La subdola narrazione della colpa e della paura

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

Già nel 1776, Adam Smith – nella sua opera “La ricchezza delle nazioni” – aveva descritto il meccanismo che determina l’ammontare dei salari come una funzione del rapporto di forza tra “lavoratori” e “padroni”. Smith scriveva però che non era difficile “prevedere quali delle due parti, in tutti i casi normali, sia avvantaggiata nella disputa e costringa l’altra ad accettare i propri termini”, poiché constatava che “I datori, essendo in minor numero, possono accordarsi più facilmente; e la legge, inoltre, autorizza o almeno non proibisce le loro intese, mentre essa proibisce quelle dei lavoratori”. Le parti in causa per Smith sono dunque chiare: lavoratori, padroni e legislatore; così come sono chiari i rapporti di forza: alleanza tra padroni e legislatore a scapito dei lavoratori.

Certamente qualcosa è cambiato da quel tempo, soprattutto grazie alle mobilitazioni popolari che a partire dalla seconda metà del 1800 hanno portato alla nascita dei sindacati e poi, agli inizi del 1900 e nel dopoguerra, del cosiddetto Stato sociale. Tuttavia, con i venti di restaurazione che stanno attualmente soffiando sulle democrazie, ci si potrebbe però chiedere se il discorso sia oggi così differente rispetto ai tempi di Adam Smith.

Partiamo allora dalla narrazione su chi sia il produttore della ricchezza di cui noi beneficiamo, tenendo ben presente che le narrazioni, a furia di essere udite, vengono spesso interiorizzate e assimilate quali credenze, convinzioni o addirittura dati di fatto che influenzano – come veri e propri algoritmi mentali – il nostro modo di porci nelle varie situazioni.

La narrazione dominante asserita dagli imprenditori è che, essi, sono “coloro che creano valore, generano ricchezza, occupazione e posti di lavoro per la società”.

Se analizziamo questa definizione, possiamo cominciare a notare che in essa non c’è alcuna traccia di un gruppo o di una collettività che quantomeno compartecipi alla creazione della ricchezza. Siamo invece di fronte alla rappresentazione di un uomo solo al comando, creatore e dispensatore di ricchezza, al quale il gruppo/collettività deve semmai implicitamente mostrare riconoscenza. È evidente che le relazioni sono declinate secondo il vecchio paradigma osservato da Smith: i padroni avocano a sé tutto il valore, mentre lavoratori e lavoratrici, ovvero il gruppo di persone che con l’imprenditore è artefice delle imprese, vengono eclissati.

Consideriamo ora la teoria economica, la quale ci dice che a ogni credito corrisponde un’obbligazione o un debito e che, dunque, più grande è il credito assegnato a qualcuno, più grande sarà l’obbligazione o il debito che qualcun altro dovrà assumersi. Ma chi sarà mai quel “qualcun altro” che garantisce il “cospicuo credito” che gli imprenditori si autoassegnano? Evidentemente sono le lavoratrici e i lavoratori dell’azienda o più astrattamente il reddito da lavoro. È esattamente ciò che ben evidenziava Adam Smith. Se i “padroni” riescono a spostare il rapporto di forza dalla loro parte, attribuendo a sé stessi e al capitale più credito, automaticamente lavoratori e lavoratrici devono tirare la cinghia.

Allo stesso modo, anche lo Stato potrebbe trovarsi a dover giocare il ruolo del soccombente nel rapporto di forza con chi si proclama “padrone dell’economia”. In effetti, ne abbiamo un eclatante esempio con l’”Eptalogo” di obbligazioni che il Presidente della Camera di commercio Andrea Gehri prescrive al Consiglio di Stato quale contributo “propositivo” della CC per risolvere i problemi del nostro cantone. Tradotto: padrone comanda e cavallo deve trottare.

Si tratta ora di capire se alle parole seguono anche i dati. Ebbene, le statistiche ci mostrano in lungo e in largo come il credito (la ricchezza) sia effettivamente sempre più concentrato in poche mani anche alle nostre latitudini, mentre la maggior parte della popolazione, così come lo Stato, e mettiamoci pure l’ambiente, vadano sempre più in debito d’ossigeno, vedendosi così aumentare le proprie obbligazioni (vedi rischio povertà o povertà, debito dello Stato, crisi climatica e ambientali, decadimento della democrazia e del diritto internazionale, agende politiche dettate da persone fisiche e giuridiche facoltose). Il pendolo del rapporto di forza, descritto da Adam Smith, appare chiaramente a favore dei “padroni”.

Alcune recenti votazioni e movimenti di piazza, ci dicono però che le cittadine e cittadini cominciano a mostrare qualche segnale fuori dall’ordinario. Infatti, non sembrano più così disposti a sottostare ad “algoritmi psicologici” che li costringono ad attendere docili docili che i padroni o in generale qualcuno dia loro il credito necessario per far fronte al rincaro di beni e servizi di prima necessità (per inciso, se quel rincaro esce dalle tasche di cittadine e cittadini, entrerà per forza di cose nelle tasche di qualcun altro; ma di chi?). Allora, firmano e approvano iniziative che restituiscono loro del credito. Come dire: “anche noi vogliamo avere il nostro legittimo valore, perché siamo stanchi/e di sempre e solo assumerci debiti e obbligazioni”. 13ma AVS a livello federale e le due iniziative ticinesi sui costi della cassa malati, ne sono un esempio eclatante.

Interessante andare allora ad osservare quali sono state le reazioni a questi voti. Sono soprattutto gli imprenditori e i partiti che li rappresentano ad essersi manifestati con diverse prese di posizione. I vari Braglia, Gheri, Speziali, Poma ecc., in modi differenti, hanno tutti rinfacciato a chi ha accolto tali iniziative di essere nel migliore dei casi sognatori, e nel peggiore viziati pretenziosi che vivono sopra le loro possibilità. La morale suonava dunque come un “ritornate al dovere e alla realtà con il duro lavoro; pensate agli obblighi e meno ai diritti e cominciate a dare, prima di ricevere”.

Il mondo economico e i suoi rappresentanti politici – ai quali, come lascia trasparire Adam Smith, non piace che lavoratrici e lavoratori alzino la testa e osino rivendicare qualcosa di più di quanto già ricevono – accusano un evidente nervosismo e sfoderano tutto il loro “arsenale narrativo” per arginare queste mobilitazioni. È però interessante osservare, quale siano i sentimenti sui quali essi fanno leva per cercare di rimettere in riga i riottosi: il senso di colpa e la paura.

In primo luogo, è interessante osservare che in tedesco colpa e debito vengono descritti con lo stesso termine: die Schuld. È quindi perfettamente coerente con il pensiero di Smith, che gli imprenditori cerchino di far sentire in colpa (in debito) chi ha osato rivendicare maggiori crediti. In secondo luogo, è anche utile sapere che dal punto di vista psicologico, colpa e paura sono grandi freni inibitori di desideri, autostima e autodeterminazione degli individui. Attraverso colpa e paura, si può dunque far scivolare le persone in una posizione di sudditanza e precarietà. Pensiamo alla semplice paura di essere licenziati oppure alla paura che le persone fisiche o giuridiche facoltose, dalle quali noi mentalmente facciamo dipendere i nostri posti di lavoro, se ne vadano. Colpa e paura. Strumenti preziosissimi. Basta ascoltare cosa il mondo economico afferma di questi tempi sull’iniziativa GiSo per tassare al 50% eredità e donazioni. Anche qui, per inciso, varrebbe la pena chiedersi cosa succede se gli imprenditori e le persone facoltose subodorano oppure verificano che tengono in pugno qualcuno attraverso i sentimenti di colpa e paura.

È casuale che siano proprio gli imprenditori e i loro rappresentanti politici (quelli ai quali l’autostima non difetta) a far leva sul senso di colpa e sulla paura di chi rivendica un po’ più di credito per stare al mondo senza andare in sofferenza? Evidentemente no. Questi sono “algoritmi psicologici” (le nostre credenze sono in fondo degli algoritmi) utilizzati in maniera funzionale a mantenere la cittadinanza – in maggior parte lavoratrici e lavoratori dipendenti – in una posizione di sudditanza. In questo modo è possibile perpetuare l’“algoritmo economico”, secondo il quale La maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto.

Non è nemmeno stato un caso, infine, che ad un certo momento siano stati gli stessi imprenditori a soffiare sul fuoco narrativo delle spese pubbliche e del debito fuori controllo. In questo modo si mette anche lo Stato nella posizione di sudditanza, di chi si deve sentire in colpa perché inadeguato. Così, con questo stratagemma, gli imprenditori – che, ricordiamolo, versano salari di 1200 Fr. inferiori alla media svizzera –  spostano l’inadeguatezza sullo Stato. Così, esso, oltre al danno incassa anche la beffa di dover sborsare 1,5 miliardi all’anno di sussidi per permettere alle cittadine e ai cittadini di arrivare sufficientemente in salute alla fine del mese. Come se non bastasse, poi, secondo la vulgata degli imprenditori, seguiti a ruota dai loro rappresentanti politici, fra questi beneficiari vi sarebbero un sacco di persone pretenziose che non meritano tali contributi perché già vivono al disopra delle loro possibilità. E, mentre gli imprenditori hanno ricevuto generosi crediti sotto forma di sgravi fiscali e sostegno all’economia, ora impongono obbligazioni alla popolazione “pretenziosa”, sotto forma di tagli alle prestazioni.

