Veronica Noseda – La Francia protesta mentre Lecornu debutta

Nella stessa giornata la discesa in piazza del movimento "Blocchiamo tutto" e l'inizio del nuovo premier designato dal presidente Macron, al minimo della popolarità 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Israele colpisce vertice di Hamas in Qatar, l’esperta: “È la fine di ogni negoziato sulla Striscia”

Nella stessa giornata la discesa in piazza del movimento "Blocchiamo tutto" e l'inizio del nuovo premier designato dal presidente Macron, al minimo della popolarità 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Esperta di Paesi del Golfo per lo European council of foreign relations, autrice del citatissimo volume “The Gulf Monarchies after the Arab spring”, Cinzia Bianco è una dei maggiori esperti dell’area, regolarmente presente sulle colonne dei più importanti giornali del mondo, dal Financial Times al Wall Street Journal. Tutto questo la rende la persona più giusta per valutare l’impatto che avrà l’attacco israeliano su Doha sulla regione.

Che conseguenze ci saranno per i Paesi del Golfo? E per il Medio Oriente in generale?

«La mia valutazione è che le ripercussioni principali a cui assisteremo saranno su due livelli: il primo è quello della normalizzazione delle relazioni fra i Paesi del Golfo e Israele, il secondo quello dei rapporti di queste nazioni con gli Stati Uniti. L’America non ha fermato l’attacco su un Paese dove c’è una base americana, che è uno dei principali alleati della Nato: sono due cose importantissime, eppure non sono bastate a funzionare come deterrenti. E dunque, i Paesi del Golfo per la prima volta da decenni saranno costretti a ripensare la loro dipendenza dagli Usa: e immagino che cercheranno di mettere a punto una contro-strategia, indipendente dall’America, per contenere questo Israele che si sta dimostrando senza limiti».

Come va letta la “luce verde” data dagli Usa a questo attacco?

«La “luce verde” se davvero c’è stata, perché è ancora tutto poco chiaro, agli occhi dei Paesi del Golfo è il segno che Donald Trump è del tutto inaffidabile: pensavano che questo presidente sarebbe stato in grado di contenere Netanyahu più di quanto aveva fatto Biden. Così non è stato durante la “guerra dei dieci giorni” (l’attacco di Israele all’Iran, ndr), così non è stato ora. Anzi, è l’opposto. Dunque c’è una scelta di campo da fare: per i Paesi del Golfo non è accettabile che essere sotto la leadership americana significhi subire quello che Israele vuole fare, senza alcuna linea rossa».

E dunque questa è la fine degli accordi che legano Israele ai Paesi del Golfo?

«No, perché questi accordi legano Israele soltanto agli Emirati arabi uniti e al Bahrein. Il Bahrein non reagirà perché – per ragioni storiche e politiche – ha una forte ostilità nei confronti di Hamas. Gli Emirati lo stesso. Reagiranno sicuramente dal punto di vista diplomatico, ma non credo che romperanno i rapporti. Quello che si fermerà qui, a mio giudizio, è il processo di ulteriore normalizzazione con Israele, in particolare da parte dell’Arabia Saudita: in questa situazione i sauditi non possono pensare a un accordo con Israele».

Che conseguenze potrà avere questo attacco sulla crisi di Gaza?

«A Gaza Israele sta cercando di uccidere ogni opzione diplomatica. Il Qatar è stato in questi mesi il mediatore più positivo agli occhi dell’Occidente: adesso non potrà che reagire ripensando al suo ruolo. Tutto porta in questa direzione: su Gaza da tempo i qatarini non riescono più ad ottenere nulla e stanno pagando un prezzo politico carissimo. Il loro ruolo di mediatori è stato apertamente messo in discussione all’interno del Paese: ora faranno un passo indietro. E forse inviteranno anche i rappresentanti di Hamas ad andarsene, perché a questo punto, senza risultati e con un attacco in casa, non vale più la pena di continuare ad ospitarli. Per Gaza e per la sua gente questo significa che l’opzione diplomatica svanisce: a questo punto resta solo quella militare».

Ma in questi mesi Israele ha sempre tenuto la porta aperta al Golfo: dei soldi di questi Paesi avrà bisogno quando si comincerà a parlare di ricostruzione. Per non parlare nel fatto che al Golfo sono legati alcuni attori – come Mohammed Dahlan – che potrebbero avere un ruolo importante nel futuro della Striscia…

«Tutto questo è vero. Ma ieri è passato in secondo piano. Con questa azione Israele aveva fondamentalmente uno scopo: uccidere l’opzione diplomatica. E ci è riuscito».


