È cambiata l’aria nelle piazze consapevoli

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Di Concita De Gregorio, La Repubblica

Lungomare di Trani, prime ore del mattino, due pescatori sul molo. In dialetto, quello più anziano all’altro. «Allora gli hanno dato il permesso di passare, all’ambulanza che andava a prendere la bambina, e poi gli hanno sparato. Ma ti sembra giusto?». L’altro fa no con la testa, il primo insiste. «Hai capito lo schifìo? Gli avevano dato il permesso, gli sciagurati». Domando. Scusi, l’ha sentito in tv, in qualche tg? «No, no, me l’ha fatto vedere mio nipote». Vedere? «Sì, mi ha mostrato i video sul telefono. Poi ne parlava con i suoi amici e anche mia figlia, che di solito non si mette in mezzo alle cose dei ragazzi, ho sentito che diceva bravi, avete ragione. Difatti hanno ragione».

Genova, uscita da scuola. Liceo scientifico, gruppo di genitori convocati in chat. «No guarda ti dico che è giusto, chi vende le armi non può venire a parlare nei festival, i professori hanno fatto la cosa giusta». Altra madre: «Ma sei sicura? Che ne sappiamo noi?». Prima madre: «Non c’è bisogno di essere esperti per capire sai, tutti possiamo capire benissimo. Ma poi hai sentito l’arcivescovo? È un fatto di umanità».

Benevento, fine messa della domenica, caffetteria del Duomo. Una coppia al banco, lei a lui. «E il Papa? Perché il Papa non ha detto niente?». Cameriere: «Signora, il Papa è timido. Si deve ancora ambientare. Al parroco vostro dovete chiedere. Il parroco non è timido, vedrete». Napoli, piazza Plebiscito. Gruppo di ragazzine dopo il concerto, una di notte. Il padre di una di loro passa a prenderle. «Che brividi quando hanno cantato Bambini. Mi sono emozionata tantissimo». Anna Foglietta e Paola Turci, insieme, cantavano. «Dai. La scarichiamo come suoneria del telefono?».

Qualcosa è successo, nell’opinione pubblica. Da un momento all’altro, forse troppo tardi ma non è mai troppo tardi quando un’onda si leva. Succede quando succede, non decidi tu, non decidiamo noi. È evidente, per chi cammina nel Paese e ascolta le voci per strada, che il sentimento comune è cambiato. Persone anziane, ragazzi, lavoratori, artisti, genitori, preti, insegnanti, portuali, pescatori, camerieri, la signora straniera che viene a cambiare le lenzuola al bandb e dice quella povera gente, quella povera gente.

Sono pochi frammenti di parole ma ovunque, persino nell’estenuato popolo di chi viaggia su treni che marciano con ore e ore di ritardo, accampato a terra nelle stazioni con i bagni guasti, un popolo che cessa di lamentarsi della rovina che son diventati i trasporti, del disastro che è ogni giorno andare al lavoro. Senti che dice certo, però: quella povera gente, come facciamo a lagnarci noi che siamo vivi stiamo bene, noi pazienza.

C’è sempre un momento in cui le cose cambiano. Succede all’improvviso, per esempio una mattina alle undici. Come mai proprio ora? Non si sa. Dov’eravate prima, non vi siete accorti? È una domanda inutile. Certo, sì. Qualcuno, più d’uno, parecchi, molti avvisavano da prima. Ma poi. Succede quando succede: non ha molto senso chiedersi perché adesso, meglio sarebbe rallegrarsi e dire benvenuti tutti, finalmente. Benvenuti.

Il momento è ora. L’aria è cambiata, nel Paese e forse ovunque, a guardar bene, nel mondo. Se il pescatore che torna da una notte in mare lo sa allora tutti lo sanno. Il momento è questo. Non è mai troppo tardi, e poi: chi mette il contaminuti, chi decide quando. Chi dice se è troppo o se è poco, quando è tutto?

Da non molto, forse da qualche settimana ma è da mesi che il fatto storico cammina — le cose quando succedono finiscono di succedere, nulla è mai all’improvviso, le cose sono già accadute quando accadono. È un fenomeno molto interessante, questo dell’opinione pubblica quando cambia verso.

È meritevole della massima attenzione degli studiosi, dei sapienti. Dei governi. Fossi uno di quei pagatissimi consulenti di governo che stanno lì a consigliare ai leader cosa dire, cosa fare, direi occhio: il vento è cambiato. Guardatevi attorno, non bastano le dirette Facebook, le battute a effetto. Non funzionano, non bastano più. Camminate per strada. Ascoltate. L’aria è cambiata.

La solidarietà a Global Sumud Flotilla è moltitudinaria. Il disprezzo verso chi commette genocidio si estende a chi fino a ieri non conosceva questa parola né ha bisogno di conoscerla per capire che è «uno schifìo», dice il pescatore, quel che succede. L’umanità, quel che ne resta, è lì. Non in chi ha soldi, consenso, potere. È in chi si accorge e dice «quella povera gente». È nei cittadini, tutti: siano ricchi o poveri, giovani o vecchi, siano chi siano.

Ha molto a che vedere con l’egemonia culturale che ossessiona la destra, tutte le destre di governo, il fenomeno dell’improvvisa consapevolezza popolare. Perché no, l’egemonia culturale non si realizza occupando posti di potere. Non serve e non basta designare propri esponenti, amici e sodali, nei luoghi dove la comunicazione pubblica, la cultura si accende. Non basta nominare amici in teatri ed enti lirici, declassare teatri, occupare televisioni pubbliche, licenziare chi non piace e assegnare posti a chi piace.

Non funziona così — purtroppo per Trump, Netanyahu, Meloni e vassalli minori. L’egemonia culturale sale dal basso verso l’alto, non viceversa. Il consenso non si impone, si suscita. La corrispondenza ha sempre a che vedere con i bisogni, con il senso di giustizia, con la storia personale e collettiva, con i desideri di chi rappresenti. Il popolo, si chiama. C’è sempre un momento, nella Storia, in cui il popolo dice no. Pensavi di poterlo manipolare, invece guarda. Un giorno, una mattina alle undici, ti si rivolta contro.

È vero. È questo uno snodo delicatissimo della Storia. Cruciale. Qualunque occasione, anche minima, può essere detonatore di catastrofe. L’attentato all’arciduca Ferdinando. Ma ci sono presidenti criminali, pazzi, egolatri. La guerra è già qui. Non c’è chi non veda i cadaveri dei neonati nei sudari. Allora dunque.

Davvero vi serve baloccarvi a nominare una persona amica alla guida di un teatro, un ente lirico, un canale tv? Veramente intendete salvarvi così? Attenti, perché è vero: sarebbe meglio per la propria incolumità — dite agli attivisti che fanno il lavoro vostro — fermarsi e tornare indietro. Però. La provocazione è di chi arma le guerre, non chi di si oppone. La provocazione siete voi. Per strada, ovunque nel Paese, chiunque ora lo sa. Le prudenze sono alibi. È uno snodo, e al governo siete voi.


Gli occidentali vivono nell’età del vuoto. Ma l’uscita non può essere la guerra

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Viviamo un’epoca in cui la sproporzione tra le tragedie che colpiscono interi popoli e le nostre parole è ormai tale che solo ad aprir bocca sembra di mentire. Che vale intendere, interpretare, ricercare cause e nessi storici di fronte a donne e bambini trattati come eserciti nemici in fuga? Neppure si prova vergogna a discettare sul nome più adatto per definire la “cosa” – chiamarla genocidio o ricostruzione immobiliare delle spiagge di Gaza non ne sposta di uno iota l’orrore. Io temo che essa, proprio nella sua violenza, dica del vuoto che sta tutti inghiottendo, che questo sia il suo vero nome. Il vuoto può contenere certo, ancora invisibili, i germi di nuovi organismi e nuovi ordini, ma nel momento in cui si manifesta sono la distruzione del passato, il mischiarsi dei relitti che da esso provengono, la babelica confusione delle lingue a dominare la scena. Gaza può oggi accadere perché il mondo sta precipitando in tale vuoto.

Dentro di esso, segni destituiti ormai di ogni significato, vagano, come nobili fantasmi, le parole che credevamo potessero orientare le nostre vite. Democrazia significava inderogabile dovere di solidarietà, compito dello Stato rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono la libertà reale della persona, ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali. Democrazia significava anche un’idea dei “diritti umani” non fondata sulla presunzione che la nostra civiltà ne costituisse la sola misura, e che a essa dovessero assimilarsi tutte le altre. Tutto sembra dimenticato. Il vuoto che si è aperto è anche questo buco della memoria, che si allarga di ora in ora. Dimentichiamo anzitutto le nostre responsabilità e le nostre colpe.

