Trump cerca il Nobel per la pace e crea il ministero della Guerra

Ritorno all’Ottocento. Poi l’annuncio: «G20 nel 2026 nel mio resort in Florida» 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

Harry Truman, l’uomo che decise di sganciare l’atomica su Nagasaki e Hiroshima per chiudere la Seconda Guerra Mondiale, immaginava un mondo dove i difensori della pace avrebbero avuto più forza e peso e fortuna dei propugnatori di guerra. Nel 1947 dissolse il Dipartimento della Guerra in due unità. Nel 1949 tutto – Army, Navy, Air Force – finì sotto il neonato Dipartimento della Difesa.

Il cambio di nome rifletteva l’ampliamento dei compiti del dipartimento, che comprendevano non solo la guerra, ma anche la politica estera, l’intelligence e, soprattutto, la sicurezza nazionale. E aveva come obiettivo ridurre le tensioni con l’Unione Sovietica. Non vinse il Premio Nobel per la Pace per aver depennato la parola guerra dagli uffici della capitale.

Donald Trump invece, che al Nobel ci pensa e che colleziona proposte di candidature da leader amici e questuanti, ieri ha cancellato con un colpo di penna la scelta di Truman. Si torna al passato. A George Washington, primo presidente americano, generale, patriota padre della Nazione che la Guerra d’Indipendenza la combatté e creò poi il Dipartimento della Guerra.

Donald Trump si è presentato all’America come colui che le guerre, in giro per il mondo, le vuole fermare. Da sette mesi sbandiera i successi diplomatici nel porre fine ai conflitti – Congo, Thailandia, India, Sudan, Etiopia – anche se quello in Ucraina è ancora lì a porgergli ogni giorno il conto e dei sette ultimatum a Putin – ricorda la senatrice Jeanne Shaheen – nessuno ha portato conseguenze.

In una cerimonia alla Casa Bianca, Trump aspirante Nobel per la Pace ha ufficialmente cambiato il nome del Dipartimento della Difesa, ora si chiamerà – in alternativa al sempreverde Pentagono (il nome dell’edificio) – Dipartimento della Guerra. Lo ha fatto prima di annunciare che nel 2026 ospiterà nel suo resort in Florida il G20, tenendosi per ora il dubbio sull’invito a Putin e Xi, forse come osservatori.

Non è un capriccio lessicale, nessuna logomachia o un ritorno nostalgico ai fasti di un tempo. Trump manda un messaggio al mondo: vuole dimostrare che gli Stati Uniti sono ancora una superpotenza come ai tempi della Guerra Fredda, in grado di fronteggiare qualsiasi nemico globale e capace di usare le maniere forti quando serva.

In un momento in cui la deterrenza è più critica che mai – nel cyberspazio, nello spazio e in un mondo in cui Russia e Cina stanno celebrando una difficile partnership per sfidare la preminenza americana – Trump sostiene che la risposta è muscolare. Pazienza se per ora “a parole”. D’altronde che in Trump vi fosse un sentimento di grandeur non è certo una novità, basti pensare che uno dei primi provvedimenti è stato quello di cambiare nome al Golfo del Messico, per gli statunitensi è ormai Golfo d’America. E anche la Delta Airlines – nelle sue mappe – si è adeguata.

Pete Hegseth, il suo attuale capo, diventerà adesso “Il Segretario della Guerra”. L’ex presentatore di Fox News, un passato da soldato, medaglia al collo al valor militare, ha promosso con entusiasmo il cambiamento come parte di una necessaria campagna di «etica guerriera» all’interno del suo dipartimento. Che ha una missione: rieducare i soldati americani e fargli comprendere che la loro priorità rimane la guerra. Basta wokismo, politiche Dei, o bandi per carri armati e mezzi militari green.

Certo qualche brivido lo desta anche il tempismo di questa scelta che arriva mentre il Pentagono dà priorità alla sicurezza domestica rispetto alla preparazione per una potenziale guerra con la Cina e sta espandendo drasticamente il mandato dell’esercito statunitense per le strade delle città americane – luoghi dove, almeno ufficialmente, non si è in “guerra”.

Trump aveva proposto per la prima volta l’idea ad agosto, affermando che il vecchio nome fosse troppo politicamente corretto: «Abbiamo vinto la Prima Guerra Mondiale, abbiamo vinto la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo vinto tutto. Ora abbiamo un Dipartimento della Difesa; siamo difensori». «Solo qualcuno che ha evitato la leva vorrebbe rinominare il Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra», ha dichiarato il senatore – ed ex pilota della Marina – Mark Kelly, criticando Trump per aver evitato di prestare servizio durante la guerra del Vietnam.

Nell’immagine: il Pentagono


Nobel,”questo o quello per me pari sono”

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Pfister senza vergogna: compera i droni israeliani anche se non volano

Ritorno all’Ottocento. Poi l’annuncio: «G20 nel 2026 nel mio resort in Florida» 

Martin Pfister non vuol essere da meno. Superare i disastri fatti al Dipartimento della difesa (DDPS) dalla sua amica Viola Amherd non sarà facile, ma dai primi segnali sembra che ci stia provando. Forse può riuscire a eguagliare Paul Chaudet e Rudolf Gnägi, due vecchi direttori della Difesa, dimissionati causa scandali. L’ex colonnello Pfister ne combina un’altra, dopo aver respinto la proposta di sottoporre al Parlamento i costi aggiuntivi, più di un miliardo di franchi, dei caccia F-35: ha deciso di confermare l’acquisto di sei droni israeliani del produttore Elbit.

Il Parlamento aveva approvato l’acquisto nel 2015 per una spesa di 250 milioni di franchi. Dovevano essere consegnati nel 2019, ma c’è stato un ritardo considerevole. I primi due droni, e finora unici, sono arrivati a Emmen nel 2022. Intanto, il costo del progetto è salito a 298 milioni di franchi. Gli stessi droni hanno avuto incidenti in Israele e in India. In Svizzera si è scoperto che hanno difetti tali da non poter volare in autonomia, devono essere assistiti da un elicottero (sembra una barzelletta sui militari…).

