Se Putin crede ancora di vincere

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 

Di Domenico Quirico, La Stampa

In quattro anni mi sono accorto che scrivere di Vladimir Putin è uno dei compiti più difficili. Devi dire quello che sai. Devi dire quello che pensi sia vero. Devi chiederti perché ha voluto aggredire così platealmente l’Ucraina e perché continui, persino a dispetto di vantaggi immediati e non irrilevanti, a smontarla pezzo dopo pezzo. La boriosa e fallimentare esperto-crazia dell’ex Occidente lamenta e accusa alla svelta: non vuole la pace! Vuole solo prolungare la guerra! Si avanza l’idea che in Putin ci sia una particolare spietatezza, una crudeltà quasi calcolata, forse perfino una attrazione per il dolore (degli altri). Ho già letto qualche cosa di simile quando si parlava di Saddam Hussein (un altro nostro ex amico carissimo). Perché? Per che cosa? Perché ora? Perché rilancia trattative e bombarda, si dice disponibile e poi avanza, promette e non mantiene: al prossimo vertice forse… Se … Ma…

Biografie così estreme che, secondo alcuni smodati propagandisti, sfiorano la descrizione del Male, il male storico, geopolitico (quell’altro, teologico, non conta), richiederebbero un modo di scrivere nuovo e duro per dire la verità. Richiedono il ricorso a parentesi, punti esclamativi e due punti.

Forse la questione è molto semplice. Se sei vittorioso, soprattutto in guerra, la gente ti ama. La forza è tutto. Insomma, il mondo è di chi lo vuol prendere. Lo abbiamo insegnato proprio noi, i globalisti della superiorità morale, purché si finga di rispettare ciò che con ridicola gravità chiamiamo «i diritti». Putin il Semplificatore resta rigorosamente fedele a una constatazione: il mondo ammira il potere più della compassione o della giustizia. E con il potere purtroppo, prima o poi, viene anche il rispetto, non soltanto nel suo mondo di autocrati, soprattutto nel nostro, quello democratico, il mondo del Bene. Se non fosse così come avremmo accettato di avere la mano un po’ pesante in molte guerre da noi predefinite «giuste’»; o con i migranti che dovrebbero essere l’alimento del nostro bene assoluto, ma se non è assoluto che bene è?; come da 76 anni potremmo assistere un po’ annoiati alla scia di sangue tra israeliani e palestinesi, al Sudan, eccetera?

Putin sa che la guerra, qualsiasi tipo di guerra, ha una sua logica spietata a cui non puoi apportare eccezioni o scorciatoie: conosce soltanto due epiloghi, vittoria o sconfitta. Il pareggio esiste esclusivamente in uno sport, il calcio. La Corea è a torto considerata una guerra finita senza vincitori né vinti. È falso: l’hanno persa gli americani. Per vincere avrebbero dovuto usare l’atomica come chiedeva Mc Arthur. Non ne hanno avuto, per fortuna il coraggio.

Allora la guerra che Putin ha avviato nel 2014 con gli Stati Uniti marciando sul corpo dell’Ucraina usata come pretesto, palcoscenico e oggetto da calpestare non può finire in pareggio. A questo punto, dopo quattro anni, l’uomo del Cremlino ritene di aver messo in piedi con la sua spietata risolutezza, e soprattutto per la mediocrità del nemico, una ragionevole possibilità di vittoria. Ha resistito alla coalizione delle «invincibili’» democrazie, avanza sul campo. Doveva restare isolato come un appestato. Danza pubblici minuetti con potenze come l’India, la Cina che ha inventato un neologismo «baizuo» per deridere il progressismo ipocrita degli ex padroni del mondo. Che altro? Ha una sola via da seguire, guadagnare tempo, lasciare che i suoi metodici generali rosicchino con feroce pazienza sempre più il corpo vivo della Ucraina e la resistenza dei sostenitori di Volodymyr Zelensky.

Sul fronte dei cosiddetti Volenterosi, in questa dolorosa guerra per procura, fatta di sanzioni, materiali e chiacchiere, è maturato un linguaggio tutto loro. In ogni convegno o vertice, nei post di varie Eccellenze compaiono frasi come «pace giusta» (non ho mai scoperto chi ha coniato questa espressione vuota), «riavviare la diplomazia», «garanzie per la sicurezza futura dell’Ucraina», «moralità e necessità del riarmo», «soldati Nato in Ucraina come peacekeeper».

Il linguaggio, l’uso delle parole dovrebbe liberarci. Ma nel caso dell’Ucraina, come del vicino Oriente, servono ai politici occidentali per trasformare avvenimenti complessi della Storia in favolette facili e semplici da digerire per opinioni pubbliche purtroppo distratte, con tanto di buoni e cattivi scelti per conto nostro dai governi, in un assortimento di valori morali, civiltà europea, imperialismi ovviamente altrui, che sembrano tirati giù dagli scaffali di un supermercato. Al Cremlino Putin avrà certo una parete dedicata ai ritratti dei politici occidentali di cui ha collezionato lo scalpo: Joe Biden, Boris Johnson, Justin Trudeau… Avrà tenuto spazio per i prossimi; Emmanuel Macron, Keir Starmer, Ursula von der Leyen… Guadagnar tempo, attendere… Dopo Anchorage e Pechino, dove verrà srotolato il prossimo tappeto rosso per il «criminale»?


