeri, ma vite. Vite troncate, forse distrutte, ma vite da ricordare, da ricostruire nella nostra mente. Lo facciamo, lo abbiamo fatto, per la Shoah, ridando nomi e storie ai sommersi. Allora, lo abbiamo fatto dopo, dopo che erano stati distrutti. E se ora provassimo a farlo quando coloro che sono destinati alla morte sono ancora in vita, quando temono per le vite dei loro figli? Una memoria immediata, di ciò che sta accadendo ora. Forse getterebbe un po’ di luce su quel milione di esseri umani in movimento, forse, chissà, ne salverebbe alcuni. È difficile ma possiamo almeno provarci. Di fronte alla negazione che questa tragica storia comporta della loro umanità, è una delle vie per ricordare che sono esseri umani uguali a noi.

Nell’immagine: l’Esodo dei palestinesi a Gaza


Gaza chiama, anche le imbarcazioni svizzere prendono il largo

Prima barca a lasciare il porto di Augusta, la "Alfonsina e il mare" ricorda la figura della poeta argentina di origine ticinese 

Dopo una lunga attesa fatta di preparativi ed esercitazioni (ma anche incognite e minacce) le imbarcazioni che si trovavano a Catania, tra le quali la “Alfonsina e il mare” con a bordo i ticinesi Fabrizio Ceppi e Vanni Bianconi, si sono mosse dapprima verso Siracusa e poi, questa mattina, verso il punto di raccolta intermedio prima del viaggio finale dell’intera flottiglia. Si tratta in totale di circa 600 persone, fra le quali anche politici europei e rappresentanti di alcune nazioni.


Così Bruxelles prepara il precipizio contro l’Iran

Prima barca a lasciare il porto di Augusta, la "Alfonsina e il mare" ricorda la figura della poeta argentina di origine ticinese 

Dieci anni fa, a Vienna, venne siglato lo storico accordo sul nucleare iraniano, “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPOA), tra l’Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania e l’Unione Europea. Un’intesa raggiunta con grande fatica durante l’amministrazione Obama, che prometteva di aprire una nuova stagione di dialogo e di integrazione dell’Iran nella comunità internazionale.

Oggi l’Europa ha deciso di imboccare sull’Iran la strada più comoda e più cieca: quella delle sanzioni automatiche, dell’obbedienza agli Stati Uniti e della giustificazione dell’assertività israeliana. Germania, Francia e Regno Unito – la cosiddetta Troika europea – hanno annunciato l’attivazione del meccanismo di “snapback” previsto dall’accordo sul nucleare del 2015, aprendo la via al ripristino delle sanzioni dell’ONU contro Teheran.

Formalmente, la motivazione è la mancata cooperazione da parte iraniana con l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea). In realtà, la decisione rivela ancora una volta l’impotenza europea: incapace di agire da attore autonomo, l’Ue sceglie di allinearsi in modo acritico a Washington e di coprire le mosse di Israele.

Una finestra di 30 giorni, ma la logica resta quella della punizione

Il 18 ottobre il JCPOA compirà dieci anni e formalmente scadrà, permettendo di riattivare tutte le sanzioni sospese. Tuttavia l’E3 (Francia, Germania, Regno Unit o) ha lasciato aperto uno spiraglio: un periodo di 30 giorni durante il quale l’Iran potrebbe ottenere un posticipo fino a sei mesi, a patto di concedere ciò che viene richiesto. Vale a dire: riaprire i siti nucleari agli ispettori dell’Aiea – in particolare quelli colpiti dagli americani durante la cosiddetta “guerra dei dodici giorni” di giugno – e riprendere colloqui diretti con gli Stati Uniti.

Non si tratta di una vera offerta negoziale, ma di un ultimatum mascherato: o Teheran accetta le condizioni, o il meccanismo verrà completato prima che la Russia assuma la presidenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu in ottobre. Mosca, alleata di Teheran, potrebbe infatti rallentare o bloccare il processo.

