L’addio americano alla democrazia

Negli Stati Uniti assistiamo a una rivoluzione a tutti gli effetti salvo nel nome. Non ascrivibile all’uomo solo al comando. Concentrarsi sulla psicologia di Trump è il miglior modo per non capire il cambio di regime in corso 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Gli Stati Uniti d’America stanno finalmente cambiando regime dopo aver passato la vita a cercare di cambiare gli altrui. Trumpsta pilotando il congedo dalla democrazia liberale, canonico marchio da esportazione. Non certo di origine, vista la cura dei padri fondatori nello scoraggiare la partecipazione popolare alla politica, anche per carenza di domanda. La costituzione non verte tanto sul testo quanto sull’American way of life, leggi perseguimento della felicità individuale. Quindi sul precetto che il governo federale deve interferire il meno possibile nelle vite dei cittadini.

Nella storia moderna non si ricorda potenza così aliena alla politica. Tanto che il coma da cui non sembra riprendersi il Congresso, già cuore del sistema, non suscita speciali emozioni. A eccitare il pubblico sono le spaccature che incrinano la nazione.

Molti americani non si riconoscono reciprocamente tali. Clima che facilita la rivoluzione dall’alto condotta da Trump applicando ricette elaborate nei dettagli dai suoi think tank di riferimento, Heritage Foundation in testa. Cucinate e servite all’istante via ordini esecutivi modellati sugli ukaz del Cremlino.

Il pennarello nero agitato con gusto dal presidente è l’icona mediatica del Trump bis, che non esclude il ter. Sul quale l’ultima parola dirà eventualmente la Corte Suprema, unico contropotere capace di complicare i piani dello scatenato tycoon. Se, come pare, la sua componente destrorsa si dimostrerà meno corriva del previsto verso la Casa Bianca, la prospettiva di un duello all’ultimo sangue fra i due veri centri del potere americano si farà concreta.

Assistiamo a una rivoluzione a tutti gli effetti salvo nel nome. Non ascrivibile all’uomo solo al comando. Concentrarsi sulla psicologia di Trump, indubbiamente eccentrica, con tratti patologici, è il miglior modo per non capire il cambio di regime in corso. L’accentramento delle decisioni sul presidente e sulla sua squadra, tutt’altro che omogenea, deriva dalla crisi di legittimazione del sistema più di quanto la produca.

Se ci concentriamo troppo sulla superficie istituzionale perdiamo di vista l’ambizione antropologica della galassia trumpiana: creare il nuovo homo americanus, ossia reinventare quello dei ruggenti anni Cinquanta, riferimento biografico di Trump e socioculturale delle teste d’uovo che lo cavalcano — o tentano di farlo. Il presidente attinge alla grammatica razzista che vede nei bianchi una maggioranza oppressa, che rischia di scadere a minoranza entro il 2050 se il vantato scudo anti-migranti non si mostrerà effettivo.

Il nuovo/vecchio americano dei sogni trumpisti è inteso libero dai liberal. Nemici assoluti. Traditori della patria, colpevoli di aver dimenticato i “deplorevoli” lavoratori bianchi per favorire migranti e minoranze colorate. Per di più tendenti a esprimersi con arroganza, saccenteria fuori posto visto lo stato di crisi in cui versa il Paese conquistato dai “deplorevoli” di ceto basso e modesta cultura.

Se ci concentriamo troppo sulla superficie istituzionale perdiamo di vista l’ambizione antropologica della galassia trumpiana: creare il nuovo homo americanus, ossia reinventare quello dei ruggenti anni Cinquanta, riferimento biografico di Trump e socioculturale delle teste d’uovo che lo cavalcano — o tentano di farlo. Il presidente attinge alla grammatica razzista che vede nei bianchi una maggioranza oppressa, che rischia di scadere a minoranza entro il 2050 se il vantato scudo anti-migranti non si mostrerà effettivo.

Il nuovo/vecchio americano dei sogni trumpisti è inteso libero dai liberal. Nemici assoluti. Traditori della patria, colpevoli di aver dimenticato i “deplorevoli” lavoratori bianchi per favorire migranti e minoranze colorate. Per di più tendenti a esprimersi con arroganza, saccenteria fuori posto visto lo stato di crisi in cui versa il Paese conquistato dai “deplorevoli” di ceto basso e modesta cultura.