Nel gennaio di quest’anno – come spiega la cronologia della RSI – il Controllo federale delle finanze (Ufficio che ha già bacchettato il DDPS!) ha criticato il progetto e ha definito inaffidabili i fornitori. In luglio il capo dell’armamento Urs Loher ha ammesso per la prima volta a Radio SRF che il Dipartimento della difesa potrebbe annullare l’acquisto. Elbit non ha rispettato le scadenze per il sistema di atterraggio automatico.

Dopo queste peripezie, il neo ministro della Difesa ha confermato ieri l’acquisto di questi catorci, senza chiedere garanzie sulla qualità ma, al contrario, rinunciando ad alcune funzionalità: il sistema anticollisione automatico, il sistema di decollo/atterraggio indipendente dal GPS e il sistema antighiaccio. Traduciamo, anche se non siamo addentro alla scienza militare: senza GPS non sono in grado di decollare o atterrare. Non funziona il sistema anticollisione, quindi si conferma che, se trova sulla sua rotta un parapendio lo centra, lo abbatte e si schianta. Con la nebbia e se fa freddo non può volare. Con agghiacciante humor grigioverde. Pfister ha rivelato: “Partiremo dal Ticino invece che da Emmen”. Insomma, rimarranno negli hangar o faranno piccole escursioni sopra gli aeroporti.

Ma non ha vergogna Pfister? Non è sfiorato dal senso del ridicolo? Alla Difesa siamo di fronte a uno scandalo continuo. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico!

Ma poi, vien da chiedersi, ha capito l’ex colonnello che cosa sta avvenendo a Gaza? Guarda la televisione? Legge i giornali? Ha sentito parlare di Netanyahu e del genocidio che Israele sta compiendo? In questa situazione, anche se il drone fosse il migliore al mondo (invece, vedi sopra, trattasi di catorcio) bisognava annullare l’acquisto. La Svizzera ha seguito l’Unione Europea della Von der Leyen (che finalmente la sinistra intende sfiduciare) adottando 18 pacchetti di sanzioni contro la Russia ma zero contro Israele! Un Consiglio federale sottomesso agli Stati Uniti, alla UE e a Israele diventa complice dei crimini di Netanyahu acquistando le sue armi!

Il Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE) ritiene che questo acquisto di droni sia contrario alla legge sul materiale di guerra e al trattato internazionale sul commercio delle armi (ATT). In collaborazione con l’Associazione svizzera degli avvocati per la Palestina (ASAP) e la Lega svizzera dei diritti dell’uomo, il GssE ha avviato un procedimento civile con lo scopo di annullare il contratto d’acquisto. Socialisti, Verdi e Verdi liberali chiedono all’unisono di rinunciare all’acquisto.

Infine: a quando una commissione d’inchiesta parlamentare sugli scandali del Dipartimento della Difesa?

Nell’immagine: e non andranno nemmeno bene per gli spettacoli del primo di agosto


Flotilla, il ritorno della politica

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Di Carlo Galli, La Repubblica

Al pogrom di Hamas, tanto folle quanto criminale, Israele ha dato una risposta che trascende perfino la strategia del “cane pazzo”, e assume tratti teologico-politici. Nella retorica della destra religiosa israeliana i palestinesi hanno i tratti di Amalek, la prima tribù che ha mosso guerra agli ebrei nella Terra promessa, i nemici mortali che sono l’incarnazione del Male, combattuti “di generazione in generazione” e definitivamente sterminati per volontà di Dio dai re di Israele. In parallelo si profila la congiunzione tra questa teologia e un’altra, anch’essa biblica: la teologia economica della orgiastica valorizzazione monetaria, la costruzione del Vitello d’oro; ovvero, l’immane speculazione edilizia che progetta di erigere grattacieli di stampo trumpiano sulle macerie di Gaza, svuotata dai superstiti “volontariamente” allontanatisi dalle loro case ridotte in rovina. L’assurdo incontro di due teologie contrapposte avviene all’insegna del ritorno della politica come onnipotenza della violenza e della mercificazione: una politica che passa sopra l’umanità come un fato invincibile, come un destino di annientamento, davanti al quale non si può che chinare il capo. A questa irresistibile marcia congiunta della morte e del profitto una buona parte del mondo non è particolarmente interessata — le potenze orientali e lo stesso mondo arabo — , mentre l’Occidente, dopo avere applaudito (“Israele fa il lavoro sporco per noi”), ora è paralizzato e impotente e, balbettando rimproveri a mezza bocca, continua la collaborazione militare e di intelligence con lo Stato ebraico — che, prigioniero del proprio parossismo, reagisce alle critiche equiparandole al terrorismo e all’antisemitismo — . È evidente la convergenza fra un mondo che si volta dall’altra parte e che desidera dimenticare, e Israele che, biblicamente, vuole cancellare anche il ricordo di Amalek.

Ma c’è un altro ritorno della politica. Come per contagio, per reazione, alla politica di Gaza si contrappone la politica di Genova. In alternativa a una politica prigioniera della violenza e della sottomissione, c’è la politica della forza, della liberazione; c’è una politica che vuole porsi come interruzione dell’inesorabile avanzare di potenze che travolgono vite e destini; una politica che è un cambio di rotta, una decisione, una presa di posizione. È la politica presente nelle parole, negli atti, nelle promesse, con cui a Genova è stata salutata la partenza di una parte della Global Sumud Flotilla per Gaza. Il portavoce del Collettivo autonomo dei portuali, Riccardo Rudino, ha risposto alle minacce israeliane di internare i naviganti in carceri durissimi, come terroristi, promettendo di “bloccare tutto”, di impedire la partenza verso Israele delle decine di migliaia di container che ogni anno salpano dalla Liguria: “Non esce un chiodo”. E ha esplicitamente preso la Resistenza (“Sumud” in arabo ha un significato simile) come modello di questa decisione.

