A Trump interessa vendere armi e gas: i dubbi sul cambio di linea con Putin

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Dall’agguato nello Studio Ovale teso al presidente ucraino Volodymyr Zelensky e al tappeto rosso steso ad Anchorage per il leader russo Vladimir Putin, fino al post su Kyiv, ritenuta ora in grado di riconquistare i territori illegalmente occupati da Mosca. Stiamo forse assistendo a un’inversione a U della politica estera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump?

Le parole non potrebbero essere più discordanti. A febbraio, Trump aveva deriso e insultato Zelensky, liquidandolo con un brutale «non hai le carte in mano». Da quel momento, ogni sua dichiarazione ha ribadito lo stesso concetto: la Russia sta vincendo, l’Ucraina sta perdendo, quindi meglio arrendersi. Per dirla con Tucidide, i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono: la Russia è forte, l’Ucraina debole, e tanto vale gettare la spugna.

Poco importano leggi, giustizia e democrazia; è la legge della giungla, e chi si trova in fondo alla catena alimentare deve rassegnarsi. A questa logica se ne aggiunge un’altra, tipicamente Maga: l’America deve pensare solo a sé stessa, senza curarsi di alleanze o impegni presi. La guerra in Ucraina è un problema europeo; che gli europei si arrangino.

Ora, però, dai social media emerge che Trump crede che l’Ucraina possa recuperare tutti i territori persi, con il sostegno di Europa e Stati Uniti. Ha persino aggiunto che i membri della Nato dovrebbero abbattere i caccia russi qualora violassero lo spazio aereo dell’Alleanza. Svaniti i timori di una Terza guerra mondiale, evaporata la convinzione che l’Ucraina sia destinata a una sconfitta umiliante. Trump arriva, addirittura, a suggerire che l’Ucraina possa conquistare territori russi, come se Kyiv avesse mire espansioniste.

C’è chi crede a questa giravolta. Già prima dell’elezione di Trump, repubblicani di vecchio stampo giravano per l’Europa rassicurando i loro interlocutori, preoccupati da un possibile cambio di rotta all’orizzonte a Washington. Il messaggio era chiaro: Trump è un duro, sia con gli alleati europei – chiamati a spendere di più per la difesa – sia con Mosca.

Avrebbe provato a offrire a Putin la carota della pace e della prosperità, ma sarebbe stato pronto a usare il bastone, senza le esitazioni, le paure e le debolezze di Joe Biden. Tanto che gli ucraini, convinti che Putin avrebbe preso in giro Trump, speravano in cuor loro in un suo intervento in rivalsa. Forse quel momento è arrivato? Trump ha finalmente capito che Putin non vuole porre fine alla guerra? A sostegno della tesi della giravolta c’è forse l’epifania di Trump: la Russia non sta vincendo militarmente. Dopo tre anni e mezzo di invasione, offensiva dopo offensiva, Mosca non è ancora riuscita a occupare l’intero Donbas, figuriamoci l’intero Paese.

E non ci è riuscita nonostante l’economia di guerra, circa un milione di soldati morti, le vendite di petrolio e gas, le esportazioni cinesi di tecnologie duali e l’impiego di militari nordcoreani come carne da cannone. Insomma, forse non è vero che l’Ucraina non abbia alcuna carta da giocare. Una logica brutalmente realista, in cui è la forza a determinare il diritto, potrebbe aver convinto Trump a cambiare idea.

Personalmente, però, non ci credo. Quando il presidente americano dichiara al mondo che il suo rapporto con Putin «non significa niente», suona più come un fidanzato tradito ma comunque desideroso di riconciliarsi. Tanto è vero che continua a concedergli tempo. Quante volte abbiamo sentito Trump minacciare scadenze – tre giorni, due settimane, un mese – e ogni volta vedere Putin ignorarle bellamente? E Trump, incapace di rassegnarsi, offre all’amico una nuova possibilità.

Tutto ciò appare agli occhi esterni patetico, se non fosse drammaticamente tragico. A questo si aggiunge il fatto che il leader statunitense non ha ancora assunto impegni concreti. Zelensky e i leader europei continuano a sollecitarlo sulle sanzioni americane a Mosca, ma lui tergiversa. Così come non si impegna a difendere gli alleati Nato provocati dalla Russia: dopo aver minacciato l’abbattimento dei caccia russi, Trump ha aggiunto con laconicità che il coinvolgimento degli Stati Uniti «dipenderebbe dalle circostanze».

Infine, in netto contrasto con la presunta imprevedibilità di Trump, c’è un elemento di straordinaria coerenza: il suo odio viscerale per l’Europa. Nel suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu, ha attaccato ripetutamente il continente, mentre ha glissato sulle accuse alla Russia.

A Trump va bene vendere armi americane agli europei per l’Ucraina, e ancor meglio vedere l’Europa sanzionare Cina e India per il loro sostegno a Mosca e rivolgersi a Washington per rimpiazzare il gas russo. Ma non ha alcuna intenzione di agire direttamente, correndo rischi o sobbarcandosi costi, tanto meno se si tratta di aiutare gli “odiosi” europei. Inutile dire che mi auguro di sbagliarmi. Ma meglio pensare male: per diventare ottimisti c’è sempre tempo.

Nell’immagine: Putin e Trump ad Anchorage, in Alaska


Il paradosso etico e climatico dello spreco alimentare

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Di Andrea Segrè, il manifesto

Il Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International 2025 fotografa con chiarezza l’enorme paradosso che ancora caratterizza il sistema alimentare mondiale. Ogni anno nel pianeta si sprecano circa 1 miliardo e 50 milioni di tonnellate di cibo, pari a un terzo di quello prodotto. Un dato che, da solo, basterebbe a descrivere l’insostenibilità del modello attuale. Ma se incrociamo questi numeri con le emergenze sociali, la contraddizione diventa drammatica: mentre quotidianamente si perdono 3,5 miliardi di pasti, 673 milioni di persone soffrono la fame e 2,3 miliardi vivono in condizioni di insicurezza alimentare.

