Kushner, il business della Striscia: dietro al cessate il fuoco un gigantesco giro d’affari

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Come sarebbe la Storia del Medio Oriente se Ivanka Trump avesse sposato Tom Brady, leggenda fra i quarterback del football, anziché Jared Kushner, architetto degli Accordi di Abramo e del recente accordo su Gaza? Nel 2018 Donald Trump, allora presidente, si lamentò con i suoi consiglieri perché Ivanka e Tom non avevano legato – in passato – così tanto e lui ora si trovava con un genero come Kushner, calamita di pessima pubblicità.

Nell’agosto di quell’anno sulla testa di Jared pendevano sospetti per un maxi investimento dal Qatar grazie al quale la società immobiliare di famiglia avrebbe estinto la posizione debitoria originatasi da quello che a New York ricordano come uno dei più grandi flop immobiliari: nel 2007 Jared investì 1,8 miliardi di dollari per un palazzo di 41 piani al 666 Fifth Avenue di New York. La bolla immobiliare esplose lasciando Jared con un’esposizione mostruosa. Dieci anni dopo un fondo di investimento qatariota salvò i Kushner con 1,1 miliardi. La cattiva pubblicità nasceva dal fatto che – come rivelato dalla Nbc – alcuni funzionari del Qatar ritenevano che quel salvataggio fosse stato estorto dall’Amministrazione Trump. Gli Usa avevano infatti sostenuto il blocco economico saudita del 2017 contro Doha proprio – la tesi di alcuni funzionari qatarioti – per spingere il Qatar a coprire l’esposizione dei Kushner. Jared ha stretto un legame molto solido sin dal 2017 con Mohammed Bin Salman.

Jared Kushner ha navigato lontano dai radar per anni, salvo tornare sotto i riflettori per l’intesa su Gaza. Proveniente da una famiglia di ebrei ortodossi del New Jersey, Jared è un immobiliarista diventato finanziere e “diplomatico”. Attualmente collabora con l’Amministrazione ma non ha alcuna incarico ufficiale.

Nel primo tour alla White House Jared era ufficialmente nel team. Significa che su di lui era stato un vetting, doveva rispettare regole, svelare rendiconti economici, potenziali conflitti di interesse. Questa volta invece Jared Kushner, ora 44enne, è una sorta di volontario della diplomazia.

Chi controlla che non vi siano in gioco interessi economici nel deal su Gaza e in altri ricaschi mediorientali?

Domanda quantomeno lecita se si ricorda che nel 2021 Kushner ha fondato Affinity Partners. Il rendiconto depositato alla Sec e risalente al marzo del 2024 dice che il 99% degli investitori è straniero. Il grosso dei flussi viene da Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita. Riad ha investito 2 miliardi (dei 620 miliardi totali del fondo PIF c’è da dire). Operazione osteggiata da Andrew Liveris, australiano e membro del board di PIF. Sollevò dubbi sull’esperienza nel mondo finanziario del genero dell’ex presidente. Mohammed Bin Salman, principe saudita, tirò dritto con il maxi stanziamento.

C’è poi la quota di Terry Gou che fu il fondatore della taiwanese Foxconn.

Ogni anno la società incassa fees per 40 milioni di dollari indipendentemente dalla resa degli investimenti.

Nel marzo del 2022, prima rendicontazione alla Sec (l’ente che regola Wall Street), Affinity Partners aveva raccolto 2,54 miliardi. L’anno seguente non ci sono nuovi investimenti ma perdite. Il vento è cambiato quando Donald Trump è tornato in odore di presidenza. Attualmente Affinity può contare su oltre 4,8 miliardi di dollari. La potenza di investimento è però più alta. Quando i fondi di private equity investono, di solito si indebitano fino all’80% del valore totale dell’operazione. Quindi, la vera cifra a disposizione di Kushner non è 4,8 miliardi di dollari (il capitale proprio, cioè l’equity), ma piuttosto circa 25 miliardi di dollari: cioè la “potenza di fuoco” complessiva che può raccogliere aggiungendo il debito a quel capitale. Nel portafoglio della società ci sono società di Dubai, in Germania, in Israele, e si va da un network di palestre a immobiliare online, sino ai resort pianificati in Serbia e in Albania.

L’idea della Riviera a Gaza con deportazione dei gazawi ha in Jared parte dell’origine: parlando ad Harvard nel febbraio del 2024 disse che se «fosse nei governanti di Israele spianerei qualcosa nel deserto del Negev e ci porterei i palestinesi». E sulla riviera nella Striscia si era espresso parlando di un grande valore immobiliare, anche qui «fossi in Israele farei del mio meglio per spostare le persone e ripulire tutto». Affinity Partners la potenza per essere protagonista della ricostruzione ce l’ha.

Nell’immagine: Jared Kushner


Così Bannon e Dugin hanno rubato la Tradizione

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

Di Antonio Gnoli, La Repubblica

Non sorprende che la “tradizione” – per dirlo rozzamente, il ricorrere al passato aurorale per legittimare il presente – si insinui tra le pratiche politiche delle destre antiglobaliste e identitarie. Dopotutto, la crisi delle ideologie, il perdurante neoliberismo e la perdita del vecchio ordine mondiale richiedono nuove suggestioni culturali. La destra, nelle sue varie declinazioni, ha sovente interagito con i grandi temi della tradizione e delle sue potenzialità. Ma pensatori europei, marginali e scarsamente letti, come René Guénon, Julius Evola, Mircea Eliade, vengono riscoperti tanto in ambito americano quanto in quello russo. Il pensiero Maga attinge disinvoltamente a quel costrutto di idee che ha eletto a nemico la modernità e il suo esito più prezioso e fragile, cioè la democrazia. Quanto all’ortodossia russa, rivestita di valori arcaici e religiosi, appoggia senza riserve la politica putiniana volta ad aggredire gli spazi di un ipotetico futuro “impero” da riconquistare.

Mark Sedgwick, il cui importante libro Tradizionalismo esce in questi giorni per le edizioni Atlantide, ricostruisce con grande efficacia la mappa con quelle figure che hanno fortemente influenzato certe aree, soprattutto estreme, della cultura di destra. Sedgwick, di origini danesi, ha vissuto al Cairo occupandosi di sufismo. Si tratta di una corrente del pensiero islamico alla quale si avvicinò Guénon nell’ultima parte della vita quando, convertendosi alla religione musulmana, decise di vivere in Egitto. Molte pagine del libro di Sedgwick sono dedicate a questo singolare personaggio la cui attenzione oltre che all’Islam, fu rivolta alla dottrina Vedanta, cioè al corpus di scritti vedici, in particolare le Upanishad che, secondo Guénon, fondano la “Tradizione primordiale”. Ossia quell’insieme di rituali che non possono essere indagati, dimostrati o compresi in termini di semplice sviluppo storico. Qualunque tentativo di ascendere a una visione autentica del mondo deve perciò ricorrere a quella scienza sacra deposta nei testi scritti tra l’Ottavo e il Quinto secolo a.C.

