Veronica Noseda – Sarkozy dietro le sbarre, la prima volta di un ex presidente francese

Condannato a cinque anni di carcere per aver patteggiato favori con l'ex dittatore libico Gheddafi 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Zelensky, strategia del passo indietro

Condannato a cinque anni di carcere per aver patteggiato favori con l'ex dittatore libico Gheddafi 

Di Anna Zafezova, La Stampa

“I funzionari del Cremlino devono imparare dove si trovano i rifugi antiaerei”. Volodymyr Zelensky, ormai ospite frequente negli Stati Uniti, stavolta non alla Casa Bianca ma al Palazzo di Vetro, cambia clamorosamente i toni nei confronti della Russia. Difficile non attribuire il passaggio a un registro molto più minaccioso alla recente svolta nella retorica di Donald Trump, che dopo mesi di trattamento di favore nei confronti di Vladimir Putin, ha dichiarato che l’Ucraina può anche vincere la guerra e riconquistare i territori occupati dalle truppe russe. Qualcosa deve essere cambiato, non soltanto nella testa del leader repubblicano, e il presidente ucraino ha colto l’opportunità per dichiarare al mondo che ora è dalla parte dell’Ucraina, e per cominciare forse per la prima volta a parlare della fine della guerra come di qualcosa di possibile e probabile. In un’intervista ad Axios, Zelensky ha promesso che l’Ucraina potrebbe tornare alle urne ancora prima di un eventuale accordo di pace, e che lui non ha per ora in progetto di restare al potere: «Io devo pensare a concludere la guerra, non a ricandidarmi».

Ma prima si tratta di «fermare la Russia», con le cattive visto le buone maniere non hanno funzionato: Zelensky ha rivelato di avere avuto l’ok di Trump agli attacchi a fabbriche militari e infrastrutture energetiche russe, e ha promesso di utilizzare le armi a lunga gittata che gli Usa potrebbero fornire «contro i centri del potere» moscoviti. Finora, era una minaccia russa, quella di colpire i «centri decisionali» di Kyiv (realizzata qualche settimana fa con l’attacco alla sede del governo ucraino). Zelensky promette di non colpire i civili, «perché non siamo dei terroristi», ma ha invitato gli abitanti del Cremlino a informarsi dove andare a nascondersi: «Se non fermano la guerra, avranno davvero bisogno dei rifugi».

La pazienza nel costruire i rapporti con la Casa Bianca repubblicana, nonostante la clamorosa cacciata dallo Studio Ovale a fine febbraio, e mesi in cui il presidente americano corteggiava Putin, srotolandogli tappeti rossi mentre criticava l’Ucraina, sembra aver finalmente pagato. Come aveva promesso Viktor Andrusiv, il politologo ucraino che era stato uno dei consiglieri del primo governo di Zelensky, «prima o poi Donald Trump incontrerà la realtà», e nei giorni di diplomazia intensiva alle Nazioni Unite il capo della Casa Bianca sembra aver fatto proprio il punto di vista dell’Ucraina e dei suoi alleati europei, promettendo anche un «flusso ininterrotto» di armi per resistere all’invasione russa. Resta da capire ovviamente per quanto durerà questo nuovo corso, ma Zelensky sa benissimo che le guerre si vincono anche con le narrazioni, e approfitta della svolta americana per sostituire quella dell’Ucraina martoriata con quella dell’Ucraina vincente, e della Russia «tigre di carta», guidata da un Putin che «ha deluso».

Uno scontro che non ha una dimensione soltanto verbale: mentre i tempi utili per l’offensiva di terra russa si stanno accorciando, Putin ha lanciato un’escalation di missili e droni in Ucraina, ai quali si sono aggiunti le incursioni dei caccia russi nello spazio aereo del Nord e dell’Est europeo. L’annuncio della “autorizzazione” di Trump agli attacchi oltre confine – ma solo in risposta ai raid russi – è un avvertimento al Cremlino, nel caso volesse tornare a bombardare centrali elettriche e termiche ucraine in vista dell’inverno. A Kyiv non ci si fida molto della solidità dell’impegno di Trump, e diverse fonti vicine alla presidenza raccontano ai media occidentali che il leader repubblicano in realtà vorrebbe sfilarsi da una guerra che ha scoperto troppo complicata, e che continua a evitare il discorso di nuove pressioni e sanzioni al Cremlino. Compito che tocca all’Ucraina, e all’Europa. «Colpiremo tutti i giorni», promette Zelensky e, considerato che intanto le file ai distributori di benzina a Mosca e in Crimea continuano ad allungarsi a ogni raffineria russa colpita dai droni ucraini, e che per colmare la voragine del deficit la Banca Centrale russa sta considerando di aumentare l’Iva, i funzionari del Cremlino sanno che il tempo gioca contro di loro. E mentre Zelensky fa capire di non volersi ricandidare – lasciando in quel caso l’amarezza e la fatica della ricostruzione postbellica e del ritorno alla normalità a un successore ancora tutto da individuare – Putin non ha nessuna intenzione di abbandonare il potere, e quindi si assumerà lui la responsabilità di dover gestire la “tigre di carta”.


Il ritorno di Kamala Harris: “Combattiamo il tiranno Trump, la nostra gioia farà la differenza”

Condannato a cinque anni di carcere per aver patteggiato favori con l'ex dittatore libico Gheddafi 

Di Paolo Mastrolilli, la Repubblica

NEW YORK – “Si stanno inginocchiando all’altare del tiranno”. Non misura le parole Kamala Harris, quando presentando il suo libro 107 Days nella Town Hall di New York, attacca i complici di Donald Trump, che non stanno facendo nulla per contrastare il suo assalto alla democrazia americana. E a chi le contesta di aver aiutato a sua volta la guerra di Israele a Gaza, risponde così: “Sono stata la prima persona di alto livello negli Stati Uniti a denunciare che la gente nella Striscia stava morendo di fame. Trump invece ha dato a Netanyahu un assegno in bianco, per fare qualunque cosa voglia”.

Vestita in completo marrone, giacca e pantaloni, la candidata presidenziale democratica sconfitta alle elezioni del novembre scorso, sale sul palco poco dopo le otto di sera per rispondere alle domande del pubblico. “Ho scritto questo libro – comincia – per ricordare quei 107 giorni della campagna presidenziale, come ci siamo sentiti tutti in termini di senso di ottimismo e speranza e, oserei dire, gioia per ciò che era possibile. E lo dico oggi, ricordiamoci che è dentro di noi. Non può essere tolto dal nostro spirito, la nostra luce non può essere offuscata o diminuita a causa di un’elezione o di un individuo in una circostanza. Quindi spero che ci ricorderemo che è dentro ognuno di noi. Abbiamo quella luce. La vediamo l’uno nell’altro. Ciò è fondamentale in momenti come questo, in cui abbiamo a che fare con una tale oscurità, per lasciare che quella luce spinga la nostra lotta, perché questo è il momento di combattere. La gioia è una strategia. E’ una strategia politica, e questa è una delle lezioni, una delle tante lezioni che possiamo trarre dai 107 giorni”.

