I liberali contro lo Stato sociale

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

Cara elettrice e caro elettore del partito liberale, e radicale (se ci sei batti un colpo), leggi l’intervista di ieri sul Tages Anzeiger, dove i due neo presidenti nazionali del partito, Susanne Vincenz-Stauffacher e Benjamin Mühlemann, hanno illustrato il loro pensiero.

In sintesi: i costi dello Stato sociale vanno abbattuti, bisogna investire prioritariamente nell’esercito grazie a un nuovo pacchetto di risparmio di miliardi di franchi, si deve tagliare sull’AVS, aumentare l’età pensionabile, ridurre i sussidi e rincorrere l’Unione democratica di centro. Perla assoluta: sui rapporti con l’Unione europea hanno posizioni opposte, una a favore dell’accordo con l’UE, l’altro contrario. Per loro una dimostrazione di democrazia, in realtà trattasi di confusione.

Intanto va detto che le due paginate di intervista rivelano una certa fragilità dei personaggi, ingenui e poco arguti. Si lamentano della doppia morale dell’UDC, perché questo partito applaude all’accordo con Trump e si oppone al pacchetto con l’Unione europea. Ricordiamo, gli intervistatori lo fanno, che il rapporto con l’UE è istituzionale, mentre quello con gli Stati Uniti è soprattutto commerciale (finora). Piagnucolano perché l’UDC avrebbe tradito la promessa di discutere di risparmi in Parlamento, dopo che il PLR ha votato a favore del pacchetto UE.

“È giunto il momento di ricordare valori come la decenza e l’onestà” dice Vincenz-Stauffacher. A proposito di decenza, i due copresidenti applaudono all’accordo con Trump, ottenuto dai magnati svizzeri, e l’ex consigliere di stato glaronese Mühlemann afferma: “anche quando ero consigliere di stato ricevevo uomini d’affari nel mio ufficio”. Benjamin piccolo Donald!

Ma la sostanza del liberal pensiero si sintetizza nella necessità di far fare alla Svizzera un “colpo liberatorio” (Befreiungsschlag), un salto di qualità o, meglio, un salto nel vuoto.

Non basta il pacchetto di risparmi proposto da Karin Keller Sutter – già una bella stangata! – bisogna tagliare di più. “La spesa federale è in costante aumento – dice Mühlemann – abbiamo bisogno di più soldi per l’esercito e dobbiamo investire urgentemente anche nelle infrastrutture, ad esempio nelle strade nazionali. Lo sviluppo sociale costante e perenne deve finire”. Nessun accenno al disastro dell’esercito, in mano da anni a incompetenti, tutti fuggiti, e una dimenticanza non certo di dettaglio: sulle strade nazionali il popolo ha appena bloccato i progetti di espansione. Ma alla coppia non basta: vogliono abolire il contributo della Confederazione all’AVS e frenare l’assunzione di  personale. E ancora: vogliono ridurre i numerosi sussidi della Confederazione: “bisogna smettere di distribuire fondi con l’innaffiatoio”. Infine, va anche diradata la nostra legislazione. Tabula rasa, insomma.

Il mantra del duo presidenziale è “responsabilità personale”. Lo diceva già la dama di ferro Thatcher: “There is no such thing as society”. La società non esiste, esiste solo l’individuo. L’uno per tutti, tutti per uno, vecchio slogan liberale, è buttato alle ortiche. I due neopresidenti, una coppia disfunzionale, perché su uno dei punti più importanti della politica elvetica, i rapporti con l’Unione europea, la pensano all’opposto, esprimono un pensiero liberista vecchio e scontato ma pericoloso.

Vale la pena ricordare quanto dice Giuliano da Empoli: “La vita politica è una continua commedia degli errori, in cui i personaggi, quasi sempre inadeguati al ruolo che ricoprono, cercano di barcamenarsi per trovare una via d’uscita da situazione impreviste, spesso assurde e a volte ridicole”.

Cara elettrice e caro elettore liberale, e radicale (se ci sei batti un colpo), osserva attentamente dove stanno andando i tuoi presidenti nazionali, perché è chiaro che stanno dalla parte dei guerrafondai, dei privilegiati, degli ereditieri e dei profittatori. In sostanza sono “predatori” come suggerisce Giuliano Da Empoli nel suo ultimo libro.

Nell’immagine: la coppia disfunzionale


La pace e la sovranità limitata

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

Non è vero che non c’è nulla di nuovo nel “piano americano” per la pace in Ucraina scritto da Russia e Stati Uniti alle spalle di Kiev. Gli inviati speciali del Cremlino e della Casa Bianca, Witkoff e Dmitriev, che hanno soppiantato i ministri degli Esteri (come se l’intesa tra i due presidenti fosse una forma sopraelevata e onnipotente della politica, cancellando la diplomazia), nella bozza d’intesa scritta a Miami hanno raccolto tutte le richieste di Putin per risolvere quelle che il leader russo chiama “le cause profonde del conflitto”: e Trump le ha accettate pur di incassare una fine qualsiasi delle ostilità. Il problema è che la bozza è nata fuori da qualsiasi negoziato, in cui contano certo i rapporti di forza sul campo, ma pesano anche i ruoli diversi dell’aggressore e dell’aggredito, e le rispettive responsabilità: e soprattutto, i due contendenti discutono direttamente del loro destino, senza che uno dei due lo trovi stabilito dall’altro, d’intesa con il presunto arbitro che gli impone di firmarlo, con le spalle al muro. Tutto questo lo avevamo già visto, perché Putin tiene il punto, in Alaska come a Mosca. La novità è un’altra, psicologica e immediatamente politica, percepibile a Est come ad Ovest: l’indebolimento della leadership di Zelensky, schiacciato nel Donbass, bombardato a Kiev, corroso dalla corruzione del cerchio più ristretto dei suoi collaboratori, ormai solo ed esposto in mezzo alle dichiarazioni meccaniche di sostegno di un Occidente sempre più stanco di guerra, che vede l’inizio della fine e opportunisticamente si adegua.

Questo spiega perché il piano, elaborato già in Alaska nel vertice Putin-Trump, venga reso pubblico proprio adesso, fissando anche un ultimatum per Kiev, che deve rispondere entro il 27 novembre, in modo da trasformare il thanksgiving nella festa di ringraziamento di Trump, il pacificatore dell’orbe terracqueo. Naturalmente ogni tentativo di arrivare alla pace va considerato con attenzione, e ogni spiraglio d’intesa è un’occasione da non perdere. In questo caso è però evidente ogni giorno di più che la pace non è solo la sospensione delle ostilità, ma la definizione di un nuovo ordine del mondo, la riscrittura delle regole del bene e del male che garantiscono una convivenza, il ridisegno dei confini, della sovranità e della geografia europea: dunque della storia. È ormai chiaro a tutti che dopo tre anni di guerra la Russia non è riuscita a prendere Kiev, sostituendo il potere eletto dal popolo con un governo fantoccio: ma è altrettanto chiaro che la guerra di posizione sul terreno registra una conquista territoriale russa ormai consolidata, e dunque in qualunque negoziato di pace il dogma ucraino dell’integrità territoriale non potrà trovare applicazione. La forza dell’invasore ha manomesso la sovranità e l’indipendenza dell’aggredito, e la pace dovrà registrare questo squilibrio, inscrivendolo nella nuova mappa dell’Europa. Ma anche negoziando nella costrizione di questo abuso, c’è la possibilità, e soprattutto il dovere, di evitare che il trattato di pace diventi un atto di capitolazione.

Nella bozza in mano a Trump, che ufficialmente Putin deve ancora vidimare, sono ben chiare le conquiste del Cremlino: la Crimea diventa russa come l’intero Donbass, quindi non solo l’86 per cento del territorio di questa regione, controllato militarmente da Mosca, ma anche la parte ancora oggi in mano alle truppe di Kiev, che verrà demilitarizzata. Nelle zone di Kherson e Zaporizhzhia la linea del fronte sarà congelata, e qui la Russia potrebbe fare qualche retrocessione di territorio. L’esercito ucraino viene dimezzato, nella Costituzione di Kiev si inserisce l’impegno del Paese a non entrare mai nella Nato, che recepisce nel suo statuto il medesimo divieto. Nato e Russia si vincolano a vicenda a non espandersi e a non invadere Paesi vicini, mentre verrà firmato un patto di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa. Non sono altrettanto chiare le garanzie per Kiev, visto che il piano prevede una copertura Usa in caso di aggressione, ma precisa che truppe occidentali non potranno stazionare in Ucraina, mentre ribadisce che è necessario “denazificare” il Paese.