Il paradosso non è solo etico ma anche ambientale. Lo spreco alimentare è responsabile di quasi il 10% delle emissioni globali di gas serra – un impatto cinque volte superiore a quello del settore aereo – e assorbe il 28% dei terreni agricoli coltivati e il 25% dell’acqua dolce impiegata in agricoltura. Il costo economico complessivo, secondo le stime Fao e Unep, sfiora i 1.000 miliardi di dollari all’anno, a cui si aggiungono i costi sociali legati a malnutrizione, instabilità politica e migrazioni. Se questo è il quadro, la domanda sorge spontanea: riusciremo a raggiungere il target 12.3 dell’Agenda Onu per lo Sviluppo Sostenibile: dimezzare le perdite e gli sprechi alimentari globali entro il 2030? Difficile, molto difficile.

Tuttavia, proprio un obiettivo così ambizioso è almeno in grado di orientare politiche e pratiche in una direzione inequivocabile. Cosa che invece a livello europeo non avviene.

NEL CONTESTO EUROPEO e italiano la questione è, se possibile, ancora più problematica. Intanto, guardando in particolare lo spreco delle famiglie l’Italia resta sopra la media europea nello spreco alimentare pro-capite settimanale: le rilevazioni Waste Watcher attestano infatti per la Germania 512,9g, per la Francia 459,9g, per la Spagna 446,5, per i Paesi Bassi 469,5 rispetto ai 555,8 dell’Italia (oltre 28,9 kg a testo, 1,7 milioni di tonn, 7,46 miliardi di euro). Ma soprattutto la risposta politica dell’UE è arrivata infatti con la recente revisione della Waste Framework Directive (9 settembre 2025), che per la prima volta introduce obiettivi vincolanti di riduzione dello spreco alimentare: −10% nel settore industriale e della trasformazione e −30% nei consumi finali (ristorazione e famiglie), sostanzialmente «tagliando» le perdite agricole in campo entro il 2030. Dunque rispetto al traguardo fissato dall’Agenda ONU 2030 – dimezzare perdite e sprechi lungo tutta la filiera – l’Europa appare assai meno ambiziosa. Un passo avanti, certamente, ma ancora insufficiente.

IL CONFRONTO CON IL PASSATO AIUTA a capire meglio. Già nel 2010, grazie all’azione pionieristica di Last Minute Market con la Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare presentata alla Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento europeo e riportate nel Rapporto d’iniziativa votato dal Parlamento europeo nel gennaio 2012, si chiedeva di ridurre del 50% lo spreco alimentare entro il 2025. Era il primo atto politico internazionale che poneva con chiarezza la questione, anticipando di fatto gli obiettivi Onu. Ma oggi, nel 2025, siamo lontani da quel traguardo e ci avviciniamo alla scadenza dell’Agenda 2030 con un ritmo troppo lento.

LO SPRECO ALIMENTARE NON VIVE in un mondo separato, ma si intreccia con le grandi crisi geopolitiche del nostro tempo. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno alterato le rotte commerciali globali, facendo schizzare i prezzi delle materie prime e riducendo la disponibilità di cereali, oli vegetali e fertilizzanti. Questi squilibri hanno alimentato nuove ondate di insicurezza alimentare non solo nei Paesi più fragili, ma anche in contesti sviluppati, dove le famiglie hanno dovuto riorientare le proprie scelte di spesa.

IL RAPPORTO WWI 2025 EVIDENZIA che in tali condizioni i consumatori tendono a privilegiare alimenti a basso prezzo, spesso più deperibili e meno nutrienti, aumentando così il rischio di spreco. Allo stesso tempo, nei Paesi produttori, le instabilità riducono la capacità di raccolta e conservazione dei raccolti, accrescendo le perdite a monte della filiera. In altre parole: conflitti e spreco finiscono per alimentarsi reciprocamente, aggravando le disuguaglianze.

IL PESO DEL CAMBIAMENTO climatico. A queste tensioni si sommano gli effetti sempre più devastanti del riscaldamento climatico. Eventi estremi come siccità, alluvioni e ondate di calore stanno compromettendo intere stagioni agricole. Nel 2024, ad esempio, l’Europa ha registrato un calo del 15% dei raccolti di cereali a causa delle anomalie climatiche. Perdite che si traducono in rincari, minore disponibilità di cibo e maggiore pressione sulla filiera alimentare. Il cambiamento climatico non solo riduce la quantità di cibo disponibile, ma aumenta il rischio di spreco in ogni fase: dalla produzione agricola – dove raccolti incompleti o danneggiati vengono abbandonati – alla distribuzione, con interruzioni logistiche, fino al consumo finale, dove la volatilità dei prezzi e l’incertezza spingono a comportamenti contraddittori tra accumulo e scarto.

L’ITALIA TRA CONTRADDIZIONI e speranze. Nel nostro Paese il quadro appare sfaccettato. Da un lato, come già ricordato, lo spreco domestico è un po’ più alto rispetto alla media europea. Dall’altro, il peso economico è molto imponente: oltre 14 miliardi di euro l’anno su tutta la filiera (dato WWI, febbraio 2025), una cifra che stride con i quasi 6 milioni di italiani in povertà alimentare secondo la Caritas e l’Istat. Un cortocircuito che richiama l’urgenza di politiche integrate.

NON MANCANO, TUTTAVIA, SEGNALI incoraggianti. La Generazione Z, ad esempio, si mostra particolarmente attenta: più incline a riutilizzare avanzi, a cercare ricette online, a valutare l’impatto ambientale delle proprie scelte alimentari. È una generazione che può fare da traino, purché venga sostenuta con strumenti adeguati, come l’applicazione Sprecometro, che unisce tecnologia e educazione alimentare, e politiche pubbliche che favoriscano comportamenti virtuosi.

OLTRE LO SPRECO, verso la resilienza. Il Rapporto Waste Watcher International 2025 lancia un messaggio chiaro: ridurre lo spreco alimentare non è solo una questione etica, ma una necessità per rafforzare la resilienza delle nostre società. Le guerre, la crisi climatica e le tensioni economiche hanno reso evidente la fragilità del sistema cibo.

