Hodges: “La proposta di pace è oscena, serve solo a preparare la prossima invasione”

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 

BERLINO – Ben Hodges è stato comandante delle forze armate statunitensi in Europa ed è tra i più ascoltati analisti militari e geopolitici.

Cosa pensa del piano Witkoff sull’Ucraina?

«Non è il piano Witkoff, è il piano Trump-Putin. Lo chiamano così per proteggere il presidente. È una proposta oscena, disegnata solo per preparare la prossima invasione. Ma mette nei guai anche l’Europa».

…che non siede neanche al tavolo del negoziato.

«Non hanno fatto nulla per farsi rispettare da Trump. Non hanno formulato uno straccio di proposta, sono stati lì a girarsi i pollici. E se l’Ucraina accetterà questo disgraziato accordo, milioni di profughi ucraini invaderanno l’Europa».

Che leve hanno gli europei?

«Enormi! Prendiamo la ricchezza, la popolazione, l’industria: Ue, Regno Unito e Norvegia valgono 15 volte la Russia. Possono esercitare enormi pressioni sugli Usa, l’Europa è una potenza economica».

Non l’hanno fatto neanche sui dazi.

«Esatto. Che caschino dal pero anche stavolta è imperdonabile».

Zelensky ha detto in un drammatico discorso agli ucraini che la scelta è tra la dignità e il sostegno americano.

«Ma certo. La Russia ammazza civili ogni giorno. I russi hanno prodotto massacri, come a Bucha e Mariupol, e Kiev dovrebbe accettare una capitolazione? Spero peraltro che i giornalisti inizino a scavare: quali sono gli affari di Witkoff, della famiglia Trump, dietro l’accordo?».

Certo, la ricostruzione sarebbe in mano americana. Ma intanto Kiev dovrà accettare la cessione del Donbass e il congelamento della linea del fronte a Zaporizhzhia e Kherson. Qual è la differenza con la proposta di Putin in Alaska?

«Nessuna. E sono territori che i russi non sono riusciti a conquistare in anni. Come farà Zelensky a far digerire una cosa del genere a milioni di ucraini che vivono lì? Nelle zone occupate dai russi si vive in modo atroce. E poi: come può portare la pace un accordo che chiede di ridurre l’esercito, di rinunciare ad armi di lungo raggio? Se gli europei accettano quest’obbrobrio non ci vengano poi a dire “mai più”, come fecero nel 1945».

A proposito: ricorre in questi giorni l’80esimo anniversario dei processi di Norimberga. E nella proposta c’è una promessa di amnistia per Putin e chi ha commesso atrocità in Ucraina.

«Mostruoso. Al di là degli Usa, come possono Germania, Italia, Francia, Regno Unito e gli altri Paesi civili che hanno assistito, come carnefici o vittime, alle atrocità della Seconda guerra mondiale, accettare tutto questo? Come possono accettarlo i Paesi che hanno creato la Corte penale internazionale? Putin è già condannato. Se l’accordo sarà sottoscritto, cosa faranno gli europei? Consentiranno a Putin di partecipare al G8, di viaggiare tranquillamente nei loro Paesi?».

In cambio della promessa di non aderire mai alla Nato, a Kiev verrebbe riconosciuto un simil-articolo 5.

«È una proposta ridicola. Intanto, la Russia ha riconosciuto la sovranità dell’Ucraina varie volte, la loro parola non vale la carta su cui è scritta. Ma poi: davvero l’Italia manderebbe truppe a combattere in Ucraina? L’unica cosa che funziona è la Nato. Oppure gli europei devono rafforzare l’esercito ucraino a tal punto che rappresenti un vero deterrente contro Mosca».

Il piano ha a che fare con la debolezza interna di Zelensky e con il fatto che i più importanti leader in Europa – Merz, Macron, Starmer – sono anatre zoppe? E si possono fare elezioni in Ucraina?

«Penso che il tempismo – specie quello russo – abbia a che fare con lo scandalo che ha travolto Zelensky. Quindi mi auguro che lui cacci subito i corrotti. Quanto alle elezioni, è una decisione che devono prendere gli ucraini. Non siamo più nel 18esimo secolo, quando le potenze come la Prussia, gli Usa o il Regno Unito decidevano del destino di altri Paesi. Trump non si deve immischiare».

Nell’immagine: Ben Hodges


Morta Ornella Vanoni, addio alla regina della canzone d’autore

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 

Per ora basterà Senza fine (2022), il documentario di Elisa Fuksas in cui Ornella Vanoni, già anziana, riavvolge il nastro, si confessa, ricorda. Viene da chiederle tutto: la vita, la morte, l’amore, cos’ha capito e cosa no. Ma per mettere su pellicola l’intera parabola della cantante – morta ieri a Milano, nella sua casa, a 91 anni – servirebbe un biopic in tre parti, che passerebbe dal film d’azione al thriller, dal musical alla pellicola sentimentale. Dentro la storia di un paese, perché Vanoni ha rappresentato tutte le trasformazioni dell’Italia che conosciamo, dal dopoguerra agli anni Ottanta, fino agli anni Duemila e ai social, dov’era popolarissima. La sua voce era generosa e sensuale eppure inaccessibile. Con un filo di malinconia. «Scalda i cuori, non te stessa» disse Alda Merini. «È come un profumo» aggiunge Jovanotti.

Figlia di un industriale farmaceutico milanese, Vanoni si allontana da casa, prima sfollata per la guerra e poi nei collegi, con il sogno di diventare estetista per curare la sua acne. Torna a Milano, nel 1953, ed è lì che comincia la sua carriera: entra all’Accademia di arte drammatica del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler, dove diventa allieva prediletta e poi compagna del grande regista teatrale. È il primo amore, intenso e burrascoso come il suo stile d’interpretazione, per cui lo stesso Strehler stravede. Si lasceranno pochi anni dopo, lui faceva uso di cocaina, lei no.

Rockstar prima delle rockstar, tra le prime dive in assoluto di un’Italietta che faticava a uscire da certi costumi, Vanoni dà subito scandalo: interprete dirompente, bella e consapevole, canta le “canzoni della mala”, che per lei scrivono autori del livello di Dario Fo, proprio per gli spettacoli. Tema: malavita pura, furti, rapine, uccisioni; qualcuno ci casca (ai rapper staranno per fischiare le orecchie), Vanoni sta avanti ed esce dalla porta principale.

Anni Sessanta e siamo già in una seconda vita. Conosce Tenco e soprattutto Gino Paoli, quello che presentando Il cielo in una stanza, ai discografici, si è sentito dire: «Bella, ma non è una canzone». L’Italia di nuovo, anzi il mondo, sta cambiando e Vanoni diventa il vero megafono di questo nuovo movimento di cantautori: Paoli le scrive Senza fine, il grande successo che le spalanca le porte della tv e Sanremo, pioniera pure lì, dove s’afferma con un altro classico come L’appuntamento (1970), musica d’autore d’alto livello, che possono maneggiare in pochi.

Con Mina, con cui la stampa tesse una sorta di rivalità, il rapporto è ondivago, con Paoli è forse la storia d’amore più famosa della musica italiana, prima di ritrovarsi a metà anni Ottanta con l’album Insieme e il tour congiunto, poi ripreso nel 2004 da Ti ricordi? Non mi ricordo. Non smetteranno mai di chiederle di lui e viceversa. L’ultima volta, a Sanremo 2023, superospiti nella stessa sera, ma in momenti diversi. Nessuna “reunion”.

In mezzo, il colpo da novanta, quello che la tira via dalle secche della “solita stronza” – per dirla all’Arbasino – e la porta a “venerata maestra”: in un’epoca di donne come lei, ancora costrette a farsi scrivere canzoni da uomini e a limitarsi a cantarle, ci si gioca tutto con il magnetismo, la voce, e lei fa saltare il banco prima svoltando nella musica brasiliana – il 1976 è l’anno di La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria, capolavoro in coppia con Toquinho e Vinícius de Moraes – e poi nel jazz con tra gli altri un gigante come Herbie Hancock, mentre la critica finalmente si convince e la riempie di premi. Ne esce fuori un personaggio più spesso, con cadute e eccessi, meno patinato ma sempre di classe, che gioca sulla sensualità: per le cantanti di oggi è senza dubbio il modello di riferimento, al pari della sola Raffaella Carrà, comunque un’assoluta apripista.

