“Cose che capitano”

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

Editoriale del Washington Post

Il governo degli Stati Uniti spesso promuove i propri interessi nazionali collaborando con persone sgradevoli, e il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman è uno dei più sgradevoli. Una cosa è, per quanto deplorevole, trattare con lui con riluttanza. La performance del presidente Donald Trump alla Casa Bianca martedì è stata tutta un’altra cosa: debole, grossolana e priva di alcun vantaggio strategico per l’America.

Durante l’incontro con il leader saudita, Trump ha parlato con i giornalisti nello Studio Ovale, come fa spesso. Un giornalista ha chiesto dell’omicidio di Jamal Khashoggi, collaboratore del Post, nell’ottobre 2018. “A molte persone non piaceva quel signore di cui parlate”, ha risposto il presidente. “Che vi piacesse o meno, sono cose che succedono”. E ha aggiunto che il principe ereditario “non ne sapeva nulla”.

Queste distorsioni disonorano l’eredità di Khashoggi, sono in contrasto con i fatti e sono indegne della carica di presidente.

Esiliato in Virginia, Khashoggi ha scritto su queste pagine della repressione del regime saudita in patria e della sua sconsideratezza all’estero. Questo ha dato fastidio a Mohammed. Quindi, secondo le conclusioni della CIA nel 2018, il principe ereditario ha ordinato l’assassinio di Khashoggi. Quest’ultimo è stato attirato nel consolato saudita a Istanbul, dove una squadra di sicari, tra cui membri della scorta personale di Mohammed, lo ha smembrato con una sega per ossa.

Mohammed, martedì alla Casa Bianca per la prima volta dal 2018, ha ammesso l’omicidio ma ha negato ogni responsabilità. “Abbiamo migliorato il nostro sistema per assicurarci che nulla di simile accada più”, ha detto. “È doloroso ed è un errore enorme. Stiamo facendo del nostro meglio affinché non si ripeta”. Questa risposta è stata offensiva e insufficiente, ma in qualche modo migliore di quella di Trump.

Durante l’apparizione congiunta, Trump ha definito Mohammed “una delle persone più rispettate al mondo” e ha detto che parlano al telefono a tutte le ore. Trump ha anche rimproverato un giornalista della ABC News per aver chiesto a Mohammed di Khashoggi. L’ha definita “una domanda orribile, insubordinata e semplicemente terribile”. Ha aggiunto che alla rete “dovrebbe essere revocata la licenza”.

La realtà è che, mentre Trump sostiene la pace attraverso la forza, non ha mostrato altro che debolezza. Senza dubbio altri dittatori ne hanno preso nota. Legittimare e difendere Mohammed in questo modo incoraggerà lui e i suoi simili a maltrattare non solo i giornalisti, ma qualsiasi americano, sapendo che probabilmente non subiranno conseguenze reali.

Trump ha una politica estera non convenzionale che può portare a risultati inaspettati. Si veda Gaza. Ma è possibile proteggere gli interessi degli Stati Uniti senza insultare la memoria di Khashoggi. Sarebbe più efficace garantire che qualcuno come Mohammed sia ritenuto responsabile, capisca chi è il partner più potente nella relazione e torni a chiedere perdono, invece di essere accolto senza conseguenze con una guardia d’onore di cavalli neri, trombettieri e jet da combattimento.

Il rapporto con l’Arabia Saudita produce ancora alcuni benefici, ma anche in un mondo complicato, un presidente americano dovrebbe essere in grado di rispettare l’eredità di Khashoggi mentre conduce la complessa attività di governo. Dimenticare la brutalità di Mohammed e gli avvertimenti di Khashoggi è una scelta, e Trump ha fatto quella sbagliata.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Hatice Cengiz posa accanto a un ritratto del suo fidanzato assassinato Jamal Khashoggi al National Mall nell’ottobre 2021


Rosa Luxemburg e il desiderio di primavera

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

Il volume verrà presentato domenica 30 novembre, ore 17, al Teatro Sociale di Bellinzona

Ecco una nuova pubblicazione in grado di sorprendere sin dalla copertina. Autrice, titolo e sottotitolo come, insieme, non te li saresti probabilmente aspettati se non conosci bene la protagonista, Rosa Luxemburg (1871-1919), ebrea polacca  naturalizzata tedesca: economista, politica, ma anche filosofa e scrittrice, tra le figure più importanti del marxismo in Germania e tra le più irriducibili interpreti di un socialismo rivoluzionario, in opposizione alle posizioni del Partito Socialdemocratico – che ha abbandonato solo nel 1917 – e del centralismo democratico.

Il volume contiene 20 lettere inviate a 8 diversi destinatari delle varie carceri in cui l’autrice era stata rinchiusa quasi senza sosta dal 1915 alla fine del 1918 poiché contraria all’entrata in guerra della Germania, sostenuta dal suo partito. Proprio da epistolografa Rosa Luxemburg rivela uno dei suoi talenti, quello della scrittura, che l’impegno politico e militante hanno messo in secondo piano. Di lettere dalla cella ne ha scritte migliaia: l’edizione berlinese del 1988, in 6 volumi, ne raccoglie oltre 2’700. Altre sono riemerse successivamente.

Ad accomunare gran parte dei testi, attentamente controllati dalla censura prima dell’invio, è il prevalere della dimensione privata. Compare, più volte, per esempio, la nostalgia affettuosa per la sua gatta: “Baci per me Mimi su entrambi gli occhietti, da me lo sopportava volentieri”, scrive nella prima lettera qui pubblicata; “Di Mimi sento solo lodi entusiastiche. Il gatto di qui è un mascalzone e caccia sempre i passeri”, leggiamo nella terza. Se i temi e gli àmbiti di un testo contribuiscono a determinarne lingua e stile, più facilmente laddove – come nella fattispecie – si parla (anche) di piante, fiori, uccelli, natura e volte celesti, la scrittura si fa più calibrata, accurata, letteraria.

Anche se non manca talvolta di accendersi politicamente, questo Un ardente desiderio di primavera (allusivo sin dal titolo) è da considerarsi un’opera letteraria. Lo precisano gli stessi curatori, Danilo Baratti e Patrizia Candolfi: “I temi politici sono poco presenti. Del resto, non è nostra intenzione muoverci su quel terreno: per una lettura politica di Rosa Luxemburg non mancano, anche in italiano, riferimenti vecchi e nuovi. Al centro di questo libro c’è il rapporto di Rosa con l’ambiente naturale che la circonda, e che entra, in un modo o nell’altro, fin nella cella (…). Il cielo è osservato intensamente dalla finestra o dal cortile. Gli uccelli svolazzano nei dintorni, ma a volte anche dentro, e si stabilisce, tra loro e chi li osserva e accudisce, una stretta relazione. Le piante spesso sono fisicamente in prigione, a volte essiccate e incasellate nell’erbario che Luxemburg ha ripreso a curare, a fasi alterne, in questi anni”.