Tahar Ben Jelloun: “Hamas ha condannato i palestinesi, ma Netanyahu affossa il suo Paese”

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 

Di Cesare Martinetti, La Stampa

Tahar Ben Jelloun racconta d’essere nato con il conflitto. Era il 1944, Israele non esisteva ancora in quanto Stato (lo sarebbe diventato nel 1948), i palestinesi erano divisi in due fazioni, i seguaci del gran Muftì di Gerusalemme Al-Husseini, dal 1941 alleato di Hitler, e quelli del rivale Nashashibi, uomo del dialogo, poi governatore in West Bank con il sostegno della Giordania. Una divisione del tutto paragonabile a quella di oggi: gli islamisti di Hamas a Gaza, i moderati dell’Autorità Palestinese a Ramallah.

Nel suo ultimo libro, uscito in questi giorni per l’editore Nave di Teseo, un pamphlet indignato e appassionato, Ben Jelloun ricorda le tappe della storia di questi ottant’anni, per esprimere la sua rabbia e la sua impotenza di fronte a quel che sta succedendo a Gaza.

Ben Jelloun, il titolo del suo saggio sembra una sentenza senza appello: “L’anima perduta di Israele”. Perché?
«Non si è mai visto niente di simile a quanto sta accadendo, l’eliminazione sistematica di tutti i palestinesi. Civili disarmati, donne, bambini uccisi senza ragione: stanno compiendo un genocidio. Hanno ucciso anche 180 giornalisti, hanno proibito l’accesso alla stampa. Mai successo in uno Stato democratico dopo la Seconda Guerra mondiale. Netanyahu è il peggior nemico di Israele: lo sta riducendo a uno stato paria».

Lei è sempre stato uomo di dialogo, riconosciuto come tale: i suoi libri sono stati tradotti in ebraico, è andato più volte in quel Paese. Pensa che Israele non sia uno Stato democratico?
«Lo è, per gli israeliani, non nella storia e nei confronti del mondo. Io sono nato e cresciuto in Marocco dove avevamo una tradizione di convivenza con gli ebrei e non c’era nessun problema tra noi. Negli anni di scuola il mio migliore amico si chiamava Marcel ed era ebreo. Ascoltavamo la stessa musica, frequentavamo le stesse ragazze. Che fosse ebreo non rappresentava alcun problema».

E com’era all’epoca in Marocco l’opinione sullo Stato ebraico?
«Non è mai stata positiva perché Israele non ha mai dato nessuna speranza ai palestinesi. Hanno sempre preso tutto senza dare nulla in cambio. L’unico che aveva aperto una possibilità, il primo ministro che aveva firmato gli accordi di Oslo riconoscendo l’Autorità Palestinese, Yitzhak Rabin, è stato ucciso nel 1995 da un fanatico della destra. Poi Sharon ha favorito l’ascesa di Hamas nel 2005 e Netanyahu è stato il suo erede. Dopodiché Israele non ha mai accettato di negoziare l’esistenza di due Stati, com’era previsto».

Quali sono stati invece gli errori da parte palestinese?
«L’attacco di Hamas del 7 ottobre equivale a una condanna a morte per tutti i palestinesi. All’epoca sono stato il solo scrittore arabo a maledire, ripeto maledire, Hamas perché aveva aperto le porte alle rappresaglie che avrebbero portato la morte tra i palestinesi, anche civili disarmati. Questa presa di posizione mi ha provocato rimproveri e attacchi ovunque, mi hanno accusato di essere un traditore. Purtroppo ho avuto ragione».

Secondo lei, cosa avrebbero dovuto fare i palestinesi?
«Nel 1967 avrebbero dovuto accettare i territori che avevano e non cercare di fare la guerra a Israele attraverso l’Egitto, trascinando gli altri Stati arabi. Pensavano di conquistare Gerusalemme e installare uno Stato palestinese. Una follia. È stato un calcolo sbagliato. Non sapevano con chi avevano a che fare, uno Stato potente militarmente e sempre sostenuto dall’Occidente e dall’America. Nel 2000 sono andato per la prima volta in Israele, per la pubblicazione in ebraico del mio libro contro il razzismo e sono stato ricevuto da Shimon Peres che all’epoca era ministro degli Esteri. Abbiamo avuto un colloquio di due ore, parlava molto bene francese e mi ha detto: devi capire che Israele è l’America, mai ci sarà un presidente contro questo Stato».

Lei ha incontrato anche Arafat. Che ricordo ne ha?
«L’ho visto a Parigi, ad una grande cena all’Istituto del mondo arabo. Di fronte al ministro degli Esteri francese Roland Dumas aveva dichiarato “caduc”, decaduto, il proposito sulla distruzione di Israele. Era il riconoscimento dello stato ebraico in cambio del riconoscimento dell’Autorità Palestinese. In quell’occasione Arafat mi ha abbracciato dicendomi che facevo un lavoro formidabile».

Emmanuel Macron ha annunciato che all’assemblea dell’Onu che avrà inizio oggi la Francia, come molti altri stati occidentali, (non l’Italia) riconoscerà la stato palestinese. Qual è il suo giudizio?
«È stato coraggioso. Ha visto la gente che muore di fame è stato sconvolto dai massacri di Tsahal, prendendosi subito l’accusa di antisemitismo da parte di Netanyahu. È comunque un riconoscimento simbolico, perché si tratta di uno Stato virtuale che non può esistere geograficamente, perché ci sono colonie ovunque. Non è possibile nemmeno la continuità territoriale».