Riflettiamo dunque bene alle narrazioni che incontriamo e interiorizziamo, perché dagli algoritmi che esse contengono dipende la nostra libertà e il nostro valore. Pena, ridiventare sudditi.

Marco Noi è deputato in Gran Consiglio per i Verdi del Ticino
Nell’immagine: la mobilitazione del settore pubblico e parapubblico contro le misure di risparmio del preventivo 2024


Accordo doganale, come la Svizzera soccombe alle sue illusioni

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

Di Christof Leisinger, Infosperber

Quello che il primo agosto era arrivato dall’altra parte dell’Atlantico come un affronto diplomatico da parte di Washington, nel giro di poche ore si è trasformato in un terremoto mediatico. I dazi punitivi imposti allora da Donald Trump – inizialmente descritti dai media come un «colpo drammatico del 39%» – non hanno scatenato un dibattito oggettivo di politica economica, ma hanno suscitato un clamore mediatico senza precedenti.

Non appena è stata diffusa la decisione del governo americano gli autori delle rubriche di commento si sono affrettati a proclamare la fine della nazione esportatrice elvetica; si è parlato di una «débâcle storica», della «più grande sconfitta dai tempi di Marignano» o addirittura di un «momento Zelensky», come se la Svizzera fosse improvvisamente precipitata in un disastro geopolitico.

Competizione mediatica tra profeti di sventura

Da un giorno all’altro la presidente della Confederazione Keller-Sutter, fino a poco tempo prima celebrata come abile mediatrice, è diventata una presunta ottimista ingenua. Avrebbe sopravvalutato i «suoi canali speciali» a Washington e creduto di poter ottenere un buon accordo per il Paese. Columnist cinici, ma almeno creativi, hanno dipinto immagini che avrebbero potuto provenire da un banale programma di cucina: i famosi «contatti» svizzeri non erano altro che spaghetti scotti.

Parallelamente, i profeti dell’apocalisse hanno dato vita a una vera e propria competizione nei forum online per lo scenario più estremo. Alcuni hanno previsto la fine della neutralità, altri hanno addirittura previsto la fine dell’intera Svizzera. Quasi nessuno ha valutato la situazione con lucidità. Mentre le voci critiche nei confronti di Trump hanno interpretato l’episodio come una punizione per un atteggiamento troppo conciliante, altri hanno cantato le lodi delle vie nazionali speciali. La «farsa doganale» è diventata uno schermo su cui praticamente ogni corrente politica ha potuto proiettare le proprie idee.

Dopo che il polverone si è placato sono entrati inaspettatamente alla ribalta rappresentanti miliardari di aziende farmaceutiche, industriali e di commercio di materie prime. Solitamente discreti e in secondo piano, si sono improvvisamente presentati come autoproclamate «squadre di soccorso». Con visite mediatiche, regali sfarzosi e pacchetti di investimenti apparentemente confezionati ad hoc, hanno segnalato la loro disponibilità a negoziare.

Privatizzazione della politica estera svizzera?

Foto impressionanti dovevano mostrare quanto lontano fossero arrivati e quanto fossero vicini all’autoproclamato «Re Sole» Trump. In realtà, però, queste foto suggeriscono solo che non sono intervenuti per dovere civico, ma piuttosto per interessi commerciali molto concreti. Chi si stupisce se gli osservatori critici hanno parlato di «privatizzazione della politica estera svizzera»? Dopotutto, hanno condotto i loro negoziati a porte chiuse. In questo modo si sono sottratti a qualsiasi controllo democratico, mentre i rischi sono stati trasferiti al resto del Paese.

Quando finalmente è stato raggiunto un accordo a livello politico e i dazi sulle importazioni americane dalla Svizzera sono stati temporaneamente ridotti al 15%, la comunità dei commentatori ha cambiato improvvisamente opinione. Chi prima aveva invocato il collasso economico, improvvisamente è diventato un realista sereno. Il governo ha elogiato i «colloqui produttivi», le associazioni economiche hanno esultato per il margine di manovra guadagnato e i miliardari sono diventati o visionari o arroganti burattinai.

L’episodio mette in luce una debolezza ben nota della Svizzera: nel complesso è un Paese prospero, normalmente ben collegato e orgoglioso della sua tradizione diplomatica. D’altra parte, si fa regolarmente illusioni sull’influenza che realmente possiede nei giochi di potere geopolitici, in cui gli arsenali militari sono gli argomenti decisivi.

Il panorama mediatico svizzero si rende ridicolo

Il panorama mediatico non semplifica le cose. In un contesto dominato dal clickbaiting e dallo storytelling superficiale, tende a esagerazioni smisurate e completamente lontane dai fatti non appena le turbolenze internazionali si ripercuotono sulla propria economia. Che si tratti di dazi doganali o di ordinazioni di treni.

E poi c’è il ruolo di quei miliardari oligarchi che amano mettersi in scena come soccorritori. In molti casi sorge il sospetto che si impegnino principalmente per una patria in miniatura: una che coincide soprattutto con i propri interessi economici. Per il resto del Paese, per ora resta solo la speranza che l’accordo abbia attutito gli shock più gravi. Se la Svizzera e il suo panorama mediatico trarranno una lezione da tutto questo è un altro discorso.


Via da Gaza, deportazioni mascherate da evacuazioni

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

Di Widad Tamimi, il manifesto

Mentre in Italia ci affanniamo a salvarne una manciata, a portare i gazawi fuori da un inferno che non lascia alternative – perché nessuno crede più che ci sia futuro, anche se si cominciasse domani a ricostruire ci vorrebbero anni – emergono, accanto ai canali umanitari legittimi, zone grigie sempre più ampie. Tra questi, il nome che ricorre con maggiore insistenza è quello di Al-Majd Europe, una fondazione registrata in Germania che negli ultimi mesi è diventata protagonista di un’operazione di evacuazione tanto vasta quanto controversa. Ne ha scritto domenica su queste pagine Michele Giorgio.

La presentazione ufficiale dell’organizzazione è impeccabile: sito curato, linguaggio compassionevole, narrativa solidale. Si descrive come una ong tedesca fondata nel 2010, attiva nella protezione dei civili in zone di guerra. Eppure, quando giornalisti africani e arabi hanno iniziato a verificarne l’esistenza reale, l’immagine ha iniziato a incrinarsi. L’indirizzo indicato come sede europea non risulta ospitare alcun ufficio operativo, ho provato io stessa – l’email istituzionale non funziona, ho persino tentato di effettuare una donazione e il link non funziona veramente – e le fotografie dei presunti dirigenti pubblicate sul sito sono state identificate come immagini generate da intelligenza artificiale. Nessuna traccia di progetti precedenti verificabili, nessun documento pubblico sulle attività svolte negli anni.

Nei media arabi le domande si moltiplicano. Testate come Al-Quds al-Arabi, Felesteen ed Erem News descrivono la fondazione come un soggetto opaco, difficile da tracciare, con richieste di dati personali estremamente sensibili rivolte ai civili di Gaza: certificati familiari completi, recapiti di parenti all’estero, documenti finanziari e, secondo alcune testimonianze raccolte a Rafah, persino informazioni sui contatti avuti con ong europee e con autorità palestinesi. Un uomo di Khan Yunis ha raccontato: «Ci hanno chiesto tutto, persino se avevamo parenti in Turchia o in Malaysia. Sembrava più un interrogatorio che un’offerta di aiuto». Analisti citati dalle stesse testate vedono in questa raccolta di informazioni e nella mancanza di trasparenza un possibile coinvolgimento in operazioni politiche più ampie, coerenti con una storia in cui organizzazioni pseudo-umanitarie sono state utilizzate per favorire trasferimenti di popolazione.

Una ragazza con una borsa di studio in Italia, temendo di non riuscire a raggiungere l’Europa dopo molti ritardi, ha pensato di partire con loro. Ma dopo i primi contatti mi ha confessato di essersi spaventata: lo stile era diverso da quello delle associazioni e delle università che la sostengono in Italia, qualcosa nel tono e nelle richieste l’ha allarmata.

Inizialmente le evacuazioni venivano presentate come gratuite. Poi la situazione è cambiata. Testimonianze raccolte da Al Jazeera, Associated Press e media sudafricani parlano di cifre tra 1.500 e 5.000 dollari a persona. Una giovane madre di Deir al-Balah, evacuata con due figli, ha raccontato: «Ci hanno detto che senza pagare 3.500 dollari non saremmo mai usciti. Ho venduto l’oro di mia madre e chiesto un prestito a mio fratello a Dubai». Un altro passeggero, arrivato in Sudafrica, ha detto di essere stato sollecitato a pagare «in contanti, subito, mentre avvenivano ancora operazioni di fuoco nei cieli di Gaza e spostarsi era estremamente rischioso». Una modalità che difficilmente rientra nelle pratiche di un’organizzazione benefica, dove la sicurezza viene prima di tutto.