Erbario – di cui si parla esplicitamente in alcune delle lettere qui ripubblicate – che Rosa definisce frutto di una “mania” sfociata in 17 quaderni, parzialmente realizzati in prigione e completati da un diciottesimo di appunti, che confermano la sua passione per la botanica. In alcuni dei penitenziarî in cui era stata rinchiusa le condizioni di detenzione erano migliori dandole la possibilità di passeggiare all’aperto, nel cortile o nel giardino “dove prosperano un paio di arbusti e rigogliose erbacce per la gioia mia e delle galline”. Proprio quando le condizioni di detenzione erano migliori la prigioniera riduceva la propria attività di raccolta e classificazione, limitandosi a osservare ciò che la circondava e a scriverne.

Oggi l’intero erbario è conservato e accessibile nell’Archivio di Stato di Varsavia. La parte finale del libro, anche graficamente molto curato dalle Edizioni Casagrande di Bellinzona, ne riproduce sedici fogli originali annotati dal biologo Nicola Schoenenberger, direttore del Giardino botanico di Ginevra, al quale dobbiamo anche il testo finale, Flora carceraria. Di lui invito a leggere il delizioso volume sulla flora del Sentiero di Gandria edito lo scorso anno.

La traduzione delle singole lettere – annotate con grande cura da Candolfi e Baratti – ne conferma il valore letterario, dimensione che cresce lungo il percorso. Attenzione, nulla di consolatorio: “Non perché io, come tanti politici interiormente falliti, trovi nella natura un rifugio, un luogo di riposo. Al contrario anche nella natura trovo a ogni passo tanta crudeltà che ne soffro molto”.

Di Rosa Luxemburg emergono, accanto alla sensibilità e all’attenzione nei confronti dell’interlocutore, l’ironia e l’autoironia. Ancora sulla sua passione per la botanica e gli erbari, il 18 settembre 1915 scrive all’amica Louise Kautsky: “Così io devo sempre avere qualche cosa che mi prenda dalla testa ai piedi, per quanto poco ciò convenga a una persona seria dalla quale – per sua sfortuna – ci si aspetta sempre qualcosa di intelligente. Anche tu, carissima, non vuoi sentir nulla della mia felicità in un cantuccio, e per questo mi prendi soltanto in giro. Ma io devo pur avere qualcuno che mi crede se dico che soltanto per una svista io giro nel turbine della storia mondiale, ma in realtà sono nata per fare la guardiana di oche”.

Ancora a Louise Kautsky, che si preoccupa, un anno e mezzo più tardi, in piena guerra, dei destini del mondo, il 26 gennaio 1917: “A te adesso è proprio passato da un pezzo il piacere per la musica come per tutte le altre cose, la tua testa è piena di preoccupazioni per la storia mondiale dove tutto va storto, e il tuo cuore pieno di sospiri per l’abiezione di Scheidemann e compagni. E tutti quelli che mi scrivono gemono e sospirano allo stesso modo. Trovo che non ci sia niente di più ridicolo. Non capisci che il disastro generale è troppo grande per piangerci sopra? Io posso affliggermi se mi si ammala Mimi o se a te manca qualcosa. Ma quando il mondo intero esce dai cardini, allora cerco solo di capire cosa e perché succede, e così ho fatto il mio dovere e sono di nuovo tranquilla e di buon umore (…). Questo lasciarsi prendere completamente dalla miseria del giorno mi è incomprensibile e insopportabile”.

Rosa paragona, in questa stessa lettera, la situazione di quel momento a quanto aveva vissuto Goethe negli anni della Rivoluzione francese “che, vista da vicino, dava sicuramente l’impressione di una farsa sanguinosa e del tutto insensata (…) dove il mondo sembrava un manicomio fuori controllo”. Eppure, aggiunge, egli continuava a studiare le piante, la teoria dei colori, e a scrivere. “Non pretendo che tu scriva poesie come Goethe, ma la sua concezione della vita, l’universalismo degli interessi, l’armonia interna – ognuno può procurarsela o almeno perseguirla. E se tu mi dici: ma Goethe non era un militante politico, io penso un militante deve soprattutto cercare di stare ben al di sopra delle cose, altrimenti va a sprofondare col naso in ogni pozzanghera – naturalmente penso a un militante di grande levatura, non a una banderuola del calibro dei “grandi uomini” della vostra tavolata” (riferendosi ai vertici della SPD riuniti attorno a Friedrich Ebert e Philipp Scheidemann, che in uno scritto di quei mesi, e sotto pseudonimo, la Luxemburg definì, con accenti ben diversi da quelli di questo epistolario, “un mucchio di marciume organizzato”.

Il confronto tra posizioni politiche diverse si fa ancora più esplicito in una lettera alla militante socialdemocratica Mathilde Wurm del 16 febbraio 1917, tra le più significative del libro. Una lezione politica e umana impartita alla sua interlocutrice, dai fortissimi connotati pedagogici e metaforici: “Che tu ora non abbia tempo o testa se non per una sola questione e cioè le carenze del partito, è penoso, perché questa unilateralità intorbida anche il giudizio politico e soprattutto perché bisogna sempre vivere pienamente come essere umano”. Riferendosi a un libro che la Wurm le aveva inviato, Rosa lo definisce “robaccia” e aggiunge: “Che cosa vuoi dire con le sofferenze speciali degli ebrei? Le giovani vittime delle piantagioni di gomma a Putumayo, i neri in Africa con i cui corpi gli europei giocano a palla prigioniera, mi sono altrettanto vicini (…)”. Nella Luxemburg echeggia “il rantolo dei moribondi e il grido folle degli assetati” descritto in un rapporto dello Stato maggiore tedesco durante una spedizione nel Kalahari. Lei, di famiglia ebrea, aggiunge: “Questo “sublime silenzio dell’infinito”, in cui così tante grida si spengono inascoltate, risuona in me così forte che non mi rimane nel cuore nessun angolino speciale per il ghetto: mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nuvole e uccelli e lacrime umane”.

