«Le nostre pensioni non finanzino il genocidio»

La cassa pensioni dei dipendenti del Cantone Ticino detiene “passivamente” investimenti legati a Israele. Occorre fare pressione alle banche per disinvestire dai titoli complici di violazioni del diritto internazionale 

L’Istituto di previdenza del Canton Ticino (IPCT) – l’ente autonomo di diritto pubblico che assicura la previdenza professionale dei dipendenti dello Stato – possiede investimenti per circa 6 milioni di franchi legati a Israele. Si tratta per un terzo di obbligazioni statali e per altri due terzi di azioni di aziende quotate. Tali investimenti ammontano allo 0,1% dei circa 5,5 miliardi di franchi di patrimonio gestiti.

Lo afferma la stessa IPCT in un comunicato con il quale si specifica che si tratta di “prodotti indicizzati passivi”. Ciò significa che le azioni e le obbligazioni israeliane fanno parte del portafoglio di fondi gestiti dalla Zürcher Kantonalbank (ZKB) e dall’UBS e per i quali l’istituto ticinese non ha voce in capitolo: “Per potere decidere autonomamente l’esclusione di determinate aziende o Stati occorrerebbe disinvestire completamente dai fondi indicizzati passivi esistenti e costruire dei mandati ad hoc, aumentando però così in modo importante i relativi costi di gestione”, si legge nel comunicato.

A seguito del massacro perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza – definito “genocidio” da una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite – anche in Svizzera il dibattito sugli investimenti pubblici in titoli di Stato israeliani o in aziende coinvolte in questo genocidio è sempre più acceso.

Lo scorso mese di luglio la Cassa di previdenza del Canton Ginevra (CPEG) ha deciso di rinunciare a investire nelle obbligazioni di Stato israeliane. Iniziative simili sono in corso anche in altri Cantoni, con il sostegno dell’Associazione svizzera degli avvocati per la Palestina (ASAP). «I contributi dei lavoratori non possono essere legati ad un genocidio» ci spiega Majed Abusalama, presidente dell’ASAP. Per questo l’associazione si è attivata anche in Ticino, con l’obiettivo «di ostacolare il capitale svizzero/israeliano che sostiene imprese che violano i diritti umani e lo Stato di diritto».

A livello politico, Giuseppe Sergi (Movimento per il socialismo) ha depositato di recente un’interpellanza con cui chiede al Consiglio di Stato se non sia opportuno “un ripensamento urgente delle politiche di investimento delle casse pensioni”. Pur apprezzando lo sforzo di chiarezza e di trasparenza dell’IPCT, Enrico Quaresmini, vicepresidente del CdA dello stesso IPCT in rappresentanza degli assicurati attivi, chiede alla direzione di agire ulteriormente per contrastare quel brutto sentimento di passività e impotenza: «Se l’istituto vuole rispettare i valori fondamentali della giustizia e dei diritti umani e assolvere pienamente al suo ruolo di istituzione pubblica, occorre fare di più». Per il rappresentante della Rete per la difesa delle pensioni (Erredipi) l’istituto dovrebbe così aumentare la propria pressione su UBS e ZKB affinché «escludano dai propri portafogli tutti gli investimenti che configurano forme di sostegno, diretto e indiretto, alle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele».

Contattato, il direttore dell’istituto Daniele Rotanzi non ci ha per ora fornito la lista dettagliata degli investimenti in azioni israeliane. Questa sarà con ogni probabilità discussa durante la prossima riunione del CdA. Nel suo comunicato l’IPCT mette l’accento sulla difficoltà di disinvestire e sottolinea che sia UBS che ZKB applicano la lista di esclusione pubblicata dalla SVVK-ASIR, l’Associazione svizzera per gli investimenti responsabili, formata dalle principali casse pensioni e assicurazioni sociali in Svizzera.

Su questa lista si trova ad esempio l’azienda israeliana Aryt Industries, attiva nella produzione di mine antiuomo e munizioni a grappolo, ma non compaiono tutta una serie di altre imprese coinvolte in quella che Francesca Albanese – relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati – ha definito “economia del genocidio” (qui la nostra intervista). In questo senso rimane qualche dubbio sulle reali intenzioni di queste due banche ad agire e disinvestire: UBS e ZKB – a fianco della Banca Nazionale Svizzera (BNS) – sono infatti azionisti di Elbit Systems, il principale fornitore d’armi dell’esercito israeliano la cui cifra d’affari è esplosa dal 7 ottobre 2023. Un investimento lucroso che non pare essere messo in discussione tanto dai vertici bancari che dal Consiglio federale.

Anche la SUVA sotto pressione

La SUVA, la Cassa nazionale svizzera di assicurazione contro gli infortuni, possiede 74 milioni di franchi in attivi investiti in Israele: 49 milioni in obbligazioni, 9 milioni in un fondo di private equity e 16 milioni circa di aziende quotate in borsa. Tra questi quelle di due banche israeliane – la Hapoalim e la Leumi – che sono menzionate dal giugno 2023 in un elenco dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani a causa della loro partecipazione al finanziamento degli insediamenti in Cisgiordania.

Per Majed Abusalama, questi investimenti devono cessare: «Il nostro denaro non deve essere denaro sporco di sangue – ci dice – e istituzioni pubbliche come la SUVA non possono investire in aziende che testano armi sui civili a Gaza o in obbligazioni legate alle violazioni del diritto internazionale e al genocidio da parte di Israele». Un’interpellanza depositata di recente dalla consigliera nazionale Delphine Klopfenstein Broggini (Verdi/Ginevra) chiede al Consiglio federale se tali investimenti siano accettabili da un punto di vista etico e compatibili con la neutralità svizzera. Da parte sua, la Comunità ginevrina d’azione sindacale (CGAS) ha chiesto ufficialmente alla SUVA di disimpegnarsi il più rapidamente possibile dai titoli di Stato israeliani e dalle obbligazioni delle banche Hapoalim e Leumi. La SUVA è un ente di diritto pubblico amministrato da un consiglio formato da rappresentanti della Confederazione e delle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori: i sindacati hanno quindi modo di esercitare pressioni anche all’interno.

