Israele, vigilato speciale USA

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Israele occupa la Cisgiordania palestinese, e l’America… occupa la politica di Israele. Esito paradossale delle guerre mediorientali del dopo 7 ottobre.

Conflitti in cui lo Stato ebraico ha messo in campo tutta la sua potenza militare. Non solo per punire con disumanità e crudeltà  inedita l’intera enclave di Gaza (decine di migliaia di civili uccisi, nonché abitazioni e strutture di ogni tipo sbriciolate da bombardamenti a tappeto) dopo l’attacco terroristico di Hamas dell’autunno 2023; ma anche per imporre con la forza un nuovo ordine regionale contro il cosiddetto “cerchio di fuoco”, scudo edificato dall’Iran attraverso i suoi “proxy”: filo Assad in Siria, Hezbollah in Libano, maggioranza sciita in Iraq, Houthi in Yemen, Hamas a Gaza, tutti fortemente ridimensionati (alias sconfitti) dall’esercito e dall’intelligence di Netanyahu. Guerra classica e ibrida, mix micidiale.

Successi impossibili senza l’aiuto militare dell’America, sia di Biden sia di Trump. Aiuto militare americano che – secondo la Brown University – ha raggiunto la somma record di 21,6 miliardi di dollari fra l’ottobre 2023 e il settembre di quest’anno. È dunque l’America ad aver… bombardato Gaza. E erogato una montagna di finanziamenti, che non sono estranei alla decisione di Trump (sensibile a guadagni e perdite) di imporre la “pace eterna” (citazione) non solo allo Stato ebraico bensì a tutto il Medio Oriente. Grazie all’adesione dei paesi arabi detti “moderati” – mai davvero impegnati per la causa palestinese – ora coalizzati contro il pericolo dell’Iran sciita, e desiderosi di regolare i rapporti con Israele (Accordi di Abramo).

Ma per Israele (e almeno per ora) la pax americana ha il suo prezzo: un rapporto di netta sudditanza del governo di Tel Aviv nei confronti della Casa Bianca di Trump. Il quale fa tutto ciò che è necessario per evitare che la coalizione a tendenza messianica di Israele colga qualche altra occasione (o pretesto) per far saltare o ridimensionare il tavolo su cui l’alleato statunitense ha steso la mappa della sua fragile “road map” verso la pace. Così, dalla firma collettiva di Sharm el-Sheikh sono stati esclusi sia “Bibi” sia il presidente dell’OLP-ANP Abu Mazen, come può avvenire soltanto in un’operazione dal sapore colonialista; alla decisione della Knesset israeliana (parlamento) di votare per l’annessione di tutta la Cisgiordania, la Casa Bianca risponde con una opposizione talmente netta da indurre il premier israeliano a cancellare la relativa legge; Trump annuncia poi che sarà sua la decisione dell’ eventuale scarcerazione dell’ergastolano Marwan Barghuthi, il più popolare leader palestinese e l’unico negoziatore credibile; infine, per essere ben capito il tycoon invia a Gerusalemme il suo vice JD Vance e tutta una schiera di ministri e negoziatori incaricati di “consigliare” l’amico israeliano. Israele preoccupa Washington… più di Hamas?

Cose mai viste nella storia dei rapporti fra gli USA e uno Stato ebraico fino a ieri sempre assecondato. Qualcosa che va oltre la sua sicurezza, bensì una limitazione della libertà politica di Israele diventato protettorato a stelle e strisce. Vigilato speciale, ora ben più consapevole della dipendenza dalla volontà statunitense. O, piuttosto, trumpiana. Che è al tempo stesso protettiva, ma anche restrittiva. Una sovranità limitata.


Sarah Parenzo- Israele: fragile dopoguerra, sollievo, ma anche ferite etiche

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


I 4 punti deboli che impediranno a Putin di vincere in Ucraina: cosa pensano i servizi segreti Usa

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Di Alberto Simoni, La Stampa

WASHINGTON. La gran parte della comunità di intelligence americana ritiene che Putin sia ancora convinto di poter vincere il conflitto in Ucraina sul terreno. La realtà però, confidano due fonti di alto livello dell’intelligence americana che hanno parlato a La Stampa a condizioni dell’anonimato, è ben diversa.

Sono quattro le ragioni che allontanano la Russia dalla vittoria sul campo: il ricorso massiccio ai riservisti; la difficile situazione economica; “l’impercettibile” avanzata russa in Ucraina; la capacità tecnologica-militare dell’Ucraina. Eccole.

I riservisti

Sulla scrivania degli analisti è arrivata la storia della cattura di un soldato russo in Ucraina: da appena 12 giorni aveva indosso la divisa. È una vicenda che esemplifica la difficoltà di Mosca di attingere a quella che sino a qualche tempo fa era considerata una “filiera” di patrioti e uomini disposti – a pagamento – a combattere per la Russia. Le prime avvisaglie dello shortage (carenza) di personale a Langley era stato notato l’8 dicembre scorso quando i ribelli filoislamici hanno detronizzato il regime di Bashar Al Assad. Alleato numero uno di Mosca e di fatto scaricato. «In altre circostanze – spiega una delle nostre fonti – avremmo visto i russi giungere in soccorso. Non è stato fatto perché la Russia non poteva permettersi di aprire un fronte in Medio Oriente». Il 13 ottobre scorso è stata approvata una norma che consente di dispiegare riservisti fuori dalla Russia. Si fa esplicitamente riferimento alle province ucraine di Sumy e l’oblast di Kharkiv. Mosca ha creato squadre speciali di riservisti. L’addestramento dovrebbe durare non più di due mesi. Ma non sempre, a quanto risulta, questa finestra viene rispettata. E la vicenda del soldato catturato è esemplificativa. Un secondo aspetto su cui fonti di open intelligence in questo caso mettono l’accento è la difficoltà di reclutamento (soldati) vero e proprio che ha Mosca: 90mila uomini nel primo trimestre del 2025. Poi la riduzione. Nell’intero 2025 (sinora) invece sono stati 292mila i riservisti (civili) ingaggiati. È una svolta importante per due motivi: il primo è che i riservisti teoricamente non potrebbero essere dispiegati senza una formale dichiarazione di guerra. Il secondo è che questa human mobilitation reserve firma un contratto finanziario con la Difesa russa generando un aggravio pesante per le casse pubbliche destinato a crescere ulteriormente.

