Mario Timbal – “Una RSI ridotta alle dimensioni di quella romancia?”

Sfida finale: l'annuncio che la SSR vara un piano di ristrutturazione che cancellerà altri 900 posti di lavoro coincide con l'inizio della pericolosa campagna sulla votazione "200 fr bastano" del prossimo 8 marzo, che se accettata dimezzerebbe le risorse del servizio pubblico. Intervista a Mario Timbal, direttore RSI 

“Adesso vado alla riunione plenaria per dire a colleghe e colleghi che dobbiamo lavorare ancor più convinti e compatti, pur sapendo che un centinaio di loro dovranno lasciare la RSI nei prossimi 4 anni”. Così termina l’incontro di stamane con Mario Timbal.

È comunque un direttore della RSI determinato e combattivo quello che risponde alle nostre domande nel giorno in cui i nostri quotidiani, all’unisono, aprono il giornale con la notizia che la ristrutturazione della SSR per far fronte ai sacrifici imposti dalla decisione del Consiglio federale di abbassare il canone radio-tv a 300 fr. annui comporterà la cancellazione di 900 posti di lavoro; circa un centinaio a Comano.

Non solo: sabato, con un conferenza pubblica sui “200 fr bastano” – sostenuta in particolare dall’UDC – è cominciata la vera campagna contro una  iniziativa che ridurrebbe del 40 per cento le risorse pubbliche della SSR, quindi anche della RSI. “In buona sostanza, ha sottolineato Mario Timbal, significherebbe ridurre  la RSI alle dimensioni della radiotelevisione romancia”. Con conseguenze disastrose non solo sul numero dei collaboratori, ma anche dei programmi e delle attività esterne appaltate da Comano.


Elezioni regionali italiane: l’astensionismo fa il pieno

Sfida finale: l'annuncio che la SSR vara un piano di ristrutturazione che cancellerà altri 900 posti di lavoro coincide con l'inizio della pericolosa campagna sulla votazione "200 fr bastano" del prossimo 8 marzo, che se accettata dimezzerebbe le risorse del servizio pubblico. Intervista a Mario Timbal, direttore RSI 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

A proposito di linguaggio volgare dei politici: fa bene Aurelio Sargenti (naufraghi/e del 24 novembre) ad accostare il nome del vicepremier italiano Matteo Salvini a quello di Norman Gobbi. Ma il Paese di Dante e Manzoni si distingue per un altro tipo di volgarità, quella del corpo. Ne ha dato prova a conclusione di un comizio tenutosi a Napoli, come ha ricordato Sargenti, l’allegra brigata governativa, con Giorgia Meloni e Antonio Tajani in testa, saltellanti sul palco scandendo in coro il desueto slogan “chi non salta comunista è”. Con le carni molli e cadenti del goffo vicepremier Tajani che evocavano il mitico budino del goldoniano Arlecchino servitore di due padroni di Giorgio Strehler.

Quel comizio è l’emblema di un’Italia cafona che non vuole crescere. Racconta la deriva di una classe politica irrimediabilmente allo sbando. Diventa rito tribale, con un nemico immaginario utile soltanto a scaldare la platea dei sostenitori. Non si parla della drammatica situazione della sanità, del lavoro che non c’è e dei giovani che fuggono all’estero, no; si elargiscono promesse, come quella di una generale sanatoria degli abusi edilizi, per i quali la Campania detiene il record. E si balla contro un fantasma ideologico da tempo superato.

Ora, anche il disincantato autore di questa corrispondenza alza le mani e ricorre – citando un popolare proverbio – alla metafora mutandesca cara al presidente del governo del Canton Ticino: è inutile mettere le mutande alle galline.

Se riflettiamo bene, al vecchio detto si sono inconsapevolmente ispirati sette milioni di italiani (su circa 13 milioni chiamati al voto) che il 23 e 24 novembre hanno disertato le urne per l’elezione dei presidenti e dei consigli regionali di tre popolose regioni: oltre alla Campania, la Puglia e il Veneto. Ritenendo, nella maggior parte dei casi, che il loro voto sarebbe stato inutile.

Ancora una volta ha vinto il partito dell’astensione, a conferma dei risultati delle votazioni svoltesi tra settembre e ottobre in Valle d’Aosta, Toscana, Marche e Calabria. L’aritmetica evidenzia una sconcertante realtà. In Campania ha votato il 44 per cento dei potenziali elettori, contro il 55 delle consultazioni di cinque anni fa; in Puglia il 42 per cento, con una diminuzione di 15 punti; in Veneto il 44 per cento, contro il 61 del 2020. Quando gli astenuti sono il 56 per cento, l’unico gruppo che conta è quello che è andato al seggio. All’interno di quel 44 per cento, la coalizione più votata governa, anche se rappresenta una fetta molto più piccola degli aventi diritto al voto. Il risultato è che una minoranza attiva decide per una maggioranza silenziosa che preferisce restare a guardare, senza cogliere, attraverso la partecipazione, una concreta possibilità di alternativa.

Come da previsioni, sono state confermate le coalizioni precedenti. Il Veneto, dopo 15 anni di mandato del leghista Luca Zaia, rimane saldamente in mano al centrodestra. Gli succede, con il 64 per cento dei voti, Alberto Stefani, anche lui della Lega, 33 anni, il più giovane tra i 20 presidenti di regione. Non è riuscito a convincere gli elettori il suo competitor Giovanni Manildo, del Partito Democratico. Sarà interessante vedere quale ruolo avrà il “doge” Zaia, sostenitore di Stefani con una propria lista.

Rimane al centrosinistra la Puglia. L’europarlamentare PD Antonio Decaro, ex sindaco di Bari, a capo di una maxi-coalizione, ha avuto vittoria facile con il 64 per cento sull’imprenditore Luigi Lobuono, candidato del centrodestra.

La coalizione di centrodestra guidata da Edmondo Cirielli, fortemente sostenuto dal governo nazionale, non è riuscita a conquistare il fortino che fu di Vincenzo De Luca. Il centrosinistra si conferma pertanto alla guida della Campania con l’elezione alla presidenza, 61 per cento dei consensi, di Roberto Fico, Movimento Cinque Stelle, ex-presidente della Camera dei deputati.

Al di là dei programmi, uno simile all’altro, nei quali abbondano promesse su sanità, trasporti, casa, lavoro giovanile e gestione dei fondi europei, i politici dovrebbero finalmente affrontare con urgenza la questione dell’astensionismo. Dovrebbero, ma è una pia illusione. I cosiddetti vincitori fanno festa e i risultati vengono trionfalisticamente letti come chiaro “mandato popolare”: peccato che la maggioranza del popolo abbia scelto di restare fuori dalla cabina elettorale. O meglio, dalla “gabina”, come direbbe il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi.