Cresce la fila per renderle omaggio, Vanoni c’è sempre stata. Nell’ultimo Diverse – 41esimo disco in studio, un’enormità – i classici di una vita vengono riletti da grandi produttori di oggi, a un certo punto compaiono anche Elodie (sul cui uso del corpo, Vanoni, è sempre stata due passi avanti rispetto a tanti bacchettoni, altro che gelosie) e Ditonellapiaga. Si capisce che può cantare chiunque, anche se poi sceglie sempre con cura gli autori delle sue canzoni.

È il biglietto da visita, questo, di una signora di novant’anni che nel frattempo ha veicolato tutta un’altra idea di vecchiaia: vispa e vitale senza nascondere i segni del tempo, che alla sensualità ha sostituito l’ironia (Toyboy, il pezzo con Colapesce e Dimartino del 2021) e semplicemente si gode la sua età come una che non ha più niente da dimostrare, zero freni inibitori (e infatti Fazio, a Che tempo che fa, ci andava a nozze), si dice quello che si vuole.

Sorpresa: spesso la dice giusta, al passo con i tempi, con un occhio sempre attento sui giovani. È la nonna che tanti vorrebbero avere, anche se guardandola di profilo, a volte, pareva l’eterna ragazza milanese che non ha smesso neanche di fare concerti fino all’ultimo e che scherzava con la morte (e come sennò?). Se non proprio “senza fine”, sembra che Vanoni stia almeno solo per ricominciare.


Un pomeriggio sul divano con Aspesi e Vanoni: “E il tuo funerale come lo vorresti?”