L’economia

Quanto le sanzioni sul comparto energetico mordano è prematuro dire. Quello però che si sottolinea è che il Tesoro si è tenuto altri strumenti per colpire Mosca: su tutte la definitiva esclusione del sistema bancario dal mercato denominato in dollari. Il Fondo Monetario Internazionale ha fissato le stime di crescita della Russia allo 0,6%, un tracollo rispetto al 4% del 2024. I costi del conflitto (non le ricadute sull’economia che sono ben più evidenti) sono di 150 miliardi di dollari. Sono finanziati con il petrolio e il gas. Ma la Russia sta vivendo in un ecosistema inflazionistico stabilmente oltre il 10% e tassi di interesse al 17%. È una combinazione “insostenibile a breve termine”, dice uno degli analisti specializzato in valutazioni dell’impatto economico che considera anche come Putin e i suoi abbiano sbagliato i calcoli attirando nuove reclute e riservisti. «Pagheranno il conto – in termini finanziari – nel 2026 e nel 2027».

Le conquiste sul terreno

È uno dei punti su cui si concentrano le attenzioni dell’intelligence. Putin – ritengono – è convinto di poter vincere sul terreno. Ovviamente deciderà lui quando dichiarare la fine e aggiusterà gli obiettivi in base alle sue convenienze e alla loro realizzabilità. Nel febbraio 2022 lo scopo era la cacciata di Zelensky e l’instaurazione di un governo filorusso; ora Putin chiede il controllo del Donbass. Secondo l’intelligence resta l’obiettivo di sigillare sul fronte sud il Mar Nero e spingersi sino nei pressi di Odessa. Ma – e qui intervengono i dubbi – se Putin è convinto (e riceve, si sottolinea, informazioni per coccolare questa sua convinzione) dell’avanzata delle sue truppe, la realtà sul terreno non sembra giocare a favore di una vittoria della Russia (che non significa, si badi, che l’Ucraina potrà prevalere). Mosca perde veicoli e mezzi corazzati in «modo sproporzionato rispetto alle esigue conquiste» che fa. In un recente episodio i suoi carri armati e corazzati sono restati impantanati in una zona di confine, i soldati sono stati costretti a scendere nel terreno fangoso. Le forze ucraine hanno distrutto 16 mezzi. Non è un caso isolato. Nonostante ci sia una avanzata a Pokrovsk e a Myrnohrad, ad esempio, le difese antiaeree ucraine non sono state per nulla messe in crisi. Quello che dai quartier generali dell’intelligence Usa si nota è la valutazione di uno sforzo russo immane (fra riservisti, mezzi militari, artiglieria) assolutamente non proporzionale ai vantaggi sul campo di battaglia. Ed è una situazione insostenibile a medio e lungo termine.

La tecnologia militare

È l’ultimo aspetto preso in esame. Mosca ha migliorato e potenziato i droni Shahed (i russi li hanno ribattezzati Geran-2) «in modo sensibile». La tecnologia è aumentata e lo dimostra il ricorso a missili supersonici. C’è il supporto cinese che garantisce alla catena produttiva militare di funzionare. Ma i passi avanti più grandi – evidenzia uno degli analisti con cui abbiamo parlato – li ha compiuti l’Ucraina. Due sono i fattori che vengono evidenziati. Il primo è il cammino verso una simil-indipendenza dell’industria bellica domestica. Kyiv produce droni hi-tech ormai in autonomia e ha raddoppiato la capacità da 1,5 milioni a 3 milioni. Secondo elemento è l’entrata in azione dei missili Flamingo. Svelati il 18 agosto scorso, hanno gittata di 3mila chilometri, pesano 1150 chilogrammi e sono guidati da Gps. Il range di approssimazione sul target è di 14 metri. «Lasciamo perdere i Tomahawk, ovviamente importanti per precisione e accuratezza e difficilmente abbattibili dalla contraerea, ma i Flamingo consentirebbero a Kyiv di colpire in profondità la Russia», si dice. La piena capacità produttivi partirà in febbraio e quindi ci vorranno ancora dei mesi e ulteriori test. Ci sono delle inefficienze e delle debolezze. Sono rintracciabili dai radar e non volano a velocità o altezze importanti e potrebbero essere prede facili anche di lanciarazzi da spalla. Detto questo rappresentano un ulteriore passo avanti.

In conclusione

I leader statunitensi ricevono ogni giorno briefing e aggiornamenti da parte dell’intelligence. Spetta al presidente – spiega una delle nostre fonti – decidere come trattare le informazioni e quanto affidarsi a essere per formulare la sua azione politica. Ma qualcuno teme anche che, come ha dichiarato John Williams, ex responsabile del desk Russia-Eurasia al Dipartimento di Stato, al Wall Street Journal, i politici abbiano una visione distorta e questo possa risultare in calcoli errati».

Nell’immagine: riservista russo prigioniero in Ucraina


Dal Galles alla Scozia, Regno più dis-Unito che mai. Così Farage soffia sui nazionalismi

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Un Regno sempre più dis-Unito? Giovedì scorso c’è stata un’elezione suppletiva a Caerphilly, per un seggio del Parlamento devoluto gallese rimasto vacante. Sembra roba di politica locale. In realtà, il voto di giovedì scorso è stato cruciale per due motivi.

Il primo: il Labour ha ricevuto un’altra scoppola storica, a conferma della profonda crisi interna che stanno vivendo il primo ministro Keir Starmer e il suo governo di centrosinistra. Il partito laburista è infatti riuscito a perdere un seggio come quello di Caerphilly dove era rimasto al potere per oltre un secolo, capitolando dal 46% delle ultime elezioni nel 2021 al terzo posto con un misero 11%.

Il secondo motivo di interesse è la tendenza pluri-nazionalista che sta spaccando il Regno Unito. A Caerphilly ha stravinto il partito nazionalista gallese Plaid Cymru, che a questo punto si pone favorito per le elezioni locali e del Parlamento gallese il prossimo maggio. Per la prima volta nella Storia, Plaid Cymru (che in gallese significa “Il Partito del Galles”) può davvero pensare di andare al potere nella nazione, con un suo leader e “first minister”, anche grazie alla crescita di Nigel Farage e del suo partito di destra Reform UK. Che, alla suppletiva di Caerphilly, sperava di vincere e non di arrivare al secondo posto con il 36% (anche se ha guadagnato comunque 34 punti rispetto a quattro anni fa).