L’iniziativa dei Giovani Socialisti: la scelta di un modello di società

Sfida finale: l'annuncio che la SSR vara un piano di ristrutturazione che cancellerà altri 900 posti di lavoro coincide con l'inizio della pericolosa campagna sulla votazione "200 fr bastano" del prossimo 8 marzo, che se accettata dimezzerebbe le risorse del servizio pubblico. Intervista a Mario Timbal, direttore RSI 

I Giovani Socialisti hanno lanciato un’iniziativa ambiziosa: introdurre un’imposta ereditaria federale del 50% sulle eredità e donazioni superiori a 50 milioni di franchi, destinate a finanziare un fondo per il clima. Questa proposta ha subito scatenato una campagna massiccia dei partiti borghesi: l’intensità dell’opposizione dimostra quanto sia temuta l’iniziativa e quanto i Giovani Socialisti stiano toccando temi sensibili. Il confronto non è solo politico: si discute di giustizia sociale, di responsabilità climatica e di redistribuzione della ricchezza.

Un punto chiave riguarda l’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi: secondo i dati, l’1% più ricco in Svizzera detiene quasi il 45% della ricchezza nazionale, mentre il 10% più ricco arriva a controllare il 75%. Nel frattempo, il patrimonio complessivo dei miliardari svizzeri continua a crescere: 41 super ricchi detengono ormai 221,8 miliardi di dollari.

È dunque evidente che le disuguaglianze non sono solo strutturali, ma peggiorano, e senza una misura audace come questa non si riuscirebbe a riequilibrare il potere economico. Inoltre, la mancanza di un’imposta ereditaria federale crea una situazione ingiusta: oggi ogni Cantone ha leggi diverse, molte esenzioni e poca armonizzazione. Un’imposta comune a livello federale permetterebbe di colpire effettivamente le grandi fortune.

Un terzo aspetto importante è la legittimità democratica e l’impegno intergenerazionale: tassare le eredità più ingenti significa chiedere a chi ha beneficiato di vantaggi storici (capitale già trasmesso, privilegi d’accesso) di contribuire in modo maggiore al bene comune. Non si tratta solo di prelievo fiscale, ma di un patto sociale: chi eredita enormi ricchezze deve aiutare a finanziare la transizione ecologica e la protezione del pianeta per le generazioni future.

In definitiva, l’iniziativa dei Giovani Socialisti è più che una proposta fiscale: è un segnale politico forte contro la concentrazione di potere economico, a favore della giustizia sociale e del clima, e pone la Svizzera di fronte a una scelta su quale modello di società voglia costruire.


Come difendere la democrazia

Sfida finale: l'annuncio che la SSR vara un piano di ristrutturazione che cancellerà altri 900 posti di lavoro coincide con l'inizio della pericolosa campagna sulla votazione "200 fr bastano" del prossimo 8 marzo, che se accettata dimezzerebbe le risorse del servizio pubblico. Intervista a Mario Timbal, direttore RSI 

Di , la Repubblica

Come possiamo difendere le nostre democrazie da chi intende distruggerle? Si parla spesso di strategie per escludere dal potere i populisti nazionalisti e antiliberali, ma la furia demolitrice quotidiana di Donald Trump dimostra che è altrettanto importante rafforzare la democrazia, per permetterle di resistere a una fase di populisti al governo.

In Germania esiste il concetto di wehrhafte Demokratie, spesso tradotto come “democrazia militante”, che in realtà indica una democrazia capace di difendersi. A Berlino c’è chi, in nome di questo principio, propone di mettere al bando Alternative für Deutschland (Afd), tra i partiti più popolari del Paese. Ma è la strada sbagliata. Servirebbe solo a rafforzare la convinzione dei sostenitori dell’estrema destra che lo Stato democratico è un complotto elitario liberal e donerebbe ad Afd la palma del martirio.

Anche l’esperimento francese “dell’arco repubblicano”, in cui tutti i partiti si alleano solo per tener fuori dal governo il Rassemblement National di Marine Le Pen, produce l’effetto opposto. Un fronte così ampio non riesce a trovare un accordo sulle riforme urgenti e il Rn può continuare a criticare da bordo campo.

Vale quindi la pena di considerare l’esempio dei Paesi Bassi, dove il partito del populista islamofobo Geert Wilders, ammesso al potere in un governo di coalizione, non è riuscito a mantenere le promesse, ha fatto cadere l’esecutivo uscendo dalla coalizione e ha perso le elezioni successive contro un partito liberale guidato da Rob Jetten.

Ma se si corre il rischio di far entrare i populisti al governo, bisogna prima rafforzare le difese della democrazia. Altrimenti useranno la democrazia per smantellare la democrazia, come ha fatto Viktor Orbán in Ungheria e come Trump cerca di fare negli Stati Uniti. Un po’ alla volta la trasformeranno in quello che i politologi definiscono un sistema autoritario elettorale. Le elezioni continuano ma non sono libere né regolari. Non si gioca ad armi pari.

Ecco alcuni aspetti da considerare se si vuole avere una democrazia a prova di populismo.

Rappresentanza proporzionale. Un sistema bipartitico a maggioritario puro come negli Usa può funzionare finché un populista nazionalista non prende il controllo di uno dei due grandi partiti, come ha fatto Trump. Da quel momento in poi è controproducente. Meglio avere un sistema proporzionale, così i populisti devono fare i conti con i partner di coalizione, come nei Paesi Bassi e in gran parte dell’Europa continentale.

Amministrazione elettorale. Un aspetto tecnico ma importante. Il sistema statunitense, arcaico fino all’inverosimile, in cui ciascuno dei 50 Stati adotta procedure diverse, è un invito alla manipolazione dei collegi, alla soppressione del voto e ai trucchetti su cui Trump punta in vista del voto di midterm.

Servizio pubblico radiotelevisivo. La sfera pubblica condivisa di cui la democrazia ha bisogno viene erosa dalla frammentazione e polarizzazione prodotta dalla rivoluzione digitale. Le soluzioni facili scarseggiano. Se però si dispone di un’emittente pubblica affidabile bisogna tenersela stretta, blindarne l’indipendenza editoriale, raddoppiarne il budget e rafforzarne la presenza sui social. Il fatto che il Regno Unito vada in direzione opposta indebolendo la Bbc non è che una dimostrazione della frenesia autolesionistica di Londra.