La colpa è sempre dell’altro, il male sta sempre dall’altra parte. Noi, gli occidentali, i democratici, siamo innocenti. Le grandi Guerre sono colpa di padri e nonni. Roba passata, come mai esistita. Nulla ci insegna, nessun pericolo ci indica. La Guerra stessa diviene un “pezzo” della conversazione quotidiana. Dimenticato il suo orrore, se ne chiacchiera come di un evento “naturalmente” possibile. Proprio così avveniva nella Belle Époque alla vigilia dell’apocalisse 1914. Invece di gridare che la Guerra deve essere impossibile e fare tutto il possibile per risolvere le guerre in atto, si discetta sulla forma che essa potrebbe assumere e su come intanto continuare a condurre quelle ancora “locali”.

C’è davvero da chiedersi se questa condizione di vuoto e di smemoratezza non sia il prodotto della evoluzione dei sistemi democratici dell’Occidente dopo la seconda Grande Guerra. L’“uomo democratico” si è via via ridotto all’“uomo proprietario”, per il quale l’unico bene che appare reale è il bene per sé. Pericolosissima illusione, che de-responsabilizza e nega ogni forma di partecipazione politica. Il passaggio da una libertà dimentica di ogni dovere, innocente nei confronti di ogni ingiustizia subiscano “gli altri”, a una libertà obbediente ai poteri che si pensa la possano proteggere, è una soglia facilissima da oltrepassare. Non appena una crisi metta in discussione i sacri diritti del solitario individuo, questi sarà sempre pronto a rifugiarsi in seno agli “amici del popolo”, che lo assicureranno della propria naturale bontà e gli spiegheranno come la crisi sia colpa esclusiva della perfidia del Nemico. È il passaggio sempre aperto tra democrazia e autoritarismo, libertà e sottomissione. Noi abbiamo dimenticato quanto sia facile varcarlo.

Il vuoto è pieno soltanto del senso della nostra impotenza. Impotenza a dare un nuovo, concreto, pratico significato alle parole di cui ci siamo nutriti. Impotenza nei confronti di un sistema oligarchico-plutocratico di cui avvertiamo bene il dominio, ma che sfugge a ogni presa, in nessun modo determinabile secondo i vecchi criteri del Politico. Un sistema che tiene tutti liberamente al lavoro e “sotto processo”. Solo Kafka nel Novecento è riuscito a presagire una tale condizione umana. Naturalmente, abbiamo dimenticato anche lui. Se lo ricordassimo, proveremmo come lui orrore per tale condizione – e questo sarebbe davvero il primo passo per superarla.

All’orrore siamo ormai del tutto assuefatti? Se sì, ricordiamo che questo è il presupposto perché la Guerra dilaghi. Dopo l’assuefazione alla sua idea potrebbe venire anche l’applauso. Magari non quello entusiasta delle masse del ’14 e del ’39, ma poco cambia. Basterà non vi sia una massa capace di opporsi. Ma perché questa esista occorre prepararla, organizzarla, schierarla contro i predicatori, mascherati o no, dell’inevitabile. Qualche dissenso e un po’ di sdegno sono il contorno della resa. Una simil-sanzione contro i criminali aumenta, non copre la vergogna.

Dallo spirito d’Europa può venire il contraccolpo? Dobbiamo sperarlo, nonostante tutto. Oggi siamo stretti tra due vuoti, la dimenticanza del passato e un futuro che ha assunto il solo significato della indefinita crescita. Il nostro presente si è sradicato dal suo passato nella stessa misura in cui è divenuto cieco sul fine del proprio procedere.

Tuttavia, se ritorniamo in noi stessi, possiamo sconfiggere la diabolica tentazione di pensare ancora alla Guerra come all’unico mezzo per ricondurre tutti in un ovile, in una religione e sotto un solo principe; possiamo dar vita a un Diritto realisticamente imperniato su organismi e istituzioni terze, ai quali gli Stati attribuiscano poteri effettivi; possiamo governare il progresso tecnico-scientifico secondo le energie liberatrici che esso pure in sé contiene e dargli così quel senso che oggi non manifesta in alcun modo. Questi sono pure “valori”, principi che hanno contato nella nostra cultura. Il loro peso si è del tutto liquidato? Se così fosse, l’accelerazione senza freno della nostra vita, che lo sviluppo delle forze produttive dimostra, sviluppo che non sa indicare alcun fine oltre sé stesso, è destino precipiti prima o poi in una catastrofe risolutiva.


Lo scrittore Iulian Ciocan: “Mosca rivuole a ogni costo la mia Moldova. E non si arrenderà”

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Di Rosalba Castelletti, La Repubblica

Iulian Ciocan aveva già previsto tutto. «La tragedia ucraina è diventata la mia fortuna», dice sommessamente. Ex voce di Rfe/Rl e di Vocea Basarabiei, 57 anni, Ciocan è tra gli scrittori moldavi di lingua romena più letti in patria e tradotti all’estero, ma dopo l’inizio del conflitto in Ucraina nel 2022 i suoi cinque romanzi hanno guadagnato nuova popolarità.

Cresciuto a cavallo del crollo dell’Urss e della nascita della Moldova indipendente, si è sempre ispirato alle fragilità della sua giovane nazione. E nel romanzo E al mattino arriveranno i russi, portato in Italia da Bottega Errante Edizioni, ha immaginato un’invasione russa della Moldova a partire dalla Transnistria separatista. Una distopia che rivela un incubo inconfessato che il vicino conflitto ha reso più concreto. «Una paura fondata. A prescindere dall’esito delle legislative odierne», ci dice in un café nel centro di Chisinau, reduce da un festival letterario. «I russi non si arrenderanno mai. Vogliono riprendersi la Moldova in un modo o nell’altro».

È stata l’annessione della Crimea a ispirarla?

«Anche se il libro è uscito in patria nel 2015, avevo iniziato a scriverlo nel 2012 quando l’Ucraina e la Russia sembravano ancora due Paesi amici. Dopo l’annessione della Crimea, ero devastato. Temevo di essere accusato di speculare sulla guerra nel Donbass. Mi chiedevo se la mia distopia si fosse avvicinata troppo alla realtà. Ma la realtà è che i russi possono invaderci, indipendentemente dalle loro alleanze. Con o senza l’Ucraina».

Da dove nasce questa paura?

«Che i russi possano tornare, come nel 1812 e nel 1940, è una paura atavica. Nel 1812 l’esercito zarista ci sottrasse all’Impero Ottomano e dopo il Patto Molotov-Ribbentrop, nel 1940, in questa terra che prima era parte della Romania, i sovietici crearono una Repubblica socialista. Se ci sono già state due invasioni, potrebbe essercene una terza. È una paura fondata perché i russi credono che la Moldova sia una loro provincia alla stregua della Kamchatka. Ci considerano un loro territorio. E prima poi proveranno a riprenderselo».

Il rischio è aumentato col conflitto in Ucraina?

«Lo scenario si è concretizzato. Il nostro futuro dipende dalla resistenza ucraina. Se l’Ucraina perderà, la Moldova sarà la prossima. La Russia occuperà Odessa e da lì arriverà qui. È soltanto questione di tempo. La Russia vuole ricreare l’Urss, almeno in parte. Vuole controllare la Moldova in un modo o nell’altro. Magari non ci invaderà coi tank, ma ci trasformerà in un’altra Bielorussia. È per questo che ha fatto di tutto per tentare di riportare i filorussi al potere».

Se il partito filo-Ue confermerà la maggioranza in Parlamento sarete al riparo?

«Se pure i partiti filorussi resteranno fuori dal governo, Mosca non si arrenderà. La sua campagna non si ferma con queste parlamentari. Come ha dimostrato il referendum un anno fa, il sostegno alla Ue non è così forte. Colpa anche della propaganda russa che cavalca il bilinguismo del Paese e fomenta le divisioni».

Quant’è polarizzata la Moldova?

«È un Paese “tuttifrutti”. Un crocevia di lingue, etnie e religioni. Che ha fatto parte di diversi imperi prima dell’indipendenza nel 1991. È un Paese dagli assetti incerti e mutevoli dove nulla sembra destinato a durare a lungo. Ho sempre pensato: oggi è Moldova, domani potrebbe essere Russia o Romania. La consapevolezza di questa transitorietà condiziona la nostra mentalità. È un paradiso per uno scrittore, un inferno per un cittadino. Con tutti i suoi problemi: il confine con la Russia, la corruzione, la povertà. Ma la ragione principale delle divisioni è la propaganda russa, che le rende molto più profonde. Non abbiamo altra scelta che allontanarci da Mosca».

