Kelly Fast, che dirige l’ufficio Nasa di Difesa planetaria, ha seguito l’ultimo allarme, quello di YR4. Rientrato. Ma non del tutto…
La tentazione dell’oblio: ricostruzione senza giustizia
L’impressione che si ricava da quanto sta avvenendo dopo la fragile tregua in corso è che i principali attori sulla scena geopolitica mondiale, in particolare i governi occidentali, siano proiettati alla ‘ricostruzione’ di Gaza, cercando di lasciarsi alle spalle quanto accaduto in questi due anni. È come se ci fosse una volontà di cancellare, con un rapido colpo di spugna, tutti gli orrori ai quali abbiamo assistito e dei quali siamo stati testimoni giorno per giorno, e che hanno originato il genocidio ordito dal governo d’Israele e perpetrato dal suo esercito. Della serie: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdámmoce ‘o ppassato”, sulla scorta della celebre canzone partenopea del 1944 ‘Simmo ‘e Napule, paisà!’.
Nella fattispecie, però, come del resto in tanti altri contesti storici, senza giustizia e senza fare i conti con il passato, Hamas – con un altro nome o in altre vesti – riemergerà dalle ceneri del nostro fallimento, per diventare un incubo infernale per generazioni future e un fantasma angosciante per le nostre coscienze… almeno per coloro che si accorgeranno di averne una.
Ancora una volta abbiamo avuto la drammatica esperienza che la Storia non procede linearmente secondo una scala ascendente verso un grado di progresso vieppiù raffinato ed elevato (come sostenuto e anelato dal positivismo), bensì si muove secondo linee e logiche sinuose, nell’alternanza tra avanzamenti e regressioni, evoluzione e involuzione. Il popolo ebraico, dopo aver subito la terrificante pagina dell’Olocausto e aver trovato un posto dove edificare un proprio Stato, in poco tempo è stato testimone di una compagine governativa che si è resa artefice di un genocidio. A dimostrazione che non possiamo sentirci esenti dal ricadere nelle tenebre o nel baratro della negazione dell’umanità, sempre in agguato, nonché nel riconoscere che la libertà e la democrazia non sono delle mete acquisite, ma dei traguardi da conseguire sempre di nuovo.
“Viviamo un’epoca in cui la sproporzione tra le tragedie che colpiscono interi popoli e le nostre parole è ormai tale che solo ad aprir bocca sembra di mentire. Che vale intendere, interpretare, ricercare cause e nessi storici di fronte a donne e bambini trattati come eserciti nemici in fuga [da annientare]? Neppure si prova vergogna a discettare sul nome più adatto per definire la ‘cosa’ – chiamarla genocidio o ricostruzione immobiliare delle spiagge di Gaza non ne sposta di uno iota l’orrore. Io temo che essa, proprio nella sua violenza, dica del vuoto che sta tutti inghiottendo, che questo sia il suo vero nome. (…) Gaza può oggi accadere perché il mondo sta precipitando in tale vuoto.” (Massimo Cacciari, “La Stampa”, 29.09.2025)
L’oblio sta investendo anche imprese altamente significative e nobili come quella compiuta dalla Global Sumud Flotilla. Esprimo qui tutta la mia riconoscenza e ammirazione per aver dato corpo, voce e testimonianza concreta di solidarietà a un popolo martirizzato, al di là di tante chiacchiere giustificatrici e assolutorie di classi politiche e compagini governative asfittiche e imbelli di un Occidente e di un mondo decadente e vacuo.
La Flotilla non ha portato solamente degli aiuti umanitari (cibo, apparecchiature sanitarie, medicamenti, beni di prima necessità), ma ha portato altresì il propellente più corroborante per la popolazione stremata che da due anni soffre le pene dell’inferno (dimenticata da governi cosiddetti democratici), vale a dire la solidarietà, la vicinanza, il desiderio dell’incontro diretto e corporeo (non solo virtuale o mediatico), guardandosi negli occhi, dandosi la mano e magari anche abbracciandosi. Quanti i messaggi inviati dalla Striscia dai gazawi! Essi sono stati rinvigoriti e rincuorati dal fatto di sapere che qualcuno si era messo in rotta verso di loro e non li avesse dimenticati, per incontrarli e per riconoscerli come vittime sacrificali di un mondo alla rovescia, dove gli attivisti nonviolenti venivano tacciati da terroristi, dai veri terroristi di Stati braccati dalle istanze giuridiche internazionali e già condannati dalla storia. Uno per tutti, emanato da Gaza dalla scrittrice palestinese Eman Abu Zayed: “Al popolo italiano, e a tutti quelli che si mobilitano per Gaza, voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, riempite i nostri cuori di gioia”.
Ma queste speranze di una svolta umana, prima ancora che umanitaria, sono state ben presto infrante dalla tracotanza e dalla pervicace e cieca brama di vendetta e annientamento del nemico – completamente disumanizzato per giustificarne l’annichilimento attraverso la fame/sete, i bombardamenti devastanti, la distruzione di case, ospedali, scuole, luoghi di culto… – da parte di un governo di sadici che, in forza dell’immunità di cui gode, continua a perpetrare azioni volte a fomentare la guerra.