Contro nemici e alleati, è la logica dello Stato-mafia

Nella stessa giornata la discesa in piazza del movimento "Blocchiamo tutto" e l'inizio del nuovo premier designato dal presidente Macron, al minimo della popolarità 

Di Alberto Negri, il manifesto

Siamo oltre l’estremismo sionista più radicale: Israele è ormai uno stato-mafia, uno stato terrorista. Prepara una trappola e agisce come un killer verso chiunque, finge di negoziare e poi uccide i negoziatori. Non ha e non riconosce limiti: il diritto internazionale ormai per Tel Aviv è una nota a piè di pagina da ignorare con fastidio. Ricordiamolo adesso, in ogni momento, con la Flotilla diretta verso la Palestina.

Trump rispetto a Netanyahu è sempre indietro di un passo e finora ha accettato senza replicare la sua agenda di sterminio, se non sostenendo proposte deliranti come Gaza Riviera. A quel tavolo negoziale in Qatar, ieri insanguinato, siedono anche gli inviati americani: gli Stati uniti sono d’accordo con Netanyahu in tutto e per tutto ma a Doha anche Washington e Trump hanno fatto una figura meschina e inaffidabile. Al premier Netanyahu non importa nulla degli ostaggi, altrimenti avrebbe già fatto un accordo, le vite stesse degli israeliani sono subordinate ai suoi obiettivi: restare al potere e sfuggire alla giustizia con una guerra infinita. In fondo lui è il principale agente dell’antisemitismo. Il suo cinismo è totale: gli ostaggi da vivi costituiscono un motivo per continuare il genocidio e l’annessione di territori, da morti diventano una ragione in più per completare la strage e la pulizia etnica dei palestinesi.

QUI, DAL FIUME al mare, scorre soltanto sangue. Violando ogni legge internazionale e umiliando anche i Paesi che un giorno dovrebbero entrare nel cosiddetto Patto di Abramo che altro non è che una resa senza condizioni delle monarchie arabe del Golfo e dei loro alleati. Soltanto degli sprovveduti o degli ipocriti potevano pensare che il genocidio di Gaza riguardasse soltanto i palestinesi: fa parte invece di un piano di controllo molto più ampio dello stesso Grande Israele territoriale. Si tratta di attuare quello che già aveva in mente Trump durante la sua prima presidenza, ovvero fare di Israele, con la sua schiacciante superiorità bellica e tecnologica – componente attiva dello stesso complesso militar-industriale americano – il poliziotto assoluto della regione, in grado di colpire chiunque con azioni militari massicce o omicidi mirati.

QUELLO CHE È avvenuto ieri in Qatar è già accaduto in questi due anni ovunque. Israele ha fatto fuori la leadershp di Hamas, quella di Hezbollah, alti esponenti iraniani, ha colpito in Yemen e in Siria dove Al Sharaa è nel mirino delle truppe israeliane in ogni momento. Questo ex militante di Al Qaeda è il caso, quasi unico, di un presidente che vive praticamente ai domiciliari perché Tel Aviv, che già occupa il sud del Paese, lo può fare fuori in ogni momento. Si può salvare soltanto se si fa complice del genocidio e della pulizia etnica di Gaza accettando, come si vocifera ogni tanto, l’esilio di migliaia di palestinesi, già presenti da decenni in Siria a centinaia di migliaia.

E qui arriviamo al punto. Cosa accade con l’evacuazione di Gaza City? Haaretz afferma che per i gazawi non c’è via di fuga e alternativa. Ma a cosa? Lo stesso esercito israeliano aveva indicato che l’unica soluzione è ammassarli in campi di concentramento dove ogni tentativo di uscirne verrà punito con la morte. È quella amministrazione militare che il capo di stato maggiore Eyal Zamir non vuole ma che di fatto ha accettato con l’operazione a Gaza City. Poi bisognerà trovare il modo di fare accettare almeno in parte il loro esodo. E la destra israeliana al potere vede come candidati gli stessi Paesi arabi del Golfo che per lo meno dovranno finanziarlo e trovare delle soluzioni. L’operazione di ieri in Qatar contro Hamas è un ammonimento ai capi arabi su quello che potrebbe succedere se non collaborano. Questa è la logica del ricatto dello stato mafioso-terrorista.