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 

Di , la Repubblica

Natalia Aspesi: Facciamo l’elenco delle malattie? Io ho avuto un bell’ictus, tanto per dire…
Ornella Vanoni: Io un pacemaker, la valvola mitralica, sono caduta in un buco, colpa del Comune, e mi son rotta il femore. Però ora sto benissimo.
Aspesi: Lo vedo. Sei anche carina, diciamo, nel tuo genere… Ma il fatto che oggi siamo qui a chiacchierare, noi due, signore non giovani, diciamo pure vecchie, a te non fa impressione? Un paio di mesi fa il sindaco di Milano, Sala, spinto da qualche signora che non sa più che fare dei suoi anni, ha raccolto sette o otto giovanotti, comprese Liliana Segre e me, 94 e 95, che avvicinandosi ai 100 sono tuttora molto attivi in posizioni importanti. Ci hanno dato anche un premio piccino. Tra loro c’era il “meno giovane” che mi batteva, 96 anni, ed era il professor Silvio Garattini, oncologo e farmacologo geniale, fondatore dell’istituto Mario Negri, un uomo che direi sexyissimo. Conosci anche tu dei novantenni quasi sexy?
Vanoni: Non conosco mica tanta gente di 90 anni…
Aspesi: Ma se ti dico che io mi sento bene, tu ci credi?
Vanoni: Sì.
Aspesi: E come mai?
Vanoni: Perché anch’io mi sento bene.
Aspesi: E vabbè, ma io ho cinque anni più di te.
Vanoni: È mica una gara, eh?. Magari ci arrivo anch’io ai 95, forse. Intanto vado in piscina tre volte a settimana…
Aspesi: Vedi che brava. Io non ne avrei nessuna voglia…
Vanoni: Perché hai cinque anni di più.
Aspesi: Senti, non c’entra niente, ma volevo chiederti una cosa. Ma tu ti ricordi quando Mina si è ritirata? A te che impressione ti fa una che all’improvviso decide di smettere mentre ha ancora successo? A te, allora, fece impressione o no?
Vanoni: No, ma perché io so perché ha lasciato l’Italia. Lo so, ma non te lo dico.
Aspesi: Ma io non è che te l’ho chiesto perché volevo sapere il motivo per cui se ne è andata. Però: è come se ora tu, con tutta la gloria che hai, improvvisamente dicessi: beh, adesso che magari sono un po’ in là con gli anni anche basta, no?
Vanoni: Ma lei ha continuato! Non in televisione, ma dischi ne ha fatti.
Aspesi: Vabbè, comunque: ti viene in mente di cosa possiamo parlare noi due? Cioè io e te, due vecchie…
Vanoni: Sei mica tu quella che fa le domande? Comunque io direi: l’orgoglio e la felicità di essere arrivate fino ad adesso, no?
Aspesi: Va bene, però prima un’altra cosa che non c’entra niente. Volevo chiederti: ho visto che anche Gino Paoli tra pochi giorni compie 90 anni, come te. Vi vedete ancora? Sempre in tv da Fazio?
Vanoni: Ma nooo, certo che lo vedo, e lo sento anche, al telefono.
Aspesi: Ah, sì? E vi volete ancora bene?
Vanoni: Sì.
Aspesi: Ma che bello. Raccontami…
Vanoni: Noi ci siamo lasciati. E io ho sofferto. Ma lui ora ha questa moglie fantastica, modenese, quindi sempre allegra, che gli ha cambiato la vita. E sta bene, sì, adesso lui sta bene.
Aspesi: Adesso. Ma allora non si era sparato per te?
Vanoni: Non si sa.
Aspesi: Ah, ecco, non lo sai. Eri davvero molto bella – anche adesso lo sei. Ma allora avevi la meraviglia della giovinezza. Comunque, tornando ai vecchi, devo dirti che siamo veramente in troppi. Io non ho mai visto una società con così tanti vecchi…
Vanoni: Ma difatti io sono contraria a questa moda del long life.
Aspesi: Cioè?
Vanoni: Sono queste cliniche dove ti fanno degli esami, delle cose. E poi ti danno delle cure per vivere di più. Io la trovo una cretinata, vivere di più.
Aspesi: Quindi anche tu vuoi morire. Quando ti tocca, al momento giusto…
Vanoni: Sai? pensavo proprio sui 95! Quando ne compio 95 muoio.
Aspesi: Ma guarda, 95, e perché?
Vanoni: Perché sì, perché l’ho deciso.
Aspesi: Tu hai deciso che a 95 muori: ma ti suicidi?
Vanoni: Vedremo.
Aspesi: Però c’è la gente che ti adora e che non vorrebbe che morissi…
Vanoni: Sai, la mia fortuna è che ho ancora la voce… Quella non è cambiata.
Aspesi: Meraviglia!
Vanoni: E questo mi permette di andare avanti. Però, non so se a 95…
Aspesi: …se avrai ancora voglia di andare avanti…
Vanoni: No, no, dico: non so se a 95 anni avrò ancora questa voce.
Aspesi: Cioè, fammi capire: dipenderà dalla tua voce se vorrai morire o no?
Vanoni: In parte sì. Dipenderà anche dall’ironia. Io sono molto ironica.
Aspesi: Meno male che me lo dici perché io ti ricordo anche mica tanto ironica. Comunque. Scusami, eh, tu hai un figlio e due nipoti. E loro sembra che non entrino mai nella tua vita. Di tuo figlio, che ha 62 anni, per esempio, non parli mai: è una difesa della privacy, o c’è un’altra ragione?
Vanoni: Sono sempre stata così. Anche con i miei nipoti. Ho una nipote che a 18 anni mi ha chiesto di pagarle il biglietto per la Nuova Zelanda. È partita sola, con lo zaino.
Aspesi: Ma che carina…
Vanoni: Sì, è tornata dopo tre o quattro anni, ha preso il diploma di cuoca, lavorerà sulle barche a vela e farà la vita che ama. Mio nipote invece lavora in un’azienda di pubblicità.
Aspesi: Io me lo ricordo bello.
Vanoni: Ha 28 anni, è solare, quando entra in una stanza la riempie. Ma sai qual è il problema oggi? A parte che ci sono troppi vecchi, e che quindi bisogna morire, è che noi non siamo più un punto di riferimento come era una volta.
Aspesi: Guarda, io nel mio piccolo, piccolissimo, avevo una serie di persone che mi amavano. Adesso, non sanno neanche più chi sono. A me non me ne importa nulla, eh, perché non sono legata a queste cose, però…
Vanoni: Quindi non capisco perché vogliono farci vivere più a lungo, così rompi ancora di più i coglioni…
Aspesi: Scusami, eh, ma parlando di vita e di morte: ma a te, non fa impressione sapere che la tua vita ha una fine?
Vanoni: No.
Aspesi: Non ti importa.
Vanoni: Non è che non mi importa, attenzione, è che non ho così paura di morire. C’è gente che ne ha il terrore, io no.
Aspesi: E dopo cosa farai?
Vanoni: Dopo che, da morta? Non lo so, non so cosa succede.
Aspesi: Ma tu non sei cattolica?
Vanoni: Sono cristiana.
Aspesi: Quindi, per dire, pensi che dopo avrai le ali: e che ci farai, i viaggi?
Vanoni: No, le ali no. Le ali le hanno gli angeli.
Aspesi: Già che siam belle allegre parlando di morte, tu te la immagini la tua?
Vanoni: Sì. Morirò nel mio letto. Con calma.
Aspesi: Ma che brava. Sei una persona molto intelligente.
Vanoni: Sei molto gentile, detto da una intelligente è un bel complimento.
Aspesi: Ti ricordi quella volta che venimmo da te a Monte Marcello, te lo ricordi? Tu eri incazzatissima…
Vanoni: E tu eri lì tutta innamorata di Antonio. Si chiamava Antonio no? E invece i nomi? Tu te li ricordi i nomi?.
Aspesi: Per niente.
Vanoni: Il titolo del mio nuovo LP l’ho inventato io, e devo chiederlo alla mia assistente. Com’è che è? Ah sì: Diverse.
Aspesi: Ma a te importa di non ricordarti i nomi?
Vanoni: Eh è un casino, stai parlando con uno e invece di dire Dante Alighieri dici… come si chiama quello là? Oppure come si chiama quello che ha fatto tutto prima di tutti? Ah, ecco, Leonardo da Vinci! Leonardo da Vinci non mi viene in mente mai.
Aspesi: Tu hai comunque quella che io considero una grande fortuna, come me. Quella di continuare a lavorare. È una cosa molto bella perché non ci toglie dalla vita.
Vanoni: Si, è molto importante.
Aspesi: E quindi continui a fare i dischi?
Vanoni: Si ma poi faccio anche televisione…
Aspesi: Sì certo, ci sei sempre. Dimmi ancora di Paoli, è stato l’uomo della tua vita?
Vanoni: È stato l’amore più grande. Eravamo due ragazzi. Scoprivamo la musica jazz… A differenza di Strehler, che era il maestro, con Paoli era l’amore quello giusto.
Aspesi: Ma lui non era sposato?
Vanoni: Lui era sposato.
Aspesi: Ma come hai fatto a innamorarti? No perché, scusa eh, un grande amore è un grande amore, ma lui era proprio un omino…
Vanoni: È diventato più bello avanti negli anni, con l’età, con i baffi bianchi. Da giovane era brutto, lo ammetto.
Aspesi: Senti, ti posso chiedere se hai un’idea vaghissima della signora Boccia, quella del ministro Sangiuliano?
Vanoni: Non so niente della signora Boccia. So che Sangiuliano non può essere il ministro della Cultura, è un danno terribile, è uno che può andare al massimo a zappare la terra. Ah, davvero? Si è appena dimesso? Allora speriamo che ce l’abbia un po’ di terra…
Aspesi: Comunque anche gli altri sono così, son tutti…
Vanoni: Non sono molto intelligenti, magari lo sarebbero anche, ma se non hanno mai letto neanche Topolino non ce la fanno.
Aspesi: Da qualche parte hai detto una cosa giusta: che la sinistra ha fatto di tutto per far sì che vincesse la destra.
Vanoni: No, non è così. È che la sinistra sono anni che sembrano bolliti. E così sono andati avanti gli altri… Ma la Boccia, adesso, cosa fanno della Boccia?
Aspesi: Non ne ho idea…
Vanoni: Magari la fanno ministro. Ma poi, perché ti interessa tanto la Boccia?
Aspesi: Perché sono pettegola.
Vanoni: Aaah, ma allora interessa anche me. Se lei gliel’ha data le sarà convenuto. Ma li hai visti in quella foto vestiti da frate? Lui le arriva al ginocchio, vien da ridere per non piangere…
Aspesi: Vabbè, basta Boccia: tu che rapporto hai col computer?
Vanoni: Pessimo. Cioè, ho la mia assistente, è lei che…
Aspesi: Lei lavora col computer perché tu non saresti in grado?
Vanoni: Non ho voglia di applicarmi.
Aspesi: Neppure io, quando tento mi viene un gran mal di testa… La verità è che saranno sempre cose misteriose.
Vanoni: Figurati che io quando lo vedo sul tavolo, faccio il giro largo, sai? Ma tu a che ora vai a letto?
Aspesi: Alle otto e mezza. Tu invece esci?
Vanoni: Se non esco mangio presto, alle nove sono a letto e guardo un film.