Proprietà dei media. La censura è passata di moda. L’autoritarismo controlla il discorso pubblico attraverso la proprietà dei media. In Turchia e Ungheria gli oligarchi amici del leader possiedono i principali gruppi mediatici. L’aspetto è di pluralismo perfetto; dietro la maschera, la realtà è diversa. Una regola generale è impossibile. La proprietà straniera, ad esempio, è stata una maledizione per la stampa britannica (basti pensare a Murdoch) ma una benedizione per la difesa della democrazia in alcuni Paesi post-comunisti (Tvn in Polonia). Dipende dai casi.

Magistratura indipendente. Ovvio, ma di vitale importanza. L’odierno caos giudiziario in Polonia, dove la coalizione di governo contesta la legittimità dei giudici nominati dal precedente esecutivo populista, mostra cosa accade quando lo Stato di diritto viene meno. In Germania si è registrato un grave episodio: la candidatura di una giurista liberal-progressista a un seggio della Corte costituzionale, già approvata dalla commissione, è stata affossata da un gruppo di conservatori ribelli. Al pari degli attacchi alla Bbc, questa è la cosa da non fare con i populisti alle porte.

A differenza della Corte suprema statunitense, quella britannica ha mantenuto la propria reputazione di imparzialità. Ma quando il ministro ombra della giustizia dei conservatori, Robert Jenrick, sventola una parrucca da giudice al congresso del partito mentre si scaglia contro i magistrati attivisti di sinistra, è chiaro che la minaccia trumpiana non è lontana.

Neutralità della funzione pubblica. Il Project 2025 della Heritage Foundation, che l’amministrazione Trump sta in gran parte applicando, puntava a porre l’intero apparato amministrativo sotto il controllo diretto dell’esecutivo. E l’aspetto più inquietante è che sta già accadendo al dipartimento di Giustizia, dove centinaia di funzionari sono stati licenziati o si sono dimessi. Sono seguite incriminazioni per ritorsione contro i critici più espliciti di Trump, come John Bolton, James Comey e Letitia James. Anche qui i contratti dei funzionari pubblici possono sembrare un tema super tecnico ma sono importanti, eccome.

Monarchia costituzionale. Vi viene da ridere? Eppure, alla domanda di Yascha Mounk nel suo podcast The Good Fight su come difendere le democrazie liberali, il principale costituzionalista americano specializzato in diritto comparato, Tom Ginsburg, ha indicato a sorpresa i vantaggi di avere una monarchia costituzionale. I populisti antiliberali sostengono di parlare a nome della nazione, ma se il rappresentante supremo, indiscusso e imparziale è un monarca costituzionale hanno spazio limitato. Non voglio dire che gli Stati Uniti debbano riportare in auge uno degli eredi di Giorgio III ma dove esiste una monarchia costituzionale, come in Gran Bretagna, Svezia, Spagna o Paesi Bassi, va conservata perché rappresenta paradossalmente un baluardo della democrazia.

Potrei citare altri ambiti, come i servizi di sicurezza, le forze armate, le università e le relazioni tra grandi capitali e politica. In ogni caso le singole soluzioni nazionali saranno diverse e nessuna sarà semplice. È utile avere norme dettagliate in una Costituzione difficile da modificare, ma quelle che James Madison, nel Federalist Paper n. 48, definiva «barriere di pergamena» non bastano da sole.

Bisogna che noi, il popolo, ci mobilitiamo per difenderle. Perché una cosa è chiara: una volta che i meccanismi di controllo e bilanciamento sono andati perduti è difficile ripristinarli. Distruggere è più facile che costruire. Basta guardare al caos che regna in Polonia e in cui si troveranno domani gli Stati Uniti. Per la democrazia liberale, come per la salute, prevenire è meglio che curare.


Ucraina fra dignità e “bisogno” di Trump

Sfida finale: l'annuncio che la SSR vara un piano di ristrutturazione che cancellerà altri 900 posti di lavoro coincide con l'inizio della pericolosa campagna sulla votazione "200 fr bastano" del prossimo 8 marzo, che se accettata dimezzerebbe le risorse del servizio pubblico. Intervista a Mario Timbal, direttore RSI 

Sostiene Zelensky: “Potremo trovarci davanti a una scelta cruciale, tra la perdita della nostra dignità e la perdita di un alleato fondamentale”. In realtà, almeno mezza di questa affermazione appare alquanto discutibile. Gli Stati Uniti non sono più per l’Ucraina un ‘alleato fondamentale’; con Trump alla sua guida, risultano infatti un partner inaffidabile. Capace di imporre un piano di pace “scritto a Mosca”, visto che il progetto americano riunisce in 28 punti le principali richieste di Putin: oltre alla Crimea, annessione alla Russia di tutto il Donbass, dunque anche delle sue parti non conquistate militarmente; drastica riduzione dell’esercito ucraino (100.000 uomini, oggi oltre un milione); denazificazione del paese, che significa anche imporre la configurazione del prossimo regime di Kiev, favorendo l’ascesa o il ritorno di una classe dirigente pro-moscovita, com’era nel 2014, anno della “rivoluzione democratica di Maidan” o del “colpo di Stato” organizzato dall’Occidente, secondo le ricostruzioni contrapposte (personalmente crediamo più alla prima).

Costrizioni, ultimatum, e soltanto cinque giorni di tempo per dare una risposta. Insomma, una “pace imperiale”, intrattabile o quasi, imposta non solo dall’andamento del conflitto – una progressione russa continua anche se assai lenta; e un’economia di guerra che finora ha retto mostrando comunque le prime grosse fessure –, ma anche e soprattutto dall’entrata in scena di Donald Trump, il quale il 24 febbraio 2022 definì “geniale” l’uomo del Cremlino che aveva appena annunciato l’invasione della “piccola Russia”; lo stesso Trump che avrebbe poi sconvolto e derubricato col suo rientro alla Casa Bianca regole e accordi internazionali.

Da subito, del resto, il “fattore Trump” prefigurò le sorti del conflitto ucraino sulla base di un chiaro principio: il ritorno di Mosca e di Putin sulla scena internazionale; il riconoscimento di un suo ruolo mondiale come riscatto dopo il tonfo disgregatore dell’URSS; l’alleanza tacita contro l’Europa “scroccona”, il comune interesse a indebolire ulteriormente o far saltare un’Unione che in verità per Kiev ha sborsato più aiuti economici dell’America (come Macron osò ricordare pubblicamente al tycoon durante una diretta tv dall’Ufficio ovale). Una UE che, priva di ogni “credibilità” militare e politica, era inevitabilmente destinata allo strapuntino dei “volonterosi”.