Insomma, lotta rivoluzionaria e amore per la natura vanno di pari passo: la sofferenza e l’angoscia provate da Rosa Luxemburg osservando, dalla finestra, una coppia di allodole crestate che cercano di trovare qualche boccone per il loro piccolo, sono uguali a quelle che prova per tutte le creature e per tutti mali del mondo. “Anche lei” scrive a Sophie Liebknecht nella lettera conclusiva, datata 12 maggio 1918 “fa parte di questi uccelli e creature per le quali io vibro interiormente da lontano. Sento come soffre per il fatto che gli anni passano irrimediabilmente senza che si “viva” davvero. Ma pazienza e coraggio! Vivremo ancora e vedremo grandi cose. Ora cominciamo a vedere che tutto un vecchio mondo affonda, ogni giorno un pezzetto, una nuova scivolata, una nuova enorme caduta… E la cosa più buffa è che la maggior parte delle persone non se ne accorge nemmeno e crede di camminare ancora su un terreno solido…”.

Nell’immagine: murale lungo la via che è stata intitolata a Rosa Luxemburg a Francoforte sul Meno


Un piano Usa-Russia per la fine della guerra, ma Zelensky dice no

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

Di Sabato Angieri, il manifesto

L’ennesimo bombardamento russo su larga scala ha seminato il terrore in Ucraina occidentale provocando almeno 25 morti (tra cui 3 bambini), oltre 120 feriti e distruggendo diverse infrastrutture energetiche. L’area più colpita è quella di Ternopil, ma si registrano danni anche a Ivano-Frankivsk e a Leopoli, a poca distanza dalla frontiera Polacca. Varsavia infatti ha fatto alzare in volo i suoi caccia e ha messo in stato d’allerta i presidi nei pressi del confine orientale. Intanto Axios rivela che Stati uniti e Russia hanno lavorato in segreto per costruire una proposta sulla fine della guerra in Ucraina, «sul modello di quella per Gaza». Un piano di pace in 28 punti basato su 4 pilastri: condizioni per il cessate il fuoco, garanzie di sicurezza per Kiev, sicurezza in Europa e future relazioni bilaterali tra Washington e i due belligeranti. Ma, nonostante tutta la preparazione, si sa già che la proposta non è piaciuta a Zelensky, che ieri si è rifiutato di incontrare l’inviato statunitense Steve Witkoff in Turchia come invece era previsto. E l’arrivo a Kiev del segretario dell’esercito a stelle e strisce Dan Driscoll e del capo di Stato Maggiore, il generale Randy George, serve probabilmente per provare a convincere il presidente ucraino ad ammorbidire la sua posizione.

IL PARALLELISMO non è nuovo e non deve stupire. La guerra continua il suo corso finché non finisce e la diplomazia si muove nell’ombra. Nonostante la spettacolarizzazione imposta da Donald Trump agli incontri alla Casa bianca. Dallo scoop di Axios si evince che l’ultima visita negli Usa dell’inviato speciale del Cremlino, Kirill Dmitriev, in realtà è stata importantissima. Era il 25 ottobre, la settimana in cui il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri Sergei Lavrov si sono sentiti al telefono e non si sono incontrati, come invece avrebbe dovuto essere (il che, si ipotizza, ha fatto precipitare la benevolenza di Putin nei confronti del suo ministro) e il vertice tra Trump e Putin a Budapest è saltato. «È ancora possibile arrivare a un accordo con la Russia, ma solo se gli interessi russi vengono rispettati» aveva dichiarato Dmitriev. Oggi sembra che l’auspicio espresso dall’uomo di Putin all’atterraggio sul suolo Usa si sia avverato, probabilmente in incontri con «rappresentanti di alto livello» dell’amministrazione Trump a Miami. Fonti stampa riferiscono che ieri Dmitriev avrebbe detto «sentiamo che la posizione russa viene davvero ascoltata» e «si tratta di un quadro molto più ampio, che sostanzialmente dice: ‘Come possiamo finalmente portare una sicurezza duratura in Europa, non solo in Ucraina». Il che, oltre a farci sperare per l’ennesima volta sulla fine delle ostilità in Ucraina, dovrebbe preoccuparci molto perché è della nostra sicurezza che si parla. A nostra insaputa.

IL PROSSIMO PASSO dovrebbe essere la scrittura di un documento, sotto forma di memorandum, propedeutico all’incontro tra Trump e Putin. Nel frattempo, afferma la fonte di Axios, avvalorata dal Wall street journal, «la Casa Bianca ha iniziato a informare i funzionari ucraini ed europei sul nuovo piano», che dovrebbe chiedere a Kiev la cessione dei territori del Donbass, anche di quelli non controllati dai soldati russi, la riconsegna delle armi a lungo raggio e il ridimensionamento dell’esercito. Usa e altri Paesi riconoscerebbero inoltre Donbass e Crimea come russe, ma l’Ucraina non sarebbe costretta a farlo. In cambio Zelensky riceverebbe non meglio specificate garanzie di sicurezza direttamente dagli Usa. In sostanza, si accetterebbero così tutte le richieste russe. In un’intervista rilasciata ieri a Channel 24, il capo dell’intelligence militare (Gur), Kyrylo Budanov, ha dichiarato che una possibile svolta del conflitto si potrebbe avere «intorno a metà febbraio 2026». Intanto ieri Zelensky in Turchia ha incontrato il presidente Recep Erdogan, il quale ha «sottolineato la necessità di proseguire il processo di Istanbul con un approccio pragmatico e orientato ai risultati». «Confidiamo nella forza della diplomazia turca e nella sua comprensibilità a Mosca» ha risposto Zelensky, che invoca «la ripresa degli scambi di prigionieri entro la fine dell’anno».

A SERA IN UCRAINA occidentale si scavava ancora sotto le macerie di Ternopil per cercare i dispersi. Secondo quanto riferito dall’aeronautica militare di Zelensky, la Russia ha lanciato 476 droni e 48 missili contro 14 località differenti provocando «ingenti danni alle infrastrutture e interruzioni di corrente di emergenza». Anche Kharkiv è stata colpita, per il terzo giorno di fila, stavolta senza vittime ma con 50 feriti circa. Vitaly Zaichenko, direttore di Ukrenergo (l’operatore statale dell’energia elettrico) ha affermato che «la Russia sta lanciando ondate di attacchi partendo dall’est, per poi colpire il centro e infine la parte occidentale dell’Ucraina». Quest’inverno potrebbe essere il primo in cui anche la parte occidentale del Paese subirà interruzioni dell’erogazione di elettricità per stabilizzare la rete. Kiev ha fatto sapere che solleverà la questione degli attacchi nella riunione odierna del Consiglio di sicurezza dell’Onu, mentre il ministero della Difesa di Mosca smentisce le accuse sostenendo che si è trattato di una «risposta agli attacchi ucraini degli ultimi giorni» e che sono stati colpiti «obiettivi del complesso militare-industriale e dell’energia che ne garantivano il funzionamento, nonché depositi di droni a lungo raggio».