Le critiche a Biden

Harris giustifica la sconfitta dicendo che si è trattato di “elezioni senza precedenti, con il presidente in carica ritirato a pochi mesi dal voto, e il predecessore che era in campagna elettorale da dieci anni”. Nei giorni scorsi ha ammesso che è stato da irresponsabili lasciare che Joe Biden decidesse da solo se ricandidarsi o no, ma oggi enfatizza la sua scelta di lealtà: “Sono una persona leale. Questo libro non è su Biden, ma sui 107 giorni della campagna elettorale. Ripensandoci ora, commisi un errore quando durante un’intervista risposi che non avrei fatto nulla di diverso da Biden. Siamo due persone diverse, due generazioni diverse e ci sono moltissime cose che avrei potuto dire. Però ciò avrebbe implicato una critica del presidente, che in quel momento non mi sentivo di fare”.

La guerra a Gaza

Ai manifestanti che la contestano fuori dal teatro, risponde così: “Sono stata la prima persona ai massimi livelli del governo o dell’amministrazione degli Stati Uniti a parlare del fatto che la popolazione di Gaza stava morendo di fame. Ho ricevuto molte critiche dall’amministrazione per averlo fatto. Molte persone non hanno apprezzato il fatto che io abbia espresso con tanta forza e franchezza la mia preoccupazione per ciò che stava accadendo a Gaza”. Ora, invece, “Trump ha dato a Netanyahu un assegno in bianco per fare qualunque cosa voglia”.

La candidatura

Kamala racconta la domenica mattina in cui Joe le aveva annunciato il ritiro: “Avevo promesso alle mie nipotine di preparare i pancake, mi ritrovai in cucina a organizzare la corsa alla Casa Bianca”. Tra i primi appoggi, aveva ricevuto quello di Hillary Clinton: “Una persona straordinaria. Chiamò al telefono anche Bill e mi promise: dimmi come ti posso aiutare, farò tutto quello che chiedi”.

Questo episodio attira una inevitabile domanda, se pensa che vedrà mai una donna presidente nel corso della sua vita. Lei si alza in piedi e risponde: “Si è trattato della elezione con lo scarto più ridotto del secolo, e la terza di sempre. Perciò rifiuto il giudizio degli analisti secondo cui non è ancora possibile per una donna vincere. Si può fare, ma bisogna lottare”. Ricorda che la notte del voto non aveva dormito, pensando al discorso da pronunciare il giorno dopo: “Come avrei potuto riconciliare la sconfitta, con il fatto di aver ripetuto ai miei sostenitori che se lottiamo vinciamo? La risposta sta nel tempo. A volte vincere richiede tempo, a patto però di non mollare mai”. Commenta anche la scelta di non aver nominato Pete Buttigieg come vice: “Non tutte le scelte che ho fatto sono state giuste”.

Combattere Trump

Quando la pressano sugli attacchi e gli insulti personali ricevuti durante la campagna, replica così: “Oggi si ripetono in continuazione. Colpiscono così tante comunità, i trans e non solo, in modo orrendo”. Per vincere le elezioni, però, non bastano le tematiche identitarie: “La vita costa troppo. Trump aveva promesso di abbassare i prezzi dal primo giorno, ma sta succedendo il contrario. Ha mentito e continua a farlo. Invece ha mantenuto la promessa di tagliare le tasse ai ricchi, e ora per finanziarli vuole ridurre la sanità pubblica del Medicaid. E’ pronto a provocare lo shutdown per farlo, e spero che i democratici si oppongano, lasciando che avvenga il blocco delle attività dello Stato”.

Nel frattempo il clima di violenza verbale e politica si sta trasformando in violenza fisica: “Con umiltà – risponde lei – devo notare che avevo previsto tutto. Quello che non avevo previsto era la capitolazione. Sono stata una devota funzionaria pubblica. Ho trascorso tutta la mia carriera nel servizio pubblico, e nel corso degli anni ho lavorato con il settore privato ottenendo buoni risultati per la gente. Ho sempre creduto, forse in retrospettiva ingenuamente, che i titani dell’industria americana avrebbero in qualche modo funzionato da parapetti per proteggere la nostra democrazia, invece si sono inginocchiati all’altare del tiranno”.

A partire da Elon Musk, che lei aveva cercato di non alienare, suggerendo a Biden di includerlo nelle iniziative prese dall’amministrazione riguardo le auto elettriche. Quindi attacca: “E perché cedono? Credono sia una minaccia per i loro yacht o le loro case agli Hamptons? Stanno zitti di fronte agli assalti diretti alla nostra democrazia, ma la democrazia è un bene per il capitalismo. E perché? Hanno forse paura della vendetta? Stanno cercando di portare a termine una fusione? Vogliono evitare un’indagine? Così rinunciano a resistere, permettendo al presidente degli Stati Uniti di mettere a tacere la voce di un comico politico o dello stesso popolo, perché lo critica. I titani dell’industria si piegano a sostenere un ego fragile, mentre cerca di distruggere la nostra democrazia, i nostri valori e i nostri principi”. Non tutto è perduto, perché ad esempio “il fatto che Jimmy Kimmel sia tornato ad andare in onda dimostra che il potere del popolo esiste ancora. Quindi spetta a noi, mentre riflettiamo su questo momento, di capire come andare avanti. Continuiamo a possedere il nostro potere e non dobbiamo scoraggiarci per tutto quanto è successo. Questo ci permette di comprendere che il nostro ottimismo, la nostra speranza. Oserei dire che la nostra gioia unita alla nostra volontà di combattere farà la differenza”.

La capitolazione che denuncia non riguarda solo i media o le grandi aziende, ma “un po’ tutte le istituzioni. Una delle cose più dolorose per me di questa esperienza è stata rendermi conto che in qualche modo, lo confesso, pensavo che i nostri sistemi sarebbero stati più forti. Abbiamo molto lavoro da fare anche su questo. Non ho tutte le risposte, davvero non le ho, e temo che le cose potrebbero peggiorare prima di migliorare. Ad un certo punto, però, scopriremo che ci sarà un’incredibile quantità di detriti lasciata da questo momento, e dovremo capire come ricostruire. Cosa vogliamo davvero dal sistema del nostro governo? Non penso che basterà la nostalgia di ciò che è stato, in modo da poterlo ricreare, perché non è stato abbastanza forte”.

“Non serve un Messia”

Non è facile ora vedere i parapetti che potrebbero salvare la democrazia americana, ma Harris vuole crederci: “Forse l’esempio di Kimmel è che la prova che le istituzioni sono ancora suscettibili alle pressioni del popolo. Le elezioni di metà mandato si avvicinano. Uno dei guardrail che possiamo sicuramente avere, sia al Senato che alla Camera, è riprendere la maggioranza al Congresso, affinché sia possibile rafforzare la struttura del governo basata sui tre poteri in posizione paritaria. Quindi sono ottimista riguardo alle cose che possiamo fare in questo momento, ma ci vuole molto lavoro. Esiste una forte sfiducia non solo nel governo o nella grande imprenditoria, ma anche nel sistema giudiziario. Non solo Trump si è rifiutato di riconoscere la sconfitta nel 2020, provocando l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, ma ora sta anche usando il dipartimento alla Giustizia come arma personale per perseguire i suoi nemici politici. Il mio Stato della California però resiste e quindi è possibile”.

I democratici devono rimboccarsi le maniche, senza continuare a pensare solo al salvatore che li possa risollevare: “Sono stanca di questa ricerca del Messia. Ci chiediamo chi è il leader che ci salverà, come se bastasse una sola persona a cambiare tutto. Abbiamo molte stelle tra di noi”. Lei, ad esempio, ha appoggiato Zohran Mamdani nelle elezioni per il prossimo sindaco di New York. “Qualunque sia la vostra scelta, prendetevi il tempo necessario, ma non abbandonate la battaglia”.