LA STESSA LOGICA mafiosa, per altro, che Israele applica all’Europa. Dopo 19 round di sanzioni alla Russia, l’Europa e l’Italia non riescono a vararne neppure una contro Israele. È evidente che sono ricattati da Israele e dagli Stati uniti. Il governo italiano trema come una foglia perché gli apparati di sicurezza israeliani e americani ne limitano la sovranità e hanno la chiave della nostra cybersecurity. Resta così l’opinione pubblica, lasciata sola a protestare da politici complici e senza alcuna dignità.

Davanti a quanto accade – genocidio, annessioni, apartheid – appare persino assurdo invocare, come fanno gli europei, la soluzione dei “due popoli due stati” come praticabile e ragionevole. Come scrive sul sito indipendente israeliano-palestinese +972mag il giornalista palestinese Alaa Salama, la soluzione dei due stati appare ormai una mistificazione, un modo per giustificare e far guadagnare tempo al governo di Netanyahu, per altro inseguito come Putin da una mandato di cattura della Corte penale internazionale. L’unica soluzione concreta è sanzionare i responsabili per isolarli e mettere fine al genocidio. Tutto il resto appare come un miserabile alibi. Ma come diceva Don Abbondio, uno il coraggio non se lo può dare.


L’escalation degli impuniti

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Israele vuole impedirci di partire

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Video inviato da CataniaIl promotore della GSF Hicham El Ghaoui intervistato da Stefano Ferrari: “Hanno voluto farci paura, ma abbiamo un obiettivo e andremo fino in fondo. Chi se la prende con noi se la prende con l’umanità, e disprezza il diritto internazionale. Allo stesso tempo è la dimostrazione che la nostra iniziativa è importante. Fin dove sono disposti ad arrivare? Non possiamo saperlo, ma dobbiamo prepararci per ogni evenienza, senza far correre rischi ai partecipanti e agli abitanti di Gaza.”


La minaccia dei droni e un gesto di speranza

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Video inviato dalla barca “Alfonsina e il mare”, attualmente in Sicilia

La situazione

Come noto, e come riportato in altri articoli di oggi, nella notte si è verificato un preoccupante (ma fortunatamente innocuo per le persone) episodio di violenza verso la spedizione, riguardo al quale la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha affermato “Non sappiamo chi abbia compiuto l’attacco, ma non saremmo sorpresi se fosse stato Israele“.

Ce ne parla in questo messaggio da Catania Vanni Bianconi, riportando anche il commovente invito dell’amico scrittore e poeta Qasem Waleed, collaboratore di Al Jazeera


Il terrore che torna nella “Città santa”

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La guerra “torna” a Gerusalemme. Due giovani attentatori palestinesi, fermata dei bus a Ramot, mitragliette ”Carlo” home made, 6 morti israeliani, altrettanti feriti gravi, i due terroristi abbattuti. E subito si alzano i contrastanti cori. 

Nulla di nuovo, per i sostenitori “a prescindere” dello Stato ebraico, solo un attentato in più nella lunga catena di attacchi contro i civili israeliani dal campo palestinese più radicale, da bonificare in tutti i modi. Per gli altri, una risposta “coraggiosa” e clamorosa nella tempistica che registra anche il contemporaneo attacco finale di Tsahal contro i dannati di Gaza City, che nella stessa giornata ha provocato una sessantina di morti palestinesi nella ‘capitale’ dell’enclave. Un morto israeliano su circa dieci palestinesi. Proporzioni di vittime quotidiane sostanzialmente rispettate in una follia che sembra inarrestabile. Soprattutto da parte del governo Netanyahu. Che resiste anche a qualche proposta del super-alleato americano, delle condanne crescenti ma solo teoriche da parte occidentale, di un isolamento internazionale di cui il governo di estrema destra israeliano sembra incurante. Tutto comprensibile. Tutto irrilevante se l’obiettivo finale è, come è, l’asservimento totale di una Gaza e una Cisgiordania il più possibile svuotate dei loro abitanti arabi.

Così, per quanto severe (quando ci sono e  quando fossero severe) le critiche americane ed europee si fermano lungo la “linea rossa” delle decisioni concrete: soltanto un paio di governi (in testa la Spagna del socialista Sanchez) hanno osato attraversare il Rubicone della concretezza, interrompendo gli accordi economico-militari con lo “Stato degli ebrei”: definizione significativamente decisa dal parlamento israeliano, come se il paese non avesse un buon 20 per cento di abitanti non israeliti ma comunque con passaporto israeliano, minoranza di musulmani e cristiani. 

