Prodi attacca Schlein: “A sinistra non vogliono vincere”. E lei non risponde

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 

Di Francesca Schianchi, La Stampa

Chissà se oggi Elly Schlein alzerà il telefono per farsi viva con Romano Prodi. Non lo ha fatto nei giorni scorsi, dopo le critiche sferzanti che lui ha rivolto da Lilli Gruber a un sinistra «che ha voltato le spalle all’Italia», e probabilmente il Prof di Bologna un cenno da parte sua se lo aspettava.

Ieri sera, ospite di nuovo in tv, a Circo Massimo sulla Nove, lui ci è tornato sopra, sostanzialmente per ribadirle: «A me preme che si crei una coalizione che vinca le elezioni, e non sembra che nessuno abbia voglia di vincere le elezioni», ha sospirato, un modo nemmeno criptico per dire che no, così non va. Ha un bel da rivendicare la segretaria il lavoro fatto in questi due anni e mezzo, i punti percentuali recuperati dal Pd da quando è stata eletta «perché siamo tornati in mezzo alla gente»: dallo studio di Massimo Giannini, Prodi scuote la testa e il suo giudizio è una rasoiata, «a me interessa il Pd, certo, ma soprattutto il governo. Il ragionamento della segretaria aiuta a crescere un’alternativa? No».

Non che sia una novità: è già un anno o più, calcolano ai vertici del Pd, che il professore di Bologna sprona, stimola, punzecchia. Con la libertà del padre nobile che può parlare senza filtri e senza cautele, anche se ogni sua dichiarazione ricade come un macigno su Largo del Nazareno. Dove però la segretaria non sembra minimamente scalfita: non risponde, non reagisce, prende consigli col contagocce e spesso non li segue. Non che ce l’abbia con Prodi, anzi, e come potrebbe una leader che alla politica si è affacciata con un movimento di protesta – OccupyPd – proprio in difesa dell’ex premier e contro i 101 che affossarono la sua corsa al Quirinale? Prova anche a tenere un filo di dialogo: al professore per esempio non è sfuggita la presenza della segretaria, un paio di settimane fa, a un convegno in Campidoglio in cui lui era invitato a parlare. 

Lo ha interpretato come una gentilezza, per salutarlo e fermarsi a discutere. Solo che la sensazione è che i suggerimenti che le propone, pur accolti con larghi sorrisi e cordiali ringraziamenti, non vengano in realtà minimamente ascoltati. Per una specie di mostro sacro del centrosinistra, è un’esperienza nuova; per la segretaria, il suo modo di esercitare la leadership: ascolto, valuto, poi faccio di testa mia.

Ieri sera in tv Prodi ha insistito molto sulla necessità di un programma condiviso con la gente, «noi lavorammo mesi con migliaia di persone», ha ricordato l’esperienza dell’Ulivo. In privato, ha avuto modo di esporre a Schlein la sua idea: scegliere dieci parole chiave, «quelle di cui la gente discute a tavola», dalla scuola alla sanità al lavoro alla casa. Aprire una grande discussione in rete e poi, a valle di questo lavoro, un’agenda di incontri tematici, per ogni argomento individuare una città particolarmente simbolica in cui organizzare appuntamenti della segretaria e stare in mezzo alla gente. Lei lo ha ascoltato, grazie mille, ed è finita lì.

Ancora, l’altra parola d’ordine di Prodi in tv e in privato è «allargare»: mica solo nella coalizione come nell’interpretazione «testardamente unitaria» della segretaria, ma anche, soprattutto, dentro al partito, perché non basta «il 22 per cento per vincere, serve il 22 più il 22». E «finalmente si comincia ad avere un’articolazione nella discussione e nelle posizioni», dice l’ex premier riferendosi alla riunione «non grandiosa» dei riformisti dem a Milano, a cui non a caso il weekend scorso ha inviato un messaggio di saluto per interposta senatrice Sandra Zampa, la sua ex portavoce a Palazzo Chigi.

«Ma viene interpretato come se uno facesse l’opposizione, cosa vuole che faccia l’opposizione, io?», aggiunge Prodi toccando il punto dolente. Perché il fiorire di nuove correnti – i riformisti, certo, ma pure i sostenitori di Schlein che si vedranno a fine novembre a Montepulciano – non fanno che insospettire la leader: gli uni apertamente critici della sua linea considerata troppo a sinistra, gli altri teoricamente supporter, ma si sa, tra sostenere e tentare di condizionare ci passa un soffio. E che Prodi promuova le istanze dei riformisti, col peso della sua personalità, non fa che renderla ancora più diffidente.

In pubblico, Schlein non ha mai pronunciato una parola fuori posto sul fondatore dell’Ulivo. Ma quell’unica volta in cui ha sentito di dover rispondere, quando lui la rimproverò pubblicamente per essersi candidata alle Europee sapendo di non avere alcuna intenzione di andare a Bruxelles, rispose asciutta che «io Prodi lo ascolto sempre. Ciò non vuol dire che debba essere sempre d’accordo con lui, e credo sia meglio così rispetto ai tempi in cui tutti fingevano di ascoltare, per poi pugnalare alle spalle». Probabile che, nel chiuso del suo ufficio al Nazareno, abbia pensato la stessa cosa anche ieri sera, quando si è sentita ripetere via tv che «mi basterebbe che ci fosse la volontà di vincere». In fondo, la sua risposta più tranchant alle critiche, è quella che ha ripetuto spesso: «Se fosse andato tutto bene fino a qui, non avrebbero eletto me».


In Svizzera gli orologi si riciclano nei forni solari

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 

Di , La Stampa

Nella Watch Valley, tra Ginevra e Basilea, i maestri orologiai adesso dispongono di due forni a energia solare che consentono di riciclare gli scarti metallici e ottenere preziosi lingotti di acciaio. Il segreto di questo successo di economia circolare si deve alla start-up giurassiana Panatere – dal dialetto locale che con lo stesso termine indica il cestino di vimini usato dai contadini per la raccolta di frutta.

“Ci sono voluti più di cinque anni per sviluppare questi forni solari. Oggi dimostriamo che una produzione industriale sostenibile, competitiva e regionale è realizzabile”, ha dichiarato il 3 ottobre Raphaël Broye, fondatore dell’azienda. A inizio ottobre infatti presso La Chaux-de-Fonds – a poco meno di 20 km da Neuchâtel – sono stati attivati due impianti che mettono insieme energia solare e materie prime riciclate per produrre acciaio inossidabile e rame riciclati al 100%, con un’impronta di carbonio prossima allo zero. Si parla nello specifico del recupero degli scarti metallici derivati dalla lavorazione degli orologi, impianti medicali o dentali o altri oggetti prodotti dalle aziende di microtecnologia della regione.