Contattata, la SUVA si dichiara “molto attenta al rispetto delle norme internazionali in materia di diritti umani”, spiegando che “controllare e identificare” le violazioni da parte delle aziende del proprio portafoglio può rivelarsi “estremamente complesso”. SUVA dice che sta esaminando “le preoccupazioni sollevate dall’ASAP concernenti la situazione giuridica attuale e i principi etici ai quali aderiamo”. Nel 2015 la Suva ha svolto un ruolo nella creazione della SVVK-ASIR, che si basa sul diritto svizzero e sulle convenzioni internazionali ratificate dal nostro Paese. La Suva afferma poi di seguire le raccomandazioni di esclusione della SVVK-ASIR – alla cui creazione ha contribuito la SUVA stessa – e di metterle in ordine quando “i mercati lo consentono tecnicamente”.

Pubblicato da Areaonline
Nell’immagine: alcuni “prodotti” della Aryt Industries


Mariano: il gusto del cinema

La cassa pensioni dei dipendenti del Cantone Ticino detiene “passivamente” investimenti legati a Israele. Occorre fare pressione alle banche per disinvestire dai titoli complici di violazioni del diritto internazionale 

La vita è una combinazione di pasta e magia
Federico Fellini

C’è, in quel che resta della vecchia Lugano, un bar – anzi una Birreria – dove Naufraghi d’ogni tipo, provenienza, anagrafe, collocazione, si incontrano da anni, scambiandosi il giornale e un saluto, o – i più affiatati, formando piccoli gruppi – commentano quel che succede tutt’attorno.

I tavoli del “Pedro”

Mariano, di quella bettola (non sia considerato spregiativo) dal soprannome spagnoleggiante (il Pedro, e così abbiamo detto tutto) era un antico frequentatore. Lo è stato fino all’ultimo, poco prima di intraprendere l’ennesimo viaggio in automobile verso Meridione: la Puglia, la sua Napoli (dove era nato il 18 luglio 1947), la Sicilia (che conosceva a menadito e dove, da decenni, trascorreva molte vacanze, a due passi da Selinunte, raggiunto spesso da amici e colleghi che già sapevano che avrebbero goduto della leggendaria ospitalità che Mariano offriva anche a tavola: melanzane indimenticabili, supplì, arancini e biancomangiare, Federico II e Totò, i Florio e Camilleri).

La sedia in fotografia era la sua. Tutti, poche ore dopo che lui ci ha lasciati, sapevano. Mariano non era, a prima vista, di facile approccio: lo ricorderemo chino sul Corriere e su la Repubblica in attesa che il giro più stretto lo raggiungesse. Di quell’entourage fisso e fedele non posso certo dire di aver fatto parte. Tuttavia la conversazione non è mai mancata. Eravamo stati colleghi in RSI (e in RTSI): alla Radio Mariano – insieme a Gino Buscaglia – era Mister Cinema; era Locarno, Cannes e Venezia. “Ho iniziato a frequentare gli schermi locarnesi negli anni ’60, da studente liceale, quando la piazza era ancora nei sogni dell’architetto Vacchini; ho partecipato alla mitica “occupazione” del ’68; ho conosciuto tutti i direttori, da Vinicio Beretta in poi, e dagli anni ’70 l’ho seguito come giornalista. Impossibile ricordare tutti i film visti, i registi e gli attori incontrati, le interminabili discussioni nel parco del Grand Hotel. Ma non posso dimenticare un’immagine, molto molto cinematografica: le stelle cadenti nel cielo sopra la Piazza Grande durante la proiezione di La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani. Era il 10 agosto 1982”. 

Mariano ha formato colleghi più giovani, uno dei quali – il bravissimo Marco Zucchi – è scomparso nei primi giorni del 2020. Un altro, Alessandro Bertoglio, lo ricorda con affetto sul sito dell’Azienda in cui Morace è entrato nel 1981 dedicandosi sia al giornalismo culturale che alla formazione e alla selezione del personale.

Mi legava, indirettamente, a lui un altro critico cinematografico importante, Morando Morandini (deceduto nel 2015, colui che, nel 1998, ha dato nome e sostanza al celebre Dizionario dei film, annualmente aggiornato da moglie e figlia, Il Morandini, appunto). Morando e Mariano si conoscevano bene. Sul finir degli anni ’70, da Milano, il primo veniva apposta a Lugano, settimanalmente, per insegnare – materia facoltativa – cinema e storia del cinema nei sotterranei del vecchio Liceo. Grazie a Morandini ho scoperto allora i miei registi di riferimento: Frank Capra, Bergman, Antonioni, Angelopoulos, Truffaut e Sautet, il primo Bertolucci. 

Morando e Mariano, Morandini e Morace, i due MM del Cinema, si sarebbero incontrati, 30 anni più tardi, a Brescello, terra di Don Camillo e Peppone, nella giuria di quel Festival, oggi alla XXI edizione, che a Morace stava particolarmente a cuore. Anche perché si svolge in una terra di salumi straordinari e di cantine dove il Lambrusco è ben più di una specie di Cola alcolica da esportazione. 

Eccoci arrivati all’altra grande passione di Mariano, la cucina, o meglio la gastronomia, o tutte e due: perché sapeva stare a tavola e apprezzare il buon cibo, era consigliere ascoltato se gli chiedevi dove cenare (in Svizzera e anche oltre confine), ma sapeva soprattutto cucinare benissimo, tanto da aprire, a un certo punto, non lontano dall’Università, una scuola serale di cucina assai frequentata, in cui svelava ricette, trucchi, consigli, ma anche storia e storie legate ai piatti che insieme si preparavano e poi si consumavano attorno a un elegante bancone. Insomma, non solo un abile prestigiatore tra i fornelli, ma anche uno storico, un filologo: Mariano sapeva trasformare la singola pietanza in un testimone di quella cosiddetta cultura immateriale che, sotto le papille, non tardava a farsi più che concreta.

