Trump cerca il Nobel per la pace e crea il ministero della Guerra

Ritorno all’Ottocento. Poi l’annuncio: «G20 nel 2026 nel mio resort in Florida» 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

Harry Truman, l’uomo che decise di sganciare l’atomica su Nagasaki e Hiroshima per chiudere la Seconda Guerra Mondiale, immaginava un mondo dove i difensori della pace avrebbero avuto più forza e peso e fortuna dei propugnatori di guerra. Nel 1947 dissolse il Dipartimento della Guerra in due unità. Nel 1949 tutto – Army, Navy, Air Force – finì sotto il neonato Dipartimento della Difesa.

Il cambio di nome rifletteva l’ampliamento dei compiti del dipartimento, che comprendevano non solo la guerra, ma anche la politica estera, l’intelligence e, soprattutto, la sicurezza nazionale. E aveva come obiettivo ridurre le tensioni con l’Unione Sovietica. Non vinse il Premio Nobel per la Pace per aver depennato la parola guerra dagli uffici della capitale.

Donald Trump invece, che al Nobel ci pensa e che colleziona proposte di candidature da leader amici e questuanti, ieri ha cancellato con un colpo di penna la scelta di Truman. Si torna al passato. A George Washington, primo presidente americano, generale, patriota padre della Nazione che la Guerra d’Indipendenza la combatté e creò poi il Dipartimento della Guerra.

Donald Trump si è presentato all’America come colui che le guerre, in giro per il mondo, le vuole fermare. Da sette mesi sbandiera i successi diplomatici nel porre fine ai conflitti – Congo, Thailandia, India, Sudan, Etiopia – anche se quello in Ucraina è ancora lì a porgergli ogni giorno il conto e dei sette ultimatum a Putin – ricorda la senatrice Jeanne Shaheen – nessuno ha portato conseguenze.

In una cerimonia alla Casa Bianca, Trump aspirante Nobel per la Pace ha ufficialmente cambiato il nome del Dipartimento della Difesa, ora si chiamerà – in alternativa al sempreverde Pentagono (il nome dell’edificio) – Dipartimento della Guerra. Lo ha fatto prima di annunciare che nel 2026 ospiterà nel suo resort in Florida il G20, tenendosi per ora il dubbio sull’invito a Putin e Xi, forse come osservatori.

Non è un capriccio lessicale, nessuna logomachia o un ritorno nostalgico ai fasti di un tempo. Trump manda un messaggio al mondo: vuole dimostrare che gli Stati Uniti sono ancora una superpotenza come ai tempi della Guerra Fredda, in grado di fronteggiare qualsiasi nemico globale e capace di usare le maniere forti quando serva.

In un momento in cui la deterrenza è più critica che mai – nel cyberspazio, nello spazio e in un mondo in cui Russia e Cina stanno celebrando una difficile partnership per sfidare la preminenza americana – Trump sostiene che la risposta è muscolare. Pazienza se per ora “a parole”. D’altronde che in Trump vi fosse un sentimento di grandeur non è certo una novità, basti pensare che uno dei primi provvedimenti è stato quello di cambiare nome al Golfo del Messico, per gli statunitensi è ormai Golfo d’America. E anche la Delta Airlines – nelle sue mappe – si è adeguata.

Pete Hegseth, il suo attuale capo, diventerà adesso “Il Segretario della Guerra”. L’ex presentatore di Fox News, un passato da soldato, medaglia al collo al valor militare, ha promosso con entusiasmo il cambiamento come parte di una necessaria campagna di «etica guerriera» all’interno del suo dipartimento. Che ha una missione: rieducare i soldati americani e fargli comprendere che la loro priorità rimane la guerra. Basta wokismo, politiche Dei, o bandi per carri armati e mezzi militari green.

Certo qualche brivido lo desta anche il tempismo di questa scelta che arriva mentre il Pentagono dà priorità alla sicurezza domestica rispetto alla preparazione per una potenziale guerra con la Cina e sta espandendo drasticamente il mandato dell’esercito statunitense per le strade delle città americane – luoghi dove, almeno ufficialmente, non si è in “guerra”.

Trump aveva proposto per la prima volta l’idea ad agosto, affermando che il vecchio nome fosse troppo politicamente corretto: «Abbiamo vinto la Prima Guerra Mondiale, abbiamo vinto la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo vinto tutto. Ora abbiamo un Dipartimento della Difesa; siamo difensori». «Solo qualcuno che ha evitato la leva vorrebbe rinominare il Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra», ha dichiarato il senatore – ed ex pilota della Marina – Mark Kelly, criticando Trump per aver evitato di prestare servizio durante la guerra del Vietnam.

Nell’immagine: il Pentagono