Ovviamente il volume produttivo è minimo se si considera che la Svizzera importa ogni anno circa 140mila tonnellate di acciaio ad alte prestazioni, ma sotto il punto di vista ambientale l’impatto è notevole. Jérôme Biard, direttore del produttore di orologi di lusso Roventa-Henex SA – soprattutto private label per aziende e gioiellieri prestigiosi – ha manifestato entusiasmo alla Radio Télévision Suisse (RTS) perché questo processo riduce l’impatto climatico dei metalli prodotti di un fattore 165: “Sono molto colpito. È un’idea che si respira chiaramente nell’aria. Credo che piacerà a molti dei nostri clienti”. In pratica se un acciaio convenzionale ha un impatto di 6,8 kg CO2-eq(uivalente), questo è di 0,041 kg CO2-eq.

Per altro l’acciaio inossidabile solare che si ottiene può essere usato per la fabbricazione “di pezzi che possono essere a contatto prolungato con la pelle (antiallergico), per scopi medici (biocompatibilità) e soprattutto per il suo aspetto estetico che garantisce una lucidatura perfetta”.

Le fonderie solari raggiungono i 2000 °C

“Vogliamo trattare i rifiuti metallici delle aziende locali, farlo in un circuito breve e nel modo più sostenibile possibile. E questa è davvero una prima mondiale!”, ha sottolineato con entusiasmo Broye. In effetti se nel mondo attualmente ci sono 54 forni solari, i due recentemente inaugurati in Svizzera sono un tandem unico. Il più grande da 30 kW è in grado di raggiungere i 1.700 °C e può fondere tra i 50 e i 100 kg di acciaio in un’unica operazione, grazie a un sistema automatizzato di tracciamento solare. Il piccolo da 5 kW, che sfrutta 500 specchi concavi e un eliostato per concentrare i raggi solari, invece può arrivare a 2.000 °C ed è perfetto per le fusioni rapide di piccole quantità di acciaio.

La prospettiva per questi due primi dimostratori è di produrre poche decine di tonnellate all’anno. Un’inezia rispetto alle 15.800 di cui ha bisogno l’industria orologiera e 6.500 quella medicale, ma è pur sempre un inizio. Un avvio che vede coinvolti l’Office fédéral de l’environnement (UFAM), grazie a un contributo di 800mila franchi (al cambio 864mila euro), i Cantoni di Neuchâtel, Giura e Berna, la Società industriale svizzera, la Fondazione Svizzera per il Clima ed Energy Lab e anche Socrate Industrie (Francia), Haute-École Arc (Neuchâtel) e Université de Franche-Comté (Besançon) in seno al progetto Rasol. Quest’ultimo partito nel 2024 e ormai alle battute finali, con un investimento di quasi 2 milioni di euro, punta allo sviluppo di un nuovo reattore a fusione in atmosfera controllata da inserire in un forno solare. E questo per avere “un impatto significativo sull’ecosistema regionale, migliorando la competitività delle PMI del settore orologiero, odontoiatrico, medicale e aerospaziale”.

“Il nostro obiettivo è recuperare il 5% dei metalli prodotti in Svizzera, al posto di esportarli. Entro il 2028 il centro dovrebbe riuscire a produrre 1000 tonnellate all’anno di acciaio solare a filiera corta”, ha sottolineato Broye.

Al lavoro sul reattore di terza generazione

Nel quartier generale di Panatere, a Font-Romeu-Odeillo, poco lontano dal confine con la Spagna, si guarda già al futuro. “Qui stiamo testando il nostroreattore di terza generazione, utilizzando anche pellet di acciaio inossidabile provenienti dall’industria orologiera. Si tratta di un reattore più grande di quello di La Chaux-de-Fonds. Lavoriamo in atmosfera protetta. Questo ci permette di produrre acciaio di qualità superiore”, ha sottolineato Loïc Bonsack, responsabile R&S.

Una struttura gigantesca alta 50 metri e larga 60 metri che grazie a 63 eliostati piatti e un grande specchio concavo sarà in grado di far raggiungere al forno una temperatura di 3000 °C. E come ha assicurato Bonsack, procedere velocemente a fusione e poi “produrre” lingotti d’acciaio da 80 kg l’uno.

“Il nostro obiettivo è costruire, in Svizzera, a La Chaux-de-Fonds o a Sierre, una fabbrica grande circa la metà del forno solare di Odeillo, ma che sia al 100% autosufficiente dal punto di vista energetico e che produca circa 1.000 tonnellate di acciaio riciclato all’anno“, ha concluso l’esperto. In pratica l’idea è di industrializzare il processo e realizzare lo stabilimento, nella migliore delle ipotesi, nel 2028.


Minacce, insulti e aggressioni, la pressione sui politici svizzeri aumenta

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 

Di Riccardo Franciolli, tvsvizzera.it

La democrazia svizzera, spesso celebrata per la sua stabilità e il suo modello di consenso, si confronta con una sfida crescente: le manifestazioni di ostilità contro i suoi rappresentanti politici.

Uno studio pubblicato martedì commissionato dal Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) e condotto dall’Istituto di Sociologia dell’Università di Zurigo ha rivelato una realtà preoccupante. Minacce, denigrazioni e aggressioni fanno ormai parte della quotidianità di numerosi membri del Parlamento svizzero. La ricerca, basata su un’ampia indagine online che ha coinvolto 3’532 parlamentari a livello federale, cantonale e comunale, delinea un quadro non rassicurante sulla diffusione e le conseguenze di questi fenomeni.

Una diffusione capillare, un problema sistemico

I risultati dello studio sono chiari: le ostilità si manifestano in modo diffuso a tutti i livelli della politica svizzera. Nel periodo 2023–2024, quasi tutti i membri del Parlamento federale hanno dichiarato di aver subito atti ostili. Questa percentuale elevata, rilevano i ricercatori, indica che il problema non è episodico, ma sistemico e radicato nella sfera politica federale. A livello cantonale, circa tre quarti dei parlamentari riferiscono esperienze simili. Anche a livello comunale, dove ci si potrebbe aspettare una maggiore vicinanza con la cittadinanza e un minore grado di polarizzazione, quasi la metà dei membri dei parlamenti locali ha subito ostilità.

Questi dati evidenziano una problematica trasversale che coinvolge tutti i livelli della politica svizzera, suggerendo un ambiente politico sempre più aspro e conflittuale. Le ostilità, secondo lo studio, comprendono azioni verbali o fisiche dirette a persone in funzione politica o legate all’esercizio del loro mandato, che avvengono offline o online e sono giuridicamente perseguibili o percepite come trasgressive da chi le subisce.

