Il ritorno infelice di Palomar

Lugano città bottega: dopo le verande, i tavolini sui marciapiedi e la merce nelle strade, auto, auto e ancora auto nel "salotto" del centro 

Palomar, di cui vi parlai nel maggio dello scorso anno, quando venne per la prima volta in visita a Lugano, è un uomo taciturno, uno che riesce a intercettare segnali fuori da ogni codice. È pure una persona gentile, forse troppo, e molto curiosa. Parigino di nascita e di domicilio, ama viaggiare, attratto dalle bellezze paesaggistiche, soprattutto da quelle cittadine. L’Italia è la sua seconda patria. Nonostante i frequenti scioperi, Palomar ama spostarsi in treno.

Essendo la città di Lugano a un tiro di schioppo da Milano, ha voluto ritornarci, nonostante l’impressione non positiva avuta nel maggio del 2024: piazze storiche occupate da piattaforme addobbate con piante mediterranee e ombrelloni generosamente messi a disposizione di chi paga; porticati collettivi privatizzati da intraprendenti esercenti;  e artisti di strada che rallegrano gli astanti con vecchie arie sperdute scacciati in malo modo da solerti gendarmes perché sprovvisti di carte bollate.

Mal lo colse! Reduce da meravigliosi momenti di tardi pomeriggi settembrini  trascorsi nelle splendide piazze di Lucca (Piazza S. Michele e Piazza dell’Anfiteatro), San Gimignano (Piazza della Cisterna), Siena (Piazza del Campo) e Vigevano (Piazza Ducale), credeva, l’ingenuo, di poter fare altrettanto qui, a Lugano, che pure ha un paio di belle piazze.

C’est pas vrai! Cosa vede il nostro povero amico? Auto, auto e ancora auto: 165 per la precisione,  dicono con sconfinato orgoglio gli organizzatori. Le stesse autovetture, che giornalmente ingombrano e soffocano le strade di scorrimento e di quartiere, in questo fine settimana ancora estivo congestionano le vie pedonali e le piazze della perla del Ceresio. Fossero auto d’epoca, pensa lo sconfortato Palomar, avrebbe forse un senso perché potrebbero ricordargli la sua spensierata e meno trafficata adolescenza; ma macchine che si vedono su tutte le strade ogni giorno, proprio no, no di certo. Quelle horreur!

Le piazze sono e devono rimanere luoghi di incontro, di scambio e di divertimento per eccellenza ed esteticamente belle e sicure. Vanno bene gli artisti di strada ( i busker ), che offrono spettacoli di intrattenimento e possono ricevere offerte libere dal pubblico; vanno bene i mercati, dove tutti possono comperare qualcosa, ma le auto no.

«Scusi: mi vende quella volvo? Quella là, color rosso fuoco».
– Bella scelta. Appena sfornata. Sacchetto? –
«No, grazie, ho la sportina».

Sconfortato di fronte a questa mercificazione del suolo pubblico (a quando un’esposizione di indumenti o scarpe?), il turista colto Palomar si avvia zigzagando tra le lamiere per raggiungere l’albergo, dove potrà consolarsi guardando sul suo iPhone le belle foto scattate in Italia, paese che avrà molti difetti, ma forse meno politici bottegai e più attenti alla storia e alla bellezza.


Flotilla per Gaza: un’armata Brancaleone in mezzo al mare?

Lugano città bottega: dopo le verande, i tavolini sui marciapiedi e la merce nelle strade, auto, auto e ancora auto nel "salotto" del centro 

Essere idealisti oggi non conviene: non è politico, produce utopie al posto di soluzioni concrete. Lo pensano in molti. I più indulgenti li trattano da ingenui con una punta di commiserazione. I più convinti antidealisti spiegano ad esempio che la Global Sumud Flotilla composta da una cinquantina di barche che navigano disarmate verso Gaza con aiuti umanitari e messaggi di pace, sono solo degli avventurieri in cerca di notorietà e di -meritati- guai. Lo conferma elegantemente il Dipartimento Federale degli Affari Esteri quando sconsiglia il viaggio a Gaza, come un qualsiasi viaggio di piacere, e ricorda a chi non rinuncia a questa missione umanitaria che lo fa a suo rischio e pericolo. Al massimo, quando si troverà in una prigione israeliana per terroristi, potrà sperare che un premuroso funzionario dell’ambasciata lo faccia rimandare presto a casa. Gli idealisti non meritano di meglio. Davvero?

Invece tentano di fare quello che dovrebbero fare i nostri governi, per primo quello svizzero, custode del diritto umanitario. Ossia quanto richiesto nell’ennesimo Appello lanciato all’inizio di luglio al Consiglio federale da una quarantina di personalità dell’ambito sanitario, insieme a docenti universitari, ex consiglieri federali, giuristi, vescovi e artisti.  Chiedeva un intervento deciso e immediato per fermare il massacro in corso e in particolare l’apertura di un corridoio umanitario per, e anche da Gaza. 