L’Ue con l’attivazione dello snapback apre una fase di guerra più economica che diplomatica contro l’Iran. Fin dal primo momento, gli “occidentalisti interni” – le élite economiche e gli oligarchi legati alla Camera di Commercio – hanno speculato sul mercato valutario, facendo salire i prezzi senza che vi fossero reali cambiamenti nella produzione o nella situazione generale del Paese. Nei prossimi giorni, questi gruppi, insieme ai grandi esportatori e importatori e alle loro reti interne, intensificheranno la pressione per spingere il governo alla resa, temendo la chiusura dei canali che in passato garantivano rendite e fuga di capitali verso l’Occidente.

Più che le sanzioni stesse, sarà questa dinamica interna a colpire l’economia iraniana. La vera sfida dei prossimi trenta giorni sarà quindi dimostrare la capacità di resistere a una guerra economica tanto esterna quanto interna, evitando di finire indeboliti e costretti alla resa sotto la pressione di queste forze filo-occidentali.

L’ombra della guerra con Israele

Per capire la posizione iraniana bisogna ricordare che la sospensione delle ispezioni Aiea non è avvenuta nel vuoto. È arrivata dopo la guerra lampo di giugno con Israele, durata dodici giorni, durante la quale i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan sono stati bombardati da Tel Aviv e colpiti anche da un’operazione statunitense, la cosiddetta “Midnight Hammer”.

Da allora, a Teheran convivono due linee: quella del ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dell’ex consigliere di sicurezza Ali Shamkhani – favorevoli a un modus vivendi con l’Occidente – e quella dell’ala radicale del potere, rafforzata dal trauma di aver subito un’aggressione diretta e da un contesto in cui la sopravvivenza stessa della Repubblica Islamica è stata percepita come minacciata.

Gli iraniani non dimenticano che, in quel frangente, i Paesi E3 hanno offerto di fatto una legittimazione politica agli attacchi di Benjamin Netanyahu, accusando Teheran di insistere sulla proliferazione nucleare. Come può oggi l’Europa presentarsi quale mediatrice se ha già scelto da che parte stare?

Canberra e la spinta israeliana

Mentre l’Europa sceglie la via della punizione, dall’altra parte del mondo l’Australia ha espulso l’ambasciatore iraniano, accusando Teheran di legami con presunte attività dei Pasdaran contro obiettivi ebraici. Una decisione che difficilmente si può leggere fuori contesto: appena dieci giorni fa il premier Anthony Albanese aveva annunciato l’intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina. Netanyahu lo aveva subito bollato come “debole” e ostile a Israele.

L’espulsione del diplomatico iraniano, giunta subito dopo, appare come una mossa di riallineamento: un segnale all’alleato israeliano e una punizione contro l’Iran, sacrificato ancora una volta sull’altare degli equilibri geopolitici e delle pressioni esterne.

L’UE cieca e sorda

Regno Unito, Francia e Germania parlano di “mancata cooperazione”. Ma la realtà è che l’Europa ha scelto ancora una volta la scorciatoia del ricatto economico, ignorando le conseguenze. È cieca e sorda davanti alla complessità del potere iraniano, dove convivono voci favorevoli a un’apertura graduale e spinte contrarie a ogni compromesso.

La diplomazia, se ha ancora un senso, si fonda sulla capacità di comprendere l’altro, non sul punirlo in automatico. L’Ue, invece, preferisce la logica delle sanzioni e la subordinazione a Washington. Con Gaza si è auto-esclusa. Sull’Ucraina si è ridotta a vagone trainato dagli Stati Uniti. Ora, con l’Iran, si priva anche dell’ultima possibilità di presentarsi come attore autonomo, scegliendo di fare da nota a piè di pagina nella strategia americana-israeliana.

Autodistruzione politica

Questa non è diplomazia. È autodistruzione politica. È la dimostrazione che a Bruxelles e nelle capitali europee prevalgono leadership senza visione, incapaci di costruire ponti e pronte a spingere il continente verso il precipizio strategico.