La ricostruzione delle rotte conferma elementi ancora più oscuri. Tutte le testimonianze convergono su un percorso che parte da Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom, prosegue sotto controllo israeliano fino all’aeroporto Ramon, a sud di Eilat, per poi spostarsi verso l’Africa. Nessun passaggio dalla Giordania, dove le evacuazioni sono rigidamente monitorate. I voli decollano da un aeroporto controllato dall’esercito israeliano, senza documentazione chiara, per poi atterrare a Nairobi, in Kenya, e infine proseguire verso il Sudafrica. Molti passeggeri hanno dichiarato di non essere stati informati della destinazione: l’hanno scoperta una volta scesi dal velivolo.

Tra le rivelazioni emerse nelle ultime settimane, alcune testimonianze indicano anche tratte verso l’Asia sud-orientale. Un uomo intervistato da Al Jazeera, poi citato da media iraniani, ha affermato che «un primo gruppo ha raggiunto l’Indonesia a giugno», sempre attraverso Al-Majd Europe, passando da Ramon con scalo in uno Stato europeo. Una fonte palestinese ha raccontato di una rotta con primo volo verso Budapest, su un charter rumeno, e da lì destinazioni finali come Malaysia e Indonesia. Un attivista sudafricano, dopo aver visionato alcune carte d’imbarco, ha sostenuto che tra le destinazioni indicate comparivano anche India, Malaysia e Indonesia. Nulla di tutto ciò, però, risulta finora confermato ufficialmente da Giacarta, che ha un programma indipendente di accoglienza umanitaria.

Il caso è esploso all’arrivo in Sudafrica, quando un aereo charter proveniente dal Kenya è atterrato all’aeroporto O.R. Tambo di Johannesburg con 153 cittadini palestinesi a bordo. Le autorità sudafricane hanno subito rilevato la mancanza di documenti validi, l’assenza di timbri d’uscita, certificazioni incomplete e procedure anomale. I passeggeri sono stati trattenuti sulla pista per ore e il governo ha emesso un comunicato ufficiale in cui spiegava la necessità di un’indagine. Il presidente Cyril Ramaphosa ha parlato pubblicamente di un arrivo «misterioso», «non coordinato», facilitato da attori esterni, affermando che quelle persone erano state «spinte fuori» da Gaza in circostanze poco chiare. Una parte dei passeggeri è stata accolta per ragioni umanitarie, mentre altri sono ripartiti verso Canada, Australia e Malaysia.

La domanda centrale emersa tanto nei media arabi quanto in quelli africani e internazionali è semplice e inquietante: chi beneficia realmente di questa operazione? Perché costruire un sistema di evacuazioni parallelo, costoso, privo di monitoraggio internazionale, con voli che passano per aeroporti militari e arrivano in Paesi ignari dell’operazione? Perché spostare i civili lontano dalla Striscia senza un coordinamento ufficiale con Onu, Unrwa o altri attori riconosciuti?

Molti analisti temono che queste pratiche possano inserirsi in una strategia più ampia di svuotamento demografico della Striscia, una dinamica di cui si discute da decenni. Non ci sono prove definitive, ma la somma di indizi, testimonianze e irregolarità alimenta i sospetti.

Resta il nodo legale. I corridoi umanitari sono necessari e devono essere garantiti in ogni conflitto, ma non possono diventare strumenti di ingegneria demografica o scorciatoie per risolvere con l’esodo ciò che non si vuole affrontare con la diplomazia. La priorità non può ridursi a salvare poche centinaia di persone mentre la questione nazionale palestinese viene relegata sullo sfondo. Senza un obiettivo politico chiaro – lo Stato, i diritti, la protezione internazionale – ogni evacuazione rischia di trasformarsi in una rinuncia collettiva.

Salvare vite è sacrosanto, ma se questo processo avviene senza garanzie e senza trasparenza, si rischia di lasciare i più vulnerabili ancora più soli. La solidarietà non può essere ingenua: deve essere lucida, informata, vigile. Deve evitare di essere strumentalizzata e continuare a vedere la Palestina non come un problema da evacuare, ma come un popolo da riconoscere.

Nuovi elementi stanno emergendo anche grazie al racconto di un piccolo gruppo di famiglie che ha lasciato Gaza nei mesi precedenti e di cui si era persa traccia. Una donna originaria di Rafah, oggi rifugiata a Surabaya, ha riferito a mediatori locali che il suo viaggio era stato organizzato «da un gruppo tedesco» e che il trasferimento era iniziato proprio da Kerem Shalom. Secondo la sua testimonianza, raccolta da attivisti indonesiani, il gruppo era stato imbarcato su un volo europeo che avrebbe dovuto portarli in Malaysia, ma una parte dei passeggeri ha continuato verso l’Indonesia grazie a un visto turistico ottenuto prima della guerra. La donna ha raccontato di aver trascorso due giorni senza sapere in quale Paese fossero diretti, di non aver ricevuto documentazione chiara e di aver appreso della destinazione finale soltanto all’arrivo.

Anche un giovane di Jabalia, oggi a Medan, ha parlato di una rete di intermediari collegati ad Al-Majd Europe. Ha riferito di essere stato contattato tramite un numero palestinese non registrato e invitato a presentarsi in un punto di raccolta vicino a Khan Yunis. «Ci dissero che saremmo andati in Egitto. Poi ci portarono nel Negev, poi a Ramon. Solo a Budapest capimmo che alcuni di noi sarebbero stati mandati in Indonesia», ha raccontato. Ha aggiunto che al momento dell’imbarco sul primo volo gli è stato assicurato che «tutto era coordinato con organizzazioni internazionali», ma una volta arrivato in Asia ha scoperto che nessuno lo aspettava e che le autorità locali non avevano ricevuto alcuna notifica.

Le autorità indonesiane non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali su arrivi coordinati da Al-Majd Europe, ma ambienti diplomatici a Jakarta ammettono la possibilità che piccoli gruppi siano entrati nel Paese attraverso rotte irregolari, in un periodo in cui l’Indonesia aveva espresso in più occasioni sostegno alla popolazione di Gaza. Un funzionario coinvolto nel programma umanitario del governo indonesiano ha spiegato che, negli stessi mesi, Giacarta stava organizzando corridoi dedicati ai feriti e agli orfani, ma che «alcuni arrivi non risultavano parte dei registri ufficiali». Ha confermato che in almeno due casi famiglie palestinesi si sono presentate spontaneamente agli uffici consolari senza alcun documento di viaggio verificabile.

Secondo una fonte diplomatica araba con base a Kuala Lumpur, parte dei passeggeri diretti originariamente in Malaysia
sarebbe stata trasferita in Indonesia attraverso canali privati. Questo spiegherebbe la confusione sulle destinazioni finali e la difficoltà, per i media, di ricostruire un quadro unitario degli spostamenti.

Tutto ciò rafforza il sospetto che Al-Majd Europe abbia costruito una rete di evacuazioni parallele che non solo aggira i corridoi umanitari ufficiali, ma produce una dispersione geografica dei palestinesi, rendendo impossibile un monitoraggio coordinato e aprendo spazi a potenziali abusi. Restano ancora da chiarire il ruolo degli intermediari europei coinvolti negli scali, la natura dei contratti stipulati con le compagnie charter e il motivo per cui parte delle destinazioni non viene mai comunicata ai passeggeri.

Mentre emergono nuovi elementi, una cosa appare evidente: queste evacuazioni non sono semplici operazioni umanitarie, né seguono la logica dei corridoi protetti. Sono il risultato di un sistema che non ha preteso, secondo la legge umanitaria, di aprire corridoi leciti e pienamente sorvegliati anche per questo conflitto, sotto controllo internazionale. Ogni uscita, anche quella dei cittadini che da Gaza raggiungono l’Italia, viene presentata dal nostro governo come un’eccezione, una concessione, un atto di gentilezza invece che come l’esercizio di un diritto sacrosanto: sopravvivere a un massacro. In questo modo abbiamo permesso movimenti non tracciati, privi di coordinamento istituzionale, nei quali i civili diventano passeggeri di un meccanismo che sfugge al controllo pubblico. Un sistema che, dietro la promessa della salvezza, rischia di generare una nuova forma di dislocazione invisibile, una diaspora non dichiarata che si muove lungo rotte fuori da ogni garanzia internazionale.