L’impressione è che Trump chiami pace quella che in realtà è una resa, con condizioni capestro che l’Ucraina ha sempre rifiutato. Ma oggi tutto congiura contro Kiev: la fatica di una resistenza armata eroica che dura da tre anni, la spaccatura occidentale tra Europa e America, le faglie nel sostegno dell’Unione europea, il lavorio russo per minare la coesione del Paese, la debolezza di Zelensky che venerdì ha rivolto al suo popolo un appello drammatico all’unità, “in uno dei momenti più difficili della nostra storia” con il Paese sottoposto a una pressione senza precedenti: “Possiamo trovarci davanti a una scelta cruciale, tra la perdita della nostra dignità e la perdita di un partner fondamentale”. Un’ammissione esplicita della strettoia in cui si trova oggi l’Ucraina e che Zelensky affronterà da solo, chiedendo al suo popolo di essere consapevole del momento: dopo la sfida della guerra, ecco la sfida della pace.

Stiamo assistendo a un esperimento a cuore aperto, e il cuore è quello dell’Europa. Perché il piano americano ispirato dal Cremlino reintroduce nel mezzo del vecchio continente il concetto di “sovranità limitata”, con cui la dottrina Breznev teorizzava il vincolo sovietico permanente sulle decisioni dei Paesi satelliti dell’Urss, e di conseguenza il potere egemone dello Stato-guida. L’Ucraina sarà esattamente questo, un Paese a sovranità limitata, in un’Unione di Stati liberi, di democrazia sovrana. Ecco che il cerchio della storia russa si chiude — se il piano diventerà realtà — con la vera vittoria di Putin: il restauro della logica imperiale che la Russia aveva smarrito con la caduta del Muro, la sconfitta nella guerra fredda, la dissoluzione dell’Urss.

È per questo che l’Europa non può accettare di essere estromessa dal negoziato sull’Ucraina, a fianco di Kiev: perché riguarda non solo il suo futuro e il suo ruolo, ma il suo destino, se non vuole essere un continente di sudditi dei nuovi imperatori.

Nell’immagine: il presidente Zelensky in Polonia


Habermas: “Il mondo è cambiato, ecco perché l’Europa deve ballare da sola”

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

Di Jürgen Habermas, la Repubblica

L’invasione russa dell’Ucraina, tra le altre cose, ha provocato nelle popolazioni europee una percezione ritardata di una situazione globale profondamente mutata. Questo cambiamento era però in atto da tempo con il declino degli Stati Uniti, la superpotenza del Ventesimo secolo. Un segnale premonitore di questa evoluzione è stato il rapido mutamento di umore nella società civile americana dopo l’11 settembre 2001. Questo cambiamento nella mentalità di una popolazione spaventata è stato ulteriormente incoraggiato dalla retorica dell’amministrazione dell’epoca, sotto la presidenza di George W. Bush e del suo vicepresidente, un politico senza scrupoli. Tutti sembravano percepire da vicino i pericoli del terrorismo internazionale.

Sulla scia della propaganda per la guerra scatenata contro Saddam Hussein e l’Iraq in violazione del diritto internazionale, questo cambiamento di mentalità si radicalizzò e si consolidò. Sul piano istituzionale, questo cambiamento colpì in primo luogo il sistema partitico. Già nel corso degli anni Novanta, sotto la guida di Newt Gingrich, erano cambiate radicalmente non solo le pratiche del Partito Repubblicano, ma anche la composizione sociale dei suoi sostenitori. Tuttavia, le tendenze verso una trasformazione più profonda e ora, a quanto pare, praticamente irreversibile del sistema politico nel suo complesso si sono affermate solo dopo che il presidente Obama ha deluso le speranze in un radicale cambiamento di rotta della politica estera statunitense.

La Cina vuole un ordine mondiale sinocentrico

L’indebolimento della posizione internazionale dell’ex superpotenza è ormai inequivocabile. Ciò è stato segnalato ancora una volta al vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) di fine ottobre in Corea del Sud: gli alleati sempre più incerti degli Stati Uniti stanno ora cercando accordi anche con altri vicini più neutrali o più dipendenti dalla Cina. E dopo la partenza anticipata del presidente americano, più interessato a concludere rapidamente affari che a stabilizzare in modo lungimirante l’influenza statunitense, a dare il tono all’incontro è stato il presidente cinese Xi Jinping, che ha promosso l’idea di una società mondiale multiculturale sotto la guida cinese. Fin dall’adesione della Repubblica Popolare Cinese all’Organizzazione Mondiale del Commercio, governi avveduti hanno perseguito l’obiettivo di fare del proprio Paese una potenza economica di primo piano.

Tuttavia, solo dopo l’insediamento di Xi Jinping nel 2012 l’obiettivo esplicito – e perseguito con una certa “aggressività difensiva” -, diventa quello di sostituire il regime commerciale globale liberale con un ordine mondiale sinocentrico. La Cina punta da tempo ad obiettivi strategici e di politica di sicurezza di ampia portata con il suo progetto di una nuova Via della Seta. I maggiori beneficiari sono stati la Russia, il Pakistan, la Malesia e l’Indonesia. Ma la Cina è probabilmente diventata anche il principale finanziatore alle economie in via di sviluppo ed emergenti.

Questo spostamento complessivo di potere internazionale è segnalato dal fatto che, sotto il profilo geopolitico, i conflitti decisivi del futuro saranno concentrati nel Sud-est asiatico. Sarà interessante osservare come l’ascesa al potere di Trump influenzerà la politica interna di Taiwan. Ma al di là di questo focolaio di conflitto, in quest’area non si fronteggiano solo la Cina e i suoi alleati regionali da un lato, e gli Stati Uniti e gli stati occidentali della regione, principalmente Giappone, Corea del Sud e Australia, dall’altro. Anche l’India sta ora coltivando le proprie ambizioni di potere globale nelle immediate vicinanze. Inoltre, lo spostamento dei rapporti di potere geopolitici si riflette non solo nella regione del Pacifico, ma anche nell’ascesa di medie potenze come Brasile, Sudafrica e Arabia Saudita, che aspirano con determinazione a una maggiore indipendenza.

Negli Stati Uniti, è in corso lo smantellamento democraticamente legittimato della più antica democrazia del mondo

Nel frattempo, molti di questi stati emergenti stanno lottando per essere ammessi nell’alleanza Brics, alquanto sfilacciata e nel frattempo allargata. Anche i profondi cambiamenti geoeconomici nell’ordine economico mondiale liberale, instaurato dagli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale, indicano la fine dell’egemonia occidentale. Non che questo ordine del commercio mondiale basato su regole, ora messo a dura prova anche dallo stesso Trump, possa essere semplicemente liquidato, come si evince dall’interessante disputa sulla fornitura di terre rare; ma forse niente potrebbe illustrare meglio le ormai correnti restrizioni al commercio mondiale dettate dalla politica di sicurezza della recente decisione del governo della Germania, campione mondiale delle esportazioni, di sostenere con fondi pubblici l’industria siderurgica tedesca, non competitiva a livello internazionale.

Sebbene questi cambiamenti negli equilibri di potere geopolitici si fossero delineati da tempo, e sebbene una rielezione di Trump non fosse affatto esclusa all’inizio della guerra in Ucraina, i governi occidentali non sono stati in grado di comprendere, dopo l’invasione russa, che questo conflitto, dopo che non si era riusciti a impedirne lo scoppio, doveva assolutamente essere risolto entro la presidenza di Joe Biden. Ora, con il secondo mandato di Trump, si è avverato ciò che era stato a lungo previsto nel manifesto della Heritage Foundation: lo smantellamento difficilmente reversibile del più antico regime liberal-democratico, seguendo un modello che in Europa abbiamo già conosciuto in Ungheria e in altri Paesi.Questi regimi autoritari di nuovo tipo non possono evidentemente essere attribuiti alle circostanze specifiche di una fallita liquidazione delle forme di governo post-sovietiche. Piuttosto, sono i precursori dello smantellamento democraticamente legittimato della più antica democrazia del mondo e della rapida edificazione e stabilizzazione di una forma di governo libertario-capitalista amministrata tecnocraticamente.