Lo scollamento domestico è visibile nello sfilacciamento delle legature sociali e delle regole istituzionali, nella crisi di famiglie e comunità che sfocia nella devastante diffusione di droghe pesanti. Sullo sfondo, il fallimento della globalizzazione cantata e suonata da Clinton e successori, sia sul fronte economico interno sia coltivando l’utopia di americanizzare il mondo a colpi di mercatismo. Missione fondata sull’esorbitante privilegio del dollaro e sul ruolo di compratore di ultima istanza del surplus universale esibito dall’America liberal-imperiale. Nell’impossibilità di gestire un impero senza limiti, la repubblica denuncia una forse irreversibile crisi d’identità.

A noi provinciali dell’impero in regressione, la rivoluzione trumpiana impone costi cui non siamo preparati. Non solo materiali, come quelli prodotti dai dazi o dal rifinanziamento delle spese militari acquistando di preferenza armi americane, a scapito di quel che residua dello Stato sociale. Soprattutto psicologici e culturali, perché il capocordata ha ormai altre priorità, esterne al perimetro atlantico.

Se poi, come temiamo probabile, la svolta trumpiana non guarirà l’America dai suoi mali ma li accentuerà, saremo chiamati a prendere con la nostra testa decisioni fino a ieri impensabili. Anche a rischio di irritare il distratto principale e di affrontare mischie fra europei più svelti di noi nell’adattarsi al ciascuno per sé nessuno per tutti. Non il nostro forte.

Nell’immagine: Washington: una gigantografia di Donald Trump sulla facciata del Dipartimento del Lavoro


Rachman: “Vittoria di Putin che così esce dall’isolamento”

Negli Stati Uniti assistiamo a una rivoluzione a tutti gli effetti salvo nel nome. Non ascrivibile all’uomo solo al comando. Concentrarsi sulla psicologia di Trump è il miglior modo per non capire il cambio di regime in corso 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Un summit che dà a Putin l’occasione di uscire dall’isolamento internazionale, a Modi un’opportunità di partnership con la Cina dopo la sua irritazione nei confronti di Trump e a Xi Jinping una vetrina per affermarsi sempre di più come il leader del Sud Globale. Gli unici a perderci sono l’America e l’Europa, anche se quest’ultima, facendo la mossa giusta, potrebbe cercare di riempire almeno in parte il vuoto lasciato da Washington nelle relazioni fra Occidente e India». È l’opinione di Gideon Rachman, principale commentatore di affari internazionali del Financial Times e autore di L’era dell’uomo forte, sugli incontri in corso in questi giorni a Tianjin per la Conferenza di Shanghai per la Cooperazione.

Quale è il maggiore significato di questi colloqui, Rachman?

«Il massimo significato è per l’India. Erano sette anni che Modinon andava in Cina. Stavolta ci è arrivato sullo sfondo di un drastico peggioramento dei rapporti fra Delhi e gli Stati Uniti. L’America aveva costruito per vent’anni una relazione con l’India, Donald Trump l’ha mandata in fumo in pochi mesi: non si capisce se l’abbia fatto consapevolmente o meno, ma il risultato è comunque identico. A Modi non è piaciuto per niente il modo in cui il presidente americano si è attribuito il merito della fine delle ostilità brevemente scoppiate di recente fra India e Pakistan. E poi sono arrivati i dazi imposti da Washington, che danneggiano l’economia indiana. Per ragioni di orgoglio nazionale, simboliche e concrete, la risposta è un avvicinamento di Modi alla Cina. A scapito degli Usa e in generale dell’Occidente».

Ma è credibile che nel lungo termine due giganti come Cina e India siano “partner, non rivali”, come ha detto il presidente cinese Xi a Modi nel loro colloquio bilaterale?

«Nel lungo termine, probabilmente no. Ma nel breve e medio termine, se gli Stati Uniti non cambiano atteggiamento, è certamente possibile e nell’interesse di entrambi».

E cos’ha da guadagnare Vladimir Putin da questo carosello di consultazioni in Cina?

«In primo luogo, ci guadagna qualcosa per il solo fatto di esserci: è un modo di rompere l’isolamento internazionale. Modi è già stato a Mosca: se invitasse Putin a Nuova Delhi sarebbe un notevole punto a favore del capo del Cremlino. Il presidente russo può inoltre consolidare l’alleanza con Pechino, che continua a fornirgli assistenza militare e a sostenerlo nella guerra in Ucraina, sebbene non al punto di scatenare una terza guerra mondiale. Infine, sia per Putin che per Xi, è l’occasione di portare dalla propria parte il cosiddetto Sud Globale, di cui l’India è uno dei pesi massimi, anche questo in antitesi all’Occidente».