A Muzzano, sin dal 2007, insieme alla moglie, ha contribuito ad animare uno spazio espositivo – La Cantina – aperto a artiste e artisti che lì hanno potuto farsi conoscere: sempre all’insegna della convivialità e della generosità che Mariano ha coltivato, fino all’ultimo, dedicandosi a progetti di volontariato sociale.


Israele come “una super Sparta”: il sogno autarchico di Netanyahu

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Di Enrico Franceschini, La Repubblica

“Non vogliamo diventare una super Sparta”, si lamenta un leader dell’opposizione. “Altro che Sparta, di questo passo diventeremo la Corea del Nord”, gli fa eco un altro parlamentare. Intanto la Borsa crolla, lo shekel perde quota sul dollaro, imprenditori e sindacati protestano. Le parole di Benjamin Netanyahu hanno scatenato un’ondata di polemiche in Israele: “Dovremo avere un’economia più autarchica”, aveva detto lunedì il primo ministro, discutendo il crescente isolamento internazionale dello Stato ebraico come conseguenza della guerra di Gaza. “Saremo Atene e una super Sparta”, ha aggiunto, “non abbiamo scelta”. La scelta invece ci sarebbe, replicano in molti a Gerusalemme e Tel Aviv, accusandolo di trascinare il Paese verso l’abisso.

La protesta degli imprenditori

“Non siamo Sparta, il governo metta fine a questa guerra e convochi elezioni anticipate, finché al potere rimane Netanyahu andremo incontro a una crisi pericolosa e senza precedenti”, dichiara l’Israel Business Forum, un gruppo di 200 imprenditori e amministratori delegati di importanti società dell’high-tech, il settore trainante dell’economia israeliana. “La nostra economia sta mostrando resilienza davanti a una situazione critica, ma non può durare per sempre”, afferma la comunità degli affari. “Il governo deve cambiare immediatamente direzione nell’interesse dei cittadini, promuovere con urgenza la fine della più lunga guerra della storia israeliana, ottenere il rilascio degli ostaggi, annunciare una commissione di inchiesta sul 7 ottobre (l’attacco di Hamas nel sud di Israele di due anni fa, ndr.) e fissare la data di elezioni in un futuro immediato. Stiamo marciando verso un abisso che mette a rischio l’esistenza stessa di Israele”.

Reazione analoga da Arnon Bar-David, presidente dell’Histadrut, il più grande sindacato israeliano: “La nostra società è sfinita. La nostra posizione nel mondo è pessima. Non vogliamo essere Sparta. Vogliamo vivere in un Paese che crea un futuro per i suoi figli. Netanyahu sta portandoci al disastro. Dobbiamo impegnarci per fare crescere l’economia e garantire la pace”.

E quella dell’opposizione

Yair Lapid, uno dei leader dell’opposizione in parlamento, scrive sul social X: “Prendere Sparta a esempio è un pessimo paragone. L’isolamento di Israele non è frutto del destino, bensì il risultato delle scelte sbagliate e fallimentari del premier”. Il generale Yair Golan, capo del partito democratico, concorda: “Netanyahu vuole la guerra eterna, è pronto a sacrificare la nazione, l’economia, i nostri rapporti con il mondo”. E il deputato Rem Barak taglia corto: “Corea del Nord, stiamo per diventare come te!”


Trump alla restaurazione di san Kirk, genealogia di una vendetta

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Di Marco Bascetta, il manifesto

Di Charles Kirk sentiremo parlare ancora a lungo. Non tanto per le circostanze della sua morte incastonate nella variegata storia della violenza politica in America con i suoi molteplici risvolti razziali, ideologici, identitari, messianici.

Ma piuttosto per l’uso politico, immediato e diretto, che Trump e il suo seguito di infervorati seguaci ne hanno fatto e ne faranno. Alcuni hanno azzardato un paragone con l’incendio del Reichstag nel febbraio del 1933, l’attentato attribuito a un giovane comunista olandese da cui Hitler trasse il pretesto e lo slancio per smantellare in men che non si dica la Costituzione di Weimar e inaugurare il regime nazionalsocialista.

L’analogia storica, presa più distesamente in esame su queste pagine da Mario Ricciardi, trova un senso solo nel fatto che l’assassinio di Kirk ben si presta, nelle intenzioni del presidente Usa e dell’estrema destra americana, al progetto di asfissiare attraverso leggi e decreti “fascistissimi” il dissenso e l’opposizione democratica negli Stati uniti, per non parlare della critica sociale antiliberista, con l’improbabile accusa di avere alimentato ideologicamente la violenza politica e armato, indirettamente, la mano dell’attentatore.

IL CLIMA MINACCIOSO e aggressivo che si respira in questi giorni negli Usa, con le sue miserabili imitazioni europee, si inserisce perfettamente nel disegno ormai evidente tracciato da Donald Trump e dal suo Maga. Quello di identificare ed enfatizzare un nemico interno dai contorni piuttosto indefiniti (la sinistra) per combattere il quale sarebbe necessario forzare l’architettura politico-istituzionale degli Stati uniti al fine di trasformare radicalmente forme e tendenze della vita sociale americana.

Bersaglio del Maga è appunto il sistema democratico statunitense, le forme di socialità che ha generato e l’apertura culturale che ne ha accompagnato lo sviluppo.

Rispetto a questa missione tutti i passi finora compiuti dal presidente sono stati assolutamente logici e coerenti: il relativo disimpegno sui fronti internazionali e l’elusione di ogni attrito politico eccessivo con le potenze maggiori sullo scacchiere globale, la caccia allo straniero e le deportazioni, l’invio di truppe nelle metropoli americane governate dai democratici per fronteggiare fantomatiche emergenze, le epurazioni, la crociata contro le istituzioni accademiche e le voci critiche dei mezzi di comunicazione.