La pusillanimità di una società civile ampiamente incapace di opporre resistenza

Ciò a cui stiamo assistendo negli Stati Uniti è un’analoga transizione da un “sistema” all’altro, una transizione nemmeno particolarmente graduale, ma semmai poco avvertita, in presenza di un’opposizione più o meno paralizzata: le ultime o penultime elezioni democratiche hanno segnato l’inizio, a lungo annunciato, della rapida espansione arbitraria e autocratica di un potere esecutivo rimesso in riga ed epurato. Trump sta abusando di questo potere senza tener conto delle obiezioni di un sistema giuridico che gira a vuoto che viene gradualmente eroso dall’alto verso il basso. Il presidente anzitutto ha avocato a sé le competenze legislative del Congresso con le sue rigorose politiche tariffarie e ha tentato di limitare progressivamente l’indipendenza della stampa e del sistema universitario. Successivamente, ha intimidito l’opposizione schierando senza richiesta la Guardia Nazionale in grandi città come Los Angeles, Washington e Chicago. La sua sola presenza segnala la volontà dell’amministrazione di utilizzare in caso di necessità l’esercito, già obbediente ai livelli più alti, contro i propri cittadini. Mentre all’interno dell’UE il sistema dei partiti e le elezioni democratiche sono ancora protetti anche in Stati autoritari come l’Ungheria (o, a suo tempo, la Polonia), il loro destino negli Stati Uniti rimane incerto.

La resistenza contro il presunto potere coloniale di Israele era stata portata all’estremo

Dopo i recenti successi ottenuti in alcuni importanti appuntamenti elettorali dai Democratici, l’obiettivo di Trump è quello di marginalizzare e denigrare l’opposizione politica attraverso la delazione. In politica estera, come dimostrano le sue azioni militari arbitrarie contro i trafficanti al largo delle coste del Venezuela, ignora anche il diritto internazionale. Il fenomeno più sorprendente e tuttora inspiegabile di questa presa di potere strisciante ma perseguita con risolutezza è la pusillanimità di una società civile ampiamente incapace di opporre resistenza, per non parlare dell’acquiescenza di studenti e professori che poco tempo prima avevano spinto all’estremo la loro resistenza senza ritegno contro la presunta potenza coloniale israeliana nei loro campus.Non sto sostenendo che noi ci siamo comportati diversamente.

A tutt’oggi, non vedo segnali convincenti di un’inversione di rotta rispetto al percorso intrapreso verso un sistema sociale a guida politica autoritaria, gestito tecnocraticamente, ma economicamente libertario. Infatti, i potenziali successori di Trump tendono ad avere una visione del mondo ancora più chiusa di quella del presidente patologicamente narcisista, concentrato su guadagni personali e conferme a breve termine e che vuole essere un tycoon e un premio Nobel per la pace piuttosto che un politico con una visione.

Per le considerazioni fin qui esposte, non posso vantare alcuna competenza che vada oltre quella di un lettore di giornali. Mi interessano principalmente in riferimento all’interrogativo di cosa significhino per l’Europa, nella situazione attuale, lo spostamento degli equilibri geopolitici e la divisione politica dell’Occidente, avviata ormai da tempo. In quanto segue, parto dalla convinzione che, salvo poche eccezioni, i governi dell’Ue e dei suoi Stati membri intendano ancora fermamente aderire ai fondamenti normativi e alle prassi consolidate delle loro costituzioni. Da ciò deriva l’obiettivo politico di rafforzare la loro influenza a tal punto che l’Ue possa affermarsi come attore autonomo nella politica e nella società mondiale, indipendente dagli Stati Uniti e da compromessi con gli Stati Uniti o altri Stati autoritari avversi al sistema. Per quanto riguarda la continuazione della guerra in Ucraina, “noi” – se mi è concesso parlare da questa prospettiva europea – restiamo dipendenti dal sostegno degli Stati Uniti semplicemente perché non disponiamo della loro tecnologia per la necessaria ricognizione aerea.

Senza il sostegno degli Stati Uniti, il fronte ucraino non potrebbe essere tenuto. Ma questi Stati Uniti, che non tengono più fede al loro ruolo di legittimo sostenitore dell’Ucraina ai sensi del diritto internazionale, come dichiarato sotto Biden, e nella migliore delle ipotesi forniscono armi pagate dall’Europa (cioè, di fatto, dalla Germania), sono diventati un partner imprevedibile per i loro alleati. Già solo per questo motivo, anche da parte nostra sussiste un interesse al rapido cessate il fuoco auspicato dalla leadership ucraina. Ciò comporta per l’Europa una conseguenza spiacevole che non è stata ancora tematizzata.

L’Ue non può prendere politicamente le distanze dagli Stati Uniti, membro passivo e, per così dire, dimissionario della Nato, anche se ciò significa che “l’Occidente” agisce ancora collettivamente, ma a livello normativo non si esprime più con una sola voce. La guerra in Ucraina costringe l’Ue a tener fermo alla sua alleanza con gli Stati Uniti all’interno di un quadro Nato che, a causa dell’avviato cambio di regime del suo membro più importante e finora leader, non può più invocare in modo credibile i diritti umani per giustificare il suo sostegno militare all’Ucraina. Chiunque abbia ascoltato il recente discorso di Trump davanti all’Assemblea generale delle Nazioni unite deve ammettere che la retorica del diritto internazionale, a cui l’allora unito Occidente era ricorso fin dal primo giorno del conflitto per giustificare il suo sostegno all’Ucraina invasa, ha perso valore.

Questo imbarazzo non vale per il gruppo originariamente composto da trenta Stati – non tutti appartenenti all’Ue – indipendente dagli Stati Uniti e guidato da Francia e Gran Bretagna, che si sono uniti per sostenere l’Ucraina. Perciò è, spero involontariamente, ironico che proprio questo gruppo di Stati si sia sconsideratamente soprannominato “Coalizione dei Volenterosi”, lo stesso nome con cui George W. Bush, con l’aiuto del premier britannico ma con l’opposizione di Francia e Germania, aveva creato una coalizione a sostegno della sua invasione dell’Iraq, in violazione del diritto internazionale.

Angela Merkel ha ignorato freddamente la Francia. Quanto erano e sono ora ipocrite tutte queste parole

Dopo questo abbozzo della mutata situazione nell’Occidente diviso, arrivo alla questione che più mi preme: quanto è realistico impegnarsi per un’ulteriore unificazione politica dell’Ue con l’obiettivo di essere riconosciuti all’interno della comunità globale non solo come uno dei partner commerciali economicamente più rilevanti, ma anche come un soggetto autonomo, politicamente autorevole e capace di iniziativa? Sebbene i nuovi Stati membri nella parte orientale dell’Ue siano i più agguerriti nel chiedere il riarmo, sono i meno disposti a limitare la propria sovranità nazionale per un tale rafforzamento congiunto.

Stante questa intransigenza, l’iniziativa, sebbene anche il governo nazionale di Meloni ne sarebbe escluso, dovrebbe provenire dai principali Paesi occidentali dell’Unione – e oggi, data l’attuale debolezza della Francia, principalmente dalla Germania. Il continuo sviluppo di una difesa europea comune potrebbe fornire l’impulso necessario. Frattanto, il Bundestag ha approvato il finanziamento per un significativo ampliamento e sviluppo delle forze armate tedesche, ma qui non mi occuperò della discutibile giustificazione basata sulla presunta minaccia imminente di un attacco russo contro la Nato.

Il punto è che il governo tedesco sta perseguendo la creazione dell’”esercito più forte d’Europa” rispettando le condizioni dei trattati esistenti, cioè, in definitiva, mantenendosi nei limiti della sua autorità nazionale. Così facendo, il governo tedesco persegue l’ipocrita politica europea praticata sotto la cancelliera Merkel: pur essendo sempre stato retoricamente filoeuropeo, negli ultimi decenni ha respinto diverse iniziative francesi per una maggiore integrazione economica, da ultimo l’incalzante iniziativa del neoeletto presidente francese Macron. Ma anche il cancelliere Merz che in questo è in gran parte figlio di Schäuble, vede gli eurobond come il fumo negli occhi. Non vi è alcuna seria indicazione che il governo tedesco stia adottando misure significative per creare un’Unione europea in grado di agire sulla scena globale.