Parole che da tempo non si udivano, semplici, ferme, cariche non di minaccia ma di energia politica e di passione civile: un’energia testimoniata dalla preponderanza della dimensione del dovere (di portare soccorso a chi soffre), dalla pratica collettiva dell’azione (una manifestazione imponente, la presenza del sindaco, il lavoro comune e volontario dei portuali), la spontaneità dal basso, la rischiosità oggettivamente gravissima dell’impresa. Una risposta politica che scommette che il corso del mondo non travolga l’umanità, come una fatalità onnipotente; che spera che ci sia ancora spazio per cambiare la storia. Certo, è solo una speranza, una luce in un oscuro crepuscolo. Ma qualcosa è davvero successo. Si è visto che è possibile dire di no, e al contempo dire di sì, collettivamente. Che è possibile agire, prendere posizione, assumersi responsabilità, rischiare. Che c’è ancora chi reagisce non solo a stimoli mediatici e a problemi economici, ma conserva anche la forza della decisione, l’istinto della libertà e della fraternità. E si è visto, infine, che questo agire, questo sentire, non proviene da un esausto circuito istituzionale (non da Roma, che minimizza appunto il lato politico della vicenda; non da Bruxelles) ma dalla coscienza di donne e uomini non rassegnati. Che, insomma, c’è ancora la politica e che esiste anche un popolo non populista.


L’Occidente diviso destinato a perdere

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Di Gabriele Segre, La Stampa

Quando il caos domina la scena globale, la prima regola è fare la conta di chi conta davvero. La settimana cinese lo ha mostrato chiaramente, passando dagli incontri dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai alle celebrazioni per gli 80 anni della vittoria sul Giappone nella seconda guerra mondiale. L’iconico tappeto rosso che Trump ha steso per Putin ad Anchorage si è ormai imposto come strumento di riconoscimento politico. Xi Jinping ne ha raccolto il significato, riservando al presidente russo la medesima accoglienza solenne, ed estendendola a Modi, Erdogan, Kim Jong-un e a tutti i leader che hanno trasformato questo rito in un palcoscenico di legittimazione reciproca. E così ognuno con la propria presenza ha contribuito alla narrazione di una nuova Cina: un Paese che intreccia passato e futuro, rivendicando di essere stato il primo fronte contro l’imperialismo dell’Asse nazifascista, e presentandosi oggi come architetto di un nuovo ordine globale capace di offrire protezione e benessere.

Le immagini arrivate da Oriente contrastano con quelle degli ultimi summit occidentali, segnati dai volti tesi dei leader europei, costretti a trattare di malavoglia con Trump e accolti dall’alleato americano senza nemmeno una fanfara. Eppure, tornando in Cina, sarebbe un errore leggere quei tappeti rossi come un gesto prettamente anti-occidentale. Se siamo stati al centro delle loro conversazioni, è perché il fronte euroasiatico mira a costruire anzitutto un’alternativa, non per forza uno scontro. L’idea di fondo è semplice: in un mondo multipolare e imprevedibile conviene più creare convergenze che alimentare conflitti. Non a caso lo Sco, come i Brics, sta attirando nuove economie emergenti e persino storici rivali. La logica non è contrastare, ma riorganizzare: un’opzione tanto più attraente quanto più l’Occidente appare inaffidabile.

Oggi noi non abbiamo molto da offrire: siamo militarmente deboli, politicamente irrilevanti, economicamente sempre meno significativi e demograficamente avviati a un declino irreversibile. Negli anni Ottanta il Pil nominale europeo era dieci volte quello cinese; oggi siamo alla pari, e nel 2050 Pechino ci avrà doppiato. Non impressiona tanto il volume, quanto la velocità: è bastata una sola generazione di cittadini e di classe dirigente per realizzare il sorpasso. Per la nostra politica, uno choc di queste proporzioni è semplicemente inconcepibile. Figuriamoci metabolizzarlo, mentre deve ancora fare i conti con il dissesto del vecchio apparato multilaterale, lo sgretolamento del diritto internazionale e la fine dell’ordine che ci vedeva al cuore del potere.

Ce n’è abbastanza per una crisi d’identità. La conseguenza più dolorosa è che, non sapendo più riconoscerci, siamo costretti a decidere in fretta chi vogliamo essere, e su questo le opinioni sono sempre più inconciliabili: quasi una «guerra civile culturale» con noi stessi. Non è un caso che, mentre a Est si stringono nuove alleanze, in Europa riemergono vecchie liti: i governi di Francia e Italia si attaccano a distanza, la Polonia chiede danni di guerra alla Germania, e l’Alto rappresentante Ue ammette che l’Europa non parla con una sola voce.

Tutte fratture che nascono da una difficoltà di fondo: non condividiamo più la stessa idea di cosa significhi essere «occidentali». C’è chi si aggrappa ancora al mito di un progresso portatore di civiltà universale, e chi lo considera ormai un progetto fallito, difeso solo da un’élite arroccata nella propria presunta superiorità morale; chi prova a salvare ciò che resta dei vecchi valori e chi sottolinea come questi non abbiano mantenuto le promesse sociali e ideali che li accompagnavano.

E poi c’è l’altro Occidente: quello di Trump. Il presidente americano non è l’unico responsabile della crisi culturale in corso, ma le sue scelte radicali, a tratti draconiane, l’hanno resa evidente persino a chi aveva sempre voluto negarla. Oggi non solo litighiamo ogni giorno con gli Stati Uniti, ma osserviamo con crescente inquietudine la frattura civile che li attraversa, temendo che presto possa travolgere anche noi.

Queste schermaglie costringono ogni forza politica a riconoscere la difficoltà oggettiva della democrazia liberale e a ripensarne il modello per adattarlo al cambiamento. Per un Occidente che su quel sistema ha fondato la propria identità e il proprio potere, significa già accettare un ridimensionamento delle proprie ambizioni e confrontarsi con un mondo retto da interessi e logiche molto diverse, che non si lasciano più ricondurre al nostro schema ideale.

