Siamo pronti per l’arrivo dell’asteroide?

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

Di , la Repubblica

Il 29 gennaio Nasa e Esa hanno diffuso un annuncio che ha subito fatto il giro del mondo: l’asteroide 2024 YR4, scoperto appena un mese prima dal telescopio Atlas in Cile, un oggetto stimato tra i 50 e i 90 metri di diametro e quindi abbastanza grande da radere al suolo una città, mostrava una probabilità d’impatto con la Terra superiore all’1 per cento per il 2032. Sembra poca cosa, ma secondo le agenzie spaziali non lo è. È scattata infatti l’allerta più grave dalla fondazione dell’International Asteroid Warning Network. In febbraio la probabilità è salita fino al 3,1 per cento, per poi precipitare, per fortuna, allo 0,001 grazie a nuove osservazioni e al progressivo affinamento dell’orbita. Oggi si ipotizza che YR4 rischi (al 4 per cento) di colpire la Luna, con un’esplosione trecento volte più potente di quella di Hiroshima. Il pericolo insomma, anche per noi, non è del tutto cessato: «Se succedesse, una pioggia di micrometeoriti potrebbe dirigersi verso la Terra», spiega Kelly Fast, direttrice del Planetary Defense Office della Nasa. «Non rappresenterebbero alcun pericolo per la popolazione, ma potrebbero danneggiare i satelliti che si trovassero nella traiettoria. Per ora stiamo monitorando la situazione e valutiamo se sarà necessario pianificare una missione di deviazione dedicata».

Fast è considerata una delle figure centrali della difesa planetaria, e ci racconta di come, fin da bambina, guardasse dalla finestra di casa a Los Angeles la cupola dell’osservatorio Griffith con più meraviglia dell’insegna di Hollywood, un dettaglio che oggi sembra un indizio della sua carriera.

Dottoressa Fast, quando è iniziata davvero la difesa planetaria?

«Il vero punto di svolta è stato nel 1994, quando la cometa Shoemaker-Levy 9 si è schiantata su Giove. È stata la prima volta che l’umanità ha osservato una collisione cosmica in diretta: frammenti esplosi con la forza di trecento milioni di bombe atomiche, pennacchi gassosi alti tremila chilometri, temperature che hanno superato i trentamila gradi. Da lì è nato il primo investimento sistematico nel tracciamento di asteroidi e comete. Lo spirito è “Troviamo gli asteroidi prima che trovino noi!”. Un secondo campanello d’allarme è arrivato nel 2013 con l’esplosione in atmosfera di un asteroide di 18 metri di diametro sopra la città di ?eljabinsk, in Russia. Era troppo piccolo per essere visto in anticipo dai telescopi terrestri, e proveniva dalla direzione del Sole, che ostacola le osservazioni. Si è disintegrato a trenta chilometri d’altezza liberando l’energia di 25 bombe di Hiroshima. L’onda d’urto ha frantumato finestre e danneggiato edifici in un’area di cento chilometri quadrati, con oltre 1.500 feriti. Un promemoria molto concreto della necessità di una sorveglianza continua».

Gli asteroidi che possono destare preoccupazione sono sempre gli stessi o ne trovate via via di nuovi?

«Ne scopriamo continuamente. La Nasa si occupa degli oggetti near-Earth (asteroidi o comete con orbite attorno al Sole che possono incrociare l’orbita terrestre, ndr) da oltre vent’anni, ma sappiamo di non aver ancora individuato tutti quelli potenzialmente pericolosi. La Terra e gli asteroidi orbitano attorno al Sole con traiettorie diverse: a volte ci avviciniamo, a volte ci sfuggiamo. È una sorta di rincorsa permanente. Per colmare le lacune stiamo sviluppando la missione Neo Surveyor, un telescopio spaziale a infrarossi progettato per individuare gli asteroidi più difficili da rilevare dalla Terra, quelli che riflettono poca luce. Con gli strumenti attuali ci vorrebbero trent’anni per mappare tutti gli oggetti oltre i 140 metri; con NeoSurveyor ridurremmo il tempo a meno di un decennio».

E i grandi asteroidi, quelli che potrebbero causare catastrofi globali?

«Quelli sono pochi e quasi tutti noti. Molti orbitano nella fascia principale tra Marte e Giove, ma ce ne sono anche con traiettorie più vicine alla Terra: Apophis, lungo circa 450 metri, nel 2029 passerà a 31.600 chilometri dal nostro pianeta, una distanza inferiore a quella di molti satelliti. Gli oggetti intermedi — troppo grandi per disintegrarsi in atmosfera ma non abbastanza da estinguere la vita sulla Terra — rappresentano la vera sfida: ne stiamo ancora trovando molti».

Vi preoccupano gli oggetti interstellari, come Oumuamua, che nell’ottobre 2017 è passato a 24 milioni di chilometri dalla Terra, o il più recente 3I/Atlas individuato a luglio?

«In teoria potrebbero essere un rischio, ma la probabilità è estremamente bassa. Sono più interessanti per la scienza – visto che ci danno informazioni sugli altri sistemi solari – che per la difesa planetaria. Gli asteroidi interni al sistema solare, che incrociano spesso l’orbita terrestre, sono molto più pericolosi».

Come si procede quando si scopre un nuovo asteroide?

«Ci sono telescopi che scandagliano continuamente grandi porzioni del cielo: vedono le stelle come puntini fissi, e ciò che cercano è un puntino che si muove rispetto a loro. Quando i diversi osservatori trovano qualcosa di potenzialmente nuovo, inviano le coordinate della scoperta al Minor Planet Center di Boston, che è la banca dati internazionale per questi oggetti. Da lì inizia una corsa contro il tempo per ottenere più osservazioni, necessarie a calcolare un’orbita sempre più precisa. È così che si riduce l’incertezza sulla traiettoria futura, e si aggiorna la percentuale di rischio di impatto».

Qual è la soglia che fa scattare un vero allarme?

«Per gli asteroidi in grado di causare danni significativi la soglia è dell’1 per cento di probabilità d’impatto. Sembra poco, ma è rarissimo raggiungerla. Oltre il 10 per cento scatterebbero misure operative, con protocolli di emergenza, valutazioni di missioni di deviazione e comunicazioni estese ai governi. Finora, però, nessun oggetto noto ha superato quella soglia».

Quanto preavviso serve per poter intervenire?

«Anni, possibilmente decenni. Una missione di deviazione richiede tempo per essere progettata, costruita e lanciata. Neo Surveyor sarà essenziale proprio per darci quel margine di anticipo. Anche l’Esa sta preparando la sua missione analoga, Neomir, prevista nei primi anni Trenta».

E come ci si difende?

«La tecnica più semplice è quella testata con la missione Dart: colpire l’asteroide con una sonda per deviarne leggermente l’orbita. Con anni di anticipo, basta una modifica minima per evitare l’impatto. Un’altra tecnica è il “trattore gravitazionale”: consiste nel posizionare una massa (come una sonda con un grande masso agganciato) vicino all’asteroide: con il tempo la gravità tra i due corpi può modificare quanto basta la traiettoria dell’asteroide. Poi c’è la cosiddetta “opzione hollywoodiana”: una detonazione nucleare nelle vicinanze dell’asteroide, non per distruggerlo – sarebbe pericoloso per i frammenti che si creerebbero – ma per vaporizzarne una parte e generare una spinta in direzione opposta. Non esiste una soluzione unica: dipende dall’oggetto, dalla sua struttura e dal tempo a disposizione. Per questo organizziamo esercitazioni internazionali con scenari realistici. Sono prove fondamentali, perché il giorno in cui un impatto sarà possibile dovremo essere davvero pronti».


Populista, offensivo, incendiario. Ed è un partito di governo

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

L’ex consigliere federale Christoph Blocher, che come nessun altro ha plasmato e incarnato l’UDC, al momento delle sue dimissioni dal Consiglio nazionale nella primavera del 2014 ha espresso un giudizio sprezzante sul Parlamento: «In Parlamento spreco il mio tempo».

L’UDC non vuole sapere nulla della separazione dei poteri, almeno quando il Tribunale federale decide a sfavore del partito. Ad esempio, non ha sostenuto la rielezione di un giudice federale da essa proposto perché questi aveva emesso una sentenza che era andata contro gli interessi dell’UDC. Il giudice federale è stato comunque rieletto dal Parlamento e in seguito ha lasciato il partito. La forza più potente in Parlamento non ha rispettato l’indipendenza della magistratura sancita dalla Costituzione, ma gli altri partiti borghesi, pur criticando l’UDC, hanno accettato la situazione.

Mollaccioni e gentili

Quando l’ex consigliere federale Ueli Maurer era presidente del partito, ha criticato “i mollaccioni e gentili”, riferendosi ai liberali radicali. Maurer ha deriso il partito ricco di tradizione che nel 1848 ha portato alla creazione dello Stato federale. I liberali radicali hanno accettato l’umiliazione quasi senza battere ciglio. In seguito sono stati pronti a eleggere Maurer come consigliere federale senza esitazione.