Pubblicherà questo suo libro anche in Francia?
«No, perché avrei molti problemi con la comunità ebraica, sospettano che sia antisemita, ho già ricevuto insulti, non voglio avere storie. l’Italia è molto più aperta».

Il racconto si chiude con l’ultima sua visita in Israele, con la scoperta amara che anche in una scuola mista di bambini ebrei e palestinesi, serpeggiava l’odio. I palestinesi sono in una morsa senza vie d’uscita. Non ci sono speranze?
«Servirebbero uomini di buona volontà, da una parte e dell’altra. Ma normalmente vengono ammazzati. E poi gli Stati Uniti dovrebbero smettere di appoggiare Israele. Ma non succederà, anzi. Anche gli Stati arabi del Golfo stanno corteggiando Trump. L’Egitto non apre il confine con Gaza. L’Arabia Saudita ha promesso di acquistare armi per ottocento miliardi di dollari. Trump ci scherza sopra con il suo umorismo disumano e aspetta che il conto raggiunga il migliaio!»

Nell’immagine: Tahar Ben Jelloun


Il pericolo di una milizia privata negli Stati Uniti

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 

Di Emanuele Stauffer, laRegione

C’è un filo che lega la Germania di Weimar agli Stati Uniti di oggi. Allora si chiamavano Sa, oggi si chiama Ice. Allora il capo era Hitler, oggi è Trump. Il paragone può anche scioccare ma guardando a quanto sta capitando al di là dell’oceano, vediamo che il meccanismo, pur in contesti diversi, è lo stesso: costruire un apparato di forza lealista, più potente e obbediente delle istituzioni tradizionali, capace di piegare i processi democratici e intimidire gli oppositori.

Con il One Big Beautiful Bill, Trump ha destinato alla Immigration and Customs Enforcement un finanziamento senza precedenti: oltre 45 miliardi di dollari per il sistema di detenzione e quasi 30 miliardi per assunzioni e rimpatri, più di 100 miliardi complessivi entro il 2029. Già oggi il bilancio annuale della Ice (11,3 miliardi) supera quello dell’Fbi (10,1 miliardi). Una crescita che trasforma questo corpo nell’agenzia di polizia federale più ricca e numerosa degli Stati Uniti.

Il problema non è solo la dimensione, ma la natura di questa espansione. Serviranno decine di migliaia di nuovi agenti, ma non ci sono né i candidati qualificati né i centri formativi per prepararli. In queste condizioni, il criterio decisivo non sarà la competenza, ma la fedeltà politica. Lo si è già visto con le recenti nomine governative: audizioni in cui la “lealtà a Trump” veniva posta come requisito centrale e posti chiave affidati a figure palesemente incompetenti, scelte unicamente per la vicinanza al leader. Ice rischia di replicare lo stesso schema su scala gigantesca.

Il parallelo con le Sa è evidente. Le Sturmabteilungen non erano una polizia professionale, ma un corpo di massa reclutato sulla base della fedeltà a Hitler. Divennero presto più potenti della polizia di Weimar e con la loro violenza sistematica resero impossibili elezioni libere nel 1932, caratterizzate da una violenza sistematica e da centinaia di omicidi politici.

Oggi già parliamo di squadre nelle strade di talune città americane, strumentalizzate per un uso puramente politico. L’espansione di Ice si inserisce in questa strategia più ampia già in atto: epurazioni di alti funzionari, giudici, ufficiali militari, giornalisti, università, professori universitari, tutti colpiti se percepiti come ostacoli. È il segno di una volontà di concentrare il potere eliminando progressivamente ogni contro-peso.

Il rischio, dunque, non è teorico: è concreto. Con miliardi di dollari, personale reclutato per fedeltà e una missione che travalica il controllo dell’immigrazione, Ice sta diventando una milizia de facto, formalmente federale ma sostanzialmente personale, agli ordini del capo. La lezione degli anni 30 è chiara: ogni leader autoritario ha bisogno di una milizia privata per consolidare il potere. Hitler aveva le Sa. Trump, oggi, ha deciso che la sua si chiamerà Ice.

Nell’immagine: Le Sturmabteilungen, fantasmi che camminano ancora


Hicham El Ghaoui: “Il mondo è inorridito da ciò cha accade a Gaza e ci sostiene”

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 


Veronica Noseda – I socialisti vorrebbero prendere il timone di una Francia smarrita

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


La diplomazia calpestata dalle bombe, ormai Putin non finge più di trattare

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Nel gergo dei propagandisti russi esiste un cliché molto amato da conduttori televisivi, blogger-Z e corrispondenti di guerra: «Colpire i centri dove si prendono le decisioni». A volte viene utilizzato come una minaccia, più spesso come un auspicio, una invocazione.

Tradotto dalla lingua criptata del politichese putiniano, significa «attaccare le sedi del potere ucraino», civili e militari, soprattutto a Kyiv. Ancora più concretamente, vuol dire «uccidere Volodymyr Zelensky e il suo governo». “Colpire i centri decisionali” è un tormentone praticamente dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022: vi si fa ricorso per spiegare che finora Vladimir Putin ha trattato i “nazisti di Kyiv” con i guanti bianchi, per intimare agli ucraini a venire a patti con Mosca prima che il Cremlino perda definitivamente la pazienza, e per promettere al pubblico che le forze armate russe prima o poi infliggeranno il colpo fatale al nemico.