Nell’immagine: soccorritori lavorano sul luogo di un edificio residenziale colpito da un missile russo a Ternopil


Scuola: sullo stress dei nostri giovani

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

Si parla ancora dello stress dei nostri giovani e giovanissimi. Ha scritto Simonetta Caratti su laRegione: «Attacchi di panico, ansia, autolesionismo, depressione e abuso di psicofarmaci: un malessere silenzioso sta travolgendo sempre più giovani. Ragazzi e ragazze che si sentono disorientati, incapaci di immaginare il proprio futuro. Non sempre sanno dare un nome al dolore che provano, ma quel disagio è reale, profondo, e cresce nell’indifferenza di una società che continua a premiare la performance, l’immagine, la perfezione».

I produttori di stress sono numerosi e variegati, spesso presi sottogamba e a volte neppure distinti con chiarezza. Alcuni potrebbero anche essere controllati. È il caso dei telefonini, sempre più spesso presi di mira e colpevolizzati, quasi fossero dotati di vita propria, un po’ come le mostruose creature protagoniste di Alien, il film cult di Ridley Scott del 1979. Si tenta così di combattere questo presunto nemico con minacce e divieti. I genitori alzano le barricate e invocano il pugno di ferro istituzionale; sono probabilmente gli stessi genitori che gliel’hanno comprato, il mostro, e l’alimentano giorno dopo giorno: cibi costosi, gli abbonamenti.

Il Centro ha lanciato l’iniziativa «Smartphone: a scuola no!», che dovrebbe concludersi in questi giorni. Il successo è certo. Ed è altrettanto certo che ogni divieto rappresenta un fallimento dell’educazione. Il filosofo e pedagogista americano John Dewey, tra i fondatori della scuola attiva, riteneva che l’educazione non può poggiare su imposizioni o proibizioni – soprattutto quando non si sa più che pesci pigliare – ma su esperienze che permettano di sviluppare autonomia e responsabilità.

Tant’è: la stessa Simonetta Caratti ha titolato il suo Commento Pausa digitale anche per gli adulti. E precisa: «Le cause sono molteplici: pressioni scolastiche, genitori stressati o assenti, modelli di successo irraggiungibili». Sui genitori stressati o assenti potremmo disquisire a lungo. È un mantra che dura da anni, che insinua sottilmente una colpevole assenza. Ci saranno anche le assenze colpevoli, ma ho conosciuto tante situazioni in cui le colpe erano altrove, ad esempio in salari inadeguati che obbligano tante coppie a non poter scegliere tra i figli e la gestione finanziaria della famiglia, nella necessità di arrivare a fine mese, di frequente col fiatone. Così, molti genitori sono costretti a lasciare i figli agli asili-nido, poi alla scuola, al doposcuola, alle colonie, ai parenti lontani: non sempre senza costi – a parte l’alto costo di crescere senza una mamma e/o un papà.

La scuola non sempre è in grado di percepire appieno queste situazioni, che sono presenti in maniera significativa. Basterebbe un minimo di empatia, anche da parte degli insegnanti e di chi detta i programmi di studio, le regole di valutazione, i compiti e lo studio a casa, per capire che il problema non è nelle famiglie, ma è radicato nel contesto sociale, economico e culturale di questo sfigato Cantone.

Sì, la scuola è una grande fabbrica di stress. In un articolo su Naufraghi/e di un anno fa (La scuola non è il Golgota) avevo commentato di una di quelle valutazioni internazionali che, a volte, contribuiscono a indirizzare le politiche scolastiche dei paesi che vi aderiscono. Quell’anno in cima alle classifiche c’erano Singapore e la Finlandia, due paesi con livelli analoghi ma percorsi assai diversi per raggiungerli. I giovani singaporiani – scrivevo – pagano un prezzo molto alto per un sistema così orientato al rendimento: mancanza di sonno, problemi di attenzione, pensieri confusi, che talvolta sfociano nel peggio. Ogni anno alcuni studenti si tolgono la vita per disperazione.

In Finlandia, invece, le giornate scolastiche sono più brevi che in quasi tutti gli altri Paesi: 4-6 ore al giorno, con una settimana di 5 giorni. Gli alunni dedicano inoltre poco tempo ai compiti a casa: 10-20 minuti al giorno. In questo modo non si penalizzano i bambini privi di supporto familiare e non ne risentono né il sonno né le prestazioni cognitive.

La conclusione, oggi come ieri, è una sola. Come diceva don Lorenzo Milani, «La scuola ha un problema solo, i ragazzi che perde». Eppure si insiste. Qua e là sembra addirittura un accanimento. Quando un insegnante non boccia nessuno si dice che è di manica larga, inattendibile sul piano del valore di ogni allievo/a. Quegli altri incutono terrore, nel loro istituto sono più famosi – che so? – di un centravanti ceduto ai club arabi. È quello che alimenta la statistica dei ragazzi e delle ragazze che la scuola perde per strada, a essere buoni un 10%. Ma una scuola senza i primi della classe e quelli che ci lasciano le penne, secondo taluni che scuola sarebbe?


La giustizia ambientale è necessaria: perché serve l’Iniziativa per il Futuro

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

La crisi climatica non è più un rischio futuro, una lontana e astratta eventualità. Vi sono ampie e provate evidenze empiriche che provano che il cambiamento sta avvenendo a ritmi preoccupanti: aumento della temperatura media a livello globale; ritiro dei ghiacciai continentali e dei ghiacci polari; aumento del livello dei mari; ciclo idrologico sempre più intenso (alluvioni e siccità). In questo mutato e mutante contesto, la Svizzera diventerà più calda e più asciutta, avrà meno neve e in futuro le piogge saranno più forti: a queste conclusioni sono giunti i climatologi dell’Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera e del Politecnico federale di Zurigo.

Ma la crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo.

Le persone con redditi bassi o in condizioni precarie sono le più esposte: vivono in abitazioni meno isolate, spesso lavorano all’aperto, dispongono di meno mezzi per proteggersi da ondate di calore e catastrofi naturali. Chi invece contribuisce maggiormente alla crisi, i super-ricchi, dispone dei capitali per proteggersi dalle conseguenze. È qui che la questione climatica diventa una questione di giustizia sociale. Un’analisi del Tages-Anzeiger del 2023, ispirata ai lavori del World Inequality Lab, stima che l’1% più ricco della popolazione svizzera generi circa 195 tonnellate di CO₂ pro capite l’anno, contro una media di 9 tonnellate per le fasce più modeste. La stima include non solo i consumi e gli stili di vita personali, ma anche le emissioni indirette legate agli investimenti finanziari, che pesano in modo decisivo sull’impronta ecologica dei grandi patrimoni.