Una giornata di dibattito, poi la decisione: si va avanti

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Lorenzo D’Agostino, il manifesto

«Crosetto ha perfettamente ragione: non possono scortarci in acque israeliane», dice Niccolò Celesti. Quelle che chiama acque israeliane sono, secondo il diritto internazionale, acque palestinesi sottoposte a un blocco illegale. «Ma il diritto internazionale non conta, conta il diritto di Israele».

SI FA FATICA a credere che al telefono con il manifesto ci sia un attivista della Global Sumud Flotilla. Fotografo di guerra fiorentino e referente dell’organizzazione a bordo della barca Snap. Ancora per poco: «Che mi buttino fuori, non mi importa». Ma la domanda è piuttosto come sia finito a bordo. L’obiettivo della missione strombazzato da settimane ai quattro venti – aprire un corridoio umanitario indipendente verso Gaza – Celesti giura di averlo scoperto soltanto questo giovedì mattina: «Non mi era mai stato comunicato, io ero qui per farmi arrestare da Israele in acque internazionali». Provare ad arrivare a Gaza, assicura, «significherebbe passare dalla parte dell’illegalità».

Un passo indietro: dopo l’attacco dei droni di martedì notte la Flotilla ha cercato rifugio a ridosso di Creta. Percorsa tutta la lunghezza dell’isola in una notte di navigazione tranquilla, è il momento di addentrarsi nuovamente in acque internazionali. E gli organizzatori della missione fanno sapere di aver ricevuto informazioni credibili secondo cui Israele starebbe preparando un nuovo attacco, molto più violento.

NELL’ASSEMBLEA mattutina online di tutte le barche c’è tensione. Qualcuno chiede di aspettare l’arrivo delle navi da guerra promesse da Italia e Spagna. C’è chi ritiene una scorta armata incompatibile con i principi di una missione non violenta. Ma quando arriva il turno della barca Snap, da Celesti partono critiche serratissime non solo agli aspetti logistici e organizzativi, ma allo spirito stesso della missione: come sperate di poter superare un blocco navale? E se si arriva a Gaza, come pensate di poter sbarcare gli aiuti? A un certo punto diventa difficile seguire l’intervento perché sulla barca Hio, che ospita il manifesto, l’intero equipaggio inizia a dirigere improperi verso la piccola cassa che amplifica la riunione. Ma la domanda finale si ascolta chiaramente: perché non si prende in considerazione la proposta del governo italiano di scaricare gli aiuti a Cipro e fare marcia indietro?

La via cipriota è stata presentata alla flottiglia dal ministro degli esteri Tajani. Consisterebbe in un canale garantito dal Vaticano per far arrivare a Gaza gli aiuti della flottiglia senza l’intermediazione dell’esercito israeliano. Nel pomeriggio di giovedì l’idea è stata ufficialmente respinta dalla missione. Che, spiegano gli organizzatori, non consiste solo nella consegna della piccola quantità di aiuti trasportati dalle barche: si tratta di una missione di disobbedienza civile non violenta che vuole mettere fine al blocco illegale contro Gaza messo in atto da Israele.

«SIAMO CONTENTISSIMI se si può aprire un canale affidabile che permetta l’arrivo di aiuti – spiega al manifesto Tony La Piccirella, uno degli attivisti di spicco della missione – Ma se questo è un canale ad hoc che ha come obiettivo la fine della nostra missione, non è un vero canale umanitario ma uno scambio politico con Israele per fermarci». Eppure, secondo La Piccirella, l’idea di coinvolgere il Vaticano sarebbe partita dalla flottiglia stessa: «Tempo fa abbiamo contattato il cardinale Pizzaballa per garantire per le ong che si sarebbero occupate della distribuzione dei nostri aiuti».

LA GARANZIA vaticana serviva a contrastare la propaganda israeliana secondo cui a ricevere gli aiuti sarebbe stata Hamas. «Poi l’idea ha iniziato a viaggiare per canali istituzionali e si è trasformata nella proposta di Tajani».

Le discussioni di giovedì sulla via cipriota, dentro la Flotilla, sono state molto accese. E in una chat che raccoglie i partecipanti italiani si è provato a mettere ai voti la proposta. Una pratica censurata dal comitato organizzatore, che non ammette che decisioni di questo genere passino da strutture nazionali parallele agli organi centrali, che rappresentano gli oltre 40 paesi che partecipano alla missione.

Ma a spingere in favore della proposta di Tajani è arrivato un messaggio dell’europarlamentare Pd Annalisa Corrado, che partecipa alla missione, fatto circolare tra alcuni partecipanti italiani e visto dal manifesto: «Purtroppo si è messo di mezzo il governo a fare finta di essere il grande risolutore, ma in realtà la proposta “Cipro” è cosa ben diversa da come è stata presentata – ha scritto Corrado – Cipro è stata la proposta del Vaticano perché lì c’è una piattaforma delle Nazioni unite che potrebbe svolgere la funzione logistica della consegna». Il messaggio fa riferimento anche agli aiuti umanitari raccolti dall’iniziativa Music for Peace «rimasti in Italia» e che sarebbero stati inclusi nella distribuzione messa in piedi da Pizzaballa.

NELLA CONVERSAZIONE con il manifesto, anche il delegato della Global Sumud Flotilla a bordo della barca Split, Niccolò Celesti, fa riferimento agli aiuti di Music for Peace «che stanno a marcire sotto il sole». Celesti è in contatto con l’eurodeputata Corrado? «Non la conosco. Non credo di conoscerla. Forse ci siamo mandati qualche messaggio, non lo so, ne ricevo tanti. Ma chi è, quella che ha organizzato la cosa col cardinale, come si chiama, Mezzaballa?».


L’energia nucleare oscurata dal sole e dal vento

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Di Gianni Silvestrini, il manifesto

Nel World Nuclear Industry Status Report (Wnisr) 2025, l’autorevole rapporto presentato per la prima volta in Italia lunedì 22 settembre, si evidenzia ancora una volta la divaricazione tra la forte accelerazione delle rinnovabili, cresciute a livello mondiale di 858 TWh nel 2024, e la strada incerta dal nucleare che ha visto lo scorso anno un incremento di 69 TWh. Peraltro, come si legge nel rapporto, nel mese di giugno 2025 la produzione elettrica del solare e dell’eolico è stata doppia rispetto a quella del nucleare. Insomma, le prospettive indicano una rapidissima crescita delle rinnovabili e dei sistemi di accumulo, a fronte di un nucleare con una produzione elettrica bloccata da una ventina di anni, alla ricerca di nuove soluzioni ma destinato ad un ruolo limitato al 2050.

COME AVEVA GIÀ DICHIARATO nel Wnisr del 2017 David Freeman “Il rapporto chiarisce, con dovizia di particolari, che il dibattito è concluso. L’energia nucleare è stata eclissata dal sole e dal vento. Queste fonti rinnovabili e gratuite non sono più un sogno o una proiezione, ma una realtà che sta sostituendo il nucleare come scelta preferenziale per le nuove centrali elettriche in tutto il mondo”. Considerando che la produzione mondiale fotovoltaica ed eolica nel 2024 è stata oltre cinque volte superiore rispetto a quella cui faceva riferimento l’autorevole manager di aziende e autorità energetiche statunitensi, mentre il contributo del nucleare è rimasto stazionario, l’affermazione “l’energia nucleare è stata eclissata dal sole e dal vento” risulta ancora più evidente.

