Un podcast per difendersi dalla minaccia cognitiva

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

Il primo episodio del podcast

Minaccia cognitiva è un concetto che sempre più spesso incontriamo nei media e che merita dunque un approfondimento. Legata anzitutto a scenarî bellici, è una delle armi della cosiddetta guerra ibrida, combattuta cioè non soltanto con bombe e cannoni. Tra i mezzi indiretti con cui colpire il nemico, un peso sempre più importante lo hanno gli attacchi informatici, sferrati alle infrastrutture militari e civili di un Paese, ma anche contro privati cittadini; alle minacce degli hacker si affiancano le campagne di disinformazione condotte soprattutto sui social media per indebolire la coesione interna dell’avversario. Come? Sostanzialmente facendo circolare notizie e immagini false, in grado di scuotere l’opinione pubblica, dividendo, o meglio polarizzando i fronti e minandone così la compattezza e la tenuta psicologica.

Di guerra cognitiva si parla dal 2017 (l’espressione venne coniata dal generale USA David Goldfein), ma questa modalità, alternata o sommata a tutte le altre, viene praticata da molto più tempo. Nel 2021 la NATO ha invitato i propri membri a riflettere seriamente sul fenomeno e a dedicare mezzi e risorse umane importanti per provare a contrastarlo.

Per meglio comprendere modalità e uso della minaccia cognitiva – tra i cui massimi esperti figura il politologo e analista Emanuel Pietrobon – suggerisco l’ascolto di una recente serie di 6 podcast ( in tedesco e francese e, dal 24 settembre, anche in italiano ) curati da Bruno Giussani su incarico del Dipartimento federale della Difesa e dello Sport nell’ambito del progetto Atelier des futurs.

“In un mondo ormai affollatissimo di schermi, intelligenza artificiale, reti e neurotecnologie” si legge nella presentazione della serie “la nostra attenzione, le nostre percezioni e la nostra autonomia di pensiero e di decisione sono diventate dei bersagli. Questo podcast non parla solo di disinformazione o fake news. Interroga la trasformazione in atto: quella di una guerra silenziosa, in cui è la mente umana a diventare un campo di battaglia”.

Potrebbe destare qualche riserva il fatto che questa pubblicazione sia stata voluta e finanziata dal DDPS, ma l’autorevolezza del curatore e l’indipendenza degli esperti coinvolti sono una garanzia. “La nostra missione” scrivono i promotori “è anticipare i progressi tecnologici e i loro utilizzi, al servizio degli attori del Dipartimento federale svizzero della difesa, della protezione della popolazione e dello sport, ma anche del pubblico”.

Il podcast curato da Giussani (che ha il vantaggio della chiarezza e di un linguaggio largamente comprensibile) è dunque una guida utilissima alle insidie di quelle tecnologie che possono condizionare i comportamenti e le scelte dell’individuo e di un’intera società.

“Questo podcast non è un’allerta: è un’espressione di lucidità e, forse, un manuale di resistenza”, avvertono a loro volta addette e addetti ai lavori intervistati nelle varie puntate.

In questa segnalazione mi voglio soffermare sulla sesta e – per il momento – ultima, non senza segnalare che Giussani proprio sulle tecnologie di influenza ha appena terminato di scrivere un libro che uscirà prossimamente, dapprima in francese, poi anche in italiano. Il tema dell’impatto delle tecnologie e degli strumenti digitali sulla nostra società e le sfide che ci vengono da essi lanciate è attualissimo. Gli interrogativi che ne derivano altrettanto: come convivere con l’intelligenza artificiale, le neurotecnologie? Come – ecco l’interrogativo centrale al quale le 6 puntate di questo podcast cercano di dar risposta – transitare verso un nuovo mondo “in cui la sfida centrale è il controllo delle capacità cognitive e delle rappresentazioni della realtà? In un mondo del genere, l’infrastruttura più importante di un Paese, la sua principale fonte di solidità, è costituita dalle menti istruite dei suoi cittadini”.

Si tratta – sostiene l’interlocutrice di Giussani, la Consigliera nazionale vodese Isabelle Chappuis, membro dela CPS (Commissione della politica di sicurezza) – di formare dei citttadini consapevoli, in grado di riconoscere i racconti manipolatori e le manipolazioni degli algoritmi. Più facile a dirsi, sembrerebbe anzi un’ovvietà. Ma, se ci limitiamo alla scuola, il compito appare sin d’ora titanico. Proprio nelle aule scolatsiche la cosiddetta IA (o AI, o ahi) prospera: gli allievi vi trovano facili scorciatoie con cui farsi riasssumere un libro di centinaia di pagine in pochi secondi, ma anche la via più breve per risolvere dei compiti e scrivere un testo in maniera dignitosa.

Il mondo della scuola era stato colto di sorpresa. Ora insegue e prova a reagire con almeno 3 anni di ritardo. Non si tratta di mettere degli argini attorno all’intelligenza artificiale (che ha evidentemente anche applicazioni e implicazioni utilissime), ma piuttosto di insegnare ad usarla consapevolmente, di insegnare a coglierne le opportunità senza chiudere gli occhi sui rischi. Si tratta di far capire ai giovani (e a tutta la società) che anche i device elettronici e l’IA non sono neutri, ma spesso al servizio di logiche politiche ed economiche di potere: strumenti che si prefiggono di governare (o quantomeno provare a indirizzare) i nostri pensieri, i nostri comportamenti, le nostre scelte.

In un mondo sempre più connesso (e contemporaneamente sconnesso), si tratta di rendere palesi queste implicazioni, questi legami e il loro impatto. Di aprire e far aprire gli occhi. Di far capire che – se già non lo fosse – l’intelligenza umana (pur nella sua complessità di componenti anche emotive e psicologiche) sarà in breve tempo superata da quella artificiale.

Viviamo – scrive Giussani – in un nuovo ambiente “che può essere fonte di confusione. È un contesto in cui gli spazi di deliberazione collettiva sono controllati da aziende private. Dove le tecnologie dell’influenza plasmano il nostro immaginario. Dove il valore si misura in clic. In cui si conosce sempre meno la realtà delle cose e sempre più la sua rappresentazione, la narrazione, la messa in scena. In cui, con la produzione artificiale di foto e video di un realismo sbalorditivo, anche la prova per immagini non prova più granché. Ma gli algoritmi ci parlano come ad amici: di conseguenza, ci piace così e non ci domandiamo più se sia reale o meno. La dopamina dell’interazione diretta tra esseri umani è soppiantata da quella dei pixel che si muovono secondo un codice definito da interessi commerciali e/o politici”.

Quello dipinto da Chappuis e Giussani è un quadro allarmante. “Imparare a riconoscerne le minacce è la condizione per stare a galla”, scrivono.

Accanto alla scuola, un compito essenziale ce l’hanno i media. Ma anche i media non sono neutri, anche dietro ai media si muovono interessi divergenti che li portano a scelte diverse. Di fronte a tutto ciò, siamo urgentemente chiamati a produrre degli anticorpi. Ma, per produrli, dobbiamo conoscere le tecniche dello sfidante.

Mi fermo qui. Non senza sottolineare, proprio in una società come quella presente, appena descritta nei propri rischi di deriva, l’importanza, nel settore centrale dei media, di un servizio pubblico autorevole, indipendente e finanziato in maniera trasparente da tutta la cittadinanza.