Come un elastico  violento e maledetto, la strage di Gerusalemme riporta l’attenzione sulla Cisgiordania, principale posta in palio di questa battaglia (finale?) fra i due nazionalismi eternamente in guerra: quello strapotente israeliano, e quello palestinese sempre più minacciato nella sua esistenza e nella sua sopravvivenza territoriale, presa com’è dalle crescenti restrizioni militari e dall’attacco dei coloni ebrei ad abitazioni e possedimenti agricoli palestinesi: si calcola che negli ultimi due decenni il numero dei nuovi “insediamenti” ebraici nei territori occupati sia stato superiore a tutti i decenni precedenti, e sono i decenni di Netanyahu primo ministro: con evidente accelerazione da quando, nell’ultimo lustro, il leader del Likoud si è associato ai nazionalisti dell’ultra destra religiosa, i messianici che stanno sempre più trascinando il premier su posizioni di “totale annessione” dei territori a Ovest del fiume Giordano. Giudea e Samaria per i coloni, terre bibliche di Eretz Israel (il Grande Israele) che dovrebbero dunque tornare sotto il controllo dello “Stato degli ebrei”. Con eventuale augurabile espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania, non si sa per quale altra meta. 

Progetto contrario al diritto internazionale ma sostenuto, con qualche temporanea eccezione, dall’uomo della Casa Bianca,  l’immobiliarista che pianifica Resort di lusso sulle terre insanguinate palestinesi. Si puo’ teorizzare quanto si vuole, ma cosa ci si dovrebbe attendere da un simile contesto, da stragi come quelle perpetrate da due anni nell’enclave gazawi, dalla crescente repressione militare a Ovest del fiume Giordano, e da progetti di generale pulizia etnica? Quante volte ci siamo detti o abbiamo pensato che tutto quanto sta accadendo soprattutto dopo l’attacco anti-semita del 7 ottobre da parte di Hamas non potrà che seminare nuovo odio. Quindi nuova repressione. E di conseguenza nuovo terrorismo. Come conferma appunto il ritorno della violenza allo snodo di Ramot Alon. Dove una volta passava la “linea verde” che fino al giugno 1967 divideva la “città santa”. Linea cancellata dalla colonizzazione ebraica che ha già portato in Cisgiordania più di 700.000 “settlers”. 

Nell’immagine: fotogramma dal video di un automobilista


Gaza, massacro senza sosta. I giornalisti vittime prescelte

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Sulla scia della giornata di protesta promossa lunedì 2 settembre da Reporter senza Frontiere per sensibilizzare sulla grave situazione con cui sono confrontati i media a Gaza – dove dal 7 ottobre di due anni fa sono stati uccisi 255 giornalisti – anche l’Associazione ticinese dei giornalisti e Syndicom hanno deciso di promuovere un’azione simbolica per non dimenticare questi colleghi.

Oggi su diversi siti e piattaforme online viene pubblicato un video realizzato da una quarantina di giornalisti della Svizzera italiana, in cui vengono letti i nomi degli oltre 250 giornalisti e giornaliste, operatorii e operatrici media, morti nella Striscia: tra loro figurano anche 4 giornalisti israeliani uccisi nell’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 e 10 giornalisti uccisi nei bombardamenti israeliani in Libano.

Mai prima d’ora si era verificata una tale strage fra i professionisti dell’informazione. Giornalisti e operatori dei media sono diventati bersaglio privilegiato, persone da abbattere. All’indignazione e alla solidarietà per i colleghi uccisi o feriti e alle loro famiglie, si aggiunge un appello, l’ennesimo, alle autorità svizzere e alla comunità internazionale affinché si adoperino per proteggere l’esercizio del diritto all’informazione, in tutte le realtà di guerra.