NEL 2023, 26 ANNI DOPO LA FIRMA del protocollo di Kyoto del 1997, a fronte di un consumo di energia primaria aumentato del 56% l’energia solare ed eolica è passata da zero al 5,6%, mentre il nucleare era sceso dal 5,8 al 3,7% con una produzione stagnante. Parliamo qui di energia primaria; riferendosi invece alla elettricità generata su scala mondiale, nel 2024 le rinnovabili hanno garantito il 32% a fronte del 9% del nucleare.

SECONDO MYCLE SCHNEIDER, coordinatore e editore del Wnisr “Esiste un divario preoccupante, ampio e sempre più profondo, tra la percezione pubblica e la realtà industriale, quando si parla dell’energia nucleare. Mentre molti Paesi annunciano politiche e ingenti finanziamenti provenienti da tasse e imposte, il numero di Paesi che gestiscono e costruiscono centrali nucleari si è in realtà ridotto. L’energia nucleare è diventata irrilevante nel mercato globale delle tecnologie di generazione di energia elettrica, dominato da solare ed eolico, sempre più integrati dalle batterie”.

VENENDO ALL’ITALIA, SI SENTE DIRE che “da un lato c’è chi intende difendere il pianeta, dall’altro chi mette in primo piano le ragioni dell’economia e considera le politiche climatiche europee una delle cause della progressiva perdita di competitività”. Una affermazione priva di fondamento che si sente sempre più spesso, utilizzata da chi punta a frenare la crescita della mobilità elettrica e anche quella delle rinnovabili. Al contrario, dobbiamo denunciare il colpevole ritardo dell’Europa e dell’Italia nel mondo dell’auto elettrica a fronte di una Cina dove nel 2025 le vendite delle auto a combustione interna sono decisamente sotto il 50%.

SULLE RINNOVABILI CI DIFENDIAMO meglio. Oggi abbiamo in Italia oltre 2 milioni di impianti fotovoltaici per 40 GW e fra cinque anni, secondo il Piano nazionale energia e clima, dovremmo arrivare a 79-80 GW con una produzione annua di 100 TWh, accanto ad una forte crescita anche dell’eolico.

LE PROSPETTIVE DELLE RINNOVABILI sembrerebbero dunque interessanti anche in Italia, se non ci fossero ostacoli a livello governativo (blocco fotovoltaico in terreni agricoli) e regionali (clamoroso lo stop della Sardegna), oltre ad opposizioni locali che arrivano a gesti vandalici nei confronti degli impianti in costruzione. In questo contesto, si riaffaccia nel nostro paese l’illusione nucleare, con il disegno di legge sul “nucleare sostenibile”, approvato il 28 febbraio 2025 e i tentativi di creare una filiera industriale.

IL CASO PIÙ INTERESSANTE È QUELLO di una startup innovativa Newcleo, fondata nel 2021 da Stefano Buono che punta allo sviluppo di Small Modular Reactor di quarta generazione raffreddati a piombo (Lead-cooled Fast Reactors). Una esperienza partita quindi con grandi ambizioni, ma che si sta scontrando con forti difficoltà economiche. I revisori contabili di PWC hanno infatti sottolineato una “sostanziale incertezza” sulla continuità aziendale, legata a una cassa che si svuota al ritmo di 13 milioni di euro al mese e a perdite raddoppiate a 110 milioni nel 2024. Per tentare di arginare la situazione, è stato deciso di ridurre le assunzioni e tagliare alcuni investimenti. Tra gli esperti del settore serpeggia però scetticismo sui costi e sui tempi promessi da Newcleo, giudicati fin troppo ottimistici persino rispetto a tecnologie nucleari più consolidate come il nucleare di terza generazione avanzata raffreddato ad acqua.

TORNANDO AD UNA BREVE PANORAMICA della situazione internazionale, troviamo lanciatissima la Cina con 58 reattori operativi per 61 GW, terza al mondo dopo Usa e Francia, e 23 in costruzione. Pechino, che vuole rapidamente uscire dalla dipendenza dal carbone, corre con il nucleare, ma ancor più sulle rinnovabili e ha conquistato già nel 2024 gli obiettivi 2030 per il solare e l’eolico. La Cina è insomma diventata una superpotenza delle energie pulite sia nella costruzione delle tecnologie, che nelle esportazioni e nelle installazioni.

TORNANDO AL NUCLEARE, in particolare in questa fase di forti tensioni internazionali, non possiamo dimenticare un altro aspetto delle sue connessioni con l’aspetto bellico, sottolineate chiaramente dal Presidente francese Emmanuel Macron: “senza nucleare civile, niente nucleare militare; senza nucleare militare, niente nucleare civile“.

* L’autore è direttore scientifico di Kyoto Club, QualEnergia, KeyEnergy, Resp. Master Ridef Politecnico Milano, Presidente Exalto


Non accettiamo l’inaccettabile

Condannato a cinque anni di carcere per aver patteggiato favori con l'ex dittatore libico Gheddafi 

Crolla! Crolla! Crolla! Non è un auspicio e nemmeno un’invettiva. È un’inquietante realtà: la democrazia liberale sta crollando, aggredita dal nutrito campionario dei nuovi autocrati e aspiranti tali: al netto dei despoti già in esercizio, il folle narcisista Trump è l’esemplare più promettente.

Pezzo dopo pezzo, assistiamo passivi alla distruzione dei risultati di un faticoso cammino e mi viene da pensare a Piero Calamandrei quando ripeteva ai giovani milanesi che libertà e diritti fissati nella Costituzione sono come l’aria: ci si accorge di quanto valgono quando cominciano a mancare! “Per questo – commentava nel 1955 l’illustre giurista – una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica”. Quindi difendere lo Stato di diritto significa non rassegnarsi alla cattiva politica, quella che ignora e non adempie ai diritti costituzionali, ma combatterla e contrastarla a muso duro.

A questo proposito, perfino Thomas Jefferson (presidente degli Stati Uniti, 1801-1809) sosteneva che l’apatia del popolo porta alla morte della repubblica e che “una piccola rivolta” ogni tanto è buona cosa per dare una scossa al mondo politico. Quindi ben venga la società civile che protesta con toni forti e scalcia e si ribella quando i diritti umani sono calpestati e vilipesi dalla politica. A guardare dove stiamo andando dobbiamo concordare con il filosofo, vigoroso ultracentenario, Edgar Morin: il genere umano ha inventato l’inumanità (e la politica attuale – aggiungo io – la sta riproponendo). In questo contesto, di una politica incapace di porre un argine all’inumanità che avanza, un ruolo fondamentale lo svolge la stampa: in una liberaldemocrazia matura deve essere militante, denunciante e responsabile, ossia eticamente e civilmente impegnata nella difesa dei principi dello Stato di diritto.

È un dovere ineludibile. Ma ci sono dei mezzi di informazione che rifiutano la militanza perché, dicono, il loro ruolo è informare e l’equidistanza è un valore: una bestialità, una bestemmia concettuale quando in ballo c’è la difesa dei diritti e della dignità delle persone. Ce lo disse qualche tempo fa il capo dell’informazione Rsi, Reto Ceschi, a proposito di Gaza: “Non si può far finta di non sapere: la finzione in questa fase storica, con le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi, non è moralmente accettabile”.

Di fronte a esseri umani trucidati dalla furia pianificata, tocca alla stampa denunciare, additare le colpe e le aberrazioni della politica. Non sempre lo fa: talvolta descrive ma non si pronuncia. Succede anche al cospetto di una politica estera federale guidata dall’inadeguatezza di un ministro.