L’Iniziativa per il Futuro non tocca il diritto di trasmettere il proprio patrimonio, né le successioni normali o le imprese familiari. Prevede un’imposta solo sulla parte eccedente i 50 milioni di franchi – ossia sulla quota più alta delle fortune più grandi. Non si tassa la successione, ma la sproporzione. In Svizzera, lo 0,05% dei e delle contribuenti – circa 2’500 persone – possiede patrimoni superiori ai 50 milioni di franchi. Per il restante 99,95% delle famiglie e imprese, l’iniziativa non cambia nulla. E anche per le grandi fortune coinvolte, la parte tassata riguarda solo la frazione più alta dell’eredità. In pratica, un’eredità di 55 milioni verrebbe tassata solo sui 5 milioni che superano la franchigia, cioè 2,5 milioni. Le entrate, stimate tra 4 e 6 miliardi di franchi all’anno, sarebbero destinate interamente a misure di protezione del clima socialmente giuste: ristrutturazioni energetiche, mobilità sostenibile, formazione e occupazione verde, rafforzamento dei servizi pubblici. E questo in risposta a chi dice che a pagare la transizione ecologica sono le classi medie e inferiori.

L’idea di tassare le grandi eredità non nasce da pulsioni o ideologie egualitarie recenti, ma affonda le radici nel pensiero liberale. Già Knut Wicksell e John Stuart Mill sostenevano che la ricchezza ereditata non fosse un diritto naturale, bensì una fonte d’ingiustizia: tassarla significava riequilibrare la società e garantire pari opportunità tra le generazioni. Dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale, molti Paesi fecero propria questa visione e la tassazione patrimoniale rimase per decenni una componente normale di un sistema fiscale più equo. Il filo conduttore era chiaro: rompere le dinastie economiche e finanziare il welfare.

Oggi economisti come Thomas Piketty, Josef Stiglitz, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman rilanciano quella tradizione: propongono imposte progressive sulla ricchezza e sulle successioni come strumenti di democrazia economica, di redistribuzione della ricchezza come creazione collettiva, per evitare che il capitalismo diventi ereditarietà di pochi e disuguaglianza per molti.

L’Iniziativa per il Futuro è perfettamente in linea con questa nuova generazione di pensiero: unisce giustizia fiscale e giustizia climatica.

In Svizzera, le imposte patrimoniali e di successione sono state progressivamente ridimensionate dagli anni Novanta: per ogni franco ereditato, si pagano oggi appena 1,4 centesimi d’imposta, contro i 4,1 centesimi del 1990. Questo ha favorito la concentrazione di ricchezza e indebolito le finanze pubbliche. Sotto il profilo della distribuzione patrimoniale siamo il Paese al mondo con il tasso più elevato di disuguaglianza.

Dall’evidenza internazionale, l’idea degli oppositori secondo cui “una grande imposta di successione uccida tutte le PMI familiari” non è affatto una certezza, ma dipende fortemente dal disegno legislativo che può prevedere tutti quegli accorgimenti normativi, peraltro in parte già presenti, volti a preservare, esentandole, le attività imprenditoriali virtuose, quelle che garantiscono la continuità produttiva e occupazionale.

Come ha ricordato di recente il Financial Times, il mondo si trova di fronte a un dilemma: mentre i Paesi faticano ad adattarsi ai nuovi costi della crisi climatica, mancano le risorse per farlo. In Svizzera, la Confederazione investe appena due miliardi l’anno nella protezione del clima, mentre ne servirebbero almeno undici per raggiungere gli obiettivi – già modesti – fissati per il 2050. Il Consiglio federale, invece, propone tagli, persegue una politica austeritaria che mina le basi stesse di quella economia che dice voler sostenere.

L’Iniziativa per il Futuro ribalta questa logica suicida: finanziare la transizione ecologica chiamando alla responsabilità chi più contribuisce alla distruzione del clima e alle disuguaglianze. La capacità di un Paese di garantire sicurezza ambientale e qualità di vita sarà sempre più un fattore chiave di attrattività territoriale. Non è la corsa al ribasso fiscale a trattenere talenti e investimenti, ma la stabilità, la salute pubblica e la bellezza del paesaggio. Insomma, è sull’attrattività ambientale che si gioca il futuro.

Non può esserci giustizia climatica senza giustizia sociale. E perché un futuro vivibile non si eredita: si costruisce insieme.


Perché facciamo meno figli?

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

Da tvsvizzera.it

Nel 2024 in Svizzera sono nati 78’800 bambini, dato che porta il tasso di fecondità nazionale a 1,29 figli per donna, il più basso dal 1940, e getta il Paese in una crisi demografica senza precedenti. Fanalino di coda, a livello cantonale, Basilea Città, con un tasso di 1,09, il Ticino e i Grigioni seguono a ruota rispettivamente con 1,16 e 1,22.

Perché si verifica questa decrescita? Quali sono le cause? Quali le possibili soluzioni? Il programma radiofonico Modem della Rdiotelevisione della Svizzera italiana RSI ha cercato di rispondere a questi interrogativi interpellando diversi esperti.

Una tendenza ampiamente diffusa nel mondo occidentale e non

Il fenomeno non è isolato. Giuseppe Cappellari, economista di Demografik, sottolinea che “dal 1971-72 la Svizzera è sotto il tasso ottimale di fertilità” e simili tendenze si osservano in molti Stati industrializzati e in via di sviluppo. Circa due terzi dei Paesi del mondo si posiziona, infatti, sotto questa soglia, posta a 2,1 bambini per donna.

Le cause di questo calo sono molteplici e intrecciate. Ivano Dandrea, membro del comitato di Coscienza Svizzera, parla di “un’angoscia verso il futuro” diffusa tra i giovani e una minore disponibilità a fare sacrifici per avere figli. Tiziana Marcon, pedagogista e responsabile di Progetto Genitori, pone invece l’accento sulle difficoltà di conciliare carriera e famiglia, specialmente per le coppie prive di una rete di supporto familiare o sociale, come nidi o mamme diurne.

La situazione economica gioca un ruolo cruciale. Cappellari spiega che “la pianificazione di una famiglia arriva quando all’incirca il 70% degli obiettivi non di famiglia sono stati raggiunti”, quali carriera e stabilità finanziaria. In un contesto d’incertezza e con cicli d’istruzione più lunghi, questi traguardi si allontanano nel tempo.