Aspesi: E quando esci dove vai?
Vanoni: A cena, a lavorare, a cantare. A socializzare, insomma.
Aspesi: Tu hai sempre avuto un bellissimo corpo. Come ti sei accorta che stava cambiando?
Vanoni: Ah beh, lo vedo tutti i giorni.
Aspesi: E ti spiaceva vederlo cambiare?
Vanoni: Mi faceva tenerezza. È così, non c’è niente da fare. L’ho accettato.
Aspesi: Sai cosa? Tu, oltre a essere una persona intelligente, sei rimasta anche abbastanza frivola, non so, come se ti aspettassi ancora qualcosa dalla vita…
Vanoni: No, io non mi aspetto niente di nuovo, vado avanti finché posso e porto avanti al meglio quello che c’è. È già straordinario che a 90 anni uno abbia una voce come questa. Sono già contenta così. E poi che non sono un baule…
Aspesi: Stai attenta a cosa mangi?
Vanoni: No, ma so cosa non dovrei mangiare.
Aspesi: Però lo mangi.
Vanoni: A volte, sì. Sono pazza del formaggio. Tu cosa mangi la sera?
Aspesi: Guarda, ho questa signora qua con me che mi aiuta, che qualche volta compra delle cose già pronte, se no mi fa anche lei delle cose, ma sempre modeste, eh?
Vanoni: Brodino con le stelline?
Aspesi: Oggi a mezzogiorno ho mangiato il brodino con le stelline, proprio. Anche tu? Ma tu ti farai fare delle cose molto buone…
Vanoni: Ma va, la mia cameriera fa le scaloppine di pollo con il limone, cose così. Stasera mangio le zucchine e un provolino che faccio sciogliere nel pentolino. Non vedo l’ora.
Aspesi: Tu eri una mangiona, no?
Vanoni: Sai, c’è un periodo della vita dove fai l’amore, bevi, mangi, parli… La vita è piena. E allora lì mangi, mangi, mangi. Però non ingrassi neanche tanto perché sei giovane, quindi…
Aspesi: Avevi quell’appartamento in largo Treves, meraviglioso. Perché lo hai lasciato?
Vanoni: Perché dovevo venderlo.
Aspesi: E ti è spiaciuto?
Vanoni: Mi è spiaciuto moltissimo. Vedevo tutta Milano da lassù. Poi sapevo come vestirmi perché guardavo giù, su via Solferino, e a seconda di come erano vestite le persone, io mi vestivo. Adesso sono in una casa piccola, molto carina, l’ho fatta tutta io.
Aspesi: Sempre in centro?
Vanoni: No, al parco. Però non vedo più le persone di sotto. Quindi esco vestita di lana, tutta sbagliata.
Aspesi: Mi ricordo che c’è stato un periodo nella tua vita in cui tu avevi una signora…
Vanoni: In che senso?
Aspesi: Avevi un’amica che ti stava vicino, mi pare che fosse una bolognese e che tu la difendevi molto.
Vanoni: Una giornalista?
Aspesi: No, una che si occupava di bellezza, una a cui eri molto legata. Te la sei dimenticata?
Vanoni: Del passato non dimentico niente. Ma una che si occupava di bellezza… no.
Aspesi: Era una che ti era compagna al posto degli uomini, nel senso che tu l’avevi scelta al posto di un uomo….
Vanoni: Ah sì, capito. Per un certo periodo…
Aspesi: Perché l’hai tenuta e poi più?
Vanoni: Perché le cose finiscono, perché si pretende troppo da me e se la persona pretende troppo alla fine finisce…
Aspesi: Ma lei ti amava?
Vanoni: Penso di sì, molto.
Aspesi: E tu?
Vanoni: Sì, un po’ meno.
Aspesi: Quanto tempo siete state vicine?
Vanoni: Mah qualche anno. E comunque era di Roma.
Aspesi: Ma voleva anche dei soldi da te?
Vanoni: Ma no!
Aspesi: Va beh, una roba così, poi è finita. Ma ho visto che anche tu, come me, verso le donne, insomma non ci credi tanto a quella storia della…
Vanoni: …sorellanza? No, non ci credo.
Aspesi: Io conosco un mucchio di donne infelici perché sul lavoro c’è una donna che le perseguita.
Vanoni: Però credo molto nell’amicizia. Ma sai come succede? Per esempio, io, metti, ho 90 anni e ho delle amiche molto care che ne hanno 70. Loro possono fare delle cose che io non posso più fare. E questo crea un gap. Stella Pende, una mia carissima amica, prende e va. Io non prendo e vado, non più. Andiamo a Cortina stasera? Io dovrei avere una valigia solo per le medicine…
Aspesi: Senti, tu hai avuto un figlio dal matrimonio con Ardenzi. Scusa eh, puoi anche non dirlo: ma lui poi andò a vivere col padre, no?
Vanoni: No, è sempre rimasto con me.
Aspesi: Ma tu come eri come madre?
Vanoni: Assente. Cantavo, ero sempre in tournée.
Aspesi: E tu lo hai capito, di essere stata assente?
Vanoni: Certo.
Aspesi: E ti è spiaciuto?
Vanoni: Ho chiesto scusa a mio figlio.
Aspesi: Tu eri una bambina, avevi 21 anni quando sei andata a stare con Strehler – che poi anche lui aveva la moglie, vabbè…
Vanoni: Sì. Ma la moglie non la vedeva più, erano separati.
Aspesi: Comunque lui era tremendo. Andai a trovarlo per una intervista, e quando si erano fatte le otto, io ero già morta e volevo andarmene, e lui andava avanti a parlare, fino alle nove, e io non ne potevo più. Non smetteva mai di porsi come il più bravo. E intendiamoci, lo era…
Vanoni: Era il più grande, prima di lui la regia non esisteva. Giorgio era un genio, ed è una parola che non uso normalmente, ed era un grande talento. Ma i grandi talenti possono essere anche dei grandi rompicoglioni.
Aspesi: Eh già, dopo un po’ ha rotto le balle anche a te.
Vanoni: È vero, parlava molto.
Aspesi: Ma tu l’hai amato o mica tanto?
Vanoni: Io l’ho sicuramente amato. Ma più che altro sono stata folgorata dal suo amore. Ha sofferto molto con me. Ma ti posso dire una cosa a proposito di sorellanza? Io ho avuto più male dalle donne che dagli uomini.
Aspesi: Questo è normale, che le donne possano far del male alle altre donne. Ma in particolare a chi ti riferisci?
Vanoni: Una persona che lavorava con me, tremenda. Mi mandava le lettere anonime, ma io ho capito subito che era lei. Abbiamo lavorato bene per qualche anno. E poi, gelosie, cose così… Oi, ma qui c’è una gatta…
Aspesi: Sì, è la mia gatta….
Vanoni: Ma che bella che è. E quanti anni ha?
Aspesi: 22.
Vanoni: Voglio una foto con lei!
Aspesi: Sai cos’è, è che noi abbiamo vissuto in un’epoca lontanissima dove tutto aveva un significato. Anche le donne ne avevano. Oggi ci sono le influencer. Tu hai capito che significato hanno? Insomma: chi sono?
Vanoni: Allora, ci sono delle influencer completamente cretine. Ma per esempio proprio oggi parlavamo di una signora che ha un negozio multimarca, molto brava, una che va a cercare cose particolari. Tra l’altro è pure antipatica. Però un’influencer così la capisco. Invece le influencer del trucco, quelle che ti tirano le sopracciglia che sembri… com’è che si chiama l’uomo mascherato? No, non Joker. Ecco: Diabolik! brava. Che sembri il Diabolik…
Aspesi: E poi noi abbiamo vissuto anche la guerra…
Vanoni: Ci siamo nate in mezzo alla guerra. E di vederne un’altra… In realtà siamo già di nuovo in guerra. È un brutto momento, vero? Persino il sole è diventato crudele. Noi stavamo sempre al sole, no? Ora brucia. Punge. Ma che bella pellina che hai, lo sai?
Aspesi: E tu hai un profilo bellissimo. Mettiti di profilo. Guarda che bello.
Vanoni: Mah, e tu? Come lo vorresti il tuo funerale?
Aspesi: Devono avvolgermi un lenzuolo sul corpo nudo.
Vanoni: Di lino, naturalmente!
Aspesi: Certo! E poi devono cremarmi… Ma le ceneri non so ancora dove farle mettere…
Vanoni: Io voglio che le mie le buttino in mare.
Aspesi: Io non lo so, forse voglio che loro mi tengano…
Vanoni: …sul comodino?
Aspesi: …in una delle loro case, sempre che non gli viene il nervoso e mi sbattono giù. Vedi che bei discorsi tra signore…
Vanoni: Beh, se vien bene è un’intervista spiritosa.
Aspesi: Poi tu ti fai intervistare anche da… com’è che si chiama? Sì, Cazzullo, lui è un gran maestro e mi fregherà, ma a me non me ne importa mica. Senti, ma quando tu hai cominciato non pensavi di cantare, vero?
Vanoni: Non pensavo di far niente.
Aspesi: Però sei andata al Piccolo immaginando di imparare a recitare.
Vanoni: Strehler non poteva farmi recitare. Per lo scandalo. Perché noi eravamo uno scandalo. Sai i borghesi, no? Terribili.
Aspesi: Perché eravate dei peccatori.
Vanoni: No, no. Perché lui era il maestro. Per i borghesi, il teatro è sempre stato un luogo di lussuria. Non capendo che in teatro ti fai un mazzo così dalla fatica. Comunque io vivevo di lui, ero sempre con lui. Ho imparato vedendo cosa facevano gli altri attori con lui.
Aspesi: Poi lui ha inventato la storia delle canzoni della mala e tu ti sei scoperta cantante.
Vanoni: Sì, ma poi ho scoperto anche che i cantanti erano tutti contenti, tutti allegri. E così ho detto: vuoi vedere che faccio anche io le canzonette?
Aspesi: E dove ti informi sull’attualità, sulle guerre, sui ragazzi che ammazzano la famiglia…?
Vanoni: Sui tiggì, poi io leggo gli articoli di fondo dei giornali.
Aspesi: Cioè: leggi i giornali???
Vanoni: Sì. Tu con la vista? A posto?
Aspesi: Ah no, praticamente non ci vedo.
Vanoni: E non senti mai il bisogno di tenerezza?
Aspesi: Ma no!.
Vanoni: No?
Aspesi: Cioè di un uomo che mi…
Vanoni: Ma che uomo? Anche… Io, per esempio, do molta importanza all’abbraccio. A me è l’abbraccio quello che mi manca. L’abbraccio.
Aspesi: Non so. Io non ci ho mai pensato. Mio nipote, che è molto buono, e quindi, essendo buono, ogni tanto mi abbraccia, mi fa piacere, sì. Ma io non ho bisogno di queste cose qui.
Vanoni: Beata te. Io, se uno mi abbraccia, sono felice.
Aspesi: Che carina. Senti, io avrei anche finito. Hai da dirmi altro?
Vanoni: Che ti trovo bene.
Aspesi: E che è brutto essere vecchi.
Vanoni: E che bisognava morire prima. Guarda, È tornata la gatta. Dorme con te? Ti dà calore? Ti dà amore?
Aspesi: Molto. È peggio di un qualunque gesto affettuoso. Appena sono a letto, bang! E vien su!
Vanoni: C’è una poesia di Umberto Saba che parla di una gatta che fa questo, e poi fa quest’altro, e che alla fine dice: è come te, è innamorata…
Aspesi: La mia è completamente sorda.