Come confermano gli esperti, l’UDC è stato uno dei primi partiti populisti di destra in Europa. A partire dagli anni Novanta ha ripreso la politica xenofoba di James Schwarzenbach, il primo populista di destra in Europa, come ha affermato Damir Skenderovic, storico e professore all’Università di Friburgo. L’UDC è stata ed è tuttora un modello per il partito di estrema destra tedesco AFD, ma ha ispirato anche altri partiti populisti di destra, come il Rassemblement national in Francia o Vox in Spagna. I manifesti dell’UDC, con la pecora bianca e quella nera che viene cacciata, e quelli con i minareti a forma di razzi, sono diventati modelli per altri partiti nazionalisti di destra nei paesi vicini, tra cui la Spagna, la Repubblica Ceca e persino il Cile. Questi manifesti hanno suscitato grande scalpore e indignazione in Svizzera. Ma molti svizzeri li hanno evidentemente apprezzati: l’iniziativa dell’UDC sull’espulsione e quella sui minareti sono state approvate nei referendum popolari.

Ben disposto nei confronti del dittatore Putin

L’ex consigliere federale Blocher si esprime ripetutamente in modo incisivo su una vasta gamma di argomenti. Nell’estate del 2022, in un articolo pubblicato su diversi giornali regionali, ha accusato la Svizzera di essere corresponsabile della morte di soldati russi molto giovani. Ha definito la Svizzera una parte in guerra per aver imposto sanzioni alla Russia. La Russia ha attaccato con il suo esercito l’Ucraina, uno Stato indipendente, causando distruzione in città e villaggi. Molti soldati ucraini e numerosi civili sono stati uccisi o feriti. Blocher, che prende le parti del dittatore Putin e della Russia, tace su questo. Ciò illustra la sua peculiare concezione della neutralità. La sua visione della Russia e la sua iniziativa sulla neutralità sono solo alcune delle tante iniziative solitarie del leader dell’UDC, che pur non piacendo agli altri partiti borghesi, non vengono quasi mai criticate in modo forte e duraturo.

Quando è stato fatto notare a Blocher che Roger Köppel, ex consigliere nazionale e direttore della Weltwoche, persona molto vicina a Orbán, Vučić e Putin, era stato designato come relatore principale per il convegno di Albisgüetli, il patriarca dell’UDC ha replicato: «Köppel deve occuparsi dei disprezzati e degli emarginati dell’UE. Per questo è con Orban, Vučić e Putin». L’ex consigliere federale ha aggiunto che Köppel ha riconosciuto l’ingiustizia subita dalla Russia, «anche se la guerra è una vergogna». Secondo Blocher, Köppel è in linea con la posizione del partito.

Denigrazione degli stranieri e dei «falsi invalidi»

Blocher non solo denigra gli stranieri e i richiedenti asilo, ma durante  la campagna elettorale del 2004 e poi di nuovo nel 2023 ha parlato di «finti invalidi». Il Tages-Anzeiger, che aveva pubblicato un’intervista sulle accuse contro i «finti invalidi», ha dovuto poi correggere le dichiarazioni di Blocher perché queste erano false. Dopo la votazione nella primavera del 2014 sull’iniziativa popolare «contro l’immigrazione di massa», che è stata respinta nella Svizzera occidentale – a differenza della Svizzera tedesca e del Ticino –, Christoph Blocher ha dichiarato: «I romandi hanno sempre avuto una coscienza più debole della Svizzera». Questa affermazione ha suscitato grande malcontento nella Svizzera romanda e non corrispondeva alla realtà.

Ueli Maurer augura all’AfD un successo elettorale

Anche un altro ex consigliere federale continua a fare notizia, anche di attualità. Lo scorso febbraio, Ueli Maurer ha inviato un videomessaggio alla candidata alla cancelleria Alice Weidel durante un comizio elettorale dell’AfD.  Riferendosi alla Corte costituzionale tedesca, Maurer ha espresso il suo rammarico: «A quanto pare, alcuni cari amici che conosciamo e apprezziamo da anni sono improvvisamente diventati estremisti». Maurer ha concluso rivolgendosi a Weidel con le parole: «Ti auguro tutto il meglio».

Sconvolto l’ex consigliere federale Joseph Deiss, che in un’intervista al Tages-Anzeiger ha dichiarato: «Sono grato a Ueli Maurer, ora sappiamo qual è la posizione politica dell’UDC». Maurer ha inoltre ritenuto necessario criticare aspramente a posteriori le decisioni del Consiglio federale durante la pandemia, nonostante fosse membro del governo federale durante il periodo del coronavirus.

La sua visita in Cina nel settembre 2025 è stata una mossa solitaria, durante la quale ha partecipato, tra l’altro, alla grande parata militare in memoria della fine della seconda guerra mondiale a Pechino, su invito della Cina. È apparso nella foto ufficiale insieme a dittatori come Putin e Xi Jinping; nessun rappresentante occidentale ha partecipato alla cerimonia. Il Consiglio federale non era a conoscenza del viaggio di Maurer. Quest’ultimo ha poi affermato di sentirsi ormai più al sicuro in Cina che a Zurigo o Losanna.

Glarner incita all’odio e rimane presidente cantonale

Anche il consigliere nazionale Andreas Glarner è spesso oggetto di cronaca. È stato ripetutamente rimproverato, in base al paragrafo sull’antirazzismo del codice penale, per le sue dichiarazioni discriminatorie. In base a una sentenza del Tribunale federale, può essere definito un estremista di destra; egli ha contestato senza successo questa accusa. Nel maggio 2023 Glarner ha organizzato una campagna diffamatoria contro un’assistente sociale e la scuola secondaria di Stäfa. Per la seconda classe della scuola secondaria era stata programmata una giornata dedicata al genere, durante la quale si sarebbe dovuto discutere, tra l’altro, dei ruoli di genere. Glarner si è scagliato contro questa proposta su Twitter, scatenando un’ondata di proteste contro l’assistente sociale e la scuola. Il consiglio comunale di Stäfa ha reagito in modo chiaro, come dimostra la seguente citazione: «Il comportamento poco elegante del consigliere nazionale dell’UDC Glarner nel maggio 2023 e di altri noti esponenti ha portato, come era prevedibile, a minacce volgari e pesanti nei confronti degli insegnanti e dei membri dell’autorità scolastica, tanto che la giornata ha dovuto essere annullata. La polemica denigratoria ha suscitato gli istinti più bassi in una parte del pubblico, cosa che era evidentemente l’intenzione di chi ha agito in questo modo. La polizia ha sconsigliato lo svolgimento della giornata nell’interesse della sicurezza degli insegnanti e degli studenti, ma lunedì ha comunque dovuto intervenire sul posto. A nostro avviso si tratta di un evento scandaloso, di cui persone come il consigliere nazionale dell’UDC Glarner devono assumersi la responsabilità. Ben sapendo che persone del genere non si assumono mai la responsabilità di ciò che provocano, ma si ergono a «vittime». Si tratta della ormai nota perversione del dibattito sociale».

Anche la direttrice del Dipartimento dell’istruzione di Zurigo, Silvia Steiner, ha espresso la sua indignazione nei confronti del recidivo Glarner. Quest’ultimo aveva già pubblicato nel 2021 il numero di telefono e l’indirizzo di un’insegnante che aveva concesso ai suoi studenti musulmani un giorno libero in occasione di un’importante festività islamica. L’insegnante aveva ricevuto critiche feroci e minacce.

All’epoca, la direttrice dell’istruzione Steiner aveva dichiarato: «Con questo comportamento, Glarner oltrepassa ogni forma di decenza politica e correttezza e viola l’integrità personale di questa insegnante».

Attacco dell’UDC contro i soldati musulmani che pregano

Nell’estate dell’anno elettorale 2023, il quotidiano gratuito «20 Minuten» ha pubblicato una foto di una dozzina di soldati musulmani in preghiera durante un’importante festività islamica. L’UDC ha immediatamente postato l’immagine su Twitter, commentandola così: «Cosa ci aspetta ancora? Matrimoni infantili, tribunali della Sharia, lapidazioni? Chi vuole che la Svizzera rimanga la Svizzera, il 22 ottobre voti UDC!». Un tenente presente durante la preghiera ha risposto su Twitter: «A differenza di voi, che sapete solo fomentare l’odio, i miei compagni prestano servizio per la patria e la nazione». L’allora presidente del PLR Thierry Burkart è stato citato dal Tages-Anzeiger con queste parole: «Se l’UDC ora paragona una preghiera sul campo a una lapidazione, è completamente fuori luogo».

L’articolo contro il razzismo: un ostacolo per l’UDC

Il divieto di discriminazione basata sulla razza o la religione nel Codice penale è una spina nel fianco per l’UDC. Nel 2017, il partito ha presentato al Consiglio nazionale una mozione per l’abolizione senza sostituzione di questa norma penale, che è stata sostenuta esclusivamente dai consiglieri nazionali di questo partito e respinta con 126 voti contro 63; un solo consigliere nazionale dell’UDC ha votato contro. Nel 2024 il Parlamento ha incaricato il Consiglio federale di «elaborare, insieme ai Cantoni, una strategia e un piano d’azione contro il razzismo e l’antisemitismo». L’UDC è stato l’unico partito a respingere la mozione in questione.