La vendetta contro gli avversari politici, rei se non proprio di aver ispirato la violenza anche solo di non aver voluto rendere omaggio alla santificazione di Kirk, è l’ultimo tassello che si inserisce alla perfezione in questa road map della destra trumpiana che trasferisce in patria il fronte della guerra. Il tutto spacciato non come una forzatura di parte ma come una grande opera di cancellazione del cattivo nuovo che avrebbe corrotto la purezza della Costituzione del 1787. E naturalmente delle sacre scritture.

NEL RIFERIRSI alla destra, o anche all’estrema destra, negli Usa come in Europa, si usa correntemente il termine di conservazione. Così, anche di Charles Kirk si dice essere stato un campione del pensiero conservatore. C’è nella scelta di questa definizione fuorviante un errore non privo di conseguenze. Oggi non ci troviamo affatto di fronte alla conservazione di valori del passato minacciati da un progresso fuori controllo, o da una accelerazione foriera di angoscia e disorientamento, ma a dover fronteggiare una aggressiva politica di “restaurazione”, ovverosia il ripristino di dottrine, precetti, obblighi e gerarchie che lo sviluppo democratico e le lotte sociali avevano già superato o quantomeno messo seriamente in discussione. Se si passano in rassegna le convinzioni di Kirk, che il suo assassinio non rende certo meno detestabili, queste mostreranno nitidamente la loro appartenenza al repertorio della restaurazione, a partire dal pilastro su cui poggia ogni altra restaurazione che è poi quello del patriarcato nella pienezza delle sue prerogative e delle sue credenziali teologiche.

MENTRE LA “conservazione”, che tra le destre attuali non ha quasi cittadinanza, presenta un elemento di prudenza, di freno, di attaccamento a convincimenti consolidati, la restaurazione è invece segnata da una natura aggressiva, bellicosa, da spirito di vendetta e volontà di distruzione. Deve combattere un nemico, sconfiggere, per così dire, un usurpatore. I tecno-oligarchi come Musk e Thiele non avrebbero mai potuto essere conservatori. Prudenze, timori e preoccupazioni per chi resta indietro, non potevano che frenare il corso dell’innovazione che trascina le loro fantasie e i loro profitti. La “restaurazione” assume invece la maschera del nuovo, della rottura con una stagione trascorsa, di un ritorno che può attuarsi con ogni mezzo, anche il più avveniristico, e ricostruire nelle forme più arbitrarie e feroci i miti dell’autenticità. È insomma un ambiente carico di violenza reazionaria.

Della conservazione sopravvive qualcosa a sinistra, tra gli ecologisti e tra i teorici della cosiddetta “modernità riflessiva” nella resistenza al progressivo smantellamento di conquiste sociali, diritti acquisiti ed equilibri ambientali. Qualcosa che non può certo bastare a fermare l’avversario per riprendere l’iniziativa. La restaurazione va contrastata con la stessa grinta con cui pretende di imporsi. Un opposto estremismo? Perché no.

Nell’immagine:una veglia dei Giovani Repubblicani in Florida per Charlie Kirk


Una tenda per condividere il lutto, soltanto così si arriva alla pace

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Di Anna Foa, La Stampa

Siamo nel momento in cui sembra che nessuna tregua, nessuna pace potrà mai avvicinare israeliani e palestinesi, mentre Gaza intera brucia e masse immense di palestinesi si trascinano senza più forze da una parte all’altra della Striscia, mentre i civili muoiono ad ogni istante. L’odio è al suo punto massimo, il culto della forza ha la sua apoteosi.

Eppure, piccoli semi di pace, di rispetto per l’altro, di empatia per le sofferenze di chi è chiamato ormai solo “nemico” si affacciano in questo marasma. Giovanissimi israeliani che vanno a far da scudi col loro corpo di ebrei ai palestinesi di Cisgiordania, ebrei e arabi israeliani che manifestano insieme per porre fine alla guerra, al massacro. Ed è sopravvissuto all’odio divampato in questi due anni l’esperimento straordinario di Neve Shalom, il kibbutz in cui palestinesi e ebrei vivono insieme ed insieme elaborano il loro dolore e le loro speranze. Ricordate, in quella prima guerra mondiale che il presidente Mattarella ci ha recentemente evocato, l’episodio del primo Natale di guerra, celebrato assieme, senza più fronti, dai soldati degli eserciti nemici? Se un episodio simile si fosse moltiplicato, se fosse diventato un oceano, forse molti milioni di morti sarebbero stati evitati.

L’esempio di Neve Shalom sarà ripreso domenica 21 settembre a Milano, al Giardino dei Giusti dell’Umanità creato dalla Fondazione Gariwo a Monte Stella, con l’installazione della Tenda del lutto: un luogo in cui chi è in lutto, chi ha perduto qualcuno in questa guerra, chi non riesce a avere pace dentro di sé, trovi un inizio di pace parlando col “nemico”, avvicinandolo e cercando di comprendere i suoi stati d’animo, e spiegandogli i suoi. É un’esperienza fondamentale fatta in questi anni a Neve Shalom, e riprenderla oggi, qui dove non ci sono bombe ma linguaggio d’odio e violenza, può essere importante. Perché la tenda del lutto accanto alla riconciliazione elabora anche il vero, cioè il senso della giustizia. Come nel Sudafrica di Desmond Tutu dove verità e riconciliazione andarono insieme, aiutando ad uscire dall’odio. Verità per riconoscere i carnefici e distinguerli dalle vittime, riconciliazione per porre fine alla guerra.

Perché discutere col nemico e riconoscerlo come proprio simile, toglie alla violenza di guerre come questa, sproporzionate, volte a distruggere e basta, le sue motivazioni profonde. Uccidere i civili, vecchi, malati, bambini, richiede prima che essi siano privati della loro umanità. Lo hanno fatto i nazisti nella Shoah contro gli ebrei, lo hanno fatto tutti i perpetratori nel corso delle violenze e dei genocidi che hanno costellato i decenni che abbiamo alle spalle. E ora le voci dei fanatici di Israele ci dicono che questi bambini palestinesi devono morire perché saranno i terroristi di domani. No, rifiutiamo questa disumanizzazione. Sediamo nella tenda del lutto a riconoscere l’umanità dell’altro.