Per Guénon, ma altresì per Evola, la storia è un incidente. Mentre la modernità legge il movimento storico come un’esperienza lineare arricchente (il mito del progresso); il tradizionalismo la interpreta come ciclica riproposizione della caduta. C’è sempre un’età dell’oro all’origine delle antiche civiltà (seguono l’argento, il bronzo e il ferro) che si conclude catastroficamente con una caduta e di solito con la rinascita di un nuovo ciclo. Il tradizionalismo associa la modernità alla ragione strumentale, al declino delle forme religiose, allo sconvolgimento delle caste. Marx, che tradizionalista non era, criticò la modernità per i suoi tratti capitalistici e alienanti. Nietzsche ne sentenziò la morte di Dio; Weber descrisse l’uomo moderno prigioniero della gabbia d’acciaio e preda del disincanto. Baudelaire colse nella modernità il transitorio, il fuggitivo, il contingente.

Oggi vi aggiungiamo i tratti della paura, dell’angoscia, dell’insicurezza e di un rinnovato razzismo. Nella visione ciclica di Guénon il moderno fu accostato al Kali Yuga. A quel periodo, nel quale ancora siamo immersi, in cui l’umanità si è separata dal divino. Il Kali Yuga è il regno delle quantità, i cui simboli di calcolo e di denaro, hanno distrutto l’ordine sacro su cui poggiava il mondo antico. Incapaci di comprenderne la portata devastante, le masse sono state le prime vittime di questa prolungata età del buio. Alla verità, dice rassegnato Guénon (e con lui Evola) possono accedere solo in pochi. Ma le élite, nelle diverse forme storiche, sono sempre esistite. Guénon le identifica con la casta sacerdotale; Evola le associa alla razza dei signori e dei dominatori. Esse percorrono il sentiero del guerriero ed evocano in sé, sostieneEvola, «la forza trascendente della distruzione». La distinzione da Guénon è nell’accento che Evola mette sull’azione, sul mito della rivolta, sulla pulsione bellica. Da questo sfondo metafisico e religioso si è sviluppata per Sedgwick la riflessione politica di Aleksandr Dugin in Russia, tra le estreme destre europee e nel movimento Maga americano, attraverso il suo rappresentante più noto: Steve Bannon. Non a caso il libro di Sedgwick ha come sottotitolo “Verso un nuovo Ordine Mondiale”. Dove ci condurrà? Dugin resta la figura più complessa. Ha ripreso la teoria schmittiana dei “grandi spazi” e ridefinito, in chiave geopolitica, il concetto di Eurasia, per cui essendo la Russia nella sua essenza “archeomoderna” può aspirare a diventare il nuovo perno tra Oriente e Occidente. Alle sue idee pare non sia insensibile Putin. Ma non saprei quanto, l’indecifrabile Vladimir, possa condividere della lettura “paolina” di Dugin secondo la quale il nuovo impero russo agirà come katechon, come potere che frena ritardando la dissoluzione del mondo. Con ogni evidenza siamo in piena tematica apocalittica.

La parola “Tradizione” designa con una certa forza l’urgenza di un linguaggio nuovo che enunci le difficoltà in cui la nostra epoca è gettata. Anche da sinistra si registrano appelli che colgono nella crisi climatica, nel dominio dell’algoritmo, nel tramonto del vecchio ordine la possibilità di un cambiamento radicale. La difficoltà massima per ogni apologia della Tradizione sta nella sua natura vincolante e remota a un tempo. Quanto a Bannon, da neoisolazionista respinge la visione geopolitica di Dugin pur condividendo il desiderio di rivolta, per citare il testo più noto di Evola, contro il mondo moderno. Quello che sta accadendo in America non è, ai suoi occhi (si pensi ai noti fatti di Capitol Hill), un tentativo ostile di guerra civile, ma la sacrosanta contrapposizione alla globalizzazione e al liberalismo. Bannon, per Sedgwick, ha adottato solo alcuni aspetti del tradizionalismo. La domanda che sorge spontanea è quale Tradizione piace a gente così.

Da tempo essa ha smarrito il significato di auctoritas conservando solo quello di potere. Ma un potere senza autorità è tutto tranne che stabile. Nel caos, nelle sue accelerazioni, nel puro scorrere incoerente della vita, Donald Trump sembra trovarsi perfettamente a suo agio. Egli somiglia, evolianamente, al Re investito da un mandato divino. Come in un gioco di prestigio la legittimazione del suo “potere regale” nasce dalle stesse qualità taumaturgiche che si attribuisce. È un circolo vizioso i cui tratti eliogabalici rendono la sovranità un’esperienza per ora farsesca. Un domani forse tragica.

Siamo abituati a pensare il sacro come legame nato dalla devozione per un evento incomprensibile ma così potente da sconvolgere la vita. Dimentichiamo il lato oscuro, la ferocia che a quell’esperienza si può accompagnare. Non è solo il meccanismo vittimario ben colto da René Girard nell’esame del sacrificio: è quello che esso designa nella sua ostentata verticalità.

La congiura del moderno verso la tradizione risale ai primi vagiti della scienza sperimentale, dell’Io penso e del dubbio che ridicolizzarono quella somma prodigiosa di inattuali illuminazioni. Fu così che la tradizione, con le sue enunciazioni fondamentali, finì in mani poco abili. Sradicata dal suo habitat divenne una minacciosa caricatura. Come il sacro ormai nascosto nel grottesco della superstizione.

Nell’immagine: Steve Bannon/Aleksandr Dugin


Perché Israele attacca gli alberi di ulivo palestinesi: migliaia quelli tagliati o avvelenati

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

Di Lorenza Rapini, La Stampa

Migliaia di alberi di ulivo della Cisgiordania sono stati tagliati alla base o avvelenati. Difficilissimo fare un conto preciso. Ma gli episodi contro questi alberi si moltiplicano, negli anni arrivano a centinaia e centinaia di raid, e difficilmente si può pensare che alla base di queste mosse non ci sia una strategia precisa di Israele o quantomeno dei suoi coloni: impoverire e affamare i palestinesi. E anche offenderli, visto che per l’Islam l’ulivo è un albero sacro, considerato il pilastro del mondo, e lo stesso Allah lo ha benedetto nel Corano (shajara mubaraka). È l’albero del povero, simbolo di resistenza e resilienza.

Circa il 45% dei terreni agricoli della Cisgiordania è occupato da 10 milioni di ulivi. La produzione potenziale annua è di 35mila tonnellate di olio. L’altro giorno, l’ultimo attacco documentato: i coloni israeliani hanno colpito con pietre lanciate i lavoratori arrivati nei loro terreni per raccogliere le olive a Deir Ammar, vicino a Ramallah. C’erano alcuni volontari per scortare i palestinesi impegnati al lavoro, ma dall’altro lato i soldati presenti in zona non hanno impedito l’attacco, secondo quanto riferito dai testimoni, e 4 palestinesi sono rimasti feriti.