Negli ultimi giorni si moltiplicano anche le domande sul possibile finanziamento delle operazioni di Al-Majd Europe. Una ricostruzione preliminare di media arabi e africani suggerisce che l’associazione abbia avuto accesso a fondi difficili da tracciare: donazioni private provenienti da Paesi del Golfo, trasferimenti attraverso piattaforme di pagamento non regolamentate e, secondo una fonte palestinese con conoscenza diretta del settore delle ong, possibili contributi da intermediari europei che operano in maniera semi-clandestina nel campo della logistica umanitaria. Un ex coordinatore di soccorsi a Gaza ha descritto la rete come «una costellazione di micro-finanziatori: piccole raccolte fondi, canali paralleli, fondazioni di facciata che muovono somme relativamente modeste ma sufficienti a far decollare un charter». Una seconda fonte, basata a Istanbul, ha aggiunto che alcuni finanziatori sarebbero «convinti di sostenere operazioni di salvataggio», senza essere a conoscenza della totale assenza di tracciabilità.

Contemporaneamente, prende forma il quadro dei reclutatori e intermediari. Numerosi gazawi hanno riportato di essere stati contattati tramite numeri sconosciuti, spesso registrati all’estero o associati a Sim temporanee. In più di un caso, le chiamate provenivano da prefissi europei, tra cui Germania e Paesi Bassi, ma anche da numeri palestinesi non riconducibili a operatori ufficiali. Un uomo di Rafah ha spiegato che l’intermediario «parlava un arabo non locale» e sosteneva di lavorare per una ong europea autorizzata a operare nella Striscia. Secondo altre testimonianze, gli intermediari cambiavano numero dopo ogni fase del viaggio, rendendo impossibile qualsiasi forma di verifica. Alcuni passeggeri hanno riferito di essere stati aggiunti a gruppi WhatsApp scomparsi nel giro di poche ore dopo l’imbarco sul primo autobus diretto verso Kerem Shalom. Una giovane di Gaza City ha raccontato di aver ricevuto istruzioni «solo tramite messaggi vocali», nei quali le veniva detto di presentarsi a un punto di raccolta «entro due ore» senza altre spiegazioni.

Dubbi simili emergono nella gestione dei voli europei utilizzati come scali. Le testimonianze parlano di un primo volo charter, spesso operato da compagnie dell’Est Europa, con destinazioni come Budapest o Bucarest. Da lì i passeggeri sono stati redistribuiti verso l’Africa o l’Asia. Alcuni documenti di viaggio visionati da attivisti sudafricani mostrano carte d’imbarco emesse da Fly Lili e da altre piccole compagnie charter, con tratte che non compaiono nei registri dei voli commerciali. Un passeggero diretto poi in Indonesia ha raccontato di essere rimasto per sette ore nell’aeroporto di Budapest «in una sala isolata», senza che nessuno spiegasse quale sarebbe stato il volo successivo. Un altro, finito in Sudafrica, ha detto di aver scoperto in quel momento che il suo biglietto riportava una destinazione completamente diversa da quella promessa. Una fonte diplomatica europea ha ammesso che «sono avvenuti movimenti non registrati nel traffico commerciale standard», senza però specificare la natura o la provenienza dei passeggeri.

Nuovi dettagli stanno emergendo anche sulle procedure di imbarco all’aeroporto Ramon e sul ruolo degli operatori aeroportuali israeliani. Numerose testimonianze descrivono un sistema rigidamente controllato, ma strutturato per non lasciare tracce documentali. Secondo i passeggeri evacuati, l’arrivo all’aeroporto non avveniva attraverso i terminal destinati ai voli internazionali, bensì tramite ingressi secondari solitamente utilizzati per il personale o per voli militari. In più di un racconto si parla di autobus scortati da veicoli dell’esercito, con i passeggeri registrati non tramite passaporti, ma attraverso liste nominali consegnate direttamente agli addetti aeroportuali.

Un tecnico di manutenzione che lavora da anni nell’hub di Eilat ha riferito, sotto anonimato, che nelle settimane in cui si svolgevano queste evacuazioni sono stati utilizzati spazi di parcheggio remoti, lontani dai gate visibili ai passeggeri commerciali. Secondo la sua testimonianza, i charter atterravano e ripartivano in fasce orarie non compatibili con il traffico civile ordinario, segno che le operazioni erano state inserite deliberatamente nelle finestre tecniche dell’aeroporto, quando non è necessario registrare il transito nei sistemi pubblici. Ha anche riferito che alcuni movimenti non comparivano nei tabelloni interni, pratica abituale nelle operazioni militari o coperte da riservatezza.

Una giovane madre evacuata verso il Sudafrica ha raccontato che al momento dell’imbarco non è stato loro richiesto alcun documento, e che la verifica dei nomi veniva fatta confrontando liste stampate e annotate a mano. «Non ci permisero di parlare con nessuno. Ci dissero solo di restare in fila, seguire le istruzioni e di non scattare fotografie o video».

Una fonte con conoscenza delle pratiche aeroportuali israeliane ha confermato che Ramon è spesso utilizzato per operazioni che richiedono un alto grado di controllo e un basso livello di visibilità, grazie alla sua posizione remota nel deserto e alla presenza ridotta di voli commerciali. La fonte ha aggiunto che il personale può essere autorizzato a operare senza lasciare registrazioni digitali, circostanza tipica delle operazioni di sicurezza. Questo spiegherebbe perché alcuni charter associati ad Al-Majd Europe non compaiono nelle banche dati internazionali dei voli o risultano registrati con numeri identificativi parziali.

Un ulteriore fronte di indagine riguarda gli interessi geopolitici israeliani dietro l’utilizzo dell’aeroporto Ramon come snodo per flussi non registrati di civili in uscita da Gaza. Secondo più analisti della regione, l’impiego di Ramon non è soltanto una scelta logistica, ma uno strumento politico: permette a Israele di controllare ogni fase del trasferimento, di evitare la supervisione internazionale che avverrebbe in un corridoio mediato da organismi come Onu o Unrwa e di spostare i gazawi lontano da punti sensibili come i valichi egiziani o giordani, dove il peso diplomatico dei Paesi arabi tende a imporre condizioni più rigide.

Una fonte mediorientale vicina agli ambienti diplomatici di Amman sostiene che l’uso di Ramon risponde a una strategia più ampia: impedire che le evacuazioni avvengano attraverso la Giordania, dove ogni passaggio verrebbe immediatamente registrato e sottoposto a controlli multilaterali. «Se passassero da Amman, la comunità internazionale vedrebbe numeri, liste, destinazioni. Avrebbero trasparenza. Ramon è pensato per garantire l’opacità», ha spiegato la fonte. Secondo la stessa ricostruzione, la Giordania avrebbe più volte espresso preoccupazione per trasferimenti di palestinesi che avvengono senza coordinamento, considerandoli potenzialmente parte di una pressione demografica che rischia di coinvolgere l’intera regione.

Purtroppo, però, per esperienza diretta so quanti ostacoli la Giordania abbia posto – e continui a porre – alle evacuazioni da Gaza. I diplomatici italiani raccontano di blocchi riguardanti donne con bambini, studenti, persone malate. La motivazione ufficiale è evitare un esodo massiccio dalla Striscia, per non contribuire allo svuotamento del territorio. Ma il risultato concreto è l’opposto: invece di garantire vie d’uscita sicure e monitorate, si spingono le persone verso canali alternativi, che sfuggono completamente ai controlli e alle tutele della comunità internazionale.

Un funzionario europeo, coinvolto in una missione di osservazione nei territori occupati, ha aggiunto che da anni in Israele si discute della possibilità di «alleggerire» la densità di popolazione a Gaza favorendo la migrazione verso Paesi terzi attraverso programmi non ufficiali. «Non c’è un documento che lo ammetta apertamente, ma nei think tank vicini alle istituzioni se ne parla da oltre un decennio», ha affermato. Secondo questa fonte, l’impiego di Ramon in un’operazione non tracciabile coincide con quel tipo di visione: un processo che non appare come deportazione forzata, ma che spinge persone disperate ad andarsene senza che rimanga traccia del volume degli spostamenti.

Un diplomatico arabo con base al Cairo, informato da colleghi del Golfo, ha spiegato che alcuni Paesi mediorientali sono stati contattati informalmente per accogliere «piccoli numeri» di gazawi in fuga, ma la maggior parte avrebbe rifiutato proprio per evitare di legittimare un possibile disegno di svuotamento della Striscia. «Hanno capito che se avessero aperto le porte, il flusso sarebbe diventato un fiume. E quel fiume non si sarebbe più fermato», ha detto il diplomatico.

Anche all’interno di Israele, le evacuazioni attraverso Ramon hanno suscitato reazioni contrastanti tra apparati di sicurezza, governo e società civile. Alcune testate indipendenti hanno sollevato interrogativi sulla natura delle operazioni. Un ex funzionario del Ministero della Sicurezza pubblica, intervistato in anonimato, ha dichiarato che «Ramon è stato utilizzato come un laboratorio operativo, una zona grigia dove sperimentare forme di gestione della popolazione fuori dai protocolli ufficiali». Secondo la fonte, l’elemento critico non era l’evacuazione in sé, bensì il fatto che fosse condotta «in partnership con attori non governativi stranieri di cui non si conosce nemmeno la struttura interna».

Organizzazioni per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per la totale assenza di monitoraggio sui passeggeri, sottolineando che un’evacuazione trasparente avrebbe richiesto la presenza di osservatori internazionali. Gruppi nazionalisti, invece, hanno accolto la riduzione della presenza palestinese come un effetto «inevitabile e favorevole» del conflitto.

Nel silenzio dei corridoi oscuri che portano da Kerem Shalom a Ramon, negli scali nascosti d’Europa, nelle rotte sconosciute che conducono in Africa e in Asia, si consuma una trasformazione profonda del tessuto umano palestinese. Una trasformazione che solleva la domanda più difficile: quanta parte di questo movimento è davvero scelta, e quanta parte è il risultato di una pressione invisibile che spinge i gazawi lontano dalla loro terra, in un viaggio senza ritorno che nessuno ha il coraggio di chiamare con il suo nome.

Responsabili di tutto questo sono anche i nostri Paesi, che non pretendono l’invio immediato di osservatori internazionali a Gaza, né spingono con decisione per il riconoscimento dello Stato palestinese, né garantiscono evacuazioni attraverso corridoi umanitari monitorati da organismi indipendenti. Continuiamo a offrire ai palestinesi compromessi inaccettabili e, così facendo, ci rendiamo corresponsabili dell’ennesima tragedia inflitta a un popolo. Ci illudiamo di assolverci mettendo in scena soluzioni di facciata, salvando e accogliendo pochi individui – beneficiari di un diritto che non dovrebbe mai essere eccezionale: il diritto a vivere.

Nell’immagine: l’aeroporto Ramon, nel deserto presso Eilat


Il Giappone vuole aprire alle armi nucleari. Il governo preme per cambiare la Costituzione pacifista

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

Di Gianluca Modolo, La Repubblica

A preoccupare la Cina non sono solamente le parole della premier giapponese Sanae Takaichi su Taiwan che negli ultimi dieci giorni hanno scatenato una gravissima crisi tra Pechino e Tokyo, ma pure la possibile revisione dei principi del Giappone in materia di armi nucleari. “L’ambiguità delle dichiarazioni del primo ministro giapponese sul nucleare rivela un significativo cambiamento negativo nella politica del Paese”, titola questa mattina la Xinhua, l’agenzia di stampa statale cinese, in un editoriale.

La scorsa settimana, durante un’audizione della Commissione Bilancio della Camera bassa, Takaichi ha rifiutato di commentare in Parlamento se l’impegno nei confronti dei tre principi nucleari (non possesso, non produzione e non introduzione di armi) rimarrà nei nuovi documenti di politica di sicurezza, affermando che non è il momento giusto per esprimersi sulla questione. “L’esecutivo mantiene tali principi come orientamento politico per il momento”, si è limitata a dire Takaichi. Il suo governo si prepara ad aggiornare i principali documenti di sicurezza nazionale entro la fine del 2026 e, come hanno svelato nel weekend fonti all’agenzia di stampa giapponese Kyodo, la premier “sta valutando la possibilità di rivedere i principi nucleari”: il terzo, per la precisione, quello che riguarda l’introduzione di armi sul territorio giapponese. Tale principio “è visto come un indebolimento dell’efficacia della deterrenza nucleare fornita dal suo alleato, gli Stati Uniti”, sostengono le fonti sentite da Kyodo.

“Takaichi non ha alcuna intenzione di rivedere i due principi di non possesso e non produzione di armi nucleari, dato che il Giappone è parte del Trattato di non proliferazione nucleare. Ma Takaichi teme che il rispetto dell’altro principio, quello di non consentire l’introduzione di armi nucleari in Giappone, possa ostacolare l’attracco nei porti delle imbarcazioni statunitensi dotate di armi nucleari, indebolendo così la percezione della deterrenza nucleare in caso di emergenza”, scrive Kyodo. Non è ancora chiaro quale formulazione verrà adottata nei nuovi documenti, o se ne verrà adottata una nuova.

Il governo di Tokyo intende aggiornare la Strategia di sicurezza nazionale e il programma di potenziamento della difesa per la prima volta dal 2022. “Il partito liberal-democratico dovrebbe avviare a breve i colloqui per l’aggiornamento della strategia di sicurezza e dei relativi documenti, con l’obiettivo di presentare una proposta intorno alla prossima primavera. Le discussioni getteranno le basi per la revisione dei documenti di sicurezza da parte del governo entro la fine del prossimo anno”, continua ancora Kyodo.

I tre principi non nucleari furono presentati per la prima volta alla Dieta (il Parlamento giapponese) dall’allora primo ministro Eisaku Sato nel 1967 e divennero da allora una dottrina nazionale. Sato vinse il Nobel per la Pace nel 1974. Se Takaichi dovesse effettivamente rivedere tali principi sarebbe una mossa che segnerebbe un importante cambiamento nella politica di sicurezza del Paese, l’unico ad aver subito bombardamenti atomici. Nonostante mantenga una Costituzione pacifista, imposta dagli americani nel secondo dopoguerra, “negli ultimi dieci anni il Giappone ha sostanzialmente allentato i vincoli di difesa. Inoltre, fa affidamento sulla deterrenza nucleare degli Stati Uniti per la propria protezione, cosa che secondo alcuni critici è in contraddizione con i tre principi non nucleari”, conclude Kyodo.

Proseguono, intanto, i colloqui tra il partito liberal-democratico e il suo partner di colazione Ishin sulla revisione della Costituzione pacifista avviati la settimana scorsa. I due partiti vogliono “approfondire le discussioni su alcuni emendamenti e sull’introduzione di una clausola di emergenza che conferirebbe al governo maggiori poteri in caso di gravi catastrofi o attacchi armati”, scrive la stampa nipponica.

Modificare la Costituzione non sarà però facile: richiede la maggioranza di due terzi in entrambe le camere della Dieta, seguita dal sostegno della maggioranza in unreferendum nazionale. Attualmente, il partito liberal-democratico e le altre forze favorevoli alla riforma detengono meno dei due terzi dei seggi alla Camera dei rappresentanti, sebbene abbiano una maggioranza schiacciante alla Camera dei consiglieri. Le proposte di emendamento dovrebbero essere presentate alla Dieta nel marzo 2027.

Preoccupazioni nucleari a parte, le tensioni tra Giappone e Cina riguardo ai commenti della premier Takaichi su Taiwan – l’isola che Pechino rivendica come propria – continuano. Per provare a placare le tensioni, Tokyo manda un inviato del governo a Pechino: Masaaki Kanai, direttore generale dell’ufficio Asia e Oceania del ministero degli Esteri giapponese, incontrerà il suo omologo cinese, Liu Jinsong. La sua missione: spiegare che il commento di Takaichi su Taiwan non segnala un cambiamento nella politica di sicurezza giapponese. La premier nipponica disse lo scorso 7 novembre che il tentativo cinese di portare Taiwan sotto il completo controllo di Pechino utilizzando navi da guerra e forze militari potrebbe costituire una situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone. Aggiungendo che un attacco alle navi da guerra statunitensi inviate per rompere qualsiasi blocco cinese su Taiwan potrebbe richiedere l’intervento militare di Tokyo per difendere se stessa e il suo alleato. La dichiarazione di Takaichi è andata oltre quella di qualsiasi altro primo ministro giapponese in carica in passato: il Giappone ha sempre mantenuto una posizione che ricalca quella “ambiguità strategica” su Taiwan che mantengono pure gli Stati Uniti, alleati di Tokyo. Sono seguite forti proteste da parte dei cinesi, con editoriali dai toni duri sulla stampa statale.

Giovedì il ministero degli Esteri cinese ha convocato l’ambasciatore giapponese a Pechino e il giorno successivo il ministero degli Esteri giapponese ha convocato l’ambasciatore cinese a Tokyo. Nel weekend Pechino ha consigliato ai propri connazionali di evitare i viaggi in Giappone (oggi a risentirne sono i titoli alla Borsanipponica: Shiseido ha perso l’8,69%, la compagnia aerea Ana ha ceduto il 2,77% e la Jal il 3,89%; Uniqlo ha perso il 5,39%. I cinesi sono al primo posto tra i visitatori stranieri in Giappone). Anche il Ministero dell’Istruzione cinese ha avvertito gli studenti di “pianificare attentamente” i loro programmi di studio in Giappone. Domenica la guardia costiera cinese ha annunciato che stava pattugliando le acque intorno alle isole contese Senkaku/Diaoyu (arcipelago disabitato tra Okinawa e Taiwan). Mentre Tokyo ha dichiarato oggi di aver fatto decollare sabato scorso dei caccia dopo il sospetto avvistamento di un drone cinese tra l’isola di Yonaguni e Taiwan. Pechino fa sapere che al vertice del G20 di questa settimana in Sudafrica il premier cinese Li Qiang non ha intenzione di incontrare la premier nipponica Takaichi. Tokyo teme ritorsioni economiche da parte della Cina: del resto in ogni crisi del passato tra Cina e Giappone Pechino attinge ad un manuale ben collaudato: “il copione abituale ha previsto in passato misure quali indagini sulle imprese giapponesi, blocco di determinate esportazioni e/o importazioni, vessazioni/arresti di cittadini giapponesi”, nota Bill Bishop, autore della newsletter Sinocism.