I gazawi, che da due anni vivono giorno dopo giorno nel terrore e sotto la costante minaccia di morte che piove dal cielo o da qualsiasi fonte militare di terra in un territorio ristrettissimo trasformato in un paesaggio lunare da macerie infinite, devono ora affrontare la rigidità dell’inverno e le piogge battenti che rendono l’esistenza, nelle misere tende dove in gran parte sono ammassati, invivib
La sceneggiata della ‘pace eterna’: interessi e affari
Abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando sembrava giunto il momento di un cessate il fuoco, ma il tanto declamato “accordo di pace” tessuto dall’amministrazione Trump in 20 punti, ha dimostrato ben presto la sua fragilità, in assenza del coinvolgimento e di un intervento diretto di organismi interazionali riconosciuti, in primis l’ONU, delegittimato in ogni modo da chi sta alla Casa Bianca e dagli esponenti apicali del governo israeliano.
Faceva specie vedere a Sharm el Sheikh, il 13 ottobre 2025, la scenografia – sarebbe meglio chiamarla sceneggiata – della sottoscrizione del cosiddetto “Accordo di pace per Gaza” (preludio della trumpiana ‘pace eterna’ per il Medio Oriente che aveva preannunciato qualche settimana prima, forse sottintendendo o prefigurando con tale locuzione la morte perpetua – il sotterramento, sotto il cumulo di macerie della Striscia – di qualsiasi speranza di uno Stato palestinese). In prima fila spiccava il regista ipernarcisista mitomane affiancato da tre comprimari, messi lì in bella vista come statuine tanto per dare una parvenza di multilateralismo (sullo sfondo una ventina di capi di Stato e di governo, sfuocati in tutti i sensi e silenti).
Inquietanti i personaggi schierati:
- L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani: il Qatar è un emirato – formalmente una monarchia costituzionale, ma di fatto una monarchia assoluta – dove l’emiro detiene il potere esecutivo e legislativo finale. I partiti politici sono vietati e i cittadini godono di diritti politici e civili limitati.
- Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan: la cui presidenza è segnata da una crescente deriva autoritaria, dalla repressione delle proteste di Gezi Park nel 2013, e dall’utilizzo del sistema giudiziario per neutralizzare i rivali politici (come dimostra l’incarcerazione del popolare sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu).
- Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi: la sua presidenza è iniziata con il colpo di stato militare del 2013 da lui orchestrato, seguito da un’ondata di violente repressioni, migliaia di arresti e la sistematica violazione dei diritti umani. Ne è una testimonianza l’episodio del sequestro e della morte sotto tortura del ricercatore italiano Giulio Regeni nel 2016.
Spiccava l’assenza di qualsiasi delegazione o rappresentante palestinese, né vi era alcun esponente del governo israeliano, dopo il veto di Erdoğan sulla presenza di Netanyahu e dopo il siparietto alla Knesset del giorno prima, con la celebrazione osannante del tycoon, “il migliore amico che Israele abbia mai avuto” secondo il primo ministro israeliano. In tale occasione si era in pratica sancita la garanzia di un appoggio incondizionato di Washington agli interessi di Tel Aviv. A sua volta Trump, con la solita retorica millantatrice e iperbolica, dopo aver tessuto le lodi di Netanyahu (definito “un uomo dal coraggio e dal patriottismo eccezionali, che ha fatto tanto per rendere possibile questo giorno importante, uno dei più grandi presidenti (sic!) in tempo di guerra”), ha persino chiesto in quell’occasione, paternalisticamente, al vero presidente d’Israele, Isaac Herzog, di concedergli la grazia per le pendenze giudiziarie a suo carico per corruzione e abuso di potere.
“In effetti i regali che il primo ministro israeliano e sua moglie sono accusati di aver accettato, per un valore complessivo di $260.000, sono un peccato veniale in confronto a quelli che Trump e i suoi hanno ricevuto dai monarchi arabi del Golfo e da altri miliardari” (Gilbert Achcar, professore emerito presso la School of Oriental and Africans Studies: università di Londra, in “Le Monde Diplomatique”, novembre 2025).
Del resto, come sorprendersene: abbiamo ormai capito che la politica internazionale di Trump è improntata essenzialmente a una logica predatoria-affaristica – innanzitutto per sé e il suo clan familiare e poi per affermare il predominio statunitense sul mondo secondo lo slogan “Make America Great Again” (MAGA).
Il ‘piano di pace’ “più abborracciato nella storia” prevede in pratica che Gaza sia posta sotto tutela di un ‘consiglio di pace’ diretto dallo stesso Trump, il quale supervisionerà l’attuazione di un “piano Trump per lo sviluppo economico” teso a “ricostruire e rilanciare” la Striscia di Gaza, con la creazione a tale scopo di una “zona economica speciale”, vale a dire, in sostanza, “una riproduzione dei mandati coloniali istituiti nel periodo tra le due guerre mondiali” (G. Achcar, cit.).