Nel 2017 il Tribunale federale ha confermato la condanna dell’ex segretario generale dell’UDC Martin Baltisser (ora collaboratore personale del consigliere federale dell’UDC Guy Parmelin) e della sua allora vice Silvia Bär. L’annuncio «I kosovari accoltellano gli svizzeri» è stato giudicato discriminatorio dal punto di vista razziale.

L’allora presidente dell’UDC e attuale consigliere federale Albert Rösti ha parlato di «sentenza politica», vedendosi confermata la sua opinione secondo cui la norma penale contro il razzismo limita la libertà di espressione. Anche come consigliere federale, Rösti ha fatto dichiarazioni singolari, affermando prima delle elezioni americane di propendere per Trump.

Nel 2020 il Tribunale federale ha confermato la sentenza contro il consigliere nazionale UDC vallesano Jean-Luc Addor per discriminazione razziale. Dopo una sparatoria mortale in una moschea di San Gallo, Addor aveva scritto su Twitter: «Ne vogliamo ancora». In occasione di una celebrazione della Torah, circa 2000 ebrei si erano riuniti a Davos, bloccando temporaneamente la strada. Un politico locale dell’UDC ha pubblicato delle immagini su Facebook e ha scritto: «Ora ci siamo. Incredibile». Seguono diversi commenti, ad esempio «La nostra patria è perduta». La Federazione svizzera delle comunità israelite definisce i commenti «sotto la cintura, offensivi e di cattivo gusto».

Simpatia per gli estremisti di destra

Ci sono anche ripetute manifestazioni di simpatia da parte dei membri dell’UDC per gli estremisti di destra. Il presidente della Giovane UDC Argovia ha affermato che non ci si dovrebbe distanziare dalla «Junge Tat», un gruppo di estrema destra, perché essi vogliono esattamente ciò che vuole anche la Giovane UDC. Due leader della «Junge Tat» saranno presto processati; la procura di Zurigo ha presentato un’accusa per discriminazione razziale e violazione della libertà di credo e di culto, come ha recentemente riportato il Tages-Anzeiger. Alcuni membri dell’organizzazione di estrema destra sono stati condannati con sentenza definitiva per vari reati.

Alcuni membri di estrema destra dell’UDC hanno dovuto lasciare il partito, altri sono rimasti. Ci sono anche iniziative in cui l’UDC si rende quasi ridicola. Ad esempio, con un’iniziativa presentata nel settembre 2025, la Gioventù UDC del Cantone di Svitto chiede che nelle lettere delle autorità e nelle leggi sia utilizzata solo la forma maschile. «La Gioventù UDC sostiene incondizionatamente la popolazione rurale e conservatrice del cantone e i suoi interessi», si legge in un comunicato stampa pubblicato a settembre. L’iniziativa è stata firmata anche dal presidente del partito Marcel Dettling, l’uomo con l’alabarda.

L’UDC, un normale partito conservatore borghese al governo?

In un articolo pubblicato il 28 ottobre su questo stesso sito ho sottolineato come l’UDC sembri isolata su alcune questioni importanti (ad esempio neutralità, Europa, migrazione) e come spesso cerchi di imporre la propria opinione senza compromessi. Il compromesso è però parte integrante del nostro sistema di governo, che riunisce nel Consiglio federale tutti i partiti più importanti. Per questo abbiamo un governo collegiale. Un primo ministro che stabilisce la linea politica non è compatibile con il nostro sistema di governo. In passato, i liberali criticavano aspramente il modo di fare politica dell’UDC. Ma ora i partiti borghesi accettano molte cose che non sono in linea con le regole tradizionali, a volte non scritte, della politica. Fanno eccezione solo poche personalità di spicco. I fatti e la correttezza non sono più richiesti. Non è sorprendente che un politico come Andreas Glarner, che ha ripetutamente diffamato, incitato all’odio e messo in difficoltà delle persone, sia ancora presidente dell’UDC argoviese?

Il partito continua a guadagnare consensi tra gli elettori nonostante o proprio grazie alla sua tattica del capro espiatorio. La colpa di quasi tutti i problemi e le difficoltà è sempre dei troppi migranti. Le dichiarazioni nei confronti degli stranieri e dei richiedenti asilo sono spesso disumane. Ciononostante, l’UDC si impegna costantemente per migliorare le condizioni quadro dell’economia, per ridurre le tasse, attirare in Svizzera ricchi stranieri, aziende internazionali e quindi anche manodopera supplementare. In questo modo, la sua politica provoca la crescita della popolazione straniera. Così facendo il tema «troppi stranieri» rimane attuale e l’UDC può continuare a fare politica su questo tema. Il partito più forte della Svizzera può evidentemente permettersi tali contraddizioni. È lecito chiedersi: l’UDC è ancora un normale partito conservatore borghese di governo?

«Flimmer.Media» ha un sito Internet che raccoglie oltre 300 documenti riguardanti politici e membri dell’UDC che hanno violato o infranto la norma penale sul razzismo o che tendono all’estremismo di destra. Anche questo articolo si basa in parte su tali dati.

Pubblicato da Journal21
Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: l’ex consigliere federale Christoph Blocher parla durante una conferenza stampa sulla consultazione di Pro Svizzera sul pacchetto di accordi con l’UE

 


Se i diritti arretrano, la solidarietà avanzi

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

“Abbassate le armi, alzate i salari”, lo slogan che ha aperto gli ultimi scioperi generali in Italia è un messaggio che unisce la richiesta di giuste condizioni di lavoro e di diritti sociali alla protesta contro la guerra e al sostegno alla Palestina.

Ci rinvia al 29 novembre, giornata di mobilitazioni in Ticino contro i tagli – sempre più pesanti, sempre meno giustificabili – nel pubblico e nel parapubblico e, al contempo, Giornata internazionale a sostegno del popolo palestinese – proclamata dall’Onu già nel 1977 – che non sta vivendo nessuna pace, nemmeno con la p minuscola. Rivendicazioni sociali e sostegno alla Palestina finiscono sempre più sullo stesso striscione, parti di un’unica trama che intreccia dignità, equità nel lavoro e nella vita, redistribuzione della ricchezza e libertà dei popoli.

Le piazze che chiedono di cessare il sostegno all’occupazione denunciano le risorse destinate ai conflitti, sottratte a welfare e diritti. Anche in Svizzera la spesa militare è in aumento, destinata a raggiungere quasi l’1% del Pil entro il 2030, cinque anni prima del previsto, mentre lo Stato sociale è sempre più sotto pressione. Credere, cullati da una pericolosa schadenfreude, che le cose accadono ad altri, che in fondo se le meritano – dai palestinesi agli impiegati dello Stato, fino ai poveri, odiato bersaglio della disciplina liberista – è cecità.

“Volevamo liberare la Palestina, ma la Palestina ci ha liberati”, è il grido della gioventù nelle manifestazioni. Ci rende attenti: le logiche di sopraffazione che colpiscono quel popolo sono le stesse che alimentano precarietà ed esclusione nelle nostre società; la solidarietà internazionale è un’estensione delle rivendicazioni di chi vive condizioni di insicurezza economica. Non è un caso che le manifestazioni a sostegno della Palestina disturbino i governi occidentali. I movimenti per la giustizia globale mettono a nudo contraddizioni profonde e il cinismo di certe forme di governance.

In Ticino, l’Udc propone che chi partecipa a manifestazioni spontanee paghi il costo dell’intervento della polizia. Una mossa che scoraggia chi protesta, trasforma il dissenso politico in problema di ordine pubblico e segna un chiaro avvertimento: mobilitarsi costa, non allinearsi è rischioso. Non dimentichiamo come fu “accolto” a Genova il movimento No Global contro il G8. L’Indice dei diritti globali della Confederazione sindacale internazionale del 2025 mostra un peggioramento generale nei diritti sindacali: scioperi limitati, contrattazione collettiva ostacolata.

È un attacco alla capacità di lavoratrici e lavoratori di rivendicare tutele sociali e giustizia economica. La “sicurezza” prima di tutto. L’erosione dei diritti del lavoro è parte di un quadro più ampio: Stati sociali indeboliti, redistribuzione più difficile, cittadini privi di strumenti collettivi per migliorare salari e servizi. In questo scenario, la sfida non è solo economica, ma politica.

Gaza devastata e mercificata; la Cisgiordania sottoposta a un’occupazione sempre più brutale e invasiva. Controllo militare e logiche neoliberali si fondono in un sistema che disciplina territori e corpi, svuota diritti e impone la dipendenza economica. La Palestina mostra, in forma estrema, come dominio politico ed economico possano avanzare insieme fino a rendere la sopravvivenza un compito individuale.

In Europa, lo Stato sociale arretra e la democrazia soffre. La sopravvivenza è sempre più un onere individuale, la giustizia collettiva un imperativo impossibile da eludere. Da qui l’urgenza di abbassare la rassegnazione e alzare la voce.


I “cinque no palestinesi”

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

Il presidente di un’associazione avente lo scopo di diffondere in Svizzera la conoscenza delle condizioni storiche, culturali, politiche, economiche e sociali d’Israele e del suo popolo, su laRegione del 3 novembre ha pubblicato un interessante articolo in cui afferma, tra l’altro, che la leadership palestinese ha avuto cinque occasioni di pace a cui ha risposto con cinque “no”, preferendo il mito della resistenza alla costruzione di uno Stato.