Sono passati due mesi, medici e operatori sanitari hanno persino iniziato uno sciopero della fame davanti a palazzo federale, ma il Consiglio Federale e il Parlamento respingono qualsiasi intervento e del corridoio umanitario non c’è traccia. Peggio ancora: a genocidio ormai confermato da una commissione ONU, visti i rapporti con Israele, il nostro governo potrebbe essere accusato di complicità nel genocidio in corso. 

È la prima volta che esponenti della società civile di 45 paesi si uniscono per una missione di solidarietà. Anche se rimarrà un atto simbolico, ha però il valore politico di smascherare l’ipocrisia dei governi passivi davanti al genocidio e agli appelli dell’ONU, ancora condannata all’impotenza. La Global Flotilla ha il merito di rendere più visibile il vero spartiacque in questa guerra, che non è fra mondo civile giudeo-cristiano e mondo islamico antisemita, fra bene e male, come si vorrebbe far credere. Bensì fra il cinico neocolonialismo bianco e il diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione. Fra il potere delle armi -anche quelle di Hamas- e chi promuove la convivenza pacifica in Israele e in Palestina.  

Naviganti della Flotilla, operatori sanitari in sciopero, manifestanti che scenderanno ancora in piazza il 27 settembre a Bellinzona: solo ingenui attivisti che ignorano il principio di realtà? Eppure, la storia ci insegna che in politica idealisti e pacifisti sono la migliore garanzia per prevenire la violenza e fermare la barbarie, tanto cara ai mercanti d’armi.

Politici come Gandhi, Mandela o Pepe Mujica, per citare solo i più noti, lo hanno dimostrato realizzando le loro “utopie”. Gli idealisti attivi per Gaza difendono gli stessi valori. Fanno un gesto necessario per ridare senso alla parola “umanità”.

Un gesto che risponde alla domanda posta da Francesca Albanese: “la solidarietà è la declinazione politica dell’amore?” Politica, appunto.  

Scritto per La Regione


Stammtisch Pfister 

Lugano città bottega: dopo le verande, i tavolini sui marciapiedi e la merce nelle strade, auto, auto e ancora auto nel "salotto" del centro 

Il Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS) diretto dal colonnello Martin Pfister è in piena effervescenza. Pfister dev’essere un buontempone. Ce lo immaginiamo allo Stammtisch del Café Fédéral che racconta l’ultima sua scoperta. Eccola: in caso di guasti dei veicoli militari, inclusi autocarri e mezzi corazzati, l’assistenza sarà garantita dal Touring Club Svizzero, racconta agli amici. Al tavolo di Pfister non manca chi cerca di trattenere, a stento, la risata, ma Martin si affretta a spiegare: “Il parco veicoli dell’esercito è obsoleto e i guasti sono così frequenti che le truppe non sono in grado di gestirli autonomamente”. Il TCS fornirà anche corsi di perfezionamento alla guida per i conducenti militari e un servizio ambulanza. Costo: 6,5 milioni di franchi l’anno. Bella questa, dice uno allo Stammtisch, come quella dei droni che hai acquistato anche se non volano da soli e per di più comperati da Israele, con quello che succede a Gaza: hai detto che se fa freddo, e quindi non possono volare, li fai decollare dal Ticino, ah ah…sei un fenomeno Martin.

C’è poco da ridere: i droni sono catorci e ora il TCS dovrà imparare ad aggiustare i carri armati perché l’esercito è incapace.

Sempre in merito alle incapacità delle truppe, Martin Pfister ha dichiarato che, in caso di sconfinamento di droni russi (come è avvenuto in Polonia e in Romania), la Svizzera non è in grado di abbatterli. Bisogna sperare che possano distruggerli i paesi vicini, prima che arrivino in territorio elvetico. Quindi sarà necessario migliorare la collaborazione con gli Stati vicini. Il Parlamento non si tira indietro, anzi: il Nazionale ha appena approvato una mozione che chiede al Consiglio federale (già favorevole) di condurre colloqui con l’Unione europea in merito all’avvio di negoziati riguardanti un accordo di partenariato in materia di sicurezza e difesa.

E, già che ci siamo, sempre il Nazionale ha deciso che l’esercito deve avere almeno 100 mila soldati, ma può anche superare il limite di 140 mila finora fissato dalla legge. In verità sono già ora 147 mila i militari disponibili, dunque più di quanto prescriva la legge.

Novità anche per quanto riguarda i caccia F-35. Costeranno fino a 1 miliardo e 300 mila franchi più dei sei miliardi approvati dal popolo a strettissima maggioranza nel 2020 (50,1%). Il Consiglio federale conferma che si può accettare il sovrapprezzo senza un nuovo voto popolare, in barba al controllo democratico.  Altrimenti si potrebbero comperare meno aerei perché gli americani hanno accettato di diminuire il numero previsto dal contratto di fornitura, 36.