Mai una scelta, ci diranno i realisti, quelli che valutano ciò che accade in Medio Oriente solo in termini di geopolitica, fu più utopica. Eppure, forse proprio per questo, ha la possibilità di smuovere gli animi, di trarli fuori da questa contrapposizione muro contro muro. Nella giustizia, cioè nel riconoscimento che la legge del più forte, che da due anni è esercitata da Israele ma che il 7 ottobre lo fu da Hamas, è di per sé profondamente ingiusta ed immorale.

Molti, impegnati nella resistenza a questa inutile strage, hanno dato il loro assenso. Ma a parte i nomi noti, ma a parte i politici, questa è per sua natura, dovrà essere, un’iniziativa di tutti. Di chi guarda con dolore al conflitto, soffre per i morti, come di chi scopre nel suo cuore indifferenza e sceglie di combatterla. Sedersi in quella tenda richiede una scelta. E poi, è un momento di pace, e ne abbiamo così pochi che converrà davvero tenercelo caro.


Disastri climatici, ora sappiamo i nomi di chi deve pagare i danni

La cassa pensioni dei dipendenti del Cantone Ticino detiene “passivamente” investimenti legati a Israele. Occorre fare pressione alle banche per disinvestire dai titoli complici di violazioni del diritto internazionale 

Di Federico M. Butera, il manifesto

L’estate è quasi completamente alle spalle, ormai, e dovrebbe essere alle spalle pure l’incubo delle ondate di calore, quella orribile successione di giorni torridi che costringono chi se lo può permettere a chiudersi in casa con aria condizionata a tutto spiano, e a soffrire chi non può. Sappiamo che dobbiamo abituarci al «nuovo normale», non sparirà, e sappiamo anche che è dovuto al cambiamento climatico, sulle cui cause, ci dicono, non c’è un preciso colpevole da additare. Ebbene, non è così. Uno studio pubblicato da poco sulla prestigiosa rivista scientifica Nature rivela che invece il colpevole c’è, anzi i colpevoli: le 180 multinazionali del fossile.

Utilizzando una metodologia che permette di identificare in che misura soggetti specifici siano responsabili di eventi estremi, la ricerca arriva alla conclusione che il cambiamento climatico ha reso più probabili e più intense le 213 ondate di calore storiche segnalate nel periodo 2000-2023, alle quali hanno contribuito in modo sostanziale ciascuno dei 180 principali produttori di emissioni di anidride carbonica (produttori di combustibili fossili e cemento).

Per quanto riguarda la responsabilità dei singoli produttori di emissioni, la metà delle ondate di calore è stata causata dai 14 più grandi, ma anche il contributo degli attori minori gioca un ruolo significativo.

Infatti, se andiamo alla nostra Eni, lo studio trova che «le emissioni della sola Eni hanno reso possibili 50 delle 213 ondate di calore esaminate fra il 2000 e il 2023. In altre parole, in un mondo ipotetico in cui esistessero solo le emissioni dell’Eni, ci sarebbero comunque 50 ondate di calore».

BENE, ORA SAPPIAMO chi dobbiamo maledire per le nostre sofferenze. Ma a parte le maledizioni, più importante è il fatto che ora abbiamo le evidenze scientifiche che giustificano azioni volte far pagare alle multinazionali del fossile il costo economico e sociale degli effetti della crisi climatica che stanno causando, anziché farlo ricadere sul resto della società. A sostegno di queste azioni è venuta recentemente in aiuto la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ha stabilito che le azioni governative che alimentano il cambiamento climatico sono illegali secondo il diritto internazionale. Di conseguenza, i Paesi – e per estensione le aziende – possono essere ritenuti responsabili degli impatti dei cambiamenti climatici e le persone e le comunità colpite hanno diritto a un risarcimento.

QUALCUNO POTREBBE OBIETTARE, non esageriamo, dopo tutto queste ondate di calore, a parte il forte disagio che ci provocano, non possono essere messe alla pari con un uragano, un’alluvione, una forte tempesta, che provocano morti e danni economici. Ebbene, non è così, al contrario, perché negli ultimi due decenni, a livello globale il caldo estremo è già stato responsabile di una media di 500.000 morti in eccesso all’anno; numero destinato a salire perché mentre oggi circa il 30% della popolazione mondiale è esposta a condizioni climatiche mortali per almeno 20 giorni all’anno, questa percentuale potrebbe salire a oltre il 70% entro il 2100.

SI MUORE PERCHÉ A PARTIRE dalla temperatura di 35 °C e contemporanea umidità relativa del 100% l’organismo umano non è più in grado di disperdere il calore prodotto dal suo metabolismo, e quindi la temperatura corporea cresce, supera i valori tollerabili per la funzionalità degli organi interni, e collassa: è la morte. In molti casi, quando si tratta di soggetti fragili, quali vecchi, bambini, malati e donne in gravidanza, basta una temperatura e umidità inferiore per portare alla morte.

DA NOTARE CHE QUESTE MORTI si concentrano sui soggetti che sono più deboli non solo fisicamente, ma anche socialmente. Sono infatti i più poveri a subirne di più le conseguenze: principalmente quelli dei paesi in via di sviluppo, che per la maggior parte sono situati nelle zone più calde del pianeta, ma anche quelli dei paesi sviluppati. Nessuno di questi può permettersi l’aria condizionata, e tutti in genere vivono nelle periferie urbane più degradate e prive di verde, che sono più calde.

VENIAMO ALL’EUROPA. Secondo l’Osservatorio Europeo sul clima e la salute della Commissione Europea, nel 2023 sono stati registrati 47.690 decessi in eccesso dovuti al caldo. Fra i paesi europei l’Italia è in testa con 12.743 morti, di cui 8.388 donne, molti di più di quelli provocati da alluvioni e nubifragi nello stesso periodo. La maggior parte dei morti si trova fra la popolazione che vive nella condizione di povertà energetica, ben 5 milioni di persone, il 9% delle famiglie.