Reform punta ancora a conquistare il Galles, ma se invece non riuscisse a sfondare, potrebbe clamorosamente favorire i nazionalisti gallesi di Plaid Cymru, come accaduto a Caerphilly. Ciò perché nel complicato sistema elettorale e uninominale secco britannico “First Past the Post”, vince il seggio chi arriva prima degli altri, ossia chi ottiene almeno un voto in più rispetto a tutti i suoi avversari. L’ascesa, sinora non decisiva di Farage e del suo partito Reform in Galles, favorisce proprio i nazionalisti di centrosinistra di Plaid, che non hanno mai abbandonato il loro sogno indipendentista dal Regno Unito e che potrebbero replicare la stessa tattica anche alle elezioni locali del prossimo maggio. E così conquistare il potere.

Qualcosa di simile potrebbe capitare in Scozia. Dopo gli scandali e le dimissioni della ex “first minister” Nicola Sturgeon nel 2023,gli indipendentisti ed europeisti dello Scottish National Party (Snp) erano crollati. Tanto che alle ultime elezioni nel 2024 il Labour aveva trionfato anche al di là del Vallo di Adriano, riconquistando molti seggi che aveva perso oltre vent’anni prima. Adesso però, sempre grazie alla retorica populista e anti-migranti, Farage sta attecchendo anche in Scozia, con un consenso che talvolta supera anche il 20%, secondo i sondaggi. Dunque, il suo partito Reform potrebbe scatenare lo stesso fenomeno anche a Edimburgo e dintorni: ovvero non vincere le elezioni – anche in Scozia si vota il prossimo maggio – rubare preferenze al Labour e a destra, e dunque favorire il ritorno al potere dell’Snp, oggi in forte ripresa anche per la sua viscerale opposizione alla Brexit, sempre grazie al particolare sistema elettorale del Regno.

Ma tutte le nazioni britanniche potrebbero finire in mano a nazionalisti. Anzi, in Irlanda del Nord è già al potere Sinn Féin, ex braccio politico dei terroristi dell’Ira, che oggi vanta la premier locale Michelle O’Neill (seppur in un governo condiviso con gli unionisti) dopo la storica prima vittoria alle elezioni nordirlandesi nel 2022. È vero, anche gli unionisti del Dup sono nazionalisti, ma Sinn Féin vuole la riunificazione di tutta l’isola di Irlanda, e non ha mai fatto mistero (anzi) di sognare Belfast e il resto della nazione nordirlandese inglobate dalla Repubblica a sud. Infine, ovviamente c’è Nigel Farage, che sta volando nei sondaggi – con punte oltre il 30% su base nazionale – e che sta spopolando soprattutto in Inghilterra.

Il re della Brexit non è mai stato così vicino a Downing Street e se la spuntasse fra quattro anni alle elezioni (o prima, se Starmer decidesse di anticiparle), ecco che le quattro nazioni del Regno sarebbero guidate tutte da movimenti radicalmente nazionalisti, e spesso indipendentisti o addirittura secessionisti. A quel punto, dopo il primo scisma della Brexit che ha indirettamente innescato anche una parte di questi smottamenti politici, ci sarebbero tutti gli ingredienti esplosivi per una possibile disgregazione del Regno Unito.

Nell’immagine: il leader di Reform Uk, Nigel Farage, in campagna elettorale in Galles


UE e Svizzera: tutti negazionisti della crisi ambientale?

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Allineamento totale. Nessun conflitto. Tutti spingono sull’acceleratore del negazionismo climatico: l’Europa con il peso delle destre fasciste e popolari pro-capitale che stanno scardinando, passo dopo passo e non da oggi, quello che era un virtuoso Green Deal (ma neanche troppo, in verità, comunque necessario e come si dice: meglio di niente), mentre gli svizzeri bocceranno il 30 novembre l’Iniziativa per il futuro con il 62% dei voti, contro un 35% di favorevoli, secondo il primo sondaggio realizzato dall’istituto gfs di Berna per conto della SSR. Di questo 62%, il 49% si dice decisamente contrario, il 13% piuttosto contrario. Concentrati a destra, ovviamente.

L’Europa e la Svizzera preferiscono dunque il nero del fossile al verde della transizione ecologica – facendosi cortigiane del negazionista Trump. E se ieri e per molti anni sostenibilità e responsabilità sociale delle imprese sono state le parole-mantra non solo dei governi, dei teorici del management ma anche di alcuni imprenditori – e le Università sono ancora piene di corsi sulla sostenibilità e sulla Rsi (Responsabilità sociale, appunto, che ovviamente presuppone anche una Responsabilità ambientale delle imprese) – oggi la parola chiave è competitività, come emerso al recente Consiglio Europeo, grazie anche ai due assist dell’oligarca tecno-capitalista Mario Draghi e dei suoi Rapporti offerti alla UE. E in Europa si saldano appunto tra loro contro l’ambiente Meloni e Salvini ma anche Macron e Popolari tedeschi come Merz (nel passato, un lobbista per il capitale), sempre più filofascista su ambiente e migranti per cercare di recuperare voti dalla fascio-nazista AfD – tutti pensando di salvare l’automotive allungando la vita dei motori termici, ripristinando il classico e sempre falso ricatto o lavoro o ecologia. Certo, restano posizioni avanzate e non reazionarie – tutto è rinviato al Consiglio straordinario sul clima del 4 novembre – ma l’Unione, un tempo tentata dalla transizione verde, ora sembra ridisegnare i confini del Green Deal in chiave industriale e industrialista.

E quindi, via libera alle semplificazioni normative; via i lacci e lacciuoli (come li chiamava anni fa in Italia un altro oligarca come Guido Carli) che frenerebbero l’attività e la libertà delle imprese, gli investimenti e i profitti. Con il paradosso per cui, in nome della competitività si dà un colpo pesante anche a quelle imprese invece virtuose (e ce ne sono, e molte, non tutte le imprese fanno greenwashing), che proprio sulla ricerca della sostenibilità hanno concentrato molti dei loro investimenti.

Ancora semplificazioni delle normative ambientali e sociali, dunque, tutti dimenticando che da decenni il neoliberalismo invoca e impone appunto più competitività, più privatizzazioni, più produttività (e anche l’IA – energivora ed ecocida alla massima potenza – serve in primo luogo per accrescere la produttività, come ha ammesso Sam Altman di OpenAI – altro che intelligente…), appunto  più de-regolamentazioni e più libertà ai mercati del lavoro e della finanza (crisi del 2007/8, do you remember?), eccetera eccetera, tutte cose che dovremmo sapere e che invece dimentichiamo.

Con il risultato che la crisi climatica si è aggravata, che la Terra si scalda sempre di più, che i ghiacciai si riducono (compresi quelli svizzeri, che si sono sciolti enormemente nel 2025, segnando il quarto calo annuale più consistente mai registrato). Noi tutti dimenticando – tranne ovviamente gli oligarchi del tecno-capitalismo (Udc compresa, ma non solo) che stanno facendo egregiamente il lavoro che gli chiede di fare il capitale, con la nostra complicità, noi confondendo un apparente benessere economico (in realtà per sempre meno) con il malessere climatico e i disastri che aumentano – noi tutti dimenticando che questa crisi climatica inizia con la rivoluzione industriale-capitalistica, che tra questa e la crisi climatica vi è un rapporto di causa-effetto e che quindi, se non si esce dal tecno-capitalismo, se non si pongono vincoli stringenti alla libertà d’impresa e del capitale, cioè se non si modifica radicalmente il sistema economico e produttivo-consumativo vigente da tre secoli non si risolve e neppure si governa il riscaldamento della Terra.

Sono passati più di 50 anni dai primi allarmi ecologici, sono passati dieci anni dall’Accordo sul clima di Parigi e dalla Laudato si’ di papa Francesco e nulla è veramente cambiato – e di COP in COP (a breve, inizierà la COP 30) gli oligarchi del fossile, dell’industria, del nucleare, dell’Hi-Tech, dell’avanti così, mica vorrete limitare i nostri profitti e cambiare modello di crescita quantitativa che tanto bene fa a noi oligarchi…), molto semmai è peggiorato. Sicuramente abbiamo perso tempo – e ne abbiamo sempre meno. E ora si torna addirittura indietro, con la vittoria di fatto dei negazionisti (sarebbe come se tutti diventassimo terrapiattisti), anche se dicono di farlo in nome del pragmatismo, della difesa dei posti di lavoro, accusando gli altri di essere portatori di una ideologia ecologista quando sono loro gli ideologi dell’industrialismo e del capitalismo e oggi della digitalizzazione di tutti e di tutto, di fatto preferendo l’investimento nell’industria bellica che in quella davvero green. E gli svizzeri si appresterebbero a bocciare l’Iniziativa per il futuro – bastano le misure già presenti, dicono i senza futuro, dimenticando che da tempo la Svizzera è inadempiente su questo fronte (e torniamo alle Nonne svizzere per il clima, con la CEDU che nel 2024 ha condannato la Svizzera per non avere adottato misure sufficienti contro il cambiamento climatico).

Di più: non pensando al futuro, rifiutando i ripetuti allarmi – dati alla mano – degli scienziati dell’IPCC (una delle poche certezze che ci sono rimaste, ma che preferiamo non vedere/ascoltare, nascondendo la testa sotto la sabbia e appunto votando sempre più a destra) – cosa stiamo dimostrando di essere?

Egoisti cronici/compulsivi, se dopo mezzo secolo di neoliberalismo (la società non esiste, esistono solo gli individui…) e di capitalismo radicalizzato, pensiamo solo all’oggi – a tanto il capitale e la tecnica hanno colonizzato il nostro pensare e i nostri immaginari collettivi – e ai nostri interessi particolari e particolaristici. Quelli grandi: chi se ne importa del riscaldamento climatico, a me interessano i bitcoin, la piazza finanziaria, andare a sciare e divertirmi, attirare i ricchi che sono così gentili da venire a pagare le tasse da noi… mica vorrete farli scappare…; e quelli piccoli: i luganesi che negano le zone a 30 km/h. Oppure siamo diventati padri e nonni degeneri e cinici, che non si preoccupano del futuro dei loro figli e nipoti, ci pensino poi loro a risolvere i problemi che gli lasciamo, trascurando il fatto che anche l’IA ne farà dei disoccupati e vivranno in un clima pessimo. Oppure e insieme siamo diventati tutti sadomasochisti: ci piace fare del male a noi stessi (i disastri ambientali) e fare del male agli altri, non solo ai migranti, ma anche ai nostri figli e nipoti (il clima peggiorato, le disuguaglianze che crescono…).

Su tutto, riassumendo i punti precedenti, siamo irresponsabili, incapaci di senso di responsabilità e di lungi-miranza (cioè saper guardare lontano, prevedere, immaginare e costruire il futuro…). Applichiamo una logica economica del tutto irrazionale basata sul sempre di più (più produzione, più consumo, più profitti privati, più disuguaglianze, più riscaldamento climatico) e quindi agiamo irresponsabilmente.

Sulla responsabilità come principio del pensare (prima) e dell’agire (poi) c’è un libro fondamentale (del 1979, in italiano dal 1990) del filosofo Hans Jonas (1903-1993) – appunto, Il principio responsabilità. Qui riprendiamo un libro appena uscito e altrettanto importante – e che caldamente consigliamo – di Donatella Di Cesare, Tecnofascismo (anche questo Einaudi) che ci ricorda come “le nostre anime siano ormai solo monetarie, fondate sullo scambio universale, sul calcolo perpetuo” e abbiano appunto perduto il senso della responsabilità verso gli altri uomini – e verso quell’Altro che è la biosfera.

Ma senza responsabilità – continua Di Cesare – non vi può essere libertà. E quindi, “la responsabilità precede la libertà”. Che è qualcosa di umano, non esiste e mai esisterà una app per essere responsabili e neppure l’IA ce lo dirà mai, perché sono prodotti del capitalismo per il capitalismo (salvo qualche eccezione). L’Europa nata come mercato muore oggi in nome del mercato e della competitività che uccidono responsabilità e sostenibilità. Che almeno la Svizzera (che è sempre un po’ anche mia), il 30 novembre, dimostri di essere responsabile e di avere un’anima non solo monetaria.

Nell’immagine: Banksy (2009), “Non credo al riscaldamento globale”


Gli incarichi top secret del nuovo presidente del PLR

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Di Pascal Sigg, Infosperber

Un altro incarico influente: pochi giorni fa, il consigliere agli Stati glaronese Benjamin Mühlemann è stato eletto alla presidenza del PLR insieme alla consigliera nazionale sangallese Susanne Vincenz-Stauffacher. Negli ultimi giorni numerosi media hanno dedicato loro dei ritratti, inserendo reportage sportivi o di cronaca rosa nella sezione politica.

Riusciranno i due a cambiare rotta? Riusciranno a placare le acque all’interno del partito? Quanto è bravo Mühlemann in cucina? Perché Vincenz-Stauffacher ama così tanto andare a cavallo? Persino il programma della SRF «Rundschau» ha dimenticato di porre la domanda più importante. Per chi lavora effettivamente Mühlemann?

Mühlemann, parlamentare di milizia, intende continuare a rivelare solo in parte gli interessi che rappresenta a Berna.

Da maggio è noto che Mühlemann ricopre la lucrosa carica di presidente dell’associazione delle cliniche private Ospita. Dall’inizio dell’anno, però, Mühlemann lavora anche come lobbista per l’agenzia zurighese IRF (come riportato da Infosperber). Quest’ultima sostiene potenti aziende internazionali. Tra i clienti dell’agenzia figurano aziende come Goldman Sachs, Saxo o Swiss Life. Il titolo ufficiale di Mühlemann è «Senior Advisor Public Affairs».

«Ampliare il margine di manovra con competenze politiche»

In questo modo, il copresidente del PLR Mühlemann vende la sua influenza politica ai suoi clienti. L’agenzia descrive la sua «offerta di public affairs» come segue: «La pressione normativa sta aumentando in tutto il mondo. La gestione dei rischi e dei processi politici sta diventando sempre più importante per le aziende. IRF combina competenze politiche, di mercato dei capitali e di settore per i clienti che operano all’interfaccia tra economia e governo, ampliando il loro margine di manovra».

Mühlemann non è affatto l’unico parlamentare che guadagna denaro fornendo servizi riservati a clienti sconosciuti. Si tratta di una questione delicata, poiché i membri del Parlamento hanno accesso alle informazioni relative al lavoro di tutte le commissioni. Queste informazioni sono segrete e non accessibili al pubblico e ai media. Alla rivista «Republik», la giurista Odile Ammann dell’Università di Losanna ha dichiarato: «Tali dipendenze sono in contrasto con il mandato costituzionale del Parlamento di agire nell’interesse pubblico».

Anche per questo motivo il Parlamento si è dotato di norme sulla trasparenza relativamente permissive. I parlamentari devono infatti dichiarare pubblicamente i loro mandati accessori e i loro legami di interesse nei rispettivi registri degli interessi (qui gli elenchi attuali del Consiglio nazionale e del Consiglio degli Stati).

Dichiarare l’impiego, tacere la clientela

Ciò che rende particolare il lavoro di Mühlemann è, da un lato, il fatto che, a differenza dei numerosi avvocati e consulenti di comunicazione presenti in Parlamento, egli vende apertamente la sua influenza politica. Dall’altro lato, il suo impiego gli consente di nascondere la sua clientela, indicando solo il suo datore di lavoro.

L’associazione Lobbywatch, che si impegna a favore della trasparenza nella politica svizzera, vede quindi con occhio critico il lavoro secondario di Mühlemann. «Se il consigliere agli Stati Benjamin Mühlemann fa lobbying nel Palazzo federale per i clienti dell’agenzia IRF, la cosa è problematica. A differenza di quanto avviene con le sue cariche, infatti, gli elettori non possono sapere quali interessi privati egli rappresenti nel Palazzo federale», ha dichiarato a gennaio la copresidente Priscilla Imboden a Infosperber.

Infosperber ha chiesto a Mühlemann poco dopo il suo insediamento all’inizio dell’anno: per quali clienti lavorerà? Il consigliere agli Stati ha risposto: «È ancora da decidere».

Mühlemann potrebbe, come molti altri lobbisti, aderire alla Società svizzera di affari pubblici. Questa gestisce un proprio registro di trasparenza e ha regole deontologiche. In base a queste, un consulente che lavora per un’agenzia deve indicare i nomi di tutti i committenti che assiste direttamente. Tuttavia, al momento nessun dipendente dell’IRF figura in questo elenco.

Dopo la sua elezione a copresidente del PLR, Infosperber ha quindi chiesto nuovamente informazioni. Questa volta la sua risposta è stata: «L’IRF non fornisce informazioni sui clienti».

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Benjamin Mühlemann alle prese con incarichi più trasparenti allo stand del barbecue del PLR, accanto alla collega Susanne Vincenz-Stauffacher (da Rundschau)


Accordo tra Stati Uniti e Cina su TikTok, terre rare e soia: via al tour di Trump in Asia

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Di Massimo Basile, La Repubblica

A meno di quattro giorni dall’incontro in programma in Corea del Sud tra Donald Trump e Xi Jinping, Stati Uniti e Cina hanno trovato una «intesa preliminare» sui dazi che allontana lo spettro dello scontro tra le due super potenze. La fumata bianca è arrivata dalla Malesia, dove il presidente statunitense ha cominciato il suo tour asiatico. Si parla di accordo preliminare, ma qualsiasi riavvicinamento è un sollievo per i mercati globali, anche se alla fine non dovesse arrivare l’intesa perfetta sui microchip di ultima generazione.

Trump, come rappresaglia dopo le restrizioni di Pechino all’esportazioni delle terre rare, minerali decisivi per le nuove tecnologie, aveva minacciato l’introduzione di dazi al 100% sulle importazioni cinesi a partire dalla mezzanotte di venerdì. Nessuno, in realtà, ha mai creduto che il tycoon sarebbe passato dalle minacce alle via di fatto – negli ultimi mesi ha cambiato idea molte volte – ma i segnali positivi hanno rasserenato il clima. Anche perché sono stati gli stessi cinesi a confermare l’intesa.

Il principale negoziatore commerciale per conto di Pechino, Li Chenggang, ha confermato che le due parti hanno raggiunto un «consenso preliminare», mentre il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha parlato di «quadro molto positivo».

Il presidente Usa, che incontrerà Xi giovedì, prima di rientrare alla Casa Bianca, ha ribadito l’intenzione di visitare la Cina in futuro e suggerito che il suo omologo cinese potrebbe restituirgli la cortesia andando a Washington o a Mar-a-Lago, il resort privato di Trump in Florida. Alcuni Paesi asiatici temono che dietro questo nuovo clima possano esserci concessioni statunitensi alla Cina sul piano dell’influenza nella regione, ma al momento non è emerso niente di concreto.

Già nelle prime ore di domenica erano arrivati i primi segnali di disgelo. In un’intervista a Cbs, Bessent aveva chiarito che la minaccia di ulteriori dazi più alti alla Cina era «praticamente accantonata». Nelle ore successive il segretario al Tesoro ha spiegato che le discussioni hanno prodotto accordi preliminari per bloccare l’arrivo del Fentanyl negli Stati Uniti e consentire a Pechino di effettuare «sostanziali» acquisti agricoli, rinviando i controlli sulle esportazioni delle terre rare.

L’annuncio, ha spiegato Bessent, verrà dato durante l’incontro tra i due leader e i «coltivatori di soia saranno molto soddisfatti». E sul passaggio a investitori americani del braccio Usa di TikTok, fondato dalla cinese ByteDance Ltd, è stato trovato un «accordo definitivo».

I progressi sono arrivati durante il vertice annuale dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico a Kuala Lumpur, dove Trump ha cercato di rafforzare la propria immagine di negoziatore globale. Il suo modo mercuriale di condurre le trattative ha spesso causato turbolenze interne e internazionali. I dazi sulle importazioni – minacciati, revocati, reintrodotti – hanno alterato i rapporti con molti partner commerciali.

L’edizione di quest’anno ha rappresentato un’occasione per Trump di riallacciare i rapporti con Paesi che insieme vantano un’economia da 3.800 miliardi di dollari e 680 milioni di abitanti. «Gli Stati Uniti sono con voi al 100% e intendono essere un partner e un amico forte per molte generazioni a venire», ha detto il presidente. Che in Asia ha incontrato anche l’omologo brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, con il quale ci sono state tensioni per il processo a Jair Bolsonaro, ex presidente del Brasile e alleato di Trump, condannato per il tentato golpe. The Donald ha detto di essere pronto a ridurre i dazi al Brasile in cambio di una maggiore clemenza verso il suo amico.

Invece ha evitato il primo ministro canadese Mark Carney, con il quale i rapporti si sono bruscamente interrotti a causa di uno spot televisivo che criticava la sua politica commerciale. Durante il viaggio verso il vertice, Trump ha annunciato sui social l’aumento del 10% dei dazi contro il Canada. L’ultima ritorsione.


Argentina, Milei si salva alle legislative: vittoria con più del 40%. Trump: “Successo schiacciante”

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Di Elena Basso, La Repubblica

Oggi in Argentina il governo di ultradestra guidato da Javier Milei ha ottenuto un’importante e inattesa vittoria. Alle elezioni di mezzo mandato, con cui si rinnova metà della Camera dei Deputati e un terzo del Senato, la Libertad Avanza (il partito di Milei) si è imposto a livello nazionale ottenendo il 40,84% delle preferenze dei cittadini, contro il 24,50% di Fuerza Patria, la coalizione peronista (principale opposizione dell’attuale governo). Secondo i sondaggi divulgati nelle ultime settimane, il movimento peronista e il partito di ultradestra avrebbero dovuto ottenere pochi punti di differenza e Fuerza Patria avrebbe dovuto avere molti più voti. La prima a parlare dopo la chiusura dei seggi è stata Karina Milei, la sorella del presidente e figura chiave del governo, rivolgendosi agli elettori argentini: “Vorrei ringraziarvi. Sono state elezioni tranquille e pacifiche. Ringrazio tutti coloro che hanno partecipato. Siamo molto contenti”.

Il presidente Usa, Donald Trump, si è complimentato con Milei: “Congratulazioni al presidente Javier Milei per la sua schiacciante vittoria in Argentina. Sta facendo un lavoro meraviglioso! La nostra fiducia in lui è stata giustificata dal popolo argentino”.

Per queste elezioni c’è stata molta attesa perché è stata la prima occasione che i cittadini argentini hanno avuto, dall’inizio del mandato, per valutare l’operato del governo guidato da Milei. Nonostante nelle ultime settimane, ci siano stati una serie di incidenti durante gli eventi della campagna (risse fra i partecipanti, attacchi ai politici e ai giornalisti), la giornata elettorale in Argentina si è svolta senza problemi e l’affluenza è stata quasi del 68% (il voto in Argentina è obbligatorio). Queste elezioni influiranno soprattutto a livello economico nel Paese, con un prestito statunitense vincolato al risultato elettorale. Poco dopo aver votato, rispondendo alle domande dei giornalisti, il ministro dell’Economia argentino Luis Caputo, ha parlato proprio di questo aspetto: “Per quanto riguarda il programma economico, non cambia nulla. L’agenda rimarrà la stessa. Non ci saranno cambiamenti. Per noi domani è un giorno come un altro”. È della stessa opinione Guillermo Francos, Capo del gabinetto dei ministri argentini e figura molto vicina al presidente ultraliberista, che al momento del voto ha dichiarato: “State tranquilli per quello che accadrà al dollaro domani”, mentre per quanto riguarda un possibile cambio di gabinetto a cui Milei sembra intenzionato dopo le elezioni, ha detto che “se ci saranno dei cambiamenti, sicuramente il presidente prenderà le migliori decisioni”.

Javier Milei ha votato insieme a sua sorella Karina (finita al centro di uno scandalo di corruzione pochi mesi fa), senza rispondere alle domande dei giornalisti e circondato dai suoi sostenitori, accorsi a decine per sostenerlo. Mentre dalla sede di Fuerza Patria, la coalizione peronista, a parlare poco prima della divulgazione del risultato elettorale, è stato uno dei più noti politici del movimento, l’avvocato e dirigente sociale Juan Grabois che ha detto: “Questa elezione è stata difficilissima. Soprattutto perché il capo di questa campagna è stato Donald Trump. È una lotta impari”.

“Alle elezioni presidenziali del 2023, il partito di Milei non ha ottenuto molti seggi e ad oggi non ha la maggioranza in Parlamento – spiega Valeria Brusco, politologa e docente dell’Universidad nacional de Cordoba – Quindi queste elezioni sono importanti anche per questo aspetto, perché per il governo ora sarà più facile portare avanti le proprie manovre e decisioni politiche”. Fino ad oggi infatti il presidente argentino è riuscito a governare emanando continui decreti, scavalcando molto spesso il volere del Parlamento.

Javier Milei, l’ “anarchico-capitalista” ed economista ultraliberista, si è presentato come candidato presidenziale nel 2023, con una promessa: risanare l’economia del Paese che era stata – secondo lui – distrutta dalla “casta”, l’élite politica. Durante la campagna elettorale ha promesso di risanare l’economia con un durissimo programma di austerità e con ingenti tagli alla spesa pubblica. Oggi dall’inizio del suo mandato sono passati quasi due anni e in parte il governo di Milei ha fatto quanto promesso. Da una parte infatti il governo di Milei è riuscito ad abbassare l’inflazione, ormai da anni fuori controllo, ridando una certa stabilità ai mercati e attirando investimenti stranieri. Dall’altra parte però il sistema messo in piedi dal governo di Milei negli ultimi mesi mostra grossi cedimenti. Nonostante i tagli feroci (che hanno colpito soprattutto la classe lavoratrice, quella che più beneficiava degli aiuti governativi) il peso argentino si sta svalutando e il dollaro cresce. “Oggi in Argentina l’economia è paralizzata”, afferma Brusco. Per sostenere il valore del peso argentino, negli ultimi mesi il governo di ultradestra guidato da Javier Milei ha richiesto due grossi prestiti, il primo al Fondo Monetario Internazionale (FMI) da 20 miliardi di dollari e un secondo – della stessa somma – al presidente statunitense Trump che inizialmente ha accettato, per poi – pochi giorni dopo – vincolare l’avvio dell’aiuto finanziario al risultato di queste elezioni. “Se Milei dovesse perdere alle elezioni di domenica – ha affermato il presidente statunitense – non saremo così generosi con l’Argentina”.


La diplomazia dei cioccolatini e uno Zar a cui nessuno dice la verità

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Di Anna Zafesova, La Stampa

«La Russia non ha paura di nulla», «Se la rissa è inevitabile, picchia per primo», «Se necessario, possiamo dare lezioni a chiunque» e soprattutto «I confini della Russia non hanno fine». La nuova frontiera della diplomazia russa sono i cioccolatini con le massime di Vladimir Putin, avvolti in una sobria carta bianca e racchiusi in una scatola con sopra la fotografia del presidente russo (di almeno vent’anni fa) e la scritta «Le grandi parole di un grande uomo».

A distribuirli a Washington è Kirill Dmitriev, l’emissario speciale in missione per conto del Cremlino per tentare di riconquistare i favori di Donald Trump. L’uomo che i commentatori moscoviti considerano una “colomba” e un influente rappresentante della cerchia più intima della figlia di Putin, Ekaterina, corteggia i suoi interlocutori a Capitol Hill – come la parlamentare repubblicana Anna Paulina Luna – con promesse di «opportunità di dialogo», senza specificare che sulla scatola di cioccolatini c’è scritto, tra virgolette, che «Condurre con la Russia un dialogo da posizioni di forza è inutile». Firmato V. V. Putin.

Il vantaggio dei baci di cioccolato di Putin, rispetto a quelli tradizionali, è che non c’è bisogno di scartarli per sapere cosa promettono. L’impressione è che a Washington l’abbiano capito, a giudicare almeno dalla durezza con la quale il segretario al Tesoro Scott Bessent ha bollato in una intervista alla Cbs Dmitriev come «propagandista russo» e ha chiesto se l’emittente abbia davvero l’intenzione di dargli spazio. Del resto, non si sarebbe potuto permettere di dire null’altro senza venire punito dal suo principale, ha commentato sarcasticamente Bessent.

Il punto è proprio questo: da anni ormai, i politici e i commentatori russi non dicono quello che pensano, o quello che potrebbe essere utile ai fini della diplomazia, ma soltanto quello che potrebbe risultare gradito al padrone del Cremlino. È questo il movente dei post di Dmitry Medvedev e compagni, è così che si fanno le carriere alla Duma, è il motivo per cui i conduttori dei talk show promettono di «allagare Kyiv», «cancellare Odesa» e già che ci sono anche «bruciare l’Inghilterra» perché ha eletto a capo della chiesa anglicana una donna. È la regola che spinge Sergey Lavrov a sostenere che la Russia non aveva mai dato garanzie di sicurezza all’Ucraina in base al Memorandum di Budapest del 1994. Il documento dice l’esatto contrario, ma il ministro mente sapendo di mentire perché nel putinismo la diplomazia non serve a ottenere compromessi, ma a dimostrare di avere ragione.

Il Wall Street Journal sostiene che alla vigilia del vertice in Alaska la Cia era relativamente ottimista, mentre il dipartimento di Stato più scettico. Le divisioni nell’amministrazione Usa sono evidenti, come si vede dall’insistenza con la quale Dmitriev ha cercato di riattivare il dialogo con Steve Witkoff. Mosca comunque sembra non voler dare una mano nemmeno ai più filorussi tra i repubblicani. I bombardamenti brutali di Kyiv non vengono interrotti nemmeno per aiutare l’emissario russo a rendersi più credibile. Un’ossessione inspiegabile dal punto di vista sia della diplomazia che della strategia, che però diventa più comprensibile se si ipotizza che le bombe non servono per costringere gli ucraini alla resa, ma per mostrare di essere forte. Proprio ieri il premier polacco Donald Tusk in un’intervista al Sunday Times ha smentito la credenza del “carisma magico” di Putin: «Un personaggio molto primitivo, che riduce tutto alla forza, a chi ne ha di più e a chi è pronto a usarla contro gli altri».

Questo potrebbe spiegare anche perché Putin risponde al rifiuto di Trump di incontrarlo fino a che non accetterà di negoziare una tregua con il test del razzo a propulsione nucleare Burevestnik. Un’invenzione scartata a suo tempo dai generali sovietici, possiede una gittata teoricamente illimitata. Quale sia la necessità di questa arma, oltretutto altamente inquinante, non è chiaro, visto che la Russia possiede già un arsenale atomico in grado di distruggere la vita sul Pianeta. Ma il presidente russo appare incantato da questo ordigno capace, secondo lui, di volare in eterno, e ne annuncia il collaudo proprio mentre Dmitriev vola a Washington con l’intento dichiarato di spiegare che «fare pressioni sulla Russia è inutile».

Resta da capire quanto sia il bluff di un dittatore «a corto di soldi, uomini e idee», come lo ha definito il segretario generale della Nato Mark Rutte, o quanto sia un monito, in attesa del vertice tra Trump e Xi Jinping. Un appuntamento che, nell’ottica dei “forti” prediletta da Putin come da Trump, potrebbe segnare il destino della guerra in Ucraina molto più di qualunque arma.

Nell’immagine: sulla la scatola di cioccolatini la frase: “Condurre con la Russia un dialogo da posizioni di forza è inutile” 


Ebadi: “L’Occidente ha aiutato il regime in Iran, meglio se non fa nulla”

Come gli interventi di Trump fanno di Israele un “protettorato” americano dipendente dalla volontà politica degli Stati Uniti 

Di Giulia Ricci, La Stampa

«Cosa devono fare per l’Iran i governi occidentali? Basta che non facciano niente. Hanno troppo spesso aiutato il regime». Un lunghissimo applauso segue queste parole di Shirin Ebadi, prima donna iraniana e prima musulmana a ricevere il Nobel per la pace, nel 2003. L’applauso arriva da vari punti della sala principale del Politecnico di Torino prima ancora che la mediatrice interculturale Parisa Nazari traduca le sue parole. Sono tanti gli iraniani ad ascoltarla, durante l’intervista del vicedirettore de La Stampa Federico Monga per l’evento Women & the city, nel panel organizzato da Torino città per le donne.

Il giudizio dell’attivista sull’Europa e l’America è duro. Ma nelle sue parole c’è anche una ferma speranza sul futuro del Paese in cui non può rientrare da ormai 16 anni: «Il regime è più debole ogni giorno che passa, la popolazione non riesce a sfamarsi e questo capita anche a chi lo sostiene. Ad ogni protesta, perde un pezzo. Dopo “Donne vita e libertà” ci saranno altri movimenti, e uno di loro porterà al rovesciamento del governo. Succederà presto, ma bisogna tornare in piazza». Perché il regime in Iran «non può essere riformato: va ribaltato».

La sala non è piena, nonostante la caratura dell’ospite. Lo dice bene Sara Behnoud, una delle calciatrici della squadra femminile di calcio Iran di Torino: «Sembra che il mondo sia distratto dalle altre guerre». Il ruolo dei giornalisti e degli attivisti, secondo Ebadi, è quello «di informare su quanto accade» nel suo Paese, dove il regime «sfrutta la propaganda». Ma la vera arma usata dalla Repubblica islamica, secondo Ebadi, è «la paura. Vogliono che io rimanga ferma, che non faccia nulla. Ma noi non dobbiamo cadere in questa trappola. Quello che mi dà la forza di andare avanti è proprio la mia unica paura: il silenzio».

Non è difficile provare terrore in Iran, dove ogni cinque ore «c’è un’esecuzione capitale». Ma la premio Nobel non ha dubbi: «Il destino degli iraniani può essere cambiato solo per mano del popolo iraniano, e da nessun intervento militare». Dopo la Rivoluzione del 1979, la situazione per le donne cambiò: Ebadi venne esclusa dalla magistratura. A quel punto divenne avvocata, docente universitaria e autrice, e dedicò la sua vita ai diritti dei più fragili, continuando a farlo lontano dal suo Paese dopo le minacce e gli ostacoli ricevuti. La liberazione dell’Iran, lo dice chiaramente, non può che essere legata a stretto filo «alla riconquista dei diritti da parte delle donne. E lo sanno anche gli uomini».

Ogni volta che un’iraniana si toglie il velo fa una piccola rivoluzione. Come durante il concerto rock in strada, a Teheran, diventato virale sui social. «Ma non cadiamo nell’equivoco che si siano riconquistati i diritti – prosegue Ebadi -. Se io e mio fratello rimaniamo vittime di un incidente stradale, lui riceverà un risarcimento doppio. La testimonianza di due donne, in tribunale, vale come quella di un uomo. E un iraniano può avere quattro mogli e divorziare senza nessun problema, mentre un’iraniana può farlo solo con estrema difficoltà. La resistenza delle donne ha fatto conquistare loro il diritto di decidere come vestirsi: non si fermeranno finché non otterranno l’uguaglianza». C’è un coraggio, una determinazione. Sono facile da intravedere anche negli occhi di Atieh Mazi, la capitana della squadra di calcio: «Ogni volta che tocchiamo il pallone, spingiamo un po’ più indietro il muro della discriminazione».

Lo sguardo non può che andare al grande conflitto del Medio Oriente: «La pace in Palestina aiuterà anche l’Iran, dove il regime non avrà più scuse per finanziare i terroristi», dice Ebadi. Ma nessuna inflessione, alcuna incertezza c’è nella sua voce nemmeno quando la domanda riguarda la comunità internazionale: «No. Non ha sostenuto la Palestina». Scrosciare di applausi, sono lo specchio acustico di un sentimento diffuso. «E la stessa cosa vale per l’Iran: tanti governi europei hanno sostenuto la Repubblica islamica per motivi politici. Hanno scambiato terroristi, condannati per crimini contro l’umanità, con propri ostaggi. Ma questo non serve alle vostre democrazie».

Democrazie che negli Usa, come in alcuni paesi occidentali, «hanno fatto un passo indietro. Avete pensato che alcuni diritti fossero acquisiti e avete votato partiti di estrema destra». Alla domanda sul Nobel a Trump, ride: «Mi chiedo cosa gli faccia pensare di meritarlo». E sul compito di mediare con l’Iran che il presidente americano avrebbe dato alla premier Giorgia Meloni, scuote la testa: «Non penso che il governo italiano possa avere questo ruolo. Nessun governo può: è troppo difficile».

Nell’immagine: Shirin Ebadi