Certamente, sullo sfondo del crescente populismo di destra in tutti i nostri Paesi, un passo così a lungo trascurato verso una maggiore integrazione dell’Ue, e quindi verso la sua capacità di agire a livello globale, troverebbe un sostegno ancora meno spontaneo di quello di cui ha goduto finora. Anche nella maggior parte degli Stati membri occidentali dell’Ue, le forze politiche interne che sostengono la decentralizzazione o lo smantellamento dell’Ue, o quantomeno il ridimensionamento delle competenze di Bruxelles, sono più forti che mai. Pertanto, ritengo probabile che l’Europa sarà meno in grado che mai di sganciarsi dall’attuale potenza dominante, gli Stati Uniti.
La sfida centrale sarà quindi se, trascinata in questo gorgo, riuscirà a mantenere il suo quadro normativo finora ancora democratico e liberale.

Al termine di una vita politicamente piuttosto privilegiata, non mi è facile trarre una conclusione che ha comunque il senso di uno scongiuro: un’ulteriore integrazione politica, almeno nel cuore dell’Unione Europea, non è mai stata così vitale per la nostra sopravvivenza come lo è oggi. E mai è sembrata così improbabile.

Questo è il testo della conferenza – leggermente rivisto per la pubblicazione sulla Süddeutsche Zeitung – che il filosofo ha tenuto il 19 novembre a un convegno sulla crisi delle democrazie occidentali presso la Fondazione Siemens di Monaco di Baviera

Nell’immagine: il filosofo tedesco Jürgen Habermas


Se vince solo la forza non ci sarà la pace

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Il piano americano in 28 punti, elaborato da Stati Uniti e Russia, è la prova che l’ordine europeo sta entrando nella sua fase terminale. Non è un’iniziativa diplomatica, ma un atto di rottura che ridisegna la sicurezza del continente senza l’Europa e sopra la testa dell’Ucraina. Non è un “piano di pace”, ma un’operazione di potere in cui Washington e Mosca usano l’Ucraina come leva e l’Europa come portafoglio. L’Ucraina è il teatro, ma il bersaglio è l’intera architettura di sicurezza europea.

Il contenuto conferma lo squilibrio: Kiev dovrebbe ritirarsi da territori ancora controllati, accettare una zona cuscinetto che diventa corridoio d’influenza russa, ridurre l’esercito, rinunciare alla Nato, tollerare un’amnistia totale a favore dei russi autori di crimini di guerra e andare al voto in cento giorni. Mosca otterrebbe legittimazione delle conquiste, territori aggiuntivi, accordi economici e finanziari con gli Usa e un ritorno nel concerto internazionale. Nessun limite per le forze russe: una “pace” che disarma l’aggredito e rafforza l’aggressore.

La struttura istituzionale è ancora più rivelatrice: il piano crea un “Peace Council” presieduto da Trump, organo di fatto vincolante con poteri di monitoraggio e sanzione. È un ordine parallelo all’Onu che marginalizza il diritto internazionale e concentra nelle mani del presidente americano la funzione di garante supremo. La sicurezza diventa un servizio a pagamento. Washington “riceve compenso” per ciò che prima era un impegno strategico. La deterrenza non è più un principio, è una fattura.

La Russia ottiene molto più di quanto appare. Il piano le restituisce lo status di grande potenza. È il riconoscimento geopolitico che Putin inseguiva dal 2007, quando dichiarò che l’ordine unipolare era inaccettabile. Ora quelle parole diventano realtà. La Russia non subisce la mediazione internazionale, la co-scrive. È una vittoria poiché Mosca passa dall’essere potenza revisionista isolata a potenza legittimata, interlocutrice “alla pari” degli Stati Uniti. Il piano conferma che per Washington, l’Ucraina è solo una parte, e nemmeno la più importante, del rapporto strategico con la Russia.

Pechino osserva attentamente. Per la Cina è la prova che una potenza revisionista può cambiare i confini con la forza, resistere alle sanzioni e negoziare da posizione di vantaggio. Le implicazioni sono chiare: se l’Occidente è disposto a ratificare una revisione dei confini in Europa, potrebbe domani mostrarsi altrettanto permeabile di fronte alle aspirazioni cinesi su Taiwan.

Il triangolo Usa-Russia-Cina entra così in una nuova fase. È il ritorno alle sfere d’influenza: la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina si gioca sul controllo degli spazi intermedi, non sulla volontà degli Stati che li abitano. Washington chiude un fronte europeo cedendo spazio a Mosca; Pechino prende atto che l’Occidente accetta un fatto compiuto; Trump tenta di indebolire l’asse sino-russo. Per Mosca è proprio la riapertura, anche limitata, del canale con Washington che le permette di applicare una versione asimmetrica della teoria andreottiana dei “due forni”: la Russia è più vicina a Pechino, ma può evitare di esserne schiacciata mantenendo aperto il forno americano come contrappeso indispensabile.

Le conseguenze per l’Europa sono profonde. L’Ue è relegata al ruolo di finanziatore senza voce, chiamata a stabilizzare un vicinato che non ha definito. Pagare senza decidere è subalternità geopolitica. E il piano mostra con chiarezza che la sicurezza europea si separa da quella americana. Gli Stati Uniti privilegiano l’accomodamento con Mosca rispetto alla coesione occidentale. È una frattura strategica che va oltre l’Europa. Se gli alleati vedono che la protezione americana non è più scontata, riemerge ciò che per decenni era impensabile: la tentazione nucleare. In Polonia, Germania, Corea del Sud, Giappone nasce la stessa domanda: se le garanzie Usa diventano condizionali, quale deterrenza resta? La risposta è implicita: la capacità nucleare autonoma. Un cambiamento culturale enorme accelerato da questo piano.

L’Ucraina, stretta fra dignità e sopravvivenza, è la prima vittima di questa transizione. Zelensky lo ha colto con lucidità: «Perdere la dignità o perdere un partner». È un paradosso irrisolvibile. L’incontro di oggi a Ginevra tra americani, europei e ucraini, è per Zelensky forse l’ultima occasione per alterare la geometria del piano. Non può rifiutarlo, ma può tentare di modificarlo, insieme agli europei, prima che diventi irreversibile. Per questo, l’incontro di Ginevra, pur tardivo, è importante. È il tentativo di reinserire europei e ucraini in un processo finora scritto altrove. È la scelta tra restare soggetto geopolitico o diventare pagatore geopolitico. È il tentativo di bloccare il principio della forza come criterio di legittimità. La posta in gioco non è solo la fine della guerra in Ucraina, ma la forma delle relazioni internazionali nei prossimi anni.


La seconda morte dell’Unione europea in Ucraina

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

Di Raffaele K. Salinari, il manifesto

Possiamo sintetizzare la situazione dell’Unione Europea attraverso due canzoni relativamente recenti: una di Sting, History will teach us nothing, e l’altra Vengo anch’io, no tu no, di Jannacci. La prima riprende la nota sentenza di Hegel sul fatto che i trascorsi storici non sembrano lasciare all’umanità, neanche a quella che li aveva direttamente vissuti, una memoria che informi le loro decisioni. L’altra epitomizza magistralmente, con una ironia che sconfina oramai nel sarcasmo, il ruolo dell’Ue riguardo alle dinamiche del conflitto russo-ucraino. Riguardo a Hegel il punto di partenza dovrebbe perlomeno partire dalla guerra in Ex Jugoslavia. Anche allora, con una guerra in casa, l’Ue non fu assolutamente capace né di prevenirlo, anzi, né tantomeno di gestirlo, delegando alla Nato e dunque in ultima istanza agli Usa il cosiddetto processo di pace che, ancora oggi, fa covare sotto uno strato ben sottile di cenere il fuoco dei conflitti regionali.

Anche allora si parlò di difesa europea, si fecero prove di costruzione della brigata congiunta franco tedesca (1989) nucleo dell’Eurocorp, tentativo di fatto abortito di creare un esercito europeo. La centralità della guerra in ex Jugoslavia nel processo di integrazione europea era stata ben colta da Mitterand con la sua celebre sentenza, peraltro profetica: «L’Europa nasce o muore a Sarajevo».

Bene, l’incapacità dei leader comunitari di allora, tutti impegnati nel disfacimento dell’Urss e nel far entrare gli “stati satelliti” di Mosca nella Nato e poi, ma solo poi, nell’Unione Europea, rimise nelle mani statunitensi il pallino del conflitto. E dunque l’Europa comunitaria è morta una prima volta a Sarajevo a cagione della subalternità culturale agli interessi Usa. Dopo la caduta del Muro di Berlino, invece di operare per il cosiddetto deepening, il consolidamento delle istituzioni comunitarie, si forzò l’entrata degli stati dell’Est (widening), sempre in chiave antirussa, poiché anche il papato spingeva non solo per le radici cristiane del Continente, ma affinché fosse smentita per sempre la profezia dei cosacchi in piazza San Pietro.