Obiettivo strategico della Casa Bianca: indebolire, e possibilmente spezzare, l’alleanza Mosca-Pechino, perché la Cina rimane il vero competitore strategico degli Stati Uniti, che si tratti di crescita militare, commerciale o tecnologica. Ecco spiegato, dopo pause enigmatiche e transitorie tipiche della politica estera trumpiana, la sostanza del diktat che il capo della Casa Bianca ha deciso improvvisamente di lanciare, con qualche concessione non insignificante, in particolare la possibile adesione all’UE di Kiev e vaghi accenni di garanzia occidentali per l’intangibilità di quel che rimarrebbe dell’Ucraina. Possibili ripensamenti russo-americani? Difficile che possano essere di sostanza. Si vedrà comunque quanto la replica di uno Zelensky fortemente indebolito sul piano interno e dei disorientati “volonterosi” europei potranno salvare “la dignità” evocata dal presidente ucraino.


Voci dalla lavanderia cantonale

Sfida finale: l'annuncio che la SSR vara un piano di ristrutturazione che cancellerà altri 900 posti di lavoro coincide con l'inizio della pericolosa campagna sulla votazione "200 fr bastano" del prossimo 8 marzo, che se accettata dimezzerebbe le risorse del servizio pubblico. Intervista a Mario Timbal, direttore RSI 

Partiamo da qui. «Come si dice in Ticino: è una mutanda slavagiata, in base a com’è il culo, sta su o non sta su. E scusami se uso un gergo da Norman. Quando si parla di opportunità è sempre quella cosa variabile che a dipendenza della situazione o di chi la porta può stare su o non stare su, come una mutanda che ha l’elastico che non tiene più» (Norman Gobbi, consigliere di Stato e presidente del governo della Repubblica e  Cantone Ticino,  a “Detto tra noi”, Teleticino, 20 novembre 2025). Per rimanere nel solco della metafora, così elegantemente tracciato dal presidente del nostro governo cantonale, e per uscire dal nostro cortile domestico, potrei suggerire a un giornalista della ‘vicina penisola’ di commentare gli spropositi giornalieri del ministro Salvini con il detto “cambia idea come noi cambiamo le mutande” (sperando che si cambino se non una volta al giorno, almeno ogni due).

Per divertirmi e (spero) per divertirvi, potrei citare un altro paio di aforismi sulle mutande. Per esempio, quello di Woody Allen, che cade a fagiolo:  «La maturità di una persona non si misura dall’età, ma dal modo in cui reagisce svegliandosi in pieno centro in mutande»; oppure, sempre per restare nelle parti basse governative, quello dell’attrice Paola Borboni: «Le mutande sono come i governi, c’è sempre qualcuno che le vuol far cadere». Siccome gli esempi vengono dall’alto, la premier Giorgia Meloni e il suo vice Antonio Tajani – nel giorno di chiusura della campagna elettorale del centrodestra per le regionali in Campania – hanno voluto offrire agli Italiani una comica scenetta saltellando al coro ‘Chi non salta comunista è.’ Probabilmente stimolati anche dal ricordo del tristemente famoso botta e risposta culminato nel “io sono quella stronza della Meloni”, tra la premier e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca. Qualcuno ha chiosato lo sgangherato saltatio romanesco appena ricordato così: « Ma chi salta che governo è? Di saltimbanchi. Abbiano almeno il rispetto del ruolo». Che ingenuità!

Siamo rimasti in pochi a indignarci di fronte a queste azioni e a questi turpiloqui, assolutamente non onorevoli. Il  mio maestro di scuola elementare soleva dire a noi scolari che l’educazione comincia con un Buongiorno mattutino e finisce con una Buonanotte serale. E ciò che sta in mezzo ce lo insegnano i genitori, magari anche con qualche scappellotto di riserva. Altri tempi, si dirà.

Ma come è stato possibile arrivare dove siamo arrivati oggi? Come è possibile che il presidente della nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti di Donald Trump, possa   insultare una giornalista con un “Taci, maialina”? Cerca di spiegarcelo il bel volume di Benedetta Cicognani, Onorevole Parolaccia (FrancoAngeli), che indaga l’evoluzione e la ragioni del perentorio cambio di stile nel linguaggio pubblico.

Già Umberto Eco disse che i social «hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino».  Infatti sono aumentati i protagonisti delle istituzioni che vaneggiano come clienti di bar annebbiati da qualche bicchierino di troppo; che vaneggiano di conquiste sessuali come l’ultimo dei vitelloni, e che usano l’insulto a mo’ di bastone contro gli avversari.

‘Scendere in politica’ è  ormai una facile scorciatoia per chi personaggio non è nella vita professionale. Come fece Manzoni ambientando il suo romanzo nel 1600 (per evitare noie con chi viveva nel secolo suo), anch’io esco dal cortile per dire che nella prima Repubblica un Salvini, un Lollobrigida, una Santanché avrebbero fatto fatica a diventare assessori di Carate Urio (Caraa e Üri in dialetto comasco) perché allora la competenza, la conoscenza e l’esperienza erano considerate delle qualità e non degli inciampi come oggi.

A noi rimane la semplice, facile e amara constatazione: quando non c’è contenuto, quando non si hanno idee (ma solo ampi de vòmit), il turpiloquio diventa prassi comune nella dialettica politica.

Molti benpensanti si lamentano del chiasso che fanno i giovani manifestanti «Frii frii Palestain» e non si accorgono che sono proprio questi giovani la nostra speranza. Perché loro, i giovani, hanno la forza per indignarsi e per difendere valori universali come la democrazia, la giustizia, l’accoglienza, il rispetto.

Come è profondo il mare (Catalano dixit).

Nell’immagine: il nuovo volto della politica cantonale


Orchiectomia applicata

Sfida finale: l'annuncio che la SSR vara un piano di ristrutturazione che cancellerà altri 900 posti di lavoro coincide con l'inizio della pericolosa campagna sulla votazione "200 fr bastano" del prossimo 8 marzo, che se accettata dimezzerebbe le risorse del servizio pubblico. Intervista a Mario Timbal, direttore RSI 

Due premesse doverose: sì, per quasi 40 anni sono stato giornalista alla RSI. E sì, dal 2024 faccio parte (eletto dall’Assemblea) del Consiglio del pubblico CORSI, al quale chiunque può rivolgersi, certo di ricever risposta, per segnalare le proprie perplessità, critiche, suggerimenti sui programmi dell’Azienda. Il Consiglio del pubblico con la RSI dialoga e si confronta, ma sempre con indipendenza di giudizio e nel rispetto dei rispettivi ruoli.