Nell’immagine: Ornella Vanoni e Natalia Aspesi durante l’intervista nella casa milanese della giornalista


Lorenzo Cremonesi – Una pace imperiale

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 


Ucraina, il business della tregua

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

È rimontata la panna sull’ipotetica pace/resa nella guerra russo-ucraina. Indiscrezioni raccontano di una trattativa Usa-Russia tra l’immobiliarista trasformato in inviato speciale Usa su ogni cosa, Steve Witkoff, e il capo del fondo sovrano russo Kirill Dmitriev. Entrambi hanno più esperienza di business che di diplomazia, ma per il presidente Usa Donald Trump la pace equivale a un buon affare (deal), e questo è un elemento che il presidente russo Vladimir Putin sa manipolare. La resa ucraina è quindi vicina, con l’intesa tra Mosca e Washington e gli europei rimasti col cerino in mano?

Gli ipotetici 28 punti del piano per l’Ucraina – che echeggiano i 20 punti su Gaza – prevederebbero termini capestro per Kyiv. L’Ucraina dovrebbe cedere i territori del Donbas che la Russia non è ancora riuscita a conquistare militarmente, anche perché si tratta di territori altamente fortificati. Cederli significherebbe aprire la strada per il riavvio della guerra alla prima buona occasione per Mosca; occasione che non tarderebbe a presentarsi, considerando che il presunto piano prevederebbe il dimezzamento dell’esercito ucraino, inclusa la rinuncia a capacità militari strategiche, come i missili a lungo raggio. Esclusa anche una forza di rassicurazione europea, il piano acconsentirebbe solo a vaghe garanzie di sicurezza sia per l’Ucraina aggredita che, paradossalmente, per la Russia aggressore. Se a questo aggiungiamo il riconoscimento del russo come lingua di Stato e la riabilitazione della Chiesa ortodossa russa in Ucraina, è evidente che il piano sostanzierebbe l’obiettivo di Mosca di controllare l’intera Ucraina. La capitolazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky avverrebbe alla luce delle pressioni di Trump, delle perdite ucraine sul campo e degli scandali di corruzione che hanno coinvolto ex membri dell’esecutivo di Kyiv.

In questo fantasioso scenario sperano in molti a Mosca e negli ambienti filorussi in America, Europa, e soprattutto in Italia. Ci credono forse anche i mercati, dove il prezzo del petrolio è calato sensibilmente, possibilmente anticipando la fine della guerra e delle sanzioni. Ma in Ucraina sono pochi quelli che credono in questo scenario, e anche tra i governi europei che appoggiano Kyiv non si avvertono grandi preoccupazioni.

Anche se l’improbabile volontà della Russia di fermare, seppur temporaneamente, la guerra e il tentativo di Trump di imporre la resa agli ucraini dovessero verificarsi, rimane difficile che si concretizzino. Con l’amministrazione Trump, le leve Usa sull’Ucraina sono diminuite, perché sono quasi cessati gli aiuti militari: gli Stati Uniti si limitano a vendere armi, guadagnandoci, comprate dagli europei che poi le trasferiscono a Kyiv. Al netto delle acrobazie di Trump, il disimpegno Usa non ha fatto altro che aumentare il ruolo degli europei che, loro malgrado, hanno riempito un vuoto lasciato da Washington. È quindi difficile vedere come Trump possa riuscire a imporre la propria volontà sull’Ucraina e sull’Europa. E se poi questo piano prevedesse la capitolazione dell’Ucraina, perché mai dovrebbe Zelensky accettarla volontariamente se la Russia non è riuscita a vincere militarmente in quasi quattro anni di invasione? Se anche una milizia come Hamas, appoggiata quasi da nessuno e con capacità militari risibili, si è rifiutata di accettare la resa, figuriamoci se lo farebbe l’Ucraina, con uno degli eserciti più forti del continente, appoggiata dall’Europa e con il diritto internazionale nettamente dalla sua parte.

La vicenda del piano in 28 punti, e probabilmente anche delle indiscrezioni che l’hanno fatto trapelare, ci dicono più qualcosa sull’amministrazione Trump che sulla guerra in Ucraina. All’interno dell’amministrazione Usa oscillano due correnti principali: quella più nazional-populista vicina al cuore del mondo MAGA, capeggiata dal vicepresidente JD Vance, e quella più tradizionalmente neoconservatrice incarnata dal segretario di Stato Marco Rubio. Trump, in fondo, non appartiene a nessuna di queste tribù, interessato più ai soldi e al potere che all’ideologia. E Witkoff è il suo “Mini-Me”, con la stessa sete d’affari, lo stesso disinteresse per i contenuti e le stesse ingenuità, facilmente manipolabili dai vari Putin, Xi Jinping o Benjamin Netanyahu di questo mondo.

Le tensioni tra le due correnti si manifestano in tutta la politica estera di Trump. In America Latina, l’interventismo sta avendo la meglio, mentre in Medio Oriente, dopo un breve momento in cui, con la guerra contro l’Iran, si pensava di essere ripiombati nella stagione dei neocon, adesso sono i cosiddetti “restrainers” (coloro che preferiscono concentrarsi sull’agenda nazionalista interna) ad aver preso le redini. In Medio Oriente, ci sono poi i Paesi del Golfo e i loro soldi a esercitare un forte ascendente su Trump. In Ucraina, gli europei (ucraini inclusi), con le loro regole e istituzioni, non hanno lo stesso appeal. Anzi, è evidente l’antipatia, se non il disprezzo, del mondo MAGA per la vecchia Europa e l’attrazione fatale di Trump per Putin.

Insomma, sull’Ucraina, l’America al massimo può evitare di fare danni: è irrealistico immaginare che possa davvero agire nell’interesse di noi europei, tanto meno portare la pace in Ucraina. Non è l’ideale, ma una realtà con cui stiamo già imparando a convivere. E che non vedrà, proprio per via di questo, la capitolazione di Kyiv.


Il capo dello Swatch Group critica l’accordo doganale con Trump

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 

Da Watson

Nick Hayek, direttore generale dello Swatch Group, ha criticato la dichiarazione d’intenti comune concordata tra la Svizzera e gli Stati Uniti nella controversia doganale. La riduzione dei dazi doganali dal 39% al 15% è certamente un miglioramento, ma la Svizzera si è resa vulnerabile al ricatto.

La Svizzera deve essere sicura di sé e dimostrare che è pronta a lottare quando viene trattata ingiustamente, ha affermato Nick Hayek al «Tagesschau» della televisione SRF, giovedì, dalla sede della Swatch a Bienne (BE).

«Non ha nulla a che vedere con l’ideologia»
Nick Hayek al Telegiornale SRF

Nick Hayek ha espresso il timore che Washington possa avanzare ulteriori richieste. In tal caso, le ultime cartucce sarebbero già esaurite: «Hanno già mandato tutti quelli che portano regali», ha detto, alludendo alla strategia negoziale del Consiglio federale e alla visita dei rappresentanti dell’economia svizzera alla Casa Bianca.

Il capo di Swatch si è espresso in questo senso anche in un’intervista con la NZZ e il portale di notizie ajour.ch. Già dopo l’imposizione di dazi doganali del 39% sulle importazioni provenienti dalla Svizzera, aveva chiesto una posizione più ferma nei confronti del presidente americano Donald Trump. Aveva ad esempio evocato l’imposizione di contromisure.

Nell’immagine: Nick Hayek Jr.


Archeologia come un’arma: Israele confisca il sito di Sebastia

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 

Di Michele Giorgio, il manifesto

L’annuncio dell’Amministrazione Civile israeliana era nell’aria da tempo. Ma la confisca di ben 180 ettari di terre coltivate palestinesi e dell’intera area archeologica di Sebastia (Nablus), ha superato qualsiasi previsione negativa. Si tratta del più esteso sequestro di terreni mai registrato in Cisgiordania con il pretesto della conservazione e dello sviluppo di un sito archeologico. I 180 ettari abbracciano uliveti, terreni agricoli e 550 appezzamenti privati di famiglie palestinesi che dipendono da quelle terre per sopravvivere. Migliaia di ulivi dell’area di Sebastia alimentano la produzione olearia locale. Secondo gli Accordi di Oslo del 1993-94, quella zona avrebbe dovuto essere trasferita all’Autorità Nazionale Palestinese. Non è mai avvenuto.