Se ne parlerà nei prossimi mesi. Bello sarebbe se una campagna chiamata a spiegare un’apparente ovvietà, che cioè 200 franchi non bastano per combattere il virus della minaccia cognitiva, non fosse nemmeno necessaria.

E invece…


La sfida dell’Eurasia all’Occidente

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Il domino del mondo si è rimesso in movimento, come succede soltanto quando finisce una fase e comincia una nuova epoca. Stiamo assistendo alla fine del lungo interregno sospeso tra il non più e il non ancora, un’età dell’incertezza di cui tutti avvertivamo l’equilibrio precario e la sensazione di una perdita di controllo da parte della politica, degli Stati, dei leader e degli organismi internazionali. Si chiude il trentennio senza nome inaugurato dalla caduta del Muro, che ha sigillato una stagione senza battezzarne un’altra.

Oggi ci siamo: le giornate che stiamo vivendo — tra il vertice in Alaska con Trump e Putin e la missione del presidente russo in Cina da Xi Jinping, a fianco di Modi e Kim Jong-un — verranno ricordate come il momento in cui il secolo è stato deviato, cambiando indirizzo e orizzonte.

Entriamo in una nuova era, l’età degli imperi, che si candidano a prendere il posto delle democrazie estenuate e accusate di non saper mantenere le loro nobili promesse quando sono attaccate dalla crisi. Non ci sono difese, perché nulla sembra più meritare la fiducia dei cittadini per mobilitare le loro speranze. Il terreno è sgombro: in realtà la spoliazione del sistema democratico era incominciata da tempo, con la cattiva manutenzione della sinistra e la vera e propria demolizione da parte dei populismi di tutti i segni. Poi è arrivato Trump.

In un mondo che dopo l’aggressione russa all’Ucraina sembrava nuovamente diviso in due, come all’epoca della guerra fredda, il presidente americano ha incredibilmente disarticolato il suo campo: insulti agli “europei”, sfiducia negli alleati, diffidenza per la Nato, freddezza per l’Ucraina, umiliazione per Zelensky e guerra commerciale contro tutti, con dazi imposti nell’arbitrio sovrano di un balzello medievale. In più, un rifiuto evidente del concetto di Occidente, con i vincoli storici, ideali, morali e materiali che comporta, e una ripulsa profonda per la democrazia liberale, dunque non solo per un sistema di regole, istituzioni, valori, diritti e diritto, ma per una cultura della convivenza che ha segnato tre generazioni garantendo libertà, pace e sviluppo.

Una vera e propria distruzione di istituti, regole e principi, unita a un’apertura inattesa al leader del Cremlino, visto non come aggressore di uno Stato sovrano ma come partner addomesticato del sistema imperiale, una volta catturato dal fascio di energia istintiva del presidente americano e assoggettato al suo carisma politico di pacificatore nel segno squilibrato e squilibrante della forza.

In questa frattura che rischia di ingoiare i leader europei, ammutoliti e preoccupati prima di ogni altra cosa di non irritare Trump, si è infilato Putin, perfettamente a suo agio. Volando sopra sanzioni e condanne per crimini di guerra, il capo del Cremlino è sbarcato in America per un vertice di restauro completo della sua leadership, incassando una totale remissione dei peccati in cambio di niente. Anzi.

Trump si illudeva di aver scritto il copione di una rappresentazione della pace in due atti, il primo con un’intesa bilaterale in Alaska e il secondo con un incontro risolutivo tra Putin e Zelensky. Ma il presidente russo ha rovesciato tavolo e programma. Qualunque cosa abbia detto a Trump nelle promesse del summit, lo ha negato immediatamente dopo incontrando Xiinvece di Zelensky, inscenando davanti al mondo l’intesa fra tre dittature sorridenti fianco a fianco, reggendo infine la mano di Modi quasi per accompagnare l’India dentro il suo campo alternativo all’Occidente.

Perché Putin, soprattutto, ha dimostrato di avere un campo per la sua azione, proprio mentre Trump prosciugava il suo. Il presidente americano, abbagliato dall’idea di realizzare l’imperialismo in una sola persona, ha dovuto accorgersi così di aver perduto la lunga leva politica dell’alleanza, nel momento in cui Putin se n’è costruita una, all’insegna del ripudio e del contrasto alle democrazie.

Quel campo ha un nome e un’identità nei progetti dello zar, e affonda nella storia e nella filosofia russa: è l’Eurasia. Teorizzata nei primi anni della rivoluzione bolscevica, non è una costruzione geografica e nemmeno un’alleanza politica ma uno spazio di civiltà distinta e autonoma che senza essere compiutamente Occidente e Oriente raccoglie, incrocia e supera quelle due dimensioni geopolitiche in un mondo speciale realizzando un mito della storia, quello che il filosofo reazionario Alexandr Dugin chiama un «continente interiore» raccolto intorno alla Russia.

Alla quale spetta una missione «imperiale e messianica» insita nel suo destino: «essere il nucleo di un blocco continentale capace di resistere alla talassocrazia e al sistema liberale dell’Occidente». Il mondo della terraferma e dei fiumi, dunque, con l’ossessione del territorio, contro il mondo in movimento degli oceani e dei mari, con l’ambizione di superare il suo finis terrae. È l’etno-genesi di un impero tracciato dalle prime tribù slave e turche, un concetto mistico e materiale custodito «dalla patria delle steppe e dai popoli delle foreste», come spiega lo storico Lev Gumilëv. Una realtà viva e presente nei secoli: che aspettava.

Finché Putin si è incaricato di trasformare il mito e il concetto in uno strumento concreto del suo progetto imperiale: perché l’Eurasia risolvendo l’angoscia russa della storia consegna al Cremlino una sfera d’influenza naturale oltre i confini, espressione della storia e della geografia e non della politica che si limita a impadronirsene, dando forma a quella civiltà spontanea, a quella comunità predestinata che diventano organizzazione del potere e della forza.

Se l’Eurasia è la vera missione di Mosca, allora ecco la giustificazione imperialista: le aggressioni russe, le invasioni, le annessioni sono la difesa di uno spazio di civiltà designato, di un’identità comune attribuita dalla storia. Semplicemente, attaccando l’Ucraina la Russia ha ubbidito al suo destino.

Con la suggestione mistica dell’Eurasia Putin supera la sconfitta nella guerra fredda e riscrive la storia come strumento di restaurazione imperiale, realizzando l’impensabile: sembrava impossibile, infatti, che dopo il collasso mortale del gigante sovietico il Cremlino riuscisse così facilmente a ricostruire una tecnica di potere e di riconquista del rango perduto, e soprattutto a riarmare una struttura ideologica in grado di legittimare la nuova pratica imperialista.

Anche Xi Jinping (che veste la giacca di Mao come un paramento sacro, simbolo della perennità del partito) usa la storia, facendo leva sul “secolo delle umiliazioni” che in Cina cerca ancora vendetta. Insieme, Putin e Xi testimoniano la deviazione del secolo svelando l’eredità post-democratica cui ambiscono entrambi, un potere senza diritti, una coesistenza senza diritto, un mondo senza regole e un sistema senza libertà che oggi diventano la nuova dimensione alternativa all’eterna ma sbiadita promessa democratica dell’Ovest.