Soluzioni? Qualità delle strutture per l’infanzia e allungamento dei congedi parentali

Gli esperti concordano sulla necessità d’interventi su più fronti. Cappellari sottolinea l’importanza di “migliorare la conciliazione tra lavoro, istruzione e famiglia”. Dandrea chiede alla politica di “mettere al centro della nostra azione la famiglia” e critica l’eccessiva burocrazia che ostacola la creazione di asili nido.

Marcon enfatizza l’importanza di strutture di qualità per l’infanzia, perché “il momento dello sviluppo del cervello e di tutte le competenze dei bambini avviene tra 0 e 3 anni”. La pedagogista propone, in questo contesto, di rivalutare i salari delle educatrici della prima infanzia, cruciali in questa fase delicata.

Sul fronte delle politiche pubbliche, Cappellari cita esempi internazionali, notando che “le strutture per l’infanzia, come gli asili nido, se efficaci, sono un investimento a lungo termine sul territorio e contribuiscono all’aumento della natalità, almeno a livello locale”, molto di più rispetto ai sussidi in denaro. In aggiunta “è stato provato che congedi parentali più lunghi tendono ad aumentare la natalità, seppur con dei costi per le imprese”, spiega ancora Cappellari.

Il ruolo dell’economia è , anch’esso, fondamentale. Dandrea sottolinea la necessità di aiutare le donne a rientrare nel mondo del lavoro dopo la maternità, evidenziando come le aziende stiano diventando più flessibili con orari part-time. C’è quindi bisogno di spingere nel campo della conciliabilità, in quanto “una donna che esce dal mondo del lavoro, anche solo per alcuni mesi, un anno o due”, riscontra difficoltà “in un mondo in cui l’evoluzione della tecnologia crea subito un obsolescenza delle proprie mansioni”.

Immigrazione: soluzione economica e non per la fertilità

Secondo Cappellari, l’immigrazione, attualmente una soluzione per la carenza di manodopera, non può essere una risposta al declino della fertilità nel lungo termine, e avverte che “una parte dei migranti poi torna al proprio Paese d’origine”, nel quale la fertilità sta diminuendo come in Svizzera.

Nonostante il quadro complesso, emergono segnali di speranza. Marcon nota un cambiamento nelle nuove generazioni, con giovani genitori che scelgono di lavorare meno per dedicare più tempo alla famiglia. “Siamo in un momento basso delle montagne russe”, afferma, “potremmo con fatica risalire e riportare in alto la natalità, ma avendo il coraggio di seguire questa onda nuova e questi nuovi valori“.

La sfida è quindi complessa, ma con nuove strategie economico-sociali, la tendenza può essere invertita.


Fdi si scaglia contro il Quirinale. L’ira di Mattarella: «Ridicoli»

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

Di Andrea Colombo, il manifesto

È un autogol da manuale. Il capogruppo Bignami assicura di aver deciso da solo di lanciare la sua bordata autolesionista contro il Colle, negando di essere stato imbeccato. In ogni caso a risentirne è l’intera squadra FdI e dunque prima di tutti la sua capitana, sorella Giorgia. Ad avviare la giostra è stato proprio Bignami, chiedendo al Quirinale di smentire quanto riportato a tutta prima pagina dal quotidiano La Verità, sotto il titolo «Il piano del Quirinale per fermare la Meloni» e con tanto di virgolettati di Francesco Saverio Garofani, consigliere di Mattarella ed ex parlamentare Pd. Garofani si sarebbe abbandonato a commenti sul governo ipotizzando un listone con tutti dentro, pezzi di centrodestra inclusi, per evitare che una maggioranza di destra vinca le prossime elezioni e scelga il prossimo presidente della repubblica, auspicando anche «un provvidenziale scossone» per fermare la corsa di Meloni.

«CONFIDIAMO CHE QUESTE ricostruzioni siano smentite senza indugio», va alla carica il capogruppo FdI. Più tardi assicurerà di aver deciso tutto da solo, senza interferenze da parte della premier. Che Meloni non ne sapesse niente è difficile, che la spintarella non sia partita da palazzo Chigi appare poco probabile e i sospetti quasi unanimi si addensano sul sottosegretario Fazzolari.

Quelle frasi Garofani le avrebbe pronunciate davvero, alcuni giorni fa, e sarebbero state origliate. Di fatto, nonostante lo stato maggiore di FdI reclami per tutta la giornata una smentita, il consigliere resterà muto. Si trattava però in tutta evidenza di pareri e desideri personali: nulla a che vedere con un complotto ordito tra i giardini del Quirinale e senza alcun coinvolgimento di Sergio Mattarella. Nelle intenzioni dei tricolori l’attacco voleva essere un avvertimento, lanciato nella convinzione che qualcuno stia tramando contro il governo davvero: la sindrome dell’assedio in via della Scrofa e a palazzo Chigi è proverbiale. Il comunicato del capogruppo suona invece come una bordata ad alzo zero proprio contro Mattarella.

SUL COLLE LA PRENDONO malissimo, l’irritazione del presidente è palese. La replica è sferzante: il Quirinale esprime «stupore» perché «il capogruppo del partito di maggioranza relativa sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo». È un messaggio calibrato. Il Colle rinfaccia a Bignami, e a chi per lui, di aver amplificato una notizia che senza la sua improvvida uscita sarebbe caduta nel vuoto e, così facendo, di aver giocato di sponda con un direttore come Belpietro la cui crociata contro Mattarella è quotidiana e che è considerato vicino alla Russia. Tanto da destare sul Colle persino sospetti bisbigliati sulla «singolare coincidenza» per cui le chiacchiere di Garofani sono state pubblicate subito dopo un Consiglio supremo di difesa andato bene.

CON L’OPPOSIZIONE che bersaglia FdI e chiede che Meloni riferisca in aula, FdI ingrana una mezza retromarcia. Lo stesso Bignami giura di non aver mai chiesto smentite del Colle – «Non me lo sarei potuto permettere» – ma solo di Garofani. Il sottosegretario Fazzolari si prosterna: «Né FdI né tantomeno Palazzo Chigi hanno mai dubitato della lealtà istituzionale del presidente Mattarella con il quale il governo ha sempre interloquito con totale spirito di collaborazione». Ma nonostante le rassicurazioni al limite delle scuse rivolte al presidente furioso, lo stato maggiore tricolore, da Bignami a Fazzolari a Donzelli, martella sulla necessità di una smentita da parte del consigliere, mentre Belpietro rincara: «Confermo parola per parola».

