I parlamentari borghesi non vedono crimini di guerra

Il Parlamento e il Consiglio federale non vogliono criticare in modo inequivocabile l'azione distruttiva di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo la sinistra vuole far rispettare le Convenzioni di Ginevra 

Il Consiglio degli Stati e il Consiglio nazionale hanno tenuto sessioni speciali sul conflitto a Gaza. Le mozioni del PS e dei Verdi sono state respinte da entrambe le Camere. Solo il punto 1 della mozione del consigliere agli Stati PS Carlo Sommaruga, rispettivamente del consigliere nazionale Fabio Molina, ha ottenuto una chiara maggioranza. In base a tale punto, il Consiglio federale è incaricato di esercitare tutta la sua influenza in politica estera per impedire che vengano commessi gravi crimini nella guerra di Gaza, di garantire il libero accesso agli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e di esigere il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi e dei prigionieri politici. È significativo che tutti i consiglieri agli Stati borghesi della Svizzera romanda e del Ticino abbiano votato a favore, così come alcuni parlamentari del centro e del PLR della Svizzera tedesca. Anche nel Consiglio nazionale i Verdi liberali e la maggioranza del PLR e del centro hanno sostenuto il punto 1 della mozione in questione.

Il consigliere federale Parmelin ritiene che il Consiglio federale abbia fatto abbastanza

Nel punto 2 sono state richieste le stesse sanzioni contro i coloni violenti che erano state decise dall’Unione Europea (UE). Con un’eccezione, anche tutti i rappresentanti della Svizzera romanda hanno votato a favore, ma solo un consigliere agli Stati borghese della Svizzera tedesca. Nel Consiglio nazionale hanno votato a favore solo due consiglieri nazionali di centro, il PS e i Verdi.

I punti 3, 4 e 5 sono stati respinti con forza. Tutti i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani costruiti illegalmente in Cisgiordania e sulle alture del Golan dovrebbero essere etichettati come richiesto dall’UE. Inoltre, dovrebbe essere vietata qualsiasi cooperazione militare, compresa l’esportazione di beni che possono essere utilizzati per scopi militari e civili. Allo stesso tempo, l’accordo di libero scambio con Israele dovrebbe essere sospeso. Nel Consiglio degli Stati, il PS e i Verdi non erano più compatti nel votare a favore; nel Consiglio nazionale, il PS e i Verdi erano completamente isolati.

Il consigliere federale Parmelin ha sottolineato in entrambe le Camere che il Consiglio federale ha chiesto con insistenza a entrambe le parti di rispettare il diritto umanitario internazionale. Si è detto sconvolto per tutte le sofferenze umane a Gaza e ha elencato ciò che il Consiglio federale chiede a entrambe le parti, ad esempio il rispetto del diritto internazionale. Parmelin ritiene di aver soddisfatto il primo punto delle mozioni identiche di Sommaruga e Molina. Tuttavia, il Consiglio federale si astiene sistematicamente dal criticare direttamente Israele e dall’accusare il suo governo e il suo esercito di crimini di guerra. A mio avviso, il punto 1 delle due mozioni non è quindi soddisfatto. Il Consiglio federale non intende applicare le sanzioni dell’UE contro i coloni violenti in Cisgiordania, dopo aver valutato attentamente gli aspetti giuridici anche nei settori dell’economia e della politica estera. Respinge anche gli altri punti delle mozioni.

Riconoscimento della Palestina come Stato: alcuni borghesi dicono sì

Il riconoscimento dello Stato palestinese da parte della Svizzera – si tratta di un’iniziativa cantonale del Cantone di Ginevra – è stato respinto dal Consiglio degli Stati con 27 voti contro 17. A favore del riconoscimento della Palestina si sono espressi, oltre al PS e ai Verdi, anche tutti i consiglieri agli Stati borghesi di lingua francese, con una sola eccezione, nonché i Verdi liberali e un politico di centro della Svizzera tedesca.

Forte influenza del gruppo parlamentare Svizzera-Israele

Soprattutto nel Consiglio degli Stati, i politici della Svizzera occidentale e del Ticino hanno mostrato maggiore empatia nei confronti dei palestinesi oppressi. È notevole la forte influenza esercitata sui Consiglieri federali dal gruppo parlamentare Svizzera-Israele, di cui faceva parte Ignazio Cassis in qualità di consigliere nazionale. Con una lettera indirizzata al ministro degli esteri Cassis, il gruppo parlamentare ha criticato il Consiglio federale per non aver sottolineato a sufficienza il diritto di Israele all’autodifesa nelle sue dichiarazioni. In generale, la lobby israeliana in Svizzera è molto attiva. In ogni caso, i parlamentari borghesi sono poco disposti a riconoscere che il governo israeliano, l’esercito e anche una parte dei coloni commettono crimini di guerra, come ritiene la Corte internazionale di giustizia. Numerosi professori e scrittori ebrei che vivono in Israele o in altri paesi criticano aspramente il governo Netanyahu e parlano esplicitamente di crimini di guerra, persino di genocidio.