L’Ue si condanna a spettatore irrilevante, mentre il vuoto diplomatico sarà colmato da altri: dalla Russia, dalla Cina, dalla Turchia, da chiunque saprà proporsi come interlocutore credibile per Teheran. Non sarà certo l’Europa, sempre più ridotta a eco delle posizioni altrui.


Il doppio gioco americano

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Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Fino a quando Donald Trump fingerà di non accorgersi che Putin continua a prenderlo in giro e a sfidare la sua risolutezza a rispondere alle provocazioni del Cremlino? Perché i droni sulla Polonia sono l’ennesima prova che il tappeto rosso srotolato dall’americano davanti ai piedi del russo ad Anchorage, e poi allungato con l’aiuto di Xi Jinping fino a Pechino, ha accresciuto a dismisura la baldanza dell’uomo di Mosca e rafforzato la sua convinzione che un’Occidente senza guida americana non sia in grado di contenere la minaccia russa.

“I droni russi che volano sulla Polonia durante il massiccio attacco all’Ucraina dimostrano che il senso di impunità di Putin sta crescendo”, ha detto il ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha. Da quando è tornato dalla sua trionfale visita in Cina, fresco della riabilitazione internazionale offertagli gratis da Trump in Alaska, rinvigorito dall’“amicizia eterna” di Xi Jinping e dall’omaggio di Modi (due che tengono in piedi l’economia comprando il petrolio russo), Putin ha alzato il tiro. La Russia non può aumentare più di tanto il livello delle sue capacità militari, come dimostra la lentezza dell’offensiva nel Donbass, ma punta a elevare l’asticella delle provocazioni e la forza simbolica dei suoi bersagli, per testare la reattività della Nato, ma soprattutto quella di Trump.

Nell’ordine, la nuova offensiva di Putin ha colpito prima una fabbrica di proprietà americana in Ucraina, dove si producono macchine da caffè. Poiché molte fabbriche hanno un duplice uso (fanno prodotti per scopi sia civili che militari) i russi hanno giocato sul dubbio. Il secondo attacco ad alto profilo simbolico, ma egualmente facile all’equivoco, è stato quello che ha mandato in frantumi i vetri e riempito di buchi la facciata della rappresentanza dell’Unione europea e del British Council a Kiev: i due missili russi non hanno colpito direttamente gli edifici diplomatici, bensì un palazzo vicino. Il senso del messaggio era chiaro: se gli europei, un domani, manderanno truppe in Ucraina le esporranno a grandi rischi.

Infine, mercoledì, sono arrivati i droni sulla Polonia. La Bielorussia, Stato-vassallo di Mosca, da dove provenivano, ha dichiarato che erano finiti in Polonia per errore. Ma se uno può essere uno sbaglio, diciannove è diabolica perseveranza. L’incaricato d’affari dell’ambasciata russa in Polonia, Andrej Ordash, si è spinto a dire all’agenzia Tass: “Sappiamo solo una cosa: quei droni sono arrivati dall’Ucraina”. Come ha detto il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, “bugie e smentite sono le classiche reazioni in stile sovietico”. Dalla Cecoslovacchia all’Afghanistan, dalla Cecenia alla Siria, gli esempi sono tanti. La stessa invasione dell’Ucraina è cominciata nel 2014 con una bugia: i famosi “omini verdi”, mascherati e senza mostrine, che iniziarono la guerra nel Donbass, erano militari che la Russia fingeva di non conoscere e di non aiutare.

Tutti gli osservatori concordano che il vero obiettivo di questa offensiva è testare Trump per capire fino a che punto è disposto a non prendere misure punitive verso Putin per non mettere a rischio il loro rapporto personale e il potenziale mercato russo (che al tycoon sembra interessare assai più dell’Ucraina). “La Russia schiaccia tutti i bottoni per vedere che cosa fanno gli americani, per capire che cosa significa la presidenza Trump e in che direzione vuole andare”, ha detto al New York Times Max Bergman, direttore per l’Europa e la Russia al Center for strategic and international studies di Washington.