La scelta di insistere sulla richiesta di smentita, cioè di tenere comunque lo staff del Colle nel mirino, è della premier in persona: la reazione del Quirinale le è andata di traverso ed è sicura che, pur senza che il presidente sia implicato, sul Colle tramino davvero contro di lei. Dunque massima fiducia nel capo dello Stato ma Garofani deve restare sulla croce. Nel comizio di Padova, la premier esordisce non a caso esaltando «il partito coeso», facendo così scudo ai suoi, e rilanciando il premierato contro «inciuci e giochi di palazzo». Lo scontro però suona come conferma dell’insofferenza della destra nei confronti degli altri poteri istituzionali. Il presidente, con il quale Meloni vuole avere buoni rapporti, è furibondo. L’autogol perfetto.

Nell’immagine: Galeazzo Bignami


Resort e negozi di lusso, gli affari sauditi di Donald Trump

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

Di Gabriella Colarusso, la Repubblica

Un resort alle Maldive, e forse una città del lusso nel cuore storico dell’Arabia Saudita: con Bin Salman, alla Casa Bianca arrivano anche nuovi affari per la famiglia Trump. Nulla di nuovo per il tycoon, che ha fatto del business una leva dell’ascesa politica, e da presidente si è affidato agli immobiliaristi per condurre le più importanti partite diplomatiche, soprattutto in Medio Oriente. Ma nel giorno del vertice che cementifica l’alleanza tra Riad e Washington, l’annuncio fa rumore e attira anche l’attenzione della Sec, l’autorità di regolazione americana.

La Trump organization, il gruppo che gestisce tutte le imprese economiche della famiglia presidenziale, e la saudita Dar Global, società quotata alla Borsa di Londra, costruiranno un resort di lusso alle Maldive e puntano a finanziarlo vendendo criptovalute a investitori statunitensi. A confermarlo è stato Ziad El Chaar, uomo d’affari di origini libanesi, da anni legato ai Trump per business, che spera «di finanziare fino al 70%» il Trump International Hotel alle Maldivecon le monete virtuali basate sulla tecnologia blockchain. Dar Global è il braccio internazionale della saudita Dar Al Arkan, che si occupa di progetti immobiliari di lusso, ed è uno dei principali partner esteri della Trump Organization: insieme hanno sette progetti in fase di sviluppo, tra cui una torre di 80 piani a Dubai, un resort di golf in Qatar e hotel e residenze di lusso in Arabia Saudita e Oman. Un connubio che non sembra preoccupare El Chaar: «Ovviamente, con il marchio Trump, c’è di mezzo la politica, ma non è una cosa che ci riguarda», ha dichiarato alla Reuters. «Siamo felici di portare il nostro brand alle Maldive, in collaborazione con Dar Global», ha dichiarato Eric Trump, terzogenito di Donald e vicepresidente della Trump Organization. «Prevediamo che questo innovativo modello finanziario stabilirà un nuovo parametro per gli investimenti in campo immobiliare».

La Trump organization avrebbe messo gli occhi anche su un altro progetto multimiliardario, il più imponente di real estate saudita: la costruzione di hotel di lusso e negozi nell’antica città di Diriyah, la culla del regno, casa natale della dinastia Saud e patrimonio Unesco. Mbs vuole investirci 63 miliardi di dollari e a maggio portò Trump a visitare il sito. Il New York Times ha parlato con Jerry Inzerillo, amministratore delegato della società che gestisce il progetto e «amico di lunga data» del presidente Trump: «Non c’è ancora nulla di annunciato, ma presto lo sarà», ha spiegato l’imprenditore.

Amici, affari, politica: la nuova linea della Casa Bianca l’ha chiarita Jared Kushner, il genero di Trump, anche lui in affari con il fondo sovrano saudita attraverso la Affinity Partners: «Quello che la gente chiama “conflitto di interessi”, Steve Witkoff e io lo chiamiamo “esperienza e rapporti di fiducia che abbiamo in tutto il mondo”, disse a ottobre in un’intervista alla Cbs. Un mese prima, Affinity aveva acquistato insieme al fondo sovrano saudita Pif e Silver Lake Management il colosso dei videogiochi Electronic Arts. Un affare da 55 miliardi di dollari.


La seconda Nakba dei palestinesi

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

Di Alberto Negri, il manifesto

La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella di fatto la formula “due popoli, due stati” lasciando un assai vago “percorso verso l’autodeterminazione dei palestinesi” che non significa nulla. Ma conferma, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre, il genocidio di un popolo, affidato militarmente a Israele, con il timbro politico di Trump e il nostro assenso. A meno di non voler credere che davvero un contingente multinazionale e il disarmo di Hamas siano così fondamentali: questi sono dettagli per gettare polvere negli occhi a un comunità internazionale che non vede l’ora di essere accecata e voltare la testa dall’altra parte.

Vediamo la prima catastrofe perché apre la strada alla seconda, a quella in corso. La risoluzione dell’Onu del 1947 divideva la Palestina in due stati ma quello ebraico occupava il 56% della terra pur essendo gli arabi palestinesi il doppio della popolazione ebraica. Nessuno poteva accettare una soluzione dove metà del territorio veniva ceduto a un movimento esterno alla regione.

La narrativa comune dice che gli arabi rifiutarono allora questa risoluzione. In realtà nessuno chiese mai ai palestinesi, sotto mandato britannico, il loro parere: anche allora il principio di autodeterminazione dei popoli fu gettato nel cestino della carta straccia, oggi viene riesumato in questa ultima risoluzione sapendo perfettamente che non verrà mai esercitato. Israele e il suo premier Netanyahu sono stati chiari: non ci sarà mai uno stato palestinese. La Pax trumpiana, imposta dopo l’attacco israeliano a Doha del 9 settembre scorso, salva Netanyahu e non deve salvaguardare le vite dei palestinesi ma gli interessi americani, come dimostra la visita alla Casa Bianca del principe saudita Mohammed Bin Salman _ quello che fece fare a pezzi il giornalista Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul _ intenzionato ad acquistare gli F-35 Usa.

Quanto successe dopo il 1947 ricorda quello che sta accadendo adesso, sia a Gaza che in Cisgiordania. Nel 1948 le milizie sioniste attuarono la pulizia etnica della Palestina distruggendo città e villaggi con l’espulsione subito di oltre 250mila palestinesi. Oggi Israele occupa oltre il 50% della Striscia e in Cisgiordania le milizie sioniste radicali con il sostegno dell’esercito stanno devastando i territori occupati preparando il colpo finale: la divisione in due della West Bank e impedire ogni continuità territoriale ai palestinesi. L’annessione è solo questione di tempo.