Il governo uscente ci ha provato…

«Ma serve il sostegno dell’Europa. Benché la stessa Ue sia divisa. Basti guardare le differenze tra i Paesi che si sono distanziati da Mosca come la Francia, quelli che continuano a dichiararsi suoi amici come Ungheria o Slovacchia e quelli che mantengono un atteggiamento ambiguo come l’Italia. Non va però dimenticato che qui la relazione con la Russia è diversa che in Europa. Per noi moldavi è una questione di odio o amore».

E da scrittore in romeno, qual è il suo rapporto con la lingua russa? Di odio o di amore?

«Scrivo in romeno, ma il russo lo parlo fluentemente. Amo la lingua e la letteratura russa. Non sopporto chi ne ha preso le distanze. Chi oggi rinnega la sua lingua madre o la sua cultura. La lingua russa non è colpevole dell’invasione. È soltanto uno strumento per comunicare. Bisogna distinguere la lingua da chi la parla».

Nell’immagine: Iulian Ciocan


Moldova, europeisti oltre il 50% dei voti nonostante gli hacker. I filorussi aizzano la piazza

Di Rosalba Castelletti, La Repubblica

Affluenza record alle parlamentari. Allarmi bomba nei seggi all’estero. Il partito della presidente Sandu ha la maggioranza. Stamattina la manifestazione di Dodon

Per evitare provocazioni, l’indirizzo del raduno deicandidati e attivisti del Partito d’Azione e Solidarietà viene comunicato soltanto a metà pomeriggio. Il ritrovo del fronte europeista si tiene simbolicamente nella via intitolata alla Giornata del ritorno alla lingua romena e all’alfabeto latino nell’ex Repubblica sovietica, “Strada 31 agosto 1989”. Qualcuno si azzarda a chiamarlo “party”, ma viene rimbrottato. La cautela è d’obbligo. Soprattutto dopo una giornata all’insegna di cyber-attacchi in patria e falsi allarmi bomba all’estero.

La battaglia alle urne per la maggioranza in Parlamento e per il futuro stesso della Moldova, adesione alla Ue o ritorno nell’orbita russa, si è combattuta sul filo. Con sondaggi testa a testa. Alla chiusura dei seggi, a ogni percentuale dello scrutinio che scende o che sale si sospira o si spera. Finché, a scrutinio quasi ultimato, con quasi il 100% dei seggi scrutinati, diventa chiara la vittoria del Pas, il partito europeista al potere dal 2021 della presidente Maia Sandu e del premier Dorin Recean, con oltre il 50% contro il 24% del Blocco Patriottico di forze filorusse guidato da Igor Dodon, uno che da capo dello Stato sedeva in Piazza Rossa accanto a Putin. Vantaggio che da solo basterà a mantenere la maggioranza dei 101 seggi in Parlamento e che, anzi, aumenterà notevolmente grazie al premio dei voti dei partiti che non hanno superato la soglia di sbarramento e a possibili alleanze con formazioni minori.

Ma fino a tarda notte qui nessuno rivendica, anche per evitare di dare munizioni all’infuocata retorica di Dodon che ha indetto per mezzogiorno una «protesta pacifica». Con le forze di polizia che però lanciano l’allarme per possibili «disordini e destabilizzazioni»

Sandu era consapevole delle sfide. E non aveva esitato a elencarle: «Centinaia di milioni di euro spesi per comprare i voti, giovani addestrati alla violenza, destabilizzazioni, reclutamenti per produrre e diffondere fake news. Tutto perché la Russia prenda il controllo della Moldova e la usi per i suoi scopi». Alle 9 del mattino, dopo aver votato, l’ultimo appello dalla scalinata del liceo Petru Rares, quartiere occidentale Buiucani. «Ho votato per la pace e un futuro europeo. E invito tutti ad andare ai seggi. Non vendiamo la nostra patria per 400 Lei o 400 euro», esorta la presidente riconfermata di misura un anno fa per un secondo mandato, stretta in un tailleur non a caso blu.

Poco più tardi, nella scuola materna Antonin Ursu, poco distante, ma più spartana, la facciata di mattoni non intonacata, va in scena un siparietto esemplare dei tentativi di disinformazione. Un giornalista della tv Accent finanziata da Ilan Shor, l’oligarca fuggito in Russia da una condanna a 15 anni per appropriazione indebita, chiede al segretario del Pas e presidente del Parlamento Igor Grosu perché le autorità abbiano chiuso gli aeroporti agli stranieri. «Abbiamo un solo scalo. E non è chiuso. Ah, ecco, lei lavora per uno di quei canali che fa propaganda col denaro sporco di Shor. Per favore, non menta alla popolazione».

Poi parlando a Repubblica, Grosu mette in guardia dal rischio di interferenze per sabotare il voto dei moldavi all’estero che, pari a un quinto degli elettori, si confermeranno l’ago della bilancia. In particolare la diaspora italiana, la più numerosa. «Ci sono stati tentativi di corruzione e siamo grati alle vostre autorità per averli scongiurati». I falsi allarmi bomba nei consolati di Genova e Roma, che si sommano a quelli in tutta Europa, avvalorano i sospetti. Mentre in patria si denunciano i caroselli per portare glielettori della Transnistria separatista a votare nei 12 seggi speciali allestiti per loro. Decine di votanti sbarcano da due bus persino al Ginnasio n. 42 di Codru, sobborgo a Est della capitale, poco prima dell’arrivo del premier Recean che assicura: «Tutti questi tentativi di manipolazione verranno neutralizzati».

Ma se a tarda notte la triade a capo del Pas sorride è merito soprattutto degli elettori che si sono mobilitati in massa, con un’affluenza record al 51,9%, per blindare i negoziati di adesione alla Ue. «Abbiamo votato per i nostri nipoti. Per un loro futuro migliore», confida la pensionata 64enne Valentina Hamuraru. Ana Rosca, 29 anni, contabile di una grande azienda, sfoggia orgogliosa l’adesivo “Ho votato” e rincara: «Vogliamo l’Europa qui. Dentro alla Moldova. E che non ci sia più bisogno di andare a cercarla emigrando all’estero».


Beilin “Ora Netanyahu può liberarsi dell’ultradestra e arrivare a un accordo”

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Per scrivere il curriculum di Yossi Beilin servirebbe una pagina intera: nella sua carriera ha ricoperto molte posizioni, sia da ministro che da leader della sinistra. Una frase però, da sola, può riassumere tutto: Beilin era l’uomo di Yitzak Rabin a Oslo, quello a cui il premier israeliano aveva affidato i rapporti con la controparte: rappresentata allora dal numero due di Yasser Arafat, Abu Mazen, oggi presidente dell’Autorità nazionale palestinese. A 77 anni, Beilin ha lasciato la politica attiva, non quella pensata: lo dimostra il piano sulla spartizione dei Territori che ha presentato solo qualche settimana fa, insieme ad alcuni ex negoziatori palestinesi. Oggi i suoi occhi sono puntati su quella Casa Bianca che tante volte ha frequentato in un tempo che oggi appare lontanissimo: quello della speranza.

Siamo davvero alla svolta?

«Impossibile dirlo. Netanyahu cercherà di manovrare Trump, come ha già fatto in questi mesi. Ma gli americani ormai hanno capito il suo gioco: bisogna capire se lo accetteranno o meno. Qualunque sia la risposta, però, il punto centrale è un altro».

Quale?

«È di fronte agli occhi di tutti il fatto che Israele in questi due anni non è riuscito a individuare un partner alternativo all’Anp. Ne ha cercati altri: ma alla fine si sono rivelati criminali o inutili. E dunque la soluzione – oggi, domani, fra un anno – passa dall’Anp. Gli arabi lo hanno detto: ci stiamo, solo se l’Anp accetta. Netanyahu pensava che la forza potesse bastare: non è così».

Cosa c’è di diverso rispetto a qualche mese fa in questo piano, per lei che lo guarda da Israele?

«È diverso Israele. Lei è qui, si guardi intorno: il 70% della popolazione chiede la fine della guerra, le piazze gridano che rivogliono gli ostaggi, il capo delle Forze armate non è d’accordo con l’operazione, l’economia inizia a mostrare segni di cedimento, migliaia di persone dicono “no” a tornare sotto le armi. Netanyahu è sotto pressione: se a quella interna aggiungiamo quella che potrebbe mettere Trump, potremmo essere davanti a una svolta».