Intanto il 67% degli svizzeri considera “inaccettabile” l’aumento di prezzo degli F-35. Lo rivela un sondaggio di Le Temps. Il 45% degli intervistati vorrebbe annullarne l’acquisto. Il 35% ritiene che si debba ridurre il numero dei caccia acquistati. Ma i dati più significativi sono questi: il 69% non ha fiducia, o ne ha poca, nei confronti del Consiglio federale, a proposito di questro dossier, e il 67% ritiene necessaria una commissione d’inchiesta parlamentare per chiarire le responsabilità dell’aumento dei costi dei jet.

Altra perla recente del nostro Parlamento è la proposta di togliere il divieto di portare a casa le munizioni, in vigore dal 2007. Una misura che, secondo il Tages Anzeiger, ha fatto crollare il numero dei suicidi con arma da fuoco in Svizzera. Dal 1995 al 2003 morivano 125 uomini sotto i 40 anni a causa delle armi da fuoco. Negli ultimi anni il numero si è ridotto attorno a 75 casi.

E non è finita. Berna ha appena accettato di limitare e complicare l’accesso al servizio civile, invece di migliorarlo, in quanto prezioso per la popolazione, per la protezione dell’ambiente o l’aiuto ai paesi terzi. Ogni anno 11 mila soldati lasciano l’esercito per passare al servizio civile, perché si accorgono dell’inutilità del militare. Smantellare il servizio civile è inaccettabile e i Giovani Verdi hanno già annunciato un referendum contro questa misura.

Certo, il clima internazionale è quello che è, ma bisognerebbe mantenere la mente lucida prima di condividere le affermazioni avventate dei guerrafondai. Ultima della serie quello che ha detto Peter Merz, comandante delle forze aeree dimissionario. Già il fatto che è scappato dovrebbe indurlo a un definitivo silenzio, ma così non è: “La situazione della sicurezza in Europa è estremamente pericolosa: prevediamo che dal 2028 la guerra in Ucraina si estenderà all’Europa occidentale”. L’editorialista del Corriere del Ticino, che lo cita, tace e acconsente.

Unica consolazione: il Parlamento ha rifiutato di concedere un ulteriore miliardo di franchi all’esercito per l’acquisto di munizioni. Che cosa ha fatto l’esercito con i miliardi di franchi ricevuti negli ultimi anni? Domanda senza risposta: i responsabili, dalla capa Dipartimento Viola Amherd ai suoi gallonati ai vertici, sono tutti spariti, scappati come ladri.

Martin Pfister ha annunciato che entro novembre farà proposte su come risolvere “la truffa” (Carlo Sommaruga) o “il pasticcio” (Fabio Regazzi) dei caccia americani: chissà, forse ci sarà da ridere…

Nell’immagine: prossimamente sulle strade svizzere


Lo skate come resistenza urbana

Lugano città bottega: dopo le verande, i tavolini sui marciapiedi e la merce nelle strade, auto, auto e ancora auto nel "salotto" del centro 

In Ticino – come altrove – i dibattiti sullo spazio pubblico si moltiplicano, ma a mancare non sono le parole: sono gli spazi stessi. Il documentario Skate Borders – Storie di Skater nella Svizzera italiana (uscito il 5 settembre su Play RSI), ideato da Pablo Creti, diretto da Nick Rusconi e prodotto da Andrea Sala, racconta trent’anni di scena skate ticinese, una sorta di memoria collettiva di resistenza urbana. È la storia di chi, con la testardaggine dei giovani, ha continuato a reclamare il diritto di non essere espulso da ogni piazza, parcheggio o marciapiede.

Dietro una tavola da skate si gioca infatti un conflitto molto più ampio: chi ha diritto alla città? Chi decide che cosa è “decoro” e che cosa è “disturbo”? La vicenda del nuovo skatepark di Mendrisio lo mostra con chiarezza. Quando il Comune propose di realizzarlo nell’area dell’ex macello, una parte della destra reagì con ostilità: timori securitari, allarmismi sanitari, richiami al “buon ordine”. Si arrivò persino a un referendum. Eppure, la cittadinanza disse sì con il 58% dei voti, ribaltando l’idea che i giovani dovessero essere confinati altrove, lontano dalla vita collettiva e dallo spazio cittadino.

La posta in gioco non era un semplice parco giochi per adolescenti, ma il riconoscimento politico di un bisogno sociale. Uno skatepark, come ogni spazio pubblico conquistato, è molto più di una struttura sportiva: è una dichiarazione di principio sul diritto a vivere la città in forme libere, gratuite e inclusive.