L’8 ottobre, centinaia di alberi di ulivo sono stati sradicati dai coloni a Al-Mughayyir,un villaggio a una quarantina di chilometri a Sud di Betlemme. Sempre in quella zona, un massiccio attacco si è verificato il 22 agosto di quest’anno: quando alcuni bulldozer israeliani hanno sradicato circa 3100 ulivi a Nord Est di Ramallah: sono stati rasi al suolo oltre 200 ettari di coltivazioni.

Spesso gli ulivi vengono tagliati con le motoseghe, sradicati dalle ruspe, o anche avvelenati con liquidi che rendono il raccolto da buttare e spesso danneggiano in modo permanente le piante. Colpire gli uliveti è un danno enorme soprattutto in questo territorio: sia perché si tratta di zone semidesertiche, con gravi problemi di siccità, in cui le piante adulte di ulivo, che vivono anche con pochissime piogge, sono il sostentamento principale di queste popolazioni; sia perché ripiantare un ulivo è possibile ma la produzione arriverà dopo tre o quattro anni (poca) prima di entrare a regime (dopo una decina di anni). L’ulivo è un simbolo, ma è soprattutto il cardine dell’economia di una popolazione che spesso non ha altro sostentamento che una povera agricoltura. Anche perché con la guerra i permessi di lavoro di tanti palestinesi che prima si recavano ogni giorno in terra israeliana stati revocati o limitati e la terra è l’unica risorsa che resta.

Nell’immagine: due palestinesi davanti ad alberi di ulivo tagliati dai coloni in un attacco il 6 ottobre 2025 vicino al villaggio di Abu Falah, a Nord Est di Ramallah


La sinistra di fronte alla neutralità (e alla guerra)

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

La guerra russo-ucraina, l’orrore di Gaza: due abissi che negli ultimi due-tre anni hanno angustiato le nostre coscienze. Uno stillicidio costante, quotidiano, perturbante, che ha indotto a sfilare nelle strade, ad occupare le piazze, accompagnati da interrogativi esistenziali sulle ragioni palesi o recondite di questi orribili conflitti. In questa dimensione dello strazio ci siamo anche noi, con il nostro senso di impotenza e il nostro smarrimento.

Ma ci siamo anche con la nostra indignazione nei confronti di un governo che ci appare inerte e pavido, e che come sempre attende le mosse di tutti gli altri prima di proferire parola, fosse solo di pietà per le migliaia di vittime innocenti. E noi ticinesi siamo i primi a provare imbarazzo, avendo salutato a suo tempo con favore l’elezione di Ignazio Cassis a capo del Dipartimento degli affari esteri.

Poi c’è l’iniziativa sulla neutralità, promossa da Pro Svizzera, associazione trainata dall’Udc e, in Ticino, dalla Lega: iniziativa che non è sgradita a molte formazioni e schegge extraparlamentari. Se ne è parlato lo scorso 15 ottobre all’USI, su impulso dei Verdi ticinesi. Affollato il banco dei relatori, in rappresentanza delle varie anime e correnti della nostra sinistra «plurale»: Leonardo Schmid per il Partito operaio popolare (sezione cantonale del Partito svizzero del Lavoro); Alberto Togni per il Partito comunista; Laura Riget delegata dal PS; Giuseppe Sergi per il Movimento per il socialismo; Rocco Vitale per i Verdi.

La discussione, introdotta da una relazione dello storico Maurizio Binaghi, ha evidenziato i punti in comune (nessuno ha perorato un abbandono del principio), ma anche profonde divergenze su come declinare la neutralità nella realtà conflittuale odierna. Il testo che andrà in votazione, presumibilmente il prossimo anno, si prefigge di ancorare nella Costituzione una neutralità permanente («immerwährend») e armata («bewaffnet»). Già qui, in questi due aggettivi, sono emerse discordanze. Permanente vuol dire inamovibile nel tempo, ossia eterna (una volta si diceva perpetua), in una parola a-storica; armata vuol dire sostenere l’esercito, procurandogli tutto il materiale necessario per una difesa che sia credibile agli occhi di un potenziale nemico. Parliamo ovviamente di miliardi, e non di semplici ritocchi al budget militare.

Queste non lievi implicazioni non hanno turbato il Pop e il Pc, che anzi hanno dato una mano nella raccolta delle firme. Ma c’è dell’altro: l’iniziativa prevede pure che la Svizzera non aderisca ad alleanze militari o difensive, a meno che non subisca un’aggressione diretta dall’esterno. A quel punto il paese sarebbe costretto a supplicare l’aiuto di potenze amiche. Insomma, la Svizzera non collabora, non appoggia programmi militari comuni, non partecipa alla ventilata costruzione di una forza armata europea. Ma perché gli altri dovrebbero intervenire al nostro fianco, se prima ci siamo sempre rifiutati ad aderire ad un piano difensivo sovranazionale?

La neutralità è sempre stata, storicamente, al centro di varie interpretazioni e distinzioni. Per gli uni incarna l’essenza dello spirito umanitario elvetico, tradottosi in istituzioni come la Croce Rossa, la custodia delle Convenzioni dei diritti umani, la cooperazione allo sviluppo, l’impianto del diritto internazionale; per gli altri ha assunto le fogge della finzione e dell’ideologia: una maschera che è servita a coprire affari loschi e ad agevolare commerci dal sapore imperialistico. Anche sul piano della mediazione (i decantati «buoni uffici») i risultati sono stati inferiori alle attese, a conferma di un’irrilevanza crescente della diplomazia elvetica sullo scacchiere internazionale.

Differenti opinioni sono pure emerse sul lato delle sanzioni intese come arma economica e sulla loro efficacia. I numerosi pacchetti adottati dall’Unione europea, e prontamente ripresi dal Consiglio federale, non pare abbiano piegato l’economia russa, e men che meno riportato Putin sui binari della ragionevolezza. Ma anche a Bruxelles non si è più tanto sicuri che tale strumento produca i frutti sperati, sia perché l’applicazione rimane lacunosa e macchinosa, sia perché la Federazione russa ha trovato altri canali attraverso i quali smerciare il suo prezioso gas.

Quale sarà infine l’esito dell’iniziativa? I sondaggi dicono che la neutralità non si tocca e che quindi il testo di Pro Svizzera finirà nella Costituzione. Certo, molto dipenderà dall’impegno dei partiti (sempre più deboli) e dalla capacità, per gli oppositori, di informare e di mobilitare l’opinione pubblica. Vedremo. Nel frattempo la sinistra rimane divisa, con Verdi, MpS e Ps contrari all’articolo costituzionale, e Pop e Pc favorevoli.