Con l’Eurasia si supera il concetto di Est, che prevedeva la centralità europea del mondo, e l’ideologia torna a contagiare la geografia. Riemerge l’idea di Oriente, la parola — Vostok — cheKruscev volle far scrivere sulla capsula di Jurij Gagarin quando volò per primo intorno alla terra, per lanciare una sfida e un’obiezione concorrente a Europa e Stati Uniti. Siamo di nuovo qui, ma con una domanda in più rispetto ad allora: mentre sorge l’Eurasia, la nostra civiltà democratica ha esaurito le sue risorse oppure è capace di fermare questo triste crepuscolo dell’Occidente?


Da Xi alle Big tech, la voglia di impero

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

Di Monica Maggioni, La Stampa

Potrebbero essere scene da film, invece sono semplicemente la cronaca di questi giorni.

Non abbiamo ancora finito di commentare le immagini di Putin, Xi e Modi che si tengono per mano in Cina sfidando l’Occidente (o una certa idea dell’Occidente), ognuno convinto dei vantaggi di questa ritrovata alleanza funzionale, che un signore con la camicia a scacchi rossi a maniche corte (non scelgono bene le costumiste di questi tempi) si avvia a passo deciso verso la porta di legno del capo del Pentagono e stacca la targa in ottone per mettere quella nuova con scritto “Ministro della Guerra”.

E, se non fosse una cosa da prendere terribilmente sul serio, parrebbe il titolo di un film di Guy Ritchie, o una citazione del Ministero della Pace di Orwell. Ma non è, purtroppo, nessuna di queste due opzioni. Nel frattempo l’occupante della suddetta stanza, Pete Hegseth, il “Ministro della Guerra” in questione, che evidentemente aveva condiviso l’idea di Trump di rinominare il Pentagono, si esibisce in una intervista a Fox News in cui spiega che le forze armate Usa dovranno essere più dure e meglio addestrate, pronte alla guerra vera.

Parla, agita i bicipiti e sembra il sergente di Full Metal Jacket, non il capo della più potente struttura militare del pianeta. Sospetto che molti militari, nei corridoi dell’antico edificio a cinque lati, non abbiano apprezzato questa descrizione hollywoodiana di quel che dovranno essere pronti a fare (anche perché sono già piuttosto bravi nel loro lavoro). Ma importante non è quel che si fa o come. Bisogna che diventi un brand e un’immagine che colpisce la fantasia dell’opinione pubblica.

Terza inquadratura. Interno della Casa Bianca. Poteva essere un normale incontro di lavoro, ma questa volta Donald Trump ha un piano preciso, e invita le telecamere per consegnare alla storia visiva dei nostri giorni la sua vittoria più gustosa. Ha sconfitto il drago. Non quello cinese, ma quello dello snobismo liberal della Silicon Valley. Con gusto perfido e sottile se li è seduti tutti accanto, i giganti digitali. I veri padroni del nostro presente.

Sì, i giganti, quelli che insieme fanno probabilmente la più grande aggregazione di capitali privati del Pianeta, appaiono seduti accanto al presidente come disciplinati scolari della prima fila decisi a compiacere la maestra.

Le immagini e i suoni delle parole, impietosi, li descrivono emozionati e concentrati a rispondere Donald Trump che li interroga, con il piglio della ma maestra, sull’ammontare dei loro investimenti in America e su quello che stanno facendo per rendere l’America “great again”. Di nuovo grande. E loro, uno dopo l’altro, il capo di Google, quello di Open AI, quello di Meta e tutti gli altri, non si limitano a rispondere dicendogli esattamente quello che vuole sentire, ma aggiungono, in coro, i complimenti per la grandezza del nuovo re e la gentilezza della regina.

Hanno toni incerti e vocine increspate, rese inappellabilmente grottesche dall’ansia di compiacere l’interlocutore. Lo ringraziano per averli riuniti, si definiscono un gruppo straordinario. E lo sono. Ma avevano bisogno della convocazione di Trump per vedersi?

Non sarà piuttosto che sono consapevoli del fatto che, se compiaceranno l’imperatore, i loro miliardi si moltiplicheranno e, insieme ai miliardi, crescerà esponenzialmente il loro potere sul pianeta?

Hanno capito che non è una buona idea dare dispiacere al leader supremo. Elon Musk ha irritato Donald e non è al tavolo. Si dice fosse comunque invitato, ma tant’è. Loro, per adesso, hanno ancora bisogno di un contesto favorevole per realizzare i loro giganteschi progetti.

Trump oggi li ha in pugno e lo ha voluto dimostrare. Ma, alcuni tra loro, sono convinti che valga la pena di fingere umiltà, persuasi come sono, di essere all’ultimo giro del mondo come lo abbiamo conosciuto fin qui. Loro, in quella che speriamo essere solo una proiezione distopica, si vedono a un passo dal superamento delle istituzioni, della politica, della struttura del mondo come l’abbiamo vissuto fin qui.

E, alla fine, sognano il controllo totale esattamente come gli uomini che si tengono per mano sul tappeto rosso a Pechino.

La differenza è che loro, quelli invitati alla Casa Bianca, vestono più cool e le loro truppe spesso non si vedono ma determineranno le regole del gioco del nostro futuro. Ancora per un tratto di strada sanno di dover fare i conti con i governi e le opinioni pubbliche, ma sperano sia una faccenda che sta per essere superata.

Non a caso anche loro, esattamente come gli imperatori Xi e Putin, sono ossessionati dall’idea dell’immortalità. E le biotecnologie, di cui Putin ha parlato con Xi nel “fuorionda” più finto della storia, sono studiate anche in Cina e in Russia certo, ma hanno i loro campioni negli States, dove immensi capitali si stanno spostando sul Biohacking e sugli studi sull’immortalità.

Perché alla fine, il sogno ultimo di potere si traduce nella tentazione dell’estensione di sé in cui cadono tutti i potentissimi, di antica o nuova generazione. C’è solo da capire se, all’approssimarsi della scadenza biologica, anche Putin e Xi ricorreranno ai servizi della Alcor Life Extention Foundation in Arizona, decidendo che alla fine, la tecnologia americana è ancora la migliore.

In quel caso, nel programma di crioconservazione, riposeranno insieme a taluni di quelli che erano seduti alla Casa Bianca.


«Noi, di sinistra anche in un esercito in guerra»

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

Di Francesco Brusa, il manifesto

Mantenere una prospettiva anti-autoritaria e di sinistra dentro la guerra all’invasione russa. È quanto prova a fare da oltre tre anni Solidarity Collectives, rete di attivisti e attiviste impegnati in Ucraina a diversi livelli, dal servizio militare all’assistenza umanitaria, fino alla riflessione e agitazione politica. Kseniia, operativa in campo civile, e Salam, arruolato nell’esercito, ci parlano della campagna di reclutamento che hanno lanciato da poco, affinché la mobilitazione possa avvenire in linea con i principi di base dell’associazione e in maniera più controllata.

Un tentativo di cambiare le forze armate dall’interno?
Si tratta di un’idea che in realtà coltiviamo fin dallo scoppio della guerra su larga scala, momento in cui abbiamo appunto provato a creare un plotone di ispirazione esplicitamente anti-autoritaria che raccogliesse persone con idee politiche simili. Purtroppo allora c’era un solo individuo appartenente al nostro movimento che poteva vantare un’esperienza militare di stampo professionale, Yuri Samoylenko, che è stato poi ucciso durante la controffensiva su Karkhiv nel 2022. Perciò questo primo tentativo si è arenato. Ma, col passare del tempo, sempre più compagni si sono arruolati e hanno acquisito capacità e competenze, iniziando anche a occupare posizioni influenti in diverse strutture militari. Così, oggi abbiamo la possibilità di rilanciare il progetto in maniera aperta e pubblica: abbiamo identificato almeno sei unità in cui esiste una maggioranza incline alle visioni di sinistra, composta da attivisti, femministe, membri della comunità queer o, semplicemente, persone dalla mentalità aperta, verso cui i compagni che decidono di arruolarsi possono essere indirizzati.