Io, cittadino svizzero di lungo corso e fieramente aggrappato all’orto di casa, lo confesso: per la prima volta mi vergogno di un Consiglio federale che si rifiuta di riconoscere lo Stato di Palestina, mi vergogno di un parlamento che si rifiuta di adottare sanzioni vere contro uno Stato che sta conducendo una orrenda politica di sterminio. Mi vergogno di un Consiglio nazionale che, per disposizione del suo ufficio presidenziale, nega perfino un minuto di silenzio per ricordare i massacrati di Gaza.

Io mi vergogno di questo governo, timoroso e servile, e mi associo alla famosa invettiva di Andrea Camilleri: “Non in nome mio”. Tanto più moralmente deprecabile è l’atteggiamento del Consiglio federale quando si rifugia, a giustificazione della sua evanescenza, proprio dietro a quel principio di neutralità che gli imporrebbe di agire per rivendicare con forza il rispetto dei diritti umani. Ma il mio sospetto, drammaticamente fondato, è che i diritti non sono più i riferimenti della politica attuale: il presente ha cancellato il passato. Vale anche per noi.

Scritto per laRegione

In merito alla questione palestinese segnaliamo che il giornalista Riccardo Fanciola, a nome della GSM, invita ad inviare al DFAE (kommunikation@eda.admin.ch) un messaggio del seguente tenore:

OGGETTO: Urgente – Richiesta di supporto per la Global Sumud Flotilla sotto attacco

ALL’ATTENZIONE DEL CONSIGLIERE FEDERALE IGNAZIO CASSIS

Egregi signori,
vi scrivo con urgenza a nome della Global Sumud Flotilla, che si trova attualmente in acque internazionali in missione umanitaria.

Nelle ultime ore le imbarcazioni sono state ripetutamente prese di mira da droni e ordigni, con attacchi che mettono in pericolo la vita di tutti i partecipanti. La GSF ha già registrato esplosioni nelle vicinanze delle imbarcazioni e in alcuni casi è stata colpita, con danneggiamenti riportati, causati da potenti bombe sonore e sostanze urticanti.

A nome della GSF, alla cui missione umanitaria partecipano anche cittadini svizzeri, vi chiedo:
* Un’immediata presa di posizione pubblica per condannare questi attacchi.
* La protezione dei partecipanti da parte delle istituzioni internazionali.
* La pressione diplomatica e politica sui responsabili per fermare queste azioni illegali.


Sudafrica, demografia ed economia fanno rima: ma oggi sono incompatibili

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Secondo il più recente censimento la popolazione sudafricana è di 62 milioni di diverse origini, culture, lingue e religioni. La maggioranza è formata da neri (50 milioni), seconda comunità quella dei bianchi (4’500’000), a seguire i coloured, meticci (5 milioni), per il resto molti indiani e immigrati dai paesi vicini.

Il tasso di natalità è in continuo aumento in particolare fra i giovanissimi. È facile incontrare una giovane mamma, 16 anni, già madre di 2 figli, senza lavoro e senza marito. È facile capire come lo stato sia obbligato a intervenire con aiuti, che pesano fortemente sul budget nazionale. Questo si fa sempre più sentire, in quanto l’economia sudafricana, nonostante la ricchezza di materie prime, è perennemente in difficoltà. Trent’anni anni dopo l’abolizione dell’apartheid, il governo del partito di Mandela, l’African National Congress (ANC) non ha dato i risultati sperati. Corruzione e incompetenza sono ancora troppo elevati.

Sono dati preoccupanti e deludenti, gestibili solo grazie alla leggendaria resilienza dei cittadini sudafricani e anche alle carismatiche “gogo”, le nonne, che spesso sostengono la famiglia con la loro pensione. Molte di loro diventano nonne già a 30 anni. Il governo di Cyril Ramaphosa si sta impegnando a fondo per limitare queste nascite fra le adolescenti e sta elaborando una legge che permetta di dotare le minorenni di contraccettivi.

Le giovani sono pronte e disponibili a ricorrere a tali misure. Non così gli uomini, che rifiutano questa politica in quanto la percepiscono come una limitazione della loro virilità. E qui entriamo nel profondo della cultura africana, in un ambito molto delicato, che si scontra con tradizioni e mentalità centenarie.

Il Sudafrica è una paese «in transizione » ha proclamato il Presidente Ramaphosa la scorsa settimana in un discorso alla nazione, elencando la complessità e le sfide che un tale cambiamento richiede. Durante i miei lunghi soggiorni nel paese, che visito da 23 anni, sento questa volontà di proiettarsi con più coerenza e determinazione per garantire a questo bellissimo paese, ricco di materie prime, un futuro migliore.

Nell’immagine: un gruppo di gagliarde nonne (gogos) a Durban


La RSI sotto assedio (2)

Condannato a cinque anni di carcere per aver patteggiato favori con l'ex dittatore libico Gheddafi 

Un’azienda come la RSI non è giudicabile col metro della redditività e della capacità di stare sul mercato. Non è solo questione di soldi che entrano e che escono, o dei quasi mille posti di lavoro che l’azienda garantisce, molti dei quali altamente qualificati. Di mezzo c’è anche un patrimonio unico fatto di parole, immagini e suoni, un archivio audiovisivo che rappresenta il precipitato spirituale di una comunità, delle sue aspirazioni, della sua «anima». Anche la RSI, come la RAI, ha contribuito a unificare linguisticamente lo spazio svizzero-italiano (a lungo dialettofono, specie nelle valli) attraverso iniziative pedagogiche (radio e tele-scuola) e programmi culturali (radiodrammi, concerti, cicli di conferenze). Fin dagli esordi ha funzionato come incubatrice e promotrice di progetti di vario genere, in italiano e in dialetto, che altrimenti sarebbero rimasti confinati nel regno dei buoni propositi. Ha pure saputo creare un ponte tra l’Italia, la Svizzera italiana e la colonia degli immigrati italiani sparsi su tutto il territorio nazionale. 

Ecco dunque una prima fondamentale, missione: salvaguardare questi materiali depositati nella memoria collettiva, classificarli e valorizzarli. Compito che però non basta, perché un patrimonio simile va alimentato e incrementato ogni giorno con sempre nuove testimonianze e nuove idee.

Ma ora il vento è cambiato. Ora si sostiene che nell’era dei canali sociali onnipresenti una televisione vecchio stampo, generalista e ordinata gerarchicamente, abbia perso la sua ragion d’essere. Ognuno si serve dove gli pare, cerca ciò che ama guardare e ascoltare navigando lungo le rotte infinite della grande rete. La televisione troneggia ancora in salotto, ma è sintonizzata su reti private e sui canali esteri, con in prima fila quelli italiani. Per contro nella Svizzera tedesca è la «Mundart» [il dialetto, ndr] a trionfare, e non solo nei programmi delle sempre più numerose stazioni locali, per non dire municipali. Tutto si presenta frammentato, ombelicale, introflesso.  Ogni emittente si ritaglia uno spazio a misura del proprio pubblico, senza curarsi di organizzare un perimetro comune in cui tutti possano incontrarsi e dialogare. E se tutto questo non basta si può sempre far capo in ogni momento al catalogo dei servizi delle Pay-TV, a Netflix per esempio, a Disney, a Sky, a Dazn, piattaforme sradicate dal territorio, di matrice americana.

