Omar El Akkad: “Un giorno tutti diranno: ero contro la guerra a Gaza. Oggi troppi in silenzio”

Parla lo scrittore egiziano-canadese: “I palestinesi sono vittime di colonialismo, ma protestare ha effetti, non bisogna smettere” 

Di Fabio Tonacci, la Repubblica

Tante sono le ragioni che spiegano perché i governi occidentali non fermano Netanyahu, una a che fare col colore della pelle: i palestinesi non sono abbastanza bianchi». Omar El Akkad è un occidentale d’adozione: nato in Egitto nel 1982, cresciuto in Qatar, a 16 anni si è trasferito in Canada e oggi vive negli Stati Uniti. Da giornalista ha seguito la guerra in Afghanistan, i processi di Guantanamo, la Primavera araba. È autore di un libro molto letto, Un giorno tutti diranno di essere stati contro (Feltrinelli editore), che prende il titolo da un tweet che scrisse nell’ottobre del 2023, dopo aver visto le immagini della distruzione di Gaza. Diventò virale, 10 milioni di visualizzazioni: è stato il punto di inizio, o forse di arrivo, della sua riflessione sulla guerra, sul giornalismo, sull’ipocrisia del potere anche quando si definisce illuminato e progressista, sui valori traditi delle democrazie liberali. Il 6 settembre El Akkad sarà al Festivaletteratura di Mantova.

Quale altra ragione immobilizza le democrazie occidentali?
«Chiunque guardi con onestà intellettuale a quel che sta accadendo al popolo palestinese non può non vedere il colonialismo. È lo stesso sistema che ha portato alla nascita del Paese dove vivo ora. Si definisce per assenza di limite, prende e continua a prendere. Dunque non si può condannare l’attuale forma di colonialismo in Palestina senza guardare dentro se stessi. Se parlo di un gruppo di esseri umani a cui è stata rubata la terra, confinato in spazi ridotti, soggetto a un genocidio, parlo dei palestinesi o parlo dei nativi americani?»

I grandi soprusi della Storia hanno avuto bisogno di controllare i linguaggi e di piegare le parole, nel tentativo di mostrarsi accettabili. È così anche per Gaza?
«Certo, basta vedere la ritrosia dei potenti a definirlo genocidio. Il linguaggio è violenza, al pari di un proiettile. A Guantanamo, per esempio, non ci sono “prigionieri”, ci sono “detenuti”. E i detenuti li puoi tenere dentro per sempre. Esattamente come le detenzioni amministrative in Cisgiordania. A Guantanamo gli interrogatori li chiamano “prenotazioni”, come al ristorante. E quando i prigionieri fanno lo sciopero della fame, è “guerra asimmetrica”, perché i soldati lo sciopero della fame non lo possono fare».

E il terrorismo? Lo considera un termine assoluto o relativo?
«Non ho il diritto di dire a nessuno quale forma usare per resistere a un’occupazione. Dico però che lo standard va applicato a tutti nello stesso modo. Ho trascorso l’intera vita da adulto nella guerra al terrore, dove il termine terrorismo ha avuto un solo significato: violenza da parte di persone con il mio aspetto. Da due anni accendo il computer e vedo i peggiori crimini a Gaza, incluse fosse comuni e uccisione dei bambini. Però in questo caso il termine terrorismo non lo usiamo. Allora che valore ha?».

In tutto questo, dove lo posiziona Hamas?
«Mi chiedo perché Israele abbia permesso che venisse finanziato. Ci illudiamo davvero che la punizione collettiva di Israele a Gaza non si tradurrà in futuro in un movimento di resistenza ancora più violento?»

Da giornalista, come vive la strage di più di 200 reporter palestinesi?
«Di tutte le cose che mi fanno infuriare del sistematico attacco alla verità, la peggiore è l’impunità assoluta di chi lo compie».

Lei critica spesso il modo con cui la stampa occidentale copre il conflitto. Perché?
«Lungi da me da fare lezioni di giornalismo, soprattutto ai reporter che vanno sul campo. Osservo che se un giornalista intende aderire ai criteri di neutralità e oggettività, concetti di cui qui negli Usa ci si riempie la bocca, allora dovrebbe applicarli sempre».

A cosa si riferisce, precisamente?
«Nelle rare volte che sulla Bbc e su Cnn viene intervistato un palestinese, non importa il massacro da cui è appena sopravvissuto, gli verrà sempre chiesto se sostiene Hamas. Anche le statistiche sui morti, se provengono da Gaza, sono presentate in una bolla di dubbio. Lo stesso standard non viene applicato nei confronti dell’esercito di Israele, nonostante menta palesemente. Come quando sostiene che non bombarda gli ospedali, invece li ha colpiti tutti».

Chi è che un giorno dirà di essere stato contro?
«Tutti quelli che oggi rimangono al centro della strada, né da una parte, né dall’altra».

Una parte dell’opinione pubblica si sente impotente e vorrebbe fare qualcosa.
«Sono frustrato anch’io, soprattutto quando vedo quanti politici si sono svegliati solo adesso e si sono messi a parlare di Gaza. Non credo alla loro sincerità, e tuttavia il fenomeno è indicativo del fatto che tutte le manifestazioni di protesta della società civile, le marce, i libri, mettono pressione al potere e producono degli effetti. Non è che il genocidio si ferma se io scrivo un libro o se gli attori famosi mostrano le bandiere della Palestina ai festival, però qualcosa si muove. Non bisogna smettere».