COP30 Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili
Di Marco Di Pierri*, il manifesto
L’emergenza climatica è una crisi di disuguaglianza». Con queste parole il presidente brasiliano Lula da Silva ha aperto lunedì la COP30 a Belém, in Amazzonia. Non si tratta di un’espressione retorica ma di una verità assoluta ed elementare che la diplomazia climatica continua a ignorare.
I CAMBIAMENTI CLIMATICI sono una questione di potere. Sono il prodotto di un sistema di sfruttamento irrazionale di risorse e esseri umani, che concentra spaventosamente ricchezza, responsabilità e impunità in poche mani, mentre condanna i più vulnerabili a pagare i costi altissimi della distruzione prodotta. I dati che supportano l’esistenza di uno stretto legame tra clima, diritti umani e disuguaglianze sono innumerevoli e autorevoli. Eppure ancora oggi, dopo trent’anni di conferenze, la giustizia climatica resta un concetto evocato più che praticato.
SECONDO LE NAZIONI UNITE, i cambiamenti climatici acuiscono le disuguaglianze globali facendo subire alle popolazioni più povere, che emettono meno, capillari e drammatici impatti su salute, cibo, acqua e sicurezza. Non è un caso che la Dichiarazione di Belém su fame, povertà e azione climatica, sottoscritta da 43 Paesi e dall’Unione Europea (ma non dall’Italia) durante il Leader summit che ha preceduto la Cop, riconosca che la crisi ecologica è al contempo espressione di razzismo ambientale e ingiustizie sociali. Il testo lega clima e diritti, chiedendo ad esempio investimenti in agricoltura sostenibile, protezione sociale e sovranità dei popoli indigeni: un cambio di paradigma che sui tavoli negoziali rimetta al centro le persone e non solo le tonnellate di CO2.
MA MENTRE IL LINGUAGGIO POLITICO lancia qualche timido segnali di cambiamento, i numeri raccontano un’altra storia. L’ultimo rapporto Oxfam, “Climate Plunder” (il saccheggio climatico), pubblicato in vista della COP30, fotografa la diseguaglianza climatica con precisione chirurgica.
DAL 1990, LA QUOTA DI EMISSIONI dello 0,1% più ricco dell’umanità è aumentata del 32%, mentre quella della metà più povera è diminuita del 3%. Non si tratta solo di stili di vita: i super-ricchi traggono profitto dalla crisi climatica. Il 60% dei loro investimenti è in settori fossili e minerari. Un solo super miliardario, tramite i suoi investimenti, è responsabile in media di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Le emissioni causate dai capitali di appena 308 miliardari superano così quelle di 118 Paesi messi insieme. Se tutti vivessimo come loro il carbon budget globale si esaurirebbe in meno di tre settimane.
OXFAM DENUNCIA CHE QUESTA ÉLITE non solo alimenta la crisi, ma ne controlla la narrazione: alle ultime COP i lobbisti delle industrie fossili superavano i delegati dei dieci Paesi più colpiti dagli impatti climatici. Per cambiare direzione occorre limitare la loro influenza nei processi decisionali, tassare i grandi patrimoni e i profitti delle compagnie fossili e garantire ai Paesi del Sud globale un ruolo centrale nei negoziati.
COME INVERTIRE LA ROTTA è la stessa domanda che alla vigilia della COP30, economisti, attiviste, sindacati e movimenti sociali si sono posti nell’assemblea internazionale “A Climate for Change: Towards Just Taxation for Climate Finance”, partendo dal presupposto che non ci sarà giustizia climatica senza giustizia fiscale. Dall’incontro sono emerse sei proposte concrete: abolire i sussidi ai combustibili fossili (7.000 miliardi di dollari l’anno a livello globale, quasi 80 solo in Italia nel 2024, il 3,8% del Pil); far pagare multinazionali e super-ricchi attraverso patrimoniali e minimi fiscali globali; istituire una Convenzione Fiscale ONU che integri la giustizia climatica e restituisca potere decisionale ai Paesi del Sud del mondo; democratizzare il potere fiscale investendo in sanità, educazione, energia e trasporti sostenibili; usare la leva fiscale per eliminare gradualmente i fossili e finanziare alternative eque; integrare politiche fiscali, del debito e climatiche in un quadro coerente e solidale. Dietro queste proposte c’è un principio unico: chi inquina deve pagare. E chi accumula ingenti ricchezze deve redistribuire, non fosse altro perchè le accumula invariabilmente a danno del pianeta e di altri esseri umani.
È IN QUESTA DIREZIONE CHE SI MUOVONO diverse proposte a livello internazionale. Tra esse spicca l’iniziativa delle Nazioni Unite per una Convenzione sulla Cooperazione Fiscale Internazionale — sostenuta da circa 110 Paesi del Sud del mondo che punta a tassare in modo più equo la ricchezza e i profitti derivanti da attività inquinanti. Al G20 di Rio, Brasile, Spagna, Francia e Sudafrica hanno rilanciato l’idea di una tassa del 2% sui patrimoni dei 3.000 individui più ricchi, capace di generare 250 miliardi di dollari l’anno per finanziare la lotta a povertà e crisi climatica.
DIECI ANNI DOPO L’ACCORDO DI PARIGI, questa Cop non può che essere un momento di bilanci. E il bilancio è impietoso. Continuare a ignorare questo squilibrio significa condannare l’intero processo climatico al fallimento. La giustizia climatica è l’obiettivo che devono avere i negoziati e al contempo la loro condizione di legittimità. Vuol dire riconoscere come presupposto che la crisi ecologica è una crisi politica e redistributiva, e che solo un nuovo patto tra Nord e Sud, tra generazioni e tra classi sociali, mediato da una politica che ritorna a fare il suo lavoro, può riaprire una possibilità di futuro condiviso.
SE QUESTA COP30 VUOLE ESSERE ricordata come la conferenza della svolta, dovrà restituire centralità alla parola più semplice e rivoluzionaria di tutte: giustizia.
*Associazione A Sud