È un clima che, dentro le nostre società, alimenta il sospetto reciproco. Se oggi la guerra civile resta un fenomeno culturale, che si consuma soprattutto nelle aule di giustizia, domani nessuno può dire dove sarà la battaglia e contro chi. Ma se siamo i primi a diffidare gli uni degli altri, come possiamo pretendere che a fidarsi di noi siano nazioni affamate di riscatto e opportunità? È naturale che scelgano di orbitare attorno a chi mostra idee più chiare.

Tornare indietro è impossibile. Ma se come Occidente non sappiamo più presentarci uniti, noi europei dovremmo almeno ricordare che il mondo è sferico e che Est e Ovest non sono altro che le prospettive di chi osserva. Chissà che non riusciremo ancora a essere un polo di riferimento, offrendo un’alternativa a chi non si riconosce nel benessere cinese e continua a cercare quei valori democratici che, nel bene e nel male, abbiamo inventato noi.


Radchenko: “Putin non fermerà il conflitto finché non otterrà la resa, vuole solo umiliare Zelensky”

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Di Rosalba Castelletti, La Repubblica

Lo storico russo-britannico Sergej Radchenko smorza le speranze di pace in Ucraina. «Vladimir Putin non si fermerà finché non otterrà tutto quello che chiede», dice a Repubblica il professore presso l’Henry Kissinger Center for Global Affairs della Scuola di studi universitari avanzati della Johns Hopkins University, esperto di Guerra fredda e di rapporti tra Cina e Russia.

Professore, a che cosa punta il presidente russo?

«Non vuole davvero annettere tutta l’Ucraina, sarebbero troppe le sfide da affrontare. Quello che vuole è umiliare Kiev e, in particolare, Volodymyr Zelensky. Lo ha invitato a un bilaterale a Mosca come un Khan mongolo inviterebbe i suoi luogotenenti a corte. Vuole il controllo totale sui negoziati. Vuole imporre le sue ben note condizioni per un accordo, condizioni che includono il riconoscimento delle annessioni russe ed equivalgono a una resa per l’Ucraina. È convinto che prima o poi piegherà Zelensky ad accettarle. Intanto finge con gli Stati Uniti di essere aperto a un compromesso se soltanto Zelensky non fosse così testardo da rifiutare l’invito a Mosca. Resta da capire se, alla fine, Trump sposerà la proposta di Putin e premerà su Zelensky perché accetti, che è esattamente quello che vuole Putin».

Trump ha chiesto agli europei di non acquistare più il petrolio russo…

«Non è contento di questo stallo a due settimane dal vertice in Alaska. Ma è anche molto volubile e nutre una certa ammirazione per gli autocrati. Vorrebbe lasciarsi la guerra in Ucraina alle spalle e stringere relazioni solide con Putin, ma non sa come arrivarci. È molto frustrato perché sente di avere investito molto nel rapporto con Putin che però non si fermerà finché non otterrà le condizioni per lui più favorevoli».

Il recente viaggio di Putin a Pechino a poco più di due settimane dal vertice in Alaska era un messaggio a Washington?

«È stata una carta vincente sia con Washington che con Pechino. Quanto il vertice ad Anchorage sia stato importante per Mosca lo dimostra il fatto che è tuttora la notizia in evidenza sul sito del Cremlino. La Russia vuole ricreare una relazione positiva con gli Stati Uniti, ma è consapevole di quanto sia difficile mentre il conflitto in Ucraina continua».

Tempo fa aveva scritto che non esiste alcun “asse” tra Russia e autocrazie asiatiche. È cambiato qualcosa dopo il vertice della Sco a Tianjin e la parata a Pechino?

«Non è un asse. Non è uno schieramento. Non è un modello per un mondo post-occidentale. Dietro allo show di unità a Tianjin e a Pechino, si nascondono crepe. Cina e India sono rivali. India e Pakistan erano sull’orlo della guerra pochi mesi fa. Russia e Cina hanno una relazione molto stretta, ma non un’alleanza militare. E l’importanza dell’intesa sul gasdotto Power of Siberia 2 è stata molto esagerata da Gazprom. Kim non incontrava Xi da sei anni. E nessuno è intervenuto in difesa dell’Iran dopo l’attacco degli Usa. L’Alleanza transatlantica, nonostante le reciproche antipatie, è molto più stretta. Basti guardare alla frequenza dei contatti. Quindi è prematuro parlare del declino dell’Occidente o dell’emergere di un blocco alternativa a guida cinese. Nessuno vuole essere guidato dalla Cina. Anzi, sarebbero tutti pronti a parlare con Trump se ce ne fosse l’opportunità. E nei vari interventi si sono tutti guardati dal criticare gli Usa. Putin si è anzi sforzato di ricordare l’intesa con Trump in Alaska. Dimostra quanto non voglia essere annoverato tra i vassalli della Cina e tenga a restare nelle grazie di Trump».

Oggi Putin interverrà alla plenaria del Forum economico orientale. Che cosa conta di più per lui? Il rapporto con l’Occidente o quello con l’Asia?

«Putin sta cercando di trovare un equilibrio nei suoi rapporti con Est ed Ovest. Ha aperto le porte a Oriente in modo significativo, ma vorrebbe riequilibrare le relazioni con l’Occidente a condizioni accettabili e convenienti per la Russia. Non vuole che l’Occidente si permetta di criticarlo o promuovere la democrazia in Russia. Per questo apprezza Trump, perché non ha nessuna intenzione di farlo e vuole semmai promuovere l’autocrazia negli Usa. Su queste basi, Putin è dunque aperto a riallacciare i rapporti con gli Usa. Sarà più difficile riuscirci con l’Europa perché qualsiasi contatto provocherebbe attriti e la resistenza di Polonia, Baltici e forse anche della Scandinavia. L’Italia potrebbe essere più aperta a un rinnovato impegno con la Russia il che potrebbe creare tensioni all’interno della Ue e rallegrare Putin, che non punta ad altro che a minare l’unità europea».

