L’attentato a Sigfrido Ranucci, la solidarietà e l’ipocrisia

Lo stile è quello mafioso. E i mandanti chi sono? 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Ci mancava l’attentato a Sigfrido Ranucci a rendere ancora più rovente il clima politico-sociale italiano. Un chilo di esplosivo fatto esplodere di notte davanti alla casa del giornalista a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, alle porte di Roma, è il “regalo” fatto da ignoti criminali al conduttore della trasmissione di Raitre “Report”. Un avvertimento in perfetto stile mafioso, che per fortuna non ha avuto conseguenze tragiche. Erano le 22.17 del 16 ottobre quando un boato ha rotto il silenzio attorno alla villetta di Ranucci, facendo saltare in aria la sua auto e quella della figlia, parcheggiate accanto al cancello d’ingresso.

Ranucci, punta di diamante del giornalismo italiano d’inchiesta, dal 2020 vive sotto scorta, il grado di protezione più alto, ossia è accompagnato da agenti armati durante tutti i suoi spostamenti, dopo essere stato “sotto tutela” (grado di protezione di livello più basso) dal 2009. «Quello di stanotte è stato un salto di qualità preoccupante perché proprio davanti a casa, dove l’anno scorso erano stati trovati dei proiettili», ha detto subito dopo l’attentato. «C’è una lista infinita di minacce, di varia natura, che ho ricevuto e di cui ho sempre informato l’autorità giudiziaria e di cui i ragazzi della mia scorta hanno sempre fatto rapporto. Io comunque mi sento tranquillo, nel senso che lo Stato e le istituzioni mi sono sempre state vicine in questi mesi».

Già dalle prime ore del giorno dopo, com’era prevedibile, è stato un susseguirsi di dichiarazioni di solidarietà dal mondo istituzionale e politico: presidente della Repubblica, presidenti del Senato, della Camera e del Consiglio, ministri, segretari di partito. Un coro unanime da destra, centro e sinistra che nasconde, nella realtà, una profonda ipocrisia. Perché Ranucci è da anni al centro di un sistematico attacco da parte di alcuni esponenti politici che lo accusano di fare un “giornalismo da teorema”. Gli stessi che ora gli manifestano solidarietà.

Indagare dove gli altri tacciono, mettere a nudo i diabolici intrecci tra politica, imprenditoria e malavita organizzata. Senza guardare in faccia nessuno. Ciò dà fastidio a molti, nel Palazzo e fuori, ma è l’essenza, la missione del giornalismo “cane da guardia del Potere”. Fedele a un metodo d’inchiesta rigoroso e documentato, Ranucci nel corso della sua carriera ha accumulato 178 tra querele, denunce e richieste di risarcimento danni. Tutto finisce quasi sempre con archiviazioni e assoluzioni.

Tra cause pendenti o concluse meritano di essere ricordate quelle del presidente del Senato Ignazio Benito La Russa (sì, la seconda carica dello Stato che con orgoglio tiene in casa il busto di Mussolini) e dei di lui figliuoli; del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso; del leghista Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze, e della sua famiglia (moglie e cognata); del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri; della ex-compagna di Silvio Berlusconi, la deputata di Forza Italia Marta Fascina (sì, colei che detiene il record di assenteismo alla Camera, 98 per cento!); della senatrice di Fratelli d’Italia Isabella Rauti, sottosegretaria alla Difesa (figlia d’arte, cioè del defunto missino Pino Rauti, e già moglie di Gianni Alemanno, ex-ministro ed ex-sindaco di Roma attualmente nelle patrie galere); della senatrice di Fratelli d’Italia Daniela Santanché, ministra del Turismo (sì, quella che è sotto inchiesta della magistratura per truffa ai danni dello Stato!).

Da registrare, nel giugno 2024, un’azione legale senza precedenti nella storia del giornalismo: un intero partito, Fratelli d’Italia, come persona giuridica, ha citato in giudizio “Report” e l’inviato Giorgio Mottola per l’inchiesta denominata “Mafia a tre teste”, chiedendo 50.000 euro di risarcimento.

Il povero Ranucci, perseguitato da dossieraggi e infondate denunce anonime, deve tenere a bada anche i contrasti interni alla RAI: nel giugno 2025, dopo 27 anni in azienda, ha denunciato di aver ricevuto un provvedimento disciplinare da parte dell’amministratore delegato e del direttore Risorse umane. I motivi? Partecipazioni a trasmissioni esterne, interviste e presentazioni di libri senza autorizzazione esplicita, secondo la contestazione.

In questo quadro di delegittimazioni non potevano mancare le audizioni parlamentari. In varie occasioni Ranucci è stato convocato dalla Commissione di vigilanza RAI per rispondere di contenuti, modalità d’indagine e trasparenza, con l’implicito richiamo al pluralismo. Queste audizioni testimoniano una dialettica perversa, dove la pressione politica e “il richiamo al pluralismo” vengono usati come leve per controllare e condizionare. Lui, ne è uscito sempre a testa alta, riaffermando la correttezza del suo lavoro e il pieno rispetto delle regole.

Dopo l’attentato il mondo dell’informazione ha reagito con un’ondata di solidarietà non formale, segno che il giornalismo non è morto, ma continua ad essere un pilastro della vita democratica. Sigfrido Ranucci, se già non lo fosse, è diventato il simbolo di un giornalismo che non molla di fronte alle intimidazioni. Rimane però una domanda di fondo: fino a che punto può spingersi il giornalista che racconta con onestà, se la sua sicurezza personale, il potere politico e le regole aziendali si frappongono tra la verità e il pubblico?

In una democrazia matura la risposta dovrebbe essere scontata: non arretrare mai. Sicuramente Sigfrido non arretrerà. Come vedremo nella prima puntata del nuovo ciclo di “Report”, in programma domenica 26 ottobre prossimo. Siamo tutti con lui.

Nell’immagine: #giùlemanidareport


Libertà di stampa

Lo stile è quello mafioso. E i mandanti chi sono? 