GLI EFFETTI DELLE ONDATE di calore però, non si limitano al sia pure grave aumento della mortalità. Già oggi in Italia e in alcuni altri paesi è stata introdotta una norma che proibisce il lavoro all’aperto per temperature superiori ai 35 °C. Aumentando il numero delle ore in cui questa situazione si verifica, è inevitabile l’impatto sulla produttività. Attività come i lavori di costruzione e quelli agricoli subiranno un danno economico, e non solo quelle: è un danno che si ripercuote sulla società tutta.

MA C’È DI PIÙ. L’aumento della durata, frequenza e intensità delle ondate di calore induce altri effetti più subdoli e pericolosi, quelli sulla salute mentale. Con il perdurare di temperature elevate aumenta l’aggressività e il numero di suicidi: un impatto sociale non trascurabile.

Non occorre aggiungere altro, il danno è grave.

ORA CHE I COLPEVOLI DI TANTI MORTI e danni economici sono stati trovati, sarebbe giusto punirli, risarcendo intanto chi è stato danneggiato e poi mettendoli in condizioni di non potere continuare impunemente a massimizzare i loro profitti a danno della società tutta.


Affamare la RSI (1)

La cassa pensioni dei dipendenti del Cantone Ticino detiene “passivamente” investimenti legati a Israele. Occorre fare pressione alle banche per disinvestire dai titoli complici di violazioni del diritto internazionale 

Nei confronti del servizio pubblico gli umori stanno mutando. Inclinano verso il fastidio ostentato. Il bersaglio prediletto è la SSR (Società svizzera di radiotelevisione), che nel 2026 dovrà affrontare una votazione che intende affamarla: «200 franchi bastano». Sottinteso: bastano e avanzano. Nel 2018 un’iniziativa analoga è stata bocciata da popolo e cantoni («No Billag»). Ma in quell’occasione la mobilitazione era stata ampia e carica di passione civile, in tutti i settori e in tutte le articolazioni delle società civile. Ora riottenere quel consenso sarà più difficile. «Affamare la bestia»: uno dei princìpi fondamentali delle dottrine liberiste volte a ridimensionare lo Stato e la sua amministrazione, trova da qualche anno larga applicazione nel campo dell’informazione pubblica.

Veniamo a noi. La destra politica non ha mai amato la RSI. L’ha sempre considerata un «covo di rossi» e un «terrario» di intellettualini privilegiati. L’idea di incavezzarla risale agli anni Settanta del secolo scorso: fu uno dei cavalli di battaglia dell’ALS (Alleanza Liberi e Svizzeri), impegnata anche nella scuola per arginare il «sinistrismo dominante», fondato «sull’odio di classe e su rozzi schemi populisti». Il progetto di ridurle il flusso dell’ossigeno che la fa vivere, ossia il canone, permetterà finalmente di raggiungere l’obiettivo, dopo che le altre vie non hanno dato i frutti sperati: rivedere organici, stipendi, palinsesti ritenuti faziosi e troppo favorevoli alla sinistra.

È singolare che, come minoranza, ci si trovi per la seconda volta ad affrontare una campagna dai toni autolesionistici, un’iniziativa che in sostanza chiede alla parte maggioritaria del paese (la Svizzera tedesca) di non più erogare fondi e risorse come in passato attraverso una generosa chiave di riparto.

Fin dalla nascita come «Repubblica e Stato», il Ticino ha sempre dovuto combattere per farsi riconoscere come membro paritario all’interno della compagine federale. Ha dovuto, in altre parole, ricorrere all’arma delle rivendicazioni contro l’arroganza, o semplicemente la sordità, dei «signori» di Berna. Cito a memoria alcune tappe fondamentali di questa vicenda: la politica daziaria dello Stato federale post-1848, considerata discriminatoria; le soprattasse ferroviarie di montagna; l’assenza di ufficiali ticinesi nelle alte sfere dell’esercito e delle dogane; l’insufficiente presenza di italofoni nell’amministrazione centrale; lo scarso rispetto dell’italiano in quanto lingua nazionale nel parlamento e nei programmi scolastici d’oltralpe; lo spettro della germanizzazione del cantone;  la soppressione delle cattedre d’italianistica nelle università; lo scontento per la lentezza con cui il Dipartimento dei trasporti affrontava l’attraversamento delle Alpi (galleria stradale del San Gottardo). Eccetera.

Ora tutto questo sembra sparito dalle coscienze, assieme al senso e all’importanza del servizio pubblico dentro un contesto plurilingue e multiculturale come il nostro. Per la verità, questa sollecitudine per la sorte dei piccoli è in calo da tempo, da quando le due principali regie federali, le FFS e le PTT, hanno cambiato pelle, spogliandosi della loro funzione storica e simbolica di vettori della coesione nazionale. 

Anche l’informazione ha funzionato a lungo come collante tra le culture. Prima negli anni Trenta del Novecento, con l’introduzione della radiodiffusione, mentre buona parte dell’Europa cadeva nelle mani di regimi totalitari. E poi negli anni Sessanta, in epoca di guerra fredda, con la nascita della televisione. Tutte conquiste che inorgoglirono non solo i ticinesi, ma tutti gli svizzeri italiani in quanto rappresentanti della terza Svizzera. E si aggiungeva: in quale altra parte del mondo si poteva beneficiare di un’offerta così ricca e attenta alle sensibilità locali? Quale altra compagine minoritaria poteva vantare una copertura mediatica così capillare? In quale altro cantone la «classe politica» si vedeva garantire un grado di visibilità così elevato e continuo, e senza osteggiare nessuno, nemmeno i «nemici» dichiarati dell’ente? 