Nell’immagine: Sergej Radchenko


Trentamila uomini da dieci nazioni. Ecco lo scudo che voleva Zelensky

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Di Anna Zafesova, La Stampa

«Non siamo mai stati così concreti», dice Volodymyr Zelensky, e a sentire e vedere i “Volenterosi” sembra in effetti un vertice che finalmente va oltre le dichiarazioni e le esortazioni. A Parigi si sono visti, in persona e in remoto, i leader di una trentina di Stati, e la scarsità di dettagli alla conferenza stampa conclusiva potrebbe essere paradossalmente un segnale positivo: se si passa alla fase operativa, annunciare davanti alle telecamere numeri, dati e luoghi potrebbe essere come minimo azzardato.

Anche l’armonia dell’intesa transatlantica sembra essere stata ricucita, con il presidente americano che si collega per partecipare in diretta alla riunione di una coalizione che a questo punto sembra includere anche gli Stati Uniti, e Zelensky si toglie la soddisfazione di rivelare che Donald Trump avrebbe bacchettato proprio i suoi fan ungheresi e slovacchi per i loro acquisti di petrolio russo.

Almeno 25-30 mila soldati di 10 Paesi sul terreno, con il contributo di altre nazioni non soltanto europee, che forniranno satelliti, intelligence, logistica e addestramento a Kyiv, senza parlare poi dell’adesione all’Ue inclusa tra le «garanzie di sicurezza» all’Ucraina: soltanto pochi mesi fa sembrava impensabile.

Ovviamente, il bicchiere è mezzo vuoto, non soltanto perché tutti i particolari cruciali del piano di protezione per l’Ucraina non solo non sono stati rivelati, ma spesso non sono stati ancora concordati. Lo stesso Zelensky ammette che la vera incognita rimane Washington, che «farà sapere al più presto» la propria posizione.

Senza le armi e le tecnologie americane, senza i satelliti e l’intelligence del Pentagono, e senza l’appoggio politico della Casa Bianca, la coalizione dei “buoni” rischierebbe di restare nella fase dei buoni auspici. La volubilità della diplomazia trumpiana, che soltanto tre settimane prima aveva steso un tappeto rosso a Vladimir Putin in Alaska, ha abituato gli ucraini e gli europei a essere prudenti. Proprio mentre a Parigi si discuteva di come difendere l’Ucraina, il Financial Times rivelava che Washington aveva a sorpresa tagliato i programmi di assistenza militare a una serie di Paesi Nato che confinano con la Russia, in primo luogo Estonia, Lettonia e Lituania.

Secondo le fonti del giornale britannico, si potrebbe parlare di centinaia di milioni di dollari, tolti proprio alle nazioni considerate più a rischio di un’eventuale aggressione russa. Del resto, anche la strigliata di Trump agli europei che non rinunciano ancora del tutto al petrolio russo, oltre a mettere in luce l’ovvia contraddizione di pagare con le proprie bollette il nemico contro il quale ci si sta armando, è in linea con la tendenza della politica repubblicana di non assumersi più fardelli globali.

Ma, soprattutto, tutti i piani e le garanzie di sicurezza, inclusa la spartizione delle sfere di competenza dal mare all’aria e soprattutto alla terra, rischiano di rimanere sulla carta. La costruzione della coalizione dei volenterosi è subordinata a una condizione di pace, duratura o provvisoria che sia, a un cessate-il-fuoco o a un “congelamento” del conflitto. Senza, non possiede alcun senso: significherebbe sostanzialmente entrare in guerra con la Russia. Solo in condizione di pace – intesa come assenza di guerra – i 30 mila militari della coalizione possono fungere realmente da deterrente morale, non certo una forza bellica in grado di contenere l’armata di 640 mila invasori russi presenti attualmente in territorio ucraino. La presenza delle truppe europee (e non solo) sarebbe fondamentalmente uno scudo umano: in caso di nuova invasione, Putin saprebbe di stare andando a combattere contro una coalizione che non comprende solo l’Ucraina, e che conta anche Paesi Nato.

Il piano formulato a Parigi sembra infatti, almeno per ora, più una proposta da mostrare al Cremlino, un impegno concreto a fianco dell’Ucraina che costringerebbe i russi a vedere i limiti potenziali alle loro ambizioni, ed eventualmente ad accettare di ridimensionare le proprie pretese, territoriali e politiche. Non a caso Zelensky e Macron avevano parlato ieri delle “pressioni” necessarie a spingere Putin a quella tregua che renderebbe possibile l’azione dei “Volenterosi”. Una volta che ciò avvenisse, il piano delle garanzie di sicurezza all’Ucraina – inclusa la sua entrata in Europa – sarebbe nelle intenzioni una barriera agli appetiti russi, con maggiori chance di una tregua duratura e non soltanto di una pausa per riprendere fiato prima di ricominciare.

Ma, per quanto l’ipotesi di convincere Mosca a negoziare con le buone sembra non venire più quotata nemmeno alla Casa Bianca, per costringere Putin ad accettare una Ucraina che non solo resta indipendente dalla Russia, ma diventa una sorta di corazzata armata fino ai denti nella prima linea del fronte europeo, bisogna fare inceppare la macchina bellica russa. E questo dipenderà non solo dalle ulteriori sanzioni che vorranno introdurre europei e americani, ma anche dalla posizione di Pechino, dove Putin è appena andato per parlare con Xi Jinping della prospettiva della loro immortalità.


3 detenuti palestinesi su 4 sono civili e non combattenti

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Di Eliana Riva, il manifesto

Tre persone su quattro tra le migliaia che Israele ha arrestato a Gaza sono civili. Le prigioni di Tel Aviv sono piene di anziani, ammalati, medici, giornalisti i cui nomi non sono mai stati inseriti nella lista di sospetti affiliati ad Hamas e alla Jihad Islamica.

Un documento in continuo aggiornamento, che contiene oltre 47mila nominativi raccolti attraverso informatori, intercettazioni, documenti del gruppo palestinese.