Ma soprattutto gli attacchi contro i “palazzi del potere” vengono esortati davanti alle telecamere, per chiedere al comando supremo – cioè al presidente russo – di mettere da parte ogni remora, ogni codice della guerra, ogni regola scritta e non scritta di civiltà.

La colonna di fumo e fiamme che si è levata ieri mattina sopra il quartiere di Pechersk, punto più elevato della città in tutti i sensi, il cuore politico di Kyiv, ha segnato una nuova fase dell’attacco russo contro l’Ucraina. Il drone che ha colpito gli ultimi piani del palazzo del governo ucrainonon ha fatto per fortuna vittime, e i danni sono devastanti, ma localizzati, come ha mostrato la giovane premier Yulia Svyrydenko in un video girato nelle stanze sventrate e carbonizzate del suo ufficio.

Ma l’attacco a un “centro decisionale” come la sede dell’esecutivo, un imponente edificio semicircolare di monumentalismo sovietico, a due passi dalla sede della presidenza in via Bankova, e dal parlamento, è un avvertimento: non ci sono più tabù, non si fanno più prigionieri. Il più massiccio attacco di droni dall’inizio della guerra – record che viene battuto ormai quasi ogni notte, 805 velivoli senza pilota – è riuscito a penetrare le difese antiaeree del centro di Kyiv, rimasto finora quasi illeso dagli attacchi.

Ovviamente, i “centri decisionali” strategici sono altrove e ben protetti, e difficilmente ministri e generali durante gli allarmi aerei rimangono ai piani alti dei palazzi governativi. In una città bombardata regolarmente da quasi quattro anni, non mancano bunker e centrali operative di riserva, e del resto i russi non si sono fatti remore a colpire palazzi governativi in altre città, come Kharkiv, Mykolaiv o Sumy, fin dall’inizio della guerra. Il punto è il segnale da lanciare, che certamente non è stato casuale.

Si dice spesso – giustamente – che chiamare l’invasione dell’Ucraina “guerra di Putin” è fuorviante, perché sono migliaia e milioni i russi che non solo la sostengono con i like sui social, ma che assemblano i droni, puntano i missili, sganciano le bombe e, grazie alle tecnologie moderne, spesso vedono i volti delle loro vittime l’attimo prima di schiacciare il pulsante.

Però è vero anche che non sono i soldati e gli ufficiali a scegliere i bersagli da colpire, e anche se fossero loro, verrebbero immediatamente richiamati all’ordine se il Cremlino non volesse apparire come il responsabile dell’escalation. La precisione dei raid ucraini sulle raffinerie e gli aeroporti militari russi dimostra che colpire i bersagli del nemico chirurgicamente, senza fare stragi di civili, è possibile. Quindi, il comando russo o non sa sparare, oppure è totalmente intenzionale nel lanciare attacchi che hanno come scopo di uccidere e terrorizzare.

Da questo punto di vista, è molto più grave non aver sventrato il tetto del Consiglio dei ministri, ma aver colpito per l’ennesima volta condomini nei quartieri residenziali. Una madre e il suo neonato si sono aggiunti ieri alla lista ormai sterminata delle vittime dei raid russi, insieme ad altre due vittime civili.

Il ministero della Difesa russo ieri ha negato di aver colpito la sede del governo a Kyiv, sostenendo di aver mirato invece a fabbriche e centri logistici, ma non ha nemmeno smentito i bombardamenti delle abitazioni civili. È questa la vera risposta di Putin alla diplomazia, alle esortazioni e ai negoziati proposti da Kyiv e dai suoi alleati occidentali.

Il dittatore russo non finge nemmeno gesti di distensione per quella pace che dice a Donald Trump di volere. Del resto, anche l’invito a Zelensky ad andare a Mosca è fatto per venire rifiutato: Putin non si è fatto problemi a volare per ore per andare fino a Pechino a omaggiare Xi Jinping, e fino all’Alaska per chiacchierare con Trump, ma il presidente ucraino viene convocato nella capitale del nemico, come un vassallo che deve consegnare la sua resa.


Israele, l’Alta Corte contro il governo Netanyahu: “In carcere palestinesi denutriti”

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 

Di Benedetta Perilli, La Repubblica

Con una sentenza destinata a infiammare il conflitto già acceso tra giustizia e governo Netanyahu, l’Alta Corte di Israele ha stabilito che lo Stato non sta rispettando gli obblighi di nutrire adeguatamente i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e lo ha esortato a adottare misure immediate per «garantire la loro sussistenza». Due voti contro uno, che ieri hanno segnato il dibattito nazionale e scatenato la reazione del ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir: «I nostri ostaggi a Gaza non hanno un’Alta Corte a difenderli. I terroristi assassini di Hamas e gli abominevoli stupratori hanno, con nostra vergogna, l’Alta Corte a proteggerli», ha accusato il politico di estrema destra assicurando che continuerà a fornire ai detenuti «le più minime condizioni previste dalla legge». La decisione arriva in seguito alla petizione dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele e dell’organizzazione Gisha contro Ben Gvir e il Servizio penitenziario israeliano, accusati di aver ridotto il cibo ai prigionieri fino a fino a condurli alla morte. Come nel caso del 17enne Waleed Ahmad, cisgiordano, morto di stenti nella prigione israeliana di Megiddo lo scorso marzo e al centro di un braccio di ferro tra autorità e famiglia che chiede il rilascio della salma per permettere di verificare le cause della morte che, secondo una prima autopsia, sarebbero riconducibili a uno stato grave di malnutrizione.