Vi sembra che le idee di sinistra siano più o meno accettate rispetto a tre anni fa?
In realtà, per quanto riguarda l’esercito, le forze armate continuano a essere aperte a persone di qualunque orientamento politico. In effetti, da quanto possiamo osservare, in Ucraina prosegue questa situazione estremamente peculiare per cui individui di mentalità anche opposta stanno in prima linea insieme e si aiutano a vicenda. Ma questo è, appunto, vero quanto più si è vicini al fronte: le differenze politiche si fanno sentire mano a mano che ci si allontana dal campo di battaglia. A livello sociale, è chiaro che la forte unità nazionale che si era creata all’inizio dell’invasione è andata scemando. Anche da parte nostra, in quel momento c’era come unico obiettivo la sopravvivenza e perciò tutte le attività di stampo più culturale o di agitazione si erano congelate, dentro una situazione di “parità” fra tutti i gruppi politici. L’unità nazionale e la coesione sociale rimangono forti, anche se le autorità stanno iniziando a forzare alcune azioni e a testare i limiti del “patto” stretto con la popolazione. Le recenti proteste sul tema della corruzione, però, sembrano dimostrare che esiste ancora una distinzione fra governo e cittadinanza e, non appena si oltrepassano alcune linee, le critiche si sollevano. Negli ultimi mesi, però abbiamo notato una ripresa delle iniziative dell’estrema destra, che sta provano a promuovere la propria agenda ideologica, organizza marce e manifestazioni e, di tanto in tanto, compie attacchi e minacce soprattutto legati alla comunità Lgbt.

L’esperienza della guerra vi ha spinto a riconsiderare alcuni dei vostri principi politici?
No, le nostre convinzioni anti-autoritarie e democratiche continuano a essere le stesse. Similmente, nonostante le difficoltà, l’Ucraina continua a rappresentare ai nostri occhi un “progetto politico” in cui viene consentito a movimenti di diversa natura di esistere e svilupparsi liberamente, al contrario di quanto avviene in Russia e in Bielorussia dove l’attivismo di sinistra (e, in generale, qualunque tipo di attivismo) è costantemente soffocato. Ovviamente il paese sta passando da una sorta di processo di “decolonizzazione” per cui il concetto di comunismo viene inevitabilmente associato a un passato doloroso che ha conosciuto la carestia dell’Holodomor e le repressioni sovietiche e i riferimenti espliciti a questa tradizione sono visti con sospetto. Ma in generale per i gruppi anarchici e progressisti c’è la possibilità di giocare un ruolo nella società e farlo senza pressione da parte governativa. Quello che è cambiato con l’invasione è che ci siamo resi conto di quanto sia importante essere organizzati e costruire strutture solide, che preservino un’unità di fondo. Senza di questo, nel contesto di un’invasione, saremmo semplicemente scomparsi.

Nell’immagine: un edificio distrutto a Karkhiv


Il sessismo online e la “normalità” del dominio maschile

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

Di Lea Melandri, il manifesto

L’informazione sui siti online «Mia moglie» e «Phica.net» continua e permette di vedere, dietro l’attualità di eventi effettivamente sconcertanti -le foto rubate a donne senza il loro consenso e scambiate nel gruppo degli uomini attraverso i social – un fenomeno più esteso e legato solo in parte alle nuove tecnologie comunicative. L’insistenza sull’aspetto giudiziario e sull’effetto della visualizzazione online è sicuramente importante, così come l’invito che viene rivolto alle vittime perché denuncino la violenza subita. Ma c’è il rischio che venga così occultato il “sistema” che c’è dietro tutto questo, e cioè la ‘normalità’ del dominio maschile, della cultura patriarcale che accompagna la nostra storia da sempre.

Ciò che viene a mancare, se si continuano a mettere in evidenza solo questi aspetti, è un salto della coscienza politica. In altre parole, si rimanda ancora una volta la necessità di andare all’origine del rapporto tra i sessi, a quello spostamento o proiezione che l’uomo ha fatto sulla donna dell’animalità, di tutto ciò che ha a che fare col corpo, con l’appartenenza alla materia vivente e alla sua finitezza. Non è una novità, dal momento che ne parlano sia la cultura greco romana cristiana che il senso comune, il fatto di aver visto nella donna la sessualità, il corpo che genera e il corpo erotico, così come non dovrebbe stupire sapere che gli uomini vantano le loro conquiste femminili: “avere”, “possedere” una bella moglie. Parlare della ‘normalità’ significa anche uscire dall’idea che il sessismo riguardi solo alcuni uomini, che sia un problema da rimandare alla patologia e alla illegalità, per cui la maggior parte dei loro simili può dire «io non sono così».

Un problema non secondario, quando si parla della relazione tra i sessi, è oggi la difficoltà degli uomini a pensarsi come “genere”, a vedere nella “virilità” un elemento identitario diventato anche per loro “destino naturale”, il marchio che assicura privilegi ma anche la mutilazione di tratti essenziali dell’umano. “Genere” sono state considerate storicamente solo le donne – anzi, la Donna, un tutto omogeneo, un ruolo, una funzione necessaria per «rendere buona la vita» all’altro sesso (Rousseau). Gli uomini, al contrario, si sono pensati come “individui”, persone prese nella loro singolarità, e come tali continuano a pensarsi, ragione per cui possono anche mettere distanza tra sé e quelli che considerano le devianze dei loro simili. Per un altro verso, si potrebbe dire che le donne rischiano a loro volta di restare legate a ruoli – madri, mogli, amanti, ecc. – che hanno dato loro un qualche potere, sostitutivo di altri da cui sono state escluse, un potere che non giova alla loro creatività e individuazione.

Andare alla radice del sessismo vuole dire rendersi consapevoli che per lo sguardo maschile le donne sono ancora “essenzialmente corpi”. Quando si dice di una donna che ha subito violenza «se l’è cercata», si va a toccare un pregiudizio di fondo della nostra cultura, e cioè l’identificazione delle donne con la sessualità. E il paradosso, come ha detto il femminismo degli anni Settanta con l’ autocoscienza e la pratica dell’inconscio, è che la sessualità femminile è stata cancellata e che dominante storicamente è stata solo quella maschile. Tra l’altro, come ha sottolineato Carla Lonzi, una sessualità generativa che ha procurato non poche sofferenze alle donne per gravidanze indesiderate. Dietro le infinite forme di sessismo, diventate la ‘normale’ violenza quotidiana, interiorizzata purtroppo come tale dalle donne stesse, c’è dunque una profonda misoginia, che passa allo stesso modo attraverso i saperi, le discipline scolastiche, la cultura alta che abbiamo ereditato e che ancora trasmettiamo, e il senso comune. Oggi si parla molto più che in passato di “educazione di genere”, e questo è senza dubbio un cambiamento della coscienza storica, ma di fatto, stando alla situazione attuale della scuola, si fa molto poco per renderla operante nei processi educativi fin dalla prima infanzia. Le giovani insegnanti, per lo più precarie, sanno i rischi che corrono, da parte dell’autorità scolastica o delle famiglie, quando tentanto di portare “il corpo a scuola”, di vedere nell’alunno la persona nella sua interezza, dando ascolto alle vite e a ciò che di “impresentabile” passa ancora “sotto i banchi”.