LA CAMPAGNA di sequestri di massa cominciata con l’invasione della Striscia, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ha prodotto migliaia di nuovi prigionieri politici. Tutti detenuti senza capi di accusa e senza processo, come prevede la legge contro i «combattenti illegali». La quale permette a Israele di trattenere i prigionieri per 180 giorni, senza il supporto di un avvocato e senza contatti con il mondo esterno. Prima della guerra il termine era di 75 giorni.

La «detenzione amministrativa» è uno strumento che Israele utilizza da anni e attraverso il quale reclude centinaia di palestinesi senza presentare accuse formali e senza processo. Tel Aviv ha sempre affermato che la «maggior parte» delle persone fermate a Gaza sono combattenti di Hamas e di altri gruppi armati.

In realtà, in diversi momenti, l’esercito ha rilasciato circa la metà di quei prigionieri, liberandoli all’interno dei confini di Gaza senza spiegazioni o giustificazioni per gli arresti illegittimi. Eppure, quei civili hanno trascorso lunghi mesi nelle carceri israeliane in difficili condizioni: prigionieri palestinesi, carcerieri israeliani, immagini e filmati, testimoniano abusi, torture, trattamenti disumani e degradanti, assenza di supporto sanitario.

UN’INCHIESTA del quotidiano inglese The Guardian, coordinata con la rivista israelo-palestinese +972 e il quotidiano in lingua ebraica Local Call, ha rivelato che solo una su quattro delle persone catturate a Gaza è identificata da Israele come combattente.

I giornalisti sono venuti in possesso del database riservato contenente i nomi di tutti coloro che Tel Aviv ritiene siano membri dei gruppi armati della Striscia. A maggio, delle circa 6mila persone sequestrate a Gaza, solamente 1.400 erano su quella lista. Non c’era, ad esempio, il nome di Fahamiya al-Khalidi, la donna 82enne sequestrata insieme alla sua badante e chiusa in una prigione israeliana per sei settimane.

Il medico israeliano che l’ha curata nel centro di detenzione di Anatot ha dichiarato che era ferita e disorientata, non ricordava la sua età né capiva dove si trovasse. Un soldato in servizio nella famigerata prigione di Sde Teiman, ha raccontato che le persone disabili e anziane erano tante da riempire un’ala della struttura, soprannominata dalle guardie «il recinto geriatrico». Lo stesso medico di Fahamiya ha detto di aver curato una donna con una grave emorragia causata da un aborto. E un’altra che aveva appena partorito e chiedeva disperatamente un tiralatte, per alleviare il dolore al seno provocato dal mancato deflusso di latte materno.

Non era su quella lista nemmeno Abeer Ghaban, rapita dall’esercito a un posto di blocco. I suoi figli di sette, nove e dieci anni sono rimasti soli a Gaza. I militari l’hanno arrestata perché suo marito aveva lo stesso nome di un presunto combattente di Hamas. Dopo aver riconosciuto l’errore, tuttavia, l’hanno trattenuta per altre sei settimane. Quando è tornata dai suoi figli, li ha trovati che chiedevano l’elemosina per strada.

Secondo le informazioni del Guardian, nessuno dei palestinesi sequestrati a Gaza è stato sottoposto a processo.

INTANTO, NELLA STRISCIA, è trascorsa un’altra «notte infernale», come l’hanno descritta gli abitanti. Bombardamenti e artiglieria hanno investito la parte orientale di Gaza City.

Le tende degli sfollati sono state attaccate in diversi accampamenti. A Nassr, un quartiere a ovest della città, dopo un bombardamento i rifugi di plastica e stracci hanno preso fuoco, causando un incendio. Anche nel centro di Gaza sono stati attaccati i campi profughi. A Nuseirat una famiglia di sette persone è stata trucidata mentre dormiva in tenda. E l’esercito continua a bombardare anche la zona di al-Mawasi, nel sud, dove intima alla popolazione di dirigersi. 84 persone ammazzate in 24 ore.

Nonostante i bombardamenti, i militari stimano che il 20 per cento dei residenti di Gaza City, oltre 200mila palestinesi, si rifiuterà di evacuare. Motivo per cui Tel Aviv potrebbe, nei prossimi giorni, aumentare l’intensità degli attacchi.

Hamas ha dichiarato di essere ancora in attesa di una risposta da parte di Israele sul piano di cessate il fuoco che ha accettato. Torna anche a dirsi disponibile a un accordo che preveda il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della liberazione di alcuni prigionieri palestinesi; l’istituzione di un’amministrazione indipendente formata da tecnocrati; il ritiro dei militari, l’apertura dei valichi e l’inizio della ricostruzione.

IL PRIMO MINISTRO israeliano, Benyamin Netanyahu, ha definito la proposta «una trovata pubblicitaria» e ha dichiarato che gli attacchi a Gaza termineranno solo se Hamas accetterà la resa e tutte le condizioni imposte da Tel Aviv, senza chiedere alcun compromesso. Dichiara di offrire «la fine della guerra» ma i piani a cui fa riferimento prevedono che Israele continui a controllare Gaza, chiudendo la popolazione civile in aree di detenzione in attesa che venga deportata.

Nell’immagine: un raid di soldati israeliani tra le macerie a Rafah


La neuroscienziata sfata il mito: “Né maschile né femminile, il cervello umano non ha sesso”

Ritorno all’Ottocento. Poi l’annuncio: «G20 nel 2026 nel mio resort in Florida» 

Di Raffaella De Santis, La Repubblica

L’idea che esistano un cervello femminile e uno maschile è l’ultimo luogo comune che ci portiamo dietro. “non esistono due cervelli, come non esistono ormoni maschili e femminili o uomini che vengono da Marte e donne che vengono da Venere”, dice

L’idea che esistano un cervello femminile e uno maschile è l’ultimo luogo comune che ci portiamo dietro. “non esistono due cervelli, come non esistono ormoni maschili e femminili o uomini che vengono da Marte e donne che vengono da Venere”, dice Martina Ardizzi, neuroscienziata docente all’università di Padova.