Ora, a fronte del conflitto Russo-Ucraino, invece di esercitare una forte pressione diplomatica per risolvere una disputa che, anche qui, è in gran parte generata da una, a dir poco, inappropriata espansione a Est della Nato, i dirigenti europei, come sonnambuli, mesmerizzati dalla corsa agli armamenti come unico collante di una Unione in crisi profonda di identità, cercano un posto nel processo negoziale sentendosi, come ai tempi di Sarajevo, rispondere che mentre si gioca si possono intrufolare nel salotto buono, ma quando i grandi discutono di cose serie, è meglio che vadano in cortile. Quello che sta accadendo ora era ampiamente prevedibile già all’inizio di un conflitto che mai avrebbe dovuto generarsi. Ma ancora più grave, ed è questo il pericolo della seconda morte dell’Ue, è l’dea di una unità armata, la costruzione di un nemico storico irriducibile ai valori occidentali, la ricostruzione della Cortina di ferro.

Delors, ultimo grande dirigente europeo, purtroppo seguito da minus senza una visione, nessuno escluso, aveva indirizzato l’asse europeo sulla cooperazione allo sviluppo con il continente africano, intuendo che la messa in comune di questo segmento qualificante ed eticamente elevato delle politiche estere avrebbe portato a una integrazione non solo dei due continenti, ma delle nazioni europee tra di loro. Le forze che hanno a cuore la democrazia, se si volessero ancora coerenti con la classica definizione di Bobbio: l’inclusione, dovrebbe cominciare a riflettere su di una radicale revisione delle loro politiche comunitarie, in primis per evitare una guerra mondiale, e poi per ridarsi un programma non dettato dagli interessi economici di chi tratta l’Europa come un utile idiota.


L’immigrazione fa aumentare i premi: sì o no?

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

L’UDC sostiene che l’immigrazione sia responsabile dell’esplosione dei costi sanitari. «Gli immigrati non devono più beneficiare del nostro sistema», si legge a grandi lettere sul sito web dell’UDC. I «migranti richiedenti asilo» causerebbero «comprovatamente costi più elevati rispetto al resto della popolazione». Per questo motivo l’UDC vorrebbe che gli immigrati contribuissero ai costi più elevati e limitare le «prestazioni per i richiedenti asilo».

Prima di tutto una precisazione: i richiedenti asilo contribuiscono alla crescita della popolazione solo per circa il 7%. Insieme agli immigrati provenienti dall’Ucraina, negli ultimi anni la percentuale è stata del 12%. La stragrande maggioranza degli immigrati proviene dai paesi dell’UE come lavoratori e familiari.

I premi sono aumentati quasi sei volte più rapidamente della popolazione
L’Ufficio federale di statistica e gli economisti sanitari di Winterthur

L’immigrazione e la conseguente crescita della popolazione non aumenterebbero i premi dell’assicurazione sanitaria, ha affermato a luglio il redattore di Tamedia Iwan Städler. Al contrario: «Gli assicurati stranieri causano il 28% in meno di costi», recitava il suo titolo.

L’Ufficio federale di statistica (UST) ha dimostrato che gli assicurati stranieri gravano meno sulle casse malati rispetto agli svizzeri.

Il redattore Fabian Renz ha recentemente ribadito questo concetto con un titolo sui giornali Tamedia: «Abbiamo bisogno dell’immigrazione per le nostre casse malati».

Oltre all’UST, Renz ha citato anche gli economisti della sanità di Zurigo, che recentemente sono giunti alla conclusione che l’immigrazione tende piuttosto a frenare la crescita dei premi.

In effetti, gli economisti della sanità zurighesi guidati dal professor Simon Wieser dell’Istituto di economia sanitaria di Winterthur sono giunti alla conclusione, in un articolo, che l’immigrazione e la conseguente crescita della popolazione tendono piuttosto a ridurre i premi medi per tutti.

Il professor Simon Wieser fa riferimento al periodo dal 2012 al 2017. In questo periodo, «la crescita demografica, con un peso di quasi un terzo, è stata un fattore di costo importante» per l’aumento dei costi. Tuttavia, grazie all’immigrazione, i costi fortemente aumentati si sono distribuiti su un numero molto maggiore di persone: «E anche gli immigrati devono pagare i premi». E poiché gli stranieri costano meno pro capite, egli giunge «piuttosto» alla conclusione che «l’immigrazione frena la crescita dei premi».

Anche l’Ufficio federale di statistica ha constatato nell’estate del 2025 che, nel periodo dal 2019 al 2022, gli stranieri hanno generato meno costi sanitari correnti pro capite rispetto agli assicurati con passaporto svizzero.

È quindi corretto e plausibile che gli immigrati e gli stranieri generino meno costi sanitari nel corso di un anno rispetto alla media della popolazione svizzera. Questo perché gli stranieri sono in media più giovani e più sani rispetto alla media della popolazione («Healthy Migrant Effect»). Complessivamente, il 27% della popolazione svizzera è costituito da stranieri, ma tra gli ultraottantenni la loro percentuale è solo del 10%. Sono gli ultimi uno o due anni di vita a generare di gran lunga le spese sanitarie più elevate.

Tuttavia, se si confrontano gli stranieri con gli svizzeri della stessa età e residenti nello stesso cantone, i costi per le casse malati sono praticamente gli stessi (più precisamente: 0,6% in meno). Lo ha confermato l’Ufficio federale di statistica a Infosperber.

Analisi troppo miope

È indiscutibile che gli immigrati ringiovaniscono la popolazione svizzera. Tuttavia, dedurne che gli immigrati riducono l’aumento dei costi sanitari pro capite e quindi dei premi per tutti è un’analisi troppo miope.

Motivo: gli immigrati non ringiovaniscono una popolazione stabile, ma determinano una forte crescita demografica. Dal 2000 il numero di abitanti è aumentato di un quarto. Ciò ha richiesto ingenti investimenti nel sistema sanitario. L’ampliamento delle capacità costa molto di più rispetto al rinnovo delle offerte esistenti. Pertanto, questi ampliamenti di capacità hanno contribuito ad aumentare i costi medi pro capite per tutti, compresi gli svizzeri.

Il professor Wieser non tiene conto del fatto che un quarto in più di abitanti richiede anche molte più capacità ospedaliere. Gli ospedali possono addebitare una parte di questi elevati costi di investimento alle casse malati con prezzi più alti, a carico anche dei contribuenti con passaporto svizzero. Inoltre, tutti i contribuenti sono gravati da un onere aggiuntivo, poiché i Cantoni e i Comuni finanziano una parte di questi costi di investimento.

Wieser non tiene conto nemmeno del fatto che i trentenni nati in Svizzera hanno pagato premi per tutta la vita, nella maggior parte dei casi molto più di quanto siano costati all’assicurazione di base. Gli immigrati, invece, pagano i premi solo dopo l’immigrazione, ma beneficiano immediatamente di tutte le prestazioni dell’assicurazione di base.

Ciò che l’Ufficio federale di statistica non ha preso in considerazione

L’Ufficio federale di statistica, secondo il quale gli immigrati generano in media meno spese sanitarie rispetto alla media della popolazione nel corso di un anno, ha confermato a Infosperber quanto segue:

  • Le nostre statistiche rappresentano un’istantanea dei costi netti annuali per il periodo dal 2019 al 2022.
  • Le differenze di età non sono state prese in considerazione.
  • Non possiamo esprimerci sulla differenza tra premi cumulati e costi cumulati, poiché non disponiamo delle informazioni necessarie a tal fine.
  • Non abbiamo preso in considerazione il decorso delle biografie migratorie (ingresso nel sistema sanitario svizzero, possibile uscita al momento del pensionamento).
  • [Gli immigrati non pagano premi fino al loro arrivo in Svizzera. D’altra parte, secondo il registro delle rendite AVS e l’UST, un immigrato su tre emigra nuovamente, cosicché gli elevati costi sanitari alla fine della vita non gravano sui contribuenti svizzeri che pagano i premi].
  • Non sono stati presi in considerazione eventuali sconti sui premi superiori alla media concessi agli immigrati.
  • Non sono stati presi in considerazione eventuali pagamenti superiori alla media dell’assistenza sociale per premi, franchigie e quote a carico degli immigrati.
  • Non sono stati presi in considerazione i costi conseguenti, come gli investimenti per un maggior numero di posti letto negli ospedali, medici e personale infermieristico.