Accettare il piano Trump vuol dire far cadere il governo: Netanyahu è pronto?

«Vuol dire perdere questa maggioranza. Far uscire l’estrema destra. Ma centro e centro-sinistra hanno già detto di essere pronti a sostenerlo pur di arrivare al cessate il fuoco. Quindi Netanyahu potrà restare al potere, almeno per il tempo necessario a implementare il piano».

Il che vuol dire – anche – interagire con l’Anp…

«Certo. E può voler dire di più. La priorità di Netanyahu è mantenere le redini. I partiti che lo sosterranno sono in condizione di imporgli condizioni: la prima dovrebbe essere far uscire completamente l’estrema destra dal governo. La seconda trattare per arrivare a uno schema di accordo complessivo con i palestinesi: non solo Gaza, anche la Cisgiordania. Su quello schema, sulle opposte visioni si dovrebbe basare la campagna elettorale del 2026. Su quello schema il Paese potrebbe arrivare a una svolta».

Lei sembra molto ottimista, vista la situazione…

«Io direi realista. C’erano 90 mila coloni in Cisgiordania quando io parlavo con Abu Mazen, 30 anni fa. Oggi ce ne sono 500 mila: se non risolviamo questo problema, non risolveremo la questione centrale per il nostro futuro. Pochi forse se ne rendono conto: ma su Gerusalemme, come sul diritto al ritorno dei palestinesi, nel tempo sono stati raggiunti degli accordi. Questi ostacoli oggi sono superabili. Quello dei coloni, così com’è, no: blocca il nostro futuro. È tempo di pensarci e questa può essere l’occasione giusta».

Nell’immagine: Yossi Beilin


La “rivolta” dei cittadini, segnale inequivocabile dell’esasperazione per le spese per la salute

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Stando a quanto scritto recentemente da Andrea Ghiringhelli, il presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson sosteneva che una piccola rivolta ogni tanto è una buona cosa per dare una scossa al mondo politico. Ebbene, la piccola rivolta in tema salute è puntualmente arrivata dalle urne, con i votanti ticinesi che hanno accettato a larga maggioranza sia l’iniziativa della Lega per la deducibilità dei premi, come previsto, che quella del Partito socialista per un tetto massimo del 10% del reddito imponibile, come un po’ meno previsto visto il fronte dei contrari e le conseguenze finanziarie per il Cantone, nettamente superiori rispetto alla prima (e, se proprio vogliamo, una campagna dei favorevoli che all’inizio ha parecchio stentato ad ingranare).

Più di tutto ciò ha potuto però sia la situazione dei cittadini, il cui potere di acquisto si erode incessantemente anno dopo anno, ma soprattutto l’ignavia della nostra classe politica, “vittima” dei veti incrociati delle varie lobby del settore e perciò incapace di trovare delle soluzioni (delle idee?) per cercare di uscire da una situazione ormai diventata per i più insostenibile. E della sua arroganza, perché tatticamente si poteva agire altrimenti, ad esempio elaborando un controprogetto, ma soprattutto della sua incapacità di sentire e dare risposte ai problemi reali, quotidiani, della gente comune.

Problemi che comunque restano, perché è chiaro a tutti, e i promotori di entrambi i testi a questo proposito sono stati assai trasparenti, che le due iniziative alleviano solo uno dei sintomi – l’incidenza dei premi di cassa malati sui bilanci familiari – ma non incidono minimamente sul problema di fondo, il costante e importante aumento dei costi della salute. È in questo ambito che si potrà osservare se e come questa “piccola rivolta” sarà riuscita a dare una scossa alla nostra classe politica, cantonale prima di tutto, che pur nei limiti che la legge federale impone qualcosa in più può fare, ma anche federale, perché il segnale che è arrivato dal Ticino, e prima di lui da altri cantoni, difficilmente potrà essere ignorato ancora a lungo. Pena una nuova piccola ma più generale rivolta.

Resta adesso per Consiglio di Stato e Gran Consiglio da trovare la quadratura del cerchio dei conti pubblici, ché ai 3-400 milioni di spesa supplementare previsti dalle due iniziative andrà ad aggiungersi il salasso che comporta l’abolizione del valore locativo. Anche qui gli ambienti economici e i partiti ad essi collegati dovrebbero un giorno spiegarci perché gli ammanchi miliardari dovuti alle riforme fiscali sono sempre sopportabili, mentre quelli di minore entità che vanno a favore della gente comune no. In questo ambito la strada si preannuncia ardua, per non dire quasi impossibile, viste le proposte sul tappato e i veti che già sono giunti. Si spera che una volta tanto la politica dia prova di senso di responsabilità, perché è chiaro che senza un aumento dell’imponibile (e degli stipendi) nulla di quanto deciso ieri potrà essere finanziabile, così come anche alcuni, inevitabili e fatalmente dolorosi tagli.

Vuoi vedere che la mitica analisi e revisione dei compiti dello stato e dell’amministrazione pubblica, da anni annunciata e mai neppure iniziata, finalmente vedrà la luce?

Nell’immagine: la conferenza stampa del Governo ticinese


Osiamo la collera

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Scuote quel triplice grido “Crolla! Crolla! Crolla!” di Andrea Ghiringhelli (“Non accettiamo l’inaccettabile”). Leggo dell’ “l’inquietante realtà” che lo muove e lo indigna (“la democrazia liberale sta crollando, aggredita dal nutrito campo dei nuovi autocrati e aspiranti tali…”, “pezzo dopo pezzo assistiamo passivi alla distruzione dei risultati di un faticoso cammino”).

Colgo, quasi con sollievo liberatorio, la conclusione-invito (“difendere lo Stato di diritto significa non rassegnarsi alla cattiva politica, quella che ignora e non adempie ai diritti costituzionali, ma combatterla e contrastarla a muso duro”). Poi mi sembra di aver letto l’”ultimo dei liberali”, dei liberali anche ”a muso duro”, di questo cantone.

Mi capita spesso, quando leggo testi che mi scuotono, di trovare, quasi casualmente e con letizia, singolari correlazioni con altri testi da poco letti. E così mi convinco che corre sempre un filo sostanziale tra quel che capita  in un lembo di terra come il nostro e l’universo mondo. E che ha quindi  scarso senso, come si tende a fare, immiserirsi e crogiolarsi dentro i fatterelli domestici e non accorgersi di ciò che ci sommerge veramente.

La collera non è violenza, è vitalità democratica

Quella di Ghiringhelli è collera. E trova anche espressione in alcune manifestazioni che ci sono in questi giorni in Svizzera o nella nostra piccola Repubblica.

Collera che non è violenza (come alcuni, i soliti, cercano di bollarla o denigrarla). La collera è un’emozione profondamente democratica: basta osservare ciò che riservano le dittature o i governi autoritari (in testa quello trumpiano, pseudodemocratico, come giustamente sottolinea Ghiringhelli) ai movimenti di opposizione o contestazione per rendersene conto. In democrazia la collera è un indicatore, un segnale d’allarme, la sentinella degli squilibri sociali. 

Un filosofo tedesco, Peter Sloterdijk, ci ricorda che la collera costituisce uno dei motori principali della civiltà occidentale e come la maggior parte dei progressi sociali sono stati conquistati quando i cittadini hanno saputo “investire nelle grandi banche della collera” (sindacati, movimenti, partiti), facendone un’energia creatrice. 

Le grandi vittorie sociali del XX secolo sono state spesso il frutto di collere pazientemente organizzate da sindacati e partiti. (vedi “Zorn und Zeit”, in italiano “Ira e tempo“, 2023).

Un filosofo, saggista e giornalista francese, Eric la Blanche, scrive e invita: “osiamo la collera” (“Osons la colère“, 2025): “è tempo di finirla di temere la collera e di riconoscerla come una bussola politica; la collera non è una cattiva consigliera, al contrario. Se essa non è ascoltata, altre collere spunteranno, brutali e disperate. Se scegliamo però di ascoltarla e di considerarla, allora potrà tornare ad essere ciò che è sempre stata nella storia: il motore di una democrazia vivente, capace di rimettersi in causa e di trasformare l’indignazione in azione e la rabbia in giustizia”.

Nell’immagine: un fotogramma dal film “Furore” di John Ford (1940), tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck


Lutto, indignazione e resistenza sotto gli ombrelli

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Un momento dell’intervento del dott. Pietro Majno-Hurst

Il discorso introduttivo di Nelly Valsangiacomo

Quello di oggi è un corteo di lutto, perché accompagna, scandendo i loro nomi, le giovani vite uccise il 7 ottobre 2023 e poi, per migliaia, a Gaza. I nomi sono importanti, ci ricordano che erano e sono persone.