Indicativo il successivo ricevimento in pompa magna alla Casa Bianca, a metà novembre, del principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, ritenuto il mandante dell’uccisione di Jamal Khashoggi, giornalista saudita critico del regime. Trump, con Bin Salman seduto al suo fianco nello Studio Ovale, ha ufficialmente minimizzato l’atroce morte e lo smembramento di Khashoggi, perpetrati nel 2018 presso il consolato saudita di Istanbul con il coinvolgimento diretto di membri della scorta d’élite del principe. Si conoscono le mire imprenditoriali-immobiliari della famiglia e dell’entourage del presidente americano in Medio Oriente e in Arabia Saudita, con i due principali procacciatori di interessi – il genero e consigliere strategico Jared Kushner e l’amico di lunga data e inviato speciale Steve Witkoff. L’abominevole progetto di Riviera a cinque stelle di Gaza scaturisce proprio da questo background di colonialismo affaristico-finanziario.
Anche il discutibile ‘piano di pace’ in 28 punti per l’Ucraina, elaborato da settimane con negoziati segreti fra Russia e USA, tralasciando qualsiasi altro partner compresa l’UE – tagliata completamente fuori e nemmeno informata –, sembra essere dettato più da interessi economico-strategici che da una vera intenzione di pervenire a una pacificazione improntata al diritto internazionale. Secondo Bill Emmott (giornalista ed ex direttore di “The Economist”): esso “propone una vergognosa capitolazione ai piedi dei russi, criminali di guerra e feroci invasori”, rispecchiando in buona parte le richieste avanzate da Putin nell’incontro ufficiale avuto con Trump in Alaska il 15 agosto scorso, con la calorosa stretta di mano fra i due immortalate dalle emittenti televisive di tutto il mondo. Emmott annota: “Trump si è dimostrato incapace di tenere testa all’aggressione e al bullismo della Russia. Altrimenti, lo si potrebbe interpretare anche come un modo per Trump di voler in verità fare causa comune con la Russia, per arricchire sé stesso, la sua famiglia e i suoi amici e, forse, unirsi a quel bullismo. Parte di questa seconda interpretazione, purtroppo, sembra plausibilmente vera.” (“La Stampa”, 22.11.2025).
La resistenza e l’oblio mediatico
Intanto a Gaza si continua a morire: i bombardamenti dell’esercito israeliano sono ripresi e vi sono giornalmente decine di vittime civili, mentre in Cisgiordania proseguono senza sosta gli assalti dei coloni fuori di ogni controllo, contro donne, uomini, bambini, case, coltivazioni e bestiame, accecati dall’odio e dall’invasamento messianico teso alla soppressione di qualsiasi presenza palestinese in vista di giungere alla “purezza” etnico-religiosa ebraica della Samaria. (È purtroppo ancora di grande attualità il documentario del collettivo israelo-palestinese intitolato “No Other Land” – vincitore di due premi importanti al 74º Festival Internazionale del Cinema di Berlino nel 2024).
La voce della resistenza: “Israele non vuole la pace, vuole l’annessione totale [della Cisgiordania], l’hanno votata in parlamento quindi neanche lo nascondono. E il mondo guarda in silenzio (…) Per fermare il genocidio e le uccisioni quotidiane ci deve essere un’azione concreta per porre fine all’occupazione, non bastano accordi temporanei o tregue che Israele viola ogni volta” (Sami Houraini, fondatore nel 2017 del Youth of Sumud: movimento di giovani attivisti impegnato nella resistenza non violenta contro l’occupazione israeliana e le aggressioni dei coloni in Cisgiordania).
Ma l’attenzione mediatica si sta ormai affievolendo e spostando su altri focus informativi. L’Europa e la Svizzera sono silenti e assenti: a fronte di 19 pacchetti di sanzioni contro la Russia, non ve n’è alcuno nei confronti di Israele, che nella sua impunità dirige a suo piacimento il miserrimo ‘accordo di pace’, decidendo se chiudere o meno i valichi per l’afflusso degli aiuti umanitari nella Striscia, dove i giornalisti internazionali sono ancora banditi, mentre l’IDF controlla ancora militarmente oltre il 50% di Gaza.
Chi pensa più alla giustizia, al diritto internazionale, a una pace giusta con il riconoscimento di uno Stato palestinese… a dare voce/memoria a chi è morto innocentemente, da una parte e dall’altra, a recuperare i tanti cadaveri ancora sotto le macerie, a curare gli innumerevoli mutilati, paralizzati, orfani, traumatizzati per tutta la vita?
È ormai l’ora degli affari, dei profitti e dei lauti guadagni da arraffare, degli accordi miliardari da stipulare… la pace (quella vera), la giustizia, il diritto e le organizzazioni internazionali, le sentenze della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia, le risoluzioni dell’ONU possono attendere, anzi, gettiamoci una pietra tombale sopra.
Nell’immagine: Norberto Bobbio