L’istantanea dei premi dell’UST non tiene conto nemmeno delle conseguenze che l’immigrazione ha sulla spesa fiscale necessaria per ampliare l’offerta sanitaria.

Costi per i contribuenti e costi infrastrutturali ignorati

Sebbene il suo articolo sia intitolato «Aumento dei costi sanitari: è colpa dell’immigrazione?», anche il professor Wieser dell’Istituto di economia sanitaria di Winterthur si limita a commentare come l’immigrazione influisca sui premi delle casse malati. Come la panoramica dell’UST, anche Wieser non tiene conto delle conseguenze dell’immigrazione sulla spesa fiscale e sul livello complessivo dei premi delle casse malati.

Per valutare queste conseguenze, l’UST e l’Istituto di economia sanitaria di Winterthur dovrebbero analizzare quanto è costato in più ai contribuenti l’aumento della popolazione di un quarto dal 2020:

  • Una parte dei costi di investimento per gli ospedali è sostenuta dai Cantoni e dai singoli Comuni nell’ambito della «concorrenza ospedaliera». L’associazione ospedaliera H+ ha comunicato a Infosperber: «Come associazione non disponiamo di cifre e dati sui contributi finanziari dei Cantoni e dei Comuni ai singoli ospedali e non siamo in grado di fornire stime al riguardo».
  • L’immigrazione ha richiesto un numero corrispondentemente maggiore di medici. Secondo la FMH, dal 2000 il numero di medici attivi è aumentato di 17 386 unità, ovvero del 69%, raggiungendo quota 42 602 (2024). Se il numero di medici fosse aumentato solo di pari passo con la crescita demografica, a causa dell’immigrazione sarebbero stati necessari 6000 medici in più.
  • Due terzi dei nuovi medici in Svizzera hanno completato la loro formazione all’estero. Secondo il Consiglio federale, la formazione di sei anni in Svizzera costa ai contribuenti circa 640 000 franchi (106 000 franchi all’anno). Poiché il calcolo del Consiglio federale include anche i costi di ricerca, l’Associazione degli studenti di medicina svizzeri stima che i costi di formazione per sei anni ammontino comunque a 180 000 franchi.
  • Oggi la formazione costa circa cinque volte di più rispetto a 25 anni fa: utilizzo di strumenti didattici digitali, simulazioni, apparecchiature mediche complesse e costi infrastrutturali aumentati in modo sproporzionato. Questi costi aggiuntivi aumentano i costi e l’onere dei premi per tutti.
  • Solo l’1,9% degli svizzeri riceve l’assistenza sociale. Questa copre i premi dell’assicurazione di base, le franchigie e le quote a carico dell’assicurato. Tra i residenti con passaporto straniero, la percentuale è del 4,8%. Gli immigrati gravano sui contribuenti in misura notevolmente maggiore rispetto alla parte della popolazione con passaporto svizzero.
Conclusione
  1. Le affermazioni secondo cui l’immigrazione tenderebbe a ridurre la crescita dei premi pro capite e che le casse malati avrebbero addirittura bisogno dell’immigrazione non reggono a un’analisi dei fatti.
  2. Anche l’affermazione secondo cui l’immigrazione ridurrebbe i costi sanitari pro capite in Svizzera non regge a un’analisi dei fatti.

Il redattore di Tamedia Fabian Renz («Abbiamo bisogno degli immigrati per le casse malati») e il professor Simon Wieser («La maggior parte degli argomenti sembra indicare che l’immigrazione freni l’aumento dei premi») hanno rinunciato a rilasciare una dichiarazione

Traduzione a cura della redazione


Il CdS sostiene la privatizzazione della piscina di Carona: una decisione inaccettabile

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

Toni trionfali da Palazzo civico a Lugano, soprattutto da parte del municipale Badaracco. Il motivo di tanta euforia? Il Consiglio di Stato ha respinto i tre ricorsi contro il progetto del “camping di lusso” a Carona: di fatto, la svendita al Touring Club Svizzero di un importante centro balneare pubblico e del suo pregiato parco, che rischia così di essere irrimediabilmente snaturato.Badaracco esulta: «È stata riconosciuta la bontà della nostra impalcatura, confermando in particolare che il progetto corrisponde a un interesse pubblico preminente» (Corriere del Ticino, 30.10.2025). Ma di quale “interesse pubblico” parla, esattamente?

Il complesso balneare di Carona è oggi di proprietà pubblica. Con il “grande progetto” del Municipio, verrebbe concesso in gestione al TCS per 40 anni — un’associazione privata che, naturalmente, tratterrà per sé tutti i profitti derivanti dalla privatizzazione di buona parte del centro balneare. Solo Badaracco e soci possono considerare questo un esempio di “interesse pubblico preminente”. Ancora più grave è l’ipocrisia di richiamarsi all’interesse collettivo quando lo stesso Esecutivo ha deciso di chiudere la piscina pubblica come forma di ricatto politico, tentando così di costringere i ricorrenti a ritirare le loro opposizioni. Il tutto senza curarsi del fatto che in questo modo veniva negato un servizio pubblico fondamentale all’intera cittadinanza.

E il ricatto continua: «La posta in gioco è la riapertura della piscina. Andando avanti con i ricorsi, il rischio è che la chiusura sarà prolungata, e questo sarebbe una perdita per la collettività». Insomma, secondo Badaracco, non sarebbe stato il Municipio ad aver chiuso la piscina, ma… i ricorrenti. Un capolavoro di capovolgimento logico, degno di un vero “paladino dell’interesse pubblico”.

Ciò che lascia più sconcertati è la testarda insistenza di Badaracco e dei suoi sostenitori nel voler portare avanti un progetto che costerà alla cittadinanza ben 12 milioni di franchi, in un momento in cui il Municipio ha appena annunciato nuovi tagli alla spesa pubblica, vendite di beni comunali e aumenti delle imposte, per rimediare a una politica di investimenti dissennata che ha messo in ginocchio le finanze cittadine.

In totale, si parla di 36,7 milioni di franchi di risparmi, suddivisi in 13,8 milioni di tagli previsti per il 2026-2027 e altri 22,9 milioni tra il 2028 e il 2030. Come si può, in questo contesto, difendere un progetto che avvantaggia solo un privato — il TCS — ma pesa per 12 milioni sulle casse pubbliche, mentre si riducono i salari dei dipendenti, si cancellano giorni di scuola montana e si tagliano i sussidi alla cultura e al sociale?

E pensare che, di fronte a questa ingente spesa, vi era una possibile alternativa quantificata dalla società Acquaplan SA che ha stimato in 467’500 franchi la somma necessaria per garantire, a medio-lungo termine, l’efficienza degli impianti balneari esistenti del centro di Carona: un importo infinitamente più contenuto rispetto ai 12 milioni del progetto TCS.

Badaracco auspica che i ricorrenti abbandonino ogni velleità di ricorso al TRAM, «alla luce delle motivazioni solide emerse dalla decisione a noi favorevole». Il nostro auspicio, al contrario, è che i ricorrenti proseguano in tutti i gradi di giudizio, per verificare la reale “solidità” delle motivazioni del Consiglio di Stato – un’istituzione che, pur rispettabile, resta politica prima che giuridica, e non certo infallibile o imparziale.

Matteo Poretti è coordinatore dell’Mps del Luganese


La svolta obbligata per Kiev

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

Di Sabato Angieri, il manifesto

«Questo è uno dei momenti più difficili della nostra storia, attualmente la pressione sull’Ucraina è tra le più forti». Inizia così un discorso storico, con il quale Volodymyr Zelensky, da solo davanti allo sfondo digitale della Verkhovna Rada, annuncia alla nazione che dopo quasi quattro anni ci avviamo alla conclusione della guerra. «L’Ucraina potrebbe ora trovarsi di fronte a una scelta molto difficile: perdere la propria dignità o rischiare di perdere un partner fondamentale; o 28 punti difficili o un inverno estremamente difficile, il più difficile mai visto, e ulteriori rischi. Una vita senza libertà, senza dignità, senza giustizia. E ci si aspetta che ci fidiamo di qualcuno che ci ha già attaccato due volte. Non faremo dichiarazioni altisonanti, lavoreremo con calma con l’America e tutti i nostri partner. Presenterò argomenti, persuaderò, offrirò alternative, ma sicuramente non daremo al nemico alcun motivo per dire che l’Ucraina non vuole la pace».