Alle famiglie contadine colpite dalla decisione sono stati concessi appena 14 giorni per presentare ricorso, ma è difficile immaginare uno stop alle confische mentre Netanyahu e i suoi ministri hanno già stanziato 32 milioni di shekel, quasi 9 milioni di euro, per i piani di «sviluppo turistico» che saranno gestiti quasi interamente da coloni israeliani, proprio come è avvenuto a Gerusalemme per il sito noto come la «Città di Davide». Sebastia è uno dei siti più antichi e prestigiosi dell’intero Medio Oriente e figura dal 2012 nella lista provvisoria dei luoghi che la Palestina propone come Patrimonio dell’Umanità. Per i residenti è un punto di riferimento culturale, economico e identitario. I negozi che circondano l’area, i ristoranti, gli alloggi e i servizi di guida sono una fonte di reddito fondamentale per il villaggio.

«È un colpo durissimo per la comunità locale» ci dice l’archeologa e storica dell’arte Carla Benelli, che da oltre vent’anni lavora a Sebastia per conto di ATS Pro Terra Sancta e del Mosaic Centre per valorizzare il sito archeologico. «180 ettari equivalgono a decine di campi di calcio» spiega «e sono terre coltivate a olivi in gran parte. Il sito di Sebastia non deve essere visto come un’isola. È parte integrante della vita del villaggio e delle sue tradizioni». Separare il sito, aggiunge Benelli, «significa interrompere un legame secolare, privare centinaia di famiglie della loro principale fonte di sostentamento. L’archeologia non può essere usata come strumento per escludere le comunità locali, non possiamo pensare che i siti archeologici possano servire solo per il turismo, con la gestione tra l’altro della potenza occupante». Il governo israeliano giustifica il provvedimento con l’esigenza di «preservare e sviluppare il sito per il pubblico». Un pretesto e comunque l’area effettivamente visitata dai turisti si estende per circa sei ettari, mentre il piano coinvolge una superficie molte volte più ampia.

A Sebastia lo sviluppo turistico è solo un veicolo per consolidare l’occupazione israeliana della Cisgiordania e per favorire iniziative dei coloni. Non a caso, nelle aree circostanti sono in corso progetti che coinvolgono Homesh e Sa Nur, due colonie che erano state smantellate e la cui ricostruzione la destra estrema israeliana, parte della maggioranza, ha chiesto e ottenuto. Il Parco Nazionale di Shomron (Samaria) approvato due anni fa dal governo Netanyahu, prevede un centro visitatori, un grande parcheggio e una recinzione che separerà completamente l’area archeologica dalla città palestinese, grazie anche a una nuova strada di accesso. Sono inoltre cominciati i lavori di restauro e sviluppo della vecchia stazione ferroviaria di Sebastia. In quel luogo, nel 1974, gruppi di coloni si barricarono all’interno dell’edificio invocando la costruzione di un insediamento ebraico, un gesto che negli anni successivi si sarebbe rivelato un esempio per il movimento dei settler decisi a «redimere» tutta Eretz Israel, la biblica «Terra di Israele».

La tensione intanto sale in tutto il distretto di Nablus. Ieri quattro palestinesi, tra cui un ragazzo di tredici anni, sono stati feriti da colpi sparati da soldati israeliani impegnati in un raid nella città. Testimoni hanno riferito che le forze israeliane hanno fatto irruzione nell’area intorno all’ospedale e in via Faisal dove hanno fatto saltare in aria le porte di molti negozi. Poi sono entrati nella città vecchia dove hanno arrestato diversi giovani nella moschea Al Hajj Nimr. Combattenti palestinesi di varie fazioni si sono opposti aprendo il fuoco e un soldato è rimasto ferito. Le incursioni si sono estese anche alle città di Beita, Awarta e Beit Furik.


Il falso storico di Vannacci

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 

Sostiene Roberto Vannacci che il fascismo si sia impadronito del potere (e lo abbia esercitato) legalmente. Se il vicesegretario della Lega intende che nell’ottobre 1922 i militanti del Partito nazionale fascista non espugnarono Roma con le armi, è così. Del resto gli squadristi, un’accozzaglia di giovani esaltati e criminali di varia natura, avevano la stessa efficienza militare di una squadra di boy-scout e difficilmente avrebbero potuto espugnare qualcosa. Se invece Vannacci intende che Mussolini ottenne la guida del Paese pacificamente e governò rispettando lo Stato di diritto, allora non è così.

No, la cosiddetta marcia su Roma non fu un golpe, e nemmeno quell’epica rivoluzione nazionale di cui i fascisti si sarebbero vantati. Il potere non fu conquistato ma ceduto per paura da una classe dirigente allo sbando. Politici, generali e un re. Tutti convinti che affidare l’Italia all’uomo forte del momento fosse l’unico modo per impedire la guerra civile e la rivoluzione bolscevica, o per conservare corona e poltrona. Peccato che l’uomo forte in questione abbia cominciato a costruire la sua dittatura personale subito dopo aver ottenuto l’incarico. E non abbia nemmeno provato a nasconderlo.

«Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli… potevo sprangare il Parlamento». Il primo discorso alla Camera del nuovo padrone, il 16 novembre 1922, non fu solo un susseguirsi di minacce. Fu una dichiarazione di intenti. Terrorizzati dalla violenza dei picchiatori in camicia nera, i deputati votarono la fiducia al governo e la legge sui poteri eccezionali che avrebbe permesso a Mussolini di spazzare via sessant’anni di tradizione liberale.

Giovanni Giolitti, il vecchio statista che aveva accompagnato la modernizzazione del Paese, commentò: «Ogni Camera ha il governo che si merita». Fu tra i pochi a intuire che la salvaguardia delle forme non avrebbe impedito l’assassinio della fragile democrazia italiana.

 

Il nuovo capo del governo occupò con i suoi fedelissimi ogni posizione chiave dello Stato. E lo consumò come un cancro, dall’interno. Mise al comando della polizia il generale De Bono, un incapace devotissimo, e assicurò l’impunità ai suoi squadristi, che poterono ridurre al silenzio gli oppositori. Creò il Gran Consiglio del fascismo, nuovo organo costituzionale, per cancellare ogni illusione di continuità con il passato, come avrebbe scritto su Il Popolo d’Italia.

Legalizzò la milizia, un esercito privato agli ordini esclusivi di un capo partito, alias il duce. E smantellò ogni garanzia di rispetto della vita e della libertà personale. Il tutto senza toccare (ancora) lo Statuto, la prassi parlamentare e i codici. In fondo non era necessario. Bastava sfruttare il clima di impunità e di terrore e dare una lezione a chi osava protestare.

Dal dicembre 1922, quando le camicie nere massacrarono una dozzina di cittadini a Torino, alla “notte di San Bartolomeo”, il 3 ottobre 1925, quando a Firenze le squadracce scatenarono la caccia all’uomo, la scia di sangue non si sarebbe mai arrestata.

Poi, esattamente cento anni fa, il regime si diede una veste formale. La legge sulle associazioni del 26 novembre 1925 e quella sulla disciplina della stampa, il giorno di fine anno, vengono spesso ricordate come le prime “leggi fascistissime”. Certo stroncarono ogni residua libertà di pensiero, parola e riunione e lo fecero finalmente, come forse direbbe Vannacci, secondo le procedure previste. Ma all’epoca dell’Italia liberale sopravviveva poco.

Il Partito socialista riformista era già stato sciolto d’autorità il 14 novembre, prendendo come scusa l’improbabile attentato a Mussolini pianificato da Tito Zaniboni, che socialista era. Luigi Albertini, lo storico direttore del Corriere della Sera, diventato un fiero antifascista dopo la marcia su Roma, era già stato costretto alle dimissioni. Il duce aveva intimato ai fratelli Crespi, gli industriali che possedevano la maggioranza del Corriere, di cacciarlo e di allineare il quotidiano ai desideri del governo. Un destino riservato a ogni altro giornale.

Sarebbe passato ancora un anno prima che la nuova nazione fascista diventasse ufficialmente uno Stato a partito unico. Ma la dittatura era già una realtà. Nel silenzio, nella paura, nel bavaglio messo alla stampa. Un modello vincente, che sarebbe stato imitato da ogni aspirante leader totalitario. Da Hitler a Putin, agli autocrati non serve un colpo di Stato per uccidere la democrazia.