Nel caso dell’aggressione russa contro l’Ucraina, la Svizzera ha condannato con forza la grave violazione del diritto internazionale. Sebbene la Svizzera, in qualità di Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, abbia il dovere particolare di adottare misure qualora queste vengano violate, come ora da parte di Israele nella guerra distruttiva a Gaza, il Consiglio federale ignora tale dovere. Dobbiamo quindi concludere che la Svizzera non vuole criticare apertamente il suo alleato Israele. Ciò significa che i crimini di guerra commessi da Israele e dalla Russia vengono giudicati con due pesi e due misure.

Sciopero della fame e consegna di una petizione

Durante la sessione autunnale si svolgono manifestazioni di protesta sulla Piazza federale a Berna. Un gruppo di medici e personale infermieristico chiede alla Svizzera di impegnarsi per la protezione della popolazione di Gaza. In solidarietà con i colleghi di Gaza, stanno facendo uno sciopero della fame: ogni 24 ore si alternano altre persone che digiunano per 24 ore.

L’organizzazione Medici Senza Frontiere ha scritto una lettera aperta su Gaza al consigliere federale Ignazio Cassis. La lettera è stata consegnata al Palazzo federale il 10 settembre da un gruppo di collaboratori dell’organizzazione umanitaria con oltre 30 000 firme. Nella lettera si legge tra l’altro: «I medici non possono porre fine al genocidio, ma i governi sì. La Svizzera deve agire!».

Secondo la banca dati dei media svizzeri, solo pochi media della Svizzera tedesca hanno riportato queste impressionanti azioni. In Romandia e in Ticino la copertura mediatica è stata più ampia, anche da parte delle emittenti della SSR.

Pubblicato da Journal21.ch
Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Gaza in un fotogramma del dibattito di “60 minuti” (RSI)


Sanzioni: la guerra dell’Occidente che colpisce anche l’Occidente stesso

Il Parlamento e il Consiglio federale non vogliono criticare in modo inequivocabile l'azione distruttiva di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo la sinistra vuole far rispettare le Convenzioni di Ginevra 

Uno studio pubblicato nell’agosto 2025 su “The Lancet Global Health” ha stimato che le sanzioni unilaterali imposte da Stati Uniti e Unione Europea siano state associate a circa 38 milioni di decessi tra il 1970 e il 2021, con una media di oltre 560.000 morti all’anno. Non si tratta di una guerra, ma dell’effetto di uno strumento di politica estera che, nell’ultimo mezzo secolo, ha provocato più vittime di molti conflitti armati.

La ricerca, condotta da un team internazionale di economisti e basata sui dati di 152 Paesi, delinea un quadro devastante: più della metà dei morti sono bambini sotto i cinque anni, seguiti dagli anziani, le fasce più vulnerabili alla malnutrizione e alla mancanza di cure. Solo dal 2012, oltre un milione di bambini sarebbe morto a causa delle restrizioni imposte dall’Occidente.

Nel 2021, ultimo anno analizzato, le sanzioni risultano collegate a più di 800.000 decessi – una cifra di gran lunga superiore alla media annua delle vittime dei conflitti armati, stimata intorno alle 100.000 persone.

Gli autori sottolineano inoltre che gli effetti più letali non provengono dalle misure adottate in sede ONU, ma da quelle unilaterali, in particolare statunitensi ed europee. Colpendo i sistemi finanziari e commerciali dei Paesi bersaglio, tali misure riducono direttamente la disponibilità di beni essenziali come farmaci, cibo e attrezzature mediche.

La metodologia

Uno degli aspetti più discussi riguarda la possibilità che la mortalità elevata sia dovuta non alle sanzioni ma alle guerre, alle crisi interne o a regimi corrotti. Per rispondere a questa obiezione, gli autori hanno utilizzato un apparato metodologico molto rigoroso. In pratica, hanno confrontato Paesi simili tra loro (per reddito, popolazione, livello di sviluppo), verificato se l’aumento dei decessi avveniva proprio dopo l’introduzione delle sanzioni, e analizzato come cambiavano i dati nel tempo nello stesso Paese. Questo ha permesso di isolare l’effetto specifico delle sanzioni rispetto ad altri fattori.

La conclusione è chiara: laddove vengono imposte misure unilaterali, i tassi di mortalità crescono in maniera significativa rispetto a Paesi non sottoposti a restrizioni. Non si tratta dunque di semplici coincidenze, ma di una vera e propria relazione causale.

I casi emblematici: dall’Iraq all’Iran, da Cuba al Venezuela

La storia recente abbonda di esempi. Negli anni ’90, le sanzioni contro l’Iraq hanno causato una catastrofe umanitaria: l’UNICEF stimò centinaia di migliaia di morti infantili legati al collasso del sistema sanitario. A Cuba, l’embargo statunitense – ancora in vigore dopo oltre sessant’anni – ha reso estremamente difficile l’approvvigionamento di farmaci e attrezzature mediche.

In Venezuela, il blocco dei canali finanziari ha paralizzato la capacità dello Stato di importare beni essenziali e di ricevere aiuti umanitari, aggravando una crisi già drammatica. In Iran, la carenza di medicinali salvavita, documentata da ONG e media indipendenti, è conseguenza diretta delle restrizioni sulle transazioni bancarie. La Siria, infine, dopo il terremoto del 2023, ha visto aiuti umanitari bloccati o fortemente rallentati per timore di violare le sanzioni occidentali.

In Yemen, alle devastazioni della guerra si sono sommate le sanzioni mirate adottate da ONU, UE e Stati Uniti a partire dal 2014. Formalmente indirizzate contro leader politici e comandanti militari, queste misure si sono combinate con il blocco navale imposto dall’Arabia Saudita, restringendo di fatto l’accesso del Paese a carburante, cibo e medicinali. Il risultato è stato un ulteriore aggravamento della crisi umanitaria: secondo le Nazioni Unite, lo Yemen rappresenta oggi, insieme al Sudan,  la peggior emergenza umanitaria al mondo, con milioni di persone ridotte alla fame. In questo contesto, le sanzioni  hanno colpito soprattutto la popolazione civile, già schiacciata da anni di conflitto e carestia.

Mentre le sanzioni colpiscono duramente i Paesi più piccoli e dipendenti dall’Occidente, hanno effetti limitati sulle grandi potenze. La Russia, grazie a immense risorse energetiche e agricole, ha trovato sbocchi alternativi in Cina, India e Turchia, riconvertendo rapidamente le proprie catene commerciali. Pur pagando un prezzo in inflazione e isolamento tecnologico, l’ampiezza del mercato interno e i nuovi partner hanno attenuato l’impatto delle restrizioni, riducendone l’efficacia.

Mercati neri e microcriminalità

Le sanzioni non si limitano a colpire la salute pubblica. Creano economie parallele: mercati neri, contrabbando, corruzione. In Paesi sottoposti a embargo o restrizioni severe, la scarsità di beni essenziali alimenta la speculazione e spinge intere fasce della popolazione a cercare soluzioni illegali. Questo genera microcriminalità diffusa, erosione della fiducia nello Stato e ulteriore instabilità sociale.

Così, misure presentate come strumenti “mirati” finiscono per devastare il tessuto sociale ed economico, rafforzando spesso le élite al potere – le uniche con accesso a reti di contrabbando – e punendo invece la popolazione civile.

Il doppio standard occidentale

La retorica ufficiale dell’Occidente descrive le sanzioni come un mezzo “non violento” per promuovere i diritti umani e la democrazia. Ma i dati rivelano un paradosso: le sanzioni, concepite per colpire governi autoritari, hanno provocato milioni di morti civili innocenti. È una forma di guerra silenziosa, condotta senza armi convenzionali, ma con effetti altrettanto letali.

Al tempo stesso, il ricorso alle sanzioni appare selettivo: strumenti applicati con durezza ai Paesi “non allineati”, ma raramente invocati contro Stati amici dell’Occidente, anche quando violano palesemente diritti umani o norme internazionali, come Israele.

L’effetto boomerang delle sanzioni verso chi le impone

Se le sanzioni unilaterali possono colpire duramente i paesi target, esse non sono affatto indolori per chi le attua. Secondo analisti economici, gli Stati Uniti hanno perso tra i 134 e i 175 miliardi di dollari in potenziali esportazioni dal 1995 a causa delle sanzioni all’Iran, con ripercussioni occupazionali pari a 51.000/66.000 posti di lavoro l’anno, soprattutto in stati come Texas e California.

La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo stima invece che le restrizioni imposte dopo l’invasione russa abbiano portato a una spesa addizionale pari a circa 1 trilione di euro tra il 2022 e il 2023 per l’UE, destinata a colmare la riduzione delle forniture energetiche da Mosca. Questa cifra equivale a 5–7% del PIL dell’UE distribuito su un periodo di tre anni.

Altre stime indicano che l’UE ha perso circa 50 miliardi di euro all’anno di esportazioni verso la Russia, scese a metà del loro livello pre-guerra. Anche alcuni modelli economici mostrano che le tariffe punitive statunitensi, non solo colpiscono i target (ad esempio la Russia), ma producono perdite economiche dirette anche alla propria economia.

Il risultato è un effetto boomerang: le sanzioni danneggiano la crescita, aumentano i costi dell’energia e delle materie prime, scatenano inflazione, riducono export e produzione, e provocano perdite occupazionali nei paesi che le emanano,  rendendo evidente che questa forma di politica estera ha costi economici interni rilevanti, oltre a quelli geopolitici e reputazionali.

Conclusione

Lo studio pubblicato da “The Lancet Global Health” segna una svolta : per la prima volta, il costo umano delle sanzioni viene quantificato con rigore accademico e su scala globale. Non è più possibile liquidare il problema come “effetti collaterali inevitabili”. Se davvero l’Occidente intende difendere i valori che proclama, non può continuare a utilizzare le sanzioni unilaterali come arma geopolitica. Servono meccanismi di salvaguardia umanitaria, canali bancari garantiti per beni essenziali, una revisione radicale delle strategie coercitive. Diversamente, resteremo davanti a un dato inquietante: le sanzioni uccidono più della guerra, e lo fanno nel silenzio della comunità internazionale.

Al tempo stesso, questo quadro dimostra che le sanzioni non sono mai a senso unico: se i paesi colpiti, come l’Iran, soffrono danni macroeconomici profondi – compressione dei redditi, crollo della produttività, peggioramento delle condizioni sociali – anche chi le impone paga un prezzo, sotto forma di esportazioni interrotte, costi energetici più alti, perdita di posti di lavoro e rallentamento della crescita. In ultima analisi, le sanzioni si rivelano uno strumento tanto distruttivo quanto miope, incapace di piegare davvero gli avversari e dannoso per l’intero sistema internazionale.

Fonti consultate: Lancet, CEPR, TIME, Intereconomics, EBRD


Ma Netanyahu non cederà di un millimetro

Il Parlamento e il Consiglio federale non vogliono criticare in modo inequivocabile l'azione distruttiva di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo la sinistra vuole far rispettare le Convenzioni di Ginevra 

Di Tahar Ben Jelloun, La Repubblica

La Francia ha riconosciuto la Palestina. Un atto storico e simbolico che non avrà alcuna conseguenza sulla politica di Netanyahu.

Anche i simboli hanno la loro importanza.

Il primo ministro israeliano tira dritto, non ascolta nessuno, né i suoi cittadini né le Nazioni Unite. Ricorda, per temperamento, Vladimir Putin: anche lui sta conducendo una guerra ingiusta, fa finta di ascoltare ora l’uno, ora l’altro, ma non si scosta di un millimetro dalla determinazione a resistere. Quello che sta succedendo a Gaza non riguarda soltanto i palestinesi. Vi si stanno commettendo, nella più totale impunità, dei crimini contro l’umanità. La parola genocidio è stata utilizzata da israeliani del calibro dello scrittore David Grossmann. Siamo di fronte a una pulizia etnica, un odio devastante che uccide un popolo con la scusa che fra quelle donne e quei bambini si nasconderebbero dei terroristi di Hamas. Secondo un’inchiesta del Guardian, l’83 per cento dei morti di Gaza sono civili.

L’atteggiamento degli europei è molto deludente e persino inquietante. Si tratta di Stati di diritto, di democrazie, qualunque cosa se ne pensi. E tuttavia, quando si tratta di sanzionare i crimini dell’esercito israeliano esitano, sensibili alla pressione degli ebrei della diaspora, legati al destino di Israele.

Ma è proprio quel destino che Netanyahu sta infangando e distruggendo. Netanyahu è un pericolo per i palestinesi che vuole liquidare ed è un pericolo per Israele, che sta perdendo la sua anima. La maggior parte degli israeliani manifesta contro questa guerra infinita e soprattutto contro una strategia che sacrifica la vita degli ostaggi.

Immagino il dolore di una madre palestinese che ha perduto tutti i suoi figli sotto le bombe. Immagino la sua sofferenza e il suo lutto insostenibile. Così come immagino il dolore e il trauma dei genitori che hanno perduto un loro caro nel massacro del 7 ottobre, e immagino l’inferno di incertezza in cui vivono le famiglie degli ostaggi mentre pensano a ogni possibile atrocità. Gli europei avrebbero potuto fare fronte comune ed esercitare la pressione necessaria a mettere fine immediatamente a questa guerra e a fare in modo che Netanyahu fosse giudicato per i suoi crimini.

Se Netanyahu può continuare la sua guerra non è soltanto perché gode dell’appoggio incondizionato dell’America, ma anche perché sa che né gli Stati arabi né l’Europa reagiranno. Lo lasciano fare. Si riuniscono, fanno qualche dichiarazione e poi tornano in silenzio. 145 nazioni hanno riconosciuto la Palestina. La Francia, per bocca del suo presidente, ha deciso di annunciarlo ieri alle Nazioni Unite. Questo non cambierà niente, non ci saranno mai due Stati uno accanto all’altro. Netanyahu è stato chiaro al riguardo: «Nessuno Stato palestinese». È stato contrario agli accordi di Oslo come a ogni altro tentativo di negoziazione.

La tragedia del 7 ottobre 2023, provocata dai membri di Hamas, ha aperto la via al genocidio degli abitanti di Gaza. Decine di migliaia di persone sono state assassinate nel sonno. Non avevano armi, non stavano combattendo: dormivano, la paura nel cuore e la morte al termine della notte.

Hamas è stata decapitata. Si può dire che non esista quasi più.

Se questo crimine non sarà giudicato e punito, sarà la nostra umanità a finire cancellata, sarà la nostra civiltà a essere violata e distrutta. Così, la forza è stata il nemico del diritto e della giustizia. Non è una guerra, è un massacro deliberato che rimarrà come un’onta nella storia di Israele e di tutto il Vicino Oriente.

Voglio ricordare le parole del regista Nadav Lapid, israeliano: «L’anima di Israele è profondamente malata; è stata accecata; è una società che si è distaccata dal mondo e ha abbracciato una visione lontana dalla verità. Gli amici di Israele dovrebbero metter loro di fronte uno specchio grande come il sole, perché gli israeliani possano vedere la verità».

Nell’immagine: Tahar Ben Jelloun


Contro l’odio, antropologia dell’agire politico

Il Parlamento e il Consiglio federale non vogliono criticare in modo inequivocabile l'azione distruttiva di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo la sinistra vuole far rispettare le Convenzioni di Ginevra 

Di Laura Pennacchi, il manifesto

L’ininterrotto scatenamento di conflitti non mediati politicamente sulla scena mondiale e l’accentuata instabilità dei sistemi politici occidentali (significativo da ultimo il caso della Francia) parlano di qualcosa di più di una crisi della democrazia, qualcosa che investe più nel profondo la dimensione politica tout court. La depoliticizzazione generata dal connubio economicismo/mercificazione/individualismo proprietario, veicolato dal lungo predominio neoliberista, ha portato a una tecnicizzazione e a una amministrativizzazione dell’azione politica (con prevalenza di governi tecnici, accentuato ruolo delle Banche centrali e delle agenzie indipendenti, ricorso alla governance invece che al government) nel corso delle quali è sembrata attutirsi la discriminante destra/sinistra e le forze politiche hanno quasi disimparato l’esercizio della responsabilità diretta con il suo intrinseco forte carico valoriale e ideale.

MA DINAMICHE economiche che acuiscono la svalutazione del lavoro, la mercificazione, la finanziarizzazione, la ostilità alle istituzioni pubbliche, le diseguaglianze, la spogliazione delle risorse ambientali, il crescente dominio della tecnica non potevano che scatenare tra i cittadini insicurezza, degrado di status, risentimento verso le élite sui quali hanno costruito le loro fortune forze autoritarie à la Trump. Nella realtà la discriminante destra/sinistra non è sparita affatto, anzi si è radicalizzata prendendo forme nuove e sono insorti populismi estremistici, xenofobie, demonizzazioni esasperanti, fino all’ecatombe delle guerre.

È TUTTO QUESTO che fa emergere da ogni conflitto in atto un sottofondo drammaticamente morale. La violenza distruttiva non è un episodio, specie negli Usa, è generata dall’estremistico soffiare sul fuoco delle destre. Di fronte a ciò, non si tratta di abbandonarsi una “moralizzazione” obsoleta e stantia delle questioni politiche, ma di rivendicare un ritorno paradossalmente aspro, perché assai esigente, del significato morale dell’azione politica. La morale non come atteggiamento moralistico ma come “agire critico”, in grado di cogliere un tratto fondamentale della rivolta contemporanea, che da una parte dà alla denunzia politica un forte significato morale, dall’altra dà alla moralità un elevato contenuto critico. Quel tratto che l’alimentazione nichilistica dell’odio e della vendetta perseguita dalle destre autoritarie, a partire da Trump seguito da Meloni, ossessionate dai fantasmi dell’Anticristo teorizzati da Peter Thiel e pronte a sfruttare per un bieco vantaggio politico persino l’orribile assassinio di Kirk , tenta di soffocare. Quel tratto, però, non è colto neppure dai teorici schmittiani della politica che – affezionati all’idea hobbesiana che il politico nasca dalla “ostilità caotica” e dal potere disordinante di singoli e fazioni, messo in forma non dal diritto ma da qualcosa che lo eccede dall’interno e cioè la decisione – vi vedono solo la conferma di una deplorevole “generale tendenza allo slittamento morale delle istanze politiche”.

UN ESITO DELLA depoliticizzazione è evidente: il rovesciamento della realtà e la demonizzazione dell’avversario operati dalle destre tra urla sempre più parossistiche in cui si distingue la premier Meloni. Ma qui c’è un monito anche per le sinistre: le risposte a questa situazione non possono rimanere solo entro i principi proceduralisti formali del liberalismo – che confina la dimensione morale e dei valori nella sfera privata condannandola al mutismo politico -, debbono contrastare il vuoto provocato dall’affidamento al nichilismo, consapevoli che una vita concepita in termini nichilistici conduce a una vera e propria “antispiritualità”, a un agire famelico segnato dall’indistinzione tra bene e male insofferente di ogni limite e dall’idolatria del profitto e del denaro (basta pensare all’osceno progetto di fare del cimitero di Gaza un luogo di vacanze di lusso per ricchi).

PER QUESTO DOBBIAMO guardare nel profondo della depoliticizzazione in atto e prendere di petto la nuova “questione antropologica” che si staglia di fronte a noi, la quale nasce dalla situazione odierna ma origina da lontani antecedenti – racchiusi in Macchiavelli e Hobbes – che vanno nominati, esplicitati, rimessi in discussione. Possiamo contrastare la terribile antropologia machiavelliana e hobbesiana, intrisa delle idee della malvagità innata dell’essere umano, del suo intrinseco egoismo e utilitarismo, dell’homo homini lupus, della politica solo come forza e dominio, dell’inevitabilità della dicotomia amico/nemico, della irrimediabile pulsione umana alla distruttività e alla guerra.

I PROCESSI di ripoliticizzazione sono connessi a quelli di riantropologizzazione e non saranno possibili senza la liberazione dell’energia creativa che emana dalla riscoperta di valori come umanità, umanesimo integrale (altro che transumanesimo!), diritti umani, “vita buona”, lavoro non alienato, realizzazione di sé, creatività. Abbiamo abbondantemente appreso che il dolore, la sofferenza, l’angoscia non sono altrettanto fondative della vita umana quanto la gioia, la felicità, la speranza, le quali soltanto rendono l’esperire umano meraviglioso.

Ma la felicità non è l’opposto della tristezza o del dolore, sempre presenti nell’esistenza umana, è l’opposto della sterilità interiore e della improduttività, è l’adozione di un orientamento generativo nei riguardi di sé stessi e del mondo.

Nell’immagine: New York – Vincenzo Cottinelli


La sinistra brasiliana si riprende le città

Il Parlamento e il Consiglio federale non vogliono criticare in modo inequivocabile l'azione distruttiva di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo la sinistra vuole far rispettare le Convenzioni di Ginevra 

Di Claudia Fanti, il manifesto

C’è (finalmente) vita a sinistra sulle strade del Brasile. Se da anni era l’estrema destra a egemonizzare le mobilitazioni di piazza nel paese, le massicce proteste in difesa della democrazia che si sono svolte domenica a São Paulo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Brasilia, Salvador, Recife, Curitiba, Belém, Natal e in altre città (in tutto 35), evocano la possibilità di una svolta nel clima politico, l’inizio della «primavera del popolo brasiliano in lotta», come ha dichiarato forse un po’ ottimisticamente Gilmar Mauro della direzione nazionale del Movimento dei Senza Terra.

TANTO PIÙ che non è stato semplicemente un atto pro-Lula o pro-Alexandre de Moraes, il giudice relatore del processo che ha portato alla condanna di Bolsonaro a 27 anni e 3 mesi di reclusione e a quelle solo un po’ meno alte dell’intero “nucleo 1” della trama golpista. La mobilitazione di domenica, promossa sui social con il sostegno decisivo di artisti come Caetano Veloso, Chico Buarque e Gilberto Gil – i quali hanno dato vita a un affollato concerto sulla spiaggia di Copacabana – è stata piuttosto una risposta spontanea all’inedita offensiva contro la democrazia scatenata da un Congresso dominato dalle destre, comprese quelle che governano insieme a Lula. E, allo stesso tempo, la rivendicazione di temi di reale interesse per la classe lavoratrice: la riduzione dell’orario di lavoro a 36 ore settimanali a parità di salario, la fine del regime di lavoro 6×1 (che prevede sei giorni di lavoro e un solo giorno di riposo), l’esenzione dall’imposta sul reddito Irpef per i contribuenti che guadagnano fino a 800 euro (5.000 reais) al mese, la tassazione delle grandi fortune.

Conquiste, tutte queste, pressoché impossibili nell’attuale contesto di aggressione alle regole democratiche da parte dell’estrema destra brasiliana – a cui per di più si aggiungono gli attacchi dell’amministrazione Trump -, a conferma di come la caduta di Bolsonaro non abbia comportato affatto la fine del bolsonarismo. Con l’aggravante ulteriore delle omissioni e delle complicità di settori dello stesso governo Lula e persino del Partito dei lavoratori, prigionieri di un pragmatismo politico che non ha portato nulla di buono alla sinistra e al paese.

È COSÌ CHE SI SPIEGA l’approvazione lo scorso 16 settembre da parte della Camera de deputati – con procedura d’urgenza e con i voti anche di 12 deputati del Pt – della cosiddetta Pec da Blindagem, ossia la proposta di emendamento costituzionale volta a garantire l’impunità per i crimini presenti e futuri dei parlamentari: un testo, ribattezzato a sinistra come “Pec da Bandidagem”, che amplia le tutele legali per deputati e senatori rendendone più difficile l’arresto e affidando al Congresso il compito di approvare o meno, con voto segreto, qualsiasi procedimento penale contro uno dei suoi componenti eletti.

Una votazione seguita il giorno successivo dall’approvazione, sempre da parte della Camera, della procedura d’urgenza per l’analisi di una proposta di amnistia per i condannati per gli atti golpisti dell’8 gennaio del 2023, portata avanti dalle destre dietro la parola d’ordine della «pacificazione» o attraverso l’appello a favore di pene più miti. Argomento, quest’ultimo, a cui si è mostrato sensibile anche il capogruppo del governo al Senato Jaques Wagner, secondo cui la riduzione delle pene per la cosiddetta massa di manovra degli atti golpisti – le presunte «vecchiette con la Bibbia tra le mani» contro cui si sarebbero accaniti i giudici – finirebbe per svuotare la campagna per l’amnistia promossa dal bolsonarismo.

IN QUESTO QUADRO, le manifestazioni di domenica, innalzando oltretutto la bandiera della lotta alla corruzione cara all’estrema destra, hanno già prodotto, secondo gli analisti, un risultato importante, rendendo assai più remota l’approvazione della Pec da Blindagem al Senato, il cui presidente Davi Alcolumbre appare più ben disposto, rispetto al presidente della Camera Hugo Motta, nei confronti di Lula (il quale, va detto, lo ha ricompensato in altri modi, con concessioni per esempio sul terreno della legislazione ambientale). E ugualmente rafforzata risulta la resistenza a qualsiasi progetto di amnistia, anche mascherata da revisione delle pene.

Nell’immagine: uno scorcio della folla riunita domenica scorsa a Copacabana, Rio de Janeiro


A 800 miglia dalla meta

Il Parlamento e il Consiglio federale non vogliono criticare in modo inequivocabile l'azione distruttiva di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo la sinistra vuole far rispettare le Convenzioni di Ginevra 

Messaggio di Vanni Bianconi dalla barca Wahoo

La posizione della flottiglia


Finalmente in alto mare

Il Parlamento e il Consiglio federale non vogliono criticare in modo inequivocabile l'azione distruttiva di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo la sinistra vuole far rispettare le Convenzioni di Ginevra 

Far convergere le barche della Flotilla provenienti da varie destinazioni verso un unico punto, in vista della partenza defnitiva, è stato più complesso del previsto, anche per ragioni legati alla logistica, e nonostante i due ben noti tentativi di intimidazione.