Le ostilità si manifestano in molteplici forme, con una predominanza di denigrazioni verbali, tra cui insulti, diffamazioni e discorsi d’odio. I membri del Parlamento nazionale risultano particolarmente esposti a minacce e stalking, che comportano un potenziale rischio fisico.

Lo studio evidenzia inoltre la natura interconnessa delle diverse forme di ostilità: una diffamazione online può sfociare in discorsi d’odio e, in casi estremi, motivare atti di violenza fisica.

Le ostilità si diffondono attraverso diversi canali. A livello nazionale, le minacce provengono prevalentemente da sconosciuti e si manifestano tramite e-mail, lettere o commenti sui social media. A livello locale, invece, è più frequente che provengano da membri di altri partiti o avvengano in contesti di interazione diretta, suggerendo una dinamica più personale e visibile

Chi è maggiormente colpito?

Lo studio mostra che alcune categorie di parlamentari sono più frequentemente bersaglio di ostilità. Tra queste, i membri dei partiti agli estremi dello spettro politico risultano particolarmente esposti. Secondo i ricercatori, ciò è dovuto al fatto che tendono a sostenere posizioni più polarizzanti, che generano reazioni più forti da parte degli altri schieramenti. La cosiddetta polarizzazione affettiva – ovvero l’antipatia tra gruppi politici opposti – contribuisce a creare un terreno fertile per l’escalation delle ostilità. Un esempio significativo è la frequenza con cui i membri dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) e dei Verdi subiscono attacchi, quasi alla pari, nonostante le loro posizioni diametralmente opposte.

Altre categorie particolarmente vulnerabili sono quelle delle donne, dei membri di minoranze e degli esponenti della sinistra, soprattutto a livello comunale. Le donne, in particolare, sono più spesso vittime di discorsi d’odio, in linea con altre ricerche, che evidenziano una maggiore esposizione delle politiche a forme di violenza verbale e sessista. I membri di minoranze – definite in base a etnia, religione, origine migratoria, disabilità o orientamento sessuale – subiscono ostilità in misura significativamente maggiore rispetto alla popolazione maggioritaria.

Visibilità mediatica e temi controversi

Chi ha una forte presenza mediatica o si esprime su temi controversi come migrazione, parità di genere o politica dei trasporti è più esposto alle ostilità. L’esposizione pubblica e l’impegno su questioni sensibili aumentano il rischio di diventare bersaglio di attacchi. La visibilità, pur essendo essenziale per l’attività politica, comporta quindi un lato oscuro: una maggiore vulnerabilità a denigrazioni e minacce.

Le conseguenze delle ostilità: ritiro e silenzio

Le ostilità non si limitano a generare disagio immediato, ma hanno un impatto profondo sulla vita personale e professionale dei parlamentari, fino a minacciare la loro partecipazione alla vita politica. Le donne e i membri di minoranze, in particolare, ne avvertono il peso in modo più acuto e tendono più frequentemente a ritirarsi dalla sfera pubblica e mediatica.

Questo fenomeno, noto come silencing, rappresenta una minaccia per la democrazia, poiché porta all’autocensura e alla riduzione della rappresentanza di voci importanti nel dibattito pubblico. Quando i parlamentari si sentono costretti a limitare la propria visibilità o a evitare certi temi per timore di ritorsioni, ne risente la pluralità delle opinioni e la qualità del confronto democratico, sottolineano i ricercatori zurighesi.

La voglia di ritirarsi dalla vita politica è particolarmente frequente tra coloro che subiscono discorsi d’odio, ondate di ostilità (shitstorms) o attacchi provenienti dal proprio ambiente privato o politico immediato. Ciò indica che la pressione esercitata può essere talmente intensa da spingere alcuni rappresentanti eletti a valutare l’abbandono del mandato.

Richieste di intervento e misure

Di fronte a questa situazione, la maggior parte dei parlamentari riconosce la necessità di intervenire. Due terzi degli intervistati – in particolare a livello nazionale e tra gli esponenti della sinistra – si dichiarano favorevoli all’adozione di misure contro le ostilità. Questo consenso evidenzia l’urgenza percepita all’interno della classe politica.

Lo studio non si limita a descrivere il problema, ma propone un pacchetto di misure multidimensionali, basato sull’analisi di contromisure già adottate in Svizzera e all’estero. Innanzitutto, le autorità penali, sottolineano i ricercatori, sono chiamate a svolgere un ruolo centrale. Lo studio raccomanda di sensibilizzare e formare specialisti all’interno della polizia e delle procure, e di garantire un perseguimento penale sistematico.

Anche parlamenti, partiti e associazioni hanno la responsabilità di offrire supporto confidenziale e attività di sensibilizzazione rivolte ai propri membri. Infine, i parlamentari stessi sono invitati a sviluppare competenze per affrontare le ostilità e contribuire alla costruzione di una cultura del dibattito basata sui fatti.

Una democrazia sotto pressione

Lo studio evidenzia una problematica di ampia portata che mette sotto pressione la democrazia svizzera. La normalizzazione delle ostilità, il ritiro dalla vita pubblica di gruppi vulnerabili e la possibile riduzione della partecipazione politica sono segnali d’allarme che richiedono un’azione coordinata.

Le proposte di intervento delineate offrono una via per affrontare questa sfida, ma il successo dipenderà dall’impegno congiunto di tutte le parti coinvolte – istituzioni, partiti, media e cittadini – per promuovere un ambiente politico più sicuro e rispettoso. Solo così, conclude lo studio, sarà possibile preservare la vitalità e l’inclusività del dibattito democratico in Svizzera.


L’Onu accusa Mosca: “Fa pulizia etnica con i droni sui civili”

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

La pulizia etnica più disumana, perché interamente affidata alle macchine assassine: i droni. Velivoli telecomandati russi che in tre regioni dell’Ucraina “hanno ripetutamente attaccato i civili, provocando morti, feriti e distruzioni su larga scala”. Lo sostiene il rapporto degli investigatori Onu che fanno parte della Commissione di inchiesta sull’Ucraina. Il documento formula due accuse di crimini contro l’umanità commessi dall’esercito di Mosca. Anzitutto, l’omicidio e il trasferimento forzato della popolazione portato a termine con l’impiego delle bombe volanti. Poi, la deportazione di civili dalle zone occupate: alcuni di questi sono anche stati torturati.