Il disagio, l’insicurezza, la fragilità e la violenza diffusa tra gli adolescenti, oltre al sessismo e alla pornografia online degli adulti, sono gli altri temi ricorrenti di una lamentazione collettiva che spinge quasi inevitabilmente, se non verso un inasprimento della carcerazione minorile, a una svolta dell’educazione in chiave patologica, con ricorso quasi esclusivo agli esperti, psicologi e sessuologi.

I social hanno senza dubbio modificato l’idea, che è stata del movimento antiautoritario nella scuola e del femminismo, di portare allo scoperto la materia di esperienza, la più universale dell’umano, sepolta nel “privato”, considerata “non politica”, fuori dalla cultura e dalla storia. Lo hanno fatto purtroppo ricalcando modalità note di spettacolarizzazione e voyeurismo, enfasi narcisistica e competizione, e lasciando di nuovo in ombra le consapevolezze che sono emerse da mezzo secolo e oltre fino ad oggi. Se la scuola rimane il deserto di un’educazione capace di andare alle radici dell’umano, il luogo di quell’analfabetismo dei sentimenti che è alla radice della violenza, i social non avranno difficoltà e prendere il sopravvento.


Lezioni private, la montagna e il topolino

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

La questione delle lezioni private nella scuola è un problema grave e importante. Già in passato, era stato oggetto di ricerche (2017) che, tuttavia, non erano sfociate in misure concrete tese ad affrontare un fenomeno che appariva già allora importante.

A rilanciare la questione – perlomeno per l’ambito delle scuole medie superiori (SMS) – ci ha pensato, nella primavera del 2022, la Gioventù Anticapitalista (che raccoglie i giovani simpatizzanti dell’MPS) con un sondaggio effettuato al Liceo di Bellinzona. I risultati erano chiari: più di un terzo degli studenti ricorreva a lezioni private.

È proprio sulla base di quei risultati che i deputati MPS presentavano, nell’aprile del 2022 (cioè oltre 3 anni e mezzo fa) una mozione nella quale sottolineavano la serietà del problema e la quasi totale assenza di strumenti messi a disposizione degli istituti per affrontarlo, nell’ottica della scuola pubblica e di una risposta collettiva; in particolare, la mozione chiedeva uno studio approfondito sul tema e, comunque, di mettere subito a disposizione degli istituti un pacchetto di ore di insegnamento per le attività di recupero (ore supplementari, sportelli di sostegno, etc.).
Ci sono voluti quasi tre anni (perché non siamo sorpresi?) affinché questa mozione arrivasse ad essere discussa in Gran Consiglio (gennaio 2025).

L’esito, scontato. Malgrado il governo (sostenuto da tutti i partiti) avesse dichiarato la sua preoccupazione per il fenomeno (“il Consiglio di Stato concorda con i mozionanti nel ritenere il ricorso alle lezioni private come un problema che merita di essere capito e affrontato”), alla fine invitava il Parlamento (che lo seguiva su questa linea) “…a non dar seguito alle proposte contenute nell’atto parlamentare, ripromettendosi di condurre uno studio sul tema delle lezioni private che coinvolga anche il settore delle SMS e che verifichi le eventuali correlazione tra ricorso alle lezioni private e successo/insuccesso scolastico”.

Riassumendo: problema serio e da affrontare, necessario uno studio (come proponevano i mozionanti), ma solo alla fine di questo studio sarebbero state avanzate proposte concrete.

Una situazione allarmante

Lo studio – di cui per il momento conosciamo soltanto il titolo e alcune indicazioni emerse nel corso della tradizionale conferenza stampa di inizio anno scolastico – è stato effettivamente realizzato. Intitolato “A lezione fuori da scuola. Dieci anni dopo. Le lezioni private in Canton Ticino”, è stato condotto da due studiosi del CIRSE (Centro competenze innovazione e ricerca sui sistemi educativi), G. Zanolla ed E. Geronimi.

Al momento in cui scriviamo queste righe non abbiamo ancora avuto modo di consultarlo. Non nascondiamo di nutrire qualche dubbio sul metodo con cui sarebbe stato condotto: abbiamo infatti interpellato a più riprese diversi responsabili di scuole medie e medie superiori, senza che nessuno ci abbia segnalato il coinvolgimento della propria sede in sondaggi presso studenti e famiglie. Eppure, a nostro avviso, dati come il numero di allievi che ricorrono alle lezioni private, le materie interessate, i costi sostenuti, ecc. sono fondamentali per dare solidità a uno studio di questo tipo. E senza un sondaggio presso le scuole e le famiglie non comprendiamo come tali dati possano essere raccolti. Ci lasceremo quindi sorprendere.

Nella conferenza stampa di inizio anno, già richiamata, sono comunque state fornite alcune indicazioni sia sulle dimensioni del fenomeno, sia sulle proposte per affrontarlo. Dati e considerazioni sono stati riportati sia nella documentazione distribuita ai giornalisti, sia nelle dichiarazioni dei responsabili del DECS.

L’aspetto senza dubbio più significativo riguarda i dati quantitativi relativi alla diffusione delle lezioni private, sintetizzati in un’unica tabella allegata alla documentazione. La tabella completa prende in considerazione anche il ricorso alle offerte di recupero organizzate dalla scuola e il contributo delle famiglie all’aiuto nello studio, ma qui riportiamo solo la parte relativa alle lezioni private:

Sono dati interessanti e al tempo stesso allarmanti.

Per quanto riguarda la Scuola media superiore (SMS), i dati confermano i sondaggi, seppur parziali, condotti dalla GA: sia la ricerca del 2022 al Liceo di Bellinzona, sia quella più recente (2025) che ha coinvolto lo stesso Liceo e la Scuola cantonale di commercio, indicano che circa un terzo degli studenti e delle studentesse ricorre a lezioni private. La ricerca, come promesso, ha coinvolto anche la Scuola media (SMe). Ed è proprio qui che emerge un dato che non esitiamo a definire allarmante, se confermato: quasi un allievo su due delle classi III e IV (il 45, 8%) ricorre a lezioni private.

Già in occasione della nostra mozione avevamo raccolto segnali di un crescente ricorso alle lezioni private nella scuola media, ma non immaginavamo una diffusione di tali proporzioni. Si tratta infatti di un incremento notevole rispetto al precedente studio del 2017 (condotto dalla stessa ricercatrice), in cui solo il 18, 5% degli allievi dichiarava di ricorrervi: la metà, dunque, rispetto ai dati attuali.

Questa evoluzione impone una riflessione approfondita sull’attuale situazione della SMe: sui suoi percorsi formativi, sul carico delle lezioni, nonché sulla didattica delle materie che più frequentemente spingono al ricorso a lezioni private. Una riflessione che deve andare ben al di là del ricorso alle lezioni private che, a questo punto, appaiono come sintono di un malessere di fondo.
Una riflessione altrettanto necessaria riguarda le scuole professionali, nelle quali – come noto – emergono spesso difficoltà nella parte scolastica del percorso formativo, testimoniata dai ricorrenti risultati insoddisfacenti agli esami finali di tirocinio.

In attesa di analizzare nel dettaglio i risultati dello studio, è chiaro che i dati non solo confermano la rilevanza del tema, ma indicano anche l’urgenza di adottare misure incisive e tempestive.

Il classico topolino

Nella discussione parlamentare dello scorso gennaio la direttrice del DECS aveva annunciato, oltre alla presentazione dello studio, una serie di misure per affrontare il problema. Anche in questo caso, però, non disponiamo di indicazioni più precise rispetto a quelle annunciate, presentate e commentate nel corso della conferenza stampa. Le misure indicate appaiono infatti come il classico topolino partorito da una montagna ben visibile.

Riportiamo qui di seguito il passaggio dedicato alle lezioni private contenuto nel riassunto diffuso dopo la conferenza stampa. Scrive il DECS: “Le disparità sociali legate al ricorso alle lezioni private ovviamente ci interpellano, in quanto entrano in contrasto con i valori di inclusione e accessibilità che caratterizzano il nostro sistema scolastico”, ha dichiarato il coordinatore del DECS e direttore della Divisione della scuola Emanuele Berger. Lo studio evidenzia la necessità di investire ulteriormente nella scuola e nell’educazione. “Su un piano generale l’indagine spinge a rafforzare una didattica capace di valorizzare il potenziale di ciascuna e ciascuno all’interno dell’aula”.

Al tempo stesso il DECS intende intervenire sulle misure di sostegno offerte dagli istituti: già da quest’anno scolastico sarà avviato un progetto pilota, nella scuola media, con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’offerta, favorire l’apprendimento di allieve e allievi e ridurre il ricorso alle lezioni private. La nuova iniziativa, ha specificato Emanuele Berger, “mira a rafforzare competenze di studio autonome ed efficaci”. Il progetto valorizzerà anche il tutoraggio tra pari, in cui allieve e allievi più esperti sostengono compagne e compagni che incontrano maggiori difficoltà. Un aspetto centrale sarà inoltre il coinvolgimento delle famiglie: “Attraverso incontri informativi e formativi si intende rafforzare l’alleanza educativa a sostegno delle allieve e degli allievi”.

Come si vede, poco o nulla, al di là di generiche dichiarazioni di principio (un po’ di aria fritta in “pedagogichese”), tutte collegate a questo “progetto pilota” sul quale non vi sono dettagli concreti: non si sa ancora quale sarà la sede prescelta, né quando il progetto avrà effettivamente inizio. Per il settore delle SMS non viene menzionata alcuna misura, né un potenziamento dei già scarsi strumenti oggi a disposizione (un numero esiguo di ore – tra l’altro in forte diminuzione – che gli istituti dedicano alle lezioni supplementari, agli “sportelli” di recupero, ecc.). Da un breve sondaggio che abbiamo svolto, i responsabili di alcune sedi di SMS dichiarano di non avere ricevuto alcuna informazione riguardo a misure previste o in arrivo per affrontare il problema.

A tre anni e mezzo dalla presentazione della mozione, a 8 anni dalla presentazione del primo studio (commissionato dallo stesso dipartimento) e di fronte ad un nuovo studio che sembra confermare la grave situazione, si deve constatare che non sono previste serie misure di intervento se non un ancor vago “progetto pilota” e solo per una sede di scuola media.

Un vecchio parlamentare borghese affermava che in Ticino, quando non si vuole affrontare un problema, si decide di studiarlo. Non vorremmo che, su questo tema che tanto ci “interpella”, ancora una volta avesse ragione.

Nell’immagine: Claude Lefebvre (1632-1675), “Un precettore e il suo allievo”


La Svizzera non è un paese di appassionati di lotta svizzera (e men che meno il Ticino)

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

Di Esther Diener-Morscher, Infosperber

Secondo quanto riportato all’unanimità dai media [anche nella Svizzera italiana, ndr], mezzo milione di appassionati di lotta svizzera si sono recati alla recente Festa federale di lotta svizzera e giochi alpestri. Nessuno ha messo in discussione la cifra: 500’000 visitatori a una festa di lotta svizzera? Ciò significherebbe che oltre il cinque per cento della popolazione svizzera si trovava a Mollis (GL).

Ma non è vero. Nemmeno gli organizzatori sostengono che alla festa della lotta svizzera ci siano stati 500’000 visitatori. Nel loro comunicato stampa al termine della festa si leggeva infatti: «Circa mezzo milione di visitatori hanno colto l’occasione per visitare il Cantone di Glarona e la regione Plus da venerdì 15 agosto a domenica 31 agosto».

Ogni turista è stato contato, per due settimane

Non si parla di appassionati di lotta svizzera. A quanto pare sono state contate tutte le persone che si trovavano nella regione. E questo già nelle due settimane precedenti la festa e non solo nell’area della festa di lotta svizzera a Mollis, ma in tutto il Cantone di Glarona e persino nelle zone circostanti.

Infosperber ha voluto sapere come gli organizzatori sono arrivati a questa cifra. La risposta: si tratta di stime «basate su osservazioni provenienti dai settori più diversi».

In breve: gli organizzatori hanno sommato i dati forniti dalle aziende di trasporto, dai venditori di salsicce e dai gestori dei campeggi e sono arrivati alla cifra fantasiosa di 500’000 visitatori. Molte persone sono state probabilmente contate più volte: una volta il sabato, una volta la domenica, una volta nel tendone, una volta nel campeggio.

I media non solo hanno ripreso acriticamente la cifra di mezzo milione, ma l’hanno trasformata in mezzo milione di appassionati di lotta svizzera. Tuttavia, l’unico dato certo è i veri appassionati di lotta svizzera erano 56’500: questo è il numero di biglietti venduti dagli organizzatori per l’arena della festa di lotta svizzera.

Gli organizzatori della festa sottolineano che migliaia di persone hanno visitato gratuitamente il resto dell’area della festa. Sì, sicuramente migliaia di persone si sono recate a Mollis anche senza biglietto per l’arena e hanno mangiato una salsiccia e bevuto una birra nell’area della festa. Ma non erano circa 450’000 persone.

A proposito: il numero di 56’500 persone presenti nell’arena della festa di lotta svizzera non è poi così gigantesco. Lo dimostra un confronto: le partite dell’ultimo turno del campionato di calcio hanno visto 72’300 spettatori.

Traduzione a cura della redazione


Perché l’Europa ha bisogno dell’Est

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Per intendere il significato di momenti così tragici come quelli che viviamo è forse necessario almeno cercare di staccarsi dal rumore della cronaca quotidiana e dalle grida propagandistiche dei nostri effimeri leader politici. Le nazioni hanno destini che le trascendono – lo storico lo verifica continuamente nel suo lavoro – e il vero politico dovrebbe sempre tenerlo presente. In ogni sua azione, di fronte a ogni decisione da assumere, egli dovrebbe sempre chiedersi: è qualcosa che contraddice la storia, il carattere, lo spirito della mia nazione e perciò qualcosa che rischia di guidarla verso scopi impossibili o contrari ai suoi vitali interessi?