Anche le manovre militari congiunte, previste per questa settimana, di Russia e Bielorussia, denominate intenzionalmente “Zapad” (Occidente) sembrano essere un test per l’Alleanza atlantica e per Trump. Si tengono ogni quattro anni (le ultime, nel 2021, servirono in realtà a preparare l’attacco all’Ucraina) e simulano quest’anno, non certo a caso, una risposta ad un ipotetico attacco da parte della Nato. I Paesi baltici e soprattutto la Polonia le considerano “molto aggressive” e sono in ansia. Varsavia è intenzionata a schierare quarantamila soldati alla frontiera con la Russia. In un’edizione di alcuni anni fa, questa manovre congiunte avevano come tema addirittura un attacco nucleare alla capitale polacca.

Ancora una volta è Trump che dovrebbe dire da che parte sta. La scorsa settimana, alla Casa Bianca, ha rassicurato il presidente polacco Nawrocki dicendosi disposto ad aumentare i soldati americani in Polonia, che sono già diecimila. Ma il primo a sapere che Trump cambia rapidamente idea è proprio Putin e, in questo contesto, anche le esercitazioni con l’alleato bielorusso Lukashenko suonano come una provocazione. E si torna così alla casella di partenza: fino a quando lo zar potrà sfruttare la credulità del presidente americano?


Il mio paese rischia una guerra civile

Prima barca a lasciare il porto di Augusta, la "Alfonsina e il mare" ricorda la figura della poeta argentina di origine ticinese 

Di Alan Friedman, La Stampa

C’è un principio che nessuna democrazia può permettersi di tradire: la violenza politica va condannata sempre, in ogni sua forma, sia che provenga dall’estrema destra sia dall’estrema sinistra. Quando minacce violente, omicidi, retorica incendiaria diventano routine nella politica quotidiana, la democrazia e la società civile sono a serio rischio.

Oggi l’America sta scivolando verso ciò che si può solo definire l’inizio di una guerra civile a bassa intensità e sporadica. Non tra eserciti schierati, ma attraverso assassinii politici, attentati incendiari, incendi dolosi e sparatorie — azioni sparse, imprevedibili, ma unite dallo stesso clima avvelenato di paura e odio.

Per capire questo clima, bisogna guardare alla carriera di Charlie Kirk, il militante MAGA ucciso mercoledì sera in Utah. Negli ultimi dieci anni è diventato una delle figure più influenti della destra americana — e uno dei più fedeli alleati di Donald Trump. Per sua stessa ammissione, Kirk visitò la Casa Bianca “più di cento volte” durante il primo mandato di Trump, oscillando tra cheerleader, guardiano e factotum politico. Portava i giovani al voto.

Grazie al suo podcast e all’incitamento quotidiano al razzismo, alla violenza e all’odio, l’impero di Kirk — Turning Point USA e il suo braccio politico Turning Point Action — è cresciuto da 4 milioni di dollari di entrate nel 2016 a oltre 92 milioni nel 2023. Ha mobilitato studenti universitari, attratto donatori facoltosi e dato al trumpismo un canale di energia giovanile.

Ma questo successo ha avuto un prezzo. La retorica di Kirk ha sistematicamente confuso il confine tra dibattito e incitamento. Prima del 6 gennaio 2021, annunciò che le sue organizzazioni avevano messo in moto «più di 80 pullman di patrioti diretti a Washington per combattere per questo presidente». Combattere era la parola, e combattere fu: un’insurrezione al Campidoglio che lasciò dietro di sé morti e distruzione.

Kirk applaudì a quell’insurrezione. Predicò rabbia e odio contro gli americani non bianchi. Derise Martin Luther King Jr. chiamandolo «un cattivo ragazzo», bollò Kamala Harris come “Kamala la Comunista”, e suggerì che i piloti neri fossero meno qualificati dei colleghi bianchi. Disse persino che gli afroamericani stavano meglio sotto la schiavitù. Derise l’idea stessa dei diritti civili per le minoranze.

