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Il volume verrà presentato domenica 30 novembre, ore 17, al Teatro Sociale di Bellinzona
Ecco una nuova pubblicazione in grado di sorprendere sin dalla copertina. Autrice, titolo e sottotitolo come, insieme, non te li saresti probabilmente aspettati se non conosci bene la protagonista, Rosa Luxemburg (1871-1919), ebrea polacca naturalizzata tedesca: economista, politica, ma anche filosofa e scrittrice, tra le figure più importanti del marxismo in Germania e tra le più irriducibili interpreti di un socialismo rivoluzionario, in opposizione alle posizioni del Partito Socialdemocratico – che ha abbandonato solo nel 1917 – e del centralismo democratico.
Il volume contiene 20 lettere inviate a 8 diversi destinatari delle varie carceri in cui l’autrice era stata rinchiusa quasi senza sosta dal 1915 alla fine del 1918 poiché contraria all’entrata in guerra della Germania, sostenuta dal suo partito. Proprio da epistolografa Rosa Luxemburg rivela uno dei suoi talenti, quello della scrittura, che l’impegno politico e militante hanno messo in secondo piano. Di lettere dalla cella ne ha scritte migliaia: l’edizione berlinese del 1988, in 6 volumi, ne raccoglie oltre 2’700. Altre sono riemerse successivamente.
Ad accomunare gran parte dei testi, attentamente controllati dalla censura prima dell’invio, è il prevalere della dimensione privata. Compare, più volte, per esempio, la nostalgia affettuosa per la sua gatta: “Baci per me Mimi su entrambi gli occhietti, da me lo sopportava volentieri”, scrive nella prima lettera qui pubblicata; “Di Mimi sento solo lodi entusiastiche. Il gatto di qui è un mascalzone e caccia sempre i passeri”, leggiamo nella terza. Se i temi e gli àmbiti di un testo contribuiscono a determinarne lingua e stile, più facilmente laddove – come nella fattispecie – si parla (anche) di piante, fiori, uccelli, natura e volte celesti, la scrittura si fa più calibrata, accurata, letteraria.
Anche se non manca talvolta di accendersi politicamente, questo Un ardente desiderio di primavera (allusivo sin dal titolo) è da considerarsi un’opera letteraria. Lo precisano gli stessi curatori, Danilo Baratti e Patrizia Candolfi: “I temi politici sono poco presenti. Del resto, non è nostra intenzione muoverci su quel terreno: per una lettura politica di Rosa Luxemburg non mancano, anche in italiano, riferimenti vecchi e nuovi. Al centro di questo libro c’è il rapporto di Rosa con l’ambiente naturale che la circonda, e che entra, in un modo o nell’altro, fin nella cella (…). Il cielo è osservato intensamente dalla finestra o dal cortile. Gli uccelli svolazzano nei dintorni, ma a volte anche dentro, e si stabilisce, tra loro e chi li osserva e accudisce, una stretta relazione. Le piante spesso sono fisicamente in prigione, a volte essiccate e incasellate nell’erbario che Luxemburg ha ripreso a curare, a fasi alterne, in questi anni”.
Erbario – di cui si parla esplicitamente in alcune delle lettere qui ripubblicate – che Rosa definisce frutto di una “mania” sfociata in 17 quaderni, parzialmente realizzati in prigione e completati da un diciottesimo di appunti, che confermano la sua passione per la botanica. In alcuni dei penitenziarî in cui era stata rinchiusa le condizioni di detenzione erano migliori dandole la possibilità di passeggiare all’aperto, nel cortile o nel giardino “dove prosperano un paio di arbusti e rigogliose erbacce per la gioia mia e delle galline”. Proprio quando le condizioni di detenzione erano migliori la prigioniera riduceva la propria attività di raccolta e classificazione, limitandosi a osservare ciò che la circondava e a scriverne.
Oggi l’intero erbario è conservato e accessibile nell’Archivio di Stato di Varsavia. La parte finale del libro, anche graficamente molto curato dalle Edizioni Casagrande di Bellinzona, ne riproduce sedici fogli originali annotati dal biologo Nicola Schoenenberger, direttore del Giardino botanico di Ginevra, al quale dobbiamo anche il testo finale, Flora carceraria. Di lui invito a leggere il delizioso volume sulla flora del Sentiero di Gandria edito lo scorso anno.
La traduzione delle singole lettere – annotate con grande cura da Candolfi e Baratti – ne conferma il valore letterario, dimensione che cresce lungo il percorso. Attenzione, nulla di consolatorio: “Non perché io, come tanti politici interiormente falliti, trovi nella natura un rifugio, un luogo di riposo. Al contrario anche nella natura trovo a ogni passo tanta crudeltà che ne soffro molto”.