Detto questo, sono soprattutto un cittadino 66enne che, prima che a partiti e movimenti d’opinione, cerca di rispondere alla propria coscienza, muovendosi, informandosi e scegliendo con la propria testa, non – appunto – per partito preso.

Lo farò anche l’8 marzo 2026 quando saremo chiamati, per la seconda volta in 7 anni, a decidere il futuro della Radiotelevisione pubblica svizzera (SSR) e, di conseguenza, della RSI. Nel 2018 poco meno del 72% degli Svizzeri aveva respinto la radicale iniziativa No Billag. Questa volta chi non ama (eufemismo) la SSR, ci riprova con una formula apparentemente più blanda e ragionevole, 200 franchi bastano: un canone, dunque, non abolito, ma “solo” ridotto del 41% circa rispetto agli attuali 335 CHF.

Sabato 22 novembre la CORSI ha riunito quasi 400 persone nell’Aula Magna dell’USI per spiegare le ragioni che dovrebbero invitare chi ama il nostro Paese e le sue diversità (che sono la sua ricchezza) a rispedire ancora una volta al mittente l’iniziativa. Organizzando questo pomeriggio pubblico ha fatto il proprio dovere permettendo ai presenti (per lo più schierati con la SSR e il Servizio pubblico) di capire la posta in gioco. Si tratta, infatti, di capire, di mettere sul tavolo i fatti e i pareri, evitando il voto di pancia, i clichés da osteria, l’illusione di un risparmio che pagheremmo in termini di conoscenza e libertà.

I vertici della SSR hanno illustrato le conseguenze di un sì alla 200 CHF bastano:

  1. importante riduzione dell’offerta giornalistica, ma anche di fiction, intrattenimento e sport (già oggi ottenibile a pagamento su piattaforme commerciali esterne);
  2. pesantissima, ulteriore soppressione di posti di lavoro nella Svizzera italiana.

Senza giri di parole, Mario Timbal, direttore RSI, ha affermato che un dimezzamento del budget a disposizione costringerebbe a centralizzare il più possibile la produzione per non penalizzare l’offerta, lasciando nelle singole regioni linguistiche qualche rete Radio (ma quante?) e l’informazione regionale. Un po’ come succede con la Radiotelevisiun Svizra Rumantscha (RTR) a Coira, che occupa circa 100 persone.

I vertici della SSR hanno illustrato le conseguenze di un sì alla 200 CHF bastano: radicale riduzione dell’offerta giornalistica, ma anche di fiction, intrattenimento e sport (obbligando ad acquistarli altrove); pesantissima soppressione di posti di lavoro nella Svizzera italiana (fino a 2/3 degli attuali circa mille collaboratori); drastica riduzione degli investimenti RSI sul territorio che garantiscono lavoro a aziende e ditte private nei campi più diversi.

Alla tavola rotonda hanno partecipato anche due sostenitori dell’iniziativa: Raide Bassi, capogruppo UDC a Lugano, e il Consigliere nazionale, pure UDC, Paolo Pamini. Politici impegnati che, senza le telecamere e i microfoni RSI, vedremmo forse 10 volte in un anno sul teleschermo, come un “qualsiasi” Consigliere comunale di Zurigo o Consigliere di Stato di Glarona…

Potete credermi o meno e – ripeto – non ritengo di essere ammorbato dall’ideologismo né di destra né di sinistra né di centro. A colpirmi, durante le oltre 3 ore dell’incontro, è stata la povertà concettuale dei favorevoli all’iniziativa, a tratti incapaci di andare oltre gli slogan, di mostrarsi costruttivi, di superare accuse trite e ritrite che rimproverano la RSI di gigantismo, sinistrismo, chiusura a chi la pensa diversamente e ai media privati.

Dotato di una capacità dialettica superiore alla sua collega, Pamini si è addirittura spinto a lodare collaboratrici e collaboratori RSI per la qualità del loro lavoro (sin troppo perfetto, ha detto su per giù, con involontaria ironia), ma si è schierato per un Servizio pubblico più snello nei numeri e più aperto ad accogliere anche le voci dei media privati e dei loro giornalisti. Cosa che, peraltro, RSI fa relativamente spesso: basta seguire gli “scambi” regolari di volti e opinionisti dei due “fronti” (che tali non dovrebbero essere) nelle rispettive trasmissioni.

Venerdì 21 novembre, nel Corriere del Ticino, un osservatore di lunghissimo corso, Tito Tettamanti, assai vicino a Pamini, ha contribuito a lanciare il dibattito: secondo l’Avvocato – che definisce implicitamente “di Stato” la SSR (che invece è, di nome e di fatto, indipendente anche se agisce in base a una Concessione governativa) – l’imposizione del canone è oggigiorno fuori dal mondo (“rétro”, scrive): ognuno paghi ciò che consuma, tutti – pubblico e privato – si misurino con le leggi del mercato e ad armi pari.

Ma a Tettamanti non può sfuggire che la realtà svizzera non può essere paragonata a quella di altri Paesi, demograficamente grandi 10 o 30 volte più del nostro e monolingui, mentre il costo della vita (salari, acquisti, produzione propria) è di gran lunga superiore da noi.

Sostiene, anche, il finanziere luganese: a guardare la TV in tempo reale saremmo rimasti in pochi e in età geriatrica. I giovani o l’hanno completamente rimossa (il rischio analfabetizzazione o cloroformizzazione ideologica da social è drammatico: vogliamo proseguire su questa strada?), o la seguono come e quando vogliono sul loro telefonino. E allora? Per poterla seguire, bisogna che questa TV ci sia e possa operare con credibilità e professionalità, che richiedono mezzi e persone all’altezza, non solo animate da buone intenzioni.

L’esistenza di un Servizio pubblico forte, autorevole, non condizionabile, di prossimità (cioè fatto da Svizzeri per Svizzeri e da Svizzero italiani per la nostra regione), un Servizio pubblico che gli utenti possono controllare, criticare, chiedere di migliorare, è un bene prezioso che dovrebbe essere insindacabile.