SERVE UNA VISIONE PIU’ AMBIZIOSA: l’Europa deve riallinearsi agli obiettivi dell’Agenda 2030 e recuperare lo spirito coraggioso della risoluzione del 2012. Parallelamente, i cittadini devono essere coinvolti con strumenti concreti, capaci di tradurre la consapevolezza in azione quotidiana.
IN UN MONDO CHE RISCHIA di affamarsi sprecando, la sfida è tutta lì: ritrovare il valore del cibo come bene comune, non come merce usa e getta.

* L’autore è agroeconomista e fondatore della Campagna Spreco Zero

Nell’immagine: Winnie, Texas, il dipendente di un supermercato smaltisce alimenti congelati dopo un’interruzione di corrente

 


Altro che “sgravio per le famiglie”. Per Marco Chiesa “c’è un conflitto perenne fra la destra e la RSI”, che va punita

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Durante il dibattito agli Stati di lunedì scorso (22 settembre) sulla proposta del Consiglio federale di respingere l’iniziativa “200 franchi bastano!”, i due rappresentanti del Ticino hanno naturalmente fatto sentire la loro voce. In difesa degli interessi economici, sociali e culturali del Cantone, minacciato dal dimezzamento di una delle sue aziende più importanti? No, al contrario. Per sostenere l’iniziativa.

Fortunatamente la maggioranza dei senatori non è stata del loro parere, ma la posizione dei ticinesi non ha mancato di stupire. Nel loro intervento, infatti, non hanno fatto minimamente cenno ai problemi che l’iniziativa porrebbe al cantone che dovrebbero rappresentare.

L’unico a parlarne è stato Carlo Sommaruga (che seppure di origine ticinese rappresenta il Canton Ginevra):

“Ma vorrei anche parlare del Ticino, che si troverebbe in una situazione molto più problematica della Svizzera francese o della Svizzera tedesca se dovesse esserci una massiccia riduzione dei mezzi finanziari destinati alla Radiotelevisione svizzera di lingua italiana (RSI). Voglio ricordare che la RSI sostiene diversi eventi in Ticino, tra cui i Concerti RSI con l’Orchestra della Svizzera italiana, la Stagione Musica del Grand Concert, il concorso Palco ai Giovani per i gruppi locali, e sostiene anche il villaggio Rotonda del Locarno Film Festival. Dunque, ha anche un ruolo molto importante. E, a differenza di Ginevra, da dove vengo, o anche di città come Zurigo o forse anche Losanna, non ci sono le riserve nel settore privato per poter sostenere questi eventi culturali e farli conoscere anche al di là del Cantone Ticino.”<

Toccati sul vivo, i due Consiglieri ticinesi hanno replicato. Fabio Regazzi solo per ribadire che ritiene un’ingiustizia la doppia imposizione a carico delle aziende, mentre Marco Chiesa ne ha approfittato… per svelare le vere ragioni e i veri obiettivi dell’iniziativa:

“Sono stato stimolato dalle argomentazioni del collega Sommaruga. Il collega dipinge il mio Cantone, come se fosse alla canna del gas qualora i ticinesi dovessero pagare 200 franchi per il canone – solo 200 franchi. Certo, ha ragione su un punto: più di mille persone lavorano presso la RSI, è un bel numero. Però vorrei ricordare anche in questa sede, che nell’ambito della discussione sull’iniziativa “No Billag” – che io ho osteggiato, non ero d’accordo e non era d’accordo neanche il collega Regazzi -, a fronte di un sostegno del 28 per cento a livello nazionale, quindi un sostegno assolutamente minimo e anche corretto a mio modo di vedere, nel Canton Ticino è stato registrato una quota del 35 per cento in favore dell’iniziativa.
Questo perché? Bisognerebbe domandarselo! Perché sono state fatte delle promesse nel tempo che non sono mai state mantenute e perché probabilmente c’è anche un’insoddisfazione rispetto al lavoro della RSI. Non dico certo di tutti, però quando si vede che un direttore generale, al momento che si ritira, diventa magicamente parlamentare della sinistra in Gran Consiglio, quando si discute sempre a proposito della linea politica della RSI, quando c’è un conflitto perenne fra la destra e la RSI, io credo che non stiamo parlando di un servizio pubblico per tutti. Questi sono i punti da andare a migliorare, perché altrimenti il canone sarà rifiutato dalla grande maggioranza e non solamente dal 35 per cento dei votanti che in Cantone Ticino ha detto di sì all’iniziativa “No Billag”. Infatti, l’iniziativa “200 franchi bastano!”, che è un’iniziativa assolutamente sostenibile, rischia, secondo me, di passare proprio nel Cantone che più ne approfitta a livello di perequazione, perché c’è una insoddisfazione rispetto al servizio pubblico e nessuno vuole metterci mano.” [sottolineatura nostra]

E questa è stata la replica di Sommaruga, che mostra bene la pochezza della prospettiva di Chiesa:

“Volevo aggiungere molto brevemente una piccola cosa: io sono ticinese, ma effettivamente sono eletto a Ginevra. Quello che ho difeso prima, non è il Canton Ticino, è la cultura svizzera italiana che tramite il media di servizio pubblico nazionale possiamo diffondere anche oltralpe e anche oltre i confini. Questo mi sembra essenziale. E questo bisogna anche trasmetterlo in modo pedagogico ai ticinesi e alle ticinesi che in fondo forse hanno una visione non ancora completamente chiara, visto i discorsi dei loro rappresentanti qui a Berna.”

Tutto è molto chiaro. La destra nostrana è pronta a far pagare ai cittadini (che dovranno accontentarsi di un’offerta dimezzata, per esempio nel campo dello sport) le conseguenze di una vendetta puramente politica per torti mai dimostrati contro un’azienda pubblica, che soggiace al controllo di tutti e sottoposta a precisi doveri di imparzialità, per lasciare spazio a media privati, in mano a gruppi stranieri, già oggi in buoni rapporti con chi ne favorisce le mire sul mercato svizzero, e verosimilmente pronti a concedere ai propri amici tutto lo spazio che desiderano.


Cosa rimane di quella piccola, straordinaria stagione?

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Benvengano pubblicazioni come questo Ben venga maggio, titolo ripreso direttamente da una composizione in versi del poeta quattrocentesco Agnolo Poliziano. Una ballata che celebra la primavera, metafora di rinascita, cambiamento, rinnovamento: stagione per eccellenza di piaceri e amori, sullo sfondo di una popolare festa fiorentina, il Calendimaggio, ma anche di tensioni ideali.