La giornata è stata segnata anche dal lancio di un drone Houthi sull’aeroporto internazionale Ramon, nei pressi della località turistica israeliana di Eliat, caduto sul terminal passeggeri dove un uomo è rimasto ferito. Il drone dei ribelli yemeneti, che sono sospettati anche di aver tranciato alcuni cavi che passano nel Mar Rosso interrompendo l’accesso a Internet in molte aree del Medio Oriente, arriva pochi giorni dopo che raid israeliani sulla capitale yemenita Sanaa, hanno ucciso il primo ministro Houthi e altri membri del suo governo. In una grave escalation del conflitto, che dura da quasi due anni, tra Israele e il gruppo armato filo-iraniano.

Nella Striscia per il terzo giorno consecutivo le Forze di difesa israeliane hanno abbattuto una torre residenziale a Gaza City, dopo averne ordinato l’evacuazione. Secondo l’Idf il grattacielo al-Ruya era utilizzato da Hamas come punto di osservazione per monitorare la posizione delle truppe israeliane. Nel quartiere di Zeitoun l’esercito ha inoltre demolito un tunnel di Hamas lungo centinaia di metri. «Stiamo distruggendo le infrastrutture terroristiche, stiamo demolendo le torri del terrore», ha commentato Benjamin Netanyahu anche se, per il quotidiano Yedioth Ahronot, il premier starebbe pensando a un nuovo nome per l’operazione “Carri di Gedeone II” per renderla più «attraente» agli occhi degli israeliani che chiedono a gran voce di interromperla e riportare a casa gli ostaggi. Per la Protezione civile di Gaza a essere colpite non sono state solo le torri, ma almeno cinquanta edifici residenziali, mentre altri 100 sono stati danneggiati e almeno 200 tende distrutte, tra queste anche un riparo di sfollati nei pressi dell’ospedale al-Wafa dove sarebbero morti 21 palestinesi e una scuola-rifugio dove le vittime sarebbero almeno 8. A questi si aggiungono altre cinque persone morte di fame, che portano il totale dei deceduti per carestia dall’inizio della guerra a 387.

Prosegue intanto il difficile percorso della diplomazia: il presidente Usa Donald Trump ha inviato ad Hamas una nuova proposta che prevede il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio di prigionieri palestinesi, la fine dell’operazione a Gaza City e l’avvio dei negoziati per terminare il conflitto. «Hamas accetti o ci saranno conseguenze. È il mio ultimo avvertimento», ha commentato. Secondo fonti vicine a Netanyahu «Israele sta prendendo in seria considerazione la proposta di Trump».


Il politologo: “È fallito il negoziato. Trump è compiacente. Non può piegare Putin”

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 

Di Paolo Brera, La Repubblica

Per il politologo Volodymyr Fesenko, presidente del Penta Center di Kiev, l’attacco record di ieri non è una sorpresa: «Colpiscono i civili per demoralizzarli: per convincerli a fermare la guerra alle condizioni russe, e perché inizino a chiederlo al governo».

Continuerà ad aumentare il numero dei droni lanciati?

«La tendenza può continuare, ma Mosca non può attaccare con molte centinaia di droni più di una volta a settimana. Non usa più molti missili. Nel 2022 in un singolo attacco poteva lanciarne 100, ora li risparmia. È una nuova tattica, la scommessa è che non ci si possa difendere da così tanti droni e attacchi combinati con i missili».

Colpire l’edificio del governo è un’escalation? Ci saranno conseguenze e attacchi simmetrici?

«L’escalation è l’aumento degli attacchi aerei, non colpire la sede del Consiglio dei ministri. Attacchi al centro di Kiev dove si trovano uffici governativi ci sono già stati. Mesi fa un drone ha colpito un edificio a cento metri dall’ufficio del Presidente. Sono episodi isolati. È la guerra, purtroppo. Non credo che l’Ucraina risponderà con attacchi simmetrici, anche se non lo si può escludere».

Molti droni arrivavano dalla Bielorussia. Si riapre il fronte?

«Le truppe russe in Bielorussia per le esercitazioni non sono sufficienti per un’offensiva su Kiev. Lukašenko non vuole la guerra con l’Ucraina, e vuole ristabilire buoni rapporti con Trump».

Kadyrov dice che la Russia non ha vantaggi a fermarsi finché l’Ucraina non diventerà una sua regione.

«È una spacconata, niente più. Riflette la posizione di una parte delle élite russe, ma una parte significativa comprende i rischi di un prolungamento della guerra».

Nel Donbass si teme lo sfondamento. Possono riuscirci?

«Non sarà l’ultimo tentativo di offensiva russa nel Donbass. Cercano di prendere Pokrovsk da un anno. Finora senza successo».

Il negoziato non ha più speranza?

«Il secondo tentativo di Trump è fallito. È la conseguenza della debolezza e incoerenza della sua posizione, del suo compiacimento verso Putin che dopo l’Alaska si è tranquillizzato. La visita in Cina, dove Xi ha mostrato forza agli americani, lo ha ispirato e ha deciso di mostrare la sua forza. Vedremo. Gli ucraini non si arrendono né capitolano. Per ora i negoziati continueranno per inerzia. Poi dipenderà dalla guerra: se quest’anno Kiev riuscirà a contenere l’offensiva russa ci sarà un nuovo tentativo di accordo».