Un’analisi documentata [vedi la versione pdf di questo testo, completa di note e fonti] di queste pretese “occasioni di pace” fa tuttavia emergere una realtà ben diversa.

«Nel 1947 l’Onu propose due Stati, Israele accettò e gli arabi risposero con la guerra»

Lo storico e politico israeliano Simha Flapan, nel suo libro ‘The Birth of Israel – Myths and Realities’, riporta la seguente frase pronunciata nel 1938 da Ben Gurion – il leader e fondatore dello stato di Israele – davanti all’esecutivo sionista: «Dopo la formazione di un grande esercito sull’onda della costituzione dello Stato, aboliremo la partizione ed espanderemo il nostro territorio a tutta la Palestina». Già 10 anni prima della sua istituzione, Israele era dunque cosciente che la partizione della Palestina avrebbe richiesto l’uso delle armi. Un esercito potente che avrebbe in seguito permesso l’espansione del territorio così ottenuto a tutta la Palestina, ciò che si verificò nel 1967. Con pressioni politiche, minacce e bustarelle i sionisti, aiutati dagli USA, riuscirono a far approvare dall’ONU un piano di partizione della Palestina che dava loro (33% della popolazione e proprietaria del 7% del territorio) il 56% del territorio, comprendente la maggior parte delle zone più fertili e la parte essenziale delle terre costiere coltivabili. Il piano non prevedeva alcuna forma di compensazione per i palestinesi, la metà dei quali si sarebbe inoltre trovata in minoranza nel previsto stato ebraico. Siamo onesti: quale popolo di questo pianeta avrebbe accettato una simile proposta?

Quanto alla bellicosità dei palestinesi, ecco quanto affermato da Ben Gurion stesso: «(…) se dovessimo affrontare i palestinesi da soli, tutto andrebbe bene. Loro, la stragrande maggioranza di loro, non vogliono combatterci (…)».

«Nel 2000, a Camp David, il premier israeliano Ehud Barak offrì a Yasser Arafat uno Stato palestinese su oltre il 95% dei territori contesi e capitale a Gerusalemme Est, ma Arafat rifiutò»

Camp David II ebbe il grande pregio di far riconoscere il problema dei rifugiati agli israeliani, mentre per i palestinesi la sua accettazione avrebbe siglato l’istituzionalizzazione dell’annessione israeliana di gran parte delle colonie illegali. In un’intervista al portale d’informazione USA “Democracy Now!”, lo stesso negoziatore e ministro degli esteri israeliano di Camp David II, Shlomo Ben Ami, ha affermato «Se fossi palestinese, avrei rifiutato Camp David». La scarsità dell’offerta israeliana è dimostrata dal fatto che a Taba, nel 2001, lo stesso Barak offrì di più, mentre Olmert alzò ancora l’offerta nel 2007 alla conferenza di Annapolis.

L’offerta di Gerusalemme Est capitale non corrisponde al vero. In un articolo scritto all’indomani della fine del vertice di Camp David, il professore di storia del Medio Oriente alla Stanford Joel Beinin scrisse: «Barak rifiutò di accettare qualsiasi forma di sovranità palestinese su Gerusalemme.»

«Nel 2008 Ehud Olmert ripropose un piano analogo, rifiutato da Mahmoud Abbas»

L’obiettivo concordato degli accordi di Oslo del ’93 mirava all’applicazione delle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza dell’ONU. La risoluzione 242,votata all’unanimità, ribadisce nel suo preambolo uno dei principi chiave del diritto internazionale: l’impossibilità dell’acquisizione territoriale mediante l’uso della forza, e intima a Israele di rientrare nei propri confini, ciò che Israele non fece. Anzi, la popolazione dei coloni dalla firma degli accordi di Oslo del 1993 al 2008 aumentò di 225’754 unità, superando il mezzo milione. Inoltre, nonostante fosse in corso un processo di pace, il parlamento israeliano non abrogò mai gli incentivi introdotti nel 1967 per favorire l’insediamento di coloni nei Territori occupati. Un quadro poco propizio ad accordi di pace, offuscato anche dal fatto che nel luglio 2008 Olmert aveva annunciato le proprie dimissioni a causa di un’inchiesta per corruzione. Quindi perché impegnarsi con un leader bollato, il cui successore (Netanyahu) avrebbe potuto facilmente disconoscere l’accordo?

Quanto ai contenuti, una frase – pronunciata da Abbas in presenza di Condoleezza Rice e riportata da quest’ultima nelle sue memorie – dà un’idea della situazione: «Non posso dire a 4 milioni di palestinesi [i rifugiati] che solo 5’000 di loro possono andare a casa.»

«Nel 2015 Benjamin Netanyahu accettò l’idea di due Stati, chiedendo solo che quello palestinese fosse smilitarizzato e riconoscesse Israele come Stato ebraico, ma anche questa offerta venne respinta»

Un sì alla creazione di uno Stato palestinese demilitarizzato che riconosca lo Stato ebraico è stato effettivamente pronunciato da Netanyahu davanti alla rappresentante UE Mogherini il 21 maggio 2015. Un discorso di circostanza per abbonirsi l’UE, certamente non un’offerta seria alla controparte palestinese. In effetti, solo sei giorni prima, al sito di notizie israeliano NRG aveva dichiarato: «Chiunque si muova per istituire uno Stato palestinese o intenda ritirarsi dal territorio [occupato] sta semplicemente cedendo terreno agli attacchi terroristici islamici radicali contro Israele». Alla domanda se ciò significasse che non sarebbe stato istituito uno Stato palestinese, ha risposto: «Esattamente».

I palestinesi hanno riconosciuto ufficialmente lo Stato di Israele il 9 settembre 1993 e ricevuto in cambio un misero riconoscimento dell’OLP come rappresentante del loro popolo. Ciò a cui Netanyahu aspirava con la sua offerta era il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, cioè uno Stato in cui “i non ebrei” sono solamente degli ospiti più o meno graditi e non dei cittadini a pieno titolo, concetto alla base della legge approvata il 18 luglio 2018 contenente anche clausole che dichiarano una «Gerusalemme unita» quale capitale di Israele e che «lo Stato vede lo sviluppo degli insediamenti ebraici come un interesse nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere il suo consolidamento».

«Nel 2020 il piano Trump, che includeva autonomia, sviluppo e sicurezza, venne definito “coloniale”»

Il piano include effettivamente autonomia, sviluppo e sicurezza, ma unicamente per Israele. Di seguito è riportato un estratto di una presa di posizione di 50 ex ministri europei destinata all’UE:

«Il piano concede l’annessione di parti ampie e vitali del territorio palestinese occupato e legittima e incoraggia l’attività illegale degli insediamenti israeliani. Riconosce solo le rivendicazioni di una parte su Gerusalemme e non offre una soluzione giusta alla questione dei rifugiati palestinesi. Prevede un futuro “Stato” palestinese senza controllo né sovranità sul suo frammentato territorio. La mappa presentata nel piano propone delle enclave palestinesi sotto il controllo militare israeliano permanente, che evocano agghiaccianti associazioni con i bantustan del Sudafrica.»

Persino il “Guardian” ha messo da parte la sua proverbiale pacatezza inglese e scritto:

«Quando Donald Trump ha presentato la sua “visione di pace” la scorsa settimana, sembrava una lista delle aspirazioni dell’estrema destra israeliana per il controllo permanente sui palestinesi e su gran parte della terra in cui vivono.»

Coloniale? Sì, con una punta di segregazionismo. Significativa la mappa raffigurante lo Stato palestinese privo della valle del Giordano e senza accesso al Mar Morto, ma con la scritta “Tutti i musulmani che vengono in pace saranno i benvenuti a visitare e pregare nella moschea di al-Aqsa”, che tradotto dal politichese dà qualcosa come: “per andare a pregare dovrete passare dai nostri checkpoint dove sarete scherniti”.

In conclusione

Le cinque proposte elencate hanno un tratto comune: calpestano in modo sistematico il diritto e/o sono volte a consolidarne le violazioni del passato. Il cammino verso la pace deve dapprima saldare il conto con il diritto, poi le parti in causa devono riconoscere gli eventi che hanno rotto la pace. Il governo israeliano, con la propria narrazione supportata da una miriade di organizzazioni e associazioni, tende a cancellare quanto una generazione di storici ha messo incontrovertibilmente in evidenza. Al posto di costruire 712 chilometri di muraglia di protezione, gestire centinaia di posti di blocco, spendere 40’000 dollari per ogni colpo di mortaio o missile sparato da Gaza, Libano, Siria, Iran o Yemen e miliardi per annientare Hamas & Co facendo strage di civili, è giunto il momento per Israele di chiedersi il perché di tante attenzioni e cosa vogliono ottenere i suoi nemici. Magari solo rispetto.