Il dibattito è appena agli inizi. Con pazienza e studio bisognerà ricostruire come la sinistra ha affrontato la questione della guerra, a partire dai padri fondatori del socialismo, dell’anarchismo e del pacifismo, soffermandosi in particolare su alcuni snodi centrali, come i congressi per la pace al grido «guerra alla guerra», il collasso della Seconda Internazionale nell’estate del 1914, l’adesione dei socialisti svizzeri al principio della difesa nazionale negli anni Trenta, fino al proposito, ancora iscritto nel programma del PS, di abolire l’esercito e di superare il capitalismo. Tutto questo è stato appena abbozzato nell’incontro di mercoledì sera. Ma bisognerà tornarci se non vogliamo consegnarci con le mani alzate alle destre anche culturalmente, oltre che politicamente. Un’eredità delle sinistre da riscoprire e rivalutare, perché non tutto è andato perduto, o consegnato agli ingombranti come molti sostengono rassegnandosi ai signori della guerra (questa sì, permanente).

  • Prossimo appuntamento: «Costruire un fronte unitario di opposizione politica e sociale», con Fabrizio Sirica (PS), Samantha Bourgoin (Verdi), Matteo Pronzini (MpS). Modera Aldo Sofia. Martedì 28 ottobre alle 20.30, Centro Spazio Aperto, Bellinzona, con LIVE STREAMING su Naufraghi/e


Il mio missile atomico sarà più grosso del tuo

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Avvertenza: Questo articolo è stato scritto prima che venisse annunciato il vertice tra Putin e Trump in Ungheria. Malgrado da quest’incontro passano giungere delle novità sulle trattative in corso tra i due Paesi, l’essenza dell’articolo resta attuale visto che i progetti di riarmo nucleare sono programmati su lunghi periodi.  

Pochi giorni pima dell’annuncio del suo prossimo incontro a Budaest con il capo della Casa Bianca, Vladimir Putin, in visita ufficiale in Tagikistan ha dichiarato in conferenza stampa che la Russia presto annuncerà l’inizio della produzione di nuove armi nucleari supersoniche capaci di colpire i suoi nemici a migliaia di chilometri di distanza.

“Ritengo che avremo l’opportunità di comunicare a breve l’entrata in produzione di nuove armi. Sono in fase di sperimentazione e i test stanno procedendo con successo”, ha affermato.

Con la solita arroganza che lo distingue in queste situazioni, lo Zar ha sostenuto che i mezzi di deterrenza nucleare della Federazione Russa sono superiori a quelli di qualsiasi altra potenza al mondo. Quanto ci sia di vero e quanto di propaganda è tutto da valutare, ma l’annuncio ha messo in allarme tutti i governi occidentali

Gli obbiettivi immediati del governo di Mosca appaiono evidenti. Da una parte intende indurre gli Stati Uniti a non consegnare i missili a lungo raggio “Tomahawk” al governo ucraino. Dall’altra, è volta a intuire quali carte Trump vuole giocare nella trattativa sulle limitazioni del Trattato sulle armi strategiche offensive su cui si sono avviati i contatti nelle ultime settimane tra i due Paesi.

Su questo punto durante il suo viaggio in Centro Asia, il capo del Cremlino è stato chiaro: “la nuova corsa agli armamenti è già iniziata, e alcuni paesi si stanno preparando per i test nucleari. Sebbene le moderne tecnologie consentano di calcolare tutto al computer, c’è chi ritiene che ciò non sia sufficiente”.

Notoriamente i collaudi, sia quelli segreti che quelli pubblicizzati, rappresentano da sempre un elemento di pressione politica, tuttavia la Russia oggi sembra voglia alzare la posta. Il regime di Mosca vuole spingere sul confronto non tanto sulle armi convenzionali quanto su quelle nucleari. Lo scopo è chiaro: mettere in soggezione l’Europa che dipende ancora in gran parte dall’alleato d’oltreoceano per questo tipo di armi.

Su quali potrebbero essere queste nuovi armi sulla stampa russa è iniziata a circolare qualche ipotesi.

In un’intervista pubblicata sulla “Komsomolskaya Pravda”, il direttore della rivista “Arsenal Otechestva” Alexey Leonkov, ha sostenuto che “probabilmente si tratta di complessi ipersonici. Potrebbe anche trattarsi del missile “Burevestnik” che non è ancora stato adottato ufficialmente”. I servizi segreti americani avevano preventivato che questo missile sarebbe stato messo in produzione già nel 2025 ma il ritardo potrebbe essere dovuto da motivi di affidabilità più che da una valutazione politica.

Per Leonkov potrebbe però anche trattarsi dell’arma laser “Pereves”, la cui una vecchia versione era stata utilizzata limitatamente nella guerra siriana come mezzo per neutralizzare i droni avversari. Potrebbe essere questa la risposta a Ursula von der Leyen che aveva preannunciato da parte europea un “muro di droni” da contrapporre alla minaccia che viene da Est.

Sulla serietà dei propositi russi, fanno fede le dichiarazioni del viceministro degli Esteri della Federazione Russa Sergey Ryabkov dello scorso 10 agosto, secondo cui “la Russia ha già nel suo arsenale altre armi all’avanguardia oltre al complesso missilistico “Oreshnik”.

Nel novembre 2024 la Russia ha utilizzato per la prima volta gli “Oreshnik” per colpire il territorio ucraino provocando lo sdegno internazionale per le molteplici vittime civili che ha provocato.  Qualche settimana dopo il presidente della lo stesso  Putin ha annunciato l’avvio della produzione in serie di “Oreshnik” e ha dichiarato che attualmente la Russia dispone già di diversi missili di questo tipo pronti per l’uso e sarà consegnato a breve anche alla Bielorussia.

La corsa al riarmo russo non è cominciata certo ieri. Il 1° marzo 2018, nella parte conclusiva del suo messaggio alle Assemblee Federali, Putin ha annunciato contemporaneamente quattro nuovi tipi di armi pronte per la produzione in serie tra cui spiccava l’“Avangard” una unità di combattimento ipersonica che dovrebbe garantire, a voler ascoltare gli esperti russi, garantire il superamento di qualsiasi sistema di difesa antimissile.

Fino a quando esistette il Muro e di Berlino e la divisone del mondo in blocchi, il confronto-scontro sulle armi e i missili atomici erano la normalità delle relazioni Est-Ovest. La corsa agli armamenti segnò un intero periodo storico.

L’episodio più importante fu quello chiamato anche “la crisi dei missili” a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 del secolo scorso. Solo due anni dopo gli accordi di Helsinki che avrebbero dovuto portare alla stabilizzazione della distensione in Europa, l’Unione Sovietica decise di modernizzare il proprio arsenale con l’adozione e la costruzione, a partire dal 1977, dei missili SS20 dotati di testate nucleari e destinati, insieme ai bombardieri Backfire, all’Europa. Tale situazione determinò la risposta americana e già il 12 dicembre del 1979, la NATO decise di ampliare la propria gamma di armi atomiche e installare, nuove armi nucleari, cioè 108 missili Pershing II e ben 464 missili Cruise, in cinque paesi europei, ovvero Gran Bretagna, Germania Federale, Paesi Bassi, Belgio e Italia.

In questa situazione la sinistra europea si divise profondamente. Mentre le socialdemocrazie si schieravano per la fedeltà all’Alleanza Atlantica pur non rinunciando alla possibile trattativa, i partiti comunisti, la nuova sinistra ormai in smobilitazione e il mondo cristiano pacifista osteggiò l’iniziativa con manifestazioni e cortei.