Ma come ci racconta Vanni Bianconi, adesso la flottiglia naviga compatta in alto mare. Non è più il tempo dell’attesa, della preparazione e della formazione. Gaza si sta avvicinando, e con essa il momento decisivo del confronto fra un manipolo di coraggiosi e uno stato che non sembra più riconoscere il concetto stesso di umanità.

La posizione della flottiglia


La Svizzera contraddice il Consiglio nazionale in materia di AVS

Il Parlamento e il Consiglio federale non vogliono criticare in modo inequivocabile l'azione distruttiva di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo la sinistra vuole far rispettare le Convenzioni di Ginevra 

Redazionale da Infosperber

Recentemente il Consiglio nazionale ha deciso di finanziare la 13ma rendita AVS con un aumento dell’IVA dello 0,7%. Il Consiglio degli Stati vuole invece una combinazione di aumento dell’IVA e aumento delle detrazioni salariali. Ma come intendono garantire gli Svizzeri la previdenza per la vecchiaia dell’AVS? Su incarico di Infosperber, Demoscope ha condotto un sondaggio rappresentativo con la seguente domanda:

«Come dovrebbe essere garantito il finanziamento a lungo termine dell’AVS?»

Era possibile scegliere tra cinque misure:

  • «IVA più alta su tutto ciò che non rientra nei beni di prima necessità»
  • «Detrazioni salariali più elevate (contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro)»
  • «Età pensionabile più elevata»
  • «Imposta federale più elevata sui redditi imponibili superiori a 100’000 franchi»
  • «Una tassa dell’1 per mille su tutti i bonifici elettronici, compresi quelli in borsa»

Era possibile dare una sola risposta.

Vince l’imposta federale più elevata sui redditi alti

Con il 27%, «un’imposta federale più elevata sui redditi imponibili superiori a 100’000 franchi» ottiene il maggior consenso per il finanziamento a lungo termine dell’AVS. Il Parlamento non ha affatto preso in considerazione questa variante di finanziamento.

Le donne, con il 31%, sono significativamente più favorevoli a un aumento dell’imposta federale rispetto agli uomini, che si attestano al 23%. Anche l’elettorato più giovane (15-34 e 35-54 anni) sceglie questo tipo di finanziamento in misura più netta rispetto agli over 55, con rispettivamente il 33% e il 30%, che comunque raggiungono ancora il 20%.

La tassa sulle transazioni monetarie convince

La tassa sulle transazioni monetarie elettroniche registra un livello di accettazione simile. Il 23% la considera una priorità, con una percentuale più alta tra gli uomini (27%) rispetto alle donne (19%). Con una microimposta e l’imposta federale, il 50% preferisce due varianti di finanziamento che non hanno trovato alcun riscontro in Parlamento.

L’IVA non passa

Solo il 12% degli svizzeri vorrebbe finanziare l’AVS a lungo termine con un aumento dell’IVA. Ciò è tanto più sorprendente in quanto nella proposta presentata i prodotti di prima necessità erano esclusi dall’aumento dell’IVA.

Diverso è il caso dei rappresentanti del popolo nel Consiglio nazionale: lì il finanziamento della 13ma rendita AVS con un aumento dell’IVA ha ottenuto la maggioranza, anche se di misura. Il 10 settembre la Camera bassa ha deciso di finanziare la 13a rendita AVS esclusivamente con un aumento dell’IVA dello 0,7%, con scadenza alla fine del 2030. Il Consiglio degli Stati vuole una combinazione di aumenti dell’IVA e dei contributi salariali.

Le due Camere devono ancora trovare un accordo prima che il popolo e i Cantoni possano decidere in merito. Per aumentare l’IVA è necessaria una modifica della Costituzione e quindi una maggioranza del popolo e dei Cantoni.

Valori bassi anche per l’aumento dell’età pensionabile e dei contributi salariali

Solo il 12% è favorevole all’aumento dell’età pensionabile. Ancora meno, ovvero il 10%, ritiene che l’aumento dei contributi salariali sia la soluzione giusta per il finanziamento a lungo termine dell’AVS. Nella Svizzera romanda il risultato è simile a quello della Svizzera tedesca. Tuttavia, nella Svizzera romanda solo la metà degli intervistati (7% contro 14%) è favorevole all’innalzamento dell’età pensionabile. Un quarto degli intervistati si è invece espresso a favore di una microimposta sui trasferimenti elettronici di denaro (il 22% nella Svizzera tedesca).

L’11% degli intervistati non ha espresso alcun favore per nessuna delle proposte di finanziamento e il 5% si è astenuto dal voto.

Sondaggio rappresentativo Demoscope dell’agosto 2025, 1’005 intervistati, margine di errore statistico ± 3,1 punti percentuali. Qui una valutazione dettagliata del sondaggio.