Nell’immagine: i membri della delegazione dell’Agenzia Ebraica studiano una mappa della proposta di spartizione della Palestina presso la sede provvisoria delle Nazioni Unite


Il Sudafrica reagisce con fermezza alle accuse di Trump

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

Al termine del G20 2025 tenutosi a Johannesburg, Trump ha fatto subito sapere che il Sudafrica non sarà invitato al prossimo G20, che si terrà nel 2026 in Florida. Il capo della Casa Bianca accusa nuovamente il Sudafrica di atrocità contro i bianchi sudafricani. Accuse non comprovate e respinte persino dagli ambienti bianchi più radicali.

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha definito punitiva la decisione americana, ingiustificata a tutti i livelli diplomatici, e contraria al protocollo del G20, che non contempla la consegna della presidenza a un diplomatico subalterno, come richiesto dagli USA. Ramaphosa ha al contempo lodato il summit come un successo del multilateralismo, con un comunicato finale che sottolinea la necessità di affrontare temi urgenti come il cambiamento climatico e l’ineguaglianza  tra uomini e donne.

Tutte tematiche che per il presidente americano sono notoriamente anatema, e alle quali Trump ha difatti reagito accusando il Sudafrica di abusare della presidenza del G20 per manipolare i temi in discussione. Trump ha poi rincarato la dose, ripetendo le accuse di genocidio e di violazione dei diritti umani a scapito degli Afrikaners (i sudafricani bianchi di origine olandese e francese), ivi comprese le accuse ingiustificate di espropriazioni arbitrarie in favore della popolazione nera.

Ancora una volta Trump dimostra di non voler sapere come stanno realmente le cose. Infatti, l’esproprio avviene con il consenso dei proprietari, in seguito a negoziati mediati dal governo. Un progetto volto anche a dare alla maggioranza di colore la possibilità di crearsi un futuro migliore.

Per quel che concerne il prossimo G20 che si terrà a Miami nel 2026, c’è chi scommette che mentre Ramaphosa non ci sarà, verrà invitato con tutti gli onori il presidente russo Wladimir Putin, con il quale il Tycoon sembra essere in buoni rapporti. Spasiba Amerikanski!

Nell’immagine: contadine e contadini della provincia di Natal che coltivano terreni precedentemente improduttivi o sottoutilizzati, ricevuti grazie alla riforma agraria in corso


Putin gela i negoziati: “Tregua solo se Kiev si ritira dalle regioni contese”

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

Di , la Repubblica

Che cosa vuole davvero Vladimir Putin per porre fine al conflitto in Ucraina? «Tutto», spiegano gli analisti. E, anche se sembra incredibile, il “tutto” del presidente russo è persino più di quanto prevedesse il piano in 28 punti elaborato dagli Stati Uniti che pure accoglieva gran parte delle reiterate richieste di Mosca prima che venisse «aggiornato e perfezionato» lo scorso fine settimana a Ginevra insieme a europei e ucraini. Ieri lo ha chiarito lo stesso leader del Cremlino.

Parlando in conferenza stampa a Bishkek, in Kirghizistan, Putin è stato perentorio. «Riceviamo ancora richieste di cessate il fuoco qui e lì. Le ostilità cesseranno se le truppe ucraine si ritireranno dai territori che occupano», ha detto a margine di un incontro con i leader delle ex Repubbliche sovietiche centrasiatiche. Putin alludeva alle quattro regioni ucraine che la Russia ha riconosciuto come suoi “nuovi territori” nel settembre 2022, ma che controlla soltanto in parte. «Se non si ritireranno, le espelleremo con la forza delle armi. Tutto qui».

Il resto è il solito cerchiobottismo putiniano per non chiudere il dialogo col presidente statunitense Donald Trump — che la prossima settimana invierà Steve Witkoff, e forse il genero Jared Kushner, a recapitargli a Mosca il testo modificato e «suddiviso in quattro parti separate» — ma anche per puntualizzare che la Russia non arretra. La parzialità di Witkoff palesata dalle sue telefonate trapelate con Mosca? «Un’assurdità». «Sarebbe sorprendente se ci lanciasse maledizioni, fosse molto maleducato e poi arrivasse per stringere legami con noi». Sì, «vediamo che la parte americana tiene conto della nostra posizione, discussa prima e dopo Anchorage» e, sì, il piano americano potrebbe «costituire la base per accordi futuri», ma non «ci sono bozze di trattato, ci sono una serie di questioni che erano state proposte per essere discusse e formulate definitivamente… Sarebbe scortese da parte mia parlare di versioni definitive, dato che non ce ne sono».

A negoziare per la Russia saranno i suoi consiglieri Vladimir Medinskij, già capo negoziatore a Istanbul, e Jurij Ushakov, oltre al ministero degli Esteri. «Dobbiamo sederci e discuterne seriamente. Dobbiamo tradurre tutto in un linguaggio diplomatico. Ogni parola conta». A partire dal riconoscimento della Crimea, la penisola ucraina annessa nel 2014, e del Donbass, dove le forze russe controllano tutta la regione di Lugansk e gran parte di quella di Donetsk. Riconoscimento «internazionale, non dell’Ucraina», precisa il leader del Cremlino, sollevando ancora una volta il tema della legittimità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky con cui, a suo dire, sarebbe «impossibile legalmente» firmare un accordo.

Poco importa che il capo dello staff del presidente ucraino, Andriy Yermak, abbia annunciato un nuovo incontro con gli statunitensi per «consolidare i risultati ottenuti a Ginevra». Putin fa capire che quelli che Trump ha definito «piccoli dettagli che devono essere risolti», e Kiev «linee rosse», per Mosca rappresentano i «punti chiave» per porre fine al conflitto. Persino il tetto di 600mila uomini dell’esercito ucraino proposto dagli Usa, che Kiev avrebbe chiesto di portare a 800mila, sarebbe più generoso dei 100mila prospettati da Mosca a Istanbul. A «chi in Occidente vuole raggiungere la pace il più rapidamente possibile, anche a costo di alcune concessioni reciproche», Putin lancia un avvertimento: «Tutto ciò che è accaduto a Kupyansk continuerà a ripetersi in altre aree. Il crollo del fronte sarà inevitabile».

«Putin vuole ancora tutto», commenta Max Bergmann, direttore del programma Europa, Russia ed Eurasia presso il Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (Csis). E quanto poco la Russia creda nei nuovi colloqui, lo dimostra anche la scaletta dei tg di Stato che aprono tutti sulla visita di Putin in Kirghizistan e quasi ignorano il nuovo impulso ai negoziati sull’Ucraina. Per il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov il fervore occidentale per il “piano di pace” non è altro che puro «baccanale informativo».


I poteri che abdicano ai leader di ChatGpt

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

Di , La Stampa

Ogni mattina un capo del governo si alza e rimpiange i tempi in cui il problema più complicato dell’agenda era un negoziato sui fondi agricoli o una disputa sui limiti di pesca. Oggi, sulla scrivania c’è un fascicolo con su scritto: “Intelligenza Artificiale – urgente”. Dentro, due dossier che non potrebbero essere più diversi, ma che arrivano sempre abbinati.

Il primo è il ritratto di un futuro scintillante. Titoli di borsa che salgono verticali, investimenti miliardari, modelli linguistici che scrivono progetti meglio di qualsiasi consulente. Un panorama scandito dagli annunci delle startup, con software capaci di progettare nuovi farmaci in poche ore, algoritmi che ottimizzano intere catene produttive e robot “generalisti” in grado di sturare il lavandino, tagliare cipolle e – a sentire Elon Musk – piegare il bucato. Il sogno collettivo è chiaro: non lavorare più, o lavorare molto meno.

Il secondo dossier ha tutt’altro colore. Al suo interno ci sono incidenti informatici, tentativi di manipolazione politica, vulnerabilità scoperte nelle infrastrutture critiche. Per non parlare del capitolo “effetti sociali”: posti di lavoro a rischio, scuole che non riescono a tenere il passo, sanità sotto pressione.

Il politico sfoglia le pagine e pensa quello che non può dire ad alta voce: da questa rivoluzione non si torna più indietro. Ed è lì che iniziano i dilemmi. Le tecnologie del passato crescevano come bambini educati: un passo alla volta, abbastanza lente da essere comprese e regolate. L’intelligenza artificiale, no: al confronto è un adolescente geniale e imprevedibile, capace un giorno di fallire compiti elementari e il giorno dopo di dimostrare teoremi complessi, ma anche prendere iniziative che nessuno gli ha chiesto. Non è un malfunzionamento, è il suo carattere “naturale”.

A questa imprevedibilità tecnologica se ne aggiunge un’altra, ancora più complicata: quella geopolitica. Non siamo più nell’era dei bipolarismi stabili, in cui bastava osservare due capitali per capire dove stava andando il mondo. Un tempo le grandi tecnologie erano controllate dall’una o dall’altra superpotenza. Oggi tutti stanno sviluppando l’Ai: Stati Uniti, Cina, India, Corea, Israele, Europa, ma anche startup con cinque dipendenti, centri di ricerca privati, comunità open source. Per un governo significa una cosa sola: non puoi sapere chi farà la prossima scoperta, né quali conseguenze potrà avere su equilibri già fragili.