DONALD TRUMP nel frattempo aveva lanciato un vero e proprio ultimatum: o la firma entro giovedì prossimo o «drastici tagli alle forniture di armamenti». In serata, rispondendo ai microfoni di Fox news sui territori che Kiev dovrà cedere ha aggiunto: «Probabilmente, se il conflitto dovesse continuare, li perderà comunque in un breve lasso di tempo». Sulle sanzioni alla Russia il tycoon ha insistito – «Non farò nulla per revocarle» – ma nei fatti al gigante del petrolio russo Lukoil è stata concessa una proroga fino al 13 dicembre. Il suo vice, JD Vance, si era affrettato a chiamare il presidente ucraino per ribadire il concetto, qualora non fosse chiaro: cedere o incorrere nelle conseguenze dell’ira funesta della Casa bianca. Una conversazione durata circa un’ora, alla quale ha partecipato anche il segretario dell’Esercito Usa, Daniel Driscoll.

I generali inviati a Kiev da Trump non appena Zelensky ha terminato il suo tour europeo avevano fatto lo stesso e l’inviato speciale Steve Witkoff aveva continuato a tenere un canale aperto con Mosca, lasciando trapelare agli ucraini quel poco che bastava. Il risultato di questo fuoco incrociato è che ieri Zelensky è stato costretto a rompere gli indugi. E lo ha fatto nel modo più eclatante, palesando le difficoltà e in certo senso collettivizzando il dilemma, che davvero stavolta è amletico: accettare di fare concessioni, anche durissime, e continuare a esistere oppure combattere e prosciugarsi fino a sparire. Deve essere una responsabilità di tutti, dice Zelensky a chi non vede l’ora di accoltellarlo alla schiena, a chi vuole semplicemente archiviarlo come successo a tanti leader subito dopo la fine delle ostilità (famoso l’esempio di Winston Churchill, che però la guerra la vinse) e a chi trama per cercare tra gli ex qualcuno di fedele che obbedisca agli ordini dall’estero. Ma non solo, il messaggio del capo di stato è rivolto davvero alla popolazione e dice effettivamente «facciamocene tutti carico». Perché ora e perché in modo così eclatante? Possiamo azzardare delle ipotesi basate sugli ultimi sviluppi.

LO SCANDALO CORRUZIONE, esploso con una tempistica quasi perfetta per mettere in difficoltà il presidente ha già minato la fiducia degli ucraini nei vertici della repubblica. Dalle riunioni che dovevano decidere il futuro del cerchio magico del leader e, in particolare, il destino del capo di gabinetto Andriy Yermak, non è uscito nulla. «La questione del personale nell’Ufficio del presidente è responsabilità del presidente», avrebbe affermato Zelensky, rispondendo alla domanda di una parlamentare. L’incontro si è svolto a porte chiuse, agli onorevoli è stato chiesto di lasciare i cellulari fuori dalla sala ed è stato imposto il massimo riserbo. Sembra che il presidente più che l’aula abbia voluto blindare i suoi prima di un passaggio epocale che per lui sarà il più difficile di tutti. Intanto diversi ministri e alti funzionari si sono fatti portavoce della linea dell’intransigenza.

Uno su tutti l’ex ministro della Difesa e attuale capo del Consiglio di sicurezza nazionale, Rustem Umerov. «Non possono esserci decisioni al di fuori del quadro della nostra sovranità, della sicurezza del nostro popolo o delle nostre linee rosse né ora né mai». Lo stesso fiero difensore dell’Ucraina che non appena ha avuto sentore che l’inchiesta stesse per raggiungerlo si è dato alla macchia, prolungando il suo “viaggio diplomatico” all’estero fino ad aver ricevuto la garanzia di non essere arrestato. Zelensky poteva nicchiare, aprire agli Usa e nel frattempo provare a stravolgere il piano in camera caritatis, con il rischio di rimandare l’inevitabile tracollo personale. Ha scelto invece di giocarsela fino in fondo, consapevole del fatto che non è solo il futuro dell’Ucraina ma il suo personale a essere a rischio. Fisicamente e non solo metaforicamente.

CHI HA PALESATO la sua totale inconsapevolezza è l’Europa. Basti considerare le dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, in conferenza stampa con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in vista del vertice G20 a Johannesburg: «All’Unione europea non è stato comunicato alcun piano in maniera ufficiale e mi sembra assurdo commentare a questo punto. Posso solo dire e ripetere che l’Unione europea resta pienamente impegnata a garantire un sostegno incrollabile all’Ucraina, sulla base dei principi della Carta delle Nazioni Unite».

Ottusità mascherata da costanza. Infatti Gran bretagna, Francia e Germania si sono affrettate a sentirsi per organizzare una contro-proposta. Sembrava fosse questa la via sulla quale si sarebbe arenato anche questo spiraglio per la fine della guerra. Berlino, Londra, Bruxelles, Parigi, tutti i leader che fino all’altro ieri si affannavano a ribadire «il sostegno a Kiev fino alla vittoria», o almeno «fino a che l’Ucraina continuerà nella sua giusta lotta di difesa» hanno provato anche ieri a dichiarare il piano illegittimo nella formula riassumibile con «siamo d’accordo con la pace ma non a costo di concessioni così alte». Invece poi Zelensky, l’Ucraina, ha ceduto a una realtà evidente a tutti, meno che ai leader del Vecchio continente: l’Europa da sola non può fare nulla. E quindi ora che è l’Ucraina a dire basta, riservandosi il diritto (e la speranza) di limare la débâcle il più possibile, cosa resta dell’unico collante che ha tenuto insieme l’Unione europea per questi 4 anni, ovvero la minaccia russa? Restano i soldi da spendere, per il riarmo che comunque gli Usa imporranno a spese nostre, per la ricostruzione dell’Ucraina che pure sarà a nostro carico, per le garanzie di sicurezza sulle quali non abbiamo voce in capitolo.

Nell’immagine: Volodymyr Zelenskyy parla con il segretario dell’esercito statunitense Dan Driscoll a Kiev 


Mosca negozia alle spalle di Bruxelles. Strada spianata al sogno di Putin

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Esiste un piano di pace americano per l’Ucraina. Discusso per vie non ufficiali con la Russia. Non esiste piano europeo. Di quello americano gli europei erano all’oscuro. A Kiev è arrivato prima che a Bruxelles. Il piano ucraino è di emergenza: negoziare con Washington per limitare i danni. Qualche leader europeo cerca di dare una mano. Ma esiste un piano russo? Esiste e guarda lontano. Alla russificazione dell’Ucraina e al ribaltamento degli equilibri di potere in Europa. Attraverso le feritoie apertegli dal piano americano.

Del piano americano non c’è ancora un testo ufficiale, solo anticipazioni e versioni. Secondo la portavoce della Casa Bianca è «fluttuante». Il che permette aggiustamenti e persino marce indietro. Rinviamo il giudizio al testo definitivo. Gli americani sostengono che prevede concessioni reciproche. A prima vista no, ma la bilancia si può spostare.

Il “non piano” europeo era di mettere l’Ucraina nelle condizioni migliori per negoziare. Oltre che di essere coinvolti nelle trattative, cosa mai avvenuta. Di qui la levata di scudi di ieri a Bruxelles. Dei ministri degli Esteri. I leader hanno taciuto. Kaja Kallas, Alto Rappresentante Ue per la politica estera ha proclamato «nessun piano se ucraini e europei non sono a bordo». Belle parole, smentite dai fatti. Volodymir Zelensky sta negoziando il piano di pace americano «costruttivamente, onestamente e operativamente» con l’inviato Usa, il Segretario dell’Esercito, Daniel Driscoll. Ne parlerà per telefono con Trump la settimana prossima. Per strappare dalle pesantissime condizioni. Troverà aiuto europeo, più efficace dalle principali capitali nazionali che non da Bruxelles, ma sui 28 punti per l’Ucraina l’Europa è fuori gioco come sui 20 per il Medio Oriente. Con l’aggravante che Kiev è al centro dell’Europa, Gaza e la Palestina sull’altra sponda del Mediterraneo. Vicine ma in un altro teatro strategico.