Che gli Stati Uniti operino per mantenere il proprio ruolo primario negli equilibri internazionali non solo è ovvio, ma del tutto corrispondente alla natura di una potenza imperiale, che in tale ruolo si è affermata attraverso due guerre mondiali e una “fredda”, tutte vittoriose. Il problema è: come essere fedeli a questo destino nell’epoca che conosce il crollo della centralità europea, la de-colonizzazione, i più sconvolgenti mutamenti demografici, la crescita di nuove potenze globali? Quel ruolo che la storia assegnava agli Stati Uniti dopo la seconda grande guerra non poteva essere svolto che nel senso della grande potenza federatrice.

Proprio nel senso del progetto di “pace perpetua” di Kant! Essere la guida di un processo di federazione tra gli Stati. Un’egemonia repubblicana e non monarchica! Ogni idea diversa di affermazione della propria leadership non avrebbe potuto durare, e così non è durata. Avrebbe prodotto insicurezza, reso sempre più arduo il compito degli organismi sovra-nazionali, moltiplicato i conflitti locali. Credo che Roosevelt e l’élite politica intorno a lui avessero ben presente questa alternativa. Certo, la “guerra fredda”, la competizione strategica con l’Urss ha radicalmente condizionato la possibile scelta americana per assumere il ruolo di grande Federatore.

La possibilità tuttavia si ripresenta alla caduta del Muro, in condizioni geopolitiche che la renderebbero ancora più necessaria e proprio in difesa degli interessi strategici americani. Come immaginare, alla fine del Millennio, un ordine della Terra se non in termini multipolari? Come sognare che esso possa imporsi da un solo Campidoglio? Ci sarà una Roma? Può darsi – ma sarà soltanto quella che preparerà la pace dopo tante guerre.

Se credo che gli Stati Uniti non abbiano saputo svolgere nell’unico senso che l’epoca rendeva possibile la propria vocazione egemonica, è chiaro che questo discorso vale all’ennesima potenza per la Russia. Il suo destino sta scritto a cubitali lettere di fuoco: la Rus’ (il suo nome, cancellato in Urss) può valere come potenza globale soltanto nella misura in cui è fondamento di un’alleanza, di una grande federazione delle nazioni slave. Altro che espansionismo zarista, altro che “socialismo reale” contrario a tutta la storia di questi popoli!

In Occidente si continua a confondere la Rus’ con la tragica vicenda dei suoi regimi politici. Ma l’inverno russo non era zarista con Napoleone e non era bolscevico con Hitler. Poteva risorgere la Rus’ custode e federatrice dei popoli slavi dopo la caduta del Muro? Troppo tardi? Forse – ma certo non era necessario lavorare alacremente perché accadesse l’opposto: perché al posto di uno pseudo-Impero che si è suicidato si moltiplicassero gli staterelli ultra-nazionalisti. Tutto potranno diventare costoro fuorché araldi di equilibrio e di pace. E l’ultimo passo verso il definitivo, temo, tradimento della missione e degli interessi strategici della Rus’ è stato commesso con l’invasione dell’Ucraina, comunque la tragedia si concluda.

E l’Europa? Quale destino? L’unità economica e monetaria era, dopo le grandi guerre, figlia della necessità più che di decisione politica. Averlo capito è certo un merito della sua élite, ma quell’unità non basterà mai a farne una protagonista sulla scena mondiale. Che cosa, a difesa degli interessi di tutti i suoi Stati, dovrebbe fare l’Europa era ed è dettato dalla geografia! La politica avrà sempre a che fare con Madre Terra, a dispetto dei Musk!

L’Europa esiste se è l’Occidente che attraverso il Mediterraneo guarda alle immani trasformazioni del continente africano, moltiplica relazioni e scambi su basi eque, fa concreta azione di pace nei conflitti tra le etnie che lo compongono. E come sa che il suo futuro è legato alle condizioni sociali e politiche che si determineranno in questo grande Sud, così sa anche che l’altra faccia del suo destino riguarda la relazione con l’Europa dell’Est. Può piacere o meno, ma è verum-factum: l’Europa potrà essere una potenza globale soltanto unendo le sue due storiche dimensioni, abbattendo definitivamente trincee e cortine di ferro che le avevano divise. Ciò vale ovviamente per entrambe.

Non esiste Europa occidentale capace di difendere efficacemente i suoi stessi interessi materiali se non federata alla orientale – e così non esisterà mai più una potenza effettiva della Rus’ contrapposta all’Occidente europeo. Di questo sono state coscienti tutte le più grandi anime europee, del mondo occidentale e di quello slavo, già da prima della grande guerra civile del “secolo breve”. E oggi ciò risulta tanto evidente, quanto lontanissimo, forse ormai impossibile da raggiungere ci appare questo fine. L’effetto di questo fallimento è chiaro a tutti: l’Europa solo occidentale non può che perdere ogni autonomia e ridursi alla sua sponda atlantica, e quella orientale finire schiacciata nello stonatissimo coro delle potenze asiatiche. Un vero europeo dovrebbe piangere nel vedere un leader russo alla corte dell’osceno dittatore della Corea del Nord.

Una leadership autentica può anche trovarsi in frangenti storici nei quali è impotente a svolgere la propria missione. E però è tenuta a conoscerla e a ribadirla nonostante tutte le difficoltà, a operare per riprenderne il filo. È responsabilità gravissima affermare invece, mentendo, di difenderla e con essa i propri interessi quando si procede lungo la direzione opposta. Può essere che a volte ci appaia insperabile realizzare ciò che riconosciamo come il nostro più autentico fine, e con esso una pace che non somigli al deserto, ma a questo proposito vale sempre il detto dell’antico sapiente (qui liberamente tradotto): chi non spera l’insperabile non troverà la via neppure per realizzare ciò che è sperabile.


Gli aiuti di Flotilla, una luce nella tenebra

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

Di Anna Foa, La Stampa

Una flotta di imbarcazioni piccole e grandi sta solcando il Mediterraneo alla volta di Gaza. Porta persone provenienti da ben 44 Paesi, attivisti, politici, medici, giornalisti, giuristi, insomma i rappresentanti della migliore società civile. Non recano armi, ma aiuti alla popolazione di Gaza stremata dalle bombe e dalla fame. Intendono rompere con la forza della non violenza il blocco che impedisce agli aiuti umanitari di raggiungere Gaza.

L’obiettivo è duplice: da una parte, sbarcare aiuti che l’esercito israeliano non lascerà entrare a Gaza, consapevoli che si tratta sì di un gesto simbolico, ma di un simbolismo che svela radicalmente la fame che travaglia i palestinesi, il blocco che impedisce loro di mettersi in salvo, l’uccisione sistematica da parte dell’Idf, l’esercito israeliano, dei giornalisti palestinesi che documentano ciò che succede nella Striscia, gli unici a cui Israele concede di farlo fino a che un drone non li colpisce: 278 di loro sono già morti.

Dall’altra, attuare una provocazione che potrà portare a uno scontro anche cruento ma che farà apparire chiaramente in luce le responsabilità di quanto sta succedendo. Responsabilità certo di Hamas ma anche, in questo momento in cui la sproporzione delle forze è immane, soprattutto, se non solo, di Israele.

Se il governo israeliano agisse in modo sensato, se si curasse in qualche misura dell’opinione pubblica del mondo, non solo li lascerebbe entrare ma applaudirebbe alla loro iniziativa. Farebbe almeno finta di considerarla un aiuto a ciò che Israele rivendica falsamente come un suo merito, nutrire i palestinesi. Invece Israele non può né vuole farlo perché il suo messaggio è duplice. Verso il mondo, afferma che non c’è carestia a Gaza, che si tratta della propaganda di Hamas.