Un accordo sulle garanzie di sicurezza è possibile? E sui territori?

«L’Ucraina non si fida di Putin, negozierà con i partner occidentali. Sui territori la situazione è ancora peggiore: il compromesso è impossibile».

La strategia della fermezza ha prospettive senza gli Usa?

«Col sostegno europeo si possono acquistare armi Usa, e il 60% è già prodotto in Ucraina. Bisogna aumentare la pressione economica sulla Russia, garantire l’equilibrio militare e far crescere il costo della guerra con attacchi alle raffinerie».

Nell’immagine: Volodymyr Fesenko


Perché Trump vive in un mondo tutto suo

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 

Di Salvatore Rossi, La Stampa

Cominciano a intensificarsi le sentenze di giudici americani che dichiarano illegali alcune decisioni del presidente Trump. L’ultima è quella della corte d’appello federale che ha colpito e affondato la gran parte dei dazi imposti a tutto il mondo, sancendo che il presidente ha ecceduto i poteri che la legge gli attribuisce in campo di politica commerciale.

Contro questa sentenza Trump si è affrettato ad appellarsi alla Corte Suprema. Il prossimo duello fra il potere politico e quello giudiziario si terrà a proposito della banca centrale americana, la Fed, e delle persone chiamate a guidarla. Anche questo duello sarà presumibilmente risolto dalla Corte Suprema.

Trump ha preso in questi primi mesi del suo secondo mandato numerosissime decisioni di politica economica, ma su due fronti si è impegnato in modo più deciso e visibile: i dazi e i tassi d’interesse. Della prima questione si è dibattuto a lungo in tutto il mondo e tuttora si parla accanitamente.

La seconda questione è emersa all’attenzione dell’opinione pubblica più di recente, man mano che Trump inaspriva i suoi attacchi contro il presidente della Fed, Powell, cercando dichiaratamente di assoggettare la banca centrale al suo potere. Da ultimo ha “licenziato” un membro del consiglio dei governatori della Fed per presunta “giusta causa”, decisione subito portata in tribunale dall’interessata.

Perché Trump sta facendo questo? Per ottenere subito un drastico taglio dei tassi d’interesse. Con quali obiettivi? Quelli di ridurre il costo per il Tesoro americano dei titoli del debito pubblico, di far pagare meno i mutui a chi compra casa, di incentivare le imprese a investire, di sospingere la crescita economica. Nobili e meritevoli obiettivi: peccato che lo strumento scelto sia radicalmente sbagliato, e anzi controproducente.

Come tutte le banche centrali del mondo, la Fed governa i tassi d’interesse a breve termine. Quelli, cioè, applicati ai prestiti che le banche commerciali si fanno fra loro con una durata che va da poche ore a tre mesi. Questo è l’oggetto, molto circoscritto, delle decisioni che l’apposito collegio decisionale della Fed, il Federal Open Market Committee, prende ogni mese e mezzo.

Quelle decisioni si riverberano istantaneamente su tutta l’economia influenzandone le aspettative future d’inflazione. Queste, a loro volta, determinano i tassi d’interesse a lungo termine, cioè il rendimento che l’acquirente di un titolo, poniamo, a dieci anni richiede per essere compensato anche della presumibile perdita di potere d’acquisto della somma che sta immobilizzando.

Sono appunto i tassi d’interesse a lungo termine che determinano il costo dei titoli del debito pubblico (negli Stati Uniti hanno una durata media di sei anni), che si applicano ai mutui immobiliari trentennali, che le imprese devono pagare per finanziare un nuovo stabilimento, che in ultima analisi spingono o frenano l’economia.

I tassi d’interesse a lunga dipendono dalle aspettative d’inflazione, e queste crescono pericolosamente quando si osserva che la banca centrale è più accomodante del dovuto nel fissare i tassi a breve, perché vuol dire che essa non ha la possibilità o la volontà di contrastare l’inflazione.

È un circuito inesorabile. Forzare una banca centrale, fino a calpestarne quell’indipendenza dal potere politico che è di norma garantita dalla legge, ad adottare decisioni sui tassi a breve incompatibili con la stabilità dei prezzi (date tutte le altre condizioni dell’economia) induce consumatori, imprese, mercati, a ritenere che l’inflazione salirà; quindi, penseranno, bisogna che i tassi d’interesse a lunga salgano anch’essi e che l’economia rallenti, e agiranno di conseguenza.

Il contrario di ciò che Trump si prefigge prendendo a sberle la Fed. Rammentiamo che l’indipendenza della Fed fu stabilita nel 1951 da un semplice accordo col Tesoro, da allora consolidatosi in ferrea prassi storica ma che è un ben labile argine legale alle voglie di un presidente aggressivo. L’unica vera difesa da una manata presidenziale che spazzi via l’indipendenza della Fed sta nella reazione dei mercati, che potrebbe diventare disastrosa se prevalesse il panico.

A questo punto la domanda diviene: ma perché il presidente degli Stati Uniti e i suoi consiglieri si comportano in un modo apparentemente così irrazionale? Un’ipotesi è stata affacciata giorni fa dal premio Nobel per l’economia Simon Johnson, ed è che i suddetti vivano in una realtà alternativa, senza contatti con quella vera. Se così fosse, l’orizzonte degli americani e anche nostro sarebbe molto fosco, dato il seguito elettorale di Trump.

