La svolta della Cina, da reattiva ad aggressiva

 

Di Alessandro Arduino, La Stampa

Da quando Donald Trump ha aperto la stagione della rivalità strategica con Pechino, la Cina vive come in un’attesa vigile: ogni decisione è in preparazione a uno scontro inevitabile e destinato a durare nel tempo. L’epoca della diplomazia cinese cauta e reattiva sembra tramontata: oggi la leadership cinese adotta un tono più risoluto, plasmato non solo dalle pressioni esterne ma soprattutto dalle esigenze di rilancio economico e di prestigio interno.

Le nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti ai giganti energetici russi stanno avendo ripercussioni ben oltre Mosca.

In Cina, le raffinerie statali e private si trovano ora a dover bilanciare due priorità contrapposte: garantire l’approvvigionamento di petrolio russo a prezzi scontati e, allo stesso tempo, evitare di incorrere nelle misure punitive americane.

Oggi circa un quinto del greggio importato dalla Cina, quasi 2 milioni di barili al giorno, arriva dalla Russia, rendendola una delle fonti energetiche primarie per Pechino dopo il Golfo; ma la decisione dell’amministrazione Trump di inserire Rosneft e Lukoil nella lista nera delle entità sanzionate ha complicato le cose.

Le nuove regole, sostenute anche da Unione europea e Regno Unito, impongono di chiudere le transazioni con le due società entro il 21 novembre, tagliando una linea vitale per il commercio di energia russo e una fonte di reddito essenziale per lo sforzo bellico di Mosca in Ucraina.

In questo contesto, il legame personale tra Xi Jinping e Vladimir Putin è diventato uno dei pilastri della visione di Pechino di un ordine mondiale alternativo a quello occidentale, basato su un intreccio di ideologia e pragmatismo. Ma non è un’alleanza in senso pieno: la cautela strategica di Xi sulla guerra in Ucraina ne è la prova più evidente: sostiene Mosca, ma non a ogni costo.

Nel mentre crescono le aspettative per un possibile incontro tra Trump e Xi a margine del vertice dei leader Apec a Seul, dove entrambi sono attesi. Trump ha più volte espresso la volontà di un incontro, arrivando a evocare un «accordo su tutto». Dall’altra parte, Pechino mantiene un atteggiamento di distacco, incerta sulla reale utilità politica di un faccia a faccia in un momento così delicato. Al contrario del suo avversario americano, Xi dispone del lusso del tempo.

Ogni impeto, ogni gesto impulsivo, come i messaggi scomposti di Trump sui social, è estraneo alla sua visione del potere. Ma qualcosa è mutato:l’antico riflesso difensivo della Cina è in evoluzione. Pechino è passata all’offensiva, non ha ceduto alle sanzioni americane, e ha rilanciato con contromisure mirate e coordinate.

Il ministero del Commercio cinese ha inserito diverse aziende statunitensi nella lista delle entità inaffidabili, mentre le autorità portuali hanno introdotto nuove tariffe sulle spedizioni in arrivo e dirette verso gli Stati Uniti. Pechino ha anche attuato l’impensabile, limitando l’esportazione di terre rare e materiali strategici alle industrie occidentali ad alto contenuto tecnologico.

La strategia cinese può essere riassunta in tre punti chiave: il primo consiste nello sfruttare i negoziati commerciali per rinviare l’introduzione di nuovi dazi e guadagnare tempo prezioso per rilanciare l’economia interna e modernizzare il proprio apparato industriale, soprattutto attraverso la robotica.

Il secondo punto è l’autosufficienza tecnologica nei settori chiave come semiconduttori, intelligenza artificiale ed energie rinnovabili, riducendo la dipendenza dalle tecnologie statunitensi. Infine il terzo, prevede il consolidamento dei settori cruciali per le catene globali di approvvigionamento da utilizzare come strumento di deterrenza contro le pressioni di Washington.

Eppure, dietro la facciata cinese di sicurezza emergono segni di fragilità interna. L’economia fatica a ritrovare lo slancio necessario a una ripresa, e un’ondata di epurazioni ai vertici militari, culminata nella destituzione del più alto generale in carica della Commissione militare centrale, ha messo in luce le tensioni latenti nel sistema di potere del Partito comunista cinese. Sul piano interno, Xi Jinping continua a rafforzare il controllo politico attraverso una rete di sorveglianza tecnologica e gestione economica centralizzata, destinata a modellare il sistema cinese almeno fino al 2035, mirando a ridefinire il ruolo della Cina come superpotenza alternativa all’Occidente.

Sul piano esterno l’iniziativa Belt and Road, oggi estesa a oltre 150 Paesi con investimenti per 1.000 miliardi di dollari, si è trasformata in una Via della Seta digitale che esporta reti 5G e tecnologie per smart city dall’Africa all’America Latina. L’apertura diplomatica dell’India verso la Cina, per bilanciare i nuovi dazi americani, riflette questo mutamento.

Con le elezioni di metà mandato ormai alle porte, Washington appare sempre più assorbita dalle proprie divisioni interne, lasciando a Pechino margini di manovra via via più0 ampi. Per anni Washington ha dipinto Pechino come una potenza aggressiva, mentre in realtà la Cina osservava e reagiva, ma la pressione incessante degli Stati Uniti ha finito per accelerare quello che più temeva, la trasformazione della leadership cinese verso una postura sempre più aggressiva.