E cosa ci guadagna la Cina?

«Il ruolo di leader globale, che predica stabilità e mantiene rapporti con tutti, mentre l’America, leader dell’Occidente, è guidata da un leader instabile e pronto a litigare con tutti. Pechino ci tiene a stringere le relazioni con gli altri Paesi del Brics e con il resto dell’Asia, compresa la Corea del Sud: questo vertice fornisce a Xi una vetrina perfetta. Anche nella prospettiva di cosa fare con Taiwan: finché l’America e l’Europa sono distratte dalla guerra in Ucraina, Pechino si sentirà più libera di agire come ritiene opportuno».

Ecco, l’Europa: cosa possono fare la Ue e il Regno Unito di fronte a simili sviluppi?

«L’unica mossa possibile è offrire una sponda alla potenza asiatica democratica che l’America ha abbandonato: l’India. Allontanandosi da Trump, Modi è in cerca di partner politici ed economici. Ne può trovare in Cina e in Russia, ma probabilmente sarebbe interessato anche all’Europa, se Bruxelles e Londra sapranno giocare bene le proprie carte».


Podolyak, il consigliere di Zelensky: “Senza guerra la Russia non esiste”

Negli Stati Uniti assistiamo a una rivoluzione a tutti gli effetti salvo nel nome. Non ascrivibile all’uomo solo al comando. Concentrarsi sulla psicologia di Trump è il miglior modo per non capire il cambio di regime in corso 

Di Francesco Semprini, La Stampa

«Nel nuovo corso negoziale sono emerse novità fondamentali, come l’unità dell’Europa, il suo allineamento all’Ucraina e l’apporto concreto di Donald Trump ad individuare una soluzione al conflitto». A parlare è Mykhailo Podolyak, consigliere del capo di Gabinetto di Volodymyr Zelensky, tra i fidatissimi del sesto presidente ucraino, che sottolinea il ruolo chiave svolto dalla premier italiana Giorgia Meloni«nell’agevolare la triangolazione tra Stati Uniti, Unione Europea e Ucraina».

Qual è il clima a Kiev sul nuovo corso negoziale avviato coi vertici di Anchorage e Washington?
«Sono emersi diversi aspetti importanti, a mio avviso anche simbolici. Primo fra tutti, l’unità dell’Europa. La presenza contestuale del presidente Zelensky e dei leader dell’Unione europea sottolinea due punti fondamentali: l’Ucraina è parte integrante dell’Europa, è indispensabile per la sicurezza paneuropea, e l’Europa è perfettamente allineata con le posizioni di Kiev sulla fine della guerra. Di conseguenza, Trump ha assunto una posizione corretta ed equilibrata, ribadendo di essere realmente interessato alla fine della guerra. Al contrario di Putin che non tutti hanno ancora compreso: ma col tempo, credo, lo faranno. Per la Russia, infatti, la guerra è sinonimo di soggettività politica. Senza guerra, non esiste Russia».

«Per gli Usa la guerra si inserisce in un quadro più ampio, per dirla con un termine di Brzezinski, una scacchiera. Devono tenere conto del confronto con la Cina, dell’influenza della Russia in Medio Oriente, della dipendenza energetica dell’Europa dalle risorse russe, o delle opportunità dell’India di rivendere grandi volumi di petrolio russo. Quello che però mi piace di Trump è la capacità di accelerare i processi. Siamo stati tre anni e mezzo in una situazione di stagnazione, senza soluzioni. Trump le propone, possono piacere o meno, ma lui dice: “Andiamo avanti, concludiamo in questo modo”. Da un lato è un acceleratore di processi globali, dall’altro funge da mediatore».

Che cosa si aspetta da un eventuale incontro bilaterale tra Zelensky e Putin?
«Mi aspetto soltanto una dimostrazione di logica e di antilogica. Sarebbe un esercizio di sofismi, ma bisogna arrivarci preparati. Credo che il presidente Zelensky sia perfettamente pronto e che questo confronto sarebbe indicativo, anche agli occhi dei Paesi del Sud globale: un aspetto cruciale».