Alla fine, l’emergere della Perestrojka e il tratto disarmista di Mikhail Gorbaciov che giunse al potere in URSS nel 1989, spinsero le allora superpotenze verso una soluzione negoziata del conflitto.

In realtà al netto della propaganda e della competizione per la supremazia a sinistra, le posizioni socialiste e comuniste in Italia non erano così lontane. Recentemente all’allora ministro della difesa socialista Lelio Lagorio è stato chiesto se fu mai un ripensamento della scelta missilistica? “Assolutamente no – risponde Lagorio -. L’unico che aveva qualche dubbio era proprio Bettino Craxi al quale non piaceva essere alla testa di una coalizione di riarmo. Era un uomo del centrosinistra avanzato ma non era un anticomunista. La sua tesi era: io non sono contro il Pci, voglio solamente che il PCI non comandi. Tra il riarmo e l’offerta di negoziato con l’Urss, Craxi avrebbe preferito sempre la seconda strada” Vedi https://www.leonardolibri.com/recensione.php?i=9560)

Allo stesso tempo il PCI, soprattutto dopo il golpe in Polonia, tentò in tutti modi di non sdraiarsi su una posizione filo-sovietica che era sostenuta – non solo all’interno del suo partito – da uno spezzone significativo di quel “movimento per la pace”.  Ed Enrico Berlinguer si spinse a sostenere che “la spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre era conclusa”.

Abbiamo segnalato questa vicenda, per molti versi assai lontana, perché taluni elementi di differenziazione all’interno del mondo progressista e di sinistra che abbiamo visto in relazione alla guerra in Ucraina, pensiamo potranno riproporsi  di fronte a una possibile escalation del riarmo (anche atomico) in Europa nei prossimi mesi e anni. La vera novità, oggi, è però il passaggio a una posizione sostanzialmente filo-putiniana di interi settori dell’estrema destra del Vecchio Continente.  E così se la Russia odierna non è più la potenza sovietica, allo stesso tempo non c’è più una vera cortina di ferro al centro dell’Europa. Ecco perché a sinistra un dibattito serio sulle alleanze e sulla difesa non può essere più rimandato.


Nucleare alla francese, un quadro a dir poco allarmante

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

I gestori delle centrali nucleari sottostanno all’obbligo di notifica per ogni evento in cui un impianto devia dal suo funzionamento previsto e la sua sicurezza è compromessa. La notifica viene in seguito esaminata dall’autorità nazionale di controllo (IFSN in CH, ASNR in FR, NRC in USA, ecc.) che classifica l’evento sulla scala internazionale degli eventi nucleari (INES) sviluppata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) insieme all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), scala che comprende sette livelli, da anomalia (INES 1) a incidente catastrofico (INES 7).

Il gestore del nucleare francese EdF, come spiegato nell’articolo “Nucleare francese alla deriva” pubblicato su laRegione del 20 gennaio 2024, è confrontato con seri problemi tecnici, organizzativi, di personale e, non da ultimo, economici. La sua sfida del momento, su cui sono puntati gli occhi del settore, è la messa in esercizio in Francia del reattore EPR, il fiore all’occhiello del nucleare europeo nato dalla collaborazione franco-tedesca siglata alla fine degli anni 80. Dopo l’abbandono dei tedeschi nel 2009, i tecnici francesi hanno messo in esercizio due di questi reattori in Cina seguiti da uno in Finlandia. Appare dunque molto strano che alla messa in esercizio del quarto reattore si possa incappare in errori grossolani come quello annunciato dall’autorità di sorveglianza ASN il 24/06/2024, quando il reattore è rimasto in servizio per giorni con tre dei quattro gruppi elettrogeni d’emergenza – quelli che in caso di assenza di alimentazione esterna, per esempio a causa di un fulmine, forniscono l’energia indispensabile al raffreddamento del nocciolo – indisponibili e senza alcuna segnalazione dell’anomala e pericolosa situazione agli operatori. Preoccupante è soprattutto il numero di questi eventi: nei primi sei mesi trascorsi dal giorno in cui è stato caricato il combustibile nel reattore si sono verificati ben quattordici simili anomalie che l’autorità ha classificato come compromettenti per la sicurezza (INES 1). A titolo comparativo, l’insieme dei reattori svizzeri ha totalizzato lo stesso numero di anomalie in ben sedici anni di servizio!

Framatome, il costruttore di EdF, nel suo sito afferma che “centinaia [al plurale!] di armadi pieni di apparecchiature elettroniche assicurano la sorveglianza del reattore”, ma purtroppo i fatti evidenziano che sulla qualità c’è ancora molto lavoro da fare. L’istituto di radioprotezione e di sicurezza nucleare IRSN ha comunicato che i test pre-operazionali sono iniziati nel marzo 2017: i test effettuati nei sette anni che hanno preceduto il carico del combustibile nel reattore avrebbero dovuto garantire l’assoluta affidabilità e efficienza dei sistemi di sicurezza, ma hanno evidentemente mancato l’obiettivo.

Venerdì 20 dicembre 2024 il generatore elettrico alimentato dall’EPR è finalmente stato connesso alla rete, dando inizio ai test di potenza. Che a questo stadio della messa in esercizio di un impianto di produzione si incontrino dei problemi è normalissimo, dopotutto i test servono a verificare che tutto funzioni come previsto. A stupire è l’incapacità di stimare la quantità di problemi presenti e il tempo necessario alla loro soluzione: il 15 febbraio l’EPR viene “spento” per risolvere alcuni problemi che si prevede di aver risolto per il 22 febbraio, quando si decide di rinviare la data d’avvio al 28 febbraio. Ma il 28 febbraio viene annunciato che i problemi saranno risolti solo entro il 30 marzo. Il 30 marzo però i problemi non sono risolti, e viene comunicata la data del 10 aprile. Anche questo termine non viene rispettato, e l’impianto tornerà finalmente in esercizio sabato 19 aprile dopo 63 giorni di attività per cui era prevista una settimana di lavoro.

A lasciare molto perplessi è anche il fatto che alcuni dei problemi riscontrati siano problemi conosciuti da tempo e mai veramente risolti, come ad esempio quello delle valvole di sicurezza del circuito primario, causa del fermo reattore del 19 giugno. Come confermato da un suo rapporto, l’IRSN (Istituto nazionale di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare) si occupava del problema già nel 2016, e due anni prima aveva definito la scelta tecnologica di EdF per queste valvole come “un passo indietro in termini di sicurezza rispetto alla progettazione dei reattori attualmente in funzione”. Dieci anni dopo, in un rapporto presentato da due esperti del settore all’ASN (l’autorità nazionale di controllo per la sicurezza nucleare), il problema delle valvole di sicurezza è uno dei cinque della categoria “problemi gravi e persistenti” dell’EPR, e la conclusione del rapporto non lascia dubbi: “Il funzionamento delle valvole del pressurizzatore è quindi ancora problematico.”, fatto purtroppo confermato dalla pratica con il reattore inoperabile dal 19 giugno.