Ciò rende ancora più cruciale il ruolo della Corte Suprema. Questa è l’ultimo grado di giudizio nel sistema americano e ha anche il compito di stabilire l’aderenza alla Costituzione di una legge. Le sue sentenze vincolano tutti, compreso il presidente, e sono inappellabili.

Dei nove membri della Corte attuale sei sono stati nominati da un presidente repubblicano, di cui tre proprio da Trump nel suo primo mandato. È possibile che almeno parte di questi sei giudichino secondo scienza e coscienza e non per appartenenza a una parte politica o per fedeltà a chi li ha nominati? Si, è possibile. Tocca sperarlo fermamente. Anche perché dell’altro importante contraltare al potere presidenziale, il Congresso con entrambe le camere a maggioranza repubblicana, non si hanno al momento notizie.

Nell’immagine: i membri della “Supreme Court of the United States”


La sinistra smarrita e la potenza della tecno-archía

Il capo del Cremlino gioca sull’ammirazione del potere. I Volenterosi devono essere più realisti 

Proviamo ad aggiungere qualche riflessione, dopo quelle già apparse su Naufraghi/e [vedi in calce], al dibattito in corso sulla crisi delle sinistre. Partiamo da un elenco di cose e di processi che ci riguardano in realtà tutti e non solo la sinistra: crisi sociale e crisi climatica / ambientale sempre più gravi e in accelerazione; venti di guerra sempre più forti con grande godimento (profitti) dell’industria bellica; governo del mondo da parte di oligarchie economiche e industriali e di imprese private che decidono a loro piacimento e senza democrazia (e sempre per il loro profitto) come dobbiamo vivere, cosa dobbiamo desiderare e consumare, come e quanto dobbiamo lavorare e divertirci (perché tutto è industria e industrializzato e tutto è merce e tutto è capitalismo, uomini e IA compresi – cioè il tecno-capitalismo non è solo un sistema economico ma un regime politico e sociale); democrazie sempre meno democratiche e sempre più autoritarie / auto-cratiche / populiste / repressive / securitarie, sempre più razziste e sempre più identitarie (cioè: i confini da difendere a ogni costo contro le presunte invasioni dei nuovi barbari-migranti, non certo dalle invasioni barbariche del denaro e dell’IA, invece benvenute e sostenute). Ovvero, dovremmo riconoscere che non siamo in una vera democrazia, neppure formale, ma in una tecno-archía (infra), che decide per noi, a prescindere da noi e non sulla base di valori, di progetti, di responsabilità per il futuro e per le future generazioni, ma solo sulla base di  numeri, calcolo, utilitarismo, produttività, profitto a breve termine, competizione e guerra.

E anche le sinistre si sono sempre più integrate nel sistema, ormai accettato – hanno accettato il neoliberalismo e poi la Silicon Valley e il digitale e oggi l’intelligenza artificiale – come un dato di fatto immutabile e neppure governabile e riformabile (per non parlare di rivoluzione), ma solo qualcosa a cui adattarsi – senza chiedersi perché dovremmo adattarci ai voleri dell’industria. Perché tutti, anche a sinistra, da Marx in poi, hanno invocato e lavorato per lo sviluppo delle forze produttive capitalistiche come via per arrivare al socialismo / comunismo. Immaginando magari un uso socialista della tecnica / tecnologia, qualcosa però di impossibile, perché la tecnica non è democratica e non è neutra (per cui tutto dipenderebbe dall’uso che vogliamo farne), ma ha una sua essenza e una sua razionalità che la fa crescere sempre di più, cioè è auto-telica causa sui. Come il capitalismo, ma a prescindere dal capitalismo, anche se soprattutto grazie al capitalismo. 

E le sinistre non vedono che non esistono più macchine singole, ma tutte le macchine convergono in macchine sempre più grandi e integrate tra loro, mega-macchine che prescindono appunto da una decisione democratica e dal controllo umano (rete e IA come esempi paradigmatici). E l’accettazione del capitalismo e (da subito) della tecnica come ineluttabili è alla base della successiva accettazione del neoliberalismo (e del suo mantra: non ci sono alternative!) e dell’innovazione tecnologica (e del suo mantra: l’innovazione non si può e non si deve fermare!  – neppure se minaccia la vita della biosfera, se ci toglie la libertà cognitiva o ci vuole portare verso il transumanesimo); senza capire, le sinistre, che digitalizzazione delle masse e capitalismo della sorveglianza sono nell’essenza di ogni sistema tecnico (e capitalista), dove la regola ferrea è: organizzazione, comando e sorveglianza (ieri nei luoghi di lavoro, poi sull’intera società) oggi attraverso quelle piattaforme digitali che sono i nostri nuovi luoghi di lavoro e di sfruttamento h24 da parte dei padroni dei mezzi di produzione, quella classe dominante che oggi si incarna non solo negli oligarchi dell’industria e della finanza e nelle tecnocrazie, ma anche nella nuova classe delle macchine. E quanto più siamo integrati / sussunti con macchine sempre più in machine learning e integrate tra loro – e l’integrazione di tutto e tutti nel tutto di un apparato è la forma e la norma di funzionamento della tecnica – ovviamente meno siamo liberi, meno siamo soggetti umani e meno sappiamo / possiamo conservare soprattutto una nostra libertà cognitiva, cioè la libertà di pensare liberamente e autonomamente. La sinistra, tutto questo non lo vede, non lo vuole vedere: il suo dramma, la causa della sua crisi è qui, nel non vedere che la lotta di classe l’ha stravinta il capitale ma soprattutto l’ha stravinta la tecnica. Grazie anche alla sinistra e al suo feticismo per la tecnica.