A questo punto il nostro politico capisce di essere intrappolato in un paradosso. Da un lato vede con chiarezza i rischi. Dall’altro sa che nessuno può permettersi di rallentare: la minaccia strategica viene sempre prima di quella sociale, e ogni esitazione sul fronte civile indebolisce subito le capacità di difesa. Tanto più perché oggi sono gli attori privati a generare la maggior parte delle innovazioni e delle competenze necessarie alla sicurezza nazionale, e limitarli significa compromettere l’intero ecosistema. Vorrebbe dire non solo perdere sviluppo, dati, talenti e visibilità sull’evoluzione dell’Ai, ma soprattutto lasciare ad altri la possibilità di trasformare per primi un progresso tecnologico in un vantaggio militare. È un rischio che nessun capo di governo, anche il più prudente, può accettare.

Di fronte all’evidenza di non poter più governare la tecnologia, al politico non resta allora che rivolgersi all’unica dimensione di sovranità che può ancora controllare: le persone. Se le macchine avanzano troppo velocemente per essere imbrigliate, chi le progetta, le usa o le manipola resta invece entro il suo raggio d’azione. È un margine più stretto di un tempo, certo, ma ancora reale. Ed è lì che si gioca ciò che rimane della sua capacità di fare la differenza.

La prima priorità riguarda il processo decisionale. Man mano che l’Ai entra nella scuola, nella giustizia, nella sicurezza, nei servizi pubblici, cresce la tentazione di delegarle scelte che appaiono “più efficienti” se affidate a un algoritmo. Ma una decisione non è mai soltanto un calcolo: è anzitutto un atto morale, che implica intenzione e conseguenze. L’Ai può analizzare, suggerire e prevedere, ma non può e non deve essere il referente ultimo delle scelte che riguardano le persone. La parola finale deve restare umana, perché solo dove c’è responsabilità c’è anche autorità. e una democrazia smette di essere tale nel momento in cui il giudizio si sposta fuori dalle mani di chi ne risponde.

Il secondo fronte è quello del controllo su chi usa l’Ai privatamente per produrre danni pubblici. Perché oggi un singolo può fare ciò che un tempo era alla portata solo degli Stati: orchestrare campagne di disinformazione, bucare infrastrutture critiche, manipolare mercati, servizi sanitari o reti elettriche. Quando il potere scende così in basso, la legge deve risalire altrettanto velocemente. Non per frenare l’innovazione, ma per evitare che diventi un detonatore. Servono norme severe e chiare: chi sfrutta l’Ai in modo doloso deve sapere che le conseguenze saranno proporzionate non all’intenzione, ma al potere che ha nelle mani.

Alla fine della giornata, quando il presidente del Consiglio richiude il fascicolo, sa che la mattina dopo sarà ancora lì, più urgente di prima. La tecnologia continuerà a correre senza chiedere permesso, mentre la società avrà sempre bisogno di più tempo, di regole e soprattutto di quella fiducia minima che le permette di restare unita. È da questo compito che dipenderà la capacità della politica di contare in futuro, se non vuole dover presto abdicare in favore di Presidente ChatGpt.


Taiwan nel mirino, la paura di una Ucraina d’Asia

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

Di Lorenzo Lamperti, il manifesto

“Non provocare Pechino su Taiwan”. Il suggerimento è di Donald Trump, la destinataria è Sanae Takaichi. Nel mezzo della crisi tra Cina e Giappone, la Casa bianca non prende le difese dell’alleato asiatico, ma si fa quasi portavoce del suo presunto rivale. È un apparente ribaltamento, svelato dal Wall Street Journal e smentito dal governo nipponico. Ma l’effetto è già concreto, così come l’aumento dell’inquietudine tra Tokyo e Taipei.

La contingenza, d’altronde, è potenzialmente decisiva. Tra i tentativi di mettere fine alla guerra in Ucraina e gli smottamenti in corso sulla faglia asiatica, Trump e Xi Jinping sembrano flirtare con l’idea di una sorta di G2, etichetta ai rapporti tra le due superpotenze che è stata rilanciata dallo stesso presidente americano durante il vertice di fine ottobre a Busan.

Vista la disponibilità di Trump a riaprire il dialogo con la Russia, recependo diverse richieste di Vladimir Putin per il suo piano di pace sull’Ucraina, Xi ha deciso di riportare sul tavolo la questione di Taiwan. Il dossier era rimasto stranamente inevaso nell’incontro in Corea del sud, teso al raggiungimento della tregua nella guerra commerciale, ma è stato il centro del colloquio telefonico di qualche giorno fa.

“La Cina sostiene gli sforzi per la pace in Ucraina e auspica quanto prima un accordo di pace equo, duraturo e vincolante”, ha detto Xi, apparentemente a sostegno dell’iniziativa di Trump. In cambio, Xi chiede minore sostegno a Taiwan, dopo che la settimana scorsa il Pentagono ha annunciato due potenziali vendite di armi per circa un miliardo di dollari all’isola. “Il ritorno di Taipei alla Cina è un pilastro dell’ordine internazionale del dopoguerra” ha detto Xi a Trump. Il messaggio è rivolto anche o soprattutto al Giappone, dopo che la neo premier Takaichi ha abbandonato l’ambiguità strategica paventando un intervento militare in caso di attacco cinese contro Taiwan.

Pechino aspettava Takaichi al varco, per la sua nota linea nazionalista e revisionista sulla storia. La crisi serve a Xi non solo per creare problemi al governo della mal sopportata vicina, ma anche a legare la questione di Taiwan al processo di riarmo giapponese. Come se i rischi sullo Stretto fossero causati dal rinnovato “militarismo” di Tokyo, che già negli anni scorsi ha iniziato a muoversi per allentare gli storici lacci del pacifismo imposto dagli Usa al termine della Seconda guerra mondiale.

Certo, Takaichi cavalca quel processo in modo più esplicito dei moderati predecessori. Domenica scorsa, il suo ministro della Difesa Shinjiro Koizumi si è presentato a Yonaguni, isola ad appena 110 chilometri dalle coste taiwanesi. Qui, ha confermato che verranno dispiegati missili per “ridurre la possibilità di un attacco armato” contro il Giappone.

“Gli Usa tengano a freno Tokyo sul militarismo”, ha scritto ieri il Quotidiano del Popolo. È sostanzialmente la stessa richiesta fatta da Xi a Trump, che non ha dato alcuna rassicurazione agli alleati, concentrandosi sul commercio e confermando la doppia visita incrociata che i due leader effettueranno tra Pechino e Washington nel 2026. Anzi, secondo il resoconto cinese, Trump ha detto di comprendere “l’importanza della questione di Taiwan per la Cina”. Subito dopo la telefonata a Takaichi, che negli ultimi giorni ha provato a smussare la sua postura. “Quello su Taiwan era solo un esempio teorico in cui il Giappone potrebbe considerare una situazione di minaccia alla sopravvivenza”, ha detto la premier, sostenendo che la linea di Tokyo sullo status di Taipei non è cambiata. Non sembra bastare a Pechino, che anche ieri ha chiesto un’esplicita ritrattazione.

Nel frattempo, Taiwan mira a un aumento esponenziale delle spese militari, destinate a superare il 3% del pil nel 2026 e raggiungere il 5% entro il 2030. In un articolo sul Washington Post, il presidente Lai Ching-te ha annunciato 40 miliardi di dollari di budget aggiuntivo per la difesa nei prossimi anni, che sarà utilizzato per acquistare armi dagli Usa e realizzare una versione taiwanese del Dome israeliano. “La Cina sta accelerando i preparativi militari per prendere il controllo di Taiwan con la forza”, ha detto Lai, che col riarmo punta anche a ingraziarsi Trump e mettere all’angolo l’opposizione del Kuomintang, che promuove un riavvicinamento a Pechino e ha già criticato l’aumento “eccessivo” delle spese di difesa.

A Taipei come a Tokyo, i movimenti di Trump e Xi alimentano però il timore che il destino della regione possa anche essere deciso sopra le loro teste.

Nell’immagine: marinai della marina taiwanese caricano mine marine durante un’esercitazione


Imposta di successione: nessuna minaccia per le piccole imprese

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

Di Werner Vontobel, Infosperber

Come finanziare le spese necessarie per la protezione dell’ambiente? Cosa significa per la nostra democrazia il fatto che i redditi e il patrimonio siano sempre più concentrati e che l’1% più ricco di tutti i contribuenti possieda ormai quasi la metà di tutto il patrimonio? Come possiamo gestire al meglio questo sviluppo?

Sono questi i veri interrogativi posti dall’Iniziativa per il futuro. Purtroppo, i contrari alla proposta sono riusciti a orientare il dibattito in una direzione completamente diversa, sostenendo che l’imposta sulle eredità della Gioventù Socialista distruggerà la spina dorsale delle nostre PMI.

A tal fine è stata creata ad arte l’impressione che una parte considerevole del patrimonio ereditario imponibile sia investita in piccole e medie imprese. Queste ultime, secondo la tesi, sarebbero così indebolite finanziariamente dall’imposta di successione da non poter continuare l’attività e dovrebbero essere vendute all’estero. Ciò comporterebbe a sua volta la perdita di molti posti di lavoro.

C’è del vero in tutto questo? Diamo un’occhiata più da vicino alle cifre.