Dopo un lungo silenzio, a fine luglio EdF non comunica una data per il riavvio, conferma però il raggiungimento della massima potenza entro la fine dell’estate, salvo poi correggere il tiro tre giorni dopo (1° agosto) comunicando che la massima potenza sarà raggiunta “prima della fine dell’autunno”.

Questo quadro a dir poco allarmante è anche frutto delle grandi pressioni politiche ed economiche esercitate su tutti gli attori coinvolti, compresa l’autorità di controllo. Pressioni che si giustificano sapendo che il costo previsto per il progetto nel 2006 era di 3.3 miliardi, mentre la Corte dei conti francese a inizio 2025 stimava i costi finali a 23.7 miliardi, sempre che il ritardo si fermi ai 12 anni cumulati sinora. Pressioni che potrebbero aver contribuito a mascherare problemi o a forzare certi compromessi, come alcuni casi eclatanti (vedi coperchio del reattore difettoso ma provvisoriamente in servizio) stanno a dimostrare.

Da chi gestisce una flotta di 56 reattori ci si dovrebbe poter aspettare un po’ più di onestà e professionalità.

Qui la versione dell’articolo con indicazione delle fonti (pdf)
Nell’immagine: mappa delle installazioni nucleari in Francia dal sito interattivo della rete “Sortir du nucléaire”


Gaza, i molti buchi del piano Trump

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Il piano Trump è come il formaggio svizzero: pieno di buchi che ognuno cercherà di tappare o ignorare a modo suo. Nell’infinita e forse infinibile contesa israelo-palestinese è sempre stato così. Perché né gli israeliani né i palestinesi rinunciano all’idea che lo spazio conteso fra Mediterraneo e Giordano sia casa loro. Tutto. Per entrambi qualsiasi concessione è provvisoria.

La catastrofe in corso è l’effetto imprevisto e indesiderato della rinuncia di Israele a considerare il fattore umano nell’equazione di Gaza. La ferocia esplosa il 7 ottobre, che ha sorpreso lo stesso Hamas, era anche figlia di decenni di vessazioni subite dai gaziani costretti in gabbia quali “bestie umane”. Molto di più: esprimeva la rivolta delle masse palestinesi che non ragionano secondo i parametri della diplomazia internazionale ma della propria storia e dei propri sentimenti.

Sull’altro fronte, altro che guerra di Netanyahu. Fino agli ultimi mesi, quando l’evidenza del genocidio è parsa innegabile anche a buona parte degli ebrei in patria e in diaspora, la grande maggioranza degli ebrei di Israele ha appoggiato la campagna militare voluta da Bibi anche contro l’opinione di capi dell’Idf e del Mossad. Per i quali una vendetta non è una strategia e può vendicarsi di chi l’azzarda.

Decine di migliaia di terroristi, tra cui donne, vecchi e bambini, sono stati uccisi dall’Idf a Gaza, mentre i coloni, protetti dai militari che dovrebbero controllarli, ne hanno profittato per accelerare l’espansione degli insediamenti cisgiordani. Caso mai qualcuno ancora pensasse a uno Stato palestinese.

Un sobrio bilancio evidenzia che a oggi Israele ha perso. Ha voluto perdersi. Perché ha accettato la guerra di Hamas, così elevato a marchio globale. Nel sentiero stretto che divide il genocidio dal suicidio, ovvero la guerra esterna contro i civili a Gaza dalla guerra civile fra tribù e poteri israeliani. Non si torna al pre-7 ottobre. La questione palestinese è diventata mondiale in odio a Israele. Trump lo ha detto a Netanyahu: «Bibi, Israele non può combattere il mondo». E il premier israeliano: «Sì, lo capisco». Non ci scommetteremmo.

Tre punti sembrano acquisiti. Primo. Hamas, che Bibi prometteva di liquidare sapendo di non poterlo fare, esiste e resiste a Gaza. Né intende disarmare. Perfino Trump ha invitato gli orfani di Sinwar a fungere da provvisori poliziotti nella Striscia. Prossimamente affiancati dai turchi, protettori di Hamas e “alleati” degli americani (ovvero di sé stessi), che dovrebbero avere il privilegio di muoversi nei tunnel tuttora in mano ai miliziani islamisti.

Secondo. Israele ha seriamente indebolito “l’asse della resistenza” gestito da Teheran per ritrovarsi alle porte di casa un avversario ben più potente. Altro che il “caro nemico” persiano. I turchi sono a distanza di cannone dalle avanguardie israeliane penetrate in Siria. Dalla moschea damascena degli Omayyadi a Damasco i più disinibiti fra gli artefici del nuovo impero turco guardano alla gerosolimitana al-Aqsa (parola di Bilal Erdogan, figlio del reis).

Terzo e decisivo. Israele sta cominciando a pagare il prezzo dell’errore compiuto elevando Hamas a minaccia strategica. Contro ogni logica, Netanyahu ha imposto a sé stesso e alle sue Forze armate di rispondere al 7 ottobre come se fosse un super-Kippur, l’ultima volta che Israele ha davvero rischiato la pelle. Quasi Sinwar potesse conquistare lui al-Aqsa. Quindi mano libera per trucidare tutti i gaziani che capitino a tiro. Così non solo ha compromesso la sua reputazione (sopportabile), ma il vitale sostegno americano (insopportabile). E lo sta pagando caro.


Perché la fame non è un danno collaterale

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

Di Anna Foa, La Stampa

Si parla molto di fame, in occasione dell’80° anniversario della FAO, celebrato a Roma con grande rilievo, alla presenza del presidente Mattarella e di papa Leone. Ambedue hanno posto l’accento sui “nuovi scenari di carestia” (Mattarella) e all’”uso della fame come arma di guerra” (papa Leone). E in effetti, la fame è stata protagonista nei mesi scorsi – e lo è ancora– di almeno uno degli scenari di guerra di questi nostri terribili tempi, Gaza, con il rifiuto israeliano di far entrare sufficienti rifornimenti per quella popolazione già decimata dalle bombe. E abbiamo visto le scene terribili dei civili che allungano una scodella per avere almeno un poco di cibo, mentre il cibo marcisce intatto ai confini della Striscia.

L’uso della fame nelle guerre e come arma della guerra stessa non è nuovo. In tutti gli assedi delle città, dal Medioevo fino alla seconda guerra mondiale, nelle città assediate si moriva di fame, e le leggende, o quello che vorremmo fossero solo leggende, ci parlano di cannibalismo, di bambini divorati dai genitori. È il “poscia più che ’l dolor poté il digiuno” di Dante, almeno in una delle sue interpretazioni. La fame accompagna la guerra, tanto è vero che appena soffiano venti di guerra che potrebbero sfiorarci svuotiamo subito gli scaffali dei supermercati. Di fame si parla molto nelle memorie della seconda guerra mondiale, anche se per molti era una fame temperata dal mercato nero. Ma i primi reduci dai campi nazisti si sentivano spesso rispondere da quanti avevano vissuto più o meno tranquilli nelle loro case che anche loro avevano fatto la fame. Poi c’è la fame del terzo mondo, pensate alla terribile carestia del Biafra, non proprio arma di guerra ma comunque indotta da una guerra e dai blocchi dei rifornimenti. E ancora, c’è la fame dell’Ucraina negli anni Trenta, l’Holodomor, quando i raccolti c’erano ma erano destinati al resto dell’URSS e agli affamati era addirittura proibito di andarsene dal Paese. Ma qui si è parlato, e a ragione, di genocidio.

E allora, se la fame è dietro di noi come realtà o come spettro, perché la carestia indotta in questi mesi da Israele, e pervicacemente negata dal governo di Bibi, ci ha fatto così impressione? Perché con la ripresa della guerra nel marzo del 2025 e il blocco quasi totale dei rifornimenti, quella carestia indotta, coi camion fermi dietro il confine, ha sollevato l’indignazione di popoli e governi? Cosa è cambiato che l’opinione pubblica, che nonostante tutto aveva visto i bombardamenti come parte dolorosa ma “normale” di una guerra, si sollevasse ora di fronte alla fame? Perché in Israele nelle manifestazioni di opposizione al governo apparissero sempre più spesso, accanto alle foto degli ostaggi, quelle dei bambini di Gaza denutriti?

Questa differenza di percezione rispetto a due modi diversi di infliggere la morte mi colpisce e non sono sicura di avere risposte. Forse perché la morte per fame colpisce prima i bambini ed è lunga e dolorosa. Forse è proprio il fantasma antico della carestia che ci terrorizza e forse è la sovrabbondanza dei cibi in questa nostra parte del mondo a renderci inspiegabile e particolarmente crudele la morte per fame. Mentre noi cerchiamo sempre nuove diete, loro muoiono letteralmente di fame. Forse è il nostro complicato rapporto col cibo, che oscilla fra anoressia e bulimia, a renderci inaccettabile quella morte.

Qualunque ne sia la ragione, chi fermava quei camion e impediva al cibo di raggiungere i suoi destinatari ha rapidamente compreso che, se con le bombe si poteva ancora parlare di “danni collaterali”, con la fame questo era impossibile, che la favola che si affamava un intero popolo per impedire ad Hamas di gestire gli aiuti era assurda. Ed allora si è semplicemente negato: “La fame non esiste, non c’è mai stata”. “Guardate come sono in carne, ” dicono le voci ciniche di chi è pronto ad usare il centimetro per misurare il deperimento dei palestinesi di Gaza. E intanto gli ospedali ci raccontano un’altra storia, ma si sa, i medici, anche in Europa, sono tutti pro Hamas.


No Kings, l’esperimento americano è in bilico su un baratro

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

Di Luca Celada, il manifesto

Sullo sfondo di un’escalation delle tensioni preparata con accuse di «sovversione interna» dagli strateghi della «rivoluzione conservatrice», milioni di americani hanno sfilato ieri in centinaia di città per ribadire il valore della rivoluzione originaria, quella che 249 anni fa ha incarnato la ribellione contro la corona inglese e dato vita all’esperimento americano.

Quell’esperimento, ha detto dal palco della manifestazione di Washington DC il senatore Chris Murphy, è oggi in bilico su di un baratro. «Non siamo sulla soglia di una presa di potere autoritaria, ci siamo nel pieno», ha detto Murphy.

«La nostra democrazia corre un grave pericolo. Può ancora essere salvata, ma vi comunico che non sta venendo nessuno in nostro soccorso, né istituzioni, né regole o forze esterne. Sta solo a noi mobilitarci», ha aggiunto il senatore, ricordando alla folla che Donald Trump sta seguendo un progetto dettagliato di smantellamento progressivo della maggiore democrazia occidentale.

MURPHY HA PARLATO dell’attuale scontro parlamentare sull’approvazione della manovra Trump che ha prodotto la paralisi del governo. «Come democratici non voteremo mai per una legge che non metta un serio freno alla prevaricazione anti democratica di Donald Trump».
L’affermazione ha evidenziato uno degli obbiettivi della mobilitazione coalizzata attorno allo slogan «nessun re»: quello di creare un fronte unitario capace di riattivare voti di trumpisti pentiti e del grande bacino di assenteismo su cui è stata predicata l’ascesa della destra populista. Il progetto ha avuto ieri con la mobilitazione di piazza una tappa necessaria ma non da sola sufficiente. Un eventuale successo implica una saldatura con una leadership politica efficace, capace di tradurre l’energia delle piazze in strategia politica.

Questo 18 di ottobre ha riunito più persone di sempre nella storia Usa. Abbiamo respinto il diritto divino nel ’700, non intendiamo estenderlo ai nuovi oligarchi

Bernie Sanders

Lo sguardo è quindi puntato alle elezioni midterm nella consapevolezza il progetto Maga sta già abbordando la fase apertamente intimidatoria per sopraffare il processo elettorale, come accaduto già otto anni fa – stavolta con un intervento aggressivo sulla modifica dei collegi elettorali, una battente propaganda sui «brogli» dei democratici e lo stanziamento preventivo di truppe nelle città.

L’AUTO-INVASIONE paramilitare è stato un tema ricorrente della giornata. «Immaginate agenti federali ai comandi di elicotteri black hawk all’attacco di case popolari di Chicago», ha detto il senatore della Georgia, Rafael Warnock nel suo comizio ad Atalanta, riferendosi ad un episodio avvenuto della città dell’Illinois. «La nostra generazione dovrà fare ammenda non solo per le azioni violente a parole caustiche dei malvagi, ma per il silenzio e l’ignavia dei giusti».

Ognuno delle migliaia di discorsi profferiti ha dato la misura della dissociazione di una democrazia ormai solo parzialmente operativa, in cui soprusi fino a poco fa inimmaginabili sono ormai all’ordine del giorno. Abilitato da una Corte suprema promotrice della «reinterpretazione» dell’«esecutivo plenipotenziario», Donald Trump si muove ormai senza più alcuno scrupolo costituzionale. Con truppe pretoriane dislocate nelle “città nemiche” alza ora il tiro sulla magistratura, stringe su libertà di espressione, persegue apertamente i nemici politici ed estorce sottomissione da aziende e università governando con decreti presidenziali alla stregua di proclami reali.

Nel frattempo, procede la pulizia etnica della «grande deportazione», l’attacco frontale investe le istituzioni culturali col dilagante revisionismo storico e lo smantellamento del complesso culturale scientifico che è stato colonna portante dell’identità e del soft power americano. «Stiamo affrontando la potenziale fine della nostra Repubblica», ha affermato Bill Nye – popolare divulgatore scientifico e veterano delle proteste che fermarono la guerra in Vietnam. «Dobbiamo fermare gli abusi si questo presidente petulante e la sua cerchia di tirapiedi».

COME MOLTI ALTRI, il suo intervento ha sottolineato la congiuntura esistenziale ed identitaria in cui si trova il paese, travolto da un regime deciso a deviarlo radicalmente dal progetto multiculturale e almeno formalmente inclusivo su cui lo aveva portato 60 anni fa il movimento dei diritti civili. Dietro alla figura carismatica di un demagogo opportunista, una coalizione suprematista, integralista ed oligarchica sta portando a termine un piano per modificare nel profondo l’ordine simbolico prevalente, non solo da Martin Luther King, ma da Franklin Roosevelt e in ultima analisi da Lincoln.

«Questo 18 di ottobre del 2025», ha detto Bernie Sanders che ha chiuso il comizio davanti alla Casa bianca, «ha riunito più persone di sempre nella storia d’America». «Assistiamo oggi ad una classe di miliardari che credono di avere il diritto divino di governare senza contrappesi al loro potere», ha detto il senatore del Vermont ricollegandosi anche lui alla storia nazionale di cui il movimento vuole riappropriarsi. «Abbiamo respinto il diritto divino dei monarchi nel 1700, non abbiamo certo intenzione di estenderlo oggi ai nuovi oligarchi».

Nell’immagine: i manifestanti mentre marciano verso il National Mall durante la protesta “No Kings” a Washington, sabato 18 ottobre 2025.


“Oh Budapest, mia cara” – Il vertice Putin-Trump” e i timori di Zelensky

Il genero di Donald Trump non ha alcun ruolo ufficiale per Gaza ma influenza il Medio Oriente con miliardi di dollari 

Due mesi dopo la ‘farsa’ di Anchorage (Putin trionfante, Trump non pervenuto), la telefonata arriva stavolta da Mosca. Ora è lo zar a chiedere udienza al tycoon. Sessanta giorni sono bastati per correggere la mappa geopolitica, almeno in apparenza la leadership statunitense si è rafforzata, con la cosiddetta “pace di Gaza”.

In realtà, per ora è solo una tregua. Preambolo di che cosa si deve ancora capire. Ma è quanto basta: sia per fermare il massacro dei civili dell’enclave palestinese, sia per inscenare la glorificazione del capo della Casa Bianca. Che  (forte del suo indispensabile aiuto militare ed economico allo Stato ebraico) ha bruscamente imposto a Netanyahu il cambio di passo: ritiro parziale di Tsahal (che si terrà comunque una buona fetta della Striscia) e dunque fine della guerra genocida (ha solo “esagerato” nella vendetta per le vittime del “7 ottobre”, hanno ripetuto ostinatamente di Bibi i governi europei); e sull’altro fronte rapido disarmo di Hamas, a cui la Casa Bianca concede però temporaneamente l’incarico di “polizia di Gaza”, che non significa semplicemente… dirigere il traffico. Rimangono le infinite incognite per la concretizzazione del piano di pace, che ora è più che altro un manifesto di buone intenzioni, col gran difetto di essere state stilate e accettate da mezzo mondo (anche dagli arabi sunniti “realisti”) ma con l’esclusione di rappresentanti palestinesi.

Nulla però che annulli al Cremlino l’impressione che il ‘nuovo clima’ internazionale, più favorevole all’uomo della Casa Bianca, meriti una risposta. Ecco perciò la ricerca di una mossa che rimetta in gioco lo zar di Mosca. Non solo furbizia, ma anche necessità di cancellare la “delusione” nei confronti di Putin che più volte l’interlocutore americano ha ribadito negli ultimi mesi e, soprattutto, che ha riavvicinato a Kiev i recalcitranti americani. Fino a convincerli che l’Ucraina possa “meritare” la consegna dei missili americani a lunga gittata BGM-109 Tomahawk, in grado di colpire in profondità bersagli russi: “bersagli soltanto militari e non civili”, ha assicurato Zelensky. In realtà a Washington hanno sempre giudicato questa ipotesi troppo rischiosa, perché ne deriverebbe una sicura escalation fra Usa e Russia. Ma è stata sufficiente l’ipotesi che Trump potesse soddisfare la richiesta di Zelensky per indurre Mosca a proporre il secondo summit Putin-Trump. E al più presto. Da qui il cortese invito a Budapest.

Scelta non casuale quella della capitale magiara. L’Ungheria è la nazione UE più filo-russa e più polemica nei confronti di Bruxelles, il che non dispiace affatto ad entrambi i protagonisti del prossimo vertice. Storicamente, poi, fu a Budapest, nel 1994, che l’Ucraina (dopo aver consegnato a Mosca il suo ragguardevole arsenale atomico) ottenne dagli Stati Uniti di Bush padre ma anche dalla Russia di Eltsin un ‘memorandum’ in cui Mosca, Washinton, e altre capitali occidentali si impegnavano a garantire a Kiev l’indipendenza e la piena integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini post-sovietici. Memorandum presto violato, e a più riprese, da Putin: già nel 2014 con l’annessione russa della Crimea, negli anni successivi con l’aiuto militare di Mosca agli indipendentisti russofoni del Donbas, e quattro anni fa dall’invasione militare dell’Ucraina.

Contrariamente a quanto avvenuto due mesi fa in Alaska, è difficile immaginare che stavolta il presidente americano torni a Washington a mani vuote. Sarebbe uno sgarbo intollerabile per Donald Trump, convinto di poter accrescere i tanti e presunti allori del suo profilo pacifista. Sul tavolo di Budapest c’è la richiesta americana dell’immediato cessate il fuoco lungo le attuali linee della guerra, in cambio del probabile riconoscimento dell’autorità russa sui territori del Donbas, finora conquistati o ancora da conquistare militarmente. Inoltre, la speranza russa dell’avvio di una nuova stagione di scambi commerciali e di collaborazione economica. Infine, sempre nelle aspettative di Putin, l’inizio di un processo negoziale con gli Stati Uniti per un regolamento più generale della stabilità in Europa, che tenga conto della Russia come nazione imperiale e di pari dignità con l’Occidente, e non quella “piccola potenza regionale”,  classificata da Obama. Insomma, la “nuova Yalta” di cui si è molto discusso col ritorno di Trump alla Casa Bianca.

E qui si innestano i nuovi timori di Kiev. Soprattutto quello di dover rinunciare agli armamenti americani che avrebbero anche dovuto consolidare la posizione personale così di Zelensky prima dell’eventuale trattativa diretta con Putin. Per il presidente ucraino l’annuncio del summit di Budapest a poche ore dal suo arrivo negli Stati Uniti non è stata affatto una bella notizia. Infatti il pranzo di lavoro alla Casa Bianca ha confermato che (per ora) i Tomahawk rimangono negli arsenali Usa. In base agli umori cangianti e imprevedibili di Trump, il presidente ucraino potrebbe ritrovarsi “senza carte”. Quelle parole-incubo che il tycoon martellò durante il famoso e infausto incontro nello studio ovale, alla fine dello scorso febbraio. Alla stampa l’uomo di Kiev ha infine dichiarato di “fidarsi di Trump” il pacificatore. Tutti hanno capito che è un uomo sincero.