E anche la crisi della democrazia che viviamo oggi – e il trionfo della tecno-archía – è l’esito inevitabile di un capitalismo e di un sistema tecnico che da sempre rifiutano la democrazia, anche se a volte devono cercare forme di convivenza: perché il capitale aggira da sempre ogni regola e ogni principio di democrazia per massimizzare il profitto per sé (e nei giorni scorsi si ricordava giusto la tragedia del Mattmark); oppure le impedisce, le regole, ad esempio facendo fallire i negoziati contro l’inquinamento da plastica e lo varie COP ambientali; mentre le macchine si basano sull’efficientamento, sulla accelerazione, sulla ricerca della massima produttività, sui propri automatismi – sulle proprie regole e norme di funzionamento – che prescindono dalla democrazia, dalla legge e dalla libera volontà degli uomini, imponendosi come dati di fatto. 

Ma allora, la causa prima della malattia del mondo non sono capitalismo e tecnica ma una modernità impazzita e irrazionale fin dai suoi inizi e diventata oggi iper-modernità (nessuna post-modernità, dunque), che non ha mai avuto il senso del limite e della responsabilità, della moralità e della giustizia sociale e ambientale. La causa è cioè nei fondamenti – nell’arché, nell’inizio (in realtà, molti inizi e incessanti re-inizi – si pensi alle continue rivoluzioni industriali e ai processi di disruption) – della modernità, in ciò che ne ha determinato la nascita: numeri, calcolo, individualismo egoista, positivismo, irresponsabilità per il lungo termine e la biosfera, eccetera; e che è diventata un potere archico – se l’oligarchia è il governo di pochi, la tecno-archía è il potere e il governo auto-cratico di un sistema di pensiero, di una ideologia (e di cui capitalismo e sistema tecnico sono parti derivate) – che ha negato ragione illuministica e libertà-uguaglianza e fraternità, pur illudendoci di una massima libertà. Un potere archico difficile da destituire e da cui uscire in nome della democrazia e della libertà – proprio per questa illusione di libertà che produce in noi (consumare, divertirsi, straparlare sui social…) – nonostante il fallimento della sua irrazionalità – e che sia irrazionale lo dimostra, oltre ogni possibile dubbio, proprio la crisi ambientale.

Tecno-archía che analizziamo nel nostro nuovo libro – Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male (DeriveApprodi, in libreria e online dal 12 settembre). E tecno-archía “è il nome che diamo alla modernità / iper-modernità come combinazione di rivoluzione scientifica e industriale; di capitalismo e di sistema tecnico; di positivismo e pragmatismo; di complesso militare-industriale-scientifico; di illibertà mascherata da libertà; di ingiustizia e disuguaglianza come scelta politica; di finzioni di democrazia e di governo reale del mondo da parte di imprenditori e capitalisti; di ecocidio compulsivo; di razionalità strumentale / calcolante-industriale che ha prodotto l’eclisse della ragione illuministica”. Tecno-archía che andrebbe urgentemente destituita – come ogni potere archico – in nome della demo-crazia, perché solo la democrazia è in sé e per sé anti-archica. “Ma per destituirla va prima appunto riconosciuta come potere archico e totalitario” – e per questo rinviamo al libro chi volesse approfondire la nostra tesi, libro che comprende molte cose (su tutto, appunto una critica radicale alla modernità / iper-modernità, cercando di immaginare una modernità diversa), ma anche una critica alla cecità della sinistra davanti a capitalismo e tecnica – alla tecno-archía. Che in parte abbiamo già richiamato più sopra e che nel libro richiamiamo sotto forma di domande, ma con una su tutte: perché la sinistra non capisce che tra biosfera e società-libertà-demo-crazia e uomo / umanità, da un lato, e tecno-archía dall’altro, vi è un conflitto strutturale e insanabile e che quindi, se si vuole salvare la biosfera, la società, la libertà e la demo-crazia bisogna essere radicalmente anti-archici, anti-tecno-archía? E solo così uscire dalla tecno-archía.

E siamo capaci – è capace la sinistra – di riconoscere la verità di ciò che scriveva molti anni fa un ecologista italiano di sinistra come Dario Paccino, richiamando Jean Fallot? Cioè che “per fare ecologia (risparmiare l’uomo e la natura), bisogna distruggere il sistema, che per sopravvivere deve sfruttare, inquinare, fare la guerra”. È allora capace la sinistra di immaginare e costruire una modernità radicalmente diversa da questa  – nichilista ed ecocida – in cui viviamo più o meno da tre secoli, uscendo dall’ideologia dello sviluppo delle forze produttive e dall’industrialismo? Ci aveva provato Enrico Berlinguer nel 1977, in un suo discorso sulla necessità di cercare un diverso modello di sviluppo basato sull’austerità (ma tutta diversa da quella reazionaria ed ecocida e tecno-archica imposta poi dal neoliberismo delle destre e – ahimè – anche delle sinistre) e non sul sempre di più. 

Allora, quel discorso venne subito rimosso dal Pci, perché troppo rivoluzionario, troppo poco marxista. Perché non riprovarci, ma andando oltre?

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento