Lugano contro l’Europa

Il bossi di Tether e grand patron del "Plan B Forum" non vuole rispettare le norme a protezione del mondo finanziario e dei cittadini europei 

Si apre domani l’edizione 2025 del Plan B Forum, la kermesse sponsorizzata dalla città di Lugano che viene presentata dagli organizzatori come “la più importante manifestazione europea nel campo delle criptovalute”. Come noto, all’origine di tutto (e in particolare del coinvolgimento del Municipio in iniziative di promozione delle criptovalute) c’è Paolo Ardoino, CEO dell’azienda che gestisce l’USDT (Tether), definito “il dollaro digitale del mondo cripto”. Si tratta di un prodotto finanziario di successo (per esattezza uno stablecoin, cioè una criptovaluta con un sistema di garanzia basato su riserve in dollari), ma il suo modello di governance e la sua trasparenza sono al centro di un dibattito globale molto acceso.

Dalla primavera scorsa, in particolare, Tether è entrato in rotta di collisione con il regolamento dell’Unione Europea sui mercati delle cripto-attività (detto MiCA). Questo regolamento richiede che le riserve siano costituite da “asset di alta qualità e facilmente liquidabili” (come contanti e titoli di stato), e che gli emittenti di stablecoin siano autorizzati e soggetti a vigilanza nell’Unione Europea.

Tether non rispetta – e non intende rispettare – questi requisiti, che l’UE ritiene indispensabili per almeno due motivi:

  • Tether è il pilastro della liquidità nell’ecosistema cripto, ma le sue riserve sono considerate troppo opache e potrebbero contenere asset rischiosi. Un eventuale fallimento o una grave instabilità (ad esempio, se non riuscisse a onorare la copertura di 1:1 con il dollaro) si propagherebbe istantaneamente in tutto il mercato, travolgendo anche gli investitori e le aziende europee
  • MiCA è stato creato anche per proteggere i cittadini dell’UE. L’esposizione a un asset opaco e non regolamentato come Tether li mette a rischio di perdite finanziarie catastrofiche

La situazione è paradossale: la stablecoin più utilizzata in Europa è ancorata al dollaro, non all’Euro. Ciò significa che il “dollaro digitale” di fatto domina una parte del sistema dei pagamenti digitale europeo, estendendo l’influenza del sistema finanziario statunitense e indebolendo il ruolo dell’Euro e del controllo della Banca Centrale Europea (BCE).

Verosimilmente al Forum del Plan B si parlerà poco di tutto ciò, e se lo si farà (tra personaggi coloriti e magari anche anonimi e mascherati, come è capitato in passato) sarà solo per inneggiare alla “libertà” di farsi gli affari propri alla faccia di tutti.

L’articolo che segue, pubblicato nel maggio scorso dal sito World Money Laundering Report , che si occupa di riciclaggio a livello mondiale, permette di comprendere meglio i dettagli e la portata del problema.


Tether, un annuncio definitivo: non si conformerà al regolamento dell’Unione Europea sui mercati delle cripto-attività

Alcune giurisdizioni, come l’Irlanda, non vedono alcun conflitto in un allineamento parziale con gli Stati Uniti. Ma non è quello che vuole Francoforte [sede della BCE, ndr] e, quando si tratta di servizi finanziari nell’UE, Francoforte è saldamente al comando. Il Regno Unito è fuori dal regime MiCA e sta ancora cercando di decidere cosa fare.

Paolo Ardoino, CEO di Tether, l’emittente della più grande stablecoin per capitalizzazione, ha dichiarato ai giornalisti che Tether non ha intenzione di adattare la sua stablecoin ai requisiti dell’UE.

Tether potrebbe trovarsi in rotta di collisione con le autorità di regolamentazione di tutto il mondo: recentemente ha trasferito la propria sede in El Salvador, un paese che l’ultimo rapporto internazionale sul controllo dei narcotici del Dipartimento di Stato americano descrive in termini molto critici. Tra le critiche generali e gravi, si legge: “Nonostante l’approvazione nel gennaio 2023 di una legge che regola tutti gli asset virtuali, l’inefficace supervisione AML/CFT aumenta i rischi di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo”.

Il documento è una bibbia per i responsabili della prevenzione dei reati finanziari che stanno costruendo le proprie matrici di rischio. Come tutti dovrebbero fare, anche solo per confrontare ciò che vogliono con ciò che vendono i fornitori. E qualsiasi organizzazione che non ne tenga conto può essere considerata imprudente quando si tratta di KYC [il principio “Know Your Customer”, conosci il tuo cliente, ndr], dove C include sia il cliente che la controparte.

Nel mondo delle criptovalute, una stablecoin è la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno. Per quelli di noi che ricordano i tentativi di mantenere le diverse valute nella Comunità Europea e il famigerato “serpente monetario”, non è un concetto nuovo, ma l’esecuzione è diversa. Lo “snake” consentiva alle valute della CE di fluttuare all’interno di una fascia determinata, e se una valuta minacciava di uscire dalla fascia, il suo governo era responsabile di un’azione correttiva, pretenziosamente chiamata “intervento sul mercato”, ma che in realtà significava acquistare o vendere la propria valuta per riportarla all’interno della fascia. Il Regno Unito è famoso per essere “uscito dal serpente monetario” quando il sostegno è diventato troppo costoso. Ma in realtà, e di solito senza clamore, i governi negoziano continuamente la propria valuta, come fanno nei mercati obbligazionari, per mantenere un tasso di cambio preferenziale, di solito rispetto al dollaro USA, o anche – come nel caso di Hong Kong – per mantenere un ancoraggio al dollaro USA.

Ecco il problema: con le “stablecoin” emesse privatamente, non c’è una cassa pubblica a sostenerle o a sostenere le criptovalute nel loro paniere. Il loro prezzo di scambio (non usiamo il termine “valore” perché non stiamo parlando di valore in sé) dipende dai prezzi individuali fissati per un paniere di criptovalute.

Se, ad esempio, il paniere è fortemente ponderato a favore di una criptovaluta e questa cade, allora il valore del paniere diminuirà, anche se in misura minore, a meno che non si verifichi uno shock sistemico che trascini al ribasso tutte le criptovalute. E questo può accadere. È già successo.

Ma Tether è ancora diverso: è ancorato al dollaro statunitense e questa è una posizione ad alto rischio perché non esiste un modo indipendente per sostenerlo se il prezzo crolla.

Secondo Ardoino, il MiCA richiede, tra le altre cose, che il 60% delle riserve di stablecoin sia depositato in contanti assicurati presso banche europee. Ciò, afferma, pone un onere impossibile non solo per le società di criptovalute, ma anche per le banche coinvolte nel settore. Egli prevede dei fallimenti.

Ma è ovvio che lo dica, no? Le criptovalute rimangono un’attività di frontiera, con molte società di criptovalute che praticano l’arbitraggio normativo. Alcune vinceranno, altre perderanno.

Il settore è diviso: rimanere in Europa e rispettare le normative o uscirne? Dall’inizio dell’anno, gli exchange hanno delistato le criptovalute che non soddisfano i requisiti MiCA. Questo processo accelererà quando l’UE inizierà ad applicare il MiCA. La prima fase consisterà nella pubblicazione da parte dell’UE di una lista bianca delle criptovalute approvate: diventerà quindi illegale operare con qualsiasi criptovaluta non presente nella lista. Ci sono segnali che indicano che ciò sta per accadere, ma non è ancora realtà.

Secondo quanto riferito, la quota di mercato della “moneta digitale” di Tether è superiore al 60% del mercato delle stablecoin statunitense, e Ardoino è un fan del bitcoin. Tether dichiara che il valore dei suoi “asset” è pari a circa 150 miliardi di dollari. Non è quindi irragionevole affermare che Tether è in grado di muovere il mercato dei bitcoin da sola.

Se una singola banca avesse la capacità di influenzare il dollaro statunitense, verrebbero sollevate delle domande. Se si trattasse di una banca straniera, e Tether è ora un’azienda finanziaria straniera, tali domande inizierebbero a essere considerate questioni di interesse nazionale.

Non si tratta di criptovalute, della loro valutazione o regolamentazione: si tratta di mercati e rischio sistemico. Con circa 120 miliardi di dollari di “esposizione” ai titoli del Tesoro statunitense segnalati al primo trimestre del 2025, c’è una stretta forbice tra le sue attività, la sua partecipazione in una classe di attività e il rischio di cambio.

Non c’è da stupirsi che Ardoino non voglia depositare il 60% nelle banche dell’UE. La sua attività, semplicemente, non è così liquida.

Nell’immagine: Paolo Ardoino nella promo per l’edizione di quest’anno del Plan B


Il Cremlino è finito in un vicolo cieco

Il bossi di Tether e grand patron del "Plan B Forum" non vuole rispettare le norme a protezione del mondo finanziario e dei cittadini europei 

 Di Anna Zafesova, La Stampa

Ormai è quasi un rituale: ogni volta che Vladimir Putin si sente in difficoltà sul fronte ucraino, telefona a Donald Trump e si fa mostrare mentre dirige l’esercitazione di un attacco con la “triade nucleare” – missili balistici intercontinentali lanciati da terra, dai sottomarini e dai caccia – in direzione degli Stati Uniti. Una simulazione “ordinaria”, sottolinea il presidente russo, seduto nel suo elegante bunker tutto arredato di bianco, ma non è affatto ordinario che si tenga il giorno dopo che la Casa Bianca ha cancellato il vertice a Budapest, né che venga mostrata in televisione. Esattamente come tre anni fa, dopo il successo della controffensiva ucraina, il padrone del Cremlino rispolvera le sue atomiche (anche se ovviamente i missili lanciati ieri erano privi di testate nucleari).

Una minaccia inquietante, per quanto resa spuntata dalle troppe volte che il Cremlino ha promesso ritorsioni per il superamento delle “linee rosse” che poneva all’Ucraina e ai suoi alleati occidentali. Una minaccia soprattutto sproporzionata: sfoderare le atomiche dopo una telefonata fallimentare tra i capi delle diplomazie di Mosca e di Washington significa ignorare la funzione stessa della diplomazia, che non è quello di ottenere ciò che si vuole. Peraltro è praticamente impossibile che Sergey Lavrov avesse respinto la tregua senza l’autorizzazione esplicita del suo principale. Putin ritiene che la perseveranza e l’inflessibilità siano delle virtù che fanno un grande leader, anche quando si trova in quella che comincia ad assomigliare sempre di più a una tempesta perfetta.

L’economia russa mostra infatti segni visibili di crisi in diversi settori, e l’aumento dell’Iva al 22%, votato proprio ieri dalla Duma, mostra che le risorse per la guerra si stanno esaurendo. Gli attacchi ucraini contro le industrie strategiche russe sono ormai quotidiani. L’Unione europea ha infine concordato il 19esimo pacchetto di sanzioni, e la soluzione giuridica che permetta a Kyiv di finanziarsi con i fondi russi congelati in Europa appare sempre più vicina. Le città del Donbass che i generali di Putin avevano promesso di conquistare prima dell’arrivo dell’inverno rimangono in mano ucraina. E soprattutto, Trump appare sempre meno sensibile a prestare orecchio al Cremlino, come si vede dall’insofferenza con la quale ha cancellato il vertice di Budapest, e dal permesso accordato agli ucraini (per quanto sempre revocabile, e forse già revocato) di utilizzare le armi americane a lungo raggio contro il territorio russo.

Una situazione che Putin potrebbe sbloccare con un compromesso: un cessate-il-fuoco, una tregua sugli attacchi aerei, una ritirata da qualche territorio occupato, un qualsiasi gesto di buona volontà per aprire un negoziato da far durare poi il più a lungo possibile. Il problema è che il dittatore russo ha alzato troppo la posta, per poter ora ridimensionare le proprie richieste. Tre anni fa, aveva reagito alla ritirata da Kherson e Kharkiv annunciando l’annessione di quattro regioni ucraine, e rinunciarci ora significa ammettere che buona parte di quei territori erano stati “conquistati” solo sulla carta. Accettare che Kyiv entri nell’Ue significherebbe smentire la “guerra esistenziale” per la sopravvivenza della Russia come impero da espandere. Stringere un armistizio con l’Occidente vorrebbe dire archiviare – con un milione di soldati russi in meno, e le casse svuotate – una guerra lanciata con lo scopo di “fermare la Nato” e conclusa con l’Alleanza Atlantica che si è espansa e si è riarmata. Con tutta la potenza della censura e della propaganda, spacciarla ai russi come un successo sarà arduo.

Di fronte a una guerra che non riesce a vincere, il problema di Putin è trovare una exit strategy che non lo mostri perdente e non smentisca la sua immagine di leader che “non possiede la retromarcia”, come dicono i suoi cortigiani. Tre anni fa, di fronte al fallimento del suo “blitzkrieg” su Kyiv, aveva scelto di rilanciare. Oggi, il ricorso alla anti-diplomazia degli ultimatum di Lavrov e ai giochi di guerra con i missili potrebbe far pensare al rischio di una nuova escalation, ma mostra anche l’evidente difficoltà in cui si trova il Cremlino


Il Venezuela e la nuova guerra dei Caraibi

Il bossi di Tether e grand patron del "Plan B Forum" non vuole rispettare le norme a protezione del mondo finanziario e dei cittadini europei 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

A quasi un anno dall’insediamento alla Casa Bianca Donald Trump ha aperto un nuovo fronte di guerra: nel Mar dei Caraibi per combattere contro i narcos e indebolire i leader regionali, in Venezuela e Colombia, a cui imputa di sostenerli. È uno scenario militare che scuote l’emisfero occidentale ma suscita opposizione a Washington: da parte dei leader democratici che accusano Trump di agire senza autorizzazione del Congresso e anche all’interno del Pentagono, dove il capo del Comando Sud si è dimesso all’improvviso, facendo trapelare il proprio disaccordo.

La campagna militare di Trump contro i cartelli della droga venezuelana inizia a settembre, quando informa il Congresso che l’America è in un «conflitto armato» contro i «narco-terroristi» che pongono «una minaccia imminente agli Stati Uniti».

Esperti legali e leader dell’opposizione democratica a Capitol Hill obiettano che il presidente non ha l’autorità di ricorrere alle forze armate per operazioni anti-droga da sempre affidate ad agenzie di sicurezza federali, come Fbi e Dia, ma la Casa Bianca risponde che tali obiezioni svaniscono davanti alla decisione di classificare due cartelli della droga venezuelani — Cartel de los Soles e Tren de Aragua — come «organizzazioni terroristiche straniere» composte da «combattenti illegali», contro cui è legittimo per il presidente ricorrere al Pentagono, come nel caso di Al Qaeda e Isis.

Da allora abbiamo assistito a un’escalation da parte dell’amministrazione: Trump ha firmato un’autorizzazione segreta per poter colpire specifici cartelli, ha raddoppiato la taglia sul presidente venezuelano Nicolás Maduro portandola a 50 milioni di dollari perché «ha un ruolo diretto a sostegno dei narcos» e ha schierato una miniflotta della US Navy nel Mar dei Caraibi che ha messo a segno almeno sette attacchi contro barche e mini-sottomarini accusati di portare quantità di droga verso gli Usa.

Il Segretario di Stato, Marco Rubio, è il più stretto collaboratore di Trump nel coordinare la campagna nel Mar dei Caraibi il cui intento dichiarato è indebolire strategicamente — se non rovesciare — Maduro, dal 2013 erede di Hugo Chávez e rieletto presidente nel maggio 2018 con un voto considerato illegittimo dal capo dell’opposizione Juan Guaidó che venne riconosciuto unico vincitore da Usa, Ue e Stati latinoamericani.

Da quel momento Maduro governa a Caracas con il forte sostegno di Cuba, Cina, Russia e Iran dai quali importa armi e aiuti economici grazie a cui evade le sanzioni internazionali. L’arrivo di consiglieri russi nelle caserme, di navi militari cinesi nei porti e di squadre di pasdaran per proteggere Maduro ha trasformato Caracas nella testa di ponte latino-americana con cui le autocrazie sfidano Washington nel suo cortile di casa. Fino al punto da far ipotizzare a Mosca di posizionare in Venezuela missili in grado di minacciare il territorio degli Usa.

Ma se l’amministrazione Biden si limitava a un assedio economico e diplomatico a Caracas, ora Trump accelera sul fronte della lotta ai narcos come dell’emergenza migranti, imputando a Maduro anche la fuga dal Venezuela di almeno otto milioni di profughi dal 2015, il 15 per cento dei quali sarebbe entrato negli Stati Uniti.

L’intento di Trump è indicare al pubblico americano Maduro non solo come il cavallo di Troia di Mosca e Pechino nell’emisfero occidentale ma anche come la fonte delle più serie minacce interne alla sicurezza nazionale: le droghe e gli illegali. Da qui anche la scelta di Trump di autorizzare la Cia a condurre «operazioni segrete» contro Maduro con una mossa che guarda all’elettorato ispanico in vista del voto di Midterm nel 2026 per il rinnovo parziale del Congresso Usa.

Dentro il Senato c’è però preoccupazione per un’accelerazione che rischia di portare l’America in guerra contro il Venezuela senza passare per un esplicito voto del Congresso. I senatori democratici Tim Kaine (Virginia) e Adam Schiff (California) assieme al repubblicano Rand Paul (Kentucky) preparano una risoluzione che, sulla base del War Power Act del 1973, ribadisce il divieto di attaccare un Paese sovrano senza formale autorizzazione di Capitol Hill, riferendosi in particolare allo scenario più temuto: non più solo attacchi aerei contro barche nelle acque internazionali ma un intervento di terra in Venezuela. «Non possiamo essere trascinati in un conflitto in Sud America» ammonisce Schiff, rivolgendosi a quegli elettori che hanno votato Trump sulla base della promessa di evitare nuovi conflitti.

Anche i senatori repubblicani Lisa Murkowski (Alaska) e Todd Young (Indiana) guardano con favore a un passo bipartisan di questo tipo, soprattutto alla luce di quanto avvenuto al Pentagono dove l’ammiraglio Alvin Holsey, capo del Comando Sud delle truppe Usa da cui dipende l’America Latina, si è dimesso ad appena un anno dalla nomina. Sebbene Holsey non abbia fatto dichiarazioni, due alti funzionari del Pentagono hanno rivelato al New York Times che era in disaccordo con la scelta di adoperare le forze militari per colpire le barche dei narcos nel Mar dei Caraibi.

E da quel momento Trump ha ulteriormente accelerato, con il blitz contro un’imbarcazione di trafficanti dell’Esercito di liberazione nazionale colombiano, accompagnato dall’accusa al presidente di Bogotà, Gustavo Petro, di «non fare abbastanza contro i criminali». Lasciando così intendere che lo scenario delle operazioni in Sud America si allarga.


L’Aja non arretra: Israele deve far entrare l’Unrwa

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Di Chiara Cruciati, il manifesto

«Israele ha l’obbligo di riconoscere e facilitare i programmi di soccorso forniti dalle Nazioni unite e dai suoi enti, compresa l’Unrwa». Sono le parole con cui il presidente della Corte internazionale di Giustizia (Cig), Yuji Iwasawa ieri nel primo pomeriggio ha riassunto i contenuti dell’ultima decisione emessa dal più alto tribunale del pianeta.

A rivolgersi all’Aja era stata l’Assemblea generale delle Nazioni unite, dopo una serie di interventi politici e legislativi con cui Tel Aviv aveva realizzato un suo vecchio desiderio: sbarazzarsi dell’agenzia che, dalla Nakba in poi, tutela i rifugiati palestinesi e i loro discendenti, fornendo loro servizi sociali e culturali e – soprattutto – tenendo vivo il diritto inalienabile al ritorno nelle loro terre.

L’OCCASIONE per cacciare l’Unrwa dai Territori palestinesi occupati di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est è arrivata il 7 ottobre 2023. Israele ha fin da subito avviato una durissima campagna diffamatoria contro l’agenzia, accusandola di legami con Hamas. A dicembre 2023 prese di mira dodici dipendenti gazawi, affermando di avere prove incontrovertibili della loro partecipazione all’attacco al sud di Israele.

Comprò anche spazi sponsorizzati su Google così che il primo risultato della ricerca «Unrwa» conducesse a un sito del governo israeliano con nessuna prova ma tante illazioni. Bastò quello ai governi occidentali, dagli Stati uniti dell’allora presidente Biden all’Italia e al resto d’Europa, per interrompere immediatamente i finanziamenti a un’agenzia in crisi cronica da anni e in piena emergenza in quelli del genocidio.

Solo mesi dopo alla spicciolata le cancellerie occidentali ripresero i finanziamenti, costretti dalla totale assenza di prove fornite da Tel Aviv e a seguito del primo intervento della Cig nel gennaio 2024 che – riconoscendo l’esistenza di un genocidio plausibile – intimava a Israele di garantire l’ingresso massivo di aiuti umanitari.

Di decisioni ne seguirono altre, tutte chiarissime ma impotenti di fronte all’impunità di Israele che lo scorso anno ha definitivamente messo al bando l’Unrwa dal proprio territorio, impedendogli di lavorare nei Territori occupati, raggiungibili solo se Israele lo consente. La Corte lo ha ribadito ieri: l’Unrwa non ha legami con Hamas; Tel Aviv in quanto potere occupante illegale ha l’obbligo di facilitarne le attività e di rimuovere gli ostacoli all’ingresso di aiuti umanitari; la fame imposta a Gaza è un crimine di guerra e contro l’umanità.

Una decisione politicamente pesantissima, che inchioda tante capitali, non solo Tel Aviv, tanto più davanti a un valico di Rafah ancora serrato (dal maggio 2024 non passa nemmeno un sacco di farina) e un numero di camion in ingresso dall’entrata in vigore della tregua assolutamente insufficienti ai bisogni di una popolazione stremata e affamata dalla carestia.

LA CIG HA INFINE bocciato il «sostituto» inventato da Washington e Tel Aviv a inizio estate, la Gaza Humanitaria Foundation, meccanismo crudele di «distribuzione» degli aiuti che è servito a camuffare il reale obiettivo, la pulizia etnica del nord e il centro.

Immediate le reazioni delle autorità israeliane che hanno definito la decisione «vergognosa» e accusato la Corte di «coltivare il terreno per il terrorismo». In ogni caso Israele ignorerà anche tale sentenza.

Lo ha fatto di nuovo ieri con un voto alla Knesset, giunto proprio mentre il vice presidente statunitense JD Vance incontrava il primo ministro Netanyahu: il parlamento – con 25 voti a favore e 24 contrari (il Likud ha disertato per togliersi dall’impaccio) – ha approvato in lettura preliminare il disegno di legge per l’annessione della Cisgiordania, l’estensione cioè della sovranità israeliana sull’intera West Bank. Una porzione dei territori palestinesi occupati nel 1967 dove Israele – sentenza della Corte internazionale del luglio 2024 – ha imposto un’occupazione illegale, un’annessione di fatto e un sistema di apartheid.

TRA LE FESTE dell’ultradestra, spiccava il voto dei cosiddetti centristi oppositori di Netanyahu: no all’annessione totale ma sì all’annessione di blocchi di colonie.

Intanto a Gaza l’offensiva prosegue sotto altre forme. Ieri le autorità israeliane hanno consegnato trenta corpi di palestinesi morti in custodia. A oggi ne sono rientrati 195, di cui decine presentano i segni di torture, mutilazioni ed esecuzioni. Di nessuno si conosce l’identità, spetta ai familiari sperare di riconoscerne i tratti nei volti sfigurati.

Prosegue anche il recupero dei corpi dei dispersi tra le macerie, a mani nude, come avviene ormai da mesi vista la distruzione sistematica da parte di Israele dei mezzi da lavoro e ricerca. Lo raccontava ieri il giornalista Hani Mahmoud: «Molte delle famiglie che tornano a nord usano le mani per cercare i resti dei propri cari nelle macerie delle case. Per molti è la prima volta dopo mesi nei campi sfollati. Tornano in quartieri ridotti a un pila di rovine e polvere».

Nell’immagine: camion umanitari in attesa sul lato egiziano del valico di Rafah


Veronica Noseda – Il primo giorno di Sarkozy in cella

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Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Un po’ di sollievo per Sarkò

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La Duferco presto in mano ai regnanti di Abu Dhabi?

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Dalla Repubblica popolare cinese alla famiglia regnante di Abu Dhabi. È questo il passaggio di proprietà che dovrebbe toccare la Duferco SA di Lugano, storica azienda fondata da Bruno Bolfo nel 1982 e attiva nel commercio internazionale di acciaio. Dal 2014, Duferco è controllata dal colosso statale cinese HBIS che aveva acquisito la maggioranza delle azioni della casa madre lussemburghese, la Duferco International Trading Holding (DITH)*. Bolfo, che deteneva una quota di minoranza, è uscito definitivamente di scena a fine 2024 e da allora i cinesi hanno manifestato l’intenzione di liberarsi dell’azienda simbolo della piazza luganese del commercio di materie prime. Un’azienda, la Duferco SA, che dopo i fasti del passato ha chiuso gli ultimi due esercizi con delle perdite milionarie (meno 31 milioni di dollari nel 2024; meno 17,5 milioni nel 2023), compensate in parte dall’andamento meno negativo del gruppo DITH.

Scartate le ipotesi di vendita ad altri gruppi statali cinesi, si erano fatti avanti alcuni investitori dal Medio Oriente. In un primo tempo, come già raccontato da area, si era ipotizzata la vendita all’International Holding Company (IHC), un grosso fondo di Abu Dhabi controllato dal controverso sceicco Thanoon bin Zayed al-Nayan. Le notizie dell’ultima ora, e alcune voci che si rincorrono dal Ticino al Medio e all’Estremo Oriente, però, sembrerebbero portare su un altro fondo dhabense: Mubadala, di proprietà del Governo di Abu Dhabi e presieduto dal fratello di Thanoon, Mansour bin Zayed al-Nayan. Membro della famiglia regnante ad Abu Dhabi, proprietario di vari superyacht e cavalli da corsa, lo sceicco Mansour è anche il vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti ed è conosciuto in Europa per essere il patron del club di calcio inglese del Manchester City. Un recente ritratto fatto dal New York Times, definisce Mansour bin Zayed al-Nayan come “il manovratore” che guida le guerre segrete degli Emirati all’estero, dalla Libia al Sudan, dall’Etiopia allo Yemen.

L’opzione dei potenziali acquirenti di Duferco sarebbe scaduta in questi giorni e un incontro tra le parti avrebbe avuto luogo di recente in Cina. Secondo nostre fonti, l’annuncio ufficiale della vendita dovrebbe essere questione di giorni. Resta da vedere quali siano le strategie previste da Mubadala, uno dei fondi sovrani più grandi del mondo, a riguardo di Duferco, società che a Lugano impiega circa 250 persone. L’azienda ha sì registrato delle perdite negli ultimi due anni, ma nel complesso è sempre stata un ottimo contribuente per la Città e per il Cantone. Nell’anno dorato 2022 le filiali ticinesi del gruppo DITH hanno accumulato utili complessivi per oltre 115 milioni di franchi. Il modello di business è però considerato da alcuni addetti ai lavori come troppo burocratico e poco competitivo: è quindi lecito pensare che l’arrivo di un fondo d’investimento come quello guidato dallo sceicco Mansour – con un portafoglio gestito di 330 miliardi di dollari e interessi in vari settori in tutto il mondo – non sarà, per Duferco e per Lugano, privo di conseguenze.

*Da non confondere con la Duferco Participations Holding (DPH) che resta in mani italiane, in particolare di Antonio Gozzi, nipote acquisito di Bruno Bolfo. DPH a Lugano controlla altre società di trading, in particolare la DXT Commodities.

Pubblicato da Areaonline


Il giornalismo d’inchiesta disturba. Anche in Ticino

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Quanto capitato al collega Sigfrido Ranucci, il giornalista di Report vittima di un attentato alla bomba che poteva costargli la vita, preoccupa, ma non sorprende. Se l’attentato fosse riuscito Ranucci sarebbe diventato l’ultimo di una lunga lista di giornalisti italiani uccisi per aver pubblicato inchieste scomode o anche solo per aver cominciato ad indagare su affari e potere. Secondo Ossigeno per l’informazione, il portale promosso dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Federazione della stampa, 30 giornalisti italiani sono stati ammazzati dal dopoguerra ad oggi da mafie, terrorismo e guerre; oltre 2800 hanno subito minacce, mentre 15 vivono sotto scorta. 

Quello praticato da  Ranucci è schietto giornalismo d’inchiesta. Basta scorrere la lista degli argomenti di cui Report si è occupata per capire contro quali e quanti interessi si son messi lui e la sua squadra, facendo semplicemente il loro lavoro: i terreni del termovalorizzatore di Roma, il dietro le quinte dell’energia eolica, il dossier della Albanese su Gaza, infiltrazioni mafiose, eccetera. 

Senza nulla togliere a chi, spesso con bravura, si dedica alla cronaca cittadina o internazionale, al giornalismo culturale o economico, bisogna pur riconoscere che cimentarsi con il giornalismo d’inchiesta – soprattutto in casa propria – vuol dire assumersi una serie di possibili e non banali conseguenze. Indagare, scoprire e divulgare aspetti nascosti su affari lucrosi e intrecci di dubbia legalità, significa mettersi contro l’interesse di chi vorrebbe che nulla venga alla luce. Se il giornalismo ha sempre bisogno di uno sguardo analitico e critico, nel giornalismo d’inchiesta esso diventa capacità di scoprire fatti, nessi e legami che solo con tempo e continue verifiche possono essere accertati e capiti. Che tutto ciò disturbi e possa generare reazioni, ça va sans dire.

E’ anche per questo che il Premio di giornalismo della Svizzera italiana (cerimonia di premiazione sabato 25 ottobre alle 17.00 al Palacinema di Locarno) ha istituito una categoria apposta per il giornalismo d’inchiesta. Dedicandola alla memoria di un collega che questa forma di giornalismo l’ha onorata con capacità e grande fiuto: il direttore dello scomparso settimanale Il Caffè, Lillo Alaimo.

Pur non arrivando alle conseguenze patite dai colleghi italiani, anche in Ticino il giornalismo d’inchiesta può portare a grossi guai, persino a minacce. Come non ricordare il lungo processo del 2018 intentato da una clinica proprio contro Alaimo e tre altri colleghi del Caffé per diffamazione e concorrenza sleale; alla fine, tutti assolti,  ma per mesi gli autori degli articoli contestati ebbero contro un collegio d’avvocati che avrebbe intimorito e convinto molti a non riprovarci. Lo stessa dinamica la visse un collega di Falò per un’inchiesta sul Casinò di Lugano: accuse di diffamazione e richiesta di risarcimento milionaria finite in nulla davanti ai giudici, ma con mesi di apprensioni. 

Toute proportion gardée, anche in Ticino il giornalismo d’inchiesta esige sangue freddo e la consapevolezza che le reazioni non tarderanno a manifestarsi. Naturalmente le inchieste devono fondarsi su un chiaro interesse pubblico, molto rigore e non essere frutto della vanità del giornalista o di altri interessi, magari partitici, come era merce comune un tempo nelle battaglie tra giornali.

Nel lungo elenco delle inchieste che hanno fatto la storia recente del giornalismo ticinese vanno ricordati i retroscena legati al caso Thermoselect, scoperti una ventina d’anni fa dalla Regione. Un’altra inchiesta clamorosa fu quella di Falò sul silo per la costruzione del calcestruzzo all’interno delle Bolle di Magadino, protetto politicamente per decenni, benché in flagrante violazione di numerose norme a protezione dell’ambiente. Quando finalmente lo scandalo venne a galla – questo è scopo delle inchieste, rendere pubblico ciò che è nascosto –  la Confederazione intimò immediatamente al Cantone di chiudere il silo. L’inchiesta aveva visto giusto, nonostante pressioni e minacce subite dall’autore: il silo venne fatto spostare, nessuno perse il posto di lavoro e la Fondazione Bolle di Magadino poté finalmente ripristinare un’area di fondamentale importanza ambientale. 

La storia urbanistica del Cantone offre il fianco a numerose inchieste.  Ma si tratta di un àmbito molto sensibile, visti i forti interessi in gioco. Anni fa Falò indagò sulla distruzione di ville e giardini storici, inghiottiti dalle ruspe della speculazione. La vicenda più nota era quella della Romantica di Melide, abbattuta nonostante le norme di PR che la tutelavano; la Neue Zürcher Zeitung, dedicò al lavoro di Falò un’intera pagina di plauso a firma del prof. Bernhard Furrer, colui che aveva messo in salvo e valorizzato il centro storico di Berna: “Villensterben im Tessin”. E di esempi ce ne sarebbero ancora molti altri.

Per chi ha a cuore il giornalismo tout court e il particolare il giornalismo d’inchiesta, appuntamento sabato a Locarno per il Premio di giornalismo.

Scritto per laRegione


Vince Lula, via libera alle trivelle di Petrobras alla foce del Rio delle Amazzoni

Il bossi di Tether e grand patron del "Plan B Forum" non vuole rispettare le norme a protezione del mondo finanziario e dei cittadini europei 

Di Claudia Fanti, il manifesto

Ha vinto il petrolio, «fino all’ultima goccia». Su tutto: sul clima, sulla foresta, sui popoli indigeni. A meno di tre settimane dalla Cop30 di Belém, l’Ibama, l’Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse rinnovabili, ha autorizzato le perforazioni esplorative nel bacino di Foz do Amazonas, al largo della costa dell’Amapá: la regione chiamata in maniera più asettica e meno compromettente Margine equatoriale.

Si conclude così una vicenda iniziata nel 2023 con un sonoro no dell’Ibama alla richiesta di trivellazioni avanzata dalla Petrobras, con la motivazione che il piano della compagnia non avrebbe offerto garanzie sufficienti per la salvaguardia della fauna in caso di perdite di petrolio, tanto più in una regione di grande vulnerabilità socio-ambientale, caratterizzata dalla presenza di aree protette, terre indigene, mangrovie e una grande biodiversità marina.

Sotto le sempre più martellanti pressioni politiche, e dopo svariati ricorsi e ripetute modifiche al piano di salvataggio della fauna, il no si era trasformato in ni, non senza divisioni all’interno dell’organismo, e, alla fine, in sì: dopo l’approvazione con correzioni, malgrado le forti criticità emerse, dell’esercitazione condotta ad agosto dalla Petrobras per testare l’efficacia del suo piano d’emergenza, era ormai solo questione di tempo prima che arrivasse il via libera.

Per ottenerlo, lo stesso Lula aveva elevato il livello di pressione, prima limitandosi a evidenziare la distanza, pari a 530 chilometri, dell’area di esplorazione petrolifera dal Rio delle Amazzoni, poi criticando in maniera sempre più decisa la lentezza dell’organismo nel concedere la licenza ambientale: «Non possiamo continuare con questo tira e molla. Ibama è un’agenzia governativa e sembra un’agenzia contro il governo».

Toni minacciosi alternati alle solite falsità e ipocrisie, come quella relativa alla presunta necessità dei combustibili fossili, massimi responsabili delle emissioni climalteranti, per finanziare la transizione energetica. Un’affermazione che, se pure non si commentasse da sola, viene per di più smentita dai dati: solo lo 0,2% delle entrate derivanti dal petrolio è destinato alla lotta contro il riscaldamento climatico.

Assai più semplicemente, per Lula, il cosiddetto Margine equatoriale altro non è che un nuovo «passaporto per il futuro» del paese, secondo l’espressione già da lui usata in riferimento al pré-sal (i grandi giacimenti petroliferi in acque ultra-profonde lungo gran parte della costa atlantica brasiliana, la cui scoperta nel 2006 lo aveva spinto a esclamare: «Dio è brasiliano!»).

È questo, del resto, il filo rosso che, in campo ambientale, unisce tutti e tre i governi guidati da Lula (in attesa di un sempre più probabile quarto mandato): quello dei “se” e dei “ma” legati alla difesa della natura, portata avanti finché non diventa un intralcio a interessi superiori, che siano quelli dell’industria petrolifera o dell’agribusiness.

E mentre certa stampa filo-governativa celebra la decisione dell’Ibama con gli stessi accenti trionfalistici riservati a una vittoria alle presidenziali, le organizzazioni ambientaliste annunciano ricorsi, in attesa di un intervento del Pubblico ministero federale, notoriamente contrario alla concessione della licenza.

Di decisione «disastrosa dal punto di vista dell’ambiente, del clima e della sociobiodiversità», parla intanto tra molti altri l’Observatório do Clima, denunciando il «sabotaggio» nei riguardi della Cop 30. E lo stesso fa Greenpeace: il governo brasiliano «si veste di verde sulla scena internazionale, ma si sporca di petrolio a casa sua».

Nell’immagine: manifestazione contro le trivellazioni in Amazzonia a Rio de Janeiro


Sette minuti, un gilet giallo: quel colpo al Louvre che suscita empatia per i Lupin di Parigi

Il bossi di Tether e grand patron del "Plan B Forum" non vuole rispettare le norme a protezione del mondo finanziario e dei cittadini europei 

Di Assia Neumann, La Stampa

Durante un concorso di bellezza venne fatta una domanda ad un’aspirante miss: «Un museo è in fiamme e hai la possibilità di entrare una sola volta. Davanti a te ci sono quadri famosi del museo e il cane del guardiano. Chi salveresti?». Non vi dico la risposta, quello che posso dirvi è che dopo pochi minuti l’aspirante miss vinse il concorso.

Una domanda simile devono essersela fatta pure i ladri del Louvre: se scatta l’allarme, molliamo per strada la corona dell’imperatrice Eugenia o uno di noi? Saggiamente, hanno scelto la corona. Sono bastati sette minuti, la scala di un montacarichi e un gilet giallo per svaligiare il museo più famoso del mondo, un po’ promozione aggressiva dei libri di Dan Brown e un po’ il Lupin di Netflix. Se sulla rive droite viene svaligiato il Louvre, dalla rive gauche arrivano le immagini dell’ingresso nella prigione de la Santé di Nicolas Sarkozy che in una mano tiene una copia del Conte di Montecristo e nell’altra Carla Bruni. Alcune indiscrezioni dicono che il Louvre si sia rivolto a una società israeliana per indagare sul furto, perché non importa che sia gauche o droite, sempre di riva del fiume parliamo. Insomma, il governo di Emmanuel Macron che cade un giorno sì e l’altro pure, un ex presidente in carcere, i gioielli di Napoleone rubati, mi auguro che qualcuno abbia transennato la Bastiglia.

La prima cosa che a molti è venuta in mente leggendo del furto al Louvre è stata una specie di déjà-vu, perché quando ci sono di mezzo dei gioielli rubati in Francia non succede mai niente di buono. Il famoso intrigo della collana di Maria Antonietta fu la spinta che poi divenne rivoluzione, tagliando i colli su cui poggiavano i diamanti.

Le rapine sono da sempre un oggetto affascinante di osservazione perché in qualche modo si tende a tifare per il rapinatore, un po’ per il talento, un po’ per odio verso banche e gioielli non nostri. Da Cary Grant in Caccia al ladro a Catherine Zeta Jones in Entrapment, dallo strepitoso Inside Man di Spike Lee alle serie tv come Lupin o La casa di carta, questo mondo di ladri non conosce battute d’arresto, dentro e fuori le prigioni e i cinema. Nel 2009 Gergely Barki, esperto d’arte e consulente per il Museo nazionale ungherese di Budapest, mentre stava guardando il film Stuart Little insieme alla figlia di tre anni, si accorge che nel salotto del topo c’è appeso il quadro di Robert Bereny Bella addormentata con vaso nero, opera comprata dalla scenografa in un mercatino di Pasadena per pochi dollari e in seguito battuto all’asta per 230.000 euro.

Il quadro risultava perduto fin dagli anni Venti per poi comparire nella casa di un topo parlante. Ieri Leonardo Notarbartolo, autore della rapina del secolo al caveau del World Diamond Center di Anversa, in un’intervista a Giuseppe Legato sulle pagine di questo giornale si è chiesto «quanti vedendo entrare degli operai avranno pensato all’organizzazione di un furto per rubare i gioielli di Napoleone? Nessuno». Questo metodo non mi suonava nuovo perché ho visto fare la stessa cosa durante un altro colpo, questa volta a Manchester, dove chi non è riuscito a prendere il biglietto per il concerto degli Oasis si è messo un gilet giallo e si è finto uomo delle pulizie senza destare sospetti, assistendo alla reunion da sotto il palco. Tale Filippo Bernardini per anni è riuscito a farsi mandare manoscritti inediti di grandi scrittori dalle maggiori case editrici fingendosi un addetto ai lavori: lui voleva solo leggerli, non li ha mai pubblicati, né chiesto alcun riscatto. Nel mio immaginario chi ha rubato i gioielli di Napoleone fa la stessa cosa: se li tiene in casa e se li mette per fare le pulizie. Speriamo che qualcuno con questa storia ci faccia almeno un bel film.