È possibile raggiungere la pace direttamente, senza un cessate il fuoco?
«No, naturalmente. È impossibile arrivare alla pace mentre proseguono operazioni militari intense, con continui attacchi con missili e droni, con un Paese intero ormai strutturato per la guerra. Quando la guerra è diventata l’unico strumento di politica estera. Senza un cessate il fuoco non si può fermare la guerra, perché comporta decisioni concrete da parte della Russia. Per esempio, cosa fare con i tanti militari responsabili di crimini contro i civili?».

Che idea si è fatto dell’assassinio di Andriy Parubiy?
«Indubbiamente, Andriy Parubiy è stato un grande statista e in Russia era percepito come una figura estremamente importante per l’Ucraina. Pertanto, a mio avviso, l’omicidio è una sfida allo Stato, un tentativo di esercitare ulteriore pressione psicologica sulla società ucraina, per dimostrare che nessuno può essere protetto in Ucraina».

Quali sono oggi le garanzie minime di sicurezza che vengono richieste per l’Ucraina?

«C’è il monitoraggio del cessate il fuoco, la modernizzazione e l’ampliamento delle forze armate ucraine, le forniture militari e gli investimenti in produzione bellica di livello superiore, non solo in Ucraina ma anche in Europa. Quindi servono decisioni sulla presenza di truppe straniere e non solo. Gli Usa, ad esempio, hanno dichiarato di poter garantire la presenza aerea. A questo si aggiunge un rafforzamento della difesa antimissile. Infine, c’è un’ulteriore elemento, il più complesso da discutere: la possibilità di installare lungo il confine orientale basi missilistiche nell’ambito di programmi di contenimento della Russia».

Considera valida la formula dell’Articolo 5 della Carta Nato, e applicabile anche all’Ucraina senza una sua adesione all’Alleanza?
«C’è un’iniziativa italiana, la premier Meloni ne ha parlato più volte, ed è interessante. C’è un problema intrinseco, tuttavia, nell’Articolo 5: non è vincolante. Non obbliga i membri dell’Alleanza a entrare automaticamente in azione con un Paese aggressore, prevede soltanto consultazioni obbligatorie. L’Ucraina invece vuole impegni giuridici vincolanti. Detto ciò, l’Articolo 5 può comunque costituire una buona base se integrato con modifiche legali. Anche senza adesione formale alla Nato, può essere applicato in Ucraina. Esiste l’Articolo 5, esiste la difesa collettiva, e possiamo avere accordi multilaterali con singoli Stati membri, che si traducano in azioni concrete e vincolate dal diritto».

Fino a che punto l’Ucraina è pronta a un compromesso territoriale?
«Qui va posta la questione nei termini giusti, richiamandosi al presidente dell’Ucraina. Non esiste alcun concetto di “scambio territoriale”. Mosca vuole “scambiare” territori ucraini non occupati con altri territori ucraini non occupati, perché non riesce a conquistare militarmente. Questo non è uno scambio: è un aiuto all’occupazione. Lo scenario più realistico è quello di una guerra congelata, con territori di fatto occupati che dovranno essere restituiti attraverso una forte pressione economica e diplomatica su Mosca».

L’Italia che ruolo ha, a suo avviso, in questo complicato contesto negoziale?
«L’Italia è estremamente attiva e, soprattutto, lo è Giorgia Meloni, che si impegna molto nell’organizzare la discussione corretta nella triangolazione Ucraina-Stati Uniti-Europa. Si spende con grande energia per rendere questo dialogo – Trump-Zelensky, Trump-Europa – produttivo e concreto. L’Italia è molto presente anche sul piano dell’informazione, parla con chiarezza degli interessi dell’Europa e quindi dell’Ucraina. A mio avviso, oggi in Europa è ormai condivisa la convinzione che l’Ucraina è parte integrante del continente e rappresenta un elemento di base della nuova architettura di sicurezza europea. Da questo punto di vista, l’Italia è estremamente attiva e produttiva. Sta contribuendo a definire con chiarezza la nuova agenda europea, rafforzando la soggettività del continente e trasformando la sua componente militare, sia nella Nato europea, sia nell’Unione Europea».