Lo skate è anarchico per definizione: non prevede arbitri, non conosce gerarchie, non richiede regolamenti imposti dall’alto. È il gioco del cadere e rialzarsi, è solidarietà spontanea, creatività che nasce dagli interstizi della città. Questa aggregazione spontanea diventa una scuola di vita, una comunità, una famiglia allargata su cui poter contare. Proprio per questo destabilizza l’ordine costituito. Non è un caso che molti skatepark sorgano in aree marginali — ex zone industriali, ex macelli, spazi residuali — luoghi che il potere politico concede soltanto quando la pressione dal basso diventa troppo forte per essere ignorata. Ogni bowl di cemento e ogni rail piantato in un quartiere rappresentano allora una vittoria collettiva, un frammento di città restituito all’uso comune dei suoi cittadini.

Ridurre lo skate a un “passatempo” significa non comprenderne la portata culturale. La sua forza sta proprio nell’essere al tempo stesso pratica corporea, gesto estetico, linguaggio sociale. Negli anni Novanta, quando a Lugano non c’era nulla, gli skater hanno trasformato parcheggi e piazze, inventando comunità e forme di appartenenza. La scena skate insegna ciò che la società contemporanea tende a rimuovere: la pedagogia della caduta. Per riuscire in un trick bisogna provare e fallire decine di volte. È un esercizio di perseveranza, di resilienza, di coraggio. In un presente sempre più dominato dall’immediatezza e dall’ansia performativa, lo skate restituisce il valore del tempo lungo, dell’apprendimento lento, del continuare a provare.

Questo tipo di cultura urbana si intreccia con musica, graffiti, abbigliamento, di chi ha costruito identità condivise e alternative. È una forma di espressione politica che si oppone alla mercificazione dello spazio, reinventando la città come luogo di creatività e incontro. Henri Lefebvre parlava di droit à la ville, il diritto alla città, inteso come possibilità di viverla non solo come consumatori, ma come cittadini attivi, creatori di spazi e di senso. Lo skate incarna esattamente questo principio: sottrae piazze, scale, panchine e marciapiedi alla logica del divieto e le reinventa come beni comuni, luoghi in cui far esplodere creatività e coraggio.

Il documentario Skate Borders mostra che la lotta degli skater non è isolata, ma fa parte di un movimento più ampio: quello di chi reclama piazze pedonali, case popolari, parchi pubblici, spazi condivisi, sociali e gratuiti. È la resistenza contro una città ridotta a parcheggio e centro commerciale, contro un territorio pensato solo per l’automobile e il profitto. Lo skate non è un gioco da ragazzi, ma un gesto politico: il diritto di cadere e rialzarsi nello spazio pubblico, di occupare la città senza dover pagare un biglietto, di non essere relegati ai margini ed etichettati con aggettivi come “debosciati”, “vandali”, “perditempo”. Lo skate permette alle controculture e alle minoranze di trovare un humus fertile per incontrarsi, per riconoscersi e sentirsi accettati condividendo la capacità di gestire le emozioni, le paure per trasformarle in forza creativa. È un percorso formativo e sano.

Il cemento di uno skatepark non è mai neutro. Può essere muro che esclude o rampa che unisce. In Ticino, come altrove, la scelta resta aperta, ma una cosa è certa: ogni tavola che scivola su una ringhiera, ogni comunità che si forma attorno a una rampa, ci ricorda che la città è viva solo se appartiene a chi la abita.


Le sanzioni Ue sono fumo negli occhi come noi

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Di Alberto Negri, il manifesto

Le sanzioni dell’Unione europea a Israele sono fumo negli occhi perché noi siamo fumo negli occhi, e questo lo sanno a Bruxelles, a Tel Aviv e a Washington: queste sanzioni faranno il solletico a Netanyahu. L’Europa teme le ritorsioni di Donald Trump.

E molti Paesi come l’Italia importano armi e sicurezza da Israele (l’Italia ha appaltato a Netanyahu la cybersecurity nazionale).
In sintesi qui comandano il governo israeliano e l’Amministrazione americana alla faccia dei sovranisti di cartone italiani. Ecco perché le sanzioni non funzioneranno: sono solo una maschera per tenere buona l’opinione pubblica dei dibattiti tv. Come del resto la formula “due popoli due stati”, un alibi diplomatico da indossare mentre il genocidio non si ferma.

Qualunque cosa decidano sulle sanzioni lo sappiamo già che avranno un effetto risibile su uno stato ebraico che è molto più esteso e influente dei suoi confini territoriali che ogni giorno si allarga a spese di arabi e palestinesi. Basta leggere il rapporto redatto per le Nazioni unite da Francesca Albanese, sanzionata dagli Usa come una terrorista: oggi non può avere neppure un conto in banca. Non è un episodio destinato a restare isolato: capiterà lo stesso a chiunque oserà denunciare i legami tra imprese, società e università occidentali con il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

Settori chiave come l’industria militare, il settore tecnologico, il sistema finanziario e quello accademico sono profondamente integrati nell’infrastruttura dell’occupazione israeliana nella Striscia e in Cisgiordania. Il Rapporto documenta come imprese israeliane e multinazionali (tra cui Elbit Systems, Lockheed Martin, Google, Microsoft e Amazon) abbiano fornito strumenti, tecnologie e supporto logistico che hanno alimentato il massiccio utilizzo della forza contro la popolazione civile palestinese. Queste collaborazioni includono forniture di armamenti, sistemi di sorveglianza biometrica, analisi predittive tramite intelligenza artificiale e servizi cloud fondamentali per le operazioni militari.