È un corteo di indignazione, per ciò che sta accadendo in tutta la Palestina, per ciò che non si fa contro il governo di Israele, ma anche per ciò che si continua a fare senza vergogna a favore del governo di Israele. Un governo che, in collusione con gli Stati Uniti, considera la Palestina un progetto immobiliare, con i cadeveri del genocidio come basamento degli hotel di lusso. È un progetto che non nasce oggi: continua una pratica di lungo corso, che ha un nome preciso — colonialismo insediativo. Un modello che non conosce mezze misure. Sempre la stessa logica: prendere la terra, cacciare chi ci vive. Questo è il meccanismo! Ieri, come oggi!

Ma è anche un corteo di resistenza. Resistere significa non piegarsi, non normalizzare la violenza sistematica, brutale e inumana che si sta compiendo. Significa ricordare la mano ben curata della rappresentante degli Stati Uniti, che, sola, sola!, il 18 settembre scorso si è alzata nell’emiciclo delle Nazioni Unite per bloccare la risoluzione che chiedeva di porre fine alla pulizia etnica. Significa anche ricordare ai nostri politici che con i diritti umani e il diritto internazionale sta affondando la dignità dell’Europa.

Ma serve resistere ? Si! Non solo serve, ma è un dovere morale. La resistenza, però, ha bisogno di tenacia. Perseverare significa non cedere alla stanchezza, alla disillusione, al cinismo. Significa ricordare che i fascismi sono già stati sconfitti, e che anche le nuove forme di oppressione possono esserlo. Significa non dimenticare che prima di noi altre donne e altri uomini hanno lottato per difendere i popoli perseguitati — a cominciare dal popolo ebraico. Significa non dimenticare che in Israele – come in qualunque altro stato dominato da estremismi e fanatismi – una minoranza solidale lotta contro la barbarie del suo governo. Significa non sentirsi soli, perché anche ora moltissime persone continuano a battersi per la giustizia. Davanti a uno sterminio non ci si può arrendere, non ci si deve arrendere! Non siamo soli, siamo una flottiglia determinata, siamo una comunità di valori, che travalica i confini!

Comunità, sì, non semplicemente una rete, perché non bastano i social, non bastano i like, dobbiamo esserci in carne, ossa, dobbiamo esserci con lo spirito! Fare comunità è la risposta più forte: perché come i fascismi, i nazionalismi radicali, xenofobi e razzisti, dividono, isolano, disumanizzano.

La collettività, la comunità invece ricuce, sostiene, protegge e soprattutto non cede! Non dobbiamo cedere alle sirene dell’impotenza anche se i tempi sono duri, proprio perché i tempi sono duri.
Quella mano, contornata da una giacca rosso sangue, quella mano che ha bloccato la risoluzione dell’ONU è potente, vero, ma era una sola! Quella mano ci deve ricordare le migliaia di mani che escono dalle macerie di Gaza. Quella mano ci dice che, se non si cede, prima o poi l’assassino, qualsiasi assassino, resta solo.

Quella di oggi è una manifestazione di solidarietà e un appello civile e morale: a chi ha il dovere – a partire dalla Svizzera – di fermare lo sterminio, di rispettare e sostenere il diritto internazionale, di condizionare i rapporti con Israele al rispetto delle leggi e dei diritti umani, di aprire reali corridoi umanitari a Gaza e di tutelare chi pacificamente salva vite umane ridotte in condizioni disumane. Perché Gaza oggi è un laboratorio di morte fisica e morale, e se non si è in malafede non serve nemmeno più scomodare Hannah Arendt per capirlo.

Chi crede nei valori della giustizia, dei diritti civili, della vera democrazia non può aspettare tempi migliori: deve costruirli. Qui, ora. E può farlo con le piccole e le grandi cose. Tenendo tra le mani una cartolina che ci ricorda una vita umana sacrificata, ricordandosi di questo dramma anche nelle pratiche quotidiane, con il boicottaggio dei prodotti, ad esempio.

Con i “tanto ormai”, con i realismi da salotto buono, l’umanità non va da nessuna parte. Bisogna continuare a lottare ! Non con odio ma per la giustizia, non per vendetta ma a favore del diritto, contro la discriminazione, per l’uguaglianza.

Lo dobbiamo al popolo palestinese, che per troppo tempo non abbiamo ascoltato, lo dobbiamo a chi in Israele lotta contro l’odio che obnubila le menti, lo dobbiamo agli ostaggi israeliani detenuti da Hamas, lo dobbiamo agli oppositori politici palestinesi chiusi da decenni nelle carceri israeliane. E lo dobbiamo a noi stessi e alla nostra dignità di esseri umani. Contro l’odio, per la giustizia e la solidarietà, resistere, resistere e soprattutto agire!

Nelly Valsangiacomo per il gruppo 24 maggio

Ieri portavo in braccio le cartoline con i nomi delle e dei giovani di ogni età uccisi in quella che non è nemmeno una guerra tra due eserciti. Un numero che spaventa, impronunciabile: 19’000 . È inconcepibile, inimmaginabile, è ingiusto.
È la strage degli innocenti! La percezione di vederli, di sentirli, è stata così forte da travolgermi. Un’emozione senza parole, senza voce sulla vita che non c’è più . Un peso enorme mi ha investita. Eppure sappiamo bene il valore straordinario della vita. Siamo tutte e tutti dello stesso impasto: carbonio, ossigeno, azoto, fosforo, zolfo. Insieme all’idrogeno, la quasi totalità delle molecole viventi. Una meraviglia!
Anche per questo, noi chiediamo a Gran voce al nostro governo, che dovrebbe rappresentarci e che resta indifferente, di adoperarsi per fermare il genocidio a Gaza. Subito. È suo dovere sottrarci alla disumanizzazione. Trafugare la nostra essenza umana significa perpetuare odio, odio che avrà conseguenze sulle prossime generazioni.
Scrivere e scandire i nomi di queste giovani vite spezzate, conoscere i loro nomi per non dimenticare , tornare ad essere umani. Vi ringraziamo di essere scese e scesi in piazza con noi. La nostra presenza qui oggi è forza di cittadine e cittadini che credono che, insieme, possiamo riscoprire la dimensione collettiva. Per un mondo migliore. Perché la speranza è movimento, e continua a ricerca.
Mary Ardia

Fotografie di Chiara Tiraboschi


Le guerre e la pubblica opinione

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Siamo al terzo stadio della destrutturazione dell’ordine mondiale. Prima abbiamo vissuto la perdita di controllo da parte della politica, di fronte alla supremazia delle crisi e alla difficoltà di governarle, con il risultato di uno svuotamento dell’autorità sovrana nazionale e sovranazionale; poi abbiamo assistito all’impazzimento dei punti cardinali con il codice di valori dell’Occidente — convenzionalmente adattato a canone universale di coesistenza — messo in dubbio e revocato dal Paese-guida, gli Stati Uniti d’America; infine abbiamo dovuto prendere atto della fragilità dell’impianto politico-diplomatico-istituzionale cui avevamo affidato la nostra sicurezza in cambio di una garanzia procedurale di pace nel progresso.

Oggi tutto questo complesso meccanismo di salvaguardia si è inceppato, per una ragione semplice: quando viene meno il cardine dell’intero sistema — la democrazia, divenuta bersaglio — ogni regola appassisce, perché non può sopravvivere senza il suo principio ispiratore.

Gli imperi che stanno costituendosi nello scambio di riconoscimenti reciproci pensano di ereditare l’autorità che il vecchio mondo ha smarrito, o almeno il comando garantito dalla forza, e finalmente liberato dai controlli e dai bilanciamenti ispirati dal senso costituzionale del limite, aprendo così la stagione post-democratica senza più vincoli.

Ma intanto, mentre l’Occidente sperimenta il travaglio di questa trasformazione che lo rinnega, qualcosa si sta confusamente muovendo in senso contrario, come se anche la politica non sopportasse il vuoto: è l’opinione pubblica che torna a farsi sentire, a manifestarsi, a premere sui governi.

Soprattutto, a differenza delle brevi fiammate del recente passato, agisce con autonomia e spontaneità, non come reazione o come “coda” nella società di fenomeni creati nel sistema politico, ma piuttosto come soggetto indipendente, da cui partiti e governo vengono interpellati e investiti, e di cui dunque devono tener conto. È finita quella che Walter Lippmann chiamava la fase dell’anemia, quando manca l’appetito del futuro e viene meno qualsiasi curiosità per la scena umana.