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Pubblicato da laRegione


Non si volta la testa dall’altra parte. Questo scempio deve finire

La cassa pensioni dei dipendenti del Cantone Ticino detiene “passivamente” investimenti legati a Israele. Occorre fare pressione alle banche per disinvestire dai titoli complici di violazioni del diritto internazionale 

Di Reto Ceschi, Telegiornale RSI
L’inizio del commento si trova a 16’15


Gaza, la questione che divide pericolosamente la Svizzera

La cassa pensioni dei dipendenti del Cantone Ticino detiene “passivamente” investimenti legati a Israele. Occorre fare pressione alle banche per disinvestire dai titoli complici di violazioni del diritto internazionale 

Di Romaine Jean, Heidi.news

In tutto il Paese si susseguono le manifestazioni e medici rinomati campeggiano davanti al Palazzo federale con camici bianchi macchiati di sangue, in eco all’inferno vissuto dai civili di Gaza. L’immobilismo del governo svizzero di fronte ai massacri in corso suscita una crescente incomprensione nel Paese. In questa fine estate, la questione scottante di Gaza è uno dei temi che mettono in dubbio il modello svizzero.

Quello che sta succedendo è oltre ogni immaginazione, dichiara l’UNRWA, guidata dallo svizzero Philippe Lazzarini, mentre l’ONG Medici Senza Frontiere parla ormai apertamente di «genocidio».

La carestia provocata, documentata dall’ONU, e l’entità delle distruzioni hanno spinto praticamente tutti i deputati romandi del Consiglio degli Stati, di tutti i partiti, a votare martedì a favore del riconoscimento della Palestina. Esattamente al contrario dei deputati germanofoni del centro e della destra. Una divisione preoccupante, un «Gazagraben» che si sta approfondendo da mesi e che sembra lasciare indifferente il Consiglio federale. Le critiche e gli scherni sull’assenza di sanzioni ricadono ingiustamente solo su Ignazio Cassis, definito il ministro «estraneo agli affari», «Indignazio», o «Cassistrophe», ma in realtà è l’intero governo che guarda altrove, incapace di rispondere a una situazione che interpella profondamente la coscienza del Paese.

Il rispetto delle Convenzioni di Ginevra, di cui la Svizzera è depositaria, e del diritto internazionale, la considerazione dei principi di giustizia e umanità, fanno parte dei valori fondamentali su cui si fonda la Svizzera. Una parte del Paese non capisce più.

Perché ciò che sta accadendo a Gaza è inaccettabile

Le forze israeliane hanno intensificato il loro assalto [diventato ormai invasione effettiva, ndr] alla città di Gaza, costringendo 250.000 persone ad abbandonare la città, secondo i dati dell’esercito israeliano. Il più grande centro urbano del territorio, cuore storico della vita politica e sociale di questo territorio palestinese, è ormai in rovina. Dall’inizio dell’operazione sono stati distrutti 1600 edifici, tra cui diversi grattacieli. L’intensificarsi dell’offensiva in una zona già colpita dalla carestia spingerà i civili verso una «catastrofe ancora più grave», ha avvertito invano l’ONU.

Da due mesi non arrivano più aiuti umanitari nel territorio. Niente più cibo, niente più acqua, niente più medicine, niente più gasolio. Un ex comandante dell’esercito israeliano, il generale in pensione Herzi Halevi, che ha guidato le Forze di difesa israeliane durante i primi 17 mesi di guerra, ha confermato che più di 200.000 palestinesi sono stati uccisi o feriti a Gaza.

Le più grandi organizzazioni per i diritti umani parlano oggi di «atto di genocidio in corso». Di fronte a ciò, le condanne, a bassa voce, del Consiglio federale non sono più comprensibili, così come l’assenza di sanzioni da parte dell’Occidente e il silenzio del mondo arabo.

Le violazioni del diritto internazionale di cui la Svizzera è depositaria

La Svizzera ha vietato Hamas e le organizzazioni affiliate nel settembre 2024, esprimendo così la sua condanna senza appello del massacro del 7 ottobre. I massacri e il diritto alla sicurezza di Israele calpestato hanno suscitato indignazione a livello nazionale e la responsabilità principale del movimento islamista nelle disgrazie della popolazione civile non è mai stata occultata. 20 ostaggi israeliani vivi rimangono ancora nelle mani di Hamas.

Ma la sanzione contro il movimento islamista non è stata accompagnata da un’equivalente condanna nei confronti dell’attuale governo israeliano, che sta attualmente attuando il suo implacabile piano militare, descritto dal ministro delle finanze di estrema destra Bezalel Smotrich: la distruzione totale della Striscia di Gaza, prima della sua annessione e dello sfollamento della sua popolazione, chiamata a partire in gran numero verso paesi terzi.

Secondo le Convenzioni di Ginevra del 1949, uno Stato che occupa un territorio per ragioni militari ha degli obblighi nei confronti delle popolazioni civili, che oggi vengono calpestati. Queste Convenzioni vietano inoltre alla potenza occupante di trasferire la propria popolazione nei territori occupati. Tuttavia, Israele continua oggi la sua massiccia colonizzazione e più di 700.000 coloni si sono ormai insediati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Per gran parte della destra svizzera tedesca, la Svizzera deve limitarsi a ricordare a Israele i suoi doveri in materia di diritto umanitario, per avere accesso alle due parti. È sufficiente?

In attesa del 22 settembre, all’ONU

La questione palestinese è al centro dell’80ª Assemblea generale che si sta svolgendo in questi giorni a New York, con l’obiettivo del riconoscimento della Palestina, il 22 settembre, da parte della Francia e di altri paesi europei. Per il momento, la Svizzera, che venerdì ha votato il testo dell’ONU per una soluzione a due Stati, ritiene ancora che il riconoscimento della Palestina possa avvenire solo al termine di un processo di pace e non seguirà il movimento europeo.

Una soluzione a due Stati, certo, ma su quali territori? Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito giovedì che «non ci sarà uno Stato palestinese», durante una cerimonia per la firma di un importante progetto di colonizzazione in Cisgiordania occupata. Il segretario di Stato americano Marco Rubio è da ieri in Israele per assicurare il sostegno degli Stati Uniti «nella lotta contro le misure anti-israeliane, compreso il riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese, che premia il terrorismo di Hamas». La situazione è bloccata.