Il sociologo Aldo Bonomi le definisce «imprese-molla», iniziative multimediali che sorvolano la terraferma senza mai darsi la pena di scendere e mettere radici. Ma è lì che finiscono gli abbonamenti che le famiglie stipulano e che pesano non poco sui bilanci domestici. Di fatto diventeremo una colonia controllata da centrali esterne, produttrici di un’offerta non certo disinteressata, con pesanti implicazioni finanziarie, commerciali (saccheggio del mercato pubblicitario, a spese dei giornali) e fiscali (attività esentasse). Chi avrà la possibilità di vigilare sul rispetto delle linee editoriali e sulla correttezza dell’informazione? Quale CORSI (Società cooperativa che rappresenta il pubblico della RSI) avrà la possibilità di intervenire nelle alte sfere per tutelare gli interessi del cittadino-utente? A quale autorità superiore potrà rivolgersi? L’idea originaria che fu alla base della nascita della radiotelevisione, ossia la necessità di sganciarsi, anche politicamente, dalle influenze provenienti d’oltre frontiera (e oggi dai gruppi transnazionali attivi nell’industria culturale), rischia di frantumare quel poco che ancora tiene insieme le quattro regioni linguistiche della Svizzera. 

Nel 1960 Giuseppe Lepori, politico democristiano del secondo dopoguerra, Consigliere federale dal 1954 al 1959, lamentava l’assenza, in Ticino, di un’autentica «opinione pubblica che, facendo perno sul patrimonio morale, si aderga [si elevi] ove occorra, a porre dei limiti alle intemperanze della politica». Qualche anno dopo la televisione avrebbe visto la luce anche dalle nostre parti e possiamo dire che, assieme alla radio, alle istituzioni scolastiche, alle reti associative, ai partiti (sì, anche loro, come fucine di cultura politica), alla stampa quotidiana e settimanale, abbia contribuito a colmare quel vuoto.

Certo le «intemperanze» sono rimaste, ma è una tara che fa parte dell’album di famiglia. Perché in buona parte la RSI non fa che rispecchiare gli umori, le irritazioni, le reazioni stizzite per errori d’impostazione e nomine sbagliate che agitano una comunità comunque viva e attenta ai suoi destini. L’allarme politico (il «pericolo rosso») è rientrato da un pezzo, tant’è vero che gli equilibri sono da decenni stabili sull’asse di centro-destra. Insomma, avanzare critiche rilevando omissioni e parzialità è legittimo, fa parte della nostra concezione della democrazia. Staccare l’ossigeno no, perché la RSI è pur sempre figlia nostra, con tutti i pregi e i difetti che ciascun figlio eredita da chi lo ha generato.

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Nell’immagine: la difesa della Svizzera


Premi dell’assicurazione sanitaria: sempre le stesse stupide scuse

Condannato a cinque anni di carcere per aver patteggiato favori con l'ex dittatore libico Gheddafi 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Il redattore della SRF Christian Häfliger ha affermato nel telegiornale SRF del 23 settembre che l’aumento dei premi del 4,4% è «più moderato rispetto allo scorso anno». Ma l’aumento del 6% di allora era forse moderato? Le scuse addotte per giustificare il nuovo enorme aumento dei premi dell’assicurazione di base obbligatoria previsto per il prossimo anno sono false e fuorvianti come in passato.

  • Maggiore aspettativa di vita
    L’aspettativa di vita dei 65enni aumenterà quest’anno in misura minima. Ciò influisce solo marginalmente sui premi.
  • La percentuale di anziani nella popolazione è in aumento
    Questo è vero. Tuttavia, gli statistici concordano ampiamente sul fatto che l’aumento della percentuale di anziani nella popolazione causa solo un quinto dell’aumento annuale dei costi. Ciò giustifica un aumento dei premi dello 0,88% (vedi: «Costi sanitari: gli anziani come scusa banale»).
  • Il progresso medico-tecnologico
    Questo esiste e la maggior parte delle persone è d’accordo di pagarne il prezzo corrispondente, se ne ricava un beneficio adeguato. Tuttavia, non è comprensibile perché il progresso tecnico – come in tutti gli altri settori – non porti anche a una riduzione dei costi di molte prestazioni.
  • Gli assicurati «consumano» sempre più prestazioni
    La stragrande maggioranza della popolazione non va dal medico senza un valido motivo e non richiede certo interventi chirurgici non necessari.

Di seguito spiegheremo in modo più dettagliato perché né l’invecchiamento della popolazione né le richieste dei pazienti contribuiscono in modo determinante agli elevati costi sanitari.

Il principale responsabile dei costi elevati è lo Stato

Le decisioni più importanti sui costi dell’assicurazione di base obbligatoria vengono prese dallo Stato:

  • I Cantoni regolano gli ospedali, che assorbono circa il 30% dei premi (esclusi i farmaci ospedalieri).
    Risultato fino ad oggi: troppi ospedali registrano spesso un numero troppo basso di interventi chirurgici eseguiti dai loro team. Ciò porta a complicazioni costose e a riammissioni ospedaliere che si dovrebbero evitare. I risultati dei trattamenti sono registrati in modo inadeguato e, laddove disponibili, non sono pubblicati in modo comprensibile e comparabile. Tra i Cantoni regna un’assurda «corsa agli armamenti ospedaliera».
  • La Confederazione regola i farmaci. Questi assorbono quasi il 24% dei premi (compresi i farmaci ospedalieri).
    Risultato deplorevole: in nessun altro Paese europeo le casse malati e i contribuenti devono pagare così tanto per i farmaci come in Svizzera.

Conclusione: la Confederazione, i Cantoni e i loro parlamenti hanno fallito. A pagare il conto sono i contribuenti.

I fornitori determinano in gran parte da soli la domanda di prestazioni mediche, poiché i pazienti spesso non dispongono delle conoscenze specialistiche necessarie.
Hansueli Schöchli (redattore), NZZ, 3.5.2024

Il fallimento politico in tre punti

I punti deboli sono noti letteralmente da decenni. E molte proposte sono state e sono tuttora sul tavolo. Di seguito ne riportiamo una breve sintesi. Non è necessario una nuova «tavola rotonda con i vari attori», come aveva annunciato la consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider nella conferenza stampa dello scorso anno. I politici responsabili hanno capitolato davanti all’industria sanitaria, che beneficia degli oltre 50 miliardi di franchi che costa l’assicurazione di base (premi e tasse).

1. Incentivi finanziari sbagliati

Il denaro ha un’importante funzione di orientamento. Ma proprio gli incentivi finanziari sono sbagliati. Da decenni tutti gli economisti della sanità sono d’accordo:

  • La maggior parte dei medici di base, soprattutto gli specialisti, possono aumentare il loro reddito con ogni singola prestazione. Le conseguenze sono assurde: i medici che curano i pazienti in modo errato e quindi più a lungo vengono «ricompensati» con entrate più elevate. Possono inoltre migliorare il proprio reddito effettuando prestazioni mediche non necessarie o vendendo farmaci non indispensabili.
  • I migliori medici, invece, che curano i propri pazienti nel modo più rapido possibile, guadagnano meno e vengono «puniti» con entrate inferiori.
  • Gli ospedali possono sfruttare meglio i loro reparti, generare maggiori entrate ed evitare deficit effettuando diagnosi e trattamenti eccessivamente intensivi e interventi chirurgici non necessari. Ci sono ancora ospedali che concedono vantaggi economici ai chirurghi che operano più spesso.
2. Pianificazione ospedaliera carente

I Cantoni stabiliscono quali ospedali e quali prestazioni ospedaliere devono essere pagati dalle casse malati. A quasi trent’anni dall’introduzione dell’assicurazione di base obbligatoria, in Svizzera c’è un terzo in più di letti ospedalieri per abitante rispetto ai Paesi Bassi e addirittura oltre il 60% in più rispetto alla Danimarca e alla Svezia, con un numero corrispondente di trattamenti più numerosi e più lunghi. Gli ospedali non devono dimostrare che ciò comporti un vantaggio per la salute degli svizzeri.