Per sanzionare davvero Israele bisognerebbe sanzionare l’intero complesso militar-industriale-finanziario israelo-americano e gran parte di quello europeo. Basta pensare che il proprietario di Oracle, Larry Ellison, finanzia direttamente l’esercito dello stato ebraico. Gli Usa, con una legge federale, riforniscono Israele ogni anno di 3,8 miliardi di dollari armi e nessun presidente americano potrebbe mai essere eletto se si opponesse all’Aipac e mettesse in dubbio l’appoggio senza condizioni a Israele, un mantra anche per gli evangelici e buona parte della massoneria.

Per fermare Israele forse bisognerebbe attuare un vero e proprio bando ma naturalmente direbbero subito che siamo complici di Hamas. Volete forse entrare in guerra con l’America mettendo sanzioni vere a Israele? Certo che no.

Fortunatamente gli Stati uniti di Donald Trump sono assai comprensivi nei nostri confronti, soprattutto adesso che compriamo armi americane da mandare in Ucraina (ieri la prima fornitura da mezzo miliardo di dollari). Ogni giorno come europei e italiani partecipiamo a ingrossare gli utili del complesso militar-industriale-mafioso israelo-americano. In fondo siamo dei bravi ragazzi.

Nell’immagine: Francesca Albanese


Come si USA la libertà di parola

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La crisi interna dell’impero americano e il rischio di guerra civile in Occidente

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Di Gabriele Segre, La Stampa

C’è uno spettro che si aggira per l’Occidente: quello di una nuova guerra civile. Un conflitto che finora era stato in gran parte confinato sul piano ideologico, ma che oggi, sospinto da una radicalizzazione crescente, rischia di deflagrare in uno scontro più violento e diffuso. Al netto di esagerazioni, catastrofismi e strumentalizzazioni, la crescente e palpabile tensione – non solo verbale – impone un’analisi attenta delle sue cause e della portata del fenomeno. L’assassinio di Charlie Kirk resta un atto estremo e divisivo, destinato a segnare a lungo l’opinione pubblica americana. Ma non è un episodio isolato. Altri segnali inquietanti – finora meno violenti, ma non meno significativi – arrivano dall’Europa: la crisi politica e gli scontri in Francia, l’ascesa inarrestabile dell’estrema destra in Germania, le tensioni diffuse ad ogni campagna elettorale. Fenomeni diversi per forma e contesto, ma che rivelano fratture profonde, ben oltre le consuete divisioni politiche a cui ci eravamo abituati negli ultimi trent’anni.

Per comprenderne le radici ci aiuta la teoria formulata da Paul Kennedy: un impero si avvia al declino quando il peso delle sue spese interne – dal debito pubblico alla gestione economica – supera la capacità di mantenerne l’egemonia. È un meccanismo ricorrente nella storia, che ha minato la forza dell’Impero romano, indebolito quello britannico e accelerato la caduta dell’Unione Sovietica. Oggi tocca agli Stati Uniti, gravati dai costi del rifinanziamento del debito e decisi a trasferire sugli alleati il peso delle spese militari e del deficit commerciale.

Non è però solo una questione di capacità economica e militare. Quando un sistema perde la sua forza, anche le certezze culturali che dipendevano da essa iniziano a sgretolarsi: gli alleati diventano riluttanti a seguirlo, non vedendolo più come un riferimento sicuro, e i cittadini, privati dei benefici che quella forza assicurava, perdono fiducia nella sua tenuta. Ed è proprio questo che distingue l’incertezza di oggi dalle tensioni che attraversarono Europa e Stati Uniti nella seconda metà del Novecento. Allora, di fronte alla violenza di forze radicali, lo Stato liberale sapeva contrapporre una proposta ritenuta tangibile e praticabile di progresso sociale e di rafforzamento della democrazia. Anche se i risultati concreti erano talvolta modesti, specie in tempi di crisi economica, ciò che contava era la visione: un orizzonte di crescita e inclusione che restava più concreto e convincente delle utopie che infiammavano le piazze.

Se questa crisi civile riguardasse solo l’America, potremmo anche far finta di niente. Anzi, potremmo persino rivendicare una presunta superiorità morale, ricordando che da noi un fucile non lo si compra al supermercato. Ma la radice del problema è l’erosione sistemica della credibilità della democrazia stessa. Oggi si manifesta con particolare evidenza negli Stati Uniti, ma inevitabilmente si riflette sull’intero Occidente, la cui forza e protezione dipendevano anche da quella credibilità. In questo senso, in Europa non vediamo crisi distinte, ma variazioni di uno stesso fenomeno: in Francia la battaglia sulle pensioni, in Germania lo spettro di una recessione inattesa, in Inghilterra le tensioni legate all’immigrazione. L’Italia, paradossalmente, appare meno esposta: ha da tempo abbandonato l’illusione di un’espansione infinita dello Stato sociale, e quel disincanto, ormai parte del suo Dna politico, sembra averle conferito una sorta di cinica immunità.

