In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale
Il primo episodio del podcast
Minaccia cognitiva è un concetto che sempre più spesso incontriamo nei media e che merita dunque un approfondimento. Legata anzitutto a scenarî bellici, è una delle armi della cosiddetta guerra ibrida, combattuta cioè non soltanto con bombe e cannoni. Tra i mezzi indiretti con cui colpire il nemico, un peso sempre più importante lo hanno gli attacchi informatici, sferrati alle infrastrutture militari e civili di un Paese, ma anche contro privati cittadini; alle minacce degli hacker si affiancano le campagne di disinformazione condotte soprattutto sui social media per indebolire la coesione interna dell’avversario. Come? Sostanzialmente facendo circolare notizie e immagini false, in grado di scuotere l’opinione pubblica, dividendo, o meglio polarizzando i fronti e minandone così la compattezza e la tenuta psicologica.
Di guerra cognitiva si parla dal 2017 (l’espressione venne coniata dal generale USA David Goldfein), ma questa modalità, alternata o sommata a tutte le altre, viene praticata da molto più tempo. Nel 2021 la NATO ha invitato i propri membri a riflettere seriamente sul fenomeno e a dedicare mezzi e risorse umane importanti per provare a contrastarlo.
Per meglio comprendere modalità e uso della minaccia cognitiva – tra i cui massimi esperti figura il politologo e analista Emanuel Pietrobon – suggerisco l’ascolto di una recente serie di 6 podcast ( in tedesco e francese e, dal 24 settembre, anche in italiano ) curati da Bruno Giussani su incarico del Dipartimento federale della Difesa e dello Sport nell’ambito del progetto Atelier des futurs.
“In un mondo ormai affollatissimo di schermi, intelligenza artificiale, reti e neurotecnologie” si legge nella presentazione della serie “la nostra attenzione, le nostre percezioni e la nostra autonomia di pensiero e di decisione sono diventate dei bersagli. Questo podcast non parla solo di disinformazione o fake news. Interroga la trasformazione in atto: quella di una guerra silenziosa, in cui è la mente umana a diventare un campo di battaglia”.
Potrebbe destare qualche riserva il fatto che questa pubblicazione sia stata voluta e finanziata dal DDPS, ma l’autorevolezza del curatore e l’indipendenza degli esperti coinvolti sono una garanzia. “La nostra missione” scrivono i promotori “è anticipare i progressi tecnologici e i loro utilizzi, al servizio degli attori del Dipartimento federale svizzero della difesa, della protezione della popolazione e dello sport, ma anche del pubblico”.
Il podcast curato da Giussani (che ha il vantaggio della chiarezza e di un linguaggio largamente comprensibile) è dunque una guida utilissima alle insidie di quelle tecnologie che possono condizionare i comportamenti e le scelte dell’individuo e di un’intera società.
“Questo podcast non è un’allerta: è un’espressione di lucidità e, forse, un manuale di resistenza”, avvertono a loro volta addette e addetti ai lavori intervistati nelle varie puntate.
In questa segnalazione mi voglio soffermare sulla sesta e – per il momento – ultima, non senza segnalare che Giussani proprio sulle tecnologie di influenza ha appena terminato di scrivere un libro che uscirà prossimamente, dapprima in francese, poi anche in italiano. Il tema dell’impatto delle tecnologie e degli strumenti digitali sulla nostra società e le sfide che ci vengono da essi lanciate è attualissimo. Gli interrogativi che ne derivano altrettanto: come convivere con l’intelligenza artificiale, le neurotecnologie? Come – ecco l’interrogativo centrale al quale le 6 puntate di questo podcast cercano di dar risposta – transitare verso un nuovo mondo “in cui la sfida centrale è il controllo delle capacità cognitive e delle rappresentazioni della realtà? In un mondo del genere, l’infrastruttura più importante di un Paese, la sua principale fonte di solidità, è costituita dalle menti istruite dei suoi cittadini”.