Il testo di quella poesia viene riportato in coda al volume, ma avrebbe anche potuto costituirne idealmente il punto di partenza. Certo, i sussulti dell’umanista toscano sono altra cosa rispetto ai tumulti e all’effervescenza che i curatori Danilo Baratti, Enrico Lombardi e una serie di altri autori qui ricostruiscono. In apertura, due letture di taglio storico: Mauro Stanga ricorda opportunamente antefatti che risalgono al decennio precedente; Zeno Casella, che al Movimento studentesco luganese degli anni ‘70 ha dedicato la tesi di laurea a Friburgo, ricostruisce i rapporti con le autorità politiche di allora e le loro scelte in ambito scolastico.

Altrettanto importanti sono le testimonianze dirette di coloro che quel biennio (1974-75) lo hanno vissuto, dapprima – tra marzo e maggio 1974 – sui banchi del Liceo di Lugano (quello intitolato a Dante Alighieri e Stefano Franscini, ospitato all’interno dell’austero Palazzo Studî) e, successivamente, in altri ordini di scuola (il Centro professionale di Trevano; la Scuola cantonale di commercio, il Liceo economico e sociale e la Scuola cantonale di amministrazione di Bellinzona).

Molto ben concepito, tipograficamente impeccabile, il volume raccoglie una serie di documenti e immagini: articoli di giornale, fotografie, lettere, verbali assembleari, volantini e volantoni d’epoca (gran parte dei quali conservati dalla Fondazione Pellegrini Canevascini di Bellinzona, che l’opera ha pubblicato nell’ambito dei Quaderni di storia del movimento operaio nella Svizzera italiana, inaugurati in quello stesso 1974 e oggi al 21.esimo volume). Scrigni preziosi, insomma, quell’Archivio e questo Quaderno.

Sfogliandolo, l’occhio mi cade su pagina 34, l’unica che reca qualche succinta segnalazione bibliografica: 6 titoli in tutto sul Sessantotto in Ticino e in Svizzera, nessuno sugli avvenimenti del ’74-’75; segno che, sull’argomento, si è scritto ben poco.

Perché il mondo è cambiato? Perché aneliti e priorità di allora sono state superate da altre rivendicazioni più attuali e urgenti? Perché – come suggerisce Enrico Lombardi – viviamo “dentro un tempo che si legge e si percepisce sempre più a breve termine, chiuso in un presente senza prospettiva, senza profondità storica? Perché la scuola stessa non è più in cima alla lista dei problemi? Lascio ad altri le risposte, magari ne scaturirà qualcuna durante la presentazione ufficiale del libro, questa sera, ore 20.30, al Cinema Lux art house di Massagno. È stata comunque ottima l’idea di riproporre l’argomento in due occasioni: dapprima durante la Giornata tenutasi il 18 maggio 2024 nell’Aula Magna del CPT di Trevano; ora con il volume che contiene, riveduti e completati dai singoli relatori, gli interventi di quel pomeriggio, con la corposa aggiunta di E noialtri apprendisti, sceneggiatura del film che il regista Giovanni Doffini – affiancato da Delta Gregorio – girò nel 1975-76. Quel documentario militante percorse con successo per mezza Europa: Cannes, Parigi, Sorrento, oltre che in casa nostra, alle Giornate di Soletta e al Festival di Nyon.

Altro possibile punto di partenza potrebbe essere la nutrita Cronologia (alle pp. 155-158) che ricostruisce gli eventi del 1974 e del 1975.

Tra le 9 testimonianze raccolte, segnalo Quando CL sbirciava a sinistra, resa da Danilo Catti, membro, sin dalla primissima ora, del Comitato d’azione dell’Assemblea studentesca del Liceo 1.

All’epoca vicino al Movimento fondato da Don Luigi Giussani che, anche nella Svizzera italiana, proprio nelle aule scolastiche, aveva saputo raccogliere molte adesioni, il regista e sindacalista ticinese ricorda il coinvolgimento attivo di CL nella contestazione. Denominatori comuni che avvicinavano sensibilità apparentemente divergenti erano la contrarietà alla guerra in Vietnam, all’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’URSS/Patto di Varsavia (20 agosto 1968), al regime franchista in Spagna, alle dittature che imperversavano in Europa e oltre Oceano, in Grecia e in Argentina, o ancora al colpo di stato cileno dell’11 settembre 1973 che destituì Salvador Allende.

Figura di riferimento per molti giovani di allora era il fiorentino don Lorenzo Milani (1923-1967). In lui convivevano istanze dei Cattolici progressisti e di parte della Sinistra italiana. Egli fondò la Scuola di Barbiana, nel Mugello, con l’intento di creare un luogo in cui tutti gli allievi potessero raggiungere un livello minimo di educazione-istruzione indipendentemente dalla loro condizione sociale.

Ricorda Catti: “C’erano riunioni di Comitato quasi quotidiane, discussioni animate, frequenti assemblee e parecchi testi da redigere, stampare e distribuire ai cancelli. A volte le riunioni avvenivano nella sede di CL, in Piazza Indipendenza, e molti dei volantini venivano redatti e stampati direttamente sul posto grazie a una grossa ed efficiente macchina ciclostile. Sono stati mesi intensi dove, in un Ticino litigioso, con frequenti conflitti interni anche alla Sinistra, hanno predominato le convergenze piuttosto che le divergenze. Un’unità e una solidarietà determinanti che hanno permesso di creare un rapporto di forza vincente contro i tentativi di repressione da parte delle autorità scolastiche e politiche” (pag. 74). Intriso dei suoni latino-americani del tempo, Catti ricorda anche la notte passata in cella e i due interrogatori subìti (“non mi spiegavo come mai quell’agente fosse già al corrente delle scuole che avevo frequentato, con quali esiti, a che movimento appartenevo, a quali manifestazioni di protesta avevo partecipato. Dubbi che hanno trovato risposta, una quindicina di anni più tardi, quando è scoppiato lo scandalo delle schedature”.