Un protagonista di primo piano torna dunque in campo, dopo una lunga e svogliata diserzione: il sentimento pubblico, che non è una somma di risentimenti privati alla ricerca di uno sbocco (come nella fase acuta dei populismi anti-sistema) ma un vero e proprio attore sociale in grado di giudicare il potere e di indirizzarlo, di condonare o condannare, di influenzare la scala delle priorità generali imponendo una nuova gerarchia.

Sono le caratteristiche fondative della saldatura tra l’idea di pubblico e il concetto di opinione, in un’età allora contrassegnata in Europa dal venir meno dell’autorità assoluta, dalla rivoluzione tecnologica della stampa a caratteri mobili, dall’allargamento dell’alfabetizzazione: è suggestivo veder rinascere oggi un libero discorso critico in una fase anch’essa di declino dell’autorità sovrana, con l’alfabeto digitale divenuto universale e l’ultimo salto tecnologico nella vertigine dell’intelligenza artificiale. Il risultato immediato è che la politica insegue.

Non c’è dubbio infatti che davanti alla tragedia di Gaza i governi nazionali e l’Unione europea sono stati incalzati e sopravanzati dalla coscienza critica della società: che ha condannato le scelte del governo di Israele, giudicandole prima sproporzionate rispetto al legittimo diritto di reazione alla ferocia del pogrom terroristico di Hamas del 7 ottobre, poi sempre più svincolate dal dovere di difendere la cittadinanza e lo Stato minacciati nella loro stessa esistenza, e infine semplicemente disumane nell’obiettivo imperialista di sradicare un intero popolo dal suo territorio.

È una valutazione immediatamente dominante, e come testimoniano le sue dimensioni, trasversale: un sondaggio di YouTrend a fine agosto rivela infatti che il 65 per cento degli italiani giudica la reazione di Israele agli attacchi di Hamas «del tutto sproporzionata», una rilevazione di Only Numbers segnala che il 40,6 per cento è favorevole al riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano, l’ultima indagine di Ilvo Diamanti con Demos registra la sfiducia verso Netanyahu, sceso all’11,7 per cento dei consensi in Italia contro il 14 per cento di febbraio, e oggi all’ultimo posto tra i leader coinvolti nei grandi conflitti, distanziato da Zelensky a quota 29 per cento, ma doppiato anche da Trump al 22, e staccato persino da Putin, fermo al 20.

Proprio queste differenze suggeriscono una domanda: perché il blocco d’opinione che prende nettamente posizione su Gaza e condanna il governo di Netanyahu non sente il dovere di compattarsi nella denuncia dell’aggressione russa all’Ucraina non soltanto come sopruso consumato nell’atto iniziale del conflitto, ma come cifra abusiva permanente dell’intera operazione speciale?

Come può la coscienza pubblica risvegliarsi in Medio Oriente con una chiara attribuzione di responsabilità a Israele (che deve però accompagnarsi alla richiesta di liberazione degli ostaggi da parte di Hamas) e confondersi a Kiev, arenandosi nel Donbass?

Con ogni probabilità la differenza nasce dall’interpretazione tutta politica che Zelensky ha dato del conflitto con Mosca, contrapposta alla rappresentazione tutta emotiva che i palestinesi hanno fatto della guerra d’invasione israeliana: da un lato la violazione del diritto internazionale, lo sfregio alla sovranità, la riscrittura armata della storia; dall’altro il massacro dei civili, la fame come arma di guerra, l’esodo forzato. Bombe, morte e distruzione operano su entrambi gli scenari. Ma il messaggio dai due fronti è differente, e soprattutto è diverso il consumo intellettuale, politico e morale che noi facciamo delle due guerre.

Se questo è vero dobbiamo concludere che stiamo prendendo parte a questa doppia tragedia più con l’emozione che con la ragione: e infatti chiediamo due Stati per i due popoli, ma non denunciamo l’ostacolo della rappresentanza terroristica che Hamas fa dei palestinesi. Eppure sappiamo che le emozioni condivise costituiscono una “folla”, mentre il “pubblico” si organizza davanti a un problema: alla folla basta sentire, il pubblico ha necessità di capire.

Dunque, siamo sicuri che il soggetto appena nato sia davvero un’opinione pubblica e non una forma sociale transitoria, incapace di generare una vera responsabilità politica? La risposta arriverà dall’indirizzo e dallo sbocco di questo flusso d’opinione, dal suo esito, se saprà prendere forma nelle decisioni e nelle deliberazioni dei parlamenti e dei governi, perché il potere comunicativo in democrazia non sostituisce quello amministrativo, può solo influenzarlo.

I discorsi, come dice Habermas, non governano, le emozioni sono transitorie. Ma un pubblico discorso critico, libero e responsabile può spingere un governo a fare ciò che deve: poi, accada quel che può.


Perché l’umanità deve resistere

Di Michele Serra, La Repubblica

I discorsi di Trump e Netanyahu all’Onu sono una buona approssimazione di quello che possiamo definire: punto zero

Nell’Assemblea del Mondo (per quanto consunta e depotenziata, questa, non altro, è l’Onu), Bibi Netanyahu ha parlato come un capotribù. Come se il contesto fosse ininfluente, liquidata per sempre l’idea che esistano interessi sovranazionali, che i diritti umani, per definizione, siano umani e dunque di tutti, che in quel luogo si vada, fino dalla sua fondazione, per tentare – almeno tentare! – di mediare i conflitti e sedare l’odio. Come pochi giorni fa ha dimostrato un altro capotribù, quello molto più grosso di lui, Donald Trump, all’Onu non si va per parlare con il Mondo, ma per sfidarlo a muso duro. Per offenderlo oppure deriderlo, farlo sentire una zavorra di ciance e illusioni, declassarlo a vecchio impiccio ideologico, a ricatto ipocrita, niente che possa fare arretrare la Nazione, unico vero soggetto autorizzato all’azione (e alla guerra) perché munito di un’etica antica e riconoscibile: la Grande Israele, la Grande America, la Grande Russia, ecco il vento del terzo millennio, il resto – il multilateralismo, la pace come destino morale sovra-ideologico dopo secoli di guerra e di sterminio, la gestione sovranazionale della lotta alle malattie e alla e fame, è cianfrusaglia novecentesca. L’umanità non esiste più. Esiste solo la Nazione. I banchi vuoti per più della metà erano già un segno: il segno di una fuoruscita ormai di massa dalla sopportazione reciproca.

Lo show di Bibi aveva la modestia, immediatamente riconoscibile, della propaganda politica, e nello specifico della propaganda bellica: per uscirne, dalla propaganda, bisognerebbe alzare lo sguardo, sconfinare anche di pochi chilometri dalle proprie mura, capire che il dolore altrui vale il proprio e il sangue altrui non lava il proprio; nemmeno se in proporzione cento a uno, cento litri per ogni litro, cento bambini per ogni bambino, traguardo ormai alla portata di Bibi. Non è vero, non è per niente vero che “tutti si sono dimenticati del 7 ottobre”. Nel florilegio di menzogne di Netanyahu, è forse la più sconcia. La lagna ombelicale di Bibi, identica a quella di tutti i boss nazionalisti, tende a far credere che il proprio lutto, la propria tragedia sia incompresa dal Mondo (cattivo Mondo!) perché il nazionalista è convinto che tutti siano uguali e a lui, irosi e meschini come lui, conformi alla sua visione tribale delle cose, dunque incapaci di compiangere alcuno al di fuori del proprio villaggio. Non si capacita che qualcuno consideri orrendo allo stesso modo, diabolico allo stesso modo il massacro subìto e il massacro inferto. La boria nazionalista è così smisurata da non riconoscere intelligenza in chi si china sui morti senza controllare prima il passaporto, specie i morti bambini, troppo precoci destinatari della catalogazione nazionale, religiosa e ormai neo-razziale che devasta la testa degli adulti, dei capi assatanati e degli attivisti ossessi che hanno come solo obiettivo uccidere per sopravvivere. Bibi piazza i suoi megafoni sulla testa piagata del nemico, ostenta all’occhiello il suo predomino tecnologico e manda i suoi sciami di droni a colpire chi pretende di non dividere l’umanità in Nazioni, e va per mare credendo sia vero e rispettato il codice (antico!) della navigazione in acque internazionali. La scala rovesciata dei nazionalisti (la Nazione è smisuratamente più importante del Mondo, pur essendone, obiettivamente, una infima porzione) sta vincendo, forse ha già vinto. Non c’è più niente di credibilmente inter-nazionale. Tutto è solo Nazione.