Nell’immagine: Mykhailo Podolyak, consigliere del capo di Gabinetto di Volodymyr Zelensky 


Trump spinge la sinistra a diventare liberista

Negli Stati Uniti assistiamo a una rivoluzione a tutti gli effetti salvo nel nome. Non ascrivibile all’uomo solo al comando. Concentrarsi sulla psicologia di Trump è il miglior modo per non capire il cambio di regime in corso 

Di Alessandro De Nicola, La Stampa

È proprio vero che le vie della provvidenza sono infinite. Le politiche protezionistiche e dirigiste dell’amministrazione Trump, con dazi doganali, interventi statali come l’acquisizione di partecipazioni in Intel e attacchi all’indipendenza della Federal Reserve, stanno infatti generando un effetto inatteso: una parte della sinistra americana e globale, negli ultimi anni sempre più critica del libero mercato, sta riscoprendo i suoi valori e il principio della meritocrazia. Questo paradosso politico, in cui le mosse dell’odiato Trump pongono sotto una luce diversa i principi del liberalismo, potrebbe preludere a un parziale riallineamento ideologico?

Intendiamoci bene: la distinzione tra destra e sinistra è posticcia e sotto certi versi insensata. Come hanno insegnato pensatori come Friedrick von Hayek la vera demarcazione è tra dirigisti e individualisti, cioè tra chi propugna un ruolo dello Stato preponderante nella vita sociale ed economica di una comunità e chi invece difende le ragioni dell’individuo: i due campi sono chiari fin dai tempi dell’Antica Grecia.

La differenza politica si esprime tra socialisti e liberali, con molte gradazioni. Tra i socialisti, ad esempio, ci sono quelli democratici, i comunisti e i nazional-socialisti con la loro enfasi sulla patria se non proprio sulla razza. Anche tra i liberali, naturalmente, ci sono distinzioni tra progressisti e conservatori sebbene i principi dello stato di diritto e della difesa di vita, libertà e proprietà li accomuni tutti. Andando più sul pratico, però, nel mondo occidentale oggi possiamo dire che la sinistra è divisa tra una componente più radicale (Melenchon, Sanders o Fratoianni) e una più moderata (i partiti che appartengono al Pse o la maggioranza dei Democratici Usa) ed è in questa seconda componente che potrebbe risuonare l’“effetto Trump”.

I dazi di Trump, come il 25% su Canada e Messico o il 100% sulla Cina, hanno scatenato critiche trasversali. Negli Stati Uniti, figure di sinistra come la senatrice Elizabeth Warren hanno denunciato l’aumento dei costi per i consumatori, difendendo un commercio globale più aperto.

Gavin Newsom, governatore molto liberal della California, ha ironizzato sui dazi, definendoli «un boomerang economico». Questa svolta liberoscambista richiama una lunga tradizione della sinistra: nell’Ottocento, i Whig inglesi, ala progressista del Parlamento, erano ferventi liberisti e liberoscambisti, opponendosi ai Tory protezionisti.

Secondo un recente e accurato sondaggio condotto da Ipsos per il Chicago Council on Global Affairs, il 74% dei Democratici vede favorevolmente un approccio liberoscambista al commercio internazionale, contro il 34% dei Repubblicani, un vero ribaltone rispetto al passato. L’87% dei Democratici, addirittura pensa che il commercio internazionale sia «una buona cosa» per il proprio standard di vita e per i consumatori e l’84% che sia un bene per l’economia americana.

Adam Smith e David Ricardo sarebbero deliziati. L’acquisizione del 10% di Intel tramite i fondi del Chips Act ha diviso la sinistra americana. Bernie Sanders ha lodato l’intervento statale per proteggere l’industria strategica, ma il senatore Mark Warner ha avvertito che «mina la concorrenza e l’innovazione». Newsom, con sarcasmo, ha twittato: «Trump azionista di Intel? Sembra un remake del film Wall Street, ma senza il fascino» e ha pubblicato una spassosa caricatura di Trump, vestito con la divisa di Stalin con lo sfondo della bandiera rossa con falce e martello, a seguito della notizia che l’amministrazione ha intenzione di acquistare partecipazioni in colossi della difesa come Lockheed Martin, parlando di Donald come il «Glorioso Leader» della Repubblica Socialista degli Stati Uniti.

Critiche simili si sono levate dall’ex segretario al Tesoro di Clinton e consigliere economico di Obama Larry Summers.

Gli attacchi di Trump alla Federal Reserve, con proposte per ridurne l’autonomia, hanno spinto la sinistra a difendere l’indipendenza della banca centrale. Janet Yellen ha sottolineato che «una Fed autonoma è essenziale per la stabilità economica». Persino Alexandria Ocasio-Cortez ha evidenziato il ruolo della Fed nel contenere l’inflazione, che colpisce i più deboli. Questo consenso richiama il valore della meritocrazia istituzionale, dove competenza e indipendenza prevalgono sulle interferenze politiche. Tuttavia, il ruolo della banca centrale indipendente e baluardo contro l’inflazione è sempre stato patrimonio culturale di liberali e conservatori, non di certa sinistra per la quale è la politica che prende le decisioni.