Io, nato nel 1959, nel Palazzo degli Studi di Viale Cattaneo ci sono entrato solo nel settembre 1975 uscendone 4 anni dopo ed essermi sentito, a mia volta, individualmente “vittima”, non dico di un sistema, ma quantomeno di un docente di fisica e di una sua collega di matematica che, al giovane grecista e latinista interessato alla letteratura e al cinema, rifilarono entrambi la nota 2, costringendolo a ripetere l’anno. Di quel Liceo non ho un bel ricordo. Già allora, troppe le ore, anche sul mezzogiorno, anche dopo le cinque di sera: tra nuoto, recuperi, materie facoltative, era difficile stare a galla.

Di Catti, più militante e meno individualista di me, colpisce soprattutto il finale di una testimonianza quasi testamentaria, consegnata a studenti e apprendisti di oggi:  “È stato bello e importante poter vivere quella piccola, ma a suo modo straordinaria stagione. Un’esperienza ricca di senso, dove è stato possibile gridare un primo convinto NO! un NO collettivo. Un NO politico. Un NO liberatorio che ha aperto la strada ad altri NO, dai piccoli atti di resistenza quotidiani a quelli più impegnativi e determinati. NO che fanno la differenza, NO che cambiano la vita. Durante quella primavera ho provato un senso di libertà profonda, una libertà di cui conservo ancora il gusto a tanti anni di distanza”.

Di tutto quel fermento, di quella crisi che colpì il mondo della scuola e i modelli vigenti a metà anni ’70, cosa è rimasto? Chi ne ha raccolto il testimone? Nella sua conclusione, Zeno Casella afferma: “Non fu una rivoluzione, malgrado alcuni suoi militanti forse speravano che potesse diventarlo”. Piuttosto, un’azione condotta all’interno dei confini del sistema (come sostiene, riferendosi al ’68 ticinese, Pompeo Macaluso nella sua Storia del Partito Socialista Autonomo, edita da Armando Dadò nel 1997).

“Negli anni successivi” scrive ancora Casella “il movimento liceale perse progressivamente la sua dinamicità e non riuscì a costituire delle strutture (ad esempio di tipo sindacale) in grado di dare continuità alle lotte studentesche. Ciononostante, la sua importanza non va sminuita: nel ’74, le massime autorità dello Stato dovettero confrontarsi direttamente con quanto stava avvenendo nelle scuole superiori e accordare delle concessioni per far rientrare la tensione entro limiti accettabili. Non male per una semplice banda di liceali”.

Tanto? Poco? Forse se ne tornerà a parlare, stimolati da questa pubblicazione.


Assassinio Kirk, perché tirare di mezzo le donne?

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Nella sua opinione, pubblicata martedì 16 settembre sulle pagine de laRegione, il presidente del
PLR ticinese Alessandro Speziali non perde l’occasione di strumentalizzare le donne per
esprimersi sull’omicidio di Charlie Kirk, e – come Gruppo Donne USS – non possiamo davvero
tacere.

Non vogliamo entrare nel merito della vicenda di Charlie Kirk, sulle cui “idee impopolari” – a detta
di Speziali – si potrebbe in ogni caso dire molto. Ciò che riteniamo però inaccettabile è il paragone
scelto dal presidente del PLR, ossia l’accostamento tra chi sostiene che Kirk “se la sia cercata” e
chi dice lo stesso di una donna molestata per come era vestita.

Un simile parallelismo è inaccettabile. Le donne che subiscono molestie o violenze lottano da anni
contro la cultura del victim blaming, che colpevolizza la vittima invece dell’autore dell’aggressione.
Si tratta di un meccanismo profondamente radicato, che ferisce due volte: prima nella violenza
subita, poi nella delegittimazione sociale che ne segue. Usare questa realtà dolorosa come
metafora in un dibattito politico estraneo alle nostre rivendicazioni significa banalizzare, svuotare di senso e strumentalizzare una battaglia che appartiene a migliaia di donne, sindacati e associazioni femministe, che ogni giorno si impegnano affinché cambi una mentalità radicata con forza nelle menti dei più, e con essa le leggi e le condizioni in cui le donne si trovano a dover vivere e lavorare.

Tanto più grave ci pare che questo paragone arrivi da un partito che – nella pratica politica –
sistematicamente si oppone a ogni tentativo di miglioramento della condizione femminile sul posto
di lavoro e nella vita privata. Dalla riduzione del divario salariale alla conciliazione tra lavoro e
famiglia, dalla lotta contro la precarietà a controlli più stringenti sulle aziende in materia di parità –
senza dimenticare lo strenuo sostegno all’innalzamento dell’età pensionabile. Non si possono
rifiutare le rivendicazioni delle donne e, allo stesso tempo, appropriarsi delle nostre argomentazioni
quando torna utile per delegittimarci, sminuirci o spostare l’attenzione su tutt’altro.

Chiediamo rispetto per le nostre lotte. Il femminismo non è un serbatoio di immagini e slogan da
cui attingere a piacere per rafforzare un’argomentazione politica, ma un impegno reale per la
dignità, la sicurezza e la parità. Se davvero si vuole contribuire a una società più giusta, la strada
non è l’appropriazione strumentale, ma l’ascolto delle nostre istanze e il sostegno alle nostre
rivendicazioni.

Nicole Rossi è segretaria sindacale dell’USS – Ticino e Moesa


Trumplandia contro Nazioni unite

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Di Roberto Zanini, il manifesto

C’è un uomo solo al comando, la sua cravatta è rossa, il suo nome è Donald Trump. Lui ha ragione su tutto, conclude guerre in modo seriale, riordina i commerci mondiali e quindi l’umana convivenza, combatte le truffe globali come il cambiamento climatico e lotta per l’anima delle nazioni contro immigrati che ne corrompono lo spirito.

In soli 57 minuti, il presidente degli Stati uniti cancella gli ultimi dieci o venti anni di multilateralismo politico globale e impartisce una dura lezione al mondo dalla massima tribuna politica possibile, quella dell’Assemblea generale delle Nazioni unite.