Secondo i documenti dell’epoca portati alla luce da storici israeliani come Ilan Pappé l’operazione della prima catastrofe venne minuziosamente organizzata: alla fine del mandato britannico il 15 maggio 1948, giorno della prima Nakba e celebrato da Israele come quello dell’indipendenza, centinaia di migliaia di palestinesi avevano dovuto abbandonare le loro case e la loro terra senza poterci tornare mai più (la Giordania occupava allora la Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’Egitto Gaza). Tutti sapevano cosa stava accadendo ma come oggi nessuno fece nulla: Israele prese il 78% del territorio del mandato britannico e 800 mila palestinesi furono vittime della pulizia etnica.

Quanto valgono per Israele le risoluzioni delle Nazioni Unite ce lo dicono i precedenti. L’Onu stabilì che i profughi dovevano tornare alle loro case e che Gerusalemme doveva essere posta sotto il controllo internazionale. Niente di tutto questo è mai avvenuto e niente oggi lascia supporre che Israele possa ammettere un ritorno dei palestinesi. Come scrive il manifesto l’idea è totalmente diversa, ovvero procedere, in ogni modo possibile, alla loro deportazione (articoli di Michele Giorgio domenica e ieri di Wahid Tamimi).

È interessante notare un altro parallelo tra il passato e quanto avviene oggi sul ruolo degli Stati uniti. Lo sottolinea con efficacia proprio lo storico Ilan Pappé nel suo recente libro La fine di Israele (Fazi editore). La guerra dei Sei giorni del 1967, con cui Tel Aviv occupò Cisgiordania, Gaza e la alture siriane del Golan, cambiò in maniera drastica il processo di pace. Questo processo diventò un monopolio americano. Gli Usa, sotto la spinta di un Congresso filo-israeliano – scrive Pappé – hanno tenuto fuori chiunque altro della regione e del mondo volesse fare da mediatore nel conflitto. Per questo i processi di pace, anche quelli che portarono al accordi di Oslo del 1993, si sono trasformati in una tragica farsa. Si illudevano i palestinesi e si prendeva un po’ in giro la comunità internazionale mentre Israele aveva l’unico obiettivo di prendere tempo, normalizzare l’occupazione e rapinare altri territori con gli insediamenti. La risoluzione Onu votata ieri ripete lo stesso schema solo con qualche variante più appetibile alla comunità internazionale e agli europei.

Per questo credere agli Usa e a Trump oggi è come credere al pifferaio magico dei fratelli Grimm. La risoluzione infatti piace a Israele (che si sente come al solito legibus solutus) e anche all’Anp perché promette di assestare un colpo al rivale Hamas. È un copione già visto, riscritto alla buona per un film già visto. La fine è nota.

Nell’immagine: Haifa 1948, la prima Nakba


Quella risposta che Trump avrebbe meritato

Dopo l'indegna dichiarazione di Trump, il Washington Post: "Mettiamo le cose in chiaro sul nostro collega assassinato" 

Di Assia Neumann Dayan, La Stampa

All’uomo più potente del mondo, che è Donald Trump, viene rivolta una domanda circa il suo coinvolgimento nella faccenda Epstein, visto che viene nominato in alcune mail del disgraziato finanziere, lui risponde che con Epstein era in pessimi rapporti, che andassero a chiedere spiegazioni a Bill Clinton, al preside di Harvard, alla JP Morgan. A questo punto la sventurata Catherine Lucey di Bloomberg chiede: «Se non c’è niente di incriminante, signore, perché si comporta come…» e sul come, che tutti aspettavamo, l’uomo più potente del mondo punta il dito, abbassa la testa verso la reporter, e le dice di star buona, alla “porcellina”.

Forse quel “come” ha portato a una reazione un filo eccessiva, nemmeno fosse una donna, se proprio vogliamo andare per stereotipi. C’è un precedente: anni fa l’ex Miss Universo Alicia Machado disse che Trump l’aveva chiamata “Miss Piggy” in riferimento al suo peso, cosa che le ha creato non pochi problemi visto che sui giornali veniva chiamata “The Fat Miss Universe”. Hillary Clinton durante la campagna elettorale del 2016 postò il video dell’intervista a Machado e ne parlò anche durante il dibattito con Trump: «Una delle cose peggiori che ha detto riguardava una donna che partecipava a un concorso di bellezza. Lui ama i concorsi di bellezza, li sostiene e frequenta chi vi partecipa. Ha chiamato questa donna “Miss Piggy”. Poi l’ha chiamata “Miss Pulizie”, perché era latina. Donald, lei ha un nome. Si chiama Alicia Machado».

Non sappiamo quindi quale sia la sfumatura più esatta del “piggy” rivolto alla giornalista, ma è già tanto che non le abbia fatto pulire l’Air Force One. Io non credo tuttavia che sia niente di peggio che sentirsi dire stai zitta, stai buona, stai buonina, stai calma, stai calmina, niente, nemmeno il “piggy”, e non c’è niente di peggio perché è un’affermazione chiusa. Uno ti dice «stai buona» e l’unica cosa che puoi rispondere è «no, non sto buona», e non c’è proprio possibilità alcuna che un discorso del genere porti a qualcosa di buono.

Siccome le donne non sono esseri angelicati o vittime sacrificali, se incontrano qualcuno che dice loro «stai buona porcellina» hanno facoltà di rispondere, ed è bene farlo. Alcune rispondono a tono, altre preferiscono fare le storie su Instagram, altre ancora non replicano, ma le reazioni sono imputabili al carattere di ognuna più che a qualche sussulto femminista.

In questo caso specifico, il problema è l’incolmabile disparità di potere tra una giornalista e il Presidente degli Stati Uniti. Se Trump viene lì e ti dice di stare zitta non è che hai possibilità di replicare, anche se ci sarebbe tanto piaciuto immaginarlo, ma sono cose che succedono a Hollywood e non al telegiornale.

E se fosse stato un uomo? Per me sarebbe successa la stessa cosa, avrebbe solo usato altri termini. L’altro giorno le vittime di Epstein hanno fatto un video che poi è stato diffuso ovunque, video in cui chiedono il rilascio dei famosi “Epstein files”. In questo breve filmato quattro donne hanno in mano le fotografie di loro da ragazze, 14 anni, 16 anni, 17 anni. «Questa sono io quando ho incontrato Jeffrey Epstein» dicono, adolescenti dalla vita ordinaria vendute e sfruttate per compiacere uomini ricchi e potenti. Perché è sempre e comunque una questione di potere.

Nell’immagine: Donald Trump risponde a muso duro alla giornalista che gli ha fatto una domanda sul caso Espstein: “Stai zitta, porcellina”