A prescindere dalle posizioni politiche è interessante notare come il milieu intellettuale progressista stia avendo dei ripensamenti. Noah Smith, noto economista liberal (all’americana, quindi di sinistra) molto seguito sui social (360.000 follower su X) ha recentemente pubblicato vari articoli di “scuse” nei confronti dei liberisti. Due guru del giornalismo Usa, Ezra Klein e Derek Thompson, hanno pubblicato il bestseller Abundance in cui propugnano un’«economia dell’offerta progressista». Ricordiamoci che l’economia dell’offerta, che dà importanza alla concorrenza e alla libertà delle imprese di offrire prodotti, fu il vessillo inalberato da Ronald Reagan.

È presto per dire se siamo in vista di un vero e proprio cambiamento radicale come quello che quasi 30 anni fa Tony Blair fece accettare al Labour Party. Però ai lettori italiani non fa male ricordare che i socialisti Fabiani inglesi del XIX secolo, Sidney e Beatrice Webb, H.G. Wells (si, l’autore della Guerra dei Mondi e della Macchina del Tempo) e George Bernard Shaw erano convinti fautori della meritocrazia come mezzo di liberazione delle masse. Esattamente come far nominare dirigente del maggior partito della sinistra italiana il proprio rampollo, in cambio dell’appoggio a un candidato senza alcuna esperienza amministrativa a presidente di un importante ente locale.


Iran, il grande esodo dei rifugiati afghani

Negli Stati Uniti assistiamo a una rivoluzione a tutti gli effetti salvo nel nome. Non ascrivibile all’uomo solo al comando. Concentrarsi sulla psicologia di Trump è il miglior modo per non capire il cambio di regime in corso 

Di Francesca Mannocchi, foto di Alessandro Romenzi, La Stampa

ISLAM QALA/HERAT. A.R. è il primo a scendere dal camioncino che ha trasportato la sua famiglia da Islam Qala, sul confine tra Afghanistan e Iran, a Herat. È il primo a scendere e il più anziano, viaggia con la moglie, tre dei suoi quattro figli e i nipoti. Uno dei figli è rimasto in un centro medico di confine con la moglie che stava per partorire e non avrebbe potuto affrontare altre ore di viaggio. Si erano tutti trasferiti in Iran quattro anni fa, dopo la caduta di Kabul. Hanno cercato un lavoro, un alloggio, e ricominciato una vita lontani da casa. Una vita da esuli.

Una vita faticosa e piena di restrizioni, ma tollerabile. Almeno fino a giugno, quando è scoppiata la guerra tra Israele e Iran. Da allora, dice A.R., i pericoli e i divieti, la paura e gli abusi, sono diventati intollerabili. Non potevano camminare liberamente, non riuscivano a trovare un pezzo di pane per i bambini. Non riuscivano a trovare un ospedale dove far partorire le donne.

Un giorno degli uomini hanno bussato alla sua porta, lo hanno bendato e portato in una caserma, non saprebbe dire dove né se la base militare fosse ufficiale o meno, quello che sa è che le persone che lo hanno prelevato lo hanno accusato di essere una spia del Mossad, i servizi segreti israeliani, e che gli hanno detto di pagare o andare via, perché per gli afgani nel Paese non c’era più posto. Lui ha negato, dopo tre giorni è riuscito a tornare dalla sua famiglia e ha detto loro che era arrivato il momento di tornare in Afghanistan.

E così hanno lasciato tutto e sono partiti di nuovo, percorrendo la strada in direzione inversa a quattro anni fa. A.R. sa che la sua famiglia in Afghanistan non ha futuro. Se ne avessero avuto uno, dice, quattro anni fa non sarebbero fuggiti.

Oggi hanno un terreno a Laghman ma non hanno una casa, hanno braccia per lavorare ma non hanno lavoro, hanno bocche da sfamare ma non hanno cibo.