È quella tribuna, quel podio nella grande sala affollata di presidenti mondiali, che realizza lo scarto tra ciò che era e ciò che è. Non è la solita accozzaglia di trumpate, perché questa volta Trump non si esprime sul suo social Truth, non parla al network amico Fox, nemmeno dallo Studio ovale che si è conquistato facendo assaltare Campidogli e vincendo elezioni, in questo ordine. Ieri ha parlato al pianeta intero, dal pulpito costruito per riordinare il mondo che era il sogno di Roosevelt e che oggi scivola sempre più rapido verso una marginalità a cui molti altri presidenti americani hanno contribuito, bombardando qua e là. Ma oggi la sfida è su una scala è maggiore, il progetto è totale, non serve bombardare qualcun altro e neanche far rotolare teste, è sufficiente renderle inutili: se nessuno interviene con forza per indicare una direzione diversa e meno elementare di “qui comando io”, da ieri l’Onu è una rovina politica fumante, un ostaggio del paese con più pil, più armi e più gas e petrolio di tutti – il contrario di ciò in cui volle credere un mondo offeso nel 1945.

Il podio all’Assemblea generale delle Nazioni unite è, o dovrebbe essere, il più importante microfono della politica globale. Trump lo ha usato per ripetere un dettaglio dopo l’altro la sua versione del mondo. Non ha detto una sola parola davvero nuova, ha recitato il suo repertorio imbottito di falsità, giusto con qualche enfasi maggiore della sua media pure molto elevata (il cambiamento climatico «la più grande truffa del mondo», per dirne una). Ma lo ha recitato tutto, tutto insieme, all’Onu.

Lo detesta da quando gli negò l’appalto per la ristrutturazione del Palazzo di Vetro, un affare da 500 milioni di dollari «e gli avrei messo i pavimenti di marmo», invece le scale mobili non funzionano e il gobbo elettronico neanche, quindi l’Onu è una manica di pelandroni inefficienti e parolai. Davvero basta per spazzare via ottant’anni di faticosa ricerca di equilibri comuni? Perché la soluzione che Trump prospetta non sono gli Stati uniti d’America e la loro nuova età dell’oro. La sua soluzione è Trumplandia, una molto specifica e terrificante accezione di quel paese e della sua storia: un pianeta di frontiere sbarrate e tariffe doganali brandite come armi, di armi e di diritto messianico ad usarle, di idrocarburi che scorrono sulla Terra come latte e miele, di diritti riconosciuti o negati con molte differenze di sesso, razza, religione e censo, tutto in nome di una costante emergenza nazionale. Lo stato d’eccezione di Carl Schmitt ma con un sovrano permanente. E se non fate come dico io, go to hell.


Sachs: “Il discorso di Trump pieno di bugie e deliri, prova il degrado Usa”

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Di Paolo Mastrolilli, la Repubblica

NEW YORK – Il mondo deve smetterla di illudersi: Trump sta portando gli Usa fuori dall’ordine internazionale creato dopo la Seconda guerra mondiale. Il resto della comunità globale ha l’urgenza di unirsi, per tenerlo in vita anche senza l’America». A questa accusa l’economista della Columbia University Jeffrey Sachs, ex consigliere del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, aggiunge un monito speciale rivolto a noi: «L’Europa deve prendere la decisione più importante, ossia se continuare a supplicare la benedizione di una Casa Bianca che la detesta, o guidare l’alternativa».

Come giudica il discorso del presidente?
«Una vergogna imbarazzante per gli Usa, piena di falsità e deliri. Dimostra quanto sia instabile la scena politica americana».

Quali falsità?
«Quasi ogni paragrafo era pieno di bugie, travisamenti, esagerazioni o deliri. Conteneva megalomania, grossolanità, umiliazioni di ogni altro governo. E stata una rappresentazione autentica del modo in cui vede il mondo».

Procediamo per temi, cominciando dai cambiamenti climatici.
«È un anziano completamente ignorate e corrotto. Non sa nulla del clima e dei sistemi energetici. Non ho dubbi che sia sostenuto finanziariamente dall’industria petrolifera, ma ogni parola pronunciata era falsa e ciò è facilmente dimostrabile».

Ha detto che l’immigrazione ci sta mandando all’inferno.
«È sposato con un’immigrata e anche sua madre lo era, come tutti noi americani. Ha tenuto uno sproloquio nazionalista e razzista. La questione di immigrazione e confini è seria, ma il modo in cui lui la tratta è un appello a volgarità, falsità e umiliazione della dignità delle persone. Questo è ciò che viviamo ogni ora negli Usa, il completo degrado della politica americana. Dovete smetterla di inginocchiarvi alle sue imposizioni, come ha fatto l’Europa».

Perché detesta così tanto il Vecchio continente?
«Odia tutti, non fatene una questione personale. È la manifestazione della sua insicurezza. Non ci sono amici per Trump, solo vassalli che baciano l’anello».

Dopo aver ceduto sui dazi, l’Europa può ancora rialzarsi?
«Certo. L’Europa ha completamente frainteso gli ultimi 25 anni, diventando un vassallo degli Usa. Leader dopo leader, vi siete preoccupati solo di compiacere il presidente americano. Ora dovete affrontare il collasso politico Usa, una crisi di malevolenza e ignoranza, dove non è nel vostro interesse baciare l’anello».

Non riconoscerà la Palestina perché sarebbe un regalo ad Hamas.
«Gli Usa sono complici di genocidio. Trump è un criminale di guerra in senso letterale, perché aiuta l’omicidio di massa del popolo palestinese. Lo ha dimostrato la settimana scorsa la Commissione diritti umani dell’Onu».

Sulla guerra in Ucraina?
«Finirà quando la Nato chiarirà che non ha alcuna intenzione o interesse ad espandersi a Kiev».

È la fine dell’ordine internazionale e del multilateralismo?
«No, perché gli Usa sono solo uno dei 193 membri dell’Onu, col 4,1% della popolazione mondiale e forse il 14% del pil globale. Non possono distruggere l’organizzazione degli altri 192 paesi. Gli Usa vivono una crisi profonda che continuerà per anni, ma ciò non dovrebbe impedire agli altri di risolvere i problemi cruciali del pianeta. Molto però dovrà essere fatto senza gli Usa, o nonostante gli Usa. Potrebbero anche uscire dall’Onu, ma il suo lavoro resta più essenziale che mai e va portato avanti anche senza Washington».