Sull’aborto, il suo linguaggio fu spaventosamente assoluto. A un forum pubblico, gli chiesero se la sua ipotetica figlia di dieci anni, violentata e rimasta incinta, potesse abortire. Kirk rispose con freddezza: «È terribilmente crudo. Ma la risposta è sì, il bambino verrebbe partorito.»

In politica estera, Kirk imitò l’ammirazione di Trump per Vladimir Putin. Ridicolizzò la lotta di sopravvivenza dell’Ucraina, definendo la guerra “una disputa territoriale”. Volodymyr Zelensky, leader democratico sotto assedio, fu bersaglio di scherno, mentre il dittatore russo veniva presentato come modello di forza.

Sulle armi, la sua visione era altrettanto glaciale: disse che le morti per armi da fuoco sono «sfortunatamente il prezzo che paghiamo per la libertà». Non vide l’ironia di questa affermazione: morto com’era, la fredda constatazione suonava come un epitaffio.

L’importanza dell’omicidio di Kirk sta proprio in questo: è un evento polarizzante; incoraggerà altra violenza. Ora corriamo il rischio di una serie di altri atti di violenza politica e omicidi che, messi insieme, possono chiamarsi guerra civile a bassa densità e sporadica.

Il pericolo non è teorico. Solo nel 2025, l’America ha già visto attacchi che seguono lo schema di un conflitto civile a bassa densità:

• Minnesota, giugno 2025. Vance Boelter, travestito da poliziotto, uccide l’ex speaker democratica Melissa Hortman e suo marito a casa loro, ferisce il senatore John Hoffman e la moglie. Nella sua auto, una lista di settanta funzionari e attivisti democratici.

• Pennsylvania, aprile 2025. La residenza del governatore democraticoJosh Shapiro è incendiata mentre la famiglia dormiva. Il sospetto affronta accuse di terrorismo e tentato omicidio.

• Colorado, giugno 2025. Una marcia di solidarietà a Boulder si è trasformata in inferno quando un uomo ha lanciato molotov e usato un lanciafiamme, gridando slogan antisemiti. Una donna di 82 anni è morta.

Questi non sono atti isolati. Sono i colpi d’apertura di una guerra civile sporadica. Come l’uccisione di Kirk.

Sì, qualcuno dirà: l’America è sempre stata violenta, nata da una rivoluzione e immersa nella cultura delle armi. Ma Donald Trump ha strappato il cerotto del razzismo, ha ammiccato al suprematismo bianco con la delizia maligna di un complice. Ha esaltato i rivoltosi del 6 gennaio come “patrioti”, promesso loro clemenze, trasformato il risentimento in moneta politica. Charlie Kirk era la sua cassa di risonanza, il suo emissario verso i giovani e i ricchi, il suo uomo nel movimento.

Quando Trump elogiò Kirk come «un grande uomo da cima a fondo», elogiava non solo la fedeltà ma la normalizzazione della rabbia.

La cultura è cambiata in America. Un sondaggio Pew Research del 2024 ha rivelato che un americano su quattro ritiene giustificata la violenza per fini politici. Tra gli elettori di Trump, la cifra sale al 41%. Non è una frangia: è una base.

Per essere chiari: non sostengo che gli Stati Uniti siano già in una guerra civile conclamata. Dico solo che stiamo entrando in una fase di violenza politica tale che trovare altra terminologia diventa difficile.

Se la violenza non sarà condannata senza eccezioni — e se alcuni leader e influencer non smetteranno di alimentare le fiamme per vantaggio personale — la guerra a bassa intensità diventerà la nuova normalità americana: una realtà quotidiana di paura, divisione e degrado democratico.

E come se non bastasse, Donald Trump ha confermato che per celebrare i 250 anni dell’indipendenza americana il 4 luglio del 2026 ospiterà sul prato della Casa Bianca un vero cage fight UFC, con ottagono, laser, fuochi d’artificio e sangue nell’erba del South Lawn. Violenza in diretta dal giardino presidenziale: ahimè, una metafora perversamente perfetta dell’America di Trump.