Studi recenti hanno dimostrato che il cervello non segue affatto modelli rigidi ma è un mosaico di caratteristiche diverse, spesso condivise tra i sessi. Ardizzi ha conquistato l’attenzione del pubblico curioso del Festivaletteratura di Mantova spiegando a una platea numerosa perché parlare di femminile e maschile per il cervello è un mito da smontare (ieri, giovedì 4 settembre, in Piazza Mantegna).

Il nostro cervello è più fluido di quanto si racconta?

“Nelle ultime ricerche scientifiche si dimostra che il nostro cervello è molto plastico e che reagisce agli stimoli ambientali. È difficile distinguere tra ciò che è biologico e ciò che è legato all’ambiente”.

Parliamo allora di ormoni. Non distinguono uomini e donne?

“Neanche gli ormoni sono riconducili a differenze marcatamente biologiche. Quello che sembra l’ormone maschile per eccellenza, il testosterone, fluttua a seconda delle condizioni ambientali e sociali. Fermo restando naturalmente che gli uomini ne hanno un po’ di più”.

Può fare un esempio?

“In un recente esperimento è stato chiesto ad attori maschi e attrici femmine di interpretare ruoli dominanti e si è osservato che dopo l’interpretazione il testosterone aumentava soprattutto nelle donne. Segno evidente che anche gli ormoni sono reattivi alle stimolazioni ambientali. Il nostro cervello fa esattamente lo stesso gioco: è vero che nasciamo con un dato corredo cromosomico ma anche la socializzazione di genere ne influenza lo sviluppo. Quello che la scienza ha messo in luce è che il cervello non è dimorfico sessualmente, ossia non presenta due forme diverse”.

E che cosa si è scoperto sulle emozioni? Un altro luogo comune è che le donne siano emotivamente più esposte degli uomini…

“Il modo in cui funzionano un cervello maschile e uno femminile anche riguardo alle emozioni non è così diverso. Le donne sono considerate più emotive semplicemente perché culturalmente è stata data loro la possibilità di esprimere più liberamente alcune emozioni. Alcune, non tutte però. Se una donna mostra rabbia in genere viene considerata isterica”.

Ci sono altri condizionamenti culturali che hanno indotto a pensare che ci fossero due cervelli diversi?

“Le abilità spaziali, ad esempio. La capacità di muoversi nello spazio attraverso l’esplorazione di genere. Un maschio viene lasciato più libero di esplorare lo spazio e gli vengono permessi giochi più legati al movimento”.

La matematica era ritenuta una disciplina più maschile, altro falso mito.

“Una ricerca pubblicata quest’anno su Nature ha riportato i risultati di un’indagine condotta su tutti i bambini della prima classe elementare francesi. Si è dimostrato che all’ingresso nella scuola le abilità matematiche di maschi e femmine sono identiche. Con il tempo, dopo appena quattro mesi, si osserva la prima biforcazione. Di nuovo sono altri fattori a intervenire, è evidente. Fattori non biologici. Sono tanti gli esempi. Pensiamo al linguaggio: quello delle bambine si sviluppa più velocemente non perché siano biologicamente diverse ma perché ricevono stimolazioni diverse. Con le bambine si parla di più”.

Il falso mito delle differenze biologiche dei cervelli ha ricadute sociali?

“Certo, dimostra che le stimolazioni che vengono dall’ambiente sono importanti. Dobbiamo lavorare su quelle”.

Studi recenti hanno dimostrato che il cervello non segue affatto modelli rigidi ma è un mosaico di caratteristiche diverse, spesso condivise tra i sessi. Ardizzi ha conquistato l’attenzione del pubblico curioso del Festivaletteratura di Mantova spiegando a una platea numerosa perché parlare di femminile e maschile per il cervello è un mito da smontare (ieri, giovedì 4 settembre, in Piazza Mantegna).

Il nostro cervello è più fluido di quanto si racconta?

“Nelle ultime ricerche scientifiche si dimostra che il nostro cervello è molto plastico e che reagisce agli stimoli ambientali. È difficile distinguere tra ciò che è biologico e ciò che è legato all’ambiente”.

Parliamo allora di ormoni. Non distinguono uomini e donne?

“Neanche gli ormoni sono riconducili a differenze marcatamente biologiche. Quello che sembra l’ormone maschile per eccellenza, il testosterone, fluttua a seconda delle condizioni ambientali e sociali. Fermo restando naturalmente che gli uomini ne hanno un po’ di più”.

Può fare un esempio?

“In un recente esperimento è stato chiesto ad attori maschi e attrici femmine di interpretare ruoli dominanti e si è osservato che dopo l’interpretazione il testosterone aumentava soprattutto nelle donne. Segno evidente che anche gli ormoni sono reattivi alle stimolazioni ambientali. Il nostro cervello fa esattamente lo stesso gioco: è vero che nasciamo con un dato corredo cromosomico ma anche la socializzazione di genere ne influenza lo sviluppo. Quello che la scienza ha messo in luce è che il cervello non è dimorfico sessualmente, ossia non presenta due forme diverse”.

E che cosa si è scoperto sulle emozioni? Un altro luogo comune è che le donne siano emotivamente più esposte degli uomini…

“Il modo in cui funzionano un cervello maschile e uno femminile anche riguardo alle emozioni non è così diverso. Le donne sono considerate più emotive semplicemente perché culturalmente è stata data loro la possibilità di esprimere più liberamente alcune emozioni. Alcune, non tutte però. Se una donna mostra rabbia in genere viene considerata isterica”.

Ci sono altri condizionamenti culturali che hanno indotto a pensare che ci fossero due cervelli diversi?

“Le abilità spaziali, ad esempio. La capacità di muoversi nello spazio attraverso l’esplorazione di genere. Un maschio viene lasciato più libero di esplorare lo spazio e gli vengono permessi giochi più legati al movimento”.

La matematica era ritenuta una disciplina più maschile, altro falso mito.