Nell’immagine: la premier giapponese Sanae Takaichi


Luca Steinmann – Nell’esercito ucraino al fronte c’è chi minaccia Zelensky se dovesse cedere i territori

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Kiev non deve restare sola

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

Di Paolo Gentiloni, la Repubblica

Sarà un inverno difficile per l’Ucraina. La guerra, ormai lunga quanto quelle mondiali del secolo scorso, si è aggravata nelle ultime settimane: ogni notte è una notte di sirene e di bombe, di vittime civili innocenti, di reti elettriche così seriamente danneggiate da lasciare le case al freddo e al buio. È ora di far vedere, nelle piazze e nelle sedi decisionali, che a questa guerra atroce non siamo indifferenti, ora che la popolazione civile rischia una vera crisi umanitaria. È proprio il caso di dire, anche alle forze politiche italiane: se non ora, quando?

Le difficoltà non giungono solo dai fronti del Donbass, dove i russi sono all’offensiva e dove Putin sacrifica migliaia di soldati — oltre duecentomila morti solo quest’anno — per guadagnare qualche chilometro. A complicare il quadro è arrivato infatti lo scandalo delle tangenti di Energoatom. Uno scandalo scoppiato molto vicino a Zelensky, anche perché nel luglio scorso il presidente aveva firmato una legge proprio per limitare i poteri delle autorità anticorruzione suscitando una vera rivolta della società civile.

Quella legge fu alla fine ritirata e oggi Zelensky sta reagendo con prontezza, ha imposto dimissioni e promesso severità e trasparenza. Ma la corruzione, male antico in Ucraina, ha coinvolto ministri e amici del presidente e tanto basta a chi cerca pretesti per abbandonare Kiev al suo destino.

Il primo a farsi sentire è stato manco a dirlo Viktor Orbán, notoriamente un campione dello stato di diritto. E da noi Matteo Salvini. Del nostro vicepremier non risulta una particolare indignazione verso gli oligarchi russi o verso gli intrecci tra potentati economici e decisori politici nel mondo, ma stavolta è talmente scandalizzato da prendere di mira il Fondo europeo per l’acquisto di armi americane per Kiev.

Se l’Italia, unico tra i grandi Paesi europei, si ritirasse dall’impegno per quel Fondo, sarebbe una vergogna. «La guerra di aggressione a una nazione vicina è un crimine» ha ricordato Sergio Mattarella nel suo solenne discorso al Bundestag, confido che governo e Parlamento decidano di conseguenza continuando a sostenere chi resiste all’aggressione.

Al di là dei facili pretesti, per tutti è il momento di riflettere sulle difficoltà dell’Ucraina. L’errore più colossale che potremmo fare è quello di concludere che davvero l’Ucraina è spacciata. Sarebbe un mediocre alibi per la pavidità dell’Occidente e un colossale regalo alla guerra di propaganda russa.

Cominciamo allora con il dire che, nonostante le difficoltà, l’Ucraina tiene. I progressi russi sul terreno sono per ora insignificanti: appena il 2% del territorio ucraino guadagnato dalla fine del 2023. I danni al sistema economico russo sono rilevanti, specie nella capacità delle raffinerie, ridotta del 20%. Le perdite russe in quella che Putin aveva presentato come una semplice «operazione militare speciale» sono terribili e al fronte, nonostante l’ottimo trattamento economico, cominciano a mancare gli arruolamenti volontari.

Piuttosto che cercare argomenti di un nostro disimpegno è dunque il momento, ora, di moltiplicare gli sforzi per arrivare a una pace giusta e duratura. Tre obiettivi sono oggi cruciali.

Primo, sbloccare in fretta il Reparation Loan, il prestito europeo basato sui beni sovrani russi congelati. Non si tratta di sequestrare quei beni, ma di usarli come base per un prestito senza il quale già l’anno prossimo al bilancio dell’Ucraina, che per il 60% è destinato alla Difesa, potrebbero mancare oltre 20 miliardi. Dagli Stati Uniti non arrivano più aiuti economici e il Fondo monetario aspetta di vedere le mosse di Bruxelles: dunque tocca a noi europei.

Secondo, agire finalmente sulla “flotta ombra” di Mosca, ossia sulle oltre cento vecchie carrette-cisterna che trasportano petrolio russo in mezzo mondo. Qui naturalmente è decisivo l’orientamento di Donald Trump, in perenne oscillazione tra il presidente che umilia Zelensky — «non hai le carte» — ed esalta Putin in Alaska, e il presidente che sanziona i giganti petroliferi Lukoil e Rosneft e raddoppia addirittura i dazi all’India per gli acquisti di petrolio russo.

Terzo, realizzare un’offensiva diplomatica europea con al centro la proposta ucraina di un cessate il fuoco incondizionato sulle attuali linee del fronte. La proposta è stata rifiutata da Putin che prima pretende di rimuovere le «cause profonde» del conflitto, ossia l’esistenza stessa di un’Ucraina autonoma da Mosca e legata all’Unione europea. Ma resta sul tavolo e smentisce i tanti che lamentano l’assenza di una iniziativa di pace europea o addirittura accusano l’Ucraina di non voler negoziare. La forza di questa proposta può orientare l’amministrazione americana e guadagnare consensi tra i governi che contano nel Sud Globale dove la diplomazia cinese ha difeso con qualche successo le ragioni di Mosca.

Sì, sarà un inverno difficile per l’Ucraina. Ma se non squarciamo il velo dell’indifferenza i prossimi inverni saranno peggiori per tutti noi.


Così la pace di Trump svanisce in un film

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

Di Anna Foa, La Stampa

Finalmente è stato trasmesso dalla RAI, dopo ben due rinvii non si sa bene come motivati, il film No other land, il documentario [già trasmesso dalla RSI e temporaneamente disponibile su Play RSI] sulle violenze di coloni ed esercito israeliano in un villaggio della Cisgiordania che ha vinto nel 2025 l’Oscar per il miglior documentario, opera di un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal, con la partecipazione di tutti gli abitanti del villaggio. Se tutti loro però avessero dovuto sfilare sul tappeto rosso, ne sarebbe mancato uno, Odeh Hadalin, assassinato nel 2025 da un colono con un colpo di pistola al petto mentre filmava l’aggressione per documentarla. Il suo assassino, Yinon Levi, è stato arrestato e subito liberato, ed è tuttora in libertà. Sembra proprio che ammazzare a sangue freddo un palestinese nella Cisgiordania occupata non sia reato.

Il film documenta con rigore quanto succede in gran parte della zona, dove coloni ed esercito cacciano gli abitanti dai villaggi, distruggendone le case, le scuole, gli edifici pubblici, dando fuoco alle macchine, abbattendo gli ulivi, ammazzando o rubando il bestiame. Il pretesto è che siano zona militare, lo scopo reale è quello di spingerne gli abitanti all’esilio. Una seconda Nakba, come è stata definita, dopo quella del 1948. Il film è stato girato tra il 2019 e il 2023, prima del 7 ottobre. Ma quanto documenta continua a succedere sempre di più, sta succedendo ora.

Il luogo dove si svolge la vicenda si trova a Sud di Hebron, nella Cisgiordania occupata, Masafer Yatta, in realtà un insieme di dodici villaggi beduini. Di questi villaggi, in questi ultimi anni in cui gli attacchi si sono moltiplicati, ben poco è rimasto in piedi, lasciando spazio a sempre nuovi insediamenti di coloni. Protagoniste indiscusse del film sono infatti le ruspe, il cui arrivo suscita allarme e paura in grandi e bambini, e che vediamo distruggere scuole e case.

Ma No other land non è solo la documentazione attenta di un crimine in atto. È anche la storia dell’amicizia fra i due registi, quello ebreo, Yuval, che giunge nel villaggio e il palestinese Basel, che vi abita e che si adopera per filmare col telefonino le violenze, lasciarne documentazione. Una reazione, come non sottolinearlo, che più pacifica non si potrebbe. Ed è anche, il rapporto fra i due, l’auspicio di un futuro in cui i due popoli possano vivere insieme sulla stessa terra.

Il film è stato ovviamente sabotato dai circuiti cinematografici in Israele e attaccato per aver distorto l’immagine di Israele nel mondo. Ma da sinistra anche la parte estremista del movimento per il boicottaggio (Pacbi, cioè il movimento per il boicottaggio culturale e accademico), lo ha attaccato come un film volto a normalizzare i rapporti tra ebrei e palestinesi: un modo per definirlo collaborazionista. In questo caso, ci troviamo effettivamente di fronte al confluire di due opposti estremismi. Come, infatti, non dire che esiste una differenza fra i coloni israeliani che aggrediscono i palestinesi e gli attivisti israeliani che li difendono? Che esiste, in sostanza, ancora una distinzione netta fra il bene e il male, per quanti siano quelli che lo negano per convinzione o per cinismo.