La caccia all’uomo dal cielo

Il terrificante “safari umano” iniziato nella primavera 2024 a Kherson, la città annessa alla Russia nell’autunno 2022 e poi riconquistata dagli ucraini, è stato solo l’inizio di un’operazione su larga scala “sistematica e coordinata”. I protagonisti sono sempre i droni, mandati a caccia di civili: sciami di ordigni volanti che colpiscono donne, bambini e anziani lungo le strade e persino all’interno degli edifici.

Adesso gli investigatori delle Nazioni Unite hanno raccolto prove sulla stessa “morte dal cielo” scatenata lungo trecento chilometri sulla riva occidentale del fiume Dnipro con un unico obiettivo: espellere gli ucraini dalle loro case. Lo hanno fatto nelle province di Dnipropetrovsk, Kherson e Mykolaiv, mandando i robot killer a tormentare gli abitanti lontano dalla prima linea. Si sono accaniti contro le persone, le case, gli ospedali, i supermercati, le scuole, i centri di aiuti alimentari e ovviamente le infrastrutture che distribuiscono corrente elettrica e riscaldamento.

Bombe sui soccorsi

Non si sono limitati a seminare bombe sulle persone: hanno anche aggredito le ambulanze dei soccorsi medici e i vigili del fuoco, personale che ha una protezione speciale in base alle leggi umanitarie internazionali. Il responsabile dell’assistenza medica nell’area di Kherson ha dichiarato che tutte le ambulanze sono state colpite: non si riusciva a tenerle in servizio per più di dodici giorni.

E non si tratta di episodi isolati ma di una campagna “agli ordini di un comando centrale, con lo stesso modus operandi per attaccare civili e installazioni civili, causando paura e distruzione”. Il rapporto – presentato lunedì alla Terza Commissione dell’Assemblea Generale – contiene 226 testimonianze di persone prese di mira, che descrivono “una situazione insopportabile”: “Veniamo colpiti ogni giorno. I droni sono sempre in volo: mattina e sera, di giorno e di notte, continuamente”, ha dichiarato una donna.

Le due strade della deportazione

Quando poi i soldati russi occupano le località, la popolazione ucraina viene deportata con la forza. Questo è accaduto nella regione di Zaporizhzhia, contesa dai due eserciti. In certi casi la trasferiscono nelle zone ancora sotto controllo di Kiev: nei primi due anni le persone sono state costrette sotto la minaccia delle armi a camminare nella terra di nessuno, anche per dieci chilometri. Poi dal 2024 le hanno espatriate forzatamente in Georgia: sono state portate fino al confine e poi obbligate a varcarlo.

I militari di Mosca infatti sono ossessionati dalle azioni dietro le linee condotte dagli 007 ucraini e temono che gli abitanti possano fornire informazioni o comunque collaborare con gli incursori. Per questo spesso arrestano e torturano i residenti, oltre a confiscare mezzi e abitazione. Molte famiglie vengono divise e comunque i deportati restano privi di tutto, spesso persino dei documenti di identità. “Queste azioni – indica il documento degli investigatori Onu – infliggono sofferenze e generano disturbi del comportamento che configurano un crimine di guerra e una violazione dei diritti umani”.

I video che provano i crimini

A confermare la moltitudine di violenze ci sono quasi cinquecento video – 247 dei quali geolocalizzati, individuando con esattezza dove sono stati filmati – girati e diffusi online soprattutto dai militari russi. Sono le immagini riprese dalle telecamere dei droni, che mostrano la ricerca delle vittime e si chiudono con lo sgancio di granate o con la picchiata letale dei quadricotteri-kamikaze. Ci sono scene raccapriccianti: anziani colpiti mentre camminano con le buste della spesa; donne dilaniate mentre entrano in un ambulatorio; altre che cercando di scappare e vengono inseguite senza tregua. Si vedono bombe volanti che spiano le finestre dei condomini e esplodono quando trovano un appartamento abitato.

“Distruggono i tetti dei casali per vedere se qualcuno esce e ucciderlo. Io non posso più stendere i panni nel cortile: sarebbe come indicargli un obiettivo”, ha detto una madre di famiglia. Se i russi hanno la certezza che la casa sia abitata, un drone bombarda il tetto e un secondo getta una granata nel buco. Spesso usano ordigni incendiari: se qualcuno dei residenti cerca di spegnere le fiamme, mandano altri quadricotteri per impedirglielo.

Le minacce sui social

I video, postati quasi esclusivamente su Telegran, molte volte sono accompagnati da messaggi minatori. Nel maggio 2025 è stata diffusa una mappa di Kherson: “Zona rossa. Amici, grandi notizie! Da adesso, per ogni settore c’è un compito specifico e una squadra incaricata di portarlo a termine. La città verrà smantellata, mattone dopo mattone, grazie ai comandanti del 4049. Restate sintonizzati per gli aggiornamenti”. Nel giugno 2025 un filmato esibisce un drone che si lancia contro una sottostazione dell’elettricità, provocando un rogo: “Stanno venendo distrutte tutte – è l’avvertimento che accompagna il video -, infliggendo il massimo dei danni. La zona degli attacchi si estenderà fino ai confini della regione, il numero verrà moltiplicato”.

La città della vendetta

Il laboratorio di questa pulizia etnica è Kherson, l’unica grande città occupata nei primi giorni dell’invasione, dichiarata parte della Russia con il referendum beffa dell’autunno 2022 ma poi abbandonata un mese dopo nella fuga dell’armata sconfitta. Dallo scorso anno però i generali di Putin hanno deciso di renderla invivibile: ci sono state migliaia di aggressioni condotte dai robot killer. La popolazione è prigioniera del terrore, in uno stato di perenne angoscia. “E’ una lotteria: vai a letto e non sai se verrai uccisa o ti sveglierai al mattino”, ha dichiarato una donna. Gli attacchi proseguono da quasi diciotto mesi e migliaia di ucraini sono stati obbligati ad andare via. Dalla primavera 2024 – secondo le autorità locali – duecento civili sono stati ammazzati e oltre duemila feriti. Tremila abitazioni sono state bombardate. E tutto attraverso i droni.

Le colpe del generale

L’utilizzo di macchine che agiscono a grande distanza pone il problema di identificare i responsabili dei crimini. La Commissione d’inchiesta ha raccolto informazioni sui reparti attivi nelle zone di decollo dei velivoli senza pilota. “Fanno parte del Gruppo Dnepr agli ordini del generale Mikhail Teplinsky, che risponde direttamente al capo di stato maggiore Valerj Gerasimov. Lo scorso luglio durante una visita del ministro della Difesa, Teplinsky gli ha illustrato il potenziamento della rete di controllo che permette di usare i droni “seguendo un piano unificato, riducendo le perdite e mantenendo i dati sul loro impiego””.