In contrapposizione ai privati? Neanche per sogno: TeleTicino fa bene, spesso molto bene, il proprio lavoro e della RSI è complementare, garantendo pluralità, capillarità e ricchezza. C’è forse il rischio overdose? No, perché ognuno di noi è libero di cambiar canale o di spegnere. Ma questa libertà poggia sull’esistenza di un’offerta molto solida che ha un suo costo ma che, limitandoci alla SSR, per ogni franco versato dalla Svizzera italiana, ce ne restituisce 4.

È il Federalismo, Bellezza, e per una volta va a vantaggio della nostra minoranza.

E noi davvero, persone di buon senso, vorremmo sputarci sopra, calpestare una costruzione ideata per le periferie e le minoranze, votando sì con un deleterio intervento chirurgico di doppia orchiectomia?

Nell’immagine: fotogramma dal servizio del Quotidiano (RSI)


Il cerchio di Trump tra falchi e colombe

Sfida finale: l'annuncio che la SSR vara un piano di ristrutturazione che cancellerà altri 900 posti di lavoro coincide con l'inizio della pericolosa campagna sulla votazione "200 fr bastano" del prossimo 8 marzo, che se accettata dimezzerebbe le risorse del servizio pubblico. Intervista a Mario Timbal, direttore RSI 

Di , La Stampa

Il piano russo per l’Ucraina, le faide interne all’amministrazione Trump e i negoziati a Ginevra: come collegare i punti delle ultime caotiche giornate nella guerra russo-ucraina? Due premesse e due scenari possibili.

Parto dalle premesse: come molti sospettavano, il piano in 28 punti è stato redatto a Mosca, con qualche contentino a Washington, secondo il manuale dell’arte della manipolazione del Cremlino. Basta leggere sommariamente i contenuti – dal ritiro degli ucraini dai territori del Donbas che i russi non sono riusciti a conquistare, al dimezzamento dell’esercito di Kyiv, fino alla proposta oscena di destinare metà dei profitti della ricostruzione agli Stati Uniti – per capire che il piano è stato scritto dai russi (e addirittura in russo). Redatto al Cremlino e consegnato all’ingenuo inviato del presidente statunitense, Steve Witkoff, trasformandolo magicamente in un “piano americano”, che poi Dan Driscoll, il segretario all’Esercito vicino al vicepresidente JD Vance, avrebbe dovuto far ingoiare a Kyiv. Lo scivolone diplomatico è stato talmente enorme che il segretario di Stato Marco Rubio ne ha preso parzialmente le distanze. Che Vance e Rubio rappresentino ali opposte della politica estera dell’amministrazione Trump è noto: lo si è visto in Medio Oriente, come ora in Ucraina. Come anticipato su queste pagine qualche giorno fa, il piano russo-americano rivela molto di più sulle faide interne a Washington e sulla capacità di Mosca di manipolarle che sulla guerra in Ucraina.

La seconda premessa è che Kyiv non accetterà mai il piano così com’è, soprattutto se i suoi due punti cardine – la ritirata dai territori ucraini, altamente fortificati e dove vivono 200 mila civili, e il dimezzamento dell’esercito, ossia la prima garanzia di sicurezza del Paese – non verranno eliminati. Questi sono i punti che stanno più a cuore a Mosca, non tanto per l’interesse territoriale sul Donbas, quanto perché garantirebbero il riavvio della guerra a breve termine, nettamente a favore di una Russia che nel frattempo si sarà potuta riarmare.

Sebbene il piano non verrà accettato nella sua forma attuale, Kyiv e gli europei non hanno chiuso la porta al presidente Usa Donald Trump. Sarebbe stato controproducente: avrebbe solo spinto il presidente statunitense tra le braccia dell’omologo russo Vladimir Putin e indotto Washington a inasprire ulteriormente la sua posizione nei confronti degli ucraini. Già oggi gli Stati Uniti non sostengono più militarmente né economicamente l’Ucraina, ma si limitano a vendere armi agli europei, che poi le consegnano a Kyiv. La minaccia, però, è che Washington sospenda anche la cooperazione sull’intelligence, cruciale non solo per identificare i target militari degli attacchi ucraini, ma soprattutto per permettere agli ucraini di proteggersi con i sistemi di difesa aerea Patriot, gli unici in grado di intercettare i missili balistici russi che colpiscono città e infrastrutture civili ucraine. Ecco quindi i negoziati a Ginevra, che non a caso vedono la partecipazione di europei, ucraini e americani, questi ultimi con le loro due fazioni: Rubio e Driscoll (per conto di Vance).

A questo punto si aprono due scenari. Il primo vedrebbe il ripetersi di quanto già accaduto dopo il vertice in Alaska. Anche allora Trump aveva intrapreso una pericolosa virata filo-russa, e gli europei, volati a Washington, erano riusciti a mitigare i danni. Non avevano convinto Trump ad aumentare seriamente le sanzioni contro Mosca, ma almeno avevano evitato un totale allineamento delle posizioni di Washington a quelle del Cremlino. Pensavano così di essere scampati al peggio, ignari del fatto che Mosca continuava a tessere la sua trama, nella quale Witkoff e Trump sono ricaduti. A Ginevra gli europei tenteranno di riproporre lo stesso schema, presentando il loro piano alternativo in 24 punti. Se Rubio avrà la meglio, ci riusciranno. In questo caso, vedremo Putin ritirarsi nuovamente dal gioco diplomatico, sul quale avrà perso, ancora una volta, il controllo.

C’è poi un secondo scenario, in cui Trump sceglie questa volta di non distanziarsi dall’amico Putin, trasformando i 28 punti, in tutto e per tutto, in un piano statunitense. È probabilmente ciò che vorrebbe Vance, il cui disprezzo per l’Europa è una costante: dal suo attacco agli europei alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco al suo ruolo nefasto nel catastrofico incontro tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale lo scorso febbraio, fino allo scandalo della chat su Signal di poche settimane dopo. In questo caso, gli ucraini, messi di fronte al bivio tra dignità e abbandono da parte degli Stati Uniti, sceglierebbero la prima, come ha già chiarito Zelensky nel suo commovente discorso ai cittadini. Gli europei, raccogliendo una frazione del coraggio degli ucraini, sarebbero costretti ad andare a Washington e chiedere gentilmente a Trump se può almeno farsi da parte, concentrando la sua ossessione per il Nobel sulla pace su altre mete.