Roberto Antonini
Anna Bernasconi
Alessandro Bertellotti
Rocco Bianchi
Enrico Bianda
Daniel Bilenko
Emiliano Bos
Matilde Casasopra
Olmo Cerri
Generoso Chiaradonna
Naima Chicherio
Mario Conforti
Michela Daghini
Giancarlo Dionisio
Riccardo Fanciolla
Cristina Ferrari
Antonio Ferretti
Natascha Fioretti
Cristina Foglia
Federico Franchini
Michele Galfetti
Delta Geiler Caroli
Françoise Ghering
Pietro Gianolli
Valentina Grignoli
Stefano Guerra
Franca Hunziker Verda
Claudia Iseli
Giuseppe Limoncello
Nicola Morellato
Lucia Mottini
Pierre Ograbek
Marco Pagani
Mattia Pelli
Amanda Pfändler
Monica Piffaretti
Roberto Porta
Alex Ricordi
Sandra Sain
Aldo Sofia
Nadia Ticozzi
Francesca Torrani


I predatori della democrazia

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La flottiglia è partita per Gaza, carica di umanità. Netanyahu, il genocida, li considera terroristi e il ministro Ben Gvir garantisce agli attivisti il carcere duro. Il cinismo spietato degli ultraortodossi è diventato nel governo israeliano uno status collettivo.

Elias Canetti considerava il cinismo una forma di alienazione che impedisce una vera presa di responsabilità morale e genera un processo di disumanizzazione dell’altro: infatti i palestinesi non sono esseri umani, solo numeri e cose ingombranti da cancellare. E la politica europea, pusillanime e codarda, sta a guardare l’annientamento deliberato di un popolo: qualche riprovazione di rito ma nessun intervento concreto e decisivo per bloccare l’immane tragedia.

Lo scrittore e poeta Vanni Bianconi, che con altri intellettuali sta facendo rotta per Gaza, precisa: l’iniziativa è un fatto umanitario ma allo stesso tempo una difesa dello Stato di diritto (che l’Europa della politica – aggiungo io – sta rinnegando con passiva e colpevole condiscendenza). Ha ragione e condivido: lo Stato di diritto non è più l’affare della politica di questi politici che hanno smarrito il controllo dei valori democratici. Di fronte al fallimento della politica è la società civile ad assumersi la tutela della carta dei diritti. La flottiglia umanitaria sta clamorosamente evidenziando la spaccatura definitiva e drammatica fra una parte forse ancora minoritaria, ma attiva e vitale, della società civile e la politica di oggi dominata dall’arroganza, dalla legge del più forte, dalle bramosie neoimperialiste di alcuni Paesi. Il mondo di oggi (difficile contestarlo) è succube del narcisismo maligno di alcuni personaggi che dominano la scena, Trump in testa: fanno della prevaricazione e del dispregio di ogni diritto la loro bandiera. È una vergognosa pagina che condanna un’intera generazione.

Oggi siamo guidati da figuri che sono dei casi clinici travestiti da politici. Per spiegare i loro comportamenti non servono i politologi: ci vogliono degli psichiatri, ma – soggiunge qualcuno – debbono essere molto bravi. Erich Fromm già nel 1964 introdusse per loro la categoria dei narcisisti maligni e ne illustrò le caratteristiche: mancanza di empatia, assenza di rimorso, tendenza a ferire e manipolare gli altri, disumanizzazione delle persone con cui entra in relazione, percezione grandiosa di sé stesso. Credo che sia agevole dare nome e cognomi ai membri della categoria: c’è solo l’imbarazzo della scelta, e non c’è discriminazione di genere! Al loro seguito un gran numero di imbecilli ossequiosi (con propensione all’emulazione) che, con grave colpa nostra, abbiamo la tendenza a sottostimare e ci ostiniamo a votare.

Vilfredo Pareto ci aveva informati con largo anticipo: ogni società rischia la decadenza quando la politica diventa ostaggio della mediocrità e dell’autoreferenzialità. I fatti del mondo ci indicano che il fenomeno è in corso. Mattarella (raro esemplare di statista di grandissima levatura morale) al cospetto dello scempio in corso da parte di governanti con “ebbrezze di potere” per “presunti interessi nazionali” ci avverte che abbiamo perso la “centralità del diritto internazionale” e “la regressione” è in corso. Difficile invertire la rotta: non ci sono in circolazione né gli Adenauer né i De Gasperi. Le armi di distruzione di massa esibite dai narcisisti maligni delineano il nuovo mondo degli imperi: non sono sicuro che sia particolarmente piacevole.