La Nazione mette a riposo la ragione, dispensa dalla fatica di pensare e, non sia mai, di nutrire dubbi non solamente sugli altri, perfino su se stessi: “il popolo russo non è abituato a pensare” è la frase, annichilente, terminale, che la figlia di Anna Politkovskaya ci ha consegnato pochi anni fa. Chissà in quale percentuale il popolo israeliano, che ha una tradizione millenaria di confutazione e discussione, è ancora nelle condizioni di pensare. E mentre Bibi sciorina all’Onu il suo diario minimo credendolo la Bibbia, un manipolo di gente inerme e senza-Nazione, sulle barche della Flotilla, sa di poter contare solamente sulla propria buona stella. Volendo scovare anche dentro una mediocre pagina – il discorso di Netanyahu all’Onu e contro l’Onu – un elemento positivo, quel discorso ci aiuta a mettere a fuoco che il nazionalismo israeliano non è poi così differente dagli altri. Lo valutiamo sempre, come è inevitabile che sia, alla luce della storia orribile di persecuzione e sterminio che gli ebrei hanno subìto. Capiamo a stento come da quella storia di perseguitati possa sortire, sia pure solo in una parte di quel popolo, un simile spirito di persecuzione – e desta incredulità, dolore, scandalo scoprirlo. Ma il nazionalismo è piatto: uguale ovunque, Noi abbiamo ragione, Noi vinceremo, e a indicarci la strada è Dio in persona. Sono fatti con lo stampino, i leader nazionalisti. L’attuale governo israeliano non è per niente eccezionale, il suo riduzionismo ottuso e violento (Nazione contro Mondo) è uguale a quello dei capoccia “patriottici” di mezzo pianeta, niente di più niente di meno. È l’altro pezzo di umanità, quello che antepone i diritti umani alla Nazione, la promiscuità alla purezza, dunque la convivenza alla guerra, e il rispetto del vivente, e dei viventi, a tutte le religioni del Libro, a doversi riorganizzare come se si fosse al punto zero. E i discorsi di Trump e Netanyahu all’Onu sono una buona approssimazione di quello che possiamo definire: punto zero.

Nell’immagine: Genova, 22 settembre. In piazza per Gaza 


Bibi su Gaza come i negazionisti della Shoah. E rende Israele un ghetto emarginato da tutti

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Di Anna Foa, La Stampa

Il discorso del premier israeliano all’Onu, in un’aula semidesertadove la maggior parte dei delegati aveva in una fila ordinata e silenziosa abbandonato la sala, ben rappresenta l’isolamento raggiunto negli ultimi mesi da Israele in seguito alla politica del suo governo, segnando un confine mai raggiunto prima fra Israele e il resto del mondo, Europa compresa.

Ed è questa la novità rispetto a quando non molti mesi fa Netanyahu pronunciò all’Onu riunito in Assemblea quel suo discorso in cui affermava di trovarsi di fronte a una palude di antisemitismo. Ieri il ciclo si è compiuto: i Paesi europei che hanno riconosciuto lo Stato palestinese sono, per Bibi, tutti antisemiti. Si tratta di quell’Occidente che finora aveva mantenuto, sia pure a fatica e con molte critiche, i suoi legami con lo Stato nato nel 1948 dopo la tragedia tutta europea dello sterminio nazista degli ebrei. E dove il termine antisemita non è stato esplicitamente pronunciato dal premier israeliano, l’accusa di sostenere Hamas lo ha evocato direttamente. Un’Europa terrorista, fautrice di Hamas, antisemita dunque.

L’accusa di antisemitismo, che Israele sta rovesciando su quanti non condividono lo sterminio dei gazawi, l’attacco continuo ai palestinesi della Cisgiordania, la minaccia di annessione della stessa Cisgiordania, fa il paio con il rifiuto di riconoscere la realtà di Gaza: la fame non esiste e se esiste è frutto delle azioni di Hamas, ha detto Bibi davanti all’Assemblea dell’Onu. L’uccisione indiscriminata di civili è una bugia degli antisemiti, ha ribadito in risposta alle accuse di genocidio, come provano i proclami dell’esercito che invitano ad abbandonare le zone che l’esercito bombarda, come se quei civili avessero un posto dove andare, una strada da percorrere senza rischi, un luogo dove posare in sicurezza.

Quando ragionamenti simili sono stati applicati alla Shoah, quando alcuni hanno detto che i morti nei campi morivano di tifo, e che le camere a gas non esistevano, è stato per loro coniato il termine di negazionisti. Là si negavano le prove, qui, siccome le prove stanno nelle rovine di quelle città, nei cadaveri sepolti sotto le rovine, si negano le intenzioni; come può essere definito genocidio, quando si avvisa prima di sparare?

Finiremo il lavoro ha aggiunto il premier israeliano. Un lavoro che finora ha realizzato oltre sessantamila morti, in maggioranza civili, la distruzione della maggior parte della Striscia, ma non la distruzione di Hamas né la liberazione degli ostaggi, come ben sanno le loro famiglie che da due anni scendono in piazza per chiedere a Netanyahu di salvarli, molti dei quali assistevano a New York ad un discorso che ne rappresentava l’annuncio di morte. Qualche giorno fa soltanto, il più estremista dei ministri di Netanyahu, Bezalel Smotrich, quello che pensa che uccidendo i palestinesi si affretterà la venuta del Messia, si è proposto come boia per finire questo lavoro. E finito il lavoro, si proclamerà la grande Israele sulla terra promessa da Dio al suo popolo?

Piange il cuore nel vedere come si è ridotto il sionismo delle origini, che pure non è mai stato certo tutto rose e fiori, come la Nakba ben dimostra. Cosa hanno a che fare uomini come Netanyahu con i Martin Buber, i Gershom Scholem, con quanti alla nascita dello Stato sostenevano la necessità di una pacificazione con i palestinesi? Perfino Begin si è dimesso dopo il massacro di Sabra e Chatila, in cui pure gli israeliani non avevano agito in prima persona. Oggi si esalta a piene voci il massacro, non si prova vergogna di uccidere vecchi e bambini. E i giusti fra gli ebrei che vi si oppongono vengono dileggiati e minacciati. E il premier lo va a proclamare arrogantemente all’Assemblea generale dell’Onu, lo stesso organismo che nel 1947 ha votato la nascita di Israele. Tutto questo scava, ha ormai scavato, un solco profondissimo fra Israele e il resto del mondo. Questa la novità di queste ore, rappresentata dal discorso di un capo di Stato incriminato come criminale di guerra. E che fa macabramente riecheggiare dagli altoparlanti nella Gaza devastata il suo discorso di sfida all’Onu e di esaltazione della forza.

Tutta propaganda? Si interpreta. Un discorso rivolto a Trump da una parte, ai propri estremisti dall’altra. Forse, ma intanto i gazawi muoiono e Israele diventa un ghetto, chiuso al resto del mondo, con conseguenze inimmaginabili sulla sua democrazia interna. E ne escono anche annientati gli ebrei della diaspora, che nella grande maggioranza non hanno avuto il coraggio di opporsi a una politica che, fra le altre cose, negava tutto dell’ebraismo, della sua cultura, della sua storia. Per questo la morte annunciata dei palestinesi può diventare anche la fine del mondo ebraico, degli ebrei della diaspora come di quelli di Israele.Una fine che il discorso di Netanyahu all’Onu annuncia, per oggi o per domani.

Nell’immagine: molti delegati abbandonano l’aula dell’Assemblea Onu in segno di protesta poco prima dell’inizio del discorso di Benjamin Netanyahu.


Illusione nucleare, ideologia a perdere

Qualcosa è successo nell’opinione pubblica che manifesta per Gaza. C’è sempre un momento in cui il popolo dice no 

Di Daniela Passeri, il manifesto

Un’aspirazione o, se volete, un’illusione, tardiva rispetto all’urgenza della decarbonizzazione, ideologica, più onerosa del solare e dell’eolico, senza garanzie di sicurezza, legata a un vecchio paradigma che va superato. La ventesima edizione del World Nuclear Industry Status Report 2025 (Wnisr) fotografa contraddizioni e rischi mai risolti dell’energia dell’atomo mettendo in evidenza le bugie della sua narrazione salvifica. Il rapporto indipendente sullo stato dell’industria nucleare globale è stato presentato lunedì scorso a Roma da Kyoto Club con Coordinamento Free, Fondazione Heinrich-Böll, Fondazione Friedrich-Ebert, Ufficio Federale Tedesco per la sicurezza della gestione delle scorie nucleari (Base) e Mycle Schneider, autore principale e coordinatore del volume (590 pag., scaricabile on-line) a cui hanno contribuito 16 autori di 11 Stati tra docenti, analisti, consulenti in politiche energetiche, ricercatori, esperti di brevetti, ecc.