Il vanto del governatore. Per quanto riguarda le deportazioni, invece, puntano il dito sul governatore insediato da Mosca nella regione di Zaporizhzhia, Yevhen Balytskyi. Balytskyi ha vietato manifestazioni e attività anti-russe, ordinando l’espulsione di chi non rispettava gli ordini. E nel febbraio 2024 ha detto alla tv di Mosca: “Abbiamo mandato via un gran numero di famiglie. Quelle che, in un modo o nell’altro, non sostengono l’Operazione Militare Speciale, che insultano la bandiera, l’inno, il presidente della Russia. Abbiamo espulso intere famiglie perché ci siamo resi conto che non era possibile convincerle e avremmo dovuto affrontarle in maniera ancora più dura”.

Le denunce di Mosca

La commissione è composta da tre giuristi – un norvegese, un colombiano ed una indiana – e ha cercato di verificare anche le denunce delle autorità russe che hanno descritto raid contro i civili messi a segno dagli ucraini nelle zone occupate. Ha mandato una richiesta di informazioni ai ministeri di Mosca, senza ricevere risposte. Ma su questo fronte – alla luce dell’impossibilità di recarsi sul terreno per compiere interviste e verificare i siti bombardati – è stata costretta ad ammettere di non potere trarre conclusioni per “la mancanza di sufficienti basi indiziarie”.


Clima, appello di Guterres a Cop30: “Obiettivi più ambiziosi o conseguenze devastanti”

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 

Di Giacomo Talignani, La Stampa

La strada verso Belém è piena di buche. Però c’è, ed è questa la buona notizia. Fra circa due settimane in Brasile, alle porte dell’Amazzonia, inizia la Cop30, la Conferenza delle parti sul clima. Quest’anno, dopo tre diverse edizioni che si sono svolte nei petro-stati, c’è una forte aspettativa per una Cop che possa risultare più pragmatica nel difficile percorso della riduzione delle emissioni climalteranti.

Così, mentre gli occhi del mondo sono puntati sull’occhio del ciclone – quell’uragano Melissa destinato a impattare su una Giamaica già fragile davanti alla crisi del clima – lo sguardo della diplomazia climatica è rivolto al percorso per riuscire ad abbassare le emissioni, ovvero la presentazione dei vari Paesi dei loro Ncd, i piani climatici per centrare l’obiettivo che vengono diffusi prima della Cop.

Questi piani sono stati riassunti all’interno del nuovo Synthesis Report dell’UNFCCC che guarda ai traguardi del 2035. Il report ci dice che le emissioni globali stanno iniziando a diminuire e che quest’anno è stata presentata dalle nazioni la serie più completa di impegni climatici fatta finora rispetto al passato, piani che coprono circa un terzo delle emissioni globali.

La buona notizia è che c’è appunto una strada: l’88% degli Ndc sono risultati nuovi o aggiornati e l’89% include obiettivi a livello economico che riguardano tutti i principali settori emissivi. Circa il 78% include inoltre sforzi legati agli oceani, ben il 39% in più rispetto ai precedenti impegni.

Solo un terzo dei Paesi ha presentato obiettivi per il clima

La cattiva notizia è che però anche se tutti i Paesi che hanno presentato i loro Ndc li rispettassero totalmente, si andrebbero a ridurre le emissioni di appena il 10% (rispetto al 2019) entro il 2035. Una percentuale decisamente ancora troppo bassa vista l’avanzata della crisi del clima. Di fatto, dunque, i piani presentati da oltre 60 Paesi all’Onu sono insufficienti a scongiurare il collasso climatico che incombe perché coprirebbero soltanto di un sesto la riduzione necessaria il 60%) di emissioni per riuscire a limitare il riscaldamento a 1,5 gradi e rispettare l’Accordo di Parigi.

Per Simon Stiell, segretario esecutivo dell’United Change Conference dell’Onu, “grazie alla cooperazione climatica organizzata dalle Nazioni Unite e agli sforzi nazionali, l’umanità sta ora chiaramente piegando la curva delle emissioni verso il basso per la prima volta, anche se ancora non abbastanza velocemente. Sebbene la direzione di marcia migliori di anno in anno, abbiamo bisogno di una maggiore velocità e di aiutare un maggior numero di Paesi a intraprendere azioni climatiche più incisive”.

Il segretario chiede dunque una accelerazione dell’ambizione, quella che dovrebbe partire soprattutto dalle realtà più sviluppate e responsabili delle emissioni, come per esempio Cina e Ue, che però devono ancora fornire dettagli sui loro piani climatici.

I ritardi della Ue e l’assenza degli Usa

Tra i ritardi dell’Europa, l’assenza degli Stati Uniti che con le politiche negazioniste di Donald Trump si sono sfilati dall’Accordo di Parigi e un 10% di riduzione delle emissioni che appare ancora troppo basso, è evidente dunque come la strada per Belòm sia davvero piena di buche. Nonostante il cammino tortuoso una luce di speranza – come ha detto Laurence Tubiana, Ceco di European Climate Foundation – potrebbe arrivare da “i cittadini, le comunità e le imprese che continuano ancora oggi a spingere l’economia reale verso un futuro sostenibile e più verde”.

Guterres: “Il superamento di 1,5 °C più breve possibile”

Ma senza decisioni concrete dall’alto, chiosa il segretario generale dell’Onu António Guterres in una intervista al The Guardian, sarà comunque impossibile “cambiare rotta”, quello che davvero servirebbe in questo mondo bollente.

Per Guterres infatti l’umanità “non è riuscita a limitare il riscaldamento globale” e si prospettano “conseguenze devastanti. Alcune di queste conseguenze devastanti sono punti di non ritorno, che si tratti dell’Amazzonia, della Groenlandia, dell’Antartide occidentale o delle barriere coralline” per cui a partire dalla Cop30 “è assolutamente indispensabile cambiare rotta per garantire che il superamento di 1,5 gradi sia il più breve possibile e di minore intensità e per evitare proprio i punti di non ritorno che incombono”.


La lente coloniale che deforma Gaza

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 

Di Iain Chambers, il manifesto

Nonostante i buffoni di corte, gli opinionisti e l’ufficio stampa della Rai propongano dichiarazioni grottesche per negarlo, la descrizione della situazione a Gaza come genocidio, confermata da istituzioni e voci assai più autorevoli, circola ormai da mesi nella sfera pubblica.

Nel registrare questo fallimento politico e intellettuale della classe dirigente italiana (e, più in generale, europea e occidentale), sarebbe ora di fare un ulteriore passo in avanti e spostare la questione su un altro piano, al fine di contestare la brutale occupazione del nostro linguaggio e il suo utilizzo per giustificare i crimini contro l’umanità perpetrati da Israele e dall’Occidente.