Ho sempre avuto scarsa fiducia nelle buone intenzioni del genere umano e nella sua propensione alla ricerca del bene comune. Il principio della sopraffazione dell’altro mi pare essere una costante della storia: il Ministero della Guerra riesumato da Trump e le varie esibizioni a Est delle armi di distruzione di massa non mi incoraggiano a cambiare opinione. La sopraffazione oggi è diventata un tratto della nuova politica a cui le democrazie esauste stanno soccombendo. Ma la flottiglia per Gaza mi fa pensare che forse non tutto sia perduto.

Scritto per laRegione


Global Sumud Flotilla: “Barca colpita da un drone in acque tunisine”. A bordo anche Greta

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Di Alessia Candito, la Repubblica

Un ronzio, poi il botto. E subito le urla di chi era di guardia sul ponte e lancia l’allarme, sveglia l’equipaggio, dice a uscire di uscire fuori, fare in fretta: “al fuoco, al fuoco”. Nella notte un drone militare ha colpito una delle principali barche della delegazione spagnola della Global Sumud Flotilla, la Family boat, su cui viaggiavano diversi membri del comitato organizzatore, fra cui Greta Thunberg, Yasemin Acar e Thiago Avila. Le immagini diffuse dagli attivisti mostrano il momento esatto in cui l’ordigno viene sganciato, si sente distintamente il botto, ma al momento le autorità tunisine sembrano voler gettare acqua sul fuoco. “Secondo i primi accertamenti, si è verificato un incendio nei giubbotti di salvataggio”, ha detto all’Afp Houcem Eddine Jebabli, portavoce della Guardia Nazionale, sottolineando che “non è stato rilevato nessun drone”. I video subito diffusi dalla Global Sumud Flotilla però raccontano un’altra storia.

La Family boat, che nella serata di domenica ha raggiunto Sidi Bou Said, piccolo porto turistico nei pressi di Tunisi, era ormeggiata alla fonda insieme alle altre, in attesa di prendere il largo verso la Striscia.“Il drone è arrivato sopra di noi e ha sganciato la bomba, improvvisamente tutto il ponte è andato a fuoco”, racconta Acar, nei mesi scorsi a bordo della Madleeninsieme alla giovane ecoattivista svedese e come lei intercettata dall’Idf, trasportata ad Ashdod, detenuta e poi espulsa. “A bordo stanno tutti bene e le fiamme sono state spente”, spiega in un video Acar. Al momento, non c’è prova che si tratti di un drone israeliano, ma nessuno – soprattutto dopo le esplicite minacce del ministro Ben Gvir – ha dubbi al riguardo.

La barca, battente bandiera portoghese, ha subito però danni importanti. Il ponte superiore è completamente bruciato o quasi, anche l’albero maestro ha subito danni e il fuoco ha divorato anche parte della stiva. Impossibile che continui in tempi brevi la navigazione. “Ancora una volta – dice con voce incrinata da rabbia e indignazione Acar – hanno bombardato una barca con a bordo civili in territorio tunisino”. Anche a maggio è successo. Al largo di Malta, la Al Damir, la prima barca a vela della Flotilla che abbia tentato di raggiungere Gaza quest’anno, è stata colpita da due droni militari al largo di Malta e irreparabilmente danneggiata.

“Questo – afferma l’attivista – è un attacco contro di noi, contro una missione civile pacifica perché non ci vogliono lì. Non dobbiamo stare in silenzio, dobbiamo mobilitarci e farlo in fretta”. Ferma la condanna che arriva dagli equipaggi di tutta la Global Sumud Flotilla. “Gli atti di aggressione mirati a intimidirci o a far fallire la nostra missione non ci fermeranno. Il nostro obiettivo collettivo di rompere l’assedio su Gaza e di esprimere solidarietà al suo popolo prosegue”. Non un passo indietro quindi. Del resto, era uno dei scenari ipotizzati quando è stata costruita la missione.

Adesso però bisognerà capire se e in che misura la flotta dovrà rivedere la tabella di marcia. I danni alla Family boat sono importanti, i lavori di riparazione inizieranno quando si potrà operare in sicurezza e dalle autorità tunisine, che sull’accaduto hanno aperto una formale inchiesta, arriverà il nulla osta, quindi al momento è impossibile immaginare tempi precisi. È plausibile che l’equipaggio trovi posto su altre imbarcazioni o che se ne cerchi una sostitutiva, ma sono tutte soluzioni allo studio in queste ore. Per la Global Sumud Flotilla, è la prima notte di rabbia, paura e apprensione. E tutti sono certi che non sarà l’ultima.

Nell’immagine: il momento dell’esplosione