Nell’immagine: Il 10 settembre scorso il Consiglio nazionale ha votato a stretta maggioranza l’aumento dell’IVA per finanziare la 13a rendita AVS


Percival Everett: “Uno show elettorale così la destra prepara la vendetta”

Il Parlamento e il Consiglio federale non vogliono criticare in modo inequivocabile l'azione distruttiva di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo la sinistra vuole far rispettare le Convenzioni di Ginevra 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

E quella sarebbe la commemorazione di un marito, un amico, un alleato politico? Sono disgustato: ma non sorpreso. L’amministrazione Trump, i suoi alleati, i membri dell’organizzazione da lui fondata, le associazioni religiose e perfino sua moglie hanno d’altronde cavalcato per fini politici la tragica fine di Charlie Kirk fin dall’inizio. Non ho ascoltato nessuna riflessione vera sul suo messaggio, solo slogan. Kirk è stato ridotto a bandiera politica, privato di ogni umanità. In questa specie di show elettorale la persona è stata completamente dimenticata». Lo scrittore afroamericano Percival Everett, autore di quel James che misurandosi col genio di Mark Twain e coi dilemmi morali del razzismo ha fatto letteralmente impazzire l’America, tanto che Steven Spielberg sta per trarne un film e lui è stato premiato col Pulitzer e ora pure l’American Book Award, non ci gira intorno: «Non avevo nessuna simpatia per lui, ma a guardare le immagini del suo memoriale in quello stadio affollato da gente urlante e carica d’odio, ho avuto pena per l’uomo».

L’ultimo libro da lei pubblicato in Italia, Dottor No, è una spy story che sfiora pure l’assassinio di Martin Luther King. Il nome del paladino dei diritti civili in questi giorni è stato più volte accostato a quello di Kirk. Un parallelo plausibile?

«Premetto: la morte brutale di Charlie Kirk mi ha intristito, nessuno merita di finire in quel modo e mai per le proprie idee. Ma questo non mi fa dimenticare cosa diceva di Martin Luther King. Se all’inizio — parlo di almeno 10 anni fa — lo chiamava “eroe americano”, di recente aveva cambiato tono, sostenendo che “MLK era una persona orribile, che diceva cose in cui non credeva”. Commenti che facevano parte di una precisa strategia: Kirk era infatti arrivato a sostenere che il Civil Rights Act, la legge del 1964 che vieta la discriminazione basata su razza, sesso, colore e religione, fosse “la madre delle politiche Dei”, quelle su diversità, equità e inclusione. E dunque sbagliata, da cancellare. Una riga su mezzo secolo di battaglie per i diritti. Diciamolo: il suo era il sogno di un’America bianca, integralista e razzista. La sua morte tragica, non fa migliori le sue idee. La Storia ci giudica per quel che diciamo e facciamo in vita non per come moriamo».

Cosa pensava di lui?

«Le sue visioni sono opposte alle mie su tutto: immigrazione, armi, razzismo, questioni di genere. Era un bigotto che diceva cose terribili e crudeli con voce pacata. Ma non mi faceva paura. Non avrei avuto problemi a confrontarmi con lui. Usava formule, non concetti. Certo, rispetto ai suoi, sapeva parlare. Quelli che gli vanno dietro sono invece un branco di pecore, che ripetono sempre le stesse cose. Il punto è un altro: Kirk aveva il diritto, difeso dalla Costituzione, di pensare e dire quel che voleva. Oggi, nonostante la sua morte, noi dovremo avere lo stesso diritto di dire che i suoi argomenti erano sbagliati. E invece lo vogliono impedire».

Abbiamo appena ascoltato una sfilza di discorsi infuocati. In che America ci sveglieremo domani?

«Non so cosa succederà ma so che a scrivere la Storia delle vendette in questo Paese è stata sempre la destra: e questo mi spaventa. Per ora siamo alle epurazioni e alle liste di proscrizione: come quella, vergognosa, consegnata dall’università di Berkeley all’amministrazione Trump con i nomi di 160 suoi professori e studenti, nell’ambito di un’indagine su presunti episodi antisemiti. Fra questi c’è anche quello della filosofa femminista Judith Butler “colpevole” di aver scritto un libro intitolato “Chi ha paura del gender?”. Il loro scopo è chiaro: vogliono svuotare ogni spazio di confronto e dibattito e dividere la società. Sono azioni scioccanti, è difficile non disperare».

Lei dispera?

«No. Insegno scrittura creativa a giovani intelligenti e brillanti. Uno di loro qualche giorno fa mi ha detto: “La cosa più sovversiva che si può fare oggi in America è iscriversi a un book club”. Facendomi capire quanto, proprio qui, in America, siamo dunque a questo: i libri dei nostri autori più venerati sono banditi e vanno letti come atto di resistenza proprio come se fossimo nell’Iran degli ayatollah. Ma di questo parliamo, di fanatici oltranzisti».

Come se ne esce?

«Studiando. Il potere ha paura della cultura e per questo Trump prende di mira le università e chiunque dica cosa intelligenti, comici compresi. Per questo Kirk attaccava pure la scuola pubblica sostenendo quella religiosa e privata. Non vogliono che la gente pensi con la propria testa. La società a cui aspirano è quella dove controlli la gente con uno slogan o una pubblicità televisiva».

Sta descrivendo un regime autoritario.

«Abbiamo senza dubbio un governo para fascista. Ma gli americani non lo sono. Non so cosa aspettarmi da questa triste vicenda, ma so che i valori democratici sono ancora profondamente radicati in questo Paese. Non ci rinunceremo».

Nell’immagine: Dan Beasley porta una croce di legno allo stadio State Farm prima della cerimonia commemorativa pubblica per l’attivista politico Charlie Kirk a Glendale, Arizona.

(n.d.r.  Una croce a rotelle, non si sa mai, la fatica…)


MAGA: Charlie Kirk santo subito!

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