Fino a che punto la Svizzera, che per il momento rifiuta di adottare le misure dell’Unione europea contro i coloni israeliani violenti e rifiuta la sospensione dell’accordo di libero scambio con Israele, potrà rifugiarsi dietro la sua neutralità ed evitare di adottare sanzioni?

Nell’immagine: i medici per Gaza davanti a Palazzo federale


Israele, il conto con la storia

La cassa pensioni dei dipendenti del Cantone Ticino detiene “passivamente” investimenti legati a Israele. Occorre fare pressione alle banche per disinvestire dai titoli complici di violazioni del diritto internazionale 

Di Lucio Caracciolo, la Repubblica

L’assalto alla residua popolazione palestinese di Gaza non è solo un crimine ma un errore strategico di Israele. Figlio della retorica di Netanyahu, finito prigioniero di sé stesso quando ha posto come obiettivo della guerra — ormai più che sovraestesa su innumerevoli fronti, tutti aperti, nessuno chiuso — la distruzione totale di Hamas, fino all’alba del 7 ottobre finanziato in collaborazione con Qatar ed Egitto per dividere i palestinesi. Machiavellismo di cui Bibi andava (va ancora?) particolarmente fiero.

L’assalto a Gaza City si ritorce contro Gerusalemme, mentre ha fatto di Hamas il simbolo della causa palestinese su scala globale. Ma il capo di Israele non può accettare un qualsiasi compromesso perché suonerebbe ammissione di sconfitta. Quando si entra nella logica della guerra totale, potenzialmente infinita perché fine a sé stessa, in genere si finisce male.

Dopo essersi inchiodato alla sua propaganda, il premier israeliano sta trascinando nel gorgo la patria. Israele affronta lo scenario dell’orrore che nelle scuole militari di tutto il mondo è modello da evitare come la peste: la guerra urbana. Aggravata dal fatto che di Gaza City ce ne sono molte: quella di superficie, ormai azzerata, più i vari strati disegnati da centinaia di chilometri di tunnel dove si annidano ancora miliziani di Hamas. Israele si assume davanti alla storia la responsabilità della liquidazione di una popolazione civile trattata quale banda di terroristi. Peggio: “animali”. Non bastasse, Netanyahu sacrifica gli ostaggi, a rischio di finire uccisi per errore dai suoi stessi soldati e/o di essere usati quali scudi umani da Hamas.

Quale che sia l’esito militare dell’operazione in corso, criticata dallo stesso capo di Stato maggiore delle Forze armate che la stanno eseguendo, se ne intravvedono già gli effetti sul piano interno e internazionale. Le crepe nello Stato profondo israeliano, con il Mossad che rifiuta di partecipare all’attacco contro i dirigenti di Hamas a Doha (quindi lo fa fallire) e le aspre dispute fra governo e militari, oltre che tra alcuni ministri, espongono le faglie che da ben prima del 7 ottobre minano la fabbrica sociale e istituzionale di Israele.

Lo Stato ebraico è in crisi di identità. Lo conferma il rifiuto di molti riservisti di andare in battaglia. Il motivo principale per cui Netanyahu apre sempre nuovi fronti senza chiuderne nessuno è che oramai la sua alternativa è fra guerre esterne e guerra civile. L’impossibilità di chiudere con una vittoria decisiva le partite con palestinesi, huti, iraniani e altri più o meno minacciosi nemici può finire per chiudere il cerchio producendo una spirale suicida.

La nuova fase della strage di palestinesi inasprisce lo scontro nella regione. Altro che accordi di Abramo fra Stato ebraico e Golfo. Il vertice arabo-islamico di Doha, convocato in seguito all’attacco di Israele al Qatar, disegna ripercussioni di portata strategica. In attesa dell’annunciatissimo nuovo raid contro l’Iran — ma per ottenere che cosa? — si profila all’orizzonte la minaccia, non immediata ma visibile, di uno scontro fra Israele e Turchia. Rovesciando quella che è stata per decenni la collaborazione sotterranea quanto effettiva fra gli Stati profondi di Gerusalemme e Ankara, Netanyahu ed Erdo?an sono ai ferri corti. Si guardano in faccia a Damasco, dove i turchi hanno appena piazzato presunti clienti — jihadisti riciclati — sul decrepito trono degli Asad. Ma come assicura il ministro Bezalel Smotrich, capo dei coloni più estremisti, la capitale dell’ex Siria spartita in vari pezzi deve tornare a casa, nel Grande Israele comandato da Dio. L’avanzata che ha portato i tank con la stella di Davide a mezz’ora da Damasco esplicita tanta ambizione, coltivata dall’ala teocratica dello schieramento che sostiene Netanyahu.

In parallelo la crescita esponenziale dell’influenza turca in una vastissima area che dall’Asia centrale si diffonde in Africa via Levante anticipa la resa dei conti per l’egemonia mediorientale: Israele contro Turchia. Stato ebraico contro paese Nato a vocazione imperiale, che in teoria se attaccato potrebbe invocare il famoso articolo 5, coinvolgendo gli Stati Uniti in un conflitto con il “gemello” strategico. Ciò che ovviamente non avverrà. Ma già solo poter concepire uno scenario così paradossale rende conto della rivoluzione geopolitica in corso. Di cui nessuno è più in grado di determinare gli sviluppi. Le guerre mangiano chi pensa di dominarle. Proprio mentre Netanyahu scatena l’offensiva su Gaza City, la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite bolla “genocidio” la campagna dello Stato ebraico nella Striscia. Risposta del ministero degli Esteri di Gerusalemme: gli estensori della sentenza sono “clienti di Hamas”. L’autismo del governo lascia immaginare quali saranno, forse per generazioni, i costi in termini di reputazione, quindi di sicurezza, che lo Stato ebraico pagherà per la liquidazione dei gazawi. E per il suo senso di onnipotente impunità. Con conseguenze già visibili per gli ebrei dovunque si trovino. Coloro per i quali Israele fu fondato e che ora sembra aver dimenticato.