Per uscirne non basterà trincerarsi nella difesa cieca di istituzioni e valori che sono essi stessi all’origine del deficit di legittimità. La fiducia perduta non si ricostruisce in pochi giorni. Servirebbe tempo per capire le cause profonde del fallimento del sistema, per affrontarne le contraddizioni e per elaborare una strategia capace almeno di recuperarne le basi. Ma il tempo è proprio ciò che manca. In un sistema fatto di promesse immediate, calcoli e regole, non ne abbiamo mai avuto troppo. E oggi ne disponiamo ancora meno, perché ogni frammento residuo lo spendiamo, in modo speculare e simmetrico, ad accusare chi la pensa diversamente, additandolo come il vero responsabile del collasso. Così, il rischio è che la guerra civile – prima ideologica e poi forse reale – diventi in ogni caso una trappola senza uscita. Perché la vera vittoria non sarebbe annientare l’avversario, ma ritrovare, se non la fiducia nella democrazia, almeno il senso profondo che la anima.


Trump e Putin, teatrino continuo. Ma lo Zar è in difficoltà al fronte

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Di Anna Zafesova, La Stampa

Qualcuno a Kyiv ha letto perfino la scelta dei colori degli abiti delle signore – azzurro intenso per la regina Camilla, giallo sole per la first lady Melania – come un messaggio subliminale che doveva indicare l’argomento principale al centro della visita di Donald Trump alla corte dei Windsor. Del resto, il re Carlo non ha avuto bisogno di ricorrere alle allusioni cromatiche: il suo discorso sulla «tirannia che torna a minacciare l’Europa» e la necessità di unire l’Occidente intorno all’Ucraina è stato molto chiaro e diretto. Dopo la cacciata di Volodymyr Zelensky dalla Casa Bianca, nel febbraio scorso, il monarca britannico l’aveva invitato nella sua residenza, con gli stessi abiti di foggia militare, in una polemica nemmeno troppo nascosta con Trump.

All’epoca, alcuni commentatori politici nel Regno Unito avevano chiesto di punire il presidente degli Stati Uniti accogliendolo con meno fasto possibile. Invece all’ospite da Washington è stata offerta un’ospitalità particolarmente scenografica, in quello che Politico interpreta come una mossa intenzionale per rendere Trump più incline ad ascoltare le esortazioni di Carlo III, e del suo primo ministro Keith Starmer, a decidersi infine a essere più determinato nei confronti di Mosca.

Una fatica che per ora non ha prodotto risultati visibili dal grande pubblico. Il presidente repubblicano si è limitato a ripetere di essere rimasto «molto deluso» da Vladimir Putin, e a ribadire che il Cremlino sta «perdendo più uomini di quanti ne uccide» in Ucraina. Ha ragionato di nuovo sull’importanza del prezzo del petrolio per la macchina da guerra putiniana, e ha promesso «buone notizie presto». Gli analisti più attenti della retorica di Trump hanno potuto rilevare che, a differenza di altre volte, non ha attribuito colpe a Zelensky, quando ha definito l’invasione russa dell’Ucraina «una vergogna», aggiungendo – probabilmente in polemica con il suo predecessore – che «poteva trasformarsi nella Terza guerra mondiale», anche se oggi considera questa ipotesi molto meno probabile: «Non credo che ci arriveremo».

Dichiarazioni rassicuranti quanto vaghe, e probabilmente a Londra – sostenitrice della resistenza ucraina fin dai primi giorni dell’invasione e ora, insieme a Parigi, una delle due capitali principali della «coalizione dei Volenterosi» – avrebbero voluto ascoltare qualcosa di più concreto, soprattutto pochi giorni dopo l’incursione dei droni russi in Polonia. In Belarus si sono appena concluse le grandi manovre militari Zapad-2025, Occidente-2025, che già dal nome dichiarano di simulare una guerra della Russia in Europa. E da Mosca, nonostante la «delusione» di Trump, continua a non arrivare nemmeno il minimo segnale di distensione. Anzi: durante le manovre il dittatore russo si è mostrato in uniforme militare, una circostanza che ha soltanto un paio di precedenti e che certamente non è casuale, nella cura dell’immagine di Putin. Circondato dai suoi generali, il comandante supremo russo ha dichiarato di aver schierato 700 mila uomini sulla linea di contatto lungo il fronte ucraino: un numero enorme, che dovrebbe dimostrare le intenzioni del capo del Cremlino a proseguire l’invasione. I cremlinologi notano anche l’assenza alle esercitazioni del capo dello Stato maggiore Valery Gerasimov, mentre il Kommersant sottolinea in modo particolare l’attenzione che il presidente ha dedicato al generale Andrey Mordvichev, il comandante delle truppe di terra, ritenuto il nuovo favorito del presidente, che apprezza la sua durezza: «Se Putin deciderà infine di fare la guerra all’Europa, sarà con lui», ipotizza il politologo Abbas Galyamov.