Nell’immagine: Zelensky e Vance a colloquio


Se l’Ue rientra dalla finestra

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Di , la Repubblica

La lettura dei 28 punti del piano di Trump per l’Ucraina fa venire alla mente la “trappola di Budapest”. Nel gennaio del 1994 un altro presidente americano, Bill Clinton, aveva forzato la mano al presidente ucraino Kravchuk e a quello russo Yeltsin affinché si accordassero per il trasferimento alla Russia delle armi nucleari, stazionate in Ucraina nei tempi sovietici. Clinton li aveva incontrati a Mosca ostentando all’occhiello della giacca un bottone con la scritta in latino “Carpe Diem”. Oggi Donald Trump più prosaicamente direbbe “do io le carte”. A dicembre dello stesso anno l’accordo fu firmato in Ungheria da Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia. Il “Memorandum di Budapest sulle garanzie di sicurezza” impegnava le parti a “rispettare l’indipendenza, la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina” e a “chiedere azioni immediate da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti per dare assistenza all’Ucraina nel caso fosse vittima di atti di aggressione”. Ma nel 2014, con l’annessione della Crimea e le prime incursioni degli “omini verdi” nel Donbass, uno dei firmatari era l’aggressore; gli altri due non mossero un dito; e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fu paralizzato dal veto della Russia. Il Memorandum diventò carta straccia.

Oggi alcuni dei punti del piano di Trump sembrano un copia-incolla del testo del 1994. A partire dall’articolo 5 secondo il quale “l’Ucraina riceverà affidabili garanzie di sicurezza” e finire con il punto 15 che prevede la creazione di “un gruppo di lavoro” tra America e Russia, ma senza alcun Paese europeo, per definire proprio le garanzie di sicurezza. Con l’aggiunta del primo comma dell’articolo 10, secondo il quale gli Stati Uniti “riceveranno un compenso” per queste garanzie”, precisazione che, come per Gaza, porta l’impronta dell’immobiliarista anche quando tratta di guerra e pace.

Per questo nell’immaginario collettivo degli ucraini il piano più che una garanzia diventa il fantasma del Memorandum avvolto in un incubo. Soprattutto perché diversi altri punti del piano superano quelle che Zelensky ha sempre definito invalicabili linee rosse. Non solo in termini di concessioni territoriali, che cancellano il sacrificio di decine di migliaia di soldati. Ma ancor più in termini di cessione di sovranità: dalla riduzione delle forze armate, all’obbligo costituzionale di non entrare nella Nato; dall’impegno a non diventare uno Stato nucleare a quello di indire elezioni entro 100 giorni con amnistia per tutti i crimini di guerra commessi dai russi. Per finire con la “denazificazione” (punto 20 comma C), che è una delle motivazioni di Putin per la cosiddetta “operazione militare speciale”. Perfino il segretario di Stato Marco Rubio, il meno “putiniano” nell’“inner circle” di Trump, parlando con dei senatori americani, avrebbe definito il piano “una lista dei desideri” dello zar.

È proprio usando queste crepe nell’amministrazione americana, e confidando sulla volubilità di Trump, che gli europei, messi fuori dalla porta dal piano preparato da due uomini d’affari diventati negoziatori (l’americano Steve Witkoff e il russo Kirill Dmitriev), possono rientrare dalla finestra. L’incontro di ieri a Ginevra è stato un primo momento di confronto per segnalare agli americani le storture di un piano che, come è stato osservato, sembra scritto in cirillico e poi tradotto (in alcuni punti anche male) in inglese. A Ginevra c’era uno squilibrio tra le delegazioni: quella europea non era al livello dell’americana e dell’ucraina. E Trump lo ha sottolineato ieri con una frecciata all’Ucraina per la mancanza di “gratitudine” e un’altra agli europei, che “continuano a comprare petrolio dalla Russia” mentre lui “continua a vendere massicce quantità di armi alla Nato per l’Ucraina”.

Ora i leader europei devono essere capaci di trovare compattezza e determinazione per far emendare il piano di Trump nei punti che equivalgono a una capitolazione per l’Ucraina. Ma anche Zelensky deve dare delle garanzie di ripulire il suo “cerchio magico” dalle scorie della corruzione, che indeboliscono la sua credibilità interna e la sua immagine internazionale. A cominciare dal suo onnipotente braccio destro, quel Andriy Yermak, che ieri a Ginevra guidava la delegazione di Kiev.

Nell’immagine: giornalisti davanti alla sede dei colloqui


Netanyahu e gli impuniti della Cisgiordania

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Di , La Stampa

Nel cuore della Cisgiordania, nella notte fra il 12 e il 13 novembre 2025, gruppi di coloni israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Deir Istyā. Sono entrati nel cortile della moschea Hajja Hamida, hanno cosparso di benzina il pavimento della sala di preghiera e gli hanno dato fuoco. Prima di andarsene hanno scritto sulle pareti, in ebraico: “Ci vendicheremo ancora”. Quando i residenti sono arrivati le copie del Corano erano ormai cenere. Non era il primo attacco che la comunità subiva, ma certamente il più simbolico. Le autorità israeliane hanno condannato l’episodio. Come consuetudine, la dichiarazione non è stata seguita da nessun arresto, né punizione, ma da totale impunità. Il cessate il fuoco a Gaza è scattato il 10 ottobre. Da allora, mentre la Striscia viveva una tregua fragile e parziale, in Cisgiordania la violenza non ha conosciuto una pausa.

Ottobre ha registrato 264 attacchi di coloni israeliani contro palestinesi: il numero più alto da quando l’Onu ha iniziato il monitoraggio. Nel lessico del conflitto sono numeri che scorrono veloci, ma sul terreno hanno una forma precisa: alberi bruciati, strade chiuse, case segnate da incursioni notturne, auto capovolte e date alle fiamme. La stagione della raccolta delle olive, di solito il periodo più laborioso ma anche più comunitario dell’anno, è stata quella più colpita. Circa 150 attacchi, 140 feriti, oltre 4.200 alberi distrutti. Per molti villaggi, quegli alberi sono il principale sostegno economico. Perderli significa perdere mesi di lavoro e parte del reddito annuale. Nelle zone rurali, come a Masafer Yatta, la violenza ha una forma costante: contadini cacciati dai loro campi, pastori inseguiti da gruppi di coloni armati, tende bruciate, greggi disperse. Nei campi profughi, le incursioni militari sono la grammatica del quotidiano. L’allerta non è dichiarata, è un’abitudine. I residenti parlano di una sensazione di compressione: strade che fino a qualche mese fa erano aperte ora sono bloccate da checkpoint mobili, vicoli dove i ragazzi giocavano diventati corridoi di pattuglie, isolati che al tramonto restano deserti per evitare problemi. Il 17 ottobre l’Ufficio Onu per i diritti umani ha diffuso un dato che racconta due anni di escalation: mille palestinesi uccisi in Cisgiordania dal 7 ottobre 2023, uno su cinque era un bambino. Non sono numeri eccezionali: sono numeri costanti.