Quindi il resto del mondo deve capirlo e attrezzarsi?
«Esatto, e la scelta cruciale tocca all’Europa. Gli altri vanno avanti, voi continuate a correre alla Casa Bianca per ottenere il permesso su tutto. È patetico, dovete cambiare».


Fisiognomica di Trump, un leader che ha “sempre ragione”

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Di Massimiliano Panarari, La Stampa

Il volto specchio dell’anima. Idea antichissima, ma sempre valida (certo, con varie precisazioni e nessuna irrazionale morfopsicologia). Guardare, per credere, Donald Trump nel suo torrenziale discorso all’80ª Assemblea generale dell’Onu. Uno sguardo, quello posato in maniera analitica sul suo viso e sulle sue movenze, che corrisponde precisamente a un trattato di fisiognomica politica. E che rivaluta improvvisamente l’attendibilità del lombrosismo, del quale si potrebbe riconoscere a posteriori che se risultava imbevuto di troppi pregiudizi nei confronti dei comportamenti devianti dei poveri e del sottoproletariato, diventa una summa credibile e verosimile se applicata alla prossemica e all’estetica di gran parte delle élite trumpiste – il cui look, saltando di palo in frasca fantascientifica, si rivela uguale sputato a quello dei «Nuovi Padri Fondatori» del ciclo cinematografico distopico di The Purge – La notte del giudizio.

Dopo quell’impressionante mix tra un funerale di Stato e uno da stadio e una cerimonia evangelica sudista che, a Glendale, ha celebrato Charlie Kirk, il paesaggio pubblico statunitense appare impregnato oltremisura di un’atmosfera escatologica. Ecco perché bisogna portare attenzione ai segni dei tempi, e alle espressioni facciali dei protagonisti di un establishment che ha deciso di propagandare a ogni piè sospinto una visione manichea e integralista, imbracciandola metaforicamente come una di quelle armi da fuoco automatiche che si possono liberamente comprare nel Paese (e che, concretamente e tragicamente, hanno tolto la vita anche al giovane leader di Turning Point).

Segni dei tempi come la scala mobile nel Palazzo di vetro che si è bloccata mentre salivano il presidente e la first lady, al pari dell’arresto temporaneo del “gobbo” elettronico, una sorta di rivolta della tecnica contro il padrino-padrone politico di Big Tech, verrebbe da dire. E se il primo dei due incidenti ha fornito lo spunto per la sola nota ironica del suo discorso-fiume durato oltre un’ora (anziché i 25 minuti regolamentari), il secondo imprevisto è diventato immediatamente oggetto della sua ira e di una minaccia plateale all’operatore («Chiunque stia azionando questo teleprompter si trova in guai seri»). Del resto, “il buongiorno si vede dal mattino”, e stiamo letteralmente assistendo all’alba della Nuova America made in Maga, che si specchia nelle espressioni accigliate, nei gesti imperiosi e assertivi, nel viso tirato e incupito dell’uomo più potente del mondo, intenzionato a sovvertire l’ordinamento liberale internazionale (di cui gli Stati Uniti sono stati artefici e custodi fino al suo avvento) e a scatenare la “caccia alle streghe” all’interno del Paese. Come aveva promesso alle esequie di Kirk, dichiarando esplicitamente di «odiare i suoi avversari» davanti alla folla che gremiva lo State Farm Stadium, e richiamando bruscamente la sua ministra della Giustizia Pam Bondi al «dovere di perseguire rapidamente i suoi nemici».

Se i politici della modernità hanno per lungo tempo indossato una “maschera”, e fatto ricorso al contegno (od ostentato forme di autocontrollo), per non mostrare le emozioni al pubblico e agli avversari, mantenendo in tal modo lo status di guide dei loro elettori, il populismo ha stravolto i codici comunicativi, disintermediando ed estremizzando la leadership anche nella mimica facciale e nella prossemica per lanciare il messaggio dell’autenticità e della condivisione dello stesso patrimonio di gestualità del “proprio popolo”. Così, il capo della Casa Bianca è entrato “a muso duro” nel santuario dei passi felpati e degli instabili e complicatissimi equilibri diplomatici, esattamente come il proverbiale elefante nel negozio di cristalleria. Un Trump torvo e corrucciato al punto da sembrare a tratti somaticamente quasi trasfigurato, ha pronunciato un’autocelebrazione («Io sono bravo a fare previsioni, ho avuto ragione su tutto»), e una vera e propria requisitoria contro le Nazioni Unite, le politiche ecologiche e la tematica dell’emergenza climatica («La maggiore truffa mai messa in atto a livello globale»), spesso brandendo come una pistola il dito indice accusatorio.

Il viso del tycoon-presidente – il quale padroneggia profondamente, come noto, le regole della politica-spettacolo – rappresenta un incrocio tra un “libro aperto” e la messa in scena (mirata e propagandistica) dei suoi stati d’animo: un connubio così marcato che avrebbe fatto “felice” Johann Kaspar Lavater, il padre della fisiognomica pre-positivista. E se l’applicazione delle categorie del lombrosismo politico risuona alla stregua di un divertissement – o di un horror (come si potrebbe sostenere più appropriatamente a proposito dell’«America oggi») –, l’indiscutibile scientificità dei neuroni specchio potrebbe agevolmente sottolineare l’assoluta mancanza di empatia del Trump “marziano all’Onu”. Voluta e deliberata, per l’appunto, mentre sugli Usa soffia la tempesta fondamentalista di un millenarismo e di un misticismo politici che proclamano il Tempo della battaglia finale contro l’Anticristo. Con il presidente ovviamente campione delle forze del bene, e che, nonostante la missione piuttosto impegnativa, trova il tempo (un’altra tipologia temporale…) di speculare con le criptovalute, far licenziare o silenziare comici televisivi e insabbiare il dossier Epstein…


La “scampagnata” è finita

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

Video registrato il 23 settembre alle ore 23.30 GMT, in navigazione a Sud di CretaI detrattori dell’impresa umanitaria in corso l’hanno finora dipinta come l’allegra gita di fine autunno di un manipolo di idealisti incoscienti. Ma dalla notte scorsa non la si può più minimizzare o ridicolizzare.