Putin non può non sapere che il piano per le nuove pressioni su di lui è già pronto, e che gli occidentali insieme agli ucraini hanno elaborato, almeno a grandi linee, i prossimi passi: aiuti militari a Kyiv, sanzioni al petrolio russo, e garanzie di sicurezza per l’Ucraina dopo un’eventuale tregua. Così come non può non sapere che, se l’offensiva di terra tra qualche settimana rallenterà con l’arrivo dell’inverno, gli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie russe probabilmente continueranno. Zelensky ha annunciato ieri anche i progressi della controffensiva ucraina nel Donbass, mentre alcuni esperti militari occidentali notano il rallentamento dell’assedio russo a Pokrovsk. Le esercitazioni Zapad hanno coinvolto la metà degli uomini di quelle precedenti: 100 mila secondo il Cremlino, forse addirittura 60 mila secondo altre fonti russe. I toni e le scenografie minacciose di Mosca potrebbero però anche essere una manovra per intimidire gli europei, e soprattutto la Casa Bianca.

Nell’immagine: gli effetti dei droni ucraini sulle raffinerie russe


Insegnare l’intelligenza naturale

Lugano città bottega: dopo le verande, i tavolini sui marciapiedi e la merce nelle strade, auto, auto e ancora auto nel "salotto" del centro 

Di Stefano Mancuso, La Repubblica

Immaginiamo di porre a una qualunque macchina costruita dall’uomo — o se preferite a qualunque intelligenza artificiale — il seguente problema: se in una comunità di milioni di individui fosse necessario che un certo numero di persone soffrisse (attenzione è una necessità, non ne possiamo fare a meno), qual è il numero di persone sofferenti che potremmo tollerare? La risposta della macchina, in prima istanza e seguendo l’esempio di quanto ha appreso nutrendosi dei nostri documenti, sarebbe un triste sbrodolamento di cose tipo: “le risposte variano a seconda del sistema etico e della prospettiva filosofica adottata, mettendo in luce un dilemma etico fondamentale senza una soluzione facile”. Insomma la classica tiritera che la contemporaneità ha elevato ad arte retorica, del non dire nulla emettendo suoni.

Poi, se messa alle strette e incalzata sul dare una soluzione quantitativa, arriverebbe all’inevitabile decisione che, in assenza di alternative, il numero massimo di persone infelici tollerabile sarebbe la maggioranza della popolazione meno uno. Una sola persona in meno di quanto siano le persone felici. È questa la risposta corretta per la macchina. La cosa, non ha nulla di sorprendente: è esattamente quanto risponderemmo noi esseri umani usando lo stesso semplicissimo ragionamento che abbiamo insegnato alla macchina e che questa ha utilizzato per rispondere alla nostra domanda. Pura aritmetica. Proviamo ora a sottoporre alla stessa macchina il dilemma che Ivan pone al fratello Alyosha ne I fratelli Karamazov: “Dimmi tu stesso, sfido la tua risposta. Immagina di creare un tessuto di destino umano con l’obiettivo di rendere gli uomini felici alla fine, di dare loro finalmente pace e riposo, ma che fosse essenziale e inevitabile torturare a morte solo una minuscola creatura — quel bambino che si batte il petto con il pugno, per esempio — e fondare quell’edificio sulle sue lacrime invendicate, acconsentiresti a essere l’architetto a queste condizioni? Dimmi, e di’ la verità”.

Qui la risposta tenderebbe a essere ancora più complessa ed è difficile obbligare la macchina a non ripararsi — come faremmo tutti noi — dietro ritrite e fumose formule senza dare alcuna risposta sensata alla domanda di Ivan. Ma quando, di nuovo, si mettesse la macchina alle strette del dettato evangelico “sia invece il vostro parlare: ‘sì, sì’, ‘no, no’; il di più viene dal Maligno”, allora, di nuovo, la risposta sarebbe quella che ognuno di voi già conosce. L’umanità felice in cambio della sofferenza di un solo bambino? Ma figuriamoci, è inutile chiedere.