“Una ricerca pubblicata quest’anno su Nature ha riportato i risultati di un’indagine condotta su tutti i bambini della prima classe elementare francesi. Si è dimostrato che all’ingresso nella scuola le abilità matematiche di maschi e femmine sono identiche. Con il tempo, dopo appena quattro mesi, si osserva la prima biforcazione. Di nuovo sono altri fattori a intervenire, è evidente. Fattori non biologici. Sono tanti gli esempi. Pensiamo al linguaggio: quello delle bambine si sviluppa più velocemente non perché siano biologicamente diverse ma perché ricevono stimolazioni diverse. Con le bambine si parla di più”.

Il falso mito delle differenze biologiche dei cervelli ha ricadute sociali?

“Certo, dimostra che le stimolazioni che vengono dall’ambiente sono importanti. Dobbiamo lavorare su quelle”.

L’idea che esistano un cervello femminile e uno maschile è l’ultimo luogo comune che ci portiamo dietro. “non esistono due cervelli, come non esistono ormoni maschili e femminili o uomini che vengono da Marte e donne che vengono da Venere”, dice Martina Ardizzi, neuroscienziata docente all’università di Padova.

Studi recenti hanno dimostrato che il cervello non segue affatto modelli rigidi ma è un mosaico di caratteristiche diverse, spesso condivise tra i sessi. Ardizzi ha conquistato l’attenzione del pubblico curioso del Festivaletteratura di Mantova spiegando a una platea numerosa perché parlare di femminile e maschile per il cervello è un mito da smontare (ieri, giovedì 4 settembre, in Piazza Mantegna).

Il nostro cervello è più fluido di quanto si racconta?

“Nelle ultime ricerche scientifiche si dimostra che il nostro cervello è molto plastico e che reagisce agli stimoli ambientali. È difficile distinguere tra ciò che è biologico e ciò che è legato all’ambiente”.

Parliamo allora di ormoni. Non distinguono uomini e donne?

“Neanche gli ormoni sono riconducili a differenze marcatamente biologiche. Quello che sembra l’ormone maschile per eccellenza, il testosterone, fluttua a seconda delle condizioni ambientali e sociali. Fermo restando naturalmente che gli uomini ne hanno un po’ di più”.

Può fare un esempio?

“In un recente esperimento è stato chiesto ad attori maschi e attrici femmine di interpretare ruoli dominanti e si è osservato che dopo l’interpretazione il testosterone aumentava soprattutto nelle donne. Segno evidente che anche gli ormoni sono reattivi alle stimolazioni ambientali. Il nostro cervello fa esattamente lo stesso gioco: è vero che nasciamo con un dato corredo cromosomico ma anche la socializzazione di genere ne influenza lo sviluppo. Quello che la scienza ha messo in luce è che il cervello non è dimorfico sessualmente, ossia non presenta due forme diverse”.

E che cosa si è scoperto sulle emozioni? Un altro luogo comune è che le donne siano emotivamente più esposte degli uomini…

“Il modo in cui funzionano un cervello maschile e uno femminile anche riguardo alle emozioni non è così diverso. Le donne sono considerate più emotive semplicemente perché culturalmente è stata data loro la possibilità di esprimere più liberamente alcune emozioni. Alcune, non tutte però. Se una donna mostra rabbia in genere viene considerata isterica”.

Ci sono altri condizionamenti culturali che hanno indotto a pensare che ci fossero due cervelli diversi?

“Le abilità spaziali, ad esempio. La capacità di muoversi nello spazio attraverso l’esplorazione di genere. Un maschio viene lasciato più libero di esplorare lo spazio e gli vengono permessi giochi più legati al movimento”.

La matematica era ritenuta una disciplina più maschile, altro falso mito.

“Una ricerca pubblicata quest’anno su Nature ha riportato i risultati di un’indagine condotta su tutti i bambini della prima classe elementare francesi. Si è dimostrato che all’ingresso nella scuola le abilità matematiche di maschi e femmine sono identiche. Con il tempo, dopo appena quattro mesi, si osserva la prima biforcazione. Di nuovo sono altri fattori a intervenire, è evidente. Fattori non biologici. Sono tanti gli esempi. Pensiamo al linguaggio: quello delle bambine si sviluppa più velocemente non perché siano biologicamente diverse ma perché ricevono stimolazioni diverse. Con le bambine si parla di più”.

Il falso mito delle differenze biologiche dei cervelli ha ricadute sociali?

“Certo, dimostra che le stimolazioni che vengono dall’ambiente sono importanti. Dobbiamo lavorare su quelle”.

Nell’immagine: la neuroscienziata Martina Ardizzi


La voce di Fabio Pusterla

Ritorno all’Ottocento. Poi l’annuncio: «G20 nel 2026 nel mio resort in Florida» 

La situazione

La partenza dal porto di Catania delle barche italiane (e svizzere) che fanno parte della flottiglia è stata posticipata. Inizialmente era prevista per il 4 settembre; al momento sembra che sarà fissata per il 7, ma le cose sono ancora incerte e dipendono anche dalle condizioni meteo e del mare.

La ragione del rinvio è il ritardo delle imbarcazioni spagnole, che a causa del maltempo sono ferme a Minorca, nelle isole Baleari. Le barche spagnole erano partite inizialmente domenica dal porto di Barcellona, ma erano state costrette a tornare indietro per le condizioni atmosferiche. Erano poi ripartite lunedì, ma si erano dovute fermare di nuovo sempre per il maltempo. Inoltre quelle a Catania stanno ancora aspettando che arrivino le barche partite domenica dal porto di Genova per raggiungerle. In tutto la parte italo-svizzera della Flotilla sarà composta da 25 imbarcazioni, tutte tra i 12 e i 16 metri di lunghezza.

Nel frattempo riportiamo con piacere questo messaggio del poeta e scrittore ticinese Fabio Pusterla,

La petizione al Governo svizzero (vedi sopra) ha superato le 2500 firme. Avanti così!