L’emozione che questa visione suscita negli spettatori è forte, aiutata anche dalla bellezza delle immagini. Non so quale sarà in Italia la reazione, ora che tutti hanno potuto avere l’occasione di vederlo. Credo e spero che non sarà senza conseguenze sulla nostra opinione pubblica, molto sollecitata a protestare all’epoca dalle terribili vicende della carestia a Gaza ma, dopo la «pace di Trump”, come acquietatasi nella convinzione che tutto sia in via di soluzione. Ma non è così.

Nell’immagine: una scena del film


La tutela dell’ambiente è assente dalle politiche svizzere in materia di digitale

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

Di Solange Ghernaouti, Antithèse

Il digitale, acceleratore del cambiamento climatico

Secondo l’ultimo Global Risk Report 2025 del World Economic Forum, i rischi e le crisi geopolitiche, ambientali, sociali e tecnologiche costituiscono le principali sfide che un mondo iperconnesso deve affrontare. Ormai, anche gli attacchi informatici alle infrastrutture energetiche e industriali la cui attività è legata alle risorse naturali (impianti chimici, di trattamento delle acque, piattaforme petrolifere, centrali nucleari, ecc.) sono fattori di rischio aggravanti per l’ambiente.

L’accelerazione della transizione digitale dell’amministrazione e delle organizzazioni, sostenuta dal settore privato e pubblico, non tiene conto della dimensione ecologica del digitale. Ad esempio, l’amministrazione interamente digitale promossa dalla Confederazione attraverso la sua strategia «Amministrazione digitale svizzera 2024-2027», favorita dall’adozione dell’e-ID, il cui piano di attuazione per il 2026 è stato appena adottato dall’organo direttivo politico dell’Amministrazione digitale svizzera (ANS), menziona le seguenti priorità strategiche:

  1. Sviluppare insieme servizi amministrativi digitali per tutta la Svizzera.
  2. Attuare il concetto di sportello unico (one-stop government).
  3. Introdurre l’e-ID e un’infrastruttura affidabile in tutta la Svizzera.
  4. Incoraggiare un utilizzo dei dati che crei valore aggiunto.
  5. Favorire la creazione di servizi pubblici in grado di funzionare nel cloud.
  6. Rafforzare la collaborazione e agire come un sistema globale interconnesso».

Anche le preoccupazioni ecologiche, ambientali o climatiche sono assenti dal rapporto del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca sull’intelligenza artificiale «L’IA nella pubblica amministrazione».

Contraddizioni importanti o schizofrenia collettiva?

All’ora della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP30 – Belém, Brasile, dal 6 al 21 novembre 2025), il fatto che l’ecologia, la moderazione digitale e l’intelligenza artificiale frugale non siano né menzionate né poste al centro delle priorità strategiche della Svizzera digitale è rivelatore. Come dare credibilità al discorso dei leader politici sulle misure prioritarie da adottare per combattere il cambiamento climatico, quando si ignora deliberatamente le esternalità negative del digitale e dell’IA un po’ ovunque nel mondo?

Sapendo che le sfere del potere sono sotto l’influenza di coloro che controllano il potere tecnologico, gli attori indipendenti come gli scienziati, le organizzazioni non governative o i membri della società civile possono avere un peso sufficiente per orientare le scelte politiche?

Il paradosso dell’efficienza energetica

Conciliare le azioni per il clima con quelle che generano sempre più apparecchiature, dati e usi digitali sembra difficile. L’incoraggiamento federale e la strategia degli attori del mercato digitale si traducono in un aumento senza fine della produzione di infrastrutture, rifiuti, consumo energetico e gas serra. Alcuni attori si impegnano in misure di efficienza energetica, pochi in quelle di riduzione del fabbisogno digitale e del consumo elettrico. Il termine «efficienza energetica» sembra essere globalmente positivo (come può esserlo, ad esempio, il riutilizzo per il teleriscaldamento del calore generato dai centri di dati), ma non compensa l’effetto rimbalzo causato dall’aumento delle pratiche digitali, che diventano più importanti perché meno energivore al margine e quindi meno colpevoli.

Il ‘digital hold-up’ sull’ambiente e sulla vita

Il crescente ricorso al digitale, all’intelligenza artificiale, al cloud computing e ai data center (cloud) agisce da catalizzatore del consumo di elettricità, che si basa ancora essenzialmente sull’uso di energie fossili, fonti di emissioni di gas serra.

L’energia è alla base di ogni questione di sicurezza informatica, perché senza elettricità e senza un sistema di raffreddamento i computer non possono funzionare. Ad esempio, un’interruzione di corrente può causare un problema di climatizzazione e raffreddamento dei server che comporta l’indisponibilità dei sistemi e dei servizi informatici, ma anche l’interruzione delle attività che da essi dipendono.

È fondamentale prestare attenzione alla disponibilità di tutte le risorse naturali e umane necessarie alla dematerializzazione di tutte le attività umane, tenendo conto dei rischi ambientali e geopolitici associati. I giganti del digitale non esitano a dotarsi di centrali nucleari private per alimentare i centri dati o a dirottare le risorse energetiche e idriche a scapito delle popolazioni dei territori in cui si insediano.

Data center, a volte di dimensioni gigantesche, vengono regolarmente costruiti in tutto il mondo per soddisfare le crescenti esigenze dell’intelligenza artificiale, come ad esempio il Project Rainier di Amazon a New Carlisle, nell’Indiana, su una superficie di circa 486.000 ettari. Alcuni data center possono essere situati vicino agli agglomerati urbani (campus di Cardiff in Inghilterra (CWL1) distribuiti su 19 ettari), nella regione artica (Kolos data center a Ballagen in Norvegia, 60 ettari) o in zone desertiche (The Citadel a Tahoe Reno in Nevada, con una superficie di oltre 660.000 ettari), altri sono messi in orbita spaziale (costellazione di informatica spaziale, Zhejiang lab, Cina). Il cloud sottomarino è diventato realtà grazie all’immersione di centri dati per realizzare infrastrutture di cloud computing raffreddate con acqua di mare, come ad esempio in Cina (a Hainan e Shanghai) o Microsoft (Project Natick nel nord della Scozia).

Cyberattacchi dannosi per l’ambiente

Gli attacchi informatici che prendono di mira, ad esempio, i sistemi di controllo degli impianti di depurazione, i laboratori batteriologici, la produzione e la distribuzione di prodotti tossici, gli allarmi antincendio o le centrali nucleari possono avere conseguenze catastrofiche sull’ambiente e sulla biodiversità. Naturalmente, non tutti i malfunzionamenti e gli incidenti di sicurezza informatica sono dovuti ad attacchi informatici intenzionali. Possono anche essere il risultato di errori (di progettazione, gestione, utilizzo), ma anche di eventi naturali (inondazioni, terremoti, uragani, tifoni, ecc.) o di carenze di risorse energetiche indispensabili alle infrastrutture digitali. In ogni caso, le conseguenze di questi problemi di sicurezza possono essere drammatiche per le nostre società e per l’abitabilità del pianeta.

Traduzione a cura della redazione


Tecnologia e intelligenza artificiale a un bivio nella lotta tra distopia e utopia

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

Di , La Stampa 

I progressi nelle ricerche bio-mediche, così come quelli nel campo dell’Intelligenza Artificiale vòlti a produrre una “machina sapiens” indistinguibile, anche per l’empatia di cui è capace, dall’intelligenza umana, accrescono con drammatica rapidità la sproporzione tra la potenza del sistema Tecnico-economico e le forme istituzionali-politiche ancora proprie delle democrazie occidentali. In altri regimi tale sproporzione può non essere avvertita proprio perché la simbiosi tra Tecnica e Politica si è in essi già realizzata, chiudendo la “gabbia di acciaio”.

La vocazione dello scienziato, che per Aristotele è l’espressione più alta della nostra natura, consiste nella pura volontà di conoscere. La scienza della natura è anzitutto teoria, scoprire e vedere la costituzione del vivente, osservarne le relazioni, descriverne l’energia. Ma sempre più, per poter spingere in profondità il proprio sguardo, lo scienziato avrà bisogno di mezzi, di sofisticati e costosi strumenti, la sua teoria dovrà collegarsi intimamente al progresso tecnologico, condizionarlo ed esserne condizionato. E il legame di quest’ultimo con il sistema sociale di produzione, con i meccanismi economici e di mercato, risulta così inevitabile. Non può più darsi alcuna astratta autonomia del lavoro scientifico. D’altra parte la stessa scienza contemporanea coniuga l’originaria vocazione al conoscere in quanto tale alla volontà di possedere e trasformare l’oggetto che si conosce così da renderlo utilitas per noi. Non dovremmo perciò considerare un destino che la scienza contemporanea, giunta a comprendere il funzionamento del nostro cervello, sede di affetti e intelligenza, e il suo legame con l’intero sistema neuro-vegetativo, desideri farne un proprio oggetto di manipolazione e trasformazione? Tutto ciò che nella sua storia essa ha compreso è stato così trattato e, per così dire, riprodotto. Come oggetto manipolabile a nostro arbitrio è stata la natura “esterna” a noi, così ora lo siamo noi stessi.