La Flotilla dà fastidio, è considerata un pericolo, e chi la vuole fermare (si può solo ipotizzare che si tratti del governo di Israele) dimostra di essere disposto a tutto. Questo è il comunicato ufficiale della GSF: La flottiglia ha dato l’allarme quando diverse imbarcazioni sono state oggetto di incursioni di droni durante la notte. I droni hanno preso di mira diverse imbarcazioni con dispositivi flash-bang che sono esplosi sopra o vicino alle imbarcazioni. Sono state attivate precauzioni di sicurezza a bordo e a terra e il monitoraggio della situazione è in corso. I partecipanti stanno tutti bene e non sono stati segnalati feriti. Continua la valutazione di eventuali danni alle imbarcazioni. Continuiamo la nostra rotta verso Gaza.


La Svizzera e il ricatto di Israele

La Casa Bianca si è resa conto che Mosca non sta affatto vincendo, ma il sostegno resta incerto 

La Svizzera si è mesa sotto ricatto israelo-americano. Consapevolmente. Volontariamente. Lo ha fatto col rifiuto di riconoscere la Palestina come Stato, decisione presa invece da un’altra decina di governi, che hanno così portato a oltre 150 (su 193) il numero di nazioni che all’ONU hanno compiuto lo storico passo. 

Tra gli assenti, appunto, la Confederazione. Che pure è depositaria delle Convenzioni internazionali, che la obbligano a far rispettare il diritto umanitario internazionale. E le decine di risoluzioni delle Nazioni Unite che il governo di Tel Aviv ha invece sempre respinto, in particolare quella di rientrare entro i confini del 1967, anno della “guerra dei sei giorni”, della conquista e occupazione israeliana di numerosi territori arabi, dell’inizio della loro colonizzazione, dell’annessione di tutta Gerusalemme (ora ‘capitale eterna’ dello Stato degli ebrei) e delle alture del Golan siriano. Situazione consolidatasi negli ultimi due anni e mezzo: il ‘dopo 7 ottobre’ (assalto terroristico di Hamas) ha infatti trasformato la feroce e spropositata vendetta militare di Israele su Gaza (oltre 60 mila morti in gran parte civili) in ulteriori conquiste territoriali, nella stessa enclave gazawi, e nella parte meridionale di Siria e Libano. 

Soprattutto, ha registrato l’ormai pubblica e netta contrarietà del governo Netanyahu alla soluzione “due popoli, due Stati”, riproposta invece dalla grande maggioranza dei paesi ONU per la soluzione del tragico conflitto israelo-palestinese. Una comunità internazionale colpevole di aver lasciato a Israele negli ultimi due decenni (dopo gli improduttivi accordi di Oslo) una sorta di carta bianca al governo di Israele, guidato ora da una coalizione a partecipazione “messianica”, come vengono definiti due partiti indispensabili della coalizione governativa, che si battono apertamente per l’annessione definitiva allo Stato ebraico di tutti i territori occupati, per l’espulsione o deportazione del maggior numero possibile di abitanti arabi dalla Palestina storica, per trasformare quest’ultima in “Erez Israel”, cioè nella ‘Grande Israele’, che si estenderebbe dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo (che non è solo, rovesciato, uno slogan di Hamas).

In una situazione del genere, la riproposta internazionale del “due popoli, due Stati” arriva evidentemente con colpevole ritardo, in una situazione locale e internazionale profondamente mutata, con Israele padrona (per ora) della supremazia militare, e soprattutto con un alleato americano a guida Trump, che ne condivide e incoraggia praticamente tutte le scelte strategiche: con proposte contrarie al diritto internazionale, non soltanto bizzarre ma anche inverosimili, come quella di trasformare Gaza, già ora  un enorme camposanto, in una gioiosa località turistico-balneare, il più possibile spopolata dei suoi abitanti arabi. Da trasferire, più che altro con la forza, in paesi arabi o africani non ancora identificati e comunque sicuramente poco attratti dalla prospettiva di una simile immigrazione, povera, ma soprattutto carica di spirito revanscista e vendicativo nei confronti di Israele e di chi ne sta assecondando i progetti di “pulizia etnica”.

A che serve, in questa situazione, rinnovare l’impegno al riconoscimento della Palestina, di uno “Stato che non c’è”, e che dovrebbe invece esserci in base alle delibere delle leggi e della comunità internazionale (Svizzera compresa) dell’ultimo mezzo secolo? In primo luogo a riproporre l’importanza del diritto internazionale, così strapazzato e violato negli ultimi decenni. Quindi, a rilanciare l’unico scenario di pace legalmente riconosciuto a livello mondiale. Infine a segnalare che non può regnare e vincere la regola del paese più forte, legge della giungla che non farebbe che esasperare ovunque la corsa alle armi, comprese quelle nucleari, come già si registra in questo incerto e travagliato periodo storico. Un atto, perciò, fortemente simbolico.

Che toglierebbe a Israele una decisiva carta. Chi infatti sostiene, come Berna, che prima si dovrebbe procedere a trattative fra le due parti per stabilire i dettagli di un accordo, lascia a Israele la possibilità di giocare perennemente la carta decisiva della negazione dell’esistenza di un’entità nazionale palestinese: basterà il suo “no” (del resto già solennemente ripetuto in queste ore) per bloccare qualsiasi possibilità di negoziato. Qui sta il ricatto. Per di più, ricatto unilaterale. E permanente. Mentre occorrerebbe anche un atto di giustizia. E di riparazione. E a questo punto anche di ribellione politico-diplomatica di fronte a una violenta torsione delle regole internazionali, del diktat imposto da Trump e Netanyahu. 

La Svizzera, che per anni si è riparata dietro lo slogan dei “due Stati”, ne è perfettamente consapevole. E invece di onorare il suo impegno umanitario preferisce assecondare questo ricatto, blandendo la superpotenza americana che la sta maltrattando nell’ambito dei dazi e della guerra commerciale trumpiana. Una posizione elvetica che viene pretestuosamente spiegata e difesa anche col principio di neutralità. Ma una neutralità consapevole, attiva e credibile non è, o non dovrebbe essere, al servizio dell’ingiustizia, dei massacri, e dei ricatti di chi crede in un dominio garantito solo dalla forza.

Nell’immagine: in rosso i Paesi che riconoscono lo Stato di Palestina