Due milioni di ritorno dall’Iran

Al valico di frontiera di Islam Qala oggi arrivano dalle cinque alle seimila persone al giorno, a giugno ne arrivavano anche trentamila. Le organizzazioni umanitarie stimano che con le nuove limitazioni e le nuove scadenze imposte dall’Iran, nei prossimi mesi altre cinquecentomila persone potrebbero riversarsi qui. La sabbia e la polvere coprono tutto, le persone e i carretti che trascinano. Arrivano donne, uomini, bambini, in uno spazio troppo affollato per le esigenze sanitarie a cui deve far fronte. Gli operatori umanitari di Intersos dicono che i sistemi sanitari locali non sono attrezzati per gestire situazione e che è necessario un intervento strutturale per far fronte alla crisi dei fondi per gli aiuti destinati all’Afghanistan.

Il governo talebano de facto, riconosciuto solo dalla Russia come governo legittimo dell’Afghanistan, è alle prese con il collasso economico e una crisi umanitaria aggravata dalle sanzioni occidentali e dai tagli draconiani agli aiuti decisi dall’amministrazione Trump a febbraio di quest’anno.

«Assistiamo a una vera e propria emergenza, con milioni di persone che arrivano bisognose di cure sanitarie, sia fisiche che psicologiche, e di supporto economico per poter accedere a beni essenziali come cibo, acqua e alloggio – dice una operatrice umanitaria di Intersos – Molti di loro tornano in un Paese che non conoscono e oltre all’impatto della fuga e degli sfollamenti devono far fronte a uno choc culturale. È fondamentale intervenire tempestivamente, offrendo anche supporto per il recupero della documentazione e per l’accesso a servizi vitali».

Secondo i dati delle Nazioni Unite, quasi due milioni di afgani sono scappati o sono stati deportati dall’Iran da gennaio, dopo la stretta del governo sui rifugiati ritenuti irregolari. Mezzo milione di persone ha attraversato il confine soltanto a giugno, in concomitanza con la guerra tra Israele e Iran. Numeri giganteschi, che rendono quella in corso al confine di Islam-Qala una delle peggiori crisi di sfollati dell’ultimo decennio.

La presenza di afgani in Iran è antica, per quarant’anni il Paese ha offerto riparo a milioni di persone che scappavano dalle continue guerre e dalla povertà, tanto che la diaspora afgana ha raggiunto numeri impressionanti. Secondo le istituzioni iraniane, il Paese ospita dai 4 ai 6 milioni di persone, la stragrande maggioranza dei quali proviene dall’Afghanistan. Numeri che rendono l’Iran il paese che ospita il maggior numero di rifugiati al mondo.

Dopo l’occupazione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, l’Iran aveva accolto milioni di afghani, concedendo loro lo status di rifugiato e dando quindi l’accesso ai servizi.

Ma dagli anni Novanta le politiche sono cambiate e la solidarietà si è trasformata in contenimento. Le frontiere che erano aperte sono state chiuse e i servizi limitati.

Limitati i luoghi in cui potevano vivere (10 province su 31) e anche i lavori che potevano fare, solo quelli pesanti e poco qualificati, gli afgani da decenni hanno difficoltà a acquistare una tessera telefonica o ottenere documenti per regolarizzare la loro posizione nel Paese, il che rende quasi impossibile l’accesso all’istruzione o all’assistenza sanitaria.

Già a marzo il governo di Teheran aveva annunciato una stretta sui rifugiati, fissando per l’estate la scadenza per le “partenze volontarie”, ma dopo la guerra di giugno la repressione si è rafforzata, sono aumentati i posti di blocco, gli arresti, le espulsioni.

L’Iran si giustifica sostenendo che le nuove politiche siano una risposta alla crisi economica, acuita dalla guerra, e siccome nell’effetto domino delle crisi c’è sempre qualcuno a cui va attribuita la colpa, il capro espiatorio in questo caso sono stati i rifugiati afgani, accusati di approfittare degli aiuti, rubare il lavoro e in ogni caso non più benvenuti. Nelle due settimane successive al conflitto con Israele, sono state circa 700 le persone arrestate perché accusate di essere spie e sabotatori al soldo di Tel Aviv, proprio come A.R.

Oggi tornano in un Paese piegato dalla crisi economica, in cui non c’è lavoro, non ci sono case per tutti, non c’è assistenza sanitaria, in cui metà dei quaranta milioni di abitanti ha bisogno di sostegno economico e aiuti umanitari per sopravvivere. Un Paese uscito dai radar dell’attenzione globale e in cui gli appelli delle organizzazioni umanitarie per gli aiuti sono largamente sottofinanziati: quest’anno solo un quinto delle necessità umanitarie è stato finanziato.