Nell’immagine: Roberto Vannacci


Iniziativa per il futuro: la rava e la fava fiscale

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 

L’Iniziativa per il futuro, in votazione il 30 novembre, ci propone di prendere due piccioni con una fava: contribuire concretamente alla risoluzione dei problemi legati al riscaldamento climatico e diminuire le disuguaglianze. Sappiamo che il mezzo proposto per raggiungere questi scopi è l’imposizione al 50% delle successioni e delle donazioni superiori a 50 milioni. Il dibattito in corso si concentra soprattutto sui piccioni: da un lato si discute per sapere se la Svizzera faccia abbastanza per il clima e dall’altro si sottolinea la condizione  dei super-ricchi (quanto posseggono o quanto inquinano). È un dibattito che ha lo svantaggio di portare su questioni molto generali. Vale quindi la pena di soffermarsi anche sul mezzo (qui la fava) cioè sulla misura concreta proposta con l’iniziativa e disquisire un attimo della non così evidente politica fiscale svizzera.

Dalla rava…

Vediamo quindi cosa sta alla radice (la rava) della proposta d’azione delle Giovani socialiste e dei Giovani socialisti. Il sistema fiscale svizzero è complesso. Innanzitutto perché paghiamo contributi ai tre livelli federale, cantonale e comunale, e perché ogni amministrazione territoriale ha le sue regole. Inoltre vi sono continui cambiamenti e adattamenti di queste regole. Basta dare un occhio al riassunto storico delle imposte federali pubblicato dalla Conferenza svizzera delle imposte (CSI). Come dice questa autorità: “una migliore comprensione del settore fiscale può agevolare la partecipazione dei contribuenti al processo democratico e favorire buone relazioni tra i cittadini e le autorità fiscali”. (Purtroppo però la CSI pubblica i suoi documenti solo in tedesco e in francese.).

Detto questo vi sono alcuni principi generali. Le imposte servono in linea di principio a coprire le spese delle collettività pubbliche. Così per esempio tra le prime tasse pagabili alla Confederazione vi sono state quelle per garantire la difesa nazionale. La Confederazione beneficia però anche di tasse generiche come l’IVA, e come le altre collettività utilizza meccanismi di trasferimento che assicurano una redistribuzione delle entrate, come la perequazione tra i cantoni, l’AVS, e i pagamenti diretti per le prestazioni d’interesse generale dell’agricoltura. Un esempio più puntuale di ridistribuzione è dato dal Canton Zugo che nel 2026 e nel 2027 coprirà l’essenziale dei costi delle cure ospedaliere stazionarie, il che avrà come effetto di ridurre i premi delle casse malati per i suoi residenti.

In passato, vi sono state imposte straordinarie decise per far fronte a delle urgenze. Nel 1919, un’imposta sulla fortuna e il prodotto del lavoro, rispettivamente sul capitale e i benefici è stata votata per far fronte alle spese causate dalla guerra. Questa imposta è stata percepita nei periodi 1921/24, 1925/28 e 1929/32. Tra le misure prese in considerazione all’epoca per far fronte a queste spese figurava anche un’imposta sulle successioni. In linea con questo approccio, nel 2013 è stata convalidata un’iniziativa per l’introduzione di un’imposta sulle successioni e le donazioni per finanziare l’AVS. Questa è stata rigettata dal Consiglio federale e dalle Camere perché, tra l’altro, si è ritenuto che attaccasse la sovranità fiscale dei cantoni. Fu poi rifiutata dal popolo il 14 giugno 2015. Di fatto, quasi tutti i cantoni (e in certi casi i comuni) prelevano un imposta sulle successioni e le donazioni. I discendenti diretti (figli) sono però generalmente esonerati dal pagamento dell’imposta, e in diversi cantoni pure gli ascendenti diretti (genitori, suoceri…).

Richiede pazienza determinare il montante effettivo da pagare nei vari casi in cui non vige l’esonero, ma è comunque un montante contenuto e di importanza sempre minore: nel 2022 queste imposte hanno rappresentato solo 1,6% degli introiti fiscali dei cantoni e dei comuni (1,39 miliardi su 87). Apparentemente il principio dell’imposta sulle successioni e le donazioni non sembra porre problema. Con un po’ di humor, il liberale già Consigliere di Stato vodese e ora senatore Pascal Broulis aveva scritto 15 anni fa in un suo libro intitolato “L’imposta felice” che questa imposta è “una delle più eque e indolori. Riguarda un morto che non se ne rende conto, ed è pagata da un erede che comunque aumenta la propria ricchezza”. Malgrado questo Broulis, come tutto il suo partito, si oppone all’Iniziativa per il futuro. Sarebbe accentratrice, sbagliata perché prevede l’uso delle entrate che generebbe, ma soprattutto il tasso di 50% proposto è troppo elevato. Di fatto, già oggi anche in Svizzera si può già arrivare a pagare fino a 50% sulle successioni, e in certi paesi dell’OCSE addirittura l’80%. Insomma, imporre le successioni e le donazioni va in principio,  ma non di fatto.

Visto il tema che ci occupa è importante chiedersi se i vari gruppi sociali contribuiscono in maniera equivalente col loro pagamento delle imposte. Chiaramente non si tratta di paragonare i valori assoluti, ma i valori relativi. Immaginiamo quindi che il tasso dei prelievi obbligatori sia dell’ordine del 30% della ricchezza nazionale. Si tratta allora di vedere quale parte della propria ricchezza una persona contribuisce, e paragonare questa frazione a 30%. Se il suo contributo è dell’ordine del 30% allora è in linea con la media generale, ma può darsi che le persone appartenenti a un certo gruppo sociale contribuiscano di più o di meno. Lo studio di questo tipo di questioni è iniziato nel 1940, ma è soltanto molto recentemente che ci si è resi conto che i super-ricchi contribuiscono molto meno degli altri gruppi sociali. Questo perché i dati che li riguardano non erano disponibili (neanche ai ricercatori)! Non sono riuscito a trovare i dati consolidati per quel che riguarda la Svizzera, ma secondo gli esperti la situazione nel nostro paese è simile a quella della maggior parte dei paesi ricchi.

È da notare che proprio perché il problema è generale, l’anno scorso il G20 ha comandato uno studio per valutare l’opportunità di introdurre un limite inferiore ai contributi dei super-ricchi (imposta Zucman). Consideriamo quindi il caso della Francia. La ricchezza nazionale francese nel 2024 è stata stimata a 2440 miliardi di euro. I prelievi obbligatori ammontavano a 1250 miliardi il che corrisponde al 51% della ricchezza nazionale (un tasso molto più alto di quello svizzero, perché tra l’altro nei prelievi obbligatori figura anche la sicurezza sociale). Le classi popolari francesi, cioè la metà inferiore della distribuzione dei redditi, pagano ca. 45% dei loro redditi in imposte e  contributi. Tra questi l’IVA e altre tasse indirette, come quella sui carburanti, rappresentano una parte importante. Il ceto medio, cioè coloro i cui redditi si situano tra la mediana e il 10% dei più ricchi, pagano ca. 50% del loro reddito. Per loro l’imposta sul reddito e le tasse sulle proprietà aumentano in importanza.

Il 10% dei più ricchi—a esclusione dei super-ricchi, che non sono presi in conto dalla statistica nazionale—paga  un po’ più del 50%, e per loro conta in maniera crescente il fatto che detengano di regola delle azioni di imprese, che li porta a pagare l’imposta sulle società in più delle altre imposte. Il risultato sorprendente, dovuto al lavoro recentissimo di alcuni ricercatori, è che i super-ricchi pagano solo 25% del loro reddito, cioè la metà degli altri! Vi è quindi una grande disparità di trattamento dei super-ricchi per quel che riguarda la partecipazione alla spesa pubblica. Il punto è che per i super-ricchi l’imposta sul reddito rappresenta solo il 2% del reddito, e che l’imposta forfettaria sulle società alla quale sono sottoposti non compensa la quasi scomparsa dell’imposta individuale. Anche le altre tasse sono irrilevanti per loro, visto che in termini relativi spendono pochissimo per i loro bisogni (quindi poca IVA), e essendo il loro patrimonio costituito essenzialmente da azioni (ca. il 90%), pagano p. es. poche tasse sulla fortuna immobiliare, ecc. Se pagano poca imposta sul reddito è perché presentano i loro conti in maniera che non vi figuri alcun reddito personale imponibile, e i dividendi delle loro holding sono tassati in maniera irrisoria.