5’930 miliardi di franchi. Secondo la Banca nazionale, alla fine del 2024 il patrimonio delle famiglie svizzere ammontava a questa cifra. Di questi, 2800 miliardi erano immobili, 1760 miliardi investimenti collettivi, comprese le casse pensioni, 100 miliardi obbligazioni e «solo» 400 miliardi azioni e partecipazioni in aziende. Ciò include anche tutte le azioni di grandi aziende svizzere detenute da cittadini svizzeri. Per le partecipazioni rilevanti in aziende di medie dimensioni dovrebbero rimanere al massimo 100 miliardi, ma probabilmente sono molto meno.

Consideriamo la questione da un altro punto di vista: l’intero capitale reale investito nelle aziende svizzere ammonta a ben 500 miliardi di franchi. Di questi, circa 220 miliardi sono destinati all’edilizia e alle opere di ingegneria civile (secondo «bauenschweiz.ch» il 17% di tutte le costruzioni edili e di ingegneria civile per un valore di 1300 miliardi di franchi). A questi si aggiungono circa 300 miliardi per attrezzature, macchinari, know-how, elettronica e automobili ad uso commerciale. Ciò porta a un totale di ben 500 miliardi di franchi di capitale produttivo investito e utilizzato da aziende (di ogni tipo).

Di questi, ben la metà dovrebbe essere attribuibile alle grandi aziende ad alta intensità di capitale. (La sola Roche ha un patrimonio aziendale di 52 miliardi di franchi, che però è investito solo in parte in Svizzera). Per il resto, ovvero le PMI, rimangono quindi 250 miliardi di franchi, ma è importante sapere (e lo si può sapere grazie all’intelligenza artificiale) che le nostre PMI sono finanziate in media per il 70% da capitali esterni. Dei 250 miliardi di capitale investito, rimangono quindi circa 75 miliardi di capitale proprio tassabile. Anche in questo modo arriviamo a un ordine di grandezza pari a poco più dell’1% del patrimonio totale potenzialmente ereditabile di tutte le famiglie svizzere, pari a quasi 6000 miliardi.

Il resto è costituito da puro patrimonio finanziario o da immobili, che tra l’altro aumentano di valore di circa 80 miliardi all’anno. Anche il puro patrimonio finanziario produce un rendimento annuo di ben 80 miliardi. Non si può quindi parlare di patrimoni «guadagnati con fatica», tanto meno dal punto di vista degli eredi. Nel nostro contesto, tuttavia, non si tratta di giustizia e moralità, ma del fatto che non vi è alcuna ragione puramente economica che ostacoli una maggiore tassazione di queste eredità. Si tratta semplicemente di troppo poco denaro.

La variante proposta dalla Gioventù Socialista Svizzera (Juso) interesserebbe solo le poche decine di aziende private il cui capitale proprio per proprietario o testatore supera i 50 milioni di franchi. E chi è in grado di accumulare un patrimonio aziendale di tale entità dispone di norma anche di un patrimonio finanziario e immobiliare molte volte superiore, che gli eredi possono facilmente monetizzare senza attingere alle casse dell’azienda ereditata. Si veda ad esempio la famiglia Spuhler e la sua Stadler Rail. Il timore che un’imposta di successione (o questa in particolare) possa mettere in difficoltà finanziarie l’economia produttiva è quindi molto azzardato.

Come mai allora questo improbabile effetto collaterale domina l’intero dibattito, che dovrebbe invece concentrarsi su problemi molto più importanti? Forse perché esiste uno stretto legame tra potere finanziario e potere mediatico? La democrazia dovrebbe iniziare con il condurre i dibattiti giusti.

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: Fabio Regazzi: «L’iniziativa sulle successioni è un harakiri clamoroso» (dal suo sito)


Memoria, giustizia e l’ombra dell’oblio su Gaza

Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto… 

La tentazione dell’oblio: ricostruzione senza giustizia

L’impressione che si ricava da quanto sta avvenendo dopo la fragile tregua in corso è che i principali attori sulla scena geopolitica mondiale, in particolare i governi occidentali, siano proiettati alla ‘ricostruzione’ di Gaza, cercando di lasciarsi alle spalle quanto accaduto in questi due anni. È come se ci fosse una volontà di cancellare, con un rapido colpo di spugna, tutti gli orrori ai quali abbiamo assistito e dei quali siamo stati testimoni giorno per giorno, e che hanno originato il genocidio ordito dal governo d’Israele e perpetrato dal suo esercito. Della serie: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdámmoce ‘o ppassato”, sulla scorta della celebre canzone partenopea del 1944 ‘Simmo ‘e Napule, paisà!’.

Nella fattispecie, però, come del resto in tanti altri contesti storici, senza giustizia e senza fare i conti con il passato, Hamas – con un altro nome o in altre vesti – riemergerà dalle ceneri del nostro fallimento, per diventare un incubo infernale per generazioni future e un fantasma angosciante per le nostre coscienze… almeno per coloro che si accorgeranno di averne una.

Ancora una volta abbiamo avuto la drammatica esperienza che la Storia non procede linearmente secondo una scala ascendente verso un grado di progresso vieppiù raffinato ed elevato (come sostenuto e anelato dal positivismo), bensì si muove secondo linee e logiche sinuose, nell’alternanza tra avanzamenti e regressioni, evoluzione e involuzione. Il popolo ebraico, dopo aver subito la terrificante pagina dell’Olocausto e aver trovato un posto dove edificare un proprio Stato, in poco tempo è stato testimone di una compagine governativa che si è resa artefice di un genocidio. A dimostrazione che non possiamo sentirci esenti dal ricadere nelle tenebre o nel baratro della negazione dell’umanità, sempre in agguato, nonché nel riconoscere che la libertà e la democrazia non sono delle mete acquisite, ma dei traguardi da conseguire sempre di nuovo.

“Viviamo un’epoca in cui la sproporzione tra le tragedie che colpiscono interi popoli e le nostre parole è ormai tale che solo ad aprir bocca sembra di mentire. Che vale intendere, interpretare, ricercare cause e nessi storici di fronte a donne e bambini trattati come eserciti nemici in fuga [da annientare]? Neppure si prova vergogna a discettare sul nome più adatto per definire la ‘cosa’ – chiamarla genocidio o ricostruzione immobiliare delle spiagge di Gaza non ne sposta di uno iota l’orrore. Io temo che essa, proprio nella sua violenza, dica del vuoto che sta tutti inghiottendo, che questo sia il suo vero nome. (…) Gaza può oggi accadere perché il mondo sta precipitando in tale vuoto.” (Massimo Cacciari, “La Stampa”, 29.09.2025)

L’oblio sta investendo anche imprese altamente significative e nobili come quella compiuta dalla Global Sumud Flotilla. Esprimo qui tutta la mia riconoscenza e ammirazione per aver dato corpo, voce e testimonianza concreta di solidarietà a un popolo martirizzato, al di là di tante chiacchiere giustificatrici e assolutorie di classi politiche e compagini governative asfittiche e imbelli di un Occidente e di un mondo decadente e vacuo.

La Flotilla non ha portato solamente degli aiuti umanitari (cibo, apparecchiature sanitarie, medicamenti, beni di prima necessità), ma ha portato altresì il propellente più corroborante per la popolazione stremata che da due anni soffre le pene dell’inferno (dimenticata da governi cosiddetti democratici), vale a dire la solidarietà, la vicinanza, il desiderio dell’incontro diretto e corporeo (non solo virtuale o mediatico), guardandosi negli occhi, dandosi la mano e magari anche abbracciandosi. Quanti i messaggi inviati dalla Striscia dai gazawi! Essi sono stati rinvigoriti e rincuorati dal fatto di sapere che qualcuno si era messo in rotta verso di loro e non li avesse dimenticati, per incontrarli e per riconoscerli come vittime sacrificali di un mondo alla rovescia, dove gli attivisti nonviolenti venivano tacciati da terroristi, dai veri terroristi di Stati braccati dalle istanze giuridiche internazionali e già condannati dalla storia. Uno per tutti, emanato da Gaza dalla scrittrice palestinese Eman Abu Zayed: “Al popolo italiano, e a tutti quelli che si mobilitano per Gaza, voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, riempite i nostri cuori di gioia”.

Ma queste speranze di una svolta umana, prima ancora che umanitaria, sono state ben presto infrante dalla tracotanza e dalla pervicace e cieca brama di vendetta e annientamento del nemico – completamente disumanizzato per giustificarne l’annichilimento attraverso la fame/sete, i bombardamenti devastanti, la distruzione di case, ospedali, scuole, luoghi di culto… – da parte di un governo di sadici che, in forza dell’immunità di cui gode, continua a perpetrare azioni volte a fomentare la guerra.

I gazawi, che da due anni vivono giorno dopo giorno nel terrore e sotto la costante minaccia di morte che piove dal cielo o da qualsiasi fonte militare di terra in un territorio ristrettissimo trasformato in un paesaggio lunare da macerie infinite, devono ora affrontare la rigidità dell’inverno e le piogge battenti che rendono l’esistenza, nelle misere tende dove in gran parte sono ammassati, invivib

La sceneggiata della ‘pace eterna’: interessi e affari

Abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando sembrava giunto il momento di un cessate il fuoco, ma il tanto declamato “accordo di pace” tessuto dall’amministrazione Trump in 20 punti, ha dimostrato ben presto la sua fragilità, in assenza del coinvolgimento e di un intervento diretto di organismi interazionali riconosciuti, in primis l’ONU, delegittimato in ogni modo da chi sta alla Casa Bianca e dagli esponenti apicali del governo israeliano.