Insistere sulla parola chiave «colonialismo» ci permette di aprire la situazione atroce nel Mediterraneo orientale a una nuova narrazione e a una serie di considerazioni storiche e critiche che ci portano ben oltre la banalità del male che sostiene le spiegazioni attualmente in voga. Semplicemente, il fatto che il concetto di colonialismo non sia permesso negli studi televisivi, nei dibattiti parlamentari, sulla stampa, e spesso nei senati accademici, ci allerta su qualcosa di disturbante dal punto di vista lessicale e politico. Ricordare la costituzione coloniale del presente, del nostro presente, che emerge in maniera inequivocabile dalle macerie di Gaza, ci spinge a interrogarci sull’assetto delle attuali relazioni politiche, culturali ed economiche che inquadrano il mondo rispecchiando una prospettiva unica.

È comodo pensare che il colonialismo, come un capitolo storico, sia stato superato e relegato ai margini della storia europea, finendo nel dimenticatoio del passato. Ma forse il tempo storico non è semplicemente lineare. Qualsiasi analisi del passato è sempre un atto contemporaneo, sostenuto e sospeso da linguaggi attuali che permettono alla storia di apparire tra noi. In questa maniera, il passato continua a interrogarci, ponendo domande contro ogni tentativo di addomesticarlo a fini puramente politici e strumentali. Ridurre la storia esclusivamente al nostro modo a vedersi comporta la negazione dei diritti degli altri. Così, la narrazione dei vincitori occidentali passa come l’unica e perciò universale. Questo schema rappresenta un vero fallimento storiografico, filosofico e politico.

Dinanzi all’arroganza dell’Occidente, che difende azioni indifendibili dello Stato d’Israele non solo dal 2023 ma da decenni, ci troviamo di fronte al continuum coloniale. In altre parole, il colonialismo non è un evento storico concluso, ma un processo aperto che continua ad appropriarsi delle ricchezze e delle risorse del pianeta, perseguendo l’imperativo del capitale e creando una gerarchia razziale del mondo per giustificarlo. Ormai senza pudore, alla luce del sole, il nesso intrinseco tra colonialismo, capitalismo e razzismo, per cui alcune vite contano più delle altre e la difesa della supremazia bianca è sempre più esplicita, si manifesta in tutta la sua brutalità. In questo scenario atroce, la Palestina si presenta come il laboratorio insanguinato della modernità. Proposta e spiegata come una «questione» intrinsecamente violenta e irrisolvibile, Gaza e la Cisgiordania tradiscono la continuità coloniale che ha sostenuto il nostro «progresso» da cinque secoli. Nel frattempo, le aziende edili italiane, inglesi… si stanno preparando per la ricostruzione di Gaza.

Introducendo nel dibattito pubblico il concetto di colonialismo come chiave per liberare il presente dalla brutalità della narrazione dominante, ci permette anche di uscire dalla claustrofobia del momento, che ci sommerge nei dettagli dei complotti di potere, senza arrivare alle profonde strutture che regolano la formazione del mondo contemporaneo. Nella percezione dello spazio-tempo della modernità, in cui i parametri consueti confermano solo la nostra sovranità, dobbiamo renderci conto che le pretese globali del capitalismo e lo sterminio delle popolazioni indigene e «inferiori» sono stati il dispositivo centrale per stabilire, economicamente, politicamente e filosoficamente, la modernità occidentale come misura del mondo.

Ormai è chiaro che tale ordine, come Frantz Fanon sosteneva molti decenni fa, deve essere smontato e le sue pretese universalistiche abbandonate. Così i suoi frammenti vengono liberati per essere configurati in prospettive più aperte e democratiche. Se chiaramente non esiste più una realtà esterna alla modernità, dobbiamo scavare più a fondo nelle nostre rovine, ascoltare le storie che resistono e si rifiutano di passare, per smontare, deviare e declinare i linguaggi che cercano di catturarci – dalla politica alla poetica – per trovare percorsi e prospettive inaspettate, dirompenti e non autorizzate. Per quanto riguarda l’autorità politica e culturale che sostiene la colonialità del presente, sarebbe opportuno ricordare la dichiarazione fatta nel 1957 dall’intellettuale ebreo-tunisino Albert Memmi, secondo cui ogni forma di colonialismo è una forma di fascismo.

Nell’immagine: bambini palestinesi seduti tra le macerie di un edificio distrutto nella città di Gaza, il 25 ottobre.


Costruire un fronte unitario di opposizione politica e sociale – E ora giudicate voi

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 

Dibattito con la partecipazione di Fabrizio Sirica (PS), Samantha Bourgoin (Verdi) e Matteo Pronzini (MpS). Moderazione di Aldo Sofia

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Uno spettro si aggira per l’Europa

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 


“Come docenti lavoriamo per promuovere anche valori di giustizia e libertà”

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 

Riflessione in merito alla comunicazione del Municipio di Lugano del 9 ottobre 2025

Egregi Municipali,

con la presente noi, docenti firmatari, desideriamo condividere alcune riflessioni in merito alle osservazioni espresse nella Vostra recente comunicazione riguardante la lettera aperta inviata in solidarietà verso il popolo palestinese e diffusa alla cittadinanza dal Plenum delle Scuole Medie di Viganello.

Come docenti, lavoriamo quotidianamente per promuovere, oltre al sapere, valori di giustizia e libertà, sviluppando il senso di responsabilità ed educando alla pace e agli ideali democratici, in piena coerenza con la missione della scuola pubblica ticinese sancita all’articolo 2 della Legge della scuola.