SAREBBE «INCOERENTE», secondo il Wnisr, alimentare con centrali nucleari i data centre hyperscale, dove si sviluppa intelligenza artificiale, perché gli orizzonti temporali non corrispondono: i data center hanno bisogno di energia a breve termine mentre le centrali nucleari necessitano di molti anni per essere sviluppate, pianificate e costruite, a differenza delle centrali fotovoltaiche concorrenti che possono essere configurate nell’arco di pochi mesi.

NEMMENO PER I GRANDI complessi industriali che necessitano forniture continue di elettricità, il nucleare può essere risolutivo perché i reattori stessi hanno bisogno di flessibilità e di potenti connessioni alla rete «per compensare la loro mancanza di flessibilità e possibili interruzioni»: quindi, l’energia dell’atomo non offre particolari garanzie di continuità di fornitura (firm power) rispetto ad altre fonti. Per simili motivi, secondo gli esperti del Wnisr, non regge la motivazione per la quale il nucleare sarebbe necessario come tecnologia abilitante delle fonti rinnovabili: «gli impianti nucleari non forniscono il tipo di energia dispacciabile» che serve a tenere in equilibrio la rete elettrica per gestire i picchi del solare e dell’eolico e la domanda variabile. Quanto al prezzo dell’energia, il Wnisr fa riferimento ad un documento della Banca d’Italia (L’atomo fuggente, giugno 2025) in cui si sottolinea che è improbabile che un ritorno al nucleare in Italia possa avere un impatto significativo sul prezzo finale dell’elettricità «poiché anche i reattori modulari (il nucleare cosiddetto “piccolo”, o di quarta generazione, ndr) rimangono investimenti ad alta intensità di capitale, caratterizzati da rendimenti sul lungo termine».

PERCHÉ, DUNQUE, INCAPONIRSI SUL NUCLEARE? La spiegazione va ricercata secondo il Wnisr, in motivazioni ideologiche, geopolitiche, militari. «Coloro che sono ancora legati al vecchio paradigma (nucleare), sia per interessi acquisiti, ragioni ideologiche o profonda identificazione con attività passate e strutture in declino, preferiscono adoperarsi per rinnovare le antiche glorie dell’energia nucleare piuttosto che adottare l’insolito nuovo mix di tecnologie (rinnovabili), che coinvolge tutti i livelli di stakeholder, compresi i cittadini che non si sono mai interessati all’elettricità». Se il vecchio è duro a morire, le ragioni vanno ricondotte alle sue origini duale use. L’ultra nuclearista Presidente francese Emmanuel Macron non ne ha mai fatto mistero: «Senza nucleare civile non c’è nucleare militare; senza nucleare militare non c’è nucleare civile», disse visitando il sito industriale di Framatome l’8 dicembre del 2020. Non sfugge che il 95% di tutti i progetti in costruzione (60 su 63) si trovano in Stati che posseggono armi nucleari o vengono realizzati da aziende controllate da tali Stati.

SONO 408 I REATTORI NUCLEARI ATTIVI nel mondo al 31 luglio 2025 in 31 Stati (uno in meno rispetto al 2024, dopo che Taiwan ha spento l’ultimo nel maggio scorso), oltre a 33 reattori interrotti a lungo termine, 6 dei quali in Ucraina, 19 in Giappone. Rispetto al picco del 2002, esistono 30 reattori in meno, ma con una potenza record di 369,4 GW, che hanno generato 2.677 TWh di elettricità, il 9% del mix energetico mondiale, la percentuale più bassa degli ultimi 40 anni (nel 1996 l’energia atomica rappresentava il 17,5%).

IL SETTORE È SEMPRE MENO RILEVANTE malgrado l’exploit della Cina che negli ultimi 20 anni circa ha collegato alla rete 59 reattori e ne ha in costruzione altri 32, solo uno fuori dai suoi confini nazionali. A dominare il mercato internazionale del nucleare però è la Russia, con 27 centrali in costruzione, 20 delle quali dislocate in sette nazioni estere. Mosca è anche uno dei principali fornitori di combustibile nucleare (che implica estrazione dell’uranio, conversione, arricchimento e fabbricazione delle barre di combustibile) per i circa 50 reattori Vver in esercizio in vari Stati, 19 dei quali in Eu. Il rapporto sottolinea i vincoli di subordinazione che si instaurano in virtù di queste forniture e definisce «un forte segnale di dipendenza» il fatto che Bruxelles non ha imposto alcuna sanzione sul nucleare alla Russia (senza trascurare che anche la Russia ha stretto non trascurabili legami con l’Occidente sul nucleare, analizzati in particolare nel Wnisr 2024).

SE IL NUCLEARE ARRETRA E PERDE IMPORTANZA, le rinnovabili continuano la loro corsa. Basti il dato della Cina, dove la crescita della capacità nucleare nel 2024 è stata di 3,5 GW, a fronte di 278 GW di fotovoltaico installati. In Europa per la prima volta nel giugno 2025 il fotovoltaico è diventato la prima fonte per la produzione di elettricità, attestandosi al 22,1% nel mix energetico. Il confronto tra i prezzi è eloquente: secondo un recente studio del Fraunhofer Istitute per la Germania, il Lcoe (costo livellato dell’energia, calcolato sull’intero ciclo di vita di un impianto) per il fotovoltaico di grande scala è di 4,5 centesimi di dollaro per kWh, per quello di scala domestica è di 6,8 centesimi, per il gas si sale a 9,6 centesimi, per il carbone a 18,8 centesimi, mentre il nucleare può variare tra i 14,8 e i 53 centesimi.

SE LE SPERANZE PER IL FUTURO DEL NUCLEARE sono riposte nello sviluppo dei piccoli reattori modulari (SMRs, Small Modular Reactors, di potenza inferiore a 300 MW), quelli che si potrebbero costruire “in serie”, succede perché, si sottolinea nel rapporto, «industria, politici, investitori, e, non per ultimi, i media, continuano a descrivere gli SMRs come una tecnologia sicura e indispensabile per risolvere l’emergenza climatica, e, più di recente, per fornire energia al proliferare di data centre e per l’intelligenza artificiale». Se questa narrazione è diventata di dominio pubblico lo dobbiamo «al continuo impegno finanziario e sostegno politico offerto alla tecnologia SMR da svariati governi, venture capitalist e dall’industria nucleare stessa».

EPPURE, NEL MONDO OCCIDENTALE, di SMRs non ne è stato costruito nessuno, sebbene se ne parli almeno dagli anni Ottanta. La sfida non è tanto tecnologica, quanto economico-finanziaria: nel nucleare “piccolo è bello” non funziona, o meglio, non rende. Il primo impianto commerciale SMRs è stato connesso alla rete in Cina nel 2023, ma si sa poco della sua operatività, del perché la sua potenza sia stata ridotta da 200 a 150 MW, se sia affidabile e redditizio. In Russia esistono due SMRs da 35 MW ciascuno installati sulla chiatta Akademik Lomonosov in un porto siberiano, mentre non è noto quanti altri piccoli reattori simili siano in costruzione: secondo l’agenzia di stampa Tass sarebbero dieci. Tra i vari progetti annunciati e approvati, uno è canadese e dovrebbe essere il primo SMRs dei paesi Occidentali, cui dovrebbe seguire l’i-SMR (dove “i” sta per innovative) della Corea del Sud di cui si attende l’approvazione del progetto nel 2028.

DURANTE LA VISITA DI TRUMP A LONDRA della settimana scorsa è stato firmato un accordo Usa-Uk per il “mini-nuke”, che proprio “mini” non è visto che Rolls Royce sta sviluppando reattori da 470 MW (57% in più di potenza rispetto allo standard di 300 MW) per i quali il governo inglese ha stanziato 3,4 miliardi di dollari, accanto ad altri 3,4 miliardi per la ricerca sulla fusione nucleare e a ben 18,8 miliardi per lo smantellamento di centrali nucleari dismesse.

IL FARDELLO CHE GLI STATI NUCLEARISTI si trascinano è pesantissimo, tra decommissioning, gestione delle scorie nucleari e di eventuali disastri, ma è un aspetto che «spesso gli Stati trascurano», secondo gli autori del Wnisr.

Nell’immagine: la centrale nucleare della Exelon Corp. a Byron, Illinois