Faceva specie vedere a Sharm el Sheikh, il 13 ottobre 2025, la scenografia – sarebbe meglio chiamarla sceneggiata – della sottoscrizione del cosiddetto “Accordo di pace per Gaza” (preludio della trumpiana ‘pace eterna’ per il Medio Oriente che aveva preannunciato qualche settimana prima, forse sottintendendo o prefigurando con tale locuzione la morte perpetua – il sotterramento, sotto il cumulo di macerie della Striscia – di qualsiasi speranza di uno Stato palestinese). In prima fila spiccava il regista ipernarcisista mitomane affiancato da tre comprimari, messi lì in bella vista come statuine tanto per dare una parvenza di multilateralismo (sullo sfondo una ventina di capi di Stato e di governo, sfuocati in tutti i sensi e silenti).

Inquietanti i personaggi schierati:

  • L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani: il Qatar è un emirato – formalmente una monarchia costituzionale, ma di fatto una monarchia assoluta – dove l’emiro detiene il potere esecutivo e legislativo finale. I partiti politici sono vietati e i cittadini godono di diritti politici e civili limitati.
  • Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan: la cui presidenza è segnata da una crescente deriva autoritaria, dalla repressione delle proteste di Gezi Park nel 2013, e dall’utilizzo del sistema giudiziario per neutralizzare i rivali politici (come dimostra l’incarcerazione del popolare sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu).
  • Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi: la sua presidenza è iniziata con il colpo di stato militare del 2013 da lui orchestrato, seguito da un’ondata di violente repressioni, migliaia di arresti e la sistematica violazione dei diritti umani. Ne è una testimonianza l’episodio del sequestro e della morte sotto tortura del ricercatore italiano Giulio Regeni nel 2016.

Spiccava l’assenza di qualsiasi delegazione o rappresentante palestinese, né vi era alcun esponente del governo israeliano, dopo il veto di Erdoğan sulla presenza di Netanyahu e dopo il siparietto alla Knesset del giorno prima, con la celebrazione osannante del tycoon, “il migliore amico che Israele abbia mai avuto” secondo il primo ministro israeliano. In tale occasione si era in pratica sancita la garanzia di un appoggio incondizionato di Washington agli interessi di Tel Aviv. A sua volta Trump, con la solita retorica millantatrice e iperbolica, dopo aver tessuto le lodi di Netanyahu (definito “un uomo dal coraggio e dal patriottismo eccezionali, che ha fatto tanto per rendere possibile questo giorno importante, uno dei più grandi presidenti (sic!) in tempo di guerra”), ha persino chiesto in quell’occasione, paternalisticamente, al vero presidente d’Israele, Isaac Herzog, di concedergli la grazia per le pendenze giudiziarie a suo carico per corruzione e abuso di potere.

“In effetti i regali che il primo ministro israeliano e sua moglie sono accusati di aver accettato, per un valore complessivo di $260.000, sono un peccato veniale in confronto a quelli che Trump e i suoi hanno ricevuto dai monarchi arabi del Golfo e da altri miliardari” (Gilbert Achcar, professore emerito presso la School of Oriental and Africans Studies: università di Londra, in “Le Monde Diplomatique”, novembre 2025).

Del resto, come sorprendersene: abbiamo ormai capito che la politica internazionale di Trump è improntata essenzialmente a una logica predatoria-affaristica – innanzitutto per sé e il suo clan familiare e poi per affermare il predominio statunitense sul mondo secondo lo slogan “Make America Great Again” (MAGA).

Il ‘piano di pace’ “più abborracciato nella storia” prevede in pratica che Gaza sia posta sotto tutela di un ‘consiglio di pace’ diretto dallo stesso Trump, il quale supervisionerà l’attuazione di un “piano Trump per lo sviluppo economico” teso a “ricostruire e rilanciare” la Striscia di Gaza, con la creazione a tale scopo di una “zona economica speciale”, vale a dire, in sostanza, “una riproduzione dei mandati coloniali istituiti nel periodo tra le due guerre mondiali” (G. Achcar, cit.).

Indicativo il successivo ricevimento in pompa magna alla Casa Bianca, a metà novembre, del principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, ritenuto il mandante dell’uccisione di Jamal Khashoggi, giornalista saudita critico del regime. Trump, con Bin Salman seduto al suo fianco nello Studio Ovale, ha ufficialmente minimizzato l’atroce morte e lo smembramento di Khashoggi, perpetrati nel 2018 presso il consolato saudita di Istanbul con il coinvolgimento diretto di membri della scorta d’élite del principe. Si conoscono le mire imprenditoriali-immobiliari della famiglia e dell’entourage del presidente americano in Medio Oriente e in Arabia Saudita, con i due principali procacciatori di interessi – il genero e consigliere strategico Jared Kushner e l’amico di lunga data e inviato speciale Steve Witkoff. L’abominevole progetto di Riviera a cinque stelle di Gaza scaturisce proprio da questo background di colonialismo affaristico-finanziario.

Anche il discutibile ‘piano di pace’ in 28 punti per l’Ucraina, elaborato da settimane con negoziati segreti fra Russia e USA, tralasciando qualsiasi altro partner compresa l’UE – tagliata completamente fuori e nemmeno informata –, sembra essere dettato più  da interessi economico-strategici che da una vera intenzione di pervenire a una pacificazione improntata al diritto internazionale. Secondo Bill Emmott (giornalista ed ex direttore di “The Economist”): esso “propone una vergognosa capitolazione ai piedi dei russi, criminali di guerra e feroci invasori”, rispecchiando in buona parte le richieste avanzate da Putin nell’incontro ufficiale avuto con Trump in Alaska il 15 agosto scorso, con la calorosa stretta di mano fra i due immortalate dalle emittenti televisive di tutto il mondo. Emmott annota: “Trump si è dimostrato incapace di tenere testa all’aggressione e al bullismo della Russia. Altrimenti, lo si potrebbe interpretare anche come un modo per Trump di voler in verità fare causa comune con la Russia, per arricchire sé stesso, la sua famiglia e i suoi amici e, forse, unirsi a quel bullismo. Parte di questa seconda interpretazione, purtroppo, sembra plausibilmente vera.” (“La Stampa”, 22.11.2025).

La resistenza e l’oblio mediatico

Intanto a Gaza si continua a morire: i bombardamenti dell’esercito israeliano sono ripresi e vi sono giornalmente decine di vittime civili, mentre in Cisgiordania proseguono senza sosta gli assalti dei coloni fuori di ogni controllo, contro donne, uomini, bambini, case, coltivazioni e bestiame, accecati dall’odio e dall’invasamento messianico teso alla soppressione di qualsiasi presenza palestinese in vista di giungere alla “purezza” etnico-religiosa ebraica della Samaria. (È purtroppo ancora di grande attualità il documentario del collettivo israelo-palestinese intitolato “No Other Land” – vincitore di due premi importanti al 74º Festival Internazionale del Cinema di Berlino nel 2024).

La voce della resistenza: “Israele non vuole la pace, vuole l’annessione totale [della Cisgiordania], l’hanno votata in parlamento quindi neanche lo nascondono. E il mondo guarda in silenzio (…) Per fermare il genocidio e le uccisioni quotidiane ci deve essere un’azione concreta per porre fine all’occupazione, non bastano accordi temporanei o tregue che Israele viola ogni volta” (Sami Houraini, fondatore nel 2017 del Youth of Sumud: movimento di giovani attivisti impegnato nella resistenza non violenta contro l’occupazione israeliana e le aggressioni dei coloni in Cisgiordania).

Ma l’attenzione mediatica si sta ormai affievolendo e spostando su altri focus informativi. L’Europa e la Svizzera sono silenti e assenti: a fronte di 19 pacchetti di sanzioni contro la Russia, non ve n’è alcuno nei confronti di Israele, che nella sua impunità dirige a suo piacimento il miserrimo ‘accordo di pace’, decidendo se chiudere o meno i valichi per l’afflusso degli aiuti umanitari nella Striscia, dove i giornalisti internazionali sono ancora banditi, mentre l’IDF controlla ancora militarmente oltre il 50% di Gaza.

Chi pensa più alla giustizia, al diritto internazionale, a una pace giusta con il riconoscimento di uno Stato palestinese… a dare voce/memoria a chi è morto innocentemente, da una parte e dall’altra, a recuperare i tanti cadaveri ancora sotto le macerie, a curare gli innumerevoli mutilati, paralizzati, orfani, traumatizzati per tutta la vita?

È ormai l’ora degli affari, dei profitti e dei lauti guadagni da arraffare, degli accordi miliardari da stipulare… la pace (quella vera), la giustizia, il diritto e le organizzazioni internazionali, le sentenze della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia, le risoluzioni dell’ONU possono attendere, anzi, gettiamoci una pietra tombale sopra.

Nell’immagine: Norberto Bobbio