Dal 2023, gli scontri e le operazioni militari nella Cisgiordania occupata si sono sovrapposti senza soluzione di continuità. Quando la tregua è entrata in vigore a Gaza, qui l’andamento non è cambiato: sparatorie durante le retate, aumenti degli arresti, espansione degli avamposti dei coloni, nuove aree dichiarate zone militari chiuse. Dentro questo quadro, pochi giorni fa Human Rights Watch ha pubblicato il suo ultimo rapporto sulla Cisgiordania. Un documento che ricostruisce le operazioni militari dei mesi scorsi nei campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Secondo l’organizzazione, circa 32.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case tra gennaio e febbraio. Molti edifici sono stati demoliti, altri resi inabitabili. Le testimonianze parlano di evacuazioni rapide, annunciate da droni che sorvolavano i tetti ordinando di uscire. Le famiglie hanno raccontato di aver preso ciò che potevano in pochi minuti, senza alcuna certezza di poter tornare. Alcuni residenti hanno trovato riparo nelle scuole, altri in case di parenti. Nessuno ha ricevuto indicazioni precise su quando o se avrebbero potuto rientrare. Human Rights Watch colloca questi eventi dentro un processo più lungo di demolizioni sistematiche, di espansione degli insediamenti illegali, della violenza dei coloni e delle restrizioni di movimento. L’organizzazione parla di un «attacco sistematico contro la popolazione civile», una definizione che richiama la categoria dei crimini contro l’umanità.

Non si tratta, per Hrw, di un’operazione limitata nel tempo, ma di un insieme di pratiche che, sommate, producono lo svuotamento graduale di alcune aree della Cisgiordania. Molti residenti che hanno lasciato i campi non riescono più a tornare: le strade sono danneggiate, alcune case non esistono più, altre zone sono state dichiarate aree militari. Le immagini satellitari mostrano isolati interi interrotti da fosse, barriere o macerie. Nel frattempo, nella Cisgiordania centrale e settentrionale, gli attacchi dei coloni sono continuati, con un incremento senza precedenti. L’incendio della moschea di Deir Istyā ne è un esempio, ma non l’unico. Nelle settimane successive si sono verificati altri episodi simili: auto bruciate, strutture religiose vandalizzate, campi dati alle fiamme. In alcuni casi gli attacchi sono avvenuti nelle stesse località più volte in pochi giorni. Gli abitanti raccontano che, dopo ogni episodio, la domanda è sempre la stessa: quanto tempo passerà prima del prossimo? I bambini restano le vittime più esposte. Tra l’11 e il 17 novembre, le forze israeliane hanno ucciso quattro palestinesi in Cisgiordania: tre erano minorenni. Dall’inizio dell’anno al 17 novembre, i minori uccisi sono 49. Un numero che, nei report delle organizzazioni umanitarie, ricorre con regolarità crescente.

Nel campo profughi di Al Far’a, un quattordicenne è stato colpito durante una retata. I familiari raccontano che stava tornando da un negozio; le forze militari sostengono che lanciasse pietre. Il suo nome si aggiunge a una lista che aumenta settimana dopo settimana. La vita quotidiana dei palestinesi cambia in modi che non garantiscono un titolo al giorno, che non fanno notizia, ma che definiscono ogni giornata di milioni di persone. Le restrizioni alla mobilità aumentano: tratte che una volta richiedevano pochi minuti ora diventano tragitti incerti, fatti di deviazioni obbligate e attese ai checkpoint che si moltiplicano. I tempi di percorrenza raddoppiano, talvolta triplicano. Per andare al lavoro, per raggiungere la scuola, per arrivare in ospedale: ogni percorso è un calcolo di rischio, di orario, di strade possibili. Molti lavoratori hanno perso i permessi per entrare in Israele da cui dipendeva il reddito familiare; altri li rinnovano mese dopo mese senza alcuna garanzia. Nelle aree agricole, i contadini si trovano spesso davanti a cancelli chiusi senza preavviso. Intere porzioni di terra vengono dichiarate zone militari temporanee, bloccando la raccolta dell’olio o impedendo l’accesso ai campi durante i giorni del raccolto. Le stesse coltivazioni che sostengono l’economia di villaggi interi vengono così compromesse da decisioni amministrative o dalla presenza di nuovi avamposti dei coloni che sorgono a pochi metri dai terreni palestinesi. Case e negozi restano isolati da blocchi stradali improvvisi, posti per ragioni di sicurezza che però possono durare ore, giorni.

Per molte famiglie, raggiungere un ospedale significa affrontare un percorso che da 20 minuti può trasformarsi in un’ora e mezza di controlli, deviazioni e attese. In alcune zone, perfino le ambulanze devono attendere l’autorizzazione per passare, rallentando interventi che dovrebbero essere immediati. A tutto questo si aggiunge la perdita del lavoro, la riduzione delle entrate fiscali, la chiusura di spazi pubblici come parchi, centri culturali, campi sportivi. Luoghi che erano comunità diventano luoghi sospesi, difficili da raggiungere o da attraversare. Anche il semplice atto di fare la spesa, visitare un parente, andare a un funerale richiede tempo, energie, permessi. Per l’Onu questa somma di vincoli non è più un insieme di ostacoli episodici, ma una crisi umanitaria strutturale: un meccanismo in cui violenza, restrizioni e impoverimento si rafforzano a vicenda. È un ciclo che non esplode mai in un unico momento, ma che si ripete in ogni gesto quotidiano, sottraendo tempo, risorse, possibilità. E modifica lentamente la geografia della vita palestinese, un check-point alla volta, un permesso negato alla volta.

In Cisgiordania, ciò che viene chiamato «dopo il cessate il fuoco» non ha assunto alcuna forma di tregua. È una fase in cui la cronaca quotidiana non cambia ritmo, e anzi accelera nelle pieghe meno visibili. In Cisgiordania la violenza non è un’interruzione della normalità, ma il suo sfondo: un insieme di pratiche che si ripetono con costanza sufficiente da diventare parte stabile dell’ambiente, come una infrastruttura parallela che si sovrappone alla vita civile. È nello scarto fra la parola tregua e la realtà che sta la definizione di come si vive oggi in Cisgiordania: un territorio in cui il conflitto non si interrompe, ma si sposta. Si ridisegna. Cambia forma. E continua, mentre altrove si celebrano pause che li non arrivano mai.