Si tratta – sostiene l’interlocutrice di Giussani, la Consigliera nazionale vodese Isabelle Chappuis, membro dela CPS (Commissione della politica di sicurezza) – di formare dei citttadini consapevoli, in grado di riconoscere i racconti manipolatori e le manipolazioni degli algoritmi. Più facile a dirsi, sembrerebbe anzi un’ovvietà. Ma, se ci limitiamo alla scuola, il compito appare sin d’ora titanico. Proprio nelle aule scolatsiche la cosiddetta IA (o AI, o ahi) prospera: gli allievi vi trovano facili scorciatoie con cui farsi riasssumere un libro di centinaia di pagine in pochi secondi, ma anche la via più breve per risolvere dei compiti e scrivere un testo in maniera dignitosa.
Il mondo della scuola era stato colto di sorpresa. Ora insegue e prova a reagire con almeno 3 anni di ritardo. Non si tratta di mettere degli argini attorno all’intelligenza artificiale (che ha evidentemente anche applicazioni e implicazioni utilissime), ma piuttosto di insegnare ad usarla consapevolmente, di insegnare a coglierne le opportunità senza chiudere gli occhi sui rischi. Si tratta di far capire ai giovani (e a tutta la società) che anche i device elettronici e l’IA non sono neutri, ma spesso al servizio di logiche politiche ed economiche di potere: strumenti che si prefiggono di governare (o quantomeno provare a indirizzare) i nostri pensieri, i nostri comportamenti, le nostre scelte.
In un mondo sempre più connesso (e contemporaneamente sconnesso), si tratta di rendere palesi queste implicazioni, questi legami e il loro impatto. Di aprire e far aprire gli occhi. Di far capire che – se già non lo fosse – l’intelligenza umana (pur nella sua complessità di componenti anche emotive e psicologiche) sarà in breve tempo superata da quella artificiale.
Viviamo – scrive Giussani – in un nuovo ambiente “che può essere fonte di confusione. È un contesto in cui gli spazi di deliberazione collettiva sono controllati da aziende private. Dove le tecnologie dell’influenza plasmano il nostro immaginario. Dove il valore si misura in clic. In cui si conosce sempre meno la realtà delle cose e sempre più la sua rappresentazione, la narrazione, la messa in scena. In cui, con la produzione artificiale di foto e video di un realismo sbalorditivo, anche la prova per immagini non prova più granché. Ma gli algoritmi ci parlano come ad amici: di conseguenza, ci piace così e non ci domandiamo più se sia reale o meno. La dopamina dell’interazione diretta tra esseri umani è soppiantata da quella dei pixel che si muovono secondo un codice definito da interessi commerciali e/o politici”.
Quello dipinto da Chappuis e Giussani è un quadro allarmante. “Imparare a riconoscerne le minacce è la condizione per stare a galla”, scrivono.
Accanto alla scuola, un compito essenziale ce l’hanno i media. Ma anche i media non sono neutri, anche dietro ai media si muovono interessi divergenti che li portano a scelte diverse. Di fronte a tutto ciò, siamo urgentemente chiamati a produrre degli anticorpi. Ma, per produrli, dobbiamo conoscere le tecniche dello sfidante.
Mi fermo qui. Non senza sottolineare, proprio in una società come quella presente, appena descritta nei propri rischi di deriva, l’importanza, nel settore centrale dei media, di un servizio pubblico autorevole, indipendente e finanziato in maniera trasparente da tutta la cittadinanza.
Se ne parlerà nei prossimi mesi. Bello sarebbe se una campagna chiamata a spiegare un’apparente ovvietà, che cioè 200 franchi non bastano per combattere il virus della minaccia cognitiva, non fosse nemmeno necessaria.
E invece…
- Guarda/ascolta la relazione che Bruno Giussani ha tenuto ai neodiplomati dell’USI il 15 maggio 2023 al LAC di Lugano