Di Rosa Luxemburg emergono, accanto alla sensibilità e all’attenzione nei confronti dell’interlocutore, l’ironia e l’autoironia. Ancora sulla sua passione per la botanica e gli erbari, il 18 settembre 1915 scrive all’amica Louise Kautsky: “Così io devo sempre avere qualche cosa che mi prenda dalla testa ai piedi, per quanto poco ciò convenga a una persona seria dalla quale – per sua sfortuna – ci si aspetta sempre qualcosa di intelligente. Anche tu, carissima, non vuoi sentir nulla della mia felicità in un cantuccio, e per questo mi prendi soltanto in giro. Ma io devo pur avere qualcuno che mi crede se dico che soltanto per una svista io giro nel turbine della storia mondiale, ma in realtà sono nata per fare la guardiana di oche”.
Ancora a Louise Kautsky, che si preoccupa, un anno e mezzo più tardi, in piena guerra, dei destini del mondo, il 26 gennaio 1917: “A te adesso è proprio passato da un pezzo il piacere per la musica come per tutte le altre cose, la tua testa è piena di preoccupazioni per la storia mondiale dove tutto va storto, e il tuo cuore pieno di sospiri per l’abiezione di Scheidemann e compagni. E tutti quelli che mi scrivono gemono e sospirano allo stesso modo. Trovo che non ci sia niente di più ridicolo. Non capisci che il disastro generale è troppo grande per piangerci sopra? Io posso affliggermi se mi si ammala Mimi o se a te manca qualcosa. Ma quando il mondo intero esce dai cardini, allora cerco solo di capire cosa e perché succede, e così ho fatto il mio dovere e sono di nuovo tranquilla e di buon umore (…). Questo lasciarsi prendere completamente dalla miseria del giorno mi è incomprensibile e insopportabile”.
Rosa paragona, in questa stessa lettera, la situazione di quel momento a quanto aveva vissuto Goethe negli anni della Rivoluzione francese “che, vista da vicino, dava sicuramente l’impressione di una farsa sanguinosa e del tutto insensata (…) dove il mondo sembrava un manicomio fuori controllo”. Eppure, aggiunge, egli continuava a studiare le piante, la teoria dei colori, e a scrivere. “Non pretendo che tu scriva poesie come Goethe, ma la sua concezione della vita, l’universalismo degli interessi, l’armonia interna – ognuno può procurarsela o almeno perseguirla. E se tu mi dici: ma Goethe non era un militante politico, io penso un militante deve soprattutto cercare di stare ben al di sopra delle cose, altrimenti va a sprofondare col naso in ogni pozzanghera – naturalmente penso a un militante di grande levatura, non a una banderuola del calibro dei “grandi uomini” della vostra tavolata” (riferendosi ai vertici della SPD riuniti attorno a Friedrich Ebert e Philipp Scheidemann, che in uno scritto di quei mesi, e sotto pseudonimo, la Luxemburg definì, con accenti ben diversi da quelli di questo epistolario, “un mucchio di marciume organizzato”.
Il confronto tra posizioni politiche diverse si fa ancora più esplicito in una lettera alla militante socialdemocratica Mathilde Wurm del 16 febbraio 1917, tra le più significative del libro. Una lezione politica e umana impartita alla sua interlocutrice, dai fortissimi connotati pedagogici e metaforici: “Che tu ora non abbia tempo o testa se non per una sola questione e cioè le carenze del partito, è penoso, perché questa unilateralità intorbida anche il giudizio politico e soprattutto perché bisogna sempre vivere pienamente come essere umano”. Riferendosi a un libro che la Wurm le aveva inviato, Rosa lo definisce “robaccia” e aggiunge: “Che cosa vuoi dire con le sofferenze speciali degli ebrei? Le giovani vittime delle piantagioni di gomma a Putumayo, i neri in Africa con i cui corpi gli europei giocano a palla prigioniera, mi sono altrettanto vicini (…)”. Nella Luxemburg echeggia “il rantolo dei moribondi e il grido folle degli assetati” descritto in un rapporto dello Stato maggiore tedesco durante una spedizione nel Kalahari. Lei, di famiglia ebrea, aggiunge: “Questo “sublime silenzio dell’infinito”, in cui così tante grida si spengono inascoltate, risuona in me così forte che non mi rimane nel cuore nessun angolino speciale per il ghetto: mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nuvole e uccelli e lacrime umane”.
Insomma, lotta rivoluzionaria e amore per la natura vanno di pari passo: la sofferenza e l’angoscia provate da Rosa Luxemburg osservando, dalla finestra, una coppia di allodole crestate che cercano di trovare qualche boccone per il loro piccolo, sono uguali a quelle che prova per tutte le creature e per tutti mali del mondo. “Anche lei” scrive a Sophie Liebknecht nella lettera conclusiva, datata 12 maggio 1918 “fa parte di questi uccelli e creature per le quali io vibro interiormente da lontano. Sento come soffre per il fatto che gli anni passano irrimediabilmente senza che si “viva” davvero. Ma pazienza e coraggio! Vivremo ancora e vedremo grandi cose. Ora cominciamo a vedere che tutto un vecchio mondo affonda, ogni giorno un pezzetto, una nuova scivolata, una nuova enorme caduta… E la cosa più buffa è che la maggior parte delle persone non se ne accorge nemmeno e crede di camminare ancora su un terreno solido…”.
Nell’immagine: murale lungo la via che è stata intitolata a Rosa Luxemburg a Francoforte sul Meno