È questo il problema dell’intelligenza artificiale: che è stata creata da noi e, come tale, utilizza i nostri stessi sistemi di ragionamento. In altre parole insegnando a queste macchine la nostra logica abbiamo trasmesso anche i nostri inevitabili difetti. E se, magari, credete che la nostra intelligenza non abbia punti deboli, guardatevi intorno per osservarne le sue realizzazioni: un mondo di appetiti primordiali soddisfatti da tecnologie divine. Una sconfinata capacità scientifica e una morale paleolitica. Nel 1780 Jeremy Bentham nell’Introduzione ai princìpi della morale e della legislazione introduce una specie di algebra morale; un calcolo felicitario, risolvibile grazie a una formula (oggi la chiameremmo algoritmo) che quantificava parametri quali l’intensità della felicità o del dolore, la sua durata, le probabilità di avverarsi, il numero di persone interessate ecc. Grazie a questo calcolo sarebbe possibile valutare l’efficacia di un’azione e, quindi, la sua moralità.

Chiudete gli occhi e immaginate un mondo in cui ogni comportamento fosse valutato in funzione dei requisiti della formula di Bentham. Un mondo in cui il bambino del dilemma di Ivan non avrebbe alcuna probabilità di salvarsi o nel quale la quantità di felicità (o di benessere o di salute o di soldi o di quello che vi pare) guidasse la ragione delle nostre azioni. Lo state immaginando? Basta guardarsi intorno per vederlo: è il nostro mondo. A me non piace. Per favore, insegnate alle macchine che Bentham aveva torto e che nessuno dovrebbe mai sacrificare un solo bambino in cambio della felicità di tutti. Insegnate all’intelligenza artificiale alcune semplici leggi di intelligenza naturale e speriamo bene.


Quando si vuol schivare la parola giusta

Lugano città bottega: dopo le verande, i tavolini sui marciapiedi e la merce nelle strade, auto, auto e ancora auto nel "salotto" del centro 

Quando le parole non piacciono più o perché ritenute usurate dal tempo o dalla storia o perché divenute concettualmente impegnative (supponiamo: rivoluzione, lotta come lotta di classe, ma persino giustizia come giustizia sociale) c’è chi suggerisce di cercarne altre, più accomodanti (come riforma al posto di rivoluzione, solidarietà al posto di giustizia sociale o uguaglianza) e di cambiare vocabolario.

Prendiamo “amorale”. Non vuol dire immorale. Con questa distinzione, sottile e comoda, si è sempre voluto sostenere che l’economia e la finanza non sono rette da principi morali ma dagli automatismi del mercato che decretano di per sé ciò che è bene e ciò che è male. Ci può essere un’etica degli affari, intesa come comportamento raccomandabile. Si dice infatti: la morale comanda (non fare questo o quest’altro) mentre l’etica raccomanda (sarebbe bene o utile che…). Ci sono poi le leggi o i regolamenti dello stato, con le loro sanzioni.

Economia e finanza suppongono quindi che le azioni umane sono mosse da interessi individuali che permettono di raggiungere il bene collettivo. Propongono dunque una società governata non secondo i principi di una morale comune ma dagli interessi legittimi di ognuno dei membri.

Al di là dell’etica

Con la finanza e l’economia ne sono però successe di tutti i colori, a danno di tutti. Sottrazioni, inganni, mistificazioni, stratagemmi matematici per farti credere che non c’è rischio, imbroglio, depauperamento. Voragini miliardarie che si sono riversate, forma di crisi inarrestabile, di incertezza, di disoccupazione, anche su chi non c’entrava niente e su chi era già povero, precario, ai margini del mondo. Dapprima si è proclamato che la causa del male è stata la mancanza di ogni etica. Poi si è andati un poco più in là specificando che si è trattato di avidità, di ingordigia, di cieca frenesia, di accumulo senza limiti di denaro. Che è qualcosa oltre.

Tre vie d’uscita

Sono riemerse allora tre parole, riproposte come via d’uscita. La prima: “regolamentazione”. Dopo decenni con cui si era cercato di distruggere ogni regola in quanto ritenuta ostacolo al libero mercato (la famosa “deregulation”), si è ribadita la necessità di reintrodurre nuove regole.

La seconda: “trasparenza”. Parola ormai mitica che abbonda più che mai come l’erba trastulla, soprattutto dopo ogni scandalo finanziario o politico, e vorrebbe significare che ognuno possa (non può) sapere e controllare ciò che ognuno sa e fa, permettendo così al mercato di diventare un vasto sistema di controllo autodisciplinare. Ciò che, a ben pensarci, è già un non-senso economico o un’idiozia fattasi sistema.

La terza: “fiducia”. Che sia necessaria ognun lo dice, se no crolla tutto, che ci sia nessun lo crede. Ci si chiede se abbia ancora possibilità di esistere. Comunque si dà per certo che quando è stata infilzata, è assai difficile se non impossibile riproporla. È l’anima persa del cosiddetto “popolo”.

A questo punto ci si può chiedere: ma la parola giusta, che non si vuol pronunciare, non è semplicemente morale? Non è che la scelta morale esplicita deve essere tenuta in considerazione come fattore costitutivo dell’economia e della finanza? Chi lo pensa è ovviamente ritenuto ingenuo.

Nell’immagine: Ambrogio Lorenzetti, “Allegoria del Buon Governo” (1338 – 1339)