Ma verso i suoi cittadini, vuole far passare la tesi che tutti i palestinesi si identificano con Hamas, che tutti sono colpevoli e terroristi, che tutti meritano di essere assassinati dalle bombe, dalle malattie, dalla fame. Un’educazione al genocidio. Lo dicono, inondandoci di terribili video, molti rabbini, molti politici, tutti i coloni. Ed ecco quindi che il governo proclama che tutti coloro che sono imbarcati sulla flottiglia saranno trattati come terroristi. Arrestati e chiusi nelle terribili carceri destinate ai palestinesi, dove spesso si muore.

Israele si è chiuso in una bolla fatta da paura, aggressività, violenza e disinteresse verso l’opinione pubblica del resto del mondo. Anche le inalterabili norme della diplomazia sono state cancellate. Dopo un incontro con Papa Leone, il presidente israeliano Herzog ha rilasciato dichiarazioni sulla buona riuscita dei colloqui e sui temi affrontati che sono state confutate e corrette radicalmente dal Vaticano. Che cosa diranno i giornali in Israele di queste inaudite falsificazioni, ne parleranno davvero, a parte naturalmente quelle poche voci che con coraggio portano avanti la battaglia contro il governo?

Nessuno sa davvero cosa può succedere mentre la flottiglia si avvicina a Gaza. Attacchi e arresti in acque internazionali? Non sarebbe la prima volta, è successo altre volte, determinando incidenti il più grave dei quali è avvenuto nel 2010 quando le imbarcazioni della Freedom Flotilla, che volevano come oggi forzare il blocco, sono state assalite in acque internazionali, con 10 attivisti uccisi.

Quell’incidente aveva portato a un intervento della Corte penale internazionale, conclusosi con un nulla di fatto. Ma oggi la situazione è diversa. Israele ha perduto ormai completamente quel diritto all’eccezionalità e all’impunità di cui godeva in seguito alla memoria della Shoah. Il clima nei suoi confronti è pesante: come potrebbe non esserlo con quasi sessantamila palestinesi assassinati, le norme del diritto internazionale sistematicamente violate, una propaganda negazionista sempre più ampia e assillante?

Chi si preoccupa di questo, definito da Bibi e dai suoi “antisemita”, ha invece a cuore l’onore di Israele, la sua reputazione. Vorrebbe che una rivolta dal basso cancellasse queste atrocità – chiamiamole come preferite, sterminio, genocidio, crimini di guerra – e facesse rinascere l’anima dell’ebraismo. Ma il governo accusa ormai di terrorismo anche i suoi oppositori interni, i giusti che sfilano chiedendo la fine della guerra e la liberazione degli ostaggi oltre che la cessazione del massacro dei palestinesi. Finché ci sono questi giusti, io credo, possiamo ancora vedere una luce debole nelle tenebre. Ma fino a quando? E se non ora quando?

Nell’immagine: un corteo di sostegno alla Flotilla 


Gaza, il linguaggio della diplomazia e quello profetico

In una serie di contributi particolarmente stimolanti Bruno Giussani prova ad aprirci gli occhi sui rischi delle nuove tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale 

Di Roberto De Monticelli, il manifesto

Ripresa dei negoziati per la liberazione degli ostaggi ma anche il cessate-il-fuoco permanente, ingresso sicuro degli aiuti umanitari, pieno rispetto delle legittime aspirazioni di entrambi i popoli, due Stati, statuto internazionale di Gerusalemme, che non è la capitale di Israele. Questo è il contenuto del comunicato uscito dalla sala stampa vaticana immediatamente dopo il colloquio di Herzog con Leone XIV. Bisogna saperlo leggere, il linguaggio della diplomazia. Mantiene toni pacati, il papa, ma con Herzog non si smuove di un millimetro, e smentisce la nota diffusa in ebraico dal Presidente israeliano, secondo cui il senso della visita sarebbe stato concordare col papa uno statuto speciale per i cristiani.

Leone non ha svilito le parole dei patriarchi di Gerusalemme, il latino Pizzaballa e il greco ortodosso Teofilo III. La loro dichiarazione congiunta – «le nostre chiese non se ne andranno da Gaza» – era una risposta all’ingiunzione di andarsene, avanzata dal governo israeliano nei confronti della parrocchia della Sacra Famiglia come di quella greco-ortodossa San Porfirio.

I patriarchi ribadivano la loro decisione «di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che si troveranno nei due complessi». Centinaia e centinaia di persone, e non solo cristiani, tra cui «anziani, donne e bambini…Molti … indeboliti e malnutriti». Gente per cui «cercare di fuggire verso sud equivarrebbe a una condanna a morte».

Restano intatte, chiarissime e forti le loro parole, restano alla temperatura del fuoco, quella che secondo Mario Luzi, il poeta, «si addice alla Parola»: «Non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o la vendetta. Non è questa la giusta via; non vi è alcuna ragione che giustifichi lo sfollamento deliberato e forzato di civili».

Parole eroiche oggi laggiù, che offrono la fragile vita di chi le condivide al fuoco genocida dei carri di Gedeone/Netanyahu. In duplice senso, come duplice è il senso della parola “sacrificio”. Nel senso di un martirio che non è affatto impossibile, per quanto enorme di fronte al mondo attonito sarebbe l’attentato mortale che un manipolo coeso di assassini autoproclamatisi eredi della Legge di Mosè, sostenuti da un manipolo sparso di sepolcri imbiancati della Civiltà Occidentale (vuoti come maschere comiche ma feroci come Leviatani) infliggerebbe ai rappresentanti in Terrasanta della seconda fra le tre religioni del Libro, o piuttosto della Parola.

“Sacrificio” significa fare sacro, e questa parola ha certo un’anima arcaica e tremenda. Ma ne ha anche una di pura luce che da tutti i secoli della storia tenta di liberarsi dall’altra, e tentando fa, di questa storia, la poca parte che possiamo davvero chiamare umana, e i credenti chiamano santa. Come è il grido di sconforto di quell’ebreo nudo, spogliato di ogni potere, mentre viene ucciso e non maledice, ma lega nella sua carne l’idea del bene e la rinuncia alla forza. Incarnazione è questo, anche i non credenti lo sanno.

Fuoco era la parola di quell’uomo come oggi lo è divenuta quella dei suoi eredi di oggi in Palestina.

Fuoco soave opposto al fuoco distruttore dei carri di Netanyahu, che ha dato il nome di Gedeone a un’operazione tesa a provocare una marcia della morte, con la benedizione degli Usa, nell’inerzia dell’Europa. Fuoco opposto a fuoco come la luce fa con le tenebre: non le “aggredisce”, solo si accende, e le disperde. Le tenebre della mente, almeno. Il buio della disperazione che grava su tutti noi, impotenti contro la criminale complicità dei nostri governi, per alte che si levino le nostre voci dalle piazze e dai social.

Il linguaggio della diplomazia invece è tiepido.

Eppure a conclusione della loro dichiarazione i patriarchi avevano citato parole di papa Leone: «Tutti i popoli, anche i più piccoli e i più deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nelle proprie terre; e nessuno può costringerli a un esilio forzato». Aiuta la mia incredulità, scrisse Agostino. Questo papa agostiniano può ancora aiutare anche noi laici, la nostra incredulità morale e civile, che prelude all’avvento del nulla.

Nell’immagine: Prevost e Herzog