Prima barca a lasciare il porto di Augusta, la "Alfonsina e il mare" ricorda la figura della poeta argentina di origine ticinese
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Spero di non commettere sacrilegio, ora che l’ondata di emozione per la scomparsa di Giorgio Armani “santo subito” si è affievolita e ha lasciato spazio al consueto frenetico ritmo della vita milanese, se suggerisco una riflessione su come la stampa italiana ha seguito un evento che ha avuto risonanza mondiale, quasi come la morte di papa Bergoglio. Con una sostanziale differenza: mentre per il defunto Francesco (per ora non possiamo chiamarlo Francesco I, poiché lo Spirito Santo, ahimé, non ha scelto come suo successore un Francesco II) abbiamo letto non pochi articoli critici, anche velenosi, sul suo pontificato, per lo stilista si è levato un generale unanime peana, accompagnato da fumi d’incenso come nelle feste solenni nella basilica di San Pietro. L’incenso ha un profumo gradevole, certo, ma quando è troppo diventa nube tossica.
Sia chiaro: sono fuor di ogni dubbio la grandezza e la genialità dell’uomo, il quale, con il suo stile e il suo impero da 13 miliardi di euro, ha contribuito a profonde trasformazioni nella società contemporanea, “disegnando”, assieme all’abito, una nuova immagine della donna, affrancata dallo strapotere maschile dopo secoli di sottomissione.
Ma il giornalismo, in questa occasione, ha rinunciato a uno dei suoi compiti primari, non ha saputo distinguere tra mito e realtà, tra grandezza e limiti, preferendo partecipare al rito dell’adorazione-adulazione collettiva. A cominciare dai titoli dei quotidiani, con un tale abuso della banale definizione “re della moda” da far inorridire noi giornalisti d’antan.
Le cronache della carta stampata potrebbero fornire agli specialisti abbondante materiale per scrivere un saggio socio-antropologico sulla deriva di certo giornalismo adulatorio e servile. È stata l’ennesima affermazione delle “penne alla bava”, per dirla con una felice espressione coniata, in altro contesto, da Marco Travaglio.
Il Corriere della Sera, com’è ovvio, ha dedicato per una settimana decine di pagine all’evento, alle quali si sono aggiunte molte centinaia di necrologi, sui quali l’autore di questa nota, che ha avuto il coraggio di leggerli dal primo all’ultimo, stende un pietoso velo per non rischiare di contaminare di ridicolo un lutto privato e nazionale.
Non ci dilunghiamo – anche se ne varrebbe la pena – su alcune “perle” lette negli articoli, come quella secondo cui sarebbe stato Armani a inventare il termine stilista, quando invece esso è documentato già nell’Ottocento, con il significato di cultore o studioso di uno stile letterario. Soltanto a metà Novecento viene esteso al campo creativo della moda. E ancora: meglio tacere su quella poveretta che, sul Corriere della Sera del 7 settembre, ha scritto che la villa dello stilista a Broni, nell’Oltrepò Pavese, è circondata da un parco di 14.000 ettari. Perbacco: sette volte più grande dell’intero territorio comunale nel quale sorge la villa, il doppio – tanto per fare un altro esempio – di quello del Comune di Lugano. Palese mancanza di cultura statistica e di dimestichezza con i numeri, non tutti si chiamano Milena Gabanelli.
Ciò che più colpisce in tanto tripudio informativo, svarioni a parte, è che non sia stata ricordata una vicenda giudiziaria emersa non decenni fa, ma nell’anno di grazia 2024, sulla quale non si può certo invocare il diritto all’oblio.
Allora rinfreschiamoci la memoria, per non dimenticare il lato oscuro del made in Italy di lusso. Nell’aprile dello scorso anno, infatti, la Procura di Milano aprì un’inchiesta sulla Giorgio Armani Operations Spa, società del gruppo dedicata alla produzione di accessori e pelletteria. Gli investigatori scoprirono che, dietro le scintillanti vetrine del lusso, si nascondeva una catena di subappalti che finiva nelle mani di aziende cinesi senza scrupoli, operanti nell’hinterland milanese.
Borse griffate prodotte in questi laboratori venivano vendute all’intermediario a 93 euro l’una, poi, attraverso la filiera commerciale, i prezzi lievitavano a 250 euro, per essere infine messe in vendita nei negozi Armani di tutto il mondo a 1.800 euro. Si tratta di margini di guadagno stratosferici, realizzati da manodopera sfruttata al massimo e spesso irregolare.
L’inchiesta mise in luce una situazione da incubo: operai con la schiena curva sulle pelli e sulla tela in turni di lavoro massacranti, fino a 14 ore al giorno, e salari da fame di due-tre euro all’ora. Molti riposavano in dormitori improvvisati tra i macchinari e mangiavano sul posto di lavoro, in capannoni fatiscenti e a rischio incendio.
Per questo il Tribunale di Milano dispose l’amministrazione giudiziaria di Armani Operations, una misura certamente soft, nel senso che i giudici non hanno usato la mano pesante, ma comunque utile per indurre la società a “bonificarsi” dai rapporti tossici con fornitori disonesti. In pratica, un commissariamento controllato. Nel frattempo, i titolari dei laboratori clandestini sono stati indagati per caporalato e sfruttamento del lavoro. L’inchiesta a loro carico è ancora aperta.
Quello di Armani non è purtroppo un caso isolato. Negli stessi mesi provvedimenti simili avevano colpito altre aziende, da Dior a Valentino, evidenziando un comportamento sistemico nel settore moda di alta gamma. È ovvio: l’esternalizzazione senza controlli, spinta dalla perversa volontà di ridurre il più possibile i costi e massimizzare i margini di profitto, dà via libera a forme di sfruttamento selvaggio, ed evidenzia l’ipocrisia di un sistema che costruisce immensa ricchezza sulla retorica del bello, ma che troppo spesso chiude gli occhi sul “come” si produce.
Nel febbraio 2025 il Tribunale ha revocato in anticipo l’amministrazione giudiziaria, riconoscendo che Armani aveva avviato un percorso virtuoso: rescissione dei contratti con fornitori sospetti, rafforzamento dei controlli interni e impegno formale a una maggiore trasparenza. L’Antitrust, tuttavia, ha multato il gruppo per tre milioni e mezzo di euro per aver diffuso messaggi pubblicitari ingannevoli sulla responsabilità sociale. Il gruppo Armani, alla fine, ha “ripulito” la propria immagine, sottolineando di aver sempre adottato un codice etico e di essersi adeguato alle prescrizioni del Tribunale.
Riposi dunque in pace il fondatore, le cui ceneri, per sua precisa volontà, sono state collocate nel piccolo cimitero di Rivalta di Gazzola, nel Piacentino, e non tra i “grandi” del Famedio al Monumentale di Milano, come avrebbe desiderato il sindaco Beppe Sala.
Ma resta una domanda di fondo: è questo il made in Italy che piace al ministro Adolfo Urso e a Giorgia Meloni? E soprattutto, siamo sicuri che sia stata fatta pulizia in un comparto strategico dell’economia italiana?
.Nell’immagine: sulla scena le modelle, dietro le quinte i lavoratori cinesi sfruttati e le fabbriche abusive