Lo stile è quello mafioso. E i mandanti chi sono?
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Ci mancava l’attentato a Sigfrido Ranucci a rendere ancora più rovente il clima politico-sociale italiano. Un chilo di esplosivo fatto esplodere di notte davanti alla casa del giornalista a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, alle porte di Roma, è il “regalo” fatto da ignoti criminali al conduttore della trasmissione di Raitre “Report”. Un avvertimento in perfetto stile mafioso, che per fortuna non ha avuto conseguenze tragiche. Erano le 22.17 del 16 ottobre quando un boato ha rotto il silenzio attorno alla villetta di Ranucci, facendo saltare in aria la sua auto e quella della figlia, parcheggiate accanto al cancello d’ingresso.
Ranucci, punta di diamante del giornalismo italiano d’inchiesta, dal 2020 vive sotto scorta, il grado di protezione più alto, ossia è accompagnato da agenti armati durante tutti i suoi spostamenti, dopo essere stato “sotto tutela” (grado di protezione di livello più basso) dal 2009. «Quello di stanotte è stato un salto di qualità preoccupante perché proprio davanti a casa, dove l’anno scorso erano stati trovati dei proiettili», ha detto subito dopo l’attentato. «C’è una lista infinita di minacce, di varia natura, che ho ricevuto e di cui ho sempre informato l’autorità giudiziaria e di cui i ragazzi della mia scorta hanno sempre fatto rapporto. Io comunque mi sento tranquillo, nel senso che lo Stato e le istituzioni mi sono sempre state vicine in questi mesi».
Già dalle prime ore del giorno dopo, com’era prevedibile, è stato un susseguirsi di dichiarazioni di solidarietà dal mondo istituzionale e politico: presidente della Repubblica, presidenti del Senato, della Camera e del Consiglio, ministri, segretari di partito. Un coro unanime da destra, centro e sinistra che nasconde, nella realtà, una profonda ipocrisia. Perché Ranucci è da anni al centro di un sistematico attacco da parte di alcuni esponenti politici che lo accusano di fare un “giornalismo da teorema”. Gli stessi che ora gli manifestano solidarietà.
Indagare dove gli altri tacciono, mettere a nudo i diabolici intrecci tra politica, imprenditoria e malavita organizzata. Senza guardare in faccia nessuno. Ciò dà fastidio a molti, nel Palazzo e fuori, ma è l’essenza, la missione del giornalismo “cane da guardia del Potere”. Fedele a un metodo d’inchiesta rigoroso e documentato, Ranucci nel corso della sua carriera ha accumulato 178 tra querele, denunce e richieste di risarcimento danni. Tutto finisce quasi sempre con archiviazioni e assoluzioni.
Tra cause pendenti o concluse meritano di essere ricordate quelle del presidente del Senato Ignazio Benito La Russa (sì, la seconda carica dello Stato che con orgoglio tiene in casa il busto di Mussolini) e dei di lui figliuoli; del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso; del leghista Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze, e della sua famiglia (moglie e cognata); del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri; della ex-compagna di Silvio Berlusconi, la deputata di Forza Italia Marta Fascina (sì, colei che detiene il record di assenteismo alla Camera, 98 per cento!); della senatrice di Fratelli d’Italia Isabella Rauti, sottosegretaria alla Difesa (figlia d’arte, cioè del defunto missino Pino Rauti, e già moglie di Gianni Alemanno, ex-ministro ed ex-sindaco di Roma attualmente nelle patrie galere); della senatrice di Fratelli d’Italia Daniela Santanché, ministra del Turismo (sì, quella che è sotto inchiesta della magistratura per truffa ai danni dello Stato!).
Da registrare, nel giugno 2024, un’azione legale senza precedenti nella storia del giornalismo: un intero partito, Fratelli d’Italia, come persona giuridica, ha citato in giudizio “Report” e l’inviato Giorgio Mottola per l’inchiesta denominata “Mafia a tre teste”, chiedendo 50.000 euro di risarcimento.
Il povero Ranucci, perseguitato da dossieraggi e infondate denunce anonime, deve tenere a bada anche i contrasti interni alla RAI: nel giugno 2025, dopo 27 anni in azienda, ha denunciato di aver ricevuto un provvedimento disciplinare da parte dell’amministratore delegato e del direttore Risorse umane. I motivi? Partecipazioni a trasmissioni esterne, interviste e presentazioni di libri senza autorizzazione esplicita, secondo la contestazione.
In questo quadro di delegittimazioni non potevano mancare le audizioni parlamentari. In varie occasioni Ranucci è stato convocato dalla Commissione di vigilanza RAI per rispondere di contenuti, modalità d’indagine e trasparenza, con l’implicito richiamo al pluralismo. Queste audizioni testimoniano una dialettica perversa, dove la pressione politica e “il richiamo al pluralismo” vengono usati come leve per controllare e condizionare. Lui, ne è uscito sempre a testa alta, riaffermando la correttezza del suo lavoro e il pieno rispetto delle regole.
Dopo l’attentato il mondo dell’informazione ha reagito con un’ondata di solidarietà non formale, segno che il giornalismo non è morto, ma continua ad essere un pilastro della vita democratica. Sigfrido Ranucci, se già non lo fosse, è diventato il simbolo di un giornalismo che non molla di fronte alle intimidazioni. Rimane però una domanda di fondo: fino a che punto può spingersi il giornalista che racconta con onestà, se la sua sicurezza personale, il potere politico e le regole aziendali si frappongono tra la verità e il pubblico?
In una democrazia matura la risposta dovrebbe essere scontata: non arretrare mai. Sicuramente Sigfrido non arretrerà. Come vedremo nella prima puntata del nuovo ciclo di “Report”, in programma domenica 26 ottobre prossimo. Siamo tutti con lui.
Nell’immagine: #giùlemanidareport