Mosca guarda e tace. Incassa intanto con soddisfazione l’esclusione europea. Sul piano americano – pur discusso con i russi – regna il silenzio. Non c’è bisogno di parlarne: accoglie di fatto tutte le richieste massimaliste russe. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, è trasparente: non abbiamo fatto nuove proposte, i termini per mettere fine alla guerra sono quelli dell’incontro di Anchorage tra i due presidenti. Infatti, Mosca se li ritrova nel piano americano. Meglio lasciarlo “americano” facendo delle richieste russe, in esso accolte, una proposta di mediazione. Il che lascia alla Russia le mani libere per negoziarne i dettagli – che non mancheranno.

La Russia non ha bisogno di un piano per l’Ucraina perché ci pensa già il piano Trump. Salvo cambiamenti di sostanza, che Zelensky ed europei inseguono, le concessioni previste sul versante russo sono modeste, se non illusorie. Senza truppe e mezzi a concretizzarle, le garanzie di sicurezza “tipo Articolo 5 della Nato” sono una scatola vuota. Dietro l’Articolo 5 c’è una collaudata struttura politico-militare. E chi e come decide se e quando intervenire per difendere un’Ucraina (di nuovo) aggredita?

Il piano americano offre la pace al prezzo della resa a un’Ucraina esausta. A una Russia provata offre, su un piatto d’argento, una vittoria territoriale e politica sfuggente sul campo di battaglia. Ancora due anni di sangue per conquistare il resto del Donbas? L’ottiene senza colpo ferire grazie alla mediazione degli emissari di Donald Trump. Sorvolando su clausole capestro, come elezioni in cento giorni, riconoscimenti internazionali della sovranità russa su Crimea e Donbas, limiti alle future forze militari – di un Paese a rischio di aggressione – il piano spiana la via agli obiettivi strategici russi di lungo periodo. Primo, la russificazione dell’Ucraina, facendo del russo una lingua ufficiale quindi obbligatoria. Con due risvolti. Identitario, per riassorbire l’Ucraina nel “Mir” russo fantasticato dal neo-eurasianesimo di Aleksandr Dugin. Visione totalizzante – che Putin sottoscrive – più che imperiale: negli imperi si parlano più lingue e si praticano più fedi; nel Mir ci vuole una sola lingua e una sola religione. Propagandistico: la lingua spalanca porte e finestre alla penetrazione di Mosca via Tv, media, social media, in una nazione traumatizzata da quattro anni di guerra persa.

L’altro è l’obiettivo di lunghissimo periodo che Mosca persegue dal 1945. Senza successo – fino all’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Spaccare l’Occidente recidendo il cordone ombelicale fra Europa e Stati Uniti. L’arma segreta della Nato non sono i comandi militari o la dissuasione nucleare. È di aver tenuto gli Usa ancorati alla sicurezza europea – “the Americans in”, in gergo – che fa tutta la differenza fra i due dopoguerra mondiali. Un filo conduttore dei 28 punti del piano è lo stacco che opera fra Washington e gli europei, appunto esclusi dal negoziato, nel disegnare la futura architettura di sicurezza europea. Al multilateralismo di Helsinki 1975 subentra la diarchia russo-americana del 2025. La Russia di nuovo nel G8, sanzioni europee revocate. D’iniziativa americana, senza consultare gli altri azionisti. Di cosa si parlerà in un G8 con Putin? Della Cina alla quale è legato a filo doppio e dell’amicizia senza limiti con Xi Jinping?

La Russia non ha bisogno di un piano perché il piano americano è già il piano russo. Offre a Mosca il controllo dell’Ucraina, lascia l’Europa orfana degli americani e imposta un rapporto privilegiato bilaterale russo-americano. Senza un contraltare Usa, la Russia diventa la potenza militare dominante in qualsiasi architettura di sicurezza europea, alle prese con potenze medie, divisibili. Può persino permettersi l’Ucraina nell’Ue. Magari abbastanza russificata da farne un cavallo di Troia da parcheggiare su Rue de la Loi.


Ucraini sotto shock: “Uno schiaffo in faccia, i nostri morti invano”

I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale 

«Andarmene ora? Non so, sono scioccata», dice Larisa. Cappotto e occhi chiari, il trucco pesante sotto le bombe, in questi anni di massacri a Sloviansk, nel cuore del Donbass ucraino, è stata una certezza. Ogni santo giorno vende barattoli e vasetti di frutta e verdura, e non è andata via nemmeno coi russi alle porte, nella piana di Raihorodok, prima che sparissero improvvisamente arretrando di chilometri. Piovevano bombe ogni ora, morti e stragi non facevano notizia e non c’era nulla di aperto e niente gas e niente luce; ma c’era Larisa, davanti al supermercato chiuso con i pannelli di legno, a tirar su qualche grivna sfamando con cipolle e cetriolini sott’aceto le anime dei soldati e dei civili barricate in città. «Non posso credere che ora tutto torni alla normalità», racconta al telefono. Sloviansk è martellata dai droni, è in blackout: «Voglio pace. Ho 59 anni, sono nata in Ucraina e spero che qui resti Ucraina; ma se non ci saranno soldati russi e sarà zona amministrata da loro vale la pena pensarci, no?».

«No, non è giusto. Che senso ha avuto allora questa guerra? Sono morti così tanti — si indigna Olga, 45 anni, volontaria e moglie di un soldato, mai un passo fuori Sloviansk — l’abbiamo difesa per 4 anni… Se alle truppe ucraine verrà detto di ritirarsi si chiederanno a cosa è servito tutto questo. È uno schiaffo in faccia a noi che siamo rimasti, e credevano sarebbe rimasta qui anche l’Ucraina». Il marito, al fronte non lontano, oggi l’ha chiamata al telefono: «Abbiamo parlato del piano, dice che se verrà adottato dovremo andarcene. Abbiamo un appartamento qui, non avremo più niente. Ma vivere in una zona grigia significa essere in un limbo senza lavoro, senza vita normale, senza progresso, solo regressione. Non voglio sparino, uccidano e distruggano tutto; ma se diventa Russia ce ne andremo».

A pochi chilometri da Sloviansk, su alture ben protette c’è Kramatorsk che i russi tentarono inutilmente di prendere già nel 2014. La strage di civili alla stazione resterà nella storia degli orrori, ma ora potrebbero vincerla al tavolo da poker del negoziato. Vita Nezhdenko, 51 anni, imprenditrice, a Kramatorsk ha casa dei genitori e un appartamento. Marito e figli vivono a Kiev e Dnipro ma lei si prende cura della madre disabile che non vuole andarsene. «Non saremo in Ucraina né in Russia, ma in una zona grigia. Meglio vivere in una zona cuscinetto che finire come Bakhmut o Pokrovsk. Avevamo parenti a Donetsk, chissà se potremo andare a pregare sulle loro tombe e andare in Ucraina da figli e amici». Guarda avanti, Vita: «È ora di fermarsi. Conoscenti si sono trasferiti a Melitopol e Dzhankoy occupate dai russi e si trovano bene, non ci sono bombardamenti. E poi che senso ha combattere per il nostro governo corrotto? Ricchezze minerarie e terra non appartengono mica a noi, è tutto così ingiusto. Ci penserò due volte, ma ora bombardano e dobbiamo pensare a sopravvivere. Magari mi trasferirò a Kharkiv o a Poltava, ma è meglio una cattiva pace che una guerra continua». Non per Oleksiy e Irina Lipatin, marito e moglie, 70 e 52 anni, imprenditori di Kramatorsk. «Sono nato russo ma voglio che l’intera regione sia ucraina», dice lui. «Non sono d’accordo per niente con questo piano — dice Irina — non voglio sentire la parola Russia per altri 150 anni».

Il dibattito è lacerante: «Non è un piano, è capitolazione», dice Natalia Kirnas su Facebook. «Non ci sarà un altro piano — replica Antonina Pavlovna — e i tedeschi hanno firmato la capitolazione nel 1945 e guarda come vivono». «Ci hanno già dato garanzie di sicurezza a Budapest, una volta: solo un completo idiota calpesta lo stesso rastrello», sostiene Dmytro Lopashchuk. «E dobbiamo lasciare che i ragazzi continuino a morire e questi schifosi guadagnino dalla guerra? Questo inferno deve finire», replica Olga Kruglik. «Nelle retrovie e al fronte – dice Katerina Zarembo, analista e scrittrice ma oggi paramedica nel Battaglione ospedalieri – sono così stanchi… ma non abbiamo dove ritirarci, capite? Non c’è nessuno dietro. Solo la perdita dell’indipendenza, e lo spreco di tutti i sacrifici e gli sforzi».