A Trump interessa vendere armi e gas: i dubbi sul cambio di linea con Putin

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Dall’agguato nello Studio Ovale teso al presidente ucraino Volodymyr Zelensky e al tappeto rosso steso ad Anchorage per il leader russo Vladimir Putin, fino al post su Kyiv, ritenuta ora in grado di riconquistare i territori illegalmente occupati da Mosca. Stiamo forse assistendo a un’inversione a U della politica estera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump?

Le parole non potrebbero essere più discordanti. A febbraio, Trump aveva deriso e insultato Zelensky, liquidandolo con un brutale «non hai le carte in mano». Da quel momento, ogni sua dichiarazione ha ribadito lo stesso concetto: la Russia sta vincendo, l’Ucraina sta perdendo, quindi meglio arrendersi. Per dirla con Tucidide, i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono: la Russia è forte, l’Ucraina debole, e tanto vale gettare la spugna.

Poco importano leggi, giustizia e democrazia; è la legge della giungla, e chi si trova in fondo alla catena alimentare deve rassegnarsi. A questa logica se ne aggiunge un’altra, tipicamente Maga: l’America deve pensare solo a sé stessa, senza curarsi di alleanze o impegni presi. La guerra in Ucraina è un problema europeo; che gli europei si arrangino.

Ora, però, dai social media emerge che Trump crede che l’Ucraina possa recuperare tutti i territori persi, con il sostegno di Europa e Stati Uniti. Ha persino aggiunto che i membri della Nato dovrebbero abbattere i caccia russi qualora violassero lo spazio aereo dell’Alleanza. Svaniti i timori di una Terza guerra mondiale, evaporata la convinzione che l’Ucraina sia destinata a una sconfitta umiliante. Trump arriva, addirittura, a suggerire che l’Ucraina possa conquistare territori russi, come se Kyiv avesse mire espansioniste.

C’è chi crede a questa giravolta. Già prima dell’elezione di Trump, repubblicani di vecchio stampo giravano per l’Europa rassicurando i loro interlocutori, preoccupati da un possibile cambio di rotta all’orizzonte a Washington. Il messaggio era chiaro: Trump è un duro, sia con gli alleati europei – chiamati a spendere di più per la difesa – sia con Mosca.

Avrebbe provato a offrire a Putin la carota della pace e della prosperità, ma sarebbe stato pronto a usare il bastone, senza le esitazioni, le paure e le debolezze di Joe Biden. Tanto che gli ucraini, convinti che Putin avrebbe preso in giro Trump, speravano in cuor loro in un suo intervento in rivalsa. Forse quel momento è arrivato? Trump ha finalmente capito che Putin non vuole porre fine alla guerra? A sostegno della tesi della giravolta c’è forse l’epifania di Trump: la Russia non sta vincendo militarmente. Dopo tre anni e mezzo di invasione, offensiva dopo offensiva, Mosca non è ancora riuscita a occupare l’intero Donbas, figuriamoci l’intero Paese.

E non ci è riuscita nonostante l’economia di guerra, circa un milione di soldati morti, le vendite di petrolio e gas, le esportazioni cinesi di tecnologie duali e l’impiego di militari nordcoreani come carne da cannone. Insomma, forse non è vero che l’Ucraina non abbia alcuna carta da giocare. Una logica brutalmente realista, in cui è la forza a determinare il diritto, potrebbe aver convinto Trump a cambiare idea.

Personalmente, però, non ci credo. Quando il presidente americano dichiara al mondo che il suo rapporto con Putin «non significa niente», suona più come un fidanzato tradito ma comunque desideroso di riconciliarsi. Tanto è vero che continua a concedergli tempo. Quante volte abbiamo sentito Trump minacciare scadenze – tre giorni, due settimane, un mese – e ogni volta vedere Putin ignorarle bellamente? E Trump, incapace di rassegnarsi, offre all’amico una nuova possibilità.

Tutto ciò appare agli occhi esterni patetico, se non fosse drammaticamente tragico. A questo si aggiunge il fatto che il leader statunitense non ha ancora assunto impegni concreti. Zelensky e i leader europei continuano a sollecitarlo sulle sanzioni americane a Mosca, ma lui tergiversa. Così come non si impegna a difendere gli alleati Nato provocati dalla Russia: dopo aver minacciato l’abbattimento dei caccia russi, Trump ha aggiunto con laconicità che il coinvolgimento degli Stati Uniti «dipenderebbe dalle circostanze».

Infine, in netto contrasto con la presunta imprevedibilità di Trump, c’è un elemento di straordinaria coerenza: il suo odio viscerale per l’Europa. Nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu, ha attaccato ripetutamente il continente, mentre ha glissato sulle accuse alla Russia.

A Trump va bene vendere armi americane agli europei per l’Ucraina, e ancor meglio vedere l’Europa sanzionare Cina e India per il loro sostegno a Mosca e rivolgersi a Washington per rimpiazzare il gas russo. Ma non ha alcuna intenzione di agire direttamente, correndo rischi o sobbarcandosi costi, tanto meno se si tratta di aiutare gli “odiosi” europei. Inutile dire che mi auguro di sbagliarmi. Ma meglio pensare male: per diventare ottimisti c’è sempre tempo.

Nell’immagine: Putin e Trump ad Anchorage, in Alaska