Da quasi trent’anni i Cantoni si dimostrano incapaci di pianificare e investire a livello sovraregionale. Ma nonostante i costi inutili che ammontano a miliardi, la Confederazione sta ancora a guardare. Non ha nemmeno provveduto a garantire che la qualità delle cure sia verificata in modo uniforme in tutta la Svizzera, e che esistano classifiche di qualità a livello nazionale: in quali reparti ospedalieri si sono verificati più spesso – in caso di interventi comparabili su pazienti comparabili – infezioni ospedaliere, complicazioni, riammissioni non programmate o decessi?

L’Associazione nazionale per lo sviluppo della qualità negli ospedali ANQ pubblica numerosi dati [anche in italiano, ndr] che mostrano quali interventi in quali ospedali causano un numero di complicazioni nettamente superiore al previsto. Tuttavia, i confronti non vengono pubblicati in forma di classifica facilmente comprensibile per tutti. Solo la pubblicazione di tali classifiche porta – come scientificamente dimostrato da tempo – a un rapido miglioramento della qualità delle cure. Una migliore qualità comporta costi inferiori.

Nel settore sanitario, il lobbismo ha raggiunto livelli intollerabili.
Gerhard Pfister, presidente del Centro, Tages-Anzeiger, 9.4.2024

3. Scarsa volontà di migliorare il sistema

Medici, ospedali, farmacie, aziende farmaceutiche e produttori di dispositivi medici si oppongono ai cambiamenti dell’attuale sistema se questi comportano una riduzione delle entrate. Tutti dispongono di una lobby finanziariamente forte. Essa è rappresentata direttamente anche nel Parlamento federale e nei parlamenti cantonali, e poiché dispone di grandi conoscenze in questa materia complessa esercita un’enorme influenza.

Per questo motivo, le seguenti riforme fondamentali, che ridurrebbero i costi, non hanno avuto finora alcuna possibilità:

  1. Per quanto possibile, nessuna remunerazione più per singole prestazioni (Tarmed o Tardoc). I medici di base devono essere retribuiti essenzialmente con forfait pro capite (numero di pazienti assistiti) e/o in base all’orario. Oppure con stipendi, come in alcuni studi medici HMO [il modello HMO prevede poliambulatori che riuniscono medici generici, specialisti e terapeuti per fornire un’assistenza medica completa, ndr]. Oppure devono lavorare in reti di medici di base con responsabilità di bilancio (come Medix). I medici convenzionati negli ospedali devono essere retribuiti essenzialmente in base all’orario di lavoro. I medici ospedalieri e specialisti non devono più poter partecipare finanziariamente a laboratori, istituti di radiologia e altri istituti diagnostici.
  2. Un’altra causa importante dei costi più elevati in Svizzera è, nonostante i numerosi modelli di medicina di base, l’accesso diretto agli specialisti. In quasi tutti gli Stati europei la situazione è diversa. È il modello “gatekeeper”: i pazienti non si recano direttamente dallo specialista, ma – salvo in casi di emergenza – prima in uno studio HMO, dal medico di base, dal pediatra, dal ginecologo o dall’oculista. Questi medici di base acquisiscono così un grande valore. Per i pazienti con un profilo di rischio comparabile, sono stati dimostrati risparmi compresi tra il 10 e il 40 per cento.Fino all’introduzione dell’obbligo del gatekeeper, la Confederazione deve garantire che le casse malati possano offrire premi nettamente più vantaggiosi per i modelli HMO/medico di famiglia/reti di medici che aderiscono a un monitoraggio della qualità o a un circolo di qualità. Gli assicurati che si recano senza necessità prima da uno specialista devono pagare una franchigia più elevata.
  3. Gli onorari dei radiologi, urologi, oculisti, anestesisti e chirurghi particolarmente ben retribuiti vanno ridotti, mentre quelli dei medici di base vanno notevolmente aumentati.
  4. Il personale infermieristico qualificato deve trattare autonomamente negli ospedali e nelle farmacie problemi medici semplici come micosi ai piedi, cistiti, ustioni lievi, diarrea o raffreddori. Deve poter fatturare le proprie prestazioni direttamente all’assicurazione di base.
  5. In futuro, anche in Svizzera le casse malati devono pagare al massimo il prezzo del farmaco generico più economico, del secondo più economico o del terzo più economico, a meno che i medici non prescrivano il farmaco originale per motivi medici. Questo principio («aut idem») si applica in quasi tutti gli Stati europei. Solo in Svizzera le Casse malati devono rimborsare anche i farmaci più costosi tra quelli intercambiabili, nonostante la prescrizione legale dell’economicità. L’UFSP ha semplicemente introdotto un sistema burocratico e in costante evoluzione di franchigie diverse.
  6. Le casse malati devono rimborsare prestazioni comparabili, come i farmaci soggetti a prescrizione medica o i soggiorni di riabilitazione, anche se questi vengono acquistati o effettuati all’estero.
  7. La Confederazione deve provvedere immediatamente affinché gli ospedali non abbiano più alcun vantaggio finanziario nel trattare i pazienti in regime di ricovero piuttosto che in regime ambulatoriale. In questo modo si porrebbe fine a una controversia che dura da anni.
  8. La Confederazione deve prescrivere un numero minimo di casi uguale per tutti gli ospedali a livello nazionale, in modo che i reparti ospedalieri con un numero di casi troppo basso debbano chiudere.
  9. Secondo l’OCSE gli errori e le infezioni evitabili causano il 10% dei costi ospedalieri. La Confederazione deve imporre a tutto il personale medico di segnalare su Internet a un ufficio centrale i presunti errori terapeutici e i presunti effetti collaterali. La mancata segnalazione deve essere soggetta a sanzioni. Chi effettua la segnalazione deve essere protetto/a da eventuali discriminazioni. Il modello di riferimento può essere il sistema di segnalazione in vigore in Danimarca. Secondo dati precedenti dell’UFSP, ogni anno negli ospedali svizzeri si verificano circa 60 000 casi di danni alla salute evitabili. Ciò è tragico per le persone colpite e causa costi inutili.
  10. Le casse malati non devono più essere obbligate a rimborsare tutti i trattamenti effettuati negli ospedali riconosciuti a livello cantonale. L’obbligo di stipulare contratti deve essere revocato laddove i risultati dei trattamenti (qualità dei risultati) possono essere misurati. Anche l’obbligo contrattuale con i medici convenzionati deve essere abolito nei casi in cui è possibile misurare i risultati dei trattamenti. La già citata ANQ pubblica numerosi dati sulla qualità che mostrano quali interventi in quali ospedali comportano complicazioni significativamente maggiori del previsto. La Confederazione deve rendere obbligatoria la collaborazione degli ospedali e stabilire le linee guida per la registrazione di una «qualità dei risultati» uniforme e comparabile.
  11. La Confederazione deve istituire una piattaforma online centrale per dossier dei pazienti uniformi, come quelli esistenti per le operazioni bancarie e fiscali. I dati (anonimizzati ) devono essere utilizzati per confronti di qualità. Le organizzazioni dei consumatori lo hanno richiesto già tredici anni fa.
  12. Chi desidera beneficiare di sussidi per la riduzioni dei premi non deve poter sottoscrivere anche assicurazioni ospedaliere complementari. Secondo i dati delle casse malati, oggi quasi il 10% dei beneficiari di sussidi ha stipulato un’assicurazione ospedaliera complementare semiprivata, privata o combinata.