I super-ricchi non esitano a spostarsi dove loro più conviene, ma il punto è che, come dice Zucman, il mondo intero è un paradiso fiscale per i super-ricchi! La Svizzera per esempio è particolarmente attrattiva per super-ricchi non-svizzeri ai quali nel caso non abbiano nessun reddito da lavoro in Svizzera è data la possibilità di essere tassati sulla base della spesa piuttosto che sulla base del loro reddito reale e della loro fortuna. Nel 2018, 4557 persone hanno beneficiato di questo regime fiscale, quando quelle che posseggono 50 milioni sono dell’ordine di 3000.

…alla fava

Arriviamo allora al frutto di queste considerazioni. È stata chiarita la situazione fiscale privilegiata dei super-ricchi. Bisogna allora correggere questa disuguaglianza. La proposta di Zucman è di introdurre un minimo di 2% del patrimonio come imposizione per coloro che detengono più di 100 milioni di dollari. Questa è la misura proposta al G20, ed è stata adottata dall’Assemblea nazionale francese nel febbraio 2025, per poi essere respinta dal Senato. La ragione per cui il minimo è stato fissato a 2% (per la Francia) è che il tasso di rendimento della fortuna è dell’ordine del 6%, quindi un contributo del 2% corrisponde in media a un imposta sul reddito equivalente a 33%. Addizionato alle altre imposte che già pagano i super-ricchi in Francia porterebbe (anche) il loro contributo a ca. 50%.

L’Iniziativa per il futuro percorre una strada diversa proponendo l’introduzione di una nuova imposta federale sulle successioni e le donazioni. Dovrebbe essere chiaro che una tale imposta non pregiudicherebbe la sorte dei benefattori delle successioni o delle donazioni: la fava non ucciderà i piccioni, come non metterà in pericolo né il tessuto delle PMI svizzere, né la nostra piazza finanziaria. Inoltre, come i contributi eccezionali richiesti a suo tempo per far fronte alle conseguenze della guerra, la nuova imposta sarà pagata una volta sola (per generazione).

Per finire, due parole sulla questione climatica e ambientale. La Svizzera contribuisce quel che contribuisce al riscaldamento climatico e non possiede materie prime. Ormai un riscaldamento c’è stato e aumenterà ancora. E l’energia fossile costerà sempre di più. Bisogna quindi prendere delle misure per proteggerci. Per esempio ripensare le nostre città, rendere i nostri immobili più efficienti dal punto di vista energetico, e preparare la transizione energetica. Queste misure costano più di quanto siamo in grado di spendere con le ricette fiscali attuali.

Visto tutto questo cosa votiamo il 30 novembre?  La gioventù socialista ha fatto la sua parte. Facciamo la nostra.


Salari ticinesi, tra abusi e precarietà

L’ex comandante delle forze Usa nel Vecchio Continente stronca l’iniziativa americana: “E la Ue sta a guardare” 

Swissinfo (che produce anche 3sat Svizzera e tvsvizzera.it) fornisce informazioni sulla Svizzera in dieci lingue, in modo indipendente e basato sui fatti. Ora la Confederazione vuole rinunciare al suo finanziamento e Swissinfo rischia di chiudere. Questo è un segnale negativo, soprattutto in un momento in cui la disinformazione è in aumento.
Sottoscrivi la petizione per chiedere ai membri del Consiglio nazionale e del Consiglio degli Stati di respingere la prevista soppressione del contributo federale al mandato d’informazione per l’estero

Da tvsvizzera.it

Carla è una venditrice con tanti anni di esperienza professionale alle spalle. Eppure, pochi mesi fa, la doccia fredda: viene licenziata su due piedi, senza uno straccio di spiegazione. Lei non si dà pace, è disorientata. Poi, però, tutto diventa più chiaro: al suo posto, l’azienda ha assunto una lavoratrice frontaliera, pagata molto meno. Lo stipendio? 3’200 franchi lordi al mese, per un impiego a tempo pieno: un salario con il quale in Ticino si fa letteralmente la fame!

La multinazionale e il dumping

L’azienda per la quale Carla lavorava è Maisons du Monde, la multinazionale francese del settore arredo casa presente dal 2019 al centro commerciale di Grancia. E la paga con la quale è stata assunta la lavoratrice che ha rimpiazzato Carla è illegale! Sì, perché – come sottolinea la sindacalista di UNIA Chiara Landi – “nel 2025 il salario minimo nel commercio al dettaglio è di 3’402 franchi lordi”. I 3’200 franchi al mese, per altro, non erano riservati ai soli frontalieri. Patti chiari ha raccolto la testimonianza un’ex dipendente che ha lavorato per Maisons du Monde a Grancia nel 2024. Una ticinese, con tanto di maturità commerciale. “Il mio stipendio era di 3’200 franchi” – ci ha raccontato la lavoratrice – “Sapevo che non rispettava la legge sul salario minimo, ma avevo bisogno di soldi e ho dovuto ingoiare il rospo”. Abbiamo chiesto spiegazioni alla direzione aziendale, che però non ci ha accordato un’intervista e neppure ha preso posizione in forma scritta.

Il servizio della trasmissione “Patti Chiari” della RSI del 31 ottobre 2025

UNIA ha segnalato il caso Maisons du Monde all’organismo di controllo. La catena di negozi di arredamento è stata così costretta ad adeguare i salari e a pagare gli arretrati a collaboratori e collaboratrici che erano stati sottopagati.

I salari della paura

Patti chiari ha raccolto testimonianze anche in altri ambiti professionali. Quelle di persone che lavorano eppure fanno tremendamente fatica a sbarcare il lunario. E che per raccontare questa realtà hanno dovuto farlo in forma anonima. Troppa, infatti, la paura di subire ritorsioni o addirittura di essere licenziati. Storie di precarietà, segnate dall’angoscia per l’arrivo di una spesa imprevista; di persone di mezz’età che devono farsi pagare dai propri figli un week-end di svago all’anno lontano da casa. Storie di pesanti tagli salariali, come quelli del 15% che Migros Ticino ha inflitto ai magazzinieri del centro logistico di Sant’Antonino con la soppressione delle indennità per lavoro notturno. “700-800 franchi in meno sono un colpo duro e cambiano la vita” – ci ha raccontato uno di loro – “a fine mese ora non riesco a mettere da parte neanche un franco”. Migros ha spiegato Collegamento esternoche il provvedimento è perfettamente legale e che è stato adottato per garantire una maggiore parità di trattamento tra tutti i suoi dipendenti.

Lavoro gratuito

Anche dietro l’apparenza di salari dignitosi possono a volte nascondersi forme di sfruttamento. “Si lavorava 12 ore, a volte anche 13 ore al giorno”, ha raccontato a Patti chiari l’ex dipendente di un ristorante. “Era diventata la norma, ma gli straordinari non venivano mai pagati né recuperati in tempo libero”. La testimonianza riguarda uno dei numerosi locali appartenenti a Spaghetti Gastro Group. Il titolare, da noi interpellato, ci ha scrittoCollegamento esterno di essere stato confrontato, in quel ristorante, con una situazione creatasi a sua insaputa. Nel frattempo, ha aggiunto, sono stati adottati i necessari provvedimenti e tutti i collaboratori hanno ricevuto quanto dovuto.

Un Ticino sempre meno svizzero?

Il quadro che emerge è preoccupante. Come preoccupanti sono le statistiche: il divario salariale del Ticino con il resto della Confederazione invece di diminuire si allarga. Nel 2002 lo stipendio mediano nel resto della Svizzera era del 18.4% più alto di quello ticinese. Nel 2012 questa differenza ha raggiunto il 21% e nel 2022 addirittura al 24%. Una tendenza che non può che destare interrogativi e inquietudini. Il salario minimo legale è troppo basso? La lotta al dumping può o deve essere più efficace? Se sì, in che modo?

Nell’immagine: il fragile castello di carte del lavoro precario (dal servizio della RSI)