Quali limiti si possono porre a interventi sul nostro patrimonio genetico? Quali limiti alla produzione dell’Homunculus che esce dal laboratorio del Faust goethiano? Oggi non ci sarebbe alcun ostacolo teorico, e penso pochi impedimenti tecnologici, per “creare” da cellule staminali opportunamente trattate e fecondate nuovi soggetti umani. Interventi per modificare caratteri secondari sono all’ordine del giorno e destinati a moltiplicarsi, ma al limite essi possono porsi fin d’ora il fine di “creare” una persona nuova. Possiamo sostenere, come molti sostengono, che questi interventi debbono avere il valore di cure, debbono limitarsi, cioè, al trattamento di specifiche malattie, altrimenti non affrontabili con uguale efficacia. Ma è evidente in quale ridda di problemi e aporie questa visione conduce. Che cos’è malattia? Quale autorità lo decide? Fin dove è lecito limitare il libero arbitrio di chi voglia ricorrere a tecniche di manipolazione genetica? Ma il problema sta ancora più a monte, ed è di natura culturale e politica. La sperimentazione in un campo di così immensa portata potrà subire intoppi e rallentamenti, l’esperienza storica tuttavia dimostra ad abbondanza che non potrà mai arrestarsi, in quel laboratorio globale che è ormai il mondo scientifico, e sempre da essa, se non fallisce, si passerà alle applicazioni. Questi passaggi da Ricerca a Sviluppo, sotto la spinta di formidabili interessi economici, avvengono oggi con una rapidità inimmaginabile nel passato.

Il mondo contemporaneo vive sospeso tra utopia e distopia, tra una possibile “felicità” e il più disumano orrore. Potremmo affrontare anche l’incurabile, come precipitare nella più mostruosa medicina di classe. Rendere un “bene- essere” la nostra esistenza sulla terra, come realizzare incubi eugenetici, sottomessi alla logica del profitto. L’intelligenza artificiale ha il potere di liberarci da ogni forma di lavoro meccanico e comandato, come quello di imporre un modello globale, uniforme di intelligenza, misurato in base alle sue prestazioni quantitativamente calcolabili e alla sua obbedienza al sistema. Proprio le scienze biologiche e mediche sono più di tutte di fronte a questo drammatico bivio: la capacità di aver cura della salute della persona nella sua integrità psico-fisica, di cui esse ora dispongono, viene ogni giorno più duramente attaccata da un modello organizzativo fondato sulla sostenibilità economica, che vede nel malato una macchina guasta e nel medico un applicatore di protocolli. L’universalità del diritto alla salute, conquista di un secolo di lotte sindacali, promossa anche da vasti settori di medici socialmente responsabili, va franando in proporzione opposta alla crescita dei saperi e alle concrete possibilità di cura che essi potrebbero offrire. La “solvibilità” diviene il carattere fondamentale che il malato deve presentare per essere curato in tempi ragionevoli. E comunque egli non sarà che un caso previsto negli archivi dei Big Data. La medicina a distanza, condotta essenzialmente da intelligenze artificiali, potrebbe concludere il processo. La “machina sapiens” che, dicono i suoi apologeti, giungerà a conoscerci meglio di quanto noi stessi ci conosciamo, sarà non solo la nostra guida di uomini schiacciati sulla dimensione economica e del consumo, ma anche il nostro medico. Non è però destino che la distopia si realizzi. Certo, tra le due strade che ci si presentano questa è la più facile. L’inerzia, ovvero le potenze tecnico-economiche fondamentali di questo tempo, spingono nella sua direzione. Ma possono esservi ancora scienziati e politici capaci di denunciare il pericolo, di opporre alla servitù che caratterizza le distopie (la fantascienza contemporanea ne è realistica rappresentazione) la utopia possibile, concreta della liberazione.


L’abbraccio Putin-Xi e il suicidio americano

Così la maggior parte della ricchezza viene intascata da poche persone (imprenditori e detentori di capitali), mentre la remunerazione del lavoro va costantemente in debito rispetto al potere d’acquisto – Di Marco Noi 

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La differenza tra la Cina e l’America è che i cinesi non sono in vena suicida, gli americani sì. Nella competizione per il primato mondiale Pechino avanza anche da ferma perché Washington arretra sparandosi sui piedi mentre cerca di rifarsi grande con un Paese depresso e spaccato. L’errore capitale degli Stati Uniti è di aver spinto la Russia nelle braccia della Repubblica popolare. Estricarla da quell’abbraccio, come vorrebbe Trump, per volgerla contro la Cina oggi non è realistico.

Gli Stati Uniti hanno sempre avuto bisogno di un Nemico mortale, fosse la Germania, il Giappone o l’Unione Sovietica. La stranissima coppia Mosca-Pechino è decisamente troppo per questa America in lotta con sé stessa. Ma a Trump non basta: «Il nemico è dentro casa».

Non si è mai visto nella storia un ex Numero Uno che per riconquistare l’egemonia decida di confliggere contemporaneamente con il Due (Cina) e il Tre (Russia) mentre divide e snobba gli “alleati” euroatlantici e, non contento, aggiunge alla lista il nemico di dentro, cioè gli americani che minaccerebbero la purezza della nazione. Tra cui lo Stato profondo, da purgare dei suoi agenti inaffidabili nei vertici militari, nell’intelligence e nelle varie tecnocrazie.

Questo elaborato harakiri è maturato in un decennio, dopo che prima Bush e poi Obama ebbero respinto l’improbabile tentativo di Putin di agganciare la Russia al carro occidentale quale soggetto autonomo. La svolta è nel 2014, quando gli apparati americani cavalcano a Kiev insieme ai britannici la rivolta contro il presidente filorusso Janukovic. Sfociata nel colpo di Stato patrocinato dalla pasionaria neocon Victoria Nuland in chiave antirussa e antieuropea al grido di «Fuck the Eu!».

Da allora la Cina si è trovata la porta spalancata. Via libera alla formazione di una vastissima area di influenza in Eurasia e nel mondo. A partire dall’area postsovietica, tra “stan” centroasiatici e Federazione russa. Profittando dell’avventurismo di Putin, che si è cacciato nella guerra di Ucraina finendone ridotto a junior partner di Xi.

Eccoci in piena transizione geopolitica. Gli esiti di medio e lungo periodo restano imprevedibili. Ma la somma algebrica del suicidio americano e della conseguente espansione della potenza cinese esclude il ritorno al passato. L’impero globale a stelle e strisce inclusivo di una Cina americanizzata, sognato a cavallo del millennio dalle élite di Washington, era e resta utopia. Distopia per Trump, convinto che il globalismo abbia fragilizzato la nazione.

Il progetto di volgere in liberaldemocratico il regime cinese ammettendo Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio (2001), volgarizzazione neomarxista del primato dell’economia sulla (geo)politica, ha prodotto l’esatto opposto. Il regime americano volge verso un autoritarismo di tono plutocratico mentre divide la nazione su base razziale, giocando bianchi contro ibridi, colorati e immigrati in genere. Quello cinese è molto più chiuso di vent’anni fa e poggia su un sentimento patriottico forse declinante fra i giovani ma robusto.

Il rovesciamento è totale anche in campo economico. Trump punta sull’industria per costruire un capitalismo nazionale che privilegi la sicurezza sul profitto, dopo la sbornia di servizi e digitale, smaterializzati dall’ideologia neoliberista. Quasi l’intelligenza artificiale sia categoria dello spirito. Così aderisce in grave ritardo al dogma cinese, per cui la produzione industriale resta fondamento della ricchezza e della potenza. Mentre scopre che la scalata della Cina verso le vette dell’alta tecnologia molto deve alla sua diaspora di scienziati, tecnologi, ingegneri e matematici formata negli States, oggi largamente al servizio dell’impero rosso. Anche dall’interno di aziende “americane”.

Agli storici del prossimo secolo indagare le cause profonde di tanto singolare congiuntura. Una ci sentiamo di anticipare: il gap culturale. Mentre i cinesi si dedicavano a studiare l’America e il mondo per trarne profitto economico e geopolitico, gli americani si pretendevano automaticamente sovraordinati alla Cina e al resto dell’umanità. Da redimere in quanto detentori di sapienza e verità. Per questo rinviamo al bel saggio di Alessandro Aresu La Cina ha vinto. Vedremo: l’arroganza potrebbe giocare brutti scherzi a Xi. Ma che l’America abbia perso combattendo l’America, questo ci pare evidente.

Nell’immagine: Pechino, 30 settembre – Vladimir Putin, Xi Jinping e Kim Jong-un