  1. Sul presunto carattere “fuori luogo” dell’iniziativa
    In merito alla Vostra osservazione secondo cui la lettera sarebbe fuori luogo nell’ambito delle attività scolastiche e istituzionali, riteniamo che la scuola debba poter dialogare con la realtà sociale e culturale del tempo. Il Piano di studio della scuola dell’obbligo affida infatti all’educazione civica, alla cittadinanza e alla democrazia il compito di analizzare le relazioni tra individui, gruppi e società, affrontando i temi della convivenza da una prospettiva storica, etica e politica. La scuola, dunque, non può chiudersi nel silenzio di fronte alle tragedie umane contemporanee: deve aprirsi al mondo, offrendo agli allievi strumenti di comprensione critica e morale.
  1. Sulla neutralità e l’imparzialità della scuola
    Riteniamo che la neutralità non possa essere confusa con l’indifferenza: la neutralità politica non si traduce in neutralità morale. Un’istituzione scolastica non può e non deve rimanere muta davanti a questioni che toccano la dignità e la vita delle persone. La neutralità intesa come silenzio innanzi alle ingiustizie è già, di per sé, una presa di posizione.
  1. Sulla libertà d’espressione e sull’autonomia scolastica
    Riteniamo che le parole del Municipio, pur forse animate da un intento di tutela istituzionale, abbiano suscitato nel corpo docente la sensazione di una limitazione della libertà d’espressione. Il collegio dei docenti, come stabilito dall’Articolo 37 della Legge della scuola, ha la facoltà di “affrontare problemi politici e sindacali connessi con la professione”: laddove tali questioni toccano le finalità della scuola, si connettono direttamente con la nostra funzione educativa. Questo spazio di confronto e di riflessione è parte integrante della vitalità democratica della scuola pubblica. Siamo convinti che il dialogo tra le diverse istituzioni, ciascuna con i propri ruoli e punti di vista, condotto in un clima di reciproco rispetto, possa rafforzare la fiducia e favorire un terreno comune di comprensione, soprattutto su temi complessi e delicati.
  1. Sul ruolo educativo e civico della scuola
    La scuola non è solo trasmissione di nozioni, ma luogo di formazione integrale della persona. Educare significa aiutare a leggere la realtà, a riconoscere l’ingiustizia e a coltivare la responsabilità. La crisi umanitaria a Gaza – riconosciuta come tale da istituzioni internazionali, tra cui la Corte Penale Internazionale – come ogni sofferenza collettiva che interroga la coscienza umana, ci impone di non restare in silenzio, ma di accompagnare con senso critico e rispetto i nostri allievi nella comprensione del mondo. Una scuola che rifiuta di affrontare questi temi rischia di formare cittadini privi di pensiero morale. Difendere la libertà di parola e la riflessione etica nella scuola significa, oggi più che mai, difendere la sua funzione più autentica: quella di educare alla consapevolezza, alla pace e alla dignità umana, come previsto dallo stesso articolo 2 della Legge della scuola, che richiama la promozione dei valori democratici, della solidarietà e del rispetto dei diritti umani.

Conclusione

Alla luce di quanto sopra, auspichiamo che il Municipio di Lugano voglia considerare il significato educativo e civile di questa nostra posizione, riconoscendo che essa nasce da un sincero senso di responsabilità e non da intenzioni politiche o divisive.

Desideriamo inoltre esprimere il nostro rammarico per il tono e i contenuti della comunicazione municipale, che ci hanno colpiti non solo come docenti, ma anche come dipendenti e collaboratori dell’Istituto scolastico. Come tali, ci sentiamo parte integrante della comunità cittadina e crediamo che un dialogo aperto e rispettoso tra istituzioni e scuola contribuisca a rafforzare il senso di appartenenza e di fiducia reciproca e sia la via più costruttiva per affrontare temi complessi, nel rispetto reciproco dei ruoli e delle competenze. Confidiamo inoltre che possa instaurarsi un clima di confronto fondato sulla fiducia e sulla valorizzazione del mandato educativo della scuola.

Desideriamo infine sottolineare che ogni intervento pubblico sulle espressioni del corpo docente può avere ripercussioni significative sul clima di fiducia e sulla libertà educativa: crediamo sia interesse comune tutelare questi valori, pilastri della nostra democrazia e del nostro mandato professionale.

Nell’immagine: Lugaza


L’UDC: forte nel favore degli elettori, ma con poche soluzioni da offrire

La segretaria stima l’ex premier e tiene un filo di dialogo, ma fa di testa sua. Ignorata la proposta del Prof: 10 parole chiave e incontri tematici nelle città 

L’UDC segue il detto «goccia dopo goccia si scava la pietra». Così continua a scagliarsi contro l’Europa, contro gli immigrati, contro i richiedenti asilo, contro l’abbandono della neutralità. E con questo ottiene successo. Ha imparato dalla Lega dei Ticinesi? Il fondatore della Lega Giuliano Bignasca dapprima, e poi i suoi seguaci, inveiscono contro l’Unione Europea, gli italiani, i frontalieri, i richiedenti asilo e Berna, nel loro giornale “Il Mattino della domenica”, dal 1990. Da circa 20 anni l’UDC ticinese, che sta diventando sempre più importante, segue la stessa linea. L’effetto: successi per entrambi i partiti nei referendum e nelle elezioni. Tuttavia, il Ticino è scivolato in una crisi non solo finanziaria.

Ma cosa vuole la potente UDC, che è sostenuta da gran parte della stampa? Il partito quasi di opposizione con due consiglieri federali in due dipartimenti decisionali?

Chiede l’uscita della Svizzera dal Consiglio d’Europa, il che non sorprende, perché tutto ciò che viene dall’estero – a parte i ricchi stranieri, le società internazionali e le imprese redditizie – è sospetto per questo partito. L’UDC è un’organizzazione che si crogiola nella narrazione di una Svizzera fatta di miti: il Giuramento del Grütli, Guglielmo Tell, la Battaglia del Morgarten. Questi miti sono storie meravigliose che stimolano l’immaginazione, ma non sono eventi storici confermati da documenti. Ignorare i fatti ci porta in un vicolo cieco. Un esempio: il rifiuto categorico dei rapporti di ricerca sulla Svizzera durante la Seconda guerra mondiale, il cosiddetto Rapporto Bergier.

L’UDC vuole denunciare anche l’accordo di Parigi sul clima

In relazione al Consiglio d’Europa, non è irrilevante che il popolare consigliere nazionale dell’UDC di Zurigo Alfred Heer, ex presidente della delegazione svizzera al Consiglio d’Europa, recentemente scomparso, abbia fatto campagna per l’ex consigliere federale Alain Berset – un socialdemocratico – come nuovo segretario generale del Consiglio d’Europa. Questo dimostra che l’UDC deve accettare che le personalità svizzere di spicco non sempre seguano la linea del partito. I consiglieri di Stato dei cantoni a volte sostengono decisioni che contraddicono la leadership del partito. Questa però è difficilmente disposta a scendere a compromessi, e cerca ripetutamente di imporre i propri progetti agli altri partiti borghesi. Alcuni esempi.

Mesi fa l’UDC ha dichiarato che la Svizzera dovrebbe ritirarsi dall’Accordo sul clima di Parigi e anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) con sede a Ginevra. L’esborso finanziario e i requisiti burocratici sono troppo onerosi e limiterebbero la libertà d’azione del nostro Paese. Questa richiesta è in contrasto con la politica del Consiglio federale e degli altri partiti. L’UDC sembra voler ignorare la crisi climatica. È sorprendente che un partito che celebra costantemente la famiglia tradizionale non si preoccupi che i bambini che nascono oggi trovino condizioni di vita tollerabili nel 2100, cioè tra poco meno di 80 anni.