L’assistenza medica di base in Svizzera costa molto di più rispetto ai paesi paragonabili come Danimarca, Svezia o Paesi Bassi. Ciò non può essere spiegato né dal punto di vista medico né dal potere d’acquisto, poiché quest’ultimo è comparabile.

Nonostante i costi molto più elevati, gli svizzeri con lo stesso status sociale ed economico non vivono più sani e più a lungo rispetto alle persone dei paesi citati. I medici, gli ospedali, i farmacisti e le aziende farmaceutiche non sono ancora riusciti a dimostrare i vantaggi della nostra assistenza estremamente costosa per gli svizzeri. E il vantaggio – spesso citato – dei tempi di attesa più brevi non chiude la questione.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: i premi dell’assicurazione di base aumentano in media del 4,4%. La scala a sinistra (da 0 a 500) è stata scelta in modo tale che la curva appaia leggermente appiattita (Telegiornale SRF del 23 settembre)


“I missili cadono dove c’è la povertà”, all’Onu Gustavo Petro attacca Trump

Condannato a cinque anni di carcere per aver patteggiato favori con l'ex dittatore libico Gheddafi 

Di Simone Scaffidi, il manifesto

Il 23 settembre Gustavo Petro ha dato il suo ultimo discorso da Presidente della Repubblica colombiana all’80° Assemblea generale delle Nazioni unite a New York. La condanna del genocidio in Palestina e delle politiche migratorie degli Stati uniti, insieme alla crisi climatica e alla lotta al narcotraffico sono stati i temi principali affrontati dal Presidente. Petro ha enfatizzato come si tratti di tematiche strettamente correlate tra loro, alimentate dal libero mercato, dal razzismo sistemico e dall’espansionismo militare del nord globale. “La maggioranza dei narcotrafficanti sono bianchi e con occhi azzurri e accumulano le loro grandi ricchezze nelle banche più potenti del mondo”, ha incalzato Petro, “non vivono a Bogotà, Caracas, nei Caraibi o a Gaza ma vivono a Miami, sono vicini di casa del presidente degli Stati uniti, a New York, a Parigi, a Madrid e a Dubai, vivono dove c’è lusso, non la povertà. Ma i missili cadono dove c’è la povertà non dove c’è il lusso”.

Ha quindi attaccato duramente Trump – sia nel suo discorso all’Assemblea che nella conferenza per il clima tenutasi il giorno precedente -, le sue politiche intimidatorie contro i migranti latinoamericani, le detenzioni arbitrarie e gli attacchi alle presunte imbarcazioni di narcotrafficanti che hanno provocato l’uccisione di almeno 17 persone latinoamericane a largo delle coste venezuelane: “Ci stanno mostrando che quello che succede a Gaza potrebbe succedere anche a noi. E lo stiamo già vedendo con i missili in America latina contro giovani disarmati che non hanno colpe”.

Ha poi criticato il veto Usa: unico paese, il 18 settembre, a votare contro il cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza e ha definito Trump: uno “sciovinista con potere”, affermando che “come esseri umani abbiamo il diritto alla ribellione contro il tiranno”. Ha invitato a cambiare le regole dell’Onu per aggiustare gli squilibri che porta in seno il Consiglio di Sicurezza, che non permettono alla maggioranza degli stati di intervenire contro il genocidio in Palestina e ha proposto la creazione di un esercito della salvezza, che ha chiamato United for Peace, formato dalle forze militari dei paesi che non accettano di assistere inermi alla distruzione dell’umanità.

“Il mercato – ha aggiunto – non risolverà la crisi climatica perché è lo stesso mercato che l’ha prodotta”, e si è scagliato contro le banche e il sistema finanziario: “Ci siamo sbagliati, le Nazioni unite si sono sbagliate, non ci sarà un capitalista buono che investirà nell’energia verde, non esiste il capitalismo verde. Il capitale investirà sempre nell’energia fossile a meno che qualcuno non lo vieti”.

Nel suo intervento  il presidente colombiano ha anche contestato la decisione presa dall’amministrazione Usa – il 15 settembre – di escludere la Colombia dalla lista dei paesi alleati nella lotta al narcotraffico. “Donald Trump – si legge infatti in un comunicato del dipartimento di Stato Usa – ha stabilito che il governo colombiano non ha rispettato i propri obblighi in materia di controllo delle droghe” e che la responsabilità di tale fallimento è da attribuirsi alla “disorientata leadership di Gustavo Petro”, durante la quale “le coltivazioni di coca e la produzione di cocaina hanno raggiunto livelli storici”.

Il 18 settembre, Petro ha risposto a Trump con un videomessaggio, dichiarando di considerare la misura come “un’ingiustizia, un insulto profondo al Paese che ha versato più sangue per permettere alle società di Stati uniti ed Europa di consumare un po’ meno cocaina” e ha accusato Trump, ribandendolo all’Assemblea Generale dell’Onu, di cospirare con l’estrema destra colombiana residente a Miami per screditare il governo in vista delle elezioni del 2026. Petro ha poi rilanciato, sostenendo che durante il suo governo è stata sequestrata una quantità di cocaina superiore a quella degli ultimi tre governi di estrema destra e che il tasso di crescita delle coltivazioni di coca è passato dal +43% del 2021 ereditato da Duque, al 3% del 2024 sotto il suo governo.

Nonostante questa misura, come esplicitato dal dipartimento di Stato Usa, a livello pratico, per ora, le conseguenze non esistono, visto che è stata concessa una deroga che conferma la continuazione della cooperazione finanziaria e militare in materia di lotta al narcotraffico tra i due paesi. L’esclusione dalla lista ha dunque la forma di un chiaro messaggio politico, un avvertimento contro il governo Petro e l’ala progressista del Paese, con il fine di delegittimare l’operato del primo governo di centro-sinistra della storia repubblicana colombiana, influire sulle elezioni presidenziali previste per maggio 2026 e favorire l’elezione di un Presidente di estrema destra fedele agli interessi degli Stati uniti.

Con Trump, l’ingerenza – mai sopita – degli Usa nella politica latinoamericana è tornata a essere più esplicita e aggressiva a tutti i livelli. Seppur si tratti, per ora, di una misura esclusivamente politica, che non ha prodotto morte o bombardamenti, escludere la Colombia dalla lista dei paesi alleati nella lotta al narcotraffico rientra nella logica espansionistica e intimidatoria attuata da Trump da quando è stato rieletto. Il veto al cessate-il-fuoco a Gaza, i missili contro le imbarcazioni nei Caraibi, l’esclusione della Colombia dai paesi alleati nella lotta al narcotraffico: cambia l’entità e l’intensità della violenza ma non cambia la rotta di una politica internazionale repressiva del sorvegliare e punire. Contro il più debole, per i propri interessi economici e militari, fino a quando non si piegherà.

Nell’immagine: Gustavo Petro all’Assemblea generale delle Nazioni unite