Il transito verso un futuro incerto

S.R. ha 27 anni, è appena arrivato al centro di transito di Herat con sua moglie e il loro bambino. Ha 14 giorni. Quando hanno ricevuto il foglio di espulsione S.R. ha chiesto di poter aspettare che sua moglie partorisse, che passasse almeno un po’ di tempo dopo la nascita del bambino. Ma le istituzioni iraniane non ne hanno voluto sapere, così una settimana dopo la nascita di suo figlio i tre si sono messi in viaggio da Teheran, e sono arrivati prima al confine e poi a Herat.

Erano andati via non tanto per il ritorno dei talebani al potere, ma perché non avevano da mangiare, non avevano niente.

S.R. dice che era scappato perché troppe sere andava a dormire senza aver messo in bocca nemmeno un pezzo di pane, e che oggi tornano, non hanno cibo, ma hanno una bocca in più. Dice così «non ci interessano le regole che dovremo seguire, abbiamo tre stomaci vuoti e non abbiamo pane».

Quando arrivano al punto di transito, a Herat, i volti sono diversi, il viaggio dal confine a Herat ha reso tutti più consapevoli, tutti più preoccupati.

Passata la furia dell’attraversamento, le ore sotto i tendoni, le file per i primi documenti, il successivo punto di approdo è un centro di smistamento a Herat. La struttura può ospitare solo 700 persone al giorno, sono divise in tende, spazi per famiglie, o stanze con letti di ferro. Salvo casi eccezionali, gli afgani che arrivano qui possono restare una notte, il tempo di riposare, ricaricare i telefoni, ricevere una piccola somma di denaro che possa garantire loro lo spostamento dal centro e un eventuale ritorno nelle zone d’origine. Il resto è una storia che comincia da zero una volta varcata la soglia del cancello. Una volta tornati, molti si ritrovano in province prive anche dei servizi più basilari, costringendo migliaia di persone a trasferirsi in tendopoli improvvisate o insediamenti informali. Molti arrivano senza più documenti d’identità, rendendo ancora più difficile l’accesso agli aiuti.

È dopo che i rifugiati hanno varcato la soglia del centro di transito che si sente di più la carenza di assistenza, lì che serve più aiuto, è che Intersos, supportata dai finanziamenti dell’Unione Europea, opera con le cliniche mobili fornendo assistenza sanitaria, sia per la malnutrizione che per le donne incinte, sia come supporto per la protezione umanitaria che per quello psicologico.

Molte delle bambine e giovani donne che arrivano al valico di frontiera non hanno mai messo piede in Afghanistan, figlie di rifugiati delle guerre di decenni fa, nate in Iran, oggi tornano in un Paese che non conoscono, e che non hanno mai visto.

Indossano scarpe da ginnastica, i jeans stretti, le camicie alla moda.

Le bambine hanno ciocche di capelli colorate, i brillantini sulle magliette, le madri insegnano loro a indossare l’hijab, le bambine ridono, scherzano, ballano trascinando i veli, ancora inconsapevoli delle regole che dovranno rispettare.

A.R. è originario di Mazar-i-Sharif, ha lasciato l’Afghanistan con i suoi genitori quando era bambino. Prima Mashdad, poi Teheran. Ha iniziato a studiare lì, poi ha lasciato la scuola perché i suoi genitori avevano bisogno che lavorasse e ha cominciato a lavorare come carpentiere.

A Teharan ha conosciuto sua moglie S., anche la sua famiglia è di origine afgana ma lei del Paese non ha praticamente ricordi. S. ha una lunga treccia che le cade sulla spalla, e che il velo copre a malapena, una camicia chiara le copre il ventre e le gambe su cui è seduto il loro bambino di un anno e mezzo. In Iran aveva molta libertà, camminava da sola, lavorava come sarta per aiutare A.R. a pagare l’affitto della stanza in cui vivevano.

Oggi ad attenderla ci sono le regole dell’Emirato Islamico. Non potrà più passeggiare sola, né lavorare. A.R. dice che nessuno dei due aveva scelta, e che questo rientro rappresenta la fine della vita, sia per lui che per sua moglie, che è pronto a rinunciare al suo futuro, perché non aveva alternative, ma che non può rassegnarsi al fatto che  non lo abbiano i suoi figli.