Il 1° agosto il presidente Dettling ha bruciato i trattati con l’UE

L’UDC definisce i nuovi trattati negoziati dal Consiglio federale con l’Unione europea “trattati di sottomissione”. Un termine negativo e combattivo che dimostra l’assenza di volontà di avviare una discussione sui vantaggi e gli svantaggi degli accordi. La serietà con cui l’UDC sta esaminando i nuovi trattati con l’UE è dimostrata dal suo presidente Marcel Dettling. In un video del primo agosto, che ha postato online, si vede il presidente dell’UDC che tiene sull’alabarda un cervelat infilzato, lo arrostisce sulle oltre 2.000 pagine dei trattati e poi lo mangia. Secondo Dettling bruciarli è la sola utilità di questi trattati.

L’iniziativa popolare per iscrivere la neutralità assoluta nella Costituzione federale sarebbe una limitazione dell’autonomia del Consiglio federale.  Priverebbe il governo della possibilità di gestire la neutralità in base alla situazione internazionale. L’UDC vuole che alla Svizzera sia vietato imporre sanzioni che non siano state emanate dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Nel caso della guerra in Ucraina, ciò significa che l’aggressore chiaramente identificato, la Russia, e l’aggredita, l’Ucraina, dovrebbero essere trattati esattamente allo stesso modo. Ciò significherebbe nessuna sanzione contro la Russia di Putin, cioè una chiara preferenza per l’aggressore rispetto all’aggredito. L’UDC agisce come se la Carta delle Nazioni Unite, creata dopo la Seconda Guerra Mondiale, non mettesse al bando e non vietasse la guerra come mezzo per risolvere un conflitto. La Russia con la sua guerra contro uno Stato indipendente sta violando i trattati ONU e le Convenzioni di Ginevra. I molti “sostenitori di Putin” nel partito più potente della Svizzera – tra cui Christoph Blocher – si stanno smascherando. La visione sociale conservatrice di Putin, che riguardo alla famiglia è simile alla situazione in Svizzera nella prima parte del XX secolo andrebbe bene a questi uomini dell’UDC. Putin non tollera che i russi esprimano un’opinione leggermente diversa, perché è un dittatore e disprezza la democrazia, di cui siamo orgogliosi in Svizzera. Tutto questo non sembra preoccupare parecchi politici dell’UDC.

Contro l’informazione indipendente

L’iniziativa per il dimezzamento della SSR è una tipica proposta di un partito populista di destra che vuole conquistare gli elettori con slogan e soluzioni fasulle. Un’informazione chiara e indipendente, basata sui fatti e che faccia luce sui retroscena, ostacola il progetto populista di conquistare l’opinione pubblica. È anche scomoda per i potenti. Tutti i regimi che si definiscono democratici ma sono governati da autocrati, come Viktor Orbán, Recep Tayyip Erdoğan e (ora) Donald Trump, danno la caccia ai giornalisti indipendenti. La libertà di stampa è praticamente abolita. In questi Paesi non è rimasto quasi nessun media libero e indipendente. Questo vale anche per gli Stati Uniti, sebbene la libertà di stampa e di espressione siano saldamente ancorate nella Costituzione. Ci sono validi argomenti per respingere l’iniziativa che vuole smantellare la SSR, che è saldamente ancorata in tutte le regioni linguistiche. La SSR è un raro esempio di solidarietà tra le regioni linguistiche: La Svizzera italiana, ad esempio, riceve molto più denaro di quanto i suoi ascoltatori paghino di canone, a scapito della Svizzera tedesca. È necessario mantenere la SSR come organizzazione svizzera basata sulla solidarietà. Ciò non significa che le sue trasmissioni non debbano essere criticate; i contenuti possono, o meglio ancora devono, essere discussi con i responsabili.

Iniziative dalle conseguenze poco chiare

Da quando Christoph Blocher è diventato la figura di riferimento dell’UDC negli anni ’80, il partito ha adottato in larga misura le politiche di James Schwarzenbach. Nel 1969, egli era da solo in parlamento con la sua iniziativa popolare anti-stranieri, ma riuscì a conquistare il 47% degli uomini svizzeri nel referendum del giugno 1970. A differenza di allora, la forza anti-stranieri è ora il partito più grande. L’UDC ha un’altra iniziativa popolare in parlamento, la cui approvazione significherebbe probabilmente la fine dell’accordo di libera circolazione delle persone con l’UE. Le sue iniziative sono spesso formulate in modo ambiguo, in modo che non sia immediatamente chiaro cosa significherebbe esattamente la loro adozione.

Meno immigrati solo con una minore crescita economica

L’UDC vuole essere riconosciuta come un partito che propone soluzioni per il nostro Paese. Ma difficilmente ci riesce. Il potente partito fa poco, ad esempio, per ridurre il numero di lavoratori stranieri. Nei Cantoni, l’UDC è sempre pronta ad abbassare le tasse per attirare in Svizzera ricchi stranieri e aziende internazionali. Ciò significa non solo più persone ricche, ma anche più manodopera straniera, compresi manager, ingegneri, operai specializzati e manovali. Finché l’UDC sarà favorevole al rafforzamento dell’economia, la popolazione straniera continuerà a crescere. Si ha l’impressione che per le aziende sia più facile assumere persone altamente qualificate dal grande bacino europeo che assumere o formare personale locale. Questo non suscita quasi nessuna critica da parte dei politici dell’UDC.

Gli stranieri che già vivono in Svizzera, compresi i richiedenti asilo ammessi temporaneamente, potrebbero essere aiutati meglio dall’economia e dai Cantoni a trovare lavoro. La loro formazione accademica potrebbe essere sfruttata in modo mirato per consentire loro di trovare un’occupazione adeguata. In questo modo si fornirebbe all’economia manodopera aggiuntiva senza aumentare la popolazione straniera. Tuttavia, l’UDC è sempre stata e rimane contraria a una più facile integrazione degli stranieri. Ha persino presentato costantemente mozioni parlamentari per rendere più difficile la vita dei richiedenti asilo e delle persone ammesse temporaneamente. Di recente ha anche ricevuto sempre più sostegno da parte di politici degli altri partiti borghesi.

Come l’UDC possa riuscire a conquistare un numero ancora maggiore di elettori, come prevedono gli ultimi sondaggi, rimane un mistero.

Pubblicato da Journal21
Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la bellissima spilla svizzera-alabarda in vendita nello shop online dell’UDC al modico prezzo di Fr. 50