Anche i morti palestinesi sono merce di scambio

Lo stile è quello mafioso. E i mandanti chi sono? 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Heba Jabr non ha più notizie del figlio da quasi due anni. Come decine di altre persone, attende da giorni all’ospedale Nasser di Khan Yunis l’esito degli esami sui corpi di 120 palestinesi riportati a Gaza, uccisi dall’esercito israeliano o deceduti in circostanze mai accertate in campi di prigionia come Sde Teiman. «Sono venuta per avere delle risposte» ha detto la donna ad Al Jazeera «ho il diritto di sapere se mio figlio è vivo o morto. Ho chiesto ovunque di aiutarmi a trovarlo, senza risultato. È un anno e mezzo che non so più nulla di lui». Heba Jabr rappresenta l’altra faccia degli accordi per la restituzione dei prigionieri morti delle due parti: quella dei palestinesi scomparsi nel nulla in questi ultimi due anni, una vicenda che non trova spazio nei media internazionali, impegnati invece a riferire della tensione che rischia di far saltare la tregua a Gaza, causata dai 19 corpi di ostaggi israeliani che Hamas non ha ancora consegnato (il movimento islamico afferma di non conoscere con certezza il luogo della sepoltura).

In base all’accordo di cessate il fuoco, Israele deve restituire i corpi di 15 palestinesi per ogni israeliano deceduto e rimpatriato. I medici palestinesi continuano a esaminare i resti restituiti dopo la tregua: 32 corpi non sono stati identificati. Le famiglie non sono in grado di riconoscere i loro cari. «A causa del loro pessimo stato, i cadaveri non sono stati conservati nel modo giusto. E qui non abbiamo le apparecchiature per effettuare l’esame del Dna, Israele non ha mai autorizzato il loro ingresso a Gaza» ha spiegato ai giornalisti di Gaza il dottor Ahmed Thair, direttore del reparto di medicina legale dell’ospedale.

La maggior parte dei corpi giunti al Nasser indossa abiti civili, alcuni invece uniformi e probabilmente sono uomini di Hamas uccisi in combattimento. Altri, denunciano i palestinesi, sono bendati, ammanettati e ustionati. Ad altri ancora mancano arti o denti. «Ci sono segni di tortura ed esecuzioni sommarie» dice Sameh Hamad, della commissione incaricata di ricevere i corpi.

Israele consegnerà altre salme, ma non è noto quante siano ancora in suo possesso. Non è chiaro, peraltro, se i corpi riportati a Gaza siano stati dissotterrati dai cimiteri dall’esercito israeliano durante l’offensiva di terra o se appartengano a palestinesi morti in detenzione. Negli ultimi due anni le forze armate israeliane hanno riesumato a Gaza, anche nei pressi del Nasser, decine di corpi nel corso delle ricerche degli israeliani presi da Hamas nell’attacco del 7 ottobre 2023.

Il sequestro dei corpi di centinaia di palestinesi morti non è una novità, ma resta nell’ombra da decenni. Questa politica ha portato alla creazione dei cosiddetti «cimiteri dei numeri», ossia luoghi dove vengono sepolti cadaveri non identificati e contrassegnati da un numero. Molti altri corpi sono trattenuti negli obitori. Tra questi vi è quello di Walid Daqqa, palestinese con cittadinanza israeliana, deceduto in carcere il 9 aprile 2024 dopo 38 anni di detenzione (era accusato di aver partecipato all’uccisione di un soldato israeliano negli anni ’80), che le autorità non hanno ancora consegnato alla famiglia. «Tutte le petizioni che abbiamo presentato alla Corte suprema non sono servite a nulla, le autorità continuano a non comunicare la data in cui daranno alla famiglia il suo corpo, nonostante Walid Daqqa fosse un cittadino israeliano» dice al manifesto l’avvocata per i diritti umani Nadia Daqqa, parente del prigioniero deceduto.

Questa pratica, ricordano i palestinesi, ha raggiunto il suo apice durante la Seconda Intifada (2000-2005), quando Israele iniziò a trattenere i corpi di coloro che avevano compiuto attacchi suicidi. «Cessò nel 2008, per poi riprendere nel 2015 con la cosiddetta Intifada di Gerusalemme, quando furono attuate misure punitive che includevano demolizioni di case, il sequestro dei corpi e restrizioni ai funerali. Sino a oggi abbiamo documentato 380 casi» dice Hussein Shujaiya, coordinatore della Campagna per il Recupero dei Corpi dei Martiri Palestinesi. «La nostra iniziativa – aggiunge Shujaiya – grazie ad azioni legali ha permesso a diverse famiglie di recuperare i corpi dei propri cari dopo anni». Tuttavia, conclude, «ciò non basta. Le nostre ricerche ci hanno permesso di determinare che almeno 735 corpi sono sparsi tra i cimiteri dei numeri e gli obitori. Tra questi, dieci donne e 67 minori».

Nell’immagine: corpi di prigionieri palestinesi


Ma la vera partita è tra Usa e Cina

Lo stile è quello mafioso. E i mandanti chi sono? 

Di Bill Emmott, La Stampa

Donald Trump ha incontrato molte più difficoltà nel porre fine alle guerre in Ucraina e a Gaza di quanto avesse dichiarato durante le elezioni, e nondimeno potrebbe scoprire di sentirsi molto più a suo agio cimentandosi con i conflitti militari altrui che con le guerre commerciali che ha scatenato l’America stessa. Se mai avrà luogo il suo incontro a Budapest con Vladimir Putin, è probabile che sarà meno deleterio per l’immagine di negoziatore supremo che il presidente americano ha di sé rispetto al confronto con il presidente cinese Xi Jinping che dovrebbe svolgersi in Corea del Sud il 29 ottobre. La guerra commerciale dell’America con la Cina, infatti, si sta inasprendo e la Cina è in una posizione di vantaggio.

Tra come Trump deve gestire la Cina e il presidente Xi e come affronta tutti gli altri leader politici, Putin incluso, vi è una differenza sostanziale. Con gli altri leader, specialmente quelli europei come Emmanuel Macron, Keir Starmer e Giorgia Meloni, Trump si sente forte e li percepisce deboli, perché l’America ha un’economia e un apparato militare forti che loro non hanno. Con la Cina, invece, è alle prese con un Paese molto più potente del suo che non teme di usare la propria forza. I bulli preferiscono sempre combattere contro i deboli, più che contro altri bulli. Naturalmente, Putin è un bullo, un maestro nell’arte di lusingare Trump, e a nessun presidente americano piace correre il rischio di ritrovarsi in un conflitto nucleare, nemmeno contro una Russia indebolita. In definitiva, però, Trump sa di possedere strumenti – in primo luogo la minaccia di fornire all’Ucraina i missili “cruise” a lunga gittata – con i quali esercitare pressioni su Putin, se scegliesse di farlo. Con la Cina, è il presidente Xi ad avere molti più strumenti potenti. La guerra commerciale tra le due economie più grandi del mondo – che, a seconda di come viene misurato, hanno un Pil combinato pari al 40-45 per cento del totale mondiale – sobbolle in modo latente da quando Trump ha applicato alti dazi alle importazioni dalla Cina durante il suo primo mandato, decisione a cui Pechino ha risposto con dazi propri. Quella guerra commerciale, tuttavia, non ha danneggiato il resto del mondo, in quanto si è focalizzata esclusivamente sugli scambi commerciali diretti tra Stati Uniti e Cina, il che implica che molti affari sono stati dirottati verso altri Paesi. La guerra commerciale in corso adesso, invece, in verità rischia di arrecare danni all’intera economia mondiale, perché il campo di battaglia si è spostato dai dazi bilaterali ai controlli sulle esportazioni di minerali indispensabili, dai quali dipendono i produttori di tutto il mondo.

Il problema di fondo è un problema di dipendenza, anche se la sua origine va fatta risalire ai bassi costi e alla disponibilità a sopportare l’inquinamento. Nelle sue “terre rare”, corrispondenti a circa il 70% delle terre rare estraibili del pianeta, la Cina ha un’arma vera e propria: si tratta di materiali fondamentali per produrre magneti, batterie, semiconduttori e altri strumenti di alta tecnologia. Oltre a ciò, e forse addirittura più importante, alla Cina si deve circa il 90% della lavorazione di quei minerali. Si stima che, grazie alle forniture poco costose di questi materiali, la produzione cinese di magneti di alta qualità rappresenti il 93% dell’intera produzione globale. Insomma, dipendiamo tutti moltissimo dalle forniture cinesi, sia in Europa sia – con conseguenze importanti per la guerra commerciale – negli Stati Uniti. Questa dipendenza non deve essere necessariamente prolungata: si tratta infatti di materiali specifici, ma non così rari. Estrarli e lavorarli, però, è costoso e ha conseguenze deleterie sul piano ambientale. Proprio per questo, in un libero mercato globale, gli acquirenti hanno scelto di rifornirsi dalla Cina, dove i costi sono bassi e il danno ambientale è più facilmente ignorato, rispetto a investire in nuove miniere e impianti di lavorazione in Europa, America Settentrionale o altrove.

Un passo alla volta, quest’anno la Cina ha annunciato che imporrà controlli sulle esportazioni di questi minerali indispensabili e questo mese ha annunciato che tali controlli saranno estesi a una più ampia gamma di minerali e perfino a prodotti che ne contengono soltanto una quantità esigua. Questi controlli varranno per tutti, forse per far sì che molti Paesi si innervosiscano con Trump per aver scatenato questo conflitto. Trump ha reagito minacciando un aumento del 100% sui prodotti cinesi, se si manterranno i controlli sulle esportazioni dalla Cina. È plausibile che le pressioni dei produttori americani lo faranno desistere: le loro catene di approvvigionamento, infatti, dipendono troppo dai minerali cinesi per far loro rischiare un blocco duraturo. In verità, se la guerra commerciale tra Usa e Cina dovesse degenerare, saranno entrambe le parti a subirne le conseguenze: i costi in America aumenteranno e alcuni impianti di produzione rischieranno addirittura di chiudere i battenti; i minatori e i produttori cinesi perderanno vendite di prodotti per l’esportazione. Quanto più durerà il blocco delle esportazioni, tanti più investimenti andranno in Australia, America Latina per sviluppare catene di rifornimento alternative, e questo comprometterà il monopolio a lungo termine della Cina. Insomma: dal summit tra Xi e Trump in Corea del Sud o poco dopo dovrebbe emergere una forma di armistizio.

Il nocciolo più importante della questione non è il risultato in sé: è che in questa guerra commerciale stiamo assistendo a un incontro di wrestling tra due pari nel quale tutti noi siamo semplicemente spettatori. Forse, la Cina non è ancora allo stesso livello dell’America come potenza militare, ma in termini di potenza economica lo è. Questo spiega perché la Cina è stata l’unico Paese a dimostrarsi determinato a vendicarsi dei dazi di Trump in modo serio: a differenza dell’Unione europea, ha il potere di farlo ed è abbastanza resiliente in termini politici da assorbirne i costi potenziali. La politica europea è troppo fragile – come dimostra quotidianamente quello che sta accadendo in Francia – e ha troppo bisogno del supporto americano in Ucraina per rischiare una guerra commerciale.

Se arriverà, un armistizio commerciale tra Stati Uniti e Cina sarà notizia ben gradita. In ogni caso, faremmo bene a riflettere sulle possibili implicazioni di questi due pari che lottano tra loro e pongono soluzione a questa lotta a colpi di accordi. La prima implicazione è che, se riuscirà a usare i suoi controlli sulle esportazioni per costringere Trump a cedere, la Cina potrebbe poi essere tentata dall’idea di mostrare i muscoli altrove, per mettere alla prova la determinazione di Trump, nello specifico nelle Filippine, a Taiwan e nei controlli sul Mar Cinese Orientale e Meridionale. E questo rischierebbe di scatenare un pericoloso conflitto militare.

La seconda implicazione, tuttavia, è che Trump potrebbe giungere alla conclusione di dover fare concessioni alla sua potente controparte cinese nelle Filippine o, più tragicamente, per quanto riguarda la sovranità di Taiwan, al solo fine di servire gli interessi americani e il proprio tornaconto personale. Questo, naturalmente, potrebbe danneggiare tutti i Paesi che dipendono da quel terzo dei commerci globali che passa dal Mar Cinese Meridionale. Le poste in gioco in Ucraina sono enormi, come il prezzo di una pace favorevole alla sovranità ucraina. Al tempo stesso, però, i pericoli derivanti da un conflitto tra Usa e Cina sono altrettanto giganteschi. Il mondo intero terrà gli occhi puntati sul summit tra Putin e Trump a Budapest. È verosimile, in ogni caso, che il summit tra Xi e Trump sia altrettanto importante. Forse, di più.


Cosa succederebbe se Putin morisse? Proviamo a ricordare cosa accadde con Stalin

Lo stile è quello mafioso. E i mandanti chi sono? 

Di Julius Fritzke, La Repubblica

Ekaterina Schulmann è una delle più note politologhe russe. È specializzata nei processi legislativi in Russia e studia i meccanismi decisionali nei regimi autoritari. Nell’aprile del 2022, a causa della guerra in Ucraina si è trasferita a Berlino dove, accanto ad altri impegni, tiene lezioni presso la Freie Universität. Il suo canale YouTube conta 1,2 milioni di iscritti.

Tre anni e mezzo fa, la Russia ha invaso l’Ucraina. Le conseguenze economiche e le perdite umane sono enormi. Come può il sistema di Putin continuare a funzionare nonostante tutto questo?

“La Russia è una cosiddetta autocrazia personalistica. Tutto il potere è concentrato nelle mani di un singolo leader e della sua cerchia ristretta. Non ci sono istituzioni politiche e regole chiare, solo consultazioni personali. Le autocrazie, soprattutto nella loro forma personalistica, sono sistemi molto primitivi. Alcuni politologi le considerano lo Stato naturale e primordiale dei sistemi politici. Se non si interviene, il potere si concentra nelle mani di pochi. Altri sistemi, ad esempio le democrazie, non sono naturali. Perché richiedono impegno”.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questi sistemi?

“Le autocrazie personaliste sono maledette. La stabilità e la funzionalità del sistema dipendono da una sola persona, non dalle regole. Per le autocrazie, questa concentrazione di potere è sia un punto di forza che di debolezza. Quando non ci sono più misure correttive, nessuno mette in discussione le decisioni della leadership. L’ambiente diventa malleabile, si adatta ma non oppone più resistenza. Questo rende il regime molto flessibile e gli consente di continuare a funzionare anche in tempi di crisi. Il rovescio della medaglia, tuttavia, è che vengono prese decisioni stupide o disastrose, e anche in quel caso nessuno si oppone. Questo rende pericolosa l’autocrazia russa. Non ha freni”.

Come convivono le persone con un sistema del genere?

“Qualunque sia la decisione presa, la gente sospira un po’, poi riflette su come adattarsi, come guadagnare denaro ed evitare conseguenze personali. I russi sono molto adattabili. E lo è anche il sistema, perché nelle sue decisioni non è sottoposto ad alcuna limitazione. A differenza dell’Unione Sovietica, non ha nemmeno un’ideologia né principi o responsabilità nei confronti degli elettori, come in una democrazia. Il sistema è nichilista e può dire e fare ciò che vuole. L’autocrazia di Putin ha un solo obiettivo: mantenere il potere”.

Allora, perché la guerra?

“La stampa occidentale afferma spesso che Putin intende restaurare l’Unione Sovietica, oppure che è pazzo. Nient’affatto. Putin scatena le guerre quando la sua popolarità cala. È stato così in Georgia nel 2008, in Crimea nel 2014 e di nuovo nel 2022. In questo modo dà un nuovo impulso al sistema e crea un diversivo. Ma l’ultima avventura di Putin in politica estera si è rivelata il tipico passo falso di un’autocrazia. Una guerra di questa portata non era stata affatto pianificata. Era stata concepita come un’‘operazione speciale’. Da qui il nome. Doveva essere come la Crimea nel 2014: breve, con il minimo spargimento di sangue, trionfale. Ma gli si è completamente ritorta contro”.

Perché, nonostante tutto, i russi continuano a sostenere questa decisione?

“Il primo motivo è che predomina la convinzione che il dissenso o la protesta possano essere pericolosi o addirittura letali e, oltre a questo, non portino a nulla. Il secondo motivo è che le persone ricevono moltissimi soldi e agevolazioni sociali se forniscono carne da cannone allo Stato. Le famiglie povere capiscono di poter scambiare un padre magari inutile con uno status materiale e sociale significativamente migliore. In caso di morte, sono previsti cospicui risarcimenti in denaro. La povertà della Russia diventa quindi la ricetta per il successo del sistema”.

Il Levada Center, un istituto di sondaggi considerato indipendente, rileva regolarmente che il 70-80% dei russi sostiene Putin. Come possono essere così alti questi numeri?

“La guerra ha messo in circolazione molto denaro, che ha surriscaldato e mandato fuori giri l’economia. Allo stesso tempo, la macchina della repressione e della censura funziona a pieno regime, un fattore che l’Occidente sottovaluta. Quando si chiede alle persone se sostengono Putin, molti rispondono affermativamente. È l’opzione più sicura. La terza ragione è che molti russi semplicemente non hanno più una propria opinione. Quando gli viene chiesto, non provano nemmeno a capire quale sarebbe la loro opinione. Si domandano: qual è la risposta corretta? Il sistema è riuscito a privare le persone delle loro opinioni”.

Putin ha ormai settantadue anni. Può ricorrere a tutti i ritrovati della medicina moderna per prolungare la sua vita, ma non è immortale. Cosa succederà dopo Putin?

“Molti pensano che dopo la dipartita di Putin gli subentrerà semplicemente un successore. Ma un secondo Putin è improbabile. L’entità del potere di cui dispone l’attuale presidente non può essere trasferita a un singolo individuo. Più a lungo rimarrà in carica, più ciò diventerà impossibile. Dopo Putin, le sue regole scompariranno e il Paese sprofonderà nell’incertezza. È probabile che si verifichino scontri all’interno dell’FSB [acronimo di Federal’naja Služba Bezopasnosti, “Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa”, n.d.t.], perché la polizia segreta russa detiene un potere enorme, è sotto il controllo di Putin ed è l’unica istituzione politica che non è stata completamente destrutturata. Inoltre, élite regionali e gruppi armati potrebbero prendere il potere in determinate aree. La Russia è uno Stato multietnico, il che lo rende instabile. Le regioni autonome abitate da tatari, jakuti o ceceni si riapproprieranno di competenze che in uno Stato federale sarebbero comunque spettate a loro. Del resto, i cambi di potere spesso segnano la fine delle guerre, come è accaduto in Afghanistan e in Corea”.

Putin sta cercando di indottrinare le giovani generazioni. Educazione patriottica negli asili e nelle scuole, campi militari estivi. Cosa succederebbe se Putin riuscisse a far crescere un’intera generazione a sua immagine?

“Putin non ha un’ideologia, anche se dà l’impressione che ne abbia una. L’ideologia limita il potere. Se esistono norme, allora sono in una certa misura vincolanti. Il sistema di Putin, invece, intende essere flessibile. Ora, però, è eccessivamente flessibile, praticamente invertebrato. Ciò che viene realmente instillato nei bambini negli asili e nelle scuole non è né il militarismo né l’odio per l’Ucraina né slogan anti-occidentali. Questa è solo la superficie. In realtà, viene insegnato loro un cinismo sconfinato. Gli si inculca la convinzione che gli adulti mentono, che la verità non conta, che non ci sono regole o valori. Tutto ciò ricorda gli anni Ottanta. La società sovietica al tramonto era profondamente malata. Era cinica, i legami familiari si sfaldavano, aborti e divorzi erano ai massimi livelli. In una certa misura, parte di quell’atomizzazione e anomia si può osservare ancora oggi: l’autoritarismo non vuole legami e atomizza la società. Le persone devono sentirsi sole al cospetto dello Stato”.

Putin è vecchio, e lo è anche la sua cerchia. Cosa ha dato l’impronta alla sua generazione?

“Queste persone sono nate dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Sono cresciute in un clima di apatia e cinismo. Gli ideali comunisti erano scomparsi, il potere sovietico si stava sgretolando. Hanno vissuto l’Unione Sovietica in uno stato di invecchiamento miserabile. Oggi questa gente governa la Russia. Non solo non ha convinzioni di sorta, ma non crede nemmeno che gli altri possano averne. Ha vissuto per quarant’anni in un vuoto informativo. Sono terribili cinici che pensano di sapere come funziona il mondo. Ma non credono in nulla, nemmeno nei dogmi marxisti. Queste persone vedono il mondo come un gioco a somma zero: c’è solo la vittoria o la sconfitta. E si vince solo togliendo qualcosa agli altri”.

Cosa ha significato la fine dell’Unione Sovietica per queste persone?

“Nel 1991, queste persone avevano circa quarant’anni, avevano definito il percorso della loro vita e iniziato una carriera. Gli anni Novanta sono stati per loro una tragedia. Avevano famiglie e figli e si erano organizzati una vita, e all’improvviso tutto è crollato. Con poche eccezioni, questa generazione non provava alcuna felicità per la libertà ottenuta”.

Come vede il futuro della Russia?

“Potrebbe succedere qualcosa di simile a quanto avvenne dopo la morte di Stalin nel 1953. La guerra di Corea finì. Riuscirono a evitare il caos, riedificarono un potere sovietico risanato, vantaggioso per la classe dirigente e, se non altro, meno letale per i cittadini. Nell’era post-Putin potrebbero esserci alcuni parallelismi. Dobbiamo far sì che coloro a cui sarà affidato questo compito, riescano a cogliere questa opportunità storica e si rendano conto che non hanno bisogno di privilegi, ma di regole. Non di eccezioni, ma di norme. Non di consultazioni, ma di istituzioni. Devono capire che da parte loro è necessario garantire diritti ai cittadini se vogliono a loro volta avere dei diritti”.


Yurii Colombo – Putin chiama Trump: rivediamoci presto. Nuovo vertice (non a caso) in Ungheria

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Yurii Colombo è il nostro corrispondente da Mosca


Comunità recintate

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“Le recenti proposte avanzate da Donald Trump e Tony Blair per il ‘futuro’ di Gaza si inseriscono in una cornice ideologica che riproduce, sotto nuove forme, la logica del colonialismo predatorio. Presentate come iniziative di ricostruzione e stabilizzazione, queste proposte delineano un modello di governance esterna, tecnocratica e depoliticizzata, che mira a trasformare Gaza in una zona economicamente funzionale, ma politicamente svuotata”.

Inizia così l’ottimo contributo di Mattia Cavadini apparso il 15 ottobre 2025 su “RSI News”. Si tratta, continua Cavadini, di una riconfigurazione del dominio, non della sua abolizione. Perno di questa operazione neocoloniale, come ha documentato rigorosamente Andrea Fumagalli sul sito Effimera.org, l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair e il Presidente degli USA Donald Trump. Il primo è promotore della Blair Capital Real Assets, un fondo specializzato in operazioni post-conflitto e rigenerazione di aree strategiche che ha già avviato relazioni con la Lega Araba e con la partnership del Fondo d’investimento MENA (Middle East North Africa), lavorando parallelamente con la Standard Chartered e Barclays per predisporre un veicolo d’investimento dedicato a Gaza, mirando ad attrarre sia capitali sovrani dei paesi del Golfo sia fondi pensione istituzionali europei.

Sul fronte americano, Donald Trump ha ufficializzato l’impegno della Trump Organization attraverso la nuova piattaforma Middle East Recovery Properties, un consorzio di veicoli finanziari che include la Trump International Real Estate, le Kushner Companies, la Witkoff Development e soggetti legati a Bain Capital e Carlyle Group. Tali società fanno riferimento alle persone (il genero Kushner e l’inviato di Trump per la questione medio-orientale, Witkoff) che erano fisicamente presenti all’incoronazione di Trump alla Knesset israeliana e al vertice di Sharm el-Sheikh, confermando un conflitto di interessi che farebbe impallidire gli eredi di Berlusconi.

In questo modello colonialistico ed estrattivo (200mila edifici distrutti, reti idriche ed elettriche da rimettere in funzione, strade da rifare, circa 61 milioni di tonnellate di detriti da rimuovere, gran parte dei quali contenenti amianto), “ricostruire” significa in buona parte “svendere” il territorio a interessi esterni, trasformandolo in asset finanziari speculativi piuttosto che in luogo di vita dignitoso per la popolazione palestinese.

Nel suo “Capitalismo della frammentazione”, lo storico dell’economia Quinn Slobodian dimostra che un fenomeno chiave del capitalismo contemporaneo è la proliferazione di Zone economiche speciali (ZES), porti franchi, enclave private, comunità recintate ed esclusive che sorgono al di fuori degli Stati-nazione in termini di governo, diritto e controllo territoriale. Un modello di sviluppo, quello delle “gated communities”, delle comunità recintate, ispirato a ideali liberisti di efficienza, volti ad attrarre capitali che insidiano la democrazia, la sovranità, la partecipazione locale. L’identificazione di chi firma i contratti e finanzia gli investimenti è una buona chiave di lettura per capire se ci si trova di fronte alla nascita di una “gated community”. È il caso di Gaza, del suo futuro.

I casi di studio portano Slobodian dalla Hong Kong degli anni Settanta al Sudafrica degli ultimi giorni dell’apartheid, dal modello medievale della città di Londra (London Docklands), da Dubai alla Soluzione Singapore, fino agli oceani e alle zone di guerra, territori vergini dove poter liberare il capitalismo dalla morsa della democrazia. Politiche fiscali orientate alla concorrenza territoriale, privilegi per i capitali mobili e indebolimento del reddito da lavoro costituiscono la base materiale su cui si costruiscono queste “gated communities” su scala regionale. Non servono i cancelli, i confini fisici, sono sufficienti i confini fiscali e sociali che separano chi vive dentro le comunità privilegiate e chi ne rimane escluso. Il principio fiscale alla base della gated community definisce un dentro il recinto, dove si gode di vantaggi, e un fuori, dove si sostiene la struttura comune con risorse sempre più scarse, con tagli alla socialità e all’impiego pubblico, dove si esercita l’arte di ignorare i poveri.

Un immaginario, un progetto neppure troppo latente sin dagli albori delle politiche neoliberiste nel nostro Cantone, se è vero che già 23 anni fa il settimanale Newsweek descriveva “incautamente” i nostri luoghi come una specie di Tijuana delle Alpi. Un progetto che nel contesto attuale, di vera e propria impasse politico-finanziaria, potrebbe risorgere con disperata violenza.

Scritto per laRegione


F-35: una fine con orrore o un orrore senza fine?

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Di Markus Mugglin, Infosperber

Era il 28 giugno 2021, due giorni prima della riunione in cui il Consiglio federale doveva decidere in merito al velivolo F-35. Ma la decisione era già stata presa. A influenzarla era stato un parere legale dell’Ufficio federale di giustizia. La sua conclusione: il Consiglio federale non aveva scelta, poteva solo approvare il caccia F-35. Il motivo era la presunta mancanza di «equivalenza» tra i quattro aerei che, in teoria, erano ancora in lizza. Il Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS) e Armasuisse sostenevano che l’F-35 fosse molto più economico e che anche nell’analisi costi-benefici ottenesse risultati nettamente migliori.

La perizia non solo era stata resa disponibile solo poco prima della riunione decisiva del Consiglio federale, ma è stata pubblicata pochi giorni dopo due precedenti riunioni in cui il Consiglio federale aveva già discusso l’acquisto del nuovo aereo da combattimento e probabilmente non aveva ancora deciso come procedere.

La perizia richiesta con breve preavviso ha suscitato la curiosità del consigliere nazionale e politico della sicurezza Pierre-Alain Fridez: «Perché, dopo le prime discussioni del 18 e 25 giugno, il DDPS ha ritenuto necessario tutelarsi in modo così accurato presso l’Ufficio federale di giustizia contro una “decisione errata” del Consiglio federale?». Fridez lo scrive a pagina 23 del suo libro appena pubblicato «F-35, Absturz mit Ansage. Ein staatspolitischer Skandal» (F-35, un incidente annunciato. Uno scandalo politico).

Considerazioni di politica estera «non ammissibili»

C’era panico. Il Consiglio federale voleva forse acquistare un aereo diverso da quello proposto da Armasuisse? Tutti e quattro gli aerei da combattimento in lizza soddisfacevano i requisiti. Il Consiglio federale voleva forse dare peso anche a considerazioni di politica estera oltre alle valutazioni di Armasuisse e magari preferire un aereo europeo a quello statunitense?

Il consigliere federale Maurer sembrava interessato al Rafale francese. Il ministro degli esteri Cassis voleva forse cercare di ottenere la benevolenza dell’Europa poco dopo il fallimento dei negoziati bilaterali con l’UE. Questo non doveva accadere. Il parere legale del Dipartimento di giustizia affermava: «Gli aspetti di politica estera possono essere presi in considerazione solo se due offerte sono equivalenti alla luce dei criteri di aggiudicazione». Poiché non sussisteva equivalenza, «non era consentito tenere conto di aspetti di politica estera».

«Luce nell’oscurità»

Nel suo nuovo libro, il consigliere nazionale Pierre-Alain Fridez svela i retroscena della decisione a favore dell’F-35. Ripercorre la storia dell’acquisto, fa «luce sull’oscurità di una procedura poco trasparente», rivela in dettaglio – per quanto possibile – la ponderazione dei criteri effettuata da Armasuisse e critica il metodo utilizzato dal DDPS per scegliere l’aereo da combattimento F-35 come vincitore. Mette in guardia dal «rumore insopportabile» dell’aereo e descrive i trucchi grazie ai quali l’aereo sarebbe stato disponibile a un «prezzo stracciato».

Fridez non è però convinto che la Svizzera abbia bisogno di un aereo per «l’attacco è la miglior difesa», come ha recentemente detto, giustificando la decisione a favore dell’F-35, il capo dell’aeronautica militare uscente Peter Merz. Fridez sostiene che l’F-35 sia poco adatto all’attività principale dell’aeronautica militare, che deve garantire la protezione del proprio spazio aereo tramite la polizia aerea e la difesa aerea.

Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi si è confermato ciò che l’autore e consigliere nazionale sospettava e temeva già da tempo. Il prezzo fisso, come sostenuto per anni, non esiste. All’interno del DDPS lo si sapeva già da tempo. Alcuni trucchi hanno reso possibile credere ad un «prezzo stracciato». A ciò si aggiunge la grande incognita dei 316 punti «segreti» che il DDPS continua a non voler rivelare.

Esito incerto

La storia dell’acquisto dell’F-35 non è ancora finita. La Commissione della gestione del Consiglio nazionale sta indagando su come si è giunti al cosiddetto prezzo fisso. La sinistra e i Verdi potrebbero presto lanciare un’iniziativa popolare per impedire l’acquisto dell’F-35. Il nuovo ministro della difesa Martin Pfister ritiene che una nuova votazione sia fondamentalmente ipotizzabile. Il DDPS sta riflettendo su come procedere.

Nella controversia sul caccia da combattimento, l’unica alternativa è «una fine con orrore o un orrore senza fine». La prima opzione significherebbe perdere i pagamenti già versati al produttore statunitense, che ammonterebbero presto a un miliardo di franchi. La seconda opzione comporterebbe un numero di aerei inferiore a quello di cui la Svizzera avrebbe effettivamente bisogno per i servizi di base di polizia aerea e difesa aerea, oppure costi molto più elevati di quelli promessi al popolo cinque anni fa prima della votazione. Ciò andrebbe a discapito di altre spese per la difesa, o come ha affermato il traduttore del libro di Fridez, Peter Hug, in un documento programmatico intitolato «Nuova politica di sicurezza della Svizzera – ma come?»: «L’aereo da combattimento F-35A sta affamando l’esercito in altri settori».

A ciò si aggiungono i cambiamenti geopolitici con Donald Trump e le incertezze che ne derivano. La Svizzera vuole rendersi dipendente dai capricci degli Stati Uniti per quanto riguarda gli aerei? La Svizzera dovrebbe invece privilegiare l’Europa in materia di politica di difesa? Per Pierre-Alain Fridez è chiaro: la Svizzera non dovrebbe legarsi agli Stati Uniti per almeno 30 anni con l’F-35, «vista l’atteggiamento arrogante e imprevedibile che l’amministrazione Trump sta attualmente dimostrando».

Nell’immagine: tutto OK? Mica tanto…


Trump-Putin, riparte il dialogo: presto un summit a Budapest. Gli Usa frenano sui Tomahawk

Lo stile è quello mafioso. E i mandanti chi sono? 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Due ore al telefono, per darsi appuntamento a Budapest nel futuro prossimo, «entro due settimane». La conversazione di ieri fra il presidente americano Trump e quello russo Putin riapre e rilancia il dialogo per mettere fine alla guerra in Ucraina alla vigilia dell’incontro di oggi nello Studio Ovale con il leader di Kiev Zelensky. Resta da capire se questo è l’effetto della minaccia di fornire i missili Tomahawk al Paese aggredito, che potrebbe aver convinto il capo del Cremlino a prendere sul serio il negoziato, o se l’ex agente del Kgb è riuscito ancora una volta ad irretire l’ex costruttore di New York, riportandolo dalla sua parte proprio mentre sembrava pronto a dare armi e imporre sanzioni allo scopo di mettere pressione. Atterrando a Washington, ieri sera, Zelensky ha commentato: «Mosca ha riaperto il dialogo quando ha sentito parlare dei Tomahawk, speriamo che la fine della guerra in Medio Oriente aiuti a far cessare anche quella con la Russia».

È stato lo stesso Trump ad annunciare la chiamata sul suo social, alle 11 e 21 minuti di ieri mattina: «Sarà lunga». Circa due ore dopo ha rivelato com’era andata: la conversazione «è stata molto produttiva». Esito positivo, ma anche probabile indizio che la fornitura dei Tomahawk è rimandata. «Putin si è congratulato per il grande traguardo della pace in Medio Oriente. Credo davvero che quel successo contribuirà ai nostri negoziati per porre fine alla guerra con Russia e Ucraina». È possibile, ma si tratta anche dell’abituale tecnica di Vladimir di lusingare Donald per tirarlo dalla sua parte, come conferma anche il passaggio successivo nel messaggio del capo della Casa Bianca: «Abbiamo anche trascorso molto tempo a parlare di scambi commerciali tra Russia e Usa una volta terminata la guerra», alimentando il sospetto che lo sfruttamento delle risorse energetiche di Mosca sia il vero obiettivo, capace di far cambiare posizione a Trump. «Al termine della chiamata abbiamo concordato che la prossima settimana si terrà una riunione dei nostri consiglieri di alto livello. I primi incontri con gli Usa saranno guidati dal segretario di Stato Marco Rubio. La sede dell’incontro deve ancora essere definita».

Dunque il capo della diplomazia americana e quello russo Lavrov si parleranno a breve, e si incontreranno, per preparare il vertice tra i leader: «Putin e io ci incontreremo poi in una località concordata, Budapest, in Ungheria, per valutare se possiamo porre fine a questa “ingloriosa” guerra. Zelensky e io ci incontreremo nello Studio Ovale, dove discuteremo della mia conversazione con Putin e di molto altro. Credo che la chiamata di oggi abbia prodotto grandi progressi».

Poco dopo la portavoce Karoline Leavitt ha confermato che il nuovo vertice è molto probabile e vicino. Quindi ha aggiunto che Trump «non ha chiuso la porta alla possibilità di mettere Putin e Zelensky nella stessa stanza».

Il primo vertice di Anchorage era fallito, un po’ per le incomprensioni tra l’inviato speciale Witkoff e il capo del Cremlino, e molto perché Mosca non aveva intenzione di fermare la sua offensiva, mentre guadagnava terreno. Trump si era risentito ed aveva iniziato ad alzare la voce, dicendosi «molto deluso» da Vladimir. Alle parole sono seguiti i fatti, l’appuntamento di oggi con Zelensky, che doveva servire a decidere se fornirgli i Tomahawk, necessari a colpire le retrovie logistiche delle forze armate russe per deragliare i loro attacchi, ma anche lanciare a Putin il segnale che non può vincere la guerra. Donald e Volodymyr intendevano parlare anche delle difese aeree Patriot e delle sanzioni per bloccare l’export di petrolio e gas russo. Ora l’agenda cambia, anche perché Vladimir ha avvertito che i missili a lunga gittata danneggerebbero le prospettive di pace. «Non possiamo esaurire le nostre scorte, servono anche a noi», ha frenato ieri Trump. Ora si tratta di vedere se Zelensky riuscirà a riportare il tycoon dalla sua parte, o vedrà nella telefonata di ieri uno spiraglio per negoziare.


Trump e la vendetta politica, incriminato l’ex consigliere della Casa Bianca John Bolton

Lo stile è quello mafioso. E i mandanti chi sono? 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

Durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, da aprile 2018 a settembre 2019, il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton era una delle persone a cui il presidente Donald Trump prestava più attenzione. Famosa una foto in cui si notavano degli appunti in mano a Bolton, dove si menzionava l’invio di 5000 soldati in Venezuela per un possibile colpo di stato. Dalla sua cacciata dalla Casa Bianca — dovuta a profonde divergenze politiche con the Donald — Bolton è lentamente diventato una delle persone più odiate dal tycoon di New York.

Una di cui aveva chiesto la testa al Dipartimento di Giustizia. Detto, fatto: questo giovedì l’ex consigliere è stato incriminato da un gran giurì federale del Maryland con l’accusa di malagestione di materiali classificati e sensibili. Per uno dei più grandi critici di Trump si parla ora di 18 capi d’imputazione per trasmissione o conservazione di informazioni sulla difesa nazionale americana. Ciascun’accusa prevede una pena detentiva massima di dieci anni, in caso di condanna. «Penso che sia una cattiva persona», ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale, dopo aver appreso dell’incriminazione.

Secondo gli inquirenti, Bolton avrebbe condiviso con dei familiari oltre mille pagine di appunti — simili a un diario — in cui descriveva dettagliatamente il suo lavoro durante i 17 mesi trascorsi come consigliere presidenziale. I due parenti avrebbero avuto accesso a questo “diario”, mentre lo aiutavano a scrivere un libro pubblicato, poi, nel 2020.

Il materiale sarebbe stato inviato dal suo indirizzo email AOL privato, successivamente hackerato nel 2021 da individui affiliati al governo iraniano. A un certo punto gli hacker avrebbero pure minacciato Bolton di divulgare gli appunti. Inoltre, i pubblici ministeri hanno accusato Bolton di aver stampato e conservato numerosi di questi documenti presso la sua residenza di Bethesda, nel Maryland, perquisita dagli agenti del FBI all’inizio del 2025. Ad agosto, gli investigatori hanno anche sequestrato all’ex consigliere dei computer, telefoni e risme di documenti, alcuni dei quali in cartelle chiamate “Trump I-IV” e altri che erano etichettati come “segreti”, “riservati” o “classificati”.

Bolton, in un comunicato, ha sostenuto che, in quanto funzionario pubblico, non avrebbe mai compromesso la politica estera o la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. «Queste accuse non riguardano solo l’attenzione di Trump su di me o sui miei diari, ma anche il suo intenso sforzo per intimidire i suoi oppositori», ha affermato Bolton. «Il dissenso e il disaccordo sono fondamentali per il sistema costituzionale americano e di vitale importanza per la nostra libertà. Non vedo l’ora di combattere per difendere la mia condotta legittima e per denunciare il suo abuso di potere».

Il suo avvocato, Abbe Lowell, ha dichiarato che le accuse sono state già investigate e risolte anni fa. Ha inoltre affermato che si tratta di documenti non classificati, condivisi solo con la famiglia più stretta, e di cui l’FBI era a conoscenza già dal 2021. Secondo Lowell, in tribunale l’obiettivo sarà quello di dimostrare l’innocenza del suo cliente.

L’incriminazione rende Bolton — un ex ambasciatore ed esperto di sicurezza, spesso definito da Trump come un “pazzo” e “fallito” — il terzo bersaglio del presidente ad affrontare un procedimento penale in meno di un mese. Due gran giurì ad Alexandria, in Virginia, hanno già incriminato l’ex direttore dell’FBI James Comey con l’accusa di aver mentito al Congresso e la Procuratrice Generale di New York, Letitia James, in un caso di frode bancaria nelle ultime settimane.

Comey si è dichiarato non colpevole la scorsa settimana davanti a un giudice, mentre James ha negato le accuse contro di lei. I casi di Comey e James sono stati portati avanti da una procuratrice messa ad hoc da Trump nel distretto orientale della Virginia — una sua ex avvocata senza alcuna esperienza come inquirente — di fronte alle resistenze degli altri procuratori distrettuali.

Con Bolton, la situazione è diversa: l’atto di accusa è stato firmato da Kelly Hayes, un rispettato procuratore che è stato nominato a febbraio per dirigere l’ufficio del distretto federale del Maryland. Secondo quanto rivela la stampa americana, le prove contro l’ex ambasciatore sarebbero più solide di quelle a sostegno delle accuse di Comey e James.

Tuttavia, i vertici del Dipartimento di Giustizia hanno fatto pressione sull’ufficio del Maryland affinché incriminasse Bolton rapidamente. Allo stesso tempo, Trump ha aumentato la stretta sulla Procuratrice Generale Pam Bondi, affinché persegua quelli che ritiene come i suoi nemici politici.

Nel 2023, lo stesso Trump fu accusato di 40 capi d’imputazione relativi alla detenzione illegale di materiale governativo sensibile e all’ostruzione dei tentativi di recupero da parte dei funzionari pubblici. Trentadue di questi capi d’imputazione contro Trump riguardavano la conservazione d’informazioni sulla difesa nazionale, la stessa norma citata in molte delle accuse contro Bolton. Un giudice federale della Florida ha infine archiviato il caso contro Trump, adducendo problemi di legalità nella nomina del procuratore speciale Jack Smith per perseguire le imputazioni